giovedì 11 aprile 2013

Vandali per vendetta: "Mi hai fatto un torto e ti rigo la macchina"

Daniela Uva - Gio, 11/04/2013 - 08:41

Rivelazione choc da una ricerca compiuta da una casa assicuratrice. Un italiano su sette confessa: mi accanisco sull'auto del "nemico"

Arrivare al parcheggio e scoprire quell'insopportabile riga bianca. Un piccolo solco, netto ed evidentissimo, proprio al centro dello sportello.


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È l'incubo ricorrente per qualunque automobilista. E la forma di vendetta preferita da un italiano su sette. Perché proprio al sette per cento della popolazione è capitato, almeno una volta nella propria vita, di aver afferrato un mazzo di chiavi per poi colpire. Senza pietà. Per farla pagare all'ex fidanzato, al vicino di casa rumoroso, al collega considerato insopportabile, all'automobilista distratto reo di aver parcheggiato male.

A scoprire questa «tendenza», che ricalca quello che succede anche nel Regno Unito, è il Centro studi e documentazione della compagnia assicurativa «Direct Line». Dall'indagine emerge che gli italiani non disdegnano il vandalismo contro le auto quando decidono di vendicarsi. E se il 7 per cento se la prende con la carrozzeria, c'è anche il 3 per cento che si accanisce contro lo specchietto retrovisore e il 2 per cento che colpisce il tergicristallo.

Altri bersagli preferiti sono i vetri e le gomme, presi entrambi di mira dall'uno per cento dei vendicatori. E non sono certo solo i comuni cittadini, magari stressati dal traffico e dal lavoro, a diventare teppisti di bassa lega. Anche molti personaggi noti si sono distinti per aver trasformato la macchina del partner in un cumulo di lamiere. O anche solo per aver subito notevoli danni. È il caso di Elisabetta Canalis, che nel 2006 è scesa in strada in piena notte per rigare l'auto del suo fidanzato dell'epoca, l'ex calciatore Bobo Vieri.

Ha fatto tutto di nascosto, senza mai ammettere il «colpo». Che ha poi raccontato, tempo dopo, nel corso di un'intervista. Non è stata da meno Elin Nordegren, ex moglie del campione di golf Tiger Woods, che nelle pieghe del divorzio ha anche avuto il tempo di distruggere una delle auto del marito. Ma non è solo la vendetta contro il partner a risvegliare lo spirito vandalico. Per Liam Gallagher, leader degli Oasis, la scintilla scattava quando vedeva le auto dei giocatori del Manchester United.

Chiavi in mano non resisteva: le rigava per esprimere tutto il suo odio. E, infatti, è proprio in Gran Bretagna - Paese di origine della band - che questo fenomeno ha raggiunto livelli preoccupanti: anche qui la pratica più diffusa è la rigatura della vernice delle portiere (nel 45 per cento dei casi), seguono la rottura dello specchietto (27%), del vetro (25%) e dell'antenna (14%). Ma chi sono i bersagli preferiti? Nel 64 per cento dei casi sono persone che il vandalo conosce perfettamente: uno su sette prende di mira l'ex partner.

Seguono il nuovo fidanzato dell'ex, il vicino di casa, l'ex capo verso il quale si prova rancore, l'attuale boss, il vecchio insegnante, il collega di lavoro, il rivale sportivo oppure il genitore di un compagno di scuola proprio del figlio. Accecati dall'odio, i responsabili spesso non sanno che le conseguenze possono essere gravi. Perché è possibile incorrere in una condanna penale, che in seguito a una recente sentenza della Corte di Cassazione può tradursi anche in un anno di carcere, oltre che in una multa da 309 euro.

Pdl: "Abusivismo edilizio, la Annunziata è presentabile o no?"

Luca Romano - Gio, 11/04/2013 - 18:54

Il coordinatore regionale del Pdl in Campania, Nitto Francesco Palma: "C'è una sentenza che comprova, con le relative sanzioni pecuniarie, l'abusivismo edilizio che ha compiuto"

"Ci accusa di essere impresentabili, lei è presentabile o no? C'è una sentenza che comprova, con le relative sanzioni pecuniarie, l'abusivismo edilizio che ha compiuto".

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L'accusa di Francesco Nitto Palma è rivolta a Lucia Annunziata, la conduttrice di In mezz'ora. Durante una conferenza stampa tenuta a Napoli, il coordinatore regionale del Pdl in Campania, Nitto Francesco Palma, ha annunciato che chiederà l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul fenomeno dell'abusivismo edilizio in Campania. E sono stati poi ricordati "gli abusi compiuti nel Comune di Anacapri dalla giornalista Lucia Annunziata che tramite sentenza, ha ottenuto la sanatoria. Eppure si fa polemica nei nostri confronti insistendo sul fatto che noi siamo impresentabili perché difendiamo battaglie come quella del condono", ha dichiarato Carlo Sarro.

Grillo, online i conti dello Tsunami tour Raccolti 750 mila euro, spesi la metà

Corriere della sera

La differenza in beneficenza per i terremotati dell'Aquila. Ma non sono disponibili le voci di tutte le 27mila donazioni

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La rendicontazione arriva via blog e via web tv. Sono quasi 800mila euro di donazioni ricevute da oltre 27mila cittadini. E circa 350mila euro per le spese dello Tsunami tour, iniziato il 14 gennaio e terminato il 22 febbraio. Beppe Grillo mantiene la promessa e mette online voce per voce, tutte le spese sostenute nel corso della campagna elettorale con il campereTsunami tour in giro per l'Italia. Una trasparenza richiesta anche nei giorni scorsi anche dal Corriere della Sera.

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LA POLEMICA CON RIOTTA - Grillo in diretta su La Cosa per ringraziare i donatori non perde occasione per far polemica «Abbiamo fatto una bella cosa in completa trasparenza. Aspettiamo che lo facciano ora anche i giornali e i partiti, le persone che dovrebbero dare il buon esempio». Poi si è rivolto al giornalista Gianni Riotta che sul tema lo aveva incalzato: «Ora aspetto una telefonata di Riotta», ha aggiunto. E, parlando con il conduttore, ha concluso: «Se ti chiama digli di rendicontarti i fondi del giornale in cui è andato a fare il direttore». Una proposta cui il giornalista replica su Twitter: «Beppe Grillo non sa che bilanci giornali sono pubblici al contrario suo blog ;) ditelo a #lacosa».

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DONAZIONI E SIGLE - Sul sito un elenco con le cifre delle singole donazioni, a fianco la sigla del benefattore. Colpisce che in molti casi nello stesso ci siano parecchie donazioni cui viene attribuita la medesima sigla. Quasi tutti i pagamenti sono stati effettuati con carta di credito. Pochissimi con bonifico. Gli importi non superano mai le cifre a due zeri, e non sono disponibili le voci di tutte le 27mila donazioni. Mancano inoltre le segnalazioni sulle donazioni dal 26 marzo 2013 a oggi (11 aprile 2013). Non è dato poi sapere se all'interno del prospetto ci siano i soldi raccolti con la vendita dei gadget durante le tappe dello Tsunami tour.

50 MILA EURO DI PUBBLICITA' SU GOOGLE - Queste nel dettaglio le spese: 5.005,20 euro per la progettazione grafica; 59.562,47 euro per i manifesti elettorali; 52.009,00 euro per il Palco a San Giovanni a Roma; 10.540,84 euro per lo streaming; 4.826,25 euro per videomaker; 140.749,23 per la consulenza legale/tributaria; 10.445,24 euro per gli spostamenti Tsunami; 1.510,08 euro per gli spot elettorali; 50.000,00 euro per Google Adsense; 3.603,00 euro per gli incontri degli eletti dopo le elezioni; 3.634,84 euro per Hardware-Parabola/connessione satellitare; 4.782,85 euro per camper; 1.669,80 euro per Brand Camper; 167,69 euro per spese bancarie. Tutto il resto va ai terremotati dell'Emilia Romagna: «Il MoVimento 5 Stelle - si legge sul sito di Grillo - ha finanziato la sua campagna elettorale con le micro donazioni volontarie di 27.943 cittadini. Grazie a loro il M5S ha raccolto 774.208,05 euro, ne sono stati spesi 348.506,49.»

Marta Serafini
@martaserafini11 aprile 2013 | 17:44

Morire per un sms: l'ultimo messaggino di un ragazzo che si è schiantato mentre era al volante

Corriere della sera

Alexander Heit scriveva mentre guidava, e la sua auto è finita in un dirupo: il cellulare con l'ultima frase si è salvato

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Certo, lo sa anche un bambino che scrivere un messaggino sul cellulare mentre si è alla guida è pericoloso, addirittura, a volte, può essere mortale. Guidare e scrivere è diventata una combinazione ancora più letale che guidare e parlare al telefono. La cattiva abitudine provoca, solo negli Stati Uniti, la morte di ben 11 adolescenti al giorno, secondo una recente indagine. Purtroppo le campagne di sensibilizzazione condotte finora sono servite a poco. Dagli Usa arriva però una foto che fa riflettere e che inquieta: l’sms interrotto spedito da un 22enne a un amico pochi secondi prima di schiantarsi in auto.

L'ULTIMO SMS - Pochi minuti di distrazione non valgono, è ovvio, la distruzione di giovani vite e di tutte le famiglie e gli affetti che intorno a loro gravitano. Tuttavia, la distrazione provocata dall'uso sconsiderato dello smartphone mentre si guida è alla base di moltissimi incidenti mortali, anche in Italia. Alexander Heit era un giovane studente universitario alla Northern Colorado. Un ragazzo come tanti, con lo smartphone sempre in mano per comunicare con gli amici. Niente grilli per la testa, appassionato di snowboard, escursionismo e con la patente immacolata. Il 3 aprile scorso il giovane era in macchina e stava andando in università a Greeley. Non guidava veloce, aveva però lo sguardo fisso sullo schermo dell'iPhone mentre messaggiava con un amico.

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MONITO - È bastata una breve distrazione, una frazione di secondo, e d’improvviso è finito sulla corsia opposta della carreggiata, ha perso il controllo della sua auto ed è piombato a tutta velocità in un dirupo. È morto in ospedale dopo una breve agonia. Ora i suoi genitori hanno voluto rendere pubbliche le ultime frasi spedite dal figlio prima dello schianto fatale. Si tratta di una conversazione banale, che però vuol’essere un monito perchè simili tragedie non capitino più. La foto della schermata è stata pubblicata mercoledì dal giornale The Greeley Tribune: «Mi piace, sei un amico. Ci vediamo presto, ti tw», è la frase, interrotta, scritta da Heit prima dell’incidente.



Elmar Burchia
11 aprile 2013 | 18:29

Le ombre della Silicon Valley Senzatetto e speculazioni immobiliari

Corriere della sera
di Marta Serafini


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In tutto il mondo per tanti giovani, la Silicon Valley è un miraggio nel deserto della crisi. Lì, a sud di San Fracisco, si trovano le sedi delle più importanti big companies del tech. Facebook, Google, LinkedIn. Lì, Steve Jobs ha costruito il suo impero partendo praticamente dal nulla. E lì, si trovano alcune delle più importanti università del pianeta, come Berkeley e Stanford. Lì c’è il sole della California.
Ma c’è una parte in ombra della Valley, di cui in queste ore si parla molto negli Stati Uniti, dopo un’inchiesta del giornalista Bill Moyers.
Senza tetto, tendopoli, disoccupati e persone che vivono in quattro in una stanza. La Silicon Valley non è il Bengodi. A confermarlo anche gli ultimi dati economici diffusi dall’Ap.

“La richiesta dei buoni pasto nella zona è schizzata alle stelle ed è la più alta degli ultimi dieci anni, i senzatetetto sono cresciuti del 20 per cento e lo stipendio medio degli ispanici è sceso a 19 mila dollari all’anno”.
Nell’inchiesta di Moyers, si parla anche di mercato immobiliare. Il prezzo delle case infatti oscilla paurosamente ed è strettamente legato mercato del lavoro. Una situazione che rende ancora più precaria la vita degli abitanti della Valley. Il tutto in un paese come gli States, dove i sussidi di disoccupazione sono bassissimi. Risultato, nascosti dietro alla highways le trafficate autostrade che la attraversano, vivono migliaia di persone senza tetto, in tende di fortuna.

Dalla bolla tech, è un attimo passare a quella immobiliare. Secondo altre fonti, però, in  California si starebbero registrando i primi segnali della fine della crisi economica: nella Silicon Valley ci sono 42mila nuovi posti di lavoro e il reddito medio pro capite è in crescita del 2,2 per cento.  Secondo il San Francisco Chronicle è in atto una crescita esponenziale dell’occupazione, tanto da far concludere che “per quest’area degli Stati Uniti la crisi è ormai alle spalle”.

Già, peccato che chi è rimasto senza lavoro allo scoppio della bolla precedente, nel frattempo ha perso la casa, è diventato un senzatetto e non è riuscito a riprendersi.
Nel 2009 andarono in fumo 90mila posti di lavoro. E gli effetti di quella crisi si vedono ancora oggi.

Una lettera anonima e una ciocca di capelli Nuove tracce sul giallo di Emanuela Orlandi

Corriere della sera

Lo strano testo, mostrato a Chi l’ha visto?. Alcuni indizi ritornano: ecco una lettura comparata con le indagini di 30 anni fa


ROMA - Il giallo di Emanuela Orlandi ancora in primo piano: dopo il ritrovamento di un flauto, che è ora all’esame della polizia scientifica per individuare eventuali tracce di saliva da confrontare con il dna della ragazza scomparsa, spunta una lettera anonima contenente messaggi in codice, una ciocca di capelli, un fiore colorato di merletto, terriccio, stoffa scura e un negativo fotografico che riproduce un teschio.

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MESSAGGIO IN CODICE – La novità della missiva, mostrata ieri sera durante la trasmissione Chi l’ha visto?, imporrà ulteriori accertamenti da parte della Procura. Quel che appare certo è che oggi, a quasi trent’anni dal sequestro della quindicenne figlia di un messo pontificio - Emanuela non tornò a casa la sera del 22 giugno 1983 dopo essere stata a lezione di flauto -. i nuovi indizi e messaggi in codice si collegano a quelli disseminati dai sequestratori all’epoca dei fatti. Il testo della lettera, che è arrivata a casa di una delle compagne di musica di Emanuela, è apparentemente sconclusionato, ma ad una più attenta lettura alcuni passaggi risultano chiari.

«LE DUE BELLE MORE» – Il foglio scritto a mano, con caratteri svolazzanti, contiene il seguente testo: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Poi appaiono altre scritte: «Via Frattina 103», «Fiume 4», «Musico 26 ottobre 1808 – 5/3/1913 – 2013». Le due «belle more» di cui parla l’anonimo potrebbero essere Emanuela e Mirella Gregori, l’altra quindicenne scomparsa nell’83, un mese prima, il cui caso presenta molti punti di connessione con quello della Orlandi. Innanzitutto, il riferimento al martirio della giovanissima Agnese fatta rinchiudere dal prefetto di Roma in un postribolo e poi esposta nuda al circo Agonale (piazza Navona), dove i capelli biondi le crebbero al punto di coprirla tutta, sembra rimandare alla pista a sfondo sessuale di cui si è spesso parlato per spiegare la scomparsa di entrambe le ragazze.

VIA FRATTINA – Ma ci sono anche due elementi in più che, messi in relazione agli indizi emersi subito dopo il sequestro, fanno ipotizzare che l’autore dell’ultimo messaggio sia una persona ben informata. La dicitura «Frattina 103» è collegabile infatti a una delle rivendicazioni del cosiddetto Fronte Turkesh, che il 22 novembre 1984 (quindi un anno e mezzo dopo il sequestro) nel fornire alla famiglia Orlandi una decina di particolari su Emanuela inserì anche, incomprensibilmente, una parola e un numero: «Frattina 1982». Il padre pensò che ci si volesse riferire al fatto che Emanuela era stata da un dentista, proprio in quella strada del centro di Roma, l’anno precedente. Ma oggi, forse, il nuovo numero (103) rappresenta una specificazione in più.

IL COMPOSITORE - Infine, ecco l’indizio più consistente. Il 4 settembre 1983 in un cestino di via Porta Angelica (di fronte a casa Orlandi) fu fatto ritrovare uno spartito di esercizi per flauto del compositore piemontese Luigi Hugues, che Emanuela aveva con sé quando sparì: sulla copertina erano annotati anche i nomi e gli indirizzi di tre sue amiche, nonché la frase «casa mia», con relativo numero di telefono, come se i sequestratori avessero chiesto alla ragazza di scriverlo. Ebbene, il «musico» Hugues, nato a Casal Monferrato nel 1836, morì proprio il 5 marzo 1913, che è la data riportata nella missiva mostrata mercoledì. L’anonimo con questo riferimento preciso ha inteso «accreditarsi» come qualcuno che sa molto? Probabile. Di certo, conosce bene i passaggi della vicenda. E, pochi giorni dopo il ritrovamento di un flauto che potrebbe essere appartenuto a Emanuela, la sua lettera con la ciocca di capelli e il negativo fotografico di un teschio getta sul giallo Orlandi ulteriori ombre inquietanti.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it11 aprile 2013 | 11:37

Il mestiere del mendicante per pagare l'affitto Erica, 36 anni, "meglio così che alla Caritas"

La Stampa

La ragazza, italiana, racconta la sua scelta arrivata una mattina dopo una serie di porte chiuse. "All'inizio mi vergognavo. Ora lo sanno anche i miei genitori"

annalisa ausilio (reporter nuovo)


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"Sono italiana". Lo ha scritto con grafia chiara e a caratteri cubitali sul pezzo di cartone che ha davanti a sé. Per chiedere aiuto bastano poche parole: "Per favore. Devo pagare l'affitto". Un cartello grande come un foglio di quaderno, lei, accovacciata su una siedolina pieghevole, aspetta pazientemente la bontà dei passanti. Eccola la crisi che ti butta in mezzo a una  strada, che ammazza le prospettive, che stravolge schemi e abitudini, che alla fine "ti porta a chiedere l'elemosina, perché è l'unico modo per andare avanti". Nella centralissima via Merulana, a due passi da Monti, il quartiere della vita notturna romana, Erika, 36 anni, fa tintinnare ritmicamente le monetine che ha nel piattino.

A vederlo da questa prospettiva, il frenetico via vai del cuore della capitale sembra una dimensione di cui non fai più parte, eppure è lì che ti travolge. Spettatrice silenziosa di una sfilata senza fine. Tutto il giorno migliaia di passi, di facce, di odori, di sguardi. Non parla ai passanti, si limita a sorridere educatamente quando qualcuno tira fuori una monetina dalla tasca. "La gente è gentile con me, mi aiuta" dice ringraziando anche la bontà di un Dio. "Forse colpisce il fatto che sono italiana, ma non saprei dirlo con precisione.  In realtà - ammette - non me lo sono mai chiesto". La sua mente è occupata da problemi più urgenti, di sopravvivenza: pagare l'affitto, le bollette e fare la spesa. Bisogni quotidiani che cerca di soddisfare con la carità dei passanti.

"Assistevo un anziano malato che a luglio è venuto a mancare e quindi ho perso il lavoro". L'ennesima occupazione precaria in anni di vita romana, dopo che ha lasciato la Calabria dove vivono i suoi genitori. "Tornare a casa è fuori discussione", taglia corto, ha deciso di rimanere a Roma "sempre e comunque". Dopo mesi alla ricerca inconcludente di un lavoro che ha divorato i pochi risparmi, ha giocato l'ultima carta. "Una mattina ero in centro, il morale a terra dopo centinaia di porte in faccia e colloqui a vuoto. Allora mi sono seduta sul marciapiede e ho teso il braccio verso la bontà di sconosciuti". Lo racconta quasi come un gesto spontaneo. "Quale altra alternativa avevo? - si chiede.

Meglio questo che finire nei centri di accoglienza o fare la fila alla Caritas". Il giorno dopo è tornata in centro, ha scritto la sua disperazione su un pezzo di cartone e ha iniziato ad aspettare su una sediolina. Dopo mesi di questa vita, "mi sveglio la mattina presto e passo otto ore per strada, come un lavoro", ha rotto con famiglia e amici il tabù del mendicare. "All'inizio lo sapeva solo la mia migliore amica, temevo che potesse passare qualcuno che conoscevo, mi vergognavo". Ma dopo qualche mese ha deciso di non nascondersi più.

"I miei genitori ormai l'hanno accettato. Al momento non c'è altra soluzione per pagare l'affitto", ripete come un mantra. Trecento euro per una stanza in un appartamento alla Garbatella, quartiere popolare di Roma sud, che condivide con una coetanea. Poi ci sono le bollette e la spesa "perché alla mensa della Caritas non ci vado". Ogni sera torna a casa con qualche decina di euro in tasca "ma nel week-end - confida - posso arrivare anche a sfiorare i 100 euro". Ogni spicciolo è prezioso, mentre parla getta continuamente lo sguardo sul piattino che tiene in mano, come se contasse compulsivamente le monetine che contiene. Il freddo punge, entra nelle ossa dopo tante ore di immobilità. Erika si stringe nel suo cappotto nero di lino e guarda l'orologio. Sono le diciannove, "fra mezz'ora prendo la metro e vado a casa". La giornata è finita. Domani si ricomincia.

Password inviolabili: in futuro basterà pensarle

La Stampa

Un team della UC Berkley School of Information ha messo a punto un sistema che le «legge» nella mente

roma


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In futuro invece di digitare una password sarà sufficiente pensarla: sembra fantascienza ma è il risultato di una sperimentazione della UC Berkley School of Information .
In pratica, è stato usato una specie di caschetto con funzioni di elettroencefalogramma non invasive, molto simile alle cuffie che si usano per ascoltare musica, connesso a un computer tramite Bluetooth. Nei test è stato in grado di identificare la password pensata dagli utenti con un livello di errore inferiore all’1%.

L’esperimento rientra nel campo dell’autenticazione biometrica che comprende anche la lettura della retina, delle impronte digitali o della voce che sta aprendo sempre più la strada alla cosiddetta tecnologia indossabile di cui i Google Glass , gli occhiali a realtà aumentata ideati da Mountain View sono l’esempio più recente, così come l’applicazione ai videogiochi. Esperimenti che in futuro potrebbero anche aumentare la sicurezza informatica, visto che le attuali password alfanumeriche possono essere facilmente violate. 

(Ansa) 

Ingroia non può andare in Sicilia” Il Csm gli nega l’autorizzazione

La Stampa

Il governatore Crocetta gli aveva offerto di presiedere la società che riscuote le tasse per la Regione. La replica: «Nessun commento, non conoscono le motivazioni»


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L’ex pm di Palermo Antonio Ingroia sembra destinato a prendere la via del tribunale di Aosta se vuole continuare a fare il magistrato. Il plenum del Csm non si è ancora pronunciato - la decisione, attesa pòer questa sera, è slittata a domani - ma ci ha pensato la terza commissione a spegnere le speranze dell’ex titolare dell’inchiesta Stato-mafia di una soluzione diversa da quella di traslocare dall’altra parte della Penisola. La Commissione gli ha negato il via libera per andare a ricoprire l’incarico di presidente di Riscossione Sicilia Spa (la società che riscuote le imposte per la Regione siciliana) che gli ha offerto il governatore Rosario Crocetta. «A questo punto la scelta spetta a Ingroia - ha detto Crocetta - noi gli abbiamo fatto la proposta con onestà e sincerità pensando che possa svolgere un grande ruolo alla guida di Riscossione Spa».

Per quanto Ingroia abbia detto in tutte le salse che non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Aosta, la strada sembra segnata: deve farlo, se non vuole rinunciare alla toga. E se effettivamente lui lo farà, dovrà mettere in un cantuccio, almeno per ora , l’attività politica che è incompatibile con lo status di magistrato in servizio; così come, per almeno tre anni, non potrà ricoprire nessun incarico fuori ruolo, come quello che gli aveva affidato l’Onu in Guatemala, prima che si candidasse, senza successo, alle elezioni politiche di febbraio.

La doccia fredda per Ingroia è arrivata nel pomeriggio: non c’è nessun interesse dell’amministrazione della giustizia, hanno decretato i sei componenti della Terza Commissione, al fatto che un magistrato vada a ricoprire il ruolo di responsabile della riscossione delle tasse in Sicilia; e dunque manca il requisito indispensabile per il via libera. Una decisione inevitabile, tenuto conto che in tutti i casi analoghi precedenti di cui si era occupato il Csm (l’ultimo dei quali risalente ad appena tre mesi fa riguardava il giudice Maria Cristina Motta che aveva chiesto l’autorizzazione ad assumere l’incarico di direttore amministrativo della Asl di Verona) la risposta era stata sempre un secco «no».

A questo punto la decisione del plenum sembra scontata, salvo colpi di scena: Ingroia deve rientrare in servizio ad Aosta, una scelta obbligata dal fatto che si tratta dell’unica circoscrizione elettorale nella quale l’ex pm non si è candidato alle recenti politiche come capolista di Rivoluzione civile e che per questo non ha alternativa: a imporla è la legge che prevede che i magistrati candidati e non eletti «non possono esercitare per un periodo di cinque anni le loro funzioni nella circoscrizione nel cui ambito si sono svolte le elezioni’ ». È molto probabile, in base alle norme, la destinazione di Ingroia al tribunale - in sovrannumero (l’ufficio è già a pieno organico con 7 giudici) - piuttosto che alla procura di Aosta, dove però c’è un posto libero. L’ultima parola la dirà domani il plenum. 

Pasionaria morì cattolica

La Stampa

Dolores Ibarruri, la “Pasionaria” comunista della guerra civile spagnola, presidentessa del Partito Comunista Spagnolo, negli ultimi anni della sua vita si confessò, ricevette la comunione e morì cattolica. Così scrive Intereconomia rilanciando un'intervista di padre Lamet.

marco tosatti


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Dolores Ibarruri, la “Pasionaria” comunista della guerra civile spagnola, presidentessa del Partito Comunista Spagnolo, negli ultimi anni della sua vita si confessò, ricevette la comunione e morì cattolica. Questo emerge da un libro scritto da padre Pedro Miguel Lamet, “Azul y Rojo” la biografia di un sacerdote gesuita, José Maria Llanos, (1906-1992) noto in Spagna come “il curato del Pozo del Tìo Raimundo”, e che dopo essere stato un mito per la Spagna franchista divenne un personaggio di rilievo dell’altra Spagna, fino a essere chiamato “el cura rojo”, il prete rosso.

Padre Lamet ha potuto per il suo libro di 730 pagine e dotato di un apparato critico di note ragguardevole avvalersi dell’archivio segreto di padre Llanos. Dolores Ibarruri negli ultimi anni della sua esistenza cantava inni religiosi insieme a padre Llanos e gli partecipava la sua fede in Dio in lettere pie. Lamet racconta a “Periodista Digital”

“Llanos visitava ogni due settimane Dolores Ibarruri. Arrivarono a essere molto amici, e a cantare insieme inni religiosi della loro epoca, come ‘Cantiamo all’amore degli amori’. Il gesuita non rivelò mai nulla sulla conversione della Pasionaria che nella sua gioventù era stata cattolic,a e poi si era sposata con un ateo e divenne comunista e atea. Ho trovato documenti che dimostrano che questa donna alla fine della sua vita tornò alla fede, anche se sarebbe stato molto forte rendere pubblico che il simbolo per antonomasia del comunismo della Guerra Civile morì cattolica, perché questo episodio doveva restare nel foro interno del sacerdote amico….Llanos la confessò e le diede la comunione”.

Francia, il rabbino apprezzato da Ratzinger: “I miei libri? Ho copiato”

La Stampa

L’intellettuale ebreo, rabbino capo di Parigi, Gilles Bernheim, ammette il plagio. E non ha mai ottenuto il dottorato in filosofia

giorgio Bernardelli
Milano


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È bufera in Francia sul rabbino capo di Parigi Gilles Bernheim, 60 anni, l'intellettuale ebreo che solo qualche mese fa Benedetto XVI aveva citato per il saggio «Quello che spesso si dimentica di dire», dedicato ai temi dei matrimoni gay, dell'omoparentalità e delle adozioni per le coppie omosessuali. Bernheim ha dovuto infatti in queste ore riconoscere che erano fondate le accuse di plagio nei suoi confronti per aver copiato da altri autori interi paragrafi pubblicati nei suoi libri. Non solo: è venuta alla luce anche un'altra circostanza non proprio edificante.

Alla verifica dei fatti si è scoperto che il dottorato in filosofia che compare in tutti i suoi curriculum è in realtà inesistente: Bernheim non risulta mai essere stato iscritto in nessuna prova d'esame per il conferimento di questo titolo accademico in Francia. L'accusa di plagio è partita da un blogger che ha scoperto che nel suo libro del 2011 Quaranta meditazione ebraiche figuravano interi passaggi ripresi testualmente e senza citazione da un libro-intervista del filosofo Jean-François Lyotard.

Dopo aver in un primo momento negato, Bernheim si è poi giustificato dicendo che - per mancanza di tempo - aveva affidato «solo questa volta» il compito di stendere il libro a un suo collaboratore. Il problema è che pare non sia stato affatto un episodio isolato: con il passare dei giorni è emerso che persino alcune parti del saggio sul tema dei matrimoni gay sarebbero state copiate da scritti di autori cattolici, tra cui un libro di padre Joseph-Marie Verlinde. A peggiorare ulteriormente la situazione è arrivata infine la notizia del dottorato in filosofia inesistente, come confermato dallo stesso ministero dell'Istruzione.

Nativo della Savoia, alla guida della più importante comunità ebraica europea dal 1 gennaio 2009, nominato Cavaliere della Legion d'Onore da Nikolas Sarkozy, Gilles Bernheim era stato scoperto da molti nel mondo cattolico quando Ratzinger - nel discorso rivolto alla Curia Romana il 21 dicembre scorso - aveva citato estesamente il suo saggio, definito da Benedetto XVI «un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante» sui problemi antropologici che pone l'ideologia del gender.
Adesso all'interno della comunità ebraica francese Bernheim deve fare i conti con forti pressioni affinché lasci il suo incarico.

Almeno per il momento, però, non sembra intenzionato a farlo, come ha spiegato lui stesso in un'intervista a Radio Shalom, l'emittente ebraica francese. «Dimettermi per una questione personale sarebbe una diserzione - ha dichiarato -. Nella mia vita privata come nella vita pubblica sono sempre stato un uomo che si è assunto le sue responsabilità. Ho delle colpe: la storia del dottorato, i plagi nei libri, sono fatti importanti e gravi. Ma non ho commesso nessuna colpa nello svolgimento delle mie funzioni di rabbino. E questo - spero - aiuterà a ristabilire la fiducia nei miei confronti».

Il metodo Montessori, successo globale che la scuola italiana ha dimenticato

Corriere della sera

La scienziata italiana più famosa negli Usa che nel Belpaese

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Il suo metodo ha prodotto uomini di genio, innovatori, premi Nobel: dai fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page, a Bill Gates, da Garcia Marquez al Will Wright di Sim City, dal fondatore di Amazon, Jeff Bezos, al padre di Wikipedia, Jimmy Walls. Ma in Italia, la sua patria, Maria Montessori ha meno fan che nel resto del mondo e le sue scuole - a più di cento anni dalla nascita - sono ancora un fenomeno di nicchia. Per molti è stata solo il volto delle vecchie banconote da mille lire. Eppure quella donna straordinaria, grande scienziata vissuta all'inizio del Novecento, ha lasciato al mondo un insegnamento che ha rivoluzionato la pedagogia. Il suo modo di fare scuola pone al centro il bambino: dotato di una creatività che nell'adulto non ha più traccia, persa per strada, compressa. Libertà come fonte di creatività e insieme di disciplina. Rispetto dell'individualità come condizione per uno sviluppo armonico della socialità.


SENZA TEMPO - Idee senza tempo, che hanno dimostrato di funzionare in tutto il mondo e che hanno recentemente ricevuto il plauso della rivista Science. «Se strettamente osservato - hanno dimostrato due ricercatrici americane - il metodo della Montessori permette ai ragazzi di raggiungere livelli più alti, in termini di capacità di apprendimento e comportamentali, rispetto alle scuole tradizionali. Imparano più in fretta e meglio a parlare, leggere, scrivere e fare calcoli. E il rapporto con gli altri è più costruttivo.

OSSERVAZIONE - «Un metodo ancora validissimo - conferma Susanna Mantovani professore di Pedagogia all'università Bicocca e madre di due figli cresciuti in scuole Montessori -. Soprattutto per l'approccio educativo: l'osservazione attenta dei bambini, accompagnarli all'autonomia e all'autoregolazione», elenca. «E la superiorità dell'apprendimento attraverso la partecipazione guidata è oggi sostenuta anche dagli antropologi cognitivi», dice. In Inghilterra la «libertà pedagogica» teorizzata dalla scienziata italiana è stata recentemente applicata in funzione anti bullismo: il risultato, in una scuola statale di Manchester, nel quartiere più a rischio della città, è stato, in pochi anni, un aumento della frequenza, del profitto (+20%) e soprattutto della competenza sociale.

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FALLA EDUCATIVA - Vitalissimo nel mondo (22mila scuole attive, di ogni grado, di cui 5mila negli Usa, 1200 in Germania, 370 in Irlanda, 220 in Olanda, 200 in India, 150 in Giappone, che salgono a 66.500 se si allarga la ricerca alle scuole «a indirizzo montessoriano»), il metodo conta, nella Penisola, solo 150 scuole e quasi solo materne ed elementari. Una «falla educativa» - la definisce Antonio Polito nel suo libro «Contro i papà», che è anche un atto d'accusa contro il fatto che, proprio in Italia, dove è stato testato il metodo le scuole montessoriane siano poche e sconosciute. Nel processo collettivo di deresponsabilizzazione in atto, tra figli «bamboccioni» (la percentuale di giovani che coabitano coi genitori è raddoppiata dal 1970 al 2000: paura di imparare a nuotare da soli nel mare della vita?) e genitori che hanno abdicato al loro compito, trasformandosi in sindacalisti della prole, pare dire Polito, ci potrebbe salvare la filosofia montessoriana, che mira a sviluppare nel bambino il senso di responsabilità individuale; e ci spiega che l'unica forma di realizzazione è l'auto-realizzazione.

ANTI BULLI - E invece le intuizioni della Montessori sono state emarginate da critiche volte più a denigrarle che ad aggiornarle. La diffusione è stata frenata da ragioni ideologiche (le si è contestata per esempio la convinzione che il bambino nasce buono e che solo la società può corromperlo; ma anche la rigidità del materiale didattico precostituito) e storiche (quando i principi di libertà su cui si fondano entrano in collisione con l'autoritarismo fascista), oltre a diatribe interne al movimento culturale.

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CRESCITA - Qualcosa sta cambiando: «C'è un certo fermento negli ultimi anni nelle università e tra chi si occupa di formazione: si moltiplicano i corsi, per insegnanti e anche per genitori - conferma Benedetto Scoppola, presidente dell'Opera Nazionale Montessori, che ha il compito di preservare e trasmettere il pensiero della studiosa -. Si inizia a capire che una scuola che educhi attraverso l'interesse, che spinga a scoprire per conto proprio, che valorizzi l'iniziativa personale, sarebbe migliore di quella che abbiamo». «E grazie alle neuroscienze - dice ancora Scoppola - riusciamo a capire meglio l'importanza dei contributi di questo approccio. Un fisiologo francese, per esempio, ha da poco spiegato la validità dei materiali usati dalla Montessori per la lettura e per l'uso dei numeri nella costruzione di connessioni tra neuroni che per i più piccoli sarebbero difficili».

MERITO - L'educazione è «il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e, al suo interno, dei nostri ragazzi», ricorda Polito. Che per uscire dal catastrofismo chiede ai padri di scommettere sul merito. E sulla cultura, sull'istruzione. Mentre l'Italia - dice lo scrittore - è il Paese europeo in cui le famiglie utilizzano la maggior parte dei loro risparmi per comperare una casa; meno, molto meno per l'università e la formazione dei figli. Un comportamento identico a quello di uno Stato che continua a tagliare fondi al sistema educativo. «Uno dei più iniqui delitti dell'umanità», secondo la Montessori. Che scriveva: «Quando una società scialacquatrice ha necessità di denaro, lo sottrae anche alle scuole: il più assurdo dei suoi errori».


Antonella De Gregorio
25 marzo 2013 (modifica il 10 aprile 2013)

La legge può aiutare a prevenire i fallimenti?

Corriere della sera

Perché l'Italia non adotta delle misure d'allerta analoghe a quelle francesi per prevenire le procedure fallimentari?

Giovanna Boursier


Siccome nessuno vuol fare il tacchino prima del Natale, in genere quando le aziende in crisi arrivano in tribunale sono ormai decotte. Si aspetta fino all’ultimo nell’estremo tentativo di salvare il bilancio. Per un po' non si pagano i contributi e l'erario, e solo quando ormai è troppo tardi si dichiara l’insolvenza. Per questo alla fine per i creditori (in particolare i cosiddetti chirografari, cioè i fornitori) restano sempre solo briciole, dato che ormai il passivo è troppo alto.

In Francia invece esistono le cosiddette misure d’allerta: basta non pagare i contributi e i revisori dei conti devono avvisare il tribunale del Commercio. Che iscrive l’impresa nel registro del commercio e dopo 3 iscrizioni partono le verifiche. Sostanzialmente i giudici convocano i vertici aziendali e cercano di concordare con loro le procedure preventive, che non sono pubbliche ma riservate e amichevoli e servono per cercare di evitare che l’azienda arrivi al tracollo e debba entrare nelle procedure fallimentari con conseguenze molto più gravi. Per esempio se ci sono problemi con le banche, il Tribunale del Commercio può aiutare l’azienda a transigere certi debiti, e lo stesso con fornitori e fisco.

A settembre anche il nostro governo ha varato alcune modifiche alla legge fallimentare permettendo, per esempio, il concordato in continuità aziendale: vuol dire che l’azienda in crisi può concordare un piano di risanamento da presentare al tribunale anche in continuità aziendale, e prima che sia troppo tardi, senza dover ricorrere all’amministrazione straordinaria e al commissario.
La differenza sostanziale è che mentre in Francia è il tribunale a prendere l'iniziativa, spesso su sollecitazione dei revisori dei conti, da noi continua ad essere l'imprenditore o il creditore a doversi rivolgere al tribunale.
Considerato che lo Stato e il fisco sono grandi creditori delle procedure di insolvenza dovrebbero essere i primi interessati ad arrivarci con situazioni non ancora irrimediabili.

MULTIMEDIA

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Giovanna Boursier
giovanna.boursier@reportime.it
11 aprile 2013 | 8:43

La Tulliani vince la battaglia con Gaucci: si tiene casa, quadri e gioielli

Il Messaggero

di Sara Menafra


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ROMA - Elisabetta Tulliani vince la battaglia con Luciano Gaucci. Potrà tenersi tutti i beni, a cominciare dalla casa, dai quadri di valore (Gaucci le contestava di aver tenuto per sé persino un Guttuso) e dai gioielli, fino alle quote nelle società di calcio. A darle ragione è stato ieri il tribunale civile di Roma che ha anche condannato l’ex patron del Perugia Calcio a risarcire la famiglia Tulliani con diecimila euro e spicci per le spese legali. Quasi tre anni fa, quando Elisabetta Tulliani era diventata la compagna dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, il Luciano Gaucci aveva fatto causa a lei, alla madre, al padre e al fratello, sostenendo falsamente che questi si fossero fatti intestare fiduciariamente i beni suoi beni quando tra loro c’era una relazione, cioè nel 1998. E che dopo, sosteneva nella citazione civile, non volessero più restituirli.

GLI APPARTAMENTI

Gaucci aveva fatto anche un elenco: un appartamento in via Sardegna, a Roma, composto da un attico al sesto piano; un terreno in località Colle Pantoni, sulla Prenestina, con annessi alcuni fabbricati; un terreno destinato a uliveto a Casaprota, vicino Rieti, di 2,5 ettari; un gruppo di immobili a Roma in zona Valcannuta formato da cinque appartamenti. E poi due Porsche, una Mercedes, un'Audi, una Mini Morris, dipinti di autori famosi «tra cui uno di Guttuso, un altro di De Chirico e un terzo firmato da Campigli». Gioielli vari e le quote della Viterbese calcio. Il giudice civile Giovanni De Petra, che ha dato invece ragione alla famiglia Tulliani, ha persino sottolineato nella sentenza che «l’attore (Gaucci ndr) non ha depositato alcun documento, producendo la sola copia di raccomandata inviata dal di lui legale ai convenuti, né svolto attività istruttoria a sostegno del proprio assunto».

LA LOTTERIA

Elisabetta Tulliani è riuscita anche a dimostrare che proprio nel 1998, a maggio, vinse all’Enalotto due milioni di euro. E la prova sta nella schedina consegnata per l’incasso presso un’agenzia del Monte Paschi. Una volta ricevuti i soldi fu lei a fare un bonifico a Gaucci «con l’espresso incarico di provvedere a gestirlo in proficui investimenti nel di lei interesse». E grazie a quegli investimenti sarebbero stati acquistati gli immobili «come da atti notarili e relativi assegni che si producevano». Al processo ha partecipato anche Equitalia Gerit sostenendo che se i soldi fossero stati restituiti a Luciano Gaucci, circa 133mila euro di quel denaro dovevano poi tornare alla società di riscossione tasse, visto che lo stesso imprenditore aveva sostenuto nella causa che quelle intestazioni erano «diretti ad eludere le ragioni dei suoi creditori», tra i quali il fisco.
Soddisfatti gli avvocati di Elisabetta Tulliani: «Dopo il clamore mediatico seguito a questa causa civile - spiega l’avvocato Carlo Guglielmo Izzo che assisteva l’intera famiglia Tulliani - finalmente possiamo dire il classico “giustizia è fatta”».


Giovedì 11 Aprile 2013 - 09:52
Ultimo aggiornamento: 09:52

Le donne del Muro del Pianto «Fateci pregare come gli uomini»

Corriere della sera

Chiedono di indossare lo scialle rituale, arrestate. Il dibattito rilanciato su Twitter. Netanyahu sollecita un compromesso
Davide Frattini


GERUSALEMME - Ci è voluto il tweet di Sarah Silverman per dare popolarità globale a una battaglia che va avanti da ventiquattro anni e per far capire a Benjamin Netanyahu che era tempo di trovare un compromesso. A metà febbraio la comica americana ha condiviso in 140 caratteri con i suoi 4 milioni di lettori l'orgoglio familiare per l'arresto della sorella Susan e della nipote Hallel. Tutt'e due colpevoli - secondo i rabbini ultraortodossi e pure la Corte Suprema israeliana, sentenza del 2003 - di voler pregare al Muro del Pianto come fanno gli uomini e come alle donne è proibito.

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 Il primo ministro ha allora incaricato Natan Sharansky, eroe della dissidenza sovietica, di trovare una soluzione per queste dissidenti religiose. Che chiedono di presentarsi davanti alle pietre più sacre per l'ebraismo con indosso i tallit (lo scialle da preghiera), i tefillin (scatolette di cuoio legate con le cinghie, contengono versetti sacri) e di poter recitare la Torah ad alta voce ( t'fila in ebraico vuol dire preghiera). Sono le quattro «T» simbolo della protesta che i rabbini haredim leggono come una sola parola: tradimento dell'ortodossia.
Da quando Anat Hoffman ha fondato il movimento nel 1988, il primo di ogni mese secondo il calendario ebraico si ritrovano a Gerusalemme e l'appuntamento è fissato anche per stamattina. Arrivano al Muro del Pianto, entrano nell'area destinata alle donne - non mettono in discussione la separazione - ma si comportano come gli uomini.

Gli agenti di solito intervengono per arrestarle e Yossi Parienti (il capo della polizia nella città) ha già annunciato che oggi la manifestazione verrà impedita: «Quando cominciano a pregare indossando gli scialli, sfidano le decisioni dei giudici». Sharansky propone di allargare la zona per i riti, di aprire all'ingresso gratuito la parte di scavi archeologici vicino all'arco di Robinson. La soluzione è sostenuta da Shmuel Rabinowitz, il rabbino incaricato di vegliare sul Muro Occidentale e gli altri luoghi sacri, ed è stata accettata con perplessità dalle leader del gruppo. «Sharansky promette che i lavori termineranno in un anno e mezzo - commenta Hoffman al quotidiano Haaretz -. Il rischio è che ne passino dieci per l'opposizione degli archeologi, dei giordani, dei musulmani. Stiamo parlando di intervenire nel sito religioso più delicato e spinoso al mondo. Verremo arrestate fino ad allora?». Il progetto prevede di toccare il ponte dei Mugrabi che porta alla Spianata delle Moschee. «Quando nel 2004 gli israeliani volevano ripararlo perché rischiava di crollare per la neve, gli islamici hanno protestato ovunque».

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Netanyahu vuole risolvere la disputa anche perché ha generato una frattura con gli ebrei americani. Le Donne del Muro ricevono l'appoggio dei movimenti riformisti e conservativi, le congregazioni sono molto diffuse negli Stati Uniti ed esasperano gli ultraortodossi con decisioni come quella di permettere alle donne di venir ordinate rabbino. Tra loro la sorella di Sarah Silverman, che vive a Gerusalemme e che ha spiegato ad Haaretz le ragioni delle femministe: «Da un punto di vista teologico mi oppongo al monopolio ultraortodosso sull'ebraismo. Per convinzioni democratiche sono contraria all'idea che un gruppo di cittadini spadroneggi sugli altri».

Anche chi ha conquistato quelle pietre antiche adesso vuole espugnarle agli ultraortodossi. Yitzhak Yifat è il soldato più popolare della storia di Israele per la foto scattata da David Rubinger che lo ritrae a occhi in su davanti al Muro: è il 1967, la parte est di Gerusalemme è appena stata presa ai giordani durante la guerra dei Sei giorni. «Non abbiamo combattuto perché il Muro diventasse proprietà esclusiva di pochi».

11 aprile 2013 | 8:51

Stessi progetti e nomi diversi Pisapia «copia», ecco le prove

Michelangelo Bonessa - Gio, 11/04/2013 - 07:12

Cambiano i nomi, ma la sostanza non molto. Le iniziative intraprese dalla giunta Pisapia sembrano in più di un caso repliche di quelle già viste in passato.
 

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Il primo e più evidente esempio è l'Ecopass che, dopo una mano di arancione è stato presentato sotto il nome di Area C. Fatte salve alcune differenze, come le tariffe, l'innovazione era il primo passaggio targato Moratti. Un altro è il bando «Adotta il verde pubblico» promosso dall'assessore Pierfrancesco Maranper assegnare ai privati la cura degli spazi verdi pubblici: sembra una riproposizione del progetto «Costruisci il verde con noi» già visto negli anni passati. In tema ambientale ci sono anche le «domeniche a piedi» che sono diventate «domenicheaspasso», all'onore delle recenti cronache per le critiche del conduttore televisivo Fabio Fazio.

Allo stesso modo l'assessorato al Benessere guidato da Chiara Bisconti, ideatrice forse non a caso dell'iniziativa «copia e incolla», ha sponsorizzato «Scopri Milano, vinci la spesa»: una caccia al tesoro che riproponeva, fatto confermato anche dagli organizzatori, la formula di quella portata avanti per anni da Atm. E continuiamo: il progetto «Vieni! Ci vediamo in biblioteca», una sperimentazione che coinvolge le biblioteche rionali avviata nel 2010, viene riproposto come «Ci vediamo tutti in biblioteca». Oppure la «Prima festa dell'educazione stradale» propagandata da Marco Granelli, assessore alla Sicurezza: riproponeva in sostanza un incontro con «Ghisalandia», iniziativa che la Polizia locale porta avanti da anni, chiamandolo in altro modo.

E citiamo, sempre sul tema sicurezza, gli sgomberi di rom che sono diventati «allontanamenti» nei comunicati del Comune. Poi il sistema di wi-fi gratuito, inaugurato sotto la Moratti come «WiMi» e riproposto potenziato da Pisapia con il nome «OpenWifiMilano». Oppure il «contapassi» ribattezzato Geoschool. A volte non cambiano nemmeno il nome: la «Casa delle associazioni» inaugurata dall'ex assessore Lucia Castellano come primo esempio del genere pare proprio che non lo sia. Ha una «sorella» con la stessa denominazione presentata nel 2010. Sono cambiati quasi tutti i dirigenti, come a ogni cambio di governo succede in Rai, e hanno tolto i militari dalle strade, con i risultati che si sono visti. E la sensazione della mancanza di un cambiamento rivoluzionario si sta diffondendo anche tra le file dei sostenitori del sindaco: il primo è stato Alberto Biraghi, giornalista e autore di uno dei blog di riferimento.

Dopo aver fortemente sostenuto Pisapia in campagna elettorale ha cambiato il nome del blog in «la delusione» attaccando pesantemente sindaco e soprattutto alcuni assessori. Adesso anche Luca Beltrami Gadola se ne accorge: oltre ad aver partecipato alla stesura del programma del sindaco, ed essere stato messo nel consiglio di amministrazione di Aler in rappresentanza del Comune, dirige il settimanale online Arcipelagomilano su cui ha scritto un editoriale dal titolo «Burocrazia: da Moratti a Pisapia, al palo». Nel testo si chiede: «Che cosa è cambiato da allora? Penso nulla, o forse non ne ho notizia». Il vento gentile sembra dunque una debole brezza ai sostenitori del sindaco, che hanno anche visto la necessità di un rimpasto dopo appena due anni di mandato, o una rivoluzione del «copia e incolla».

Gli esploratori del sottosuolo alla scoperta dei tunnel segreti

Corriere della sera

Gli speleologi scrivono al Comune e alla Soprintendenza: «Una galleria tra la Besana e il Policlinico»


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Procedono in ginocchio, curvi, la torcia elettrica accesa sul caschetto rosso. Sono cacciatori di segreti. Speleologi, archeologici e scrittori: «Nel sottosuolo di Milano c'è un mondo nascosto frutto di attività economiche e sociali, di vita quotidiana e cultura che maestranze di cavatori, minatori e muratori hanno lasciato a testimonianza del proprio passaggio nel corso dei millenni». Passaggi sepolti. Misteri da illuminare. Il primo, il più affascinante, accomuna i sotterranei della Rotonda della Besana al corpo antico dell'ospedale Ca' Granda: «Siamo convinti che ci sia una galleria di collegamento, cripte, stanze sconosciute...». Al momento è solo un'ipotesi, poco più d'un sospetto: «Bisogna indagare». Gli specialisti del buio, Ippolito Edmondo Ferrario e Gianluca Padovan, hanno chiesto il permesso ieri al Comune e alla Soprintendenza: «È un'occasione - si legge nella lettera - per studiare la storia della città».

Prima di scendere sotto terra bisogna fare un passo indietro e rileggere le carte di Luca Beltrami, l'architetto che ricostruì il Castello Sforzesco tra fine Ottocento e primo Novecento: «La storia è come una guerra contro il tempo, contro l'oblio e i monumenti sono le fortezze di quella guerra, i capisaldi della memoria». È l'interpretazione del ruolo che guida oggi i passi di Padovan e Ferrario, 53 e 36 anni, fondatori, amici e compagni di cordata nel gruppo Scam, l'associazione «Speleologia cavità artificiali Milano». La disciplina: archeologia del sottosuolo. Lo scopo: fare ricerca, documentare le architetture ipogee dimenticate e rendere disponibile questo patrimonio di conoscenze. Dopo Milano sotterranea e misteriosa e Il segreto del Castello di Milano, Padovan e Ferrario sono stati messi sotto contratto da Newton Compton Editori per pubblicare un libro sulle radici architettoniche della città. Nasce da qui la richiesta all'assessore alla Cultura Filippo Del Corno: «Il Comune apra le porte per scendere nella Milano più inaccessibile».

2 Quattro gli obiettivi: il (presunto) camminamento tra la Besana e il Policlinico; il piano meno-uno di Palazzo Marino («Dov'era stato ricavato un bunker antiaereo»); il Rivellino della Cavallerizza al Castello Sforzesco («Quasi certamente è conservato l'accesso a un passaggio segreto); e la Cascina di Santa Maria di Baggio (ciò che resta del Cenobio del '400 e del monastero degli Olivetani, edificio-gioiello affrescato). Precisano Padovan e Ferrario: «Le nostre esplorazioni non prevedono alcun tipo di scavo o intervento invasivo, ci limitiamo all'esplorazione delle cavità sotterranee e al loro studio». Son stati loro, negli ultimi anni, a svelare le botole e le cripte di San Bernardino alle Ossa e della chiesa di San Marco. Prima di loro erano suggestive voci di quartiere e leggende cultural-popolari.


Armando Stella
11 aprile 2013 | 9:03

Il ragazzo che ha messo pace tra leoni e Masai

Corriere della sera

Richard Turere, 13 anni, ha inventato le «lion lights» alimentate a energia solare che spaventano i predatori

E pensare che, fino a poco tempo fa, i leoni li odiava: arrivavano nella notte, e facevano strage delle mucche di suo padre. Quelle stesse mucche che consentivano alla sua famiglia di sopravvivere. Ora, grazie al tredicenne Richard Turere e alle sue Lion Lights, le «luci dei leoni», una convivenza pacifica tra i pastori masai e gli animali del Parco nazionale di Nairobi sembra finalmente possibile. E grazie a un’invenzione creata con pezzi di scarto e materiale di riciclo, Richard può concentrarsi su un sogno fino a ieri irrealizzabile: diventare pilota e ingegnere aeronautico.

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IL BAMBINO E I PREDATORI – Richard è sempre stato un bambino intraprendente. Cresciuto a Kitengela, un villaggio ai margini del Parco nazionale che si apre a soli 7 chilometri dalla capitale keniota, a nove anni ha iniziato – come tutti i ragazzini masai – a prendersi cura della mandria del padre. Non ci è voluto molto perché si scontrasse con un problema condiviso da tutti i pastori della zona: in un parco privo di recinzioni, gli animali si muovono liberi. E una mucca, con il suo ruminare placido e la scarsa attitudine alla fuga, è preda ben più facile – soprattutto al buio - di una zebra o di una gazzella.

La guerra tra pastori e leoni è ormai senza quartiere: interi branchi di predatori sterminati, a volte ricorrendo alle «armi chimiche» – un cucchiaio di pesticida costa meno di un dollaro, ed è sufficiente ad uccidere un esemplare adulto. Il conflitto uomo-animale ha fatto sì che in Kenya il numero di leoni sia sceso dagli oltre quindicimila di un decennio fa, ai duemila scarsi di oggi. Richard le prova tutte: lampade a cherosene, spaventapasseri lungo il perimetro del recinto. «Ma i leoni sono molto astuti – racconta al Guardian -. Il primo giorno vengono, vedono lo spaventapasseri, e se ne vanno. Il secondo giorno tornano e dicono: questa roba non si muove, sta sempre lì. Così saltano dentro il recinto e uccidono gli animali».

L’INVENZIONE – Richard, però, ha una passione non comune tra i ragazzini della zona: l’elettronica. Dopo essersi divertito a smontare e rimontare tutti gli apparecchi disponibili in casa, si mette a raccattare materiali di scarto trovati tra i rifiuti, utilizzandoli per creare strumenti semplici, ma di uso quotidiano. Come i ventilatori che ha installato in casa, realizzati con pezzi di automobile. E così capita che una sera, dopo il crepuscolo, Richard va a controllare che gli animali siano al sicuro.

Ha in mano una torcia, un punto luminoso che ondeggia nella notte, seguendo il ritmo del suo passo. Man mano che il bambino avanza nella savana, i ruggiti si allontanano sempre di più. «Quella sera ho scoperto che i leoni hanno paura di una luce che si muove». Tornato a casa, Richard si mette al lavoro: recupera una batteria per automobili, alcuni interruttori, delle lampadine per torce, un pannello solare. Monta, smonta, riprova. L’idea è semplice: creare una serie di luci a intermittenza, alimentate a energia solare, che una volta fissate sul recinto diano l’illusione che qualcuno, torcia alla mano, stia pattugliando la zona.

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IL PASSAPAROLA - Dopo qualche tempo, i conservazionisti di WildlifeDirect si recano nel Parco per il consueto monitoraggio degli attacchi dei leoni alle fattorie. «Durante il nostro monitoraggio – racconta Paula Kahumbu – abbiamo notato che un’abitazione nei pressi del Parco sembrava essere totalmente immune agli attacchi. Era la casa dei Turere. Ci siamo recati sul posto, e abbiamo notato delle strane luci attaccate ai pali che circondano il recinto del bestiame. Quelle, ci ha spiegato Richard, erano le luci per spaventare i leoni». L’intuizione si era rivelata sensata, al punto che i vicini avevano iniziato a interpellare il ragazzino, chiedendogli di installare lo stesso sistema sui loro recinti. Grazie all’interesse di WildlifeDirect, Richard viene invitato a Nairobi, per il TED Talent Search. Da lì, a febbraio scorso, il giovane masai si imbarca su un aereo che lo porta a Longbeach, in California, dove interviene sul palco principale del TED. Il pubblico gli tributa una standing ovation.

IL FUTURO – I media di tutto il mondo, dalla CNN al sito del National Geographic, si appassionano alla storia di Richard e alla sua invenzione. Ma l’unico desiderio del giovane kenyota è quello di proseguire gli studi. L’opportunità arriva con una borsa di studio alla Brookhouse International School di Nairobi, tra le scuole più prestigiose del Paese; lo sponsor è proprio la WildlifeDirect, e Paula Kahumbu assume ufficialmente il ruolo di «tutore». Nel mentre, le «luci dei leoni» – una soluzione economica, semplice e nata dal basso – conquistano il favore della popolazione locale, che grazie a Richard non percepisce più la protezione dei predatori come l’ennesima ingerenza da parte dei conservazionisti nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ad oggi sono circa 75 le «Lion Lights» installate nelle fattorie keniote. La speranza è che, in futuro, la notte sia abitata da infiniti puntini luminosi, e risuoni del ruggito di altrettanti leoni.

Gabriela Jacomella
gab_jacomella10 aprile 2013 | 21:24

Il pusher? Ha diritto alla casa popolare

Enrico Lagattolla - Gio, 11/04/2013 - 07:11


Quando venne fermato dai carabinieri, aveva con sè una mattonella pressata di cocaina da mezzo chilo. Nel solaio della palazzina Aler di via Tiepolo in cui viveva, i militari trovarono un altro chilo e mezzo di sostanza stupefacente. Valore complessivo: quasi 100mila euro. Così il 15 ottobre del 2011 scattarono le manette per Max Ciavarella, fratello di Morris, il ragazzo che un anno prima aveva ucciso il tassista Luca Massari, sceso dalla propria auto per scusarsi dopo aver involontariamente investito il cane della fidanzata di Morris, e morto su un marciapiede in largo Caccia Dominioni. Max, che aveva precedenti per droga a partire dal 2006, era considerato dagli investigatori dei carabinieri di Porta Monforte un piccolo grossista della polvere bianca. Ma non per i giudici del Tar. Secondo cui Max Ciavarella è un «tossicodipendente», e come tale non ha commesso reati, e mantiene il diritto di restare nella casa popolare da cui il Comune lo aveva allontanato con un provvedimento del 24 maggio 2012.

Così è scritto nella sentenza depositata ieri dal tribunale amministrativo, che ha accolto il ricorso dell'uomo - oggi 40enne - contro la decisione di Palazzo Marino di dichiarare decaduta l'assegnazione dell'alloggio Aler di via Tiepolo. Una scelta, quella del Comune, presa sulla scorta di un articolo del regolamento regionale del 2004, che prevede la decadenza nei confronti di chi «abbia usato o abbia consentito a terzi di usare l'alloggio o le sue pertinenze per attività illecite, che risultino da provvedimenti giudiziari, della pubblica sicurezza o della polizia locale». Apparentemente, l'esatto profilo di Max Ciavarella. Ma per i giudici di via Corridoni le cose stanno diversamente. «Non vi è alcuna prova - scrivono le toghe - che il ricorrente abbia utilizzato l'immobile concesso per l'esercizio di attività delittuosa». Come è possibile? I problema, forse, è che le carte presentate ai giudici da Palazzo Marino sono state un po' carenti.

Max Ciavarella viene definito nella memoria del Comune come una «persona dedita all'uso di droghe che hanno determinato tra l'altro il suo attuale stato di detenzione». Dunque, non uno spacciatore. Così, risponde il Tar, «è agevole replicare: che lo stato di tossidipendenza non integra alcuna fattispecie di reato o illecito amministrativo; che non viene evidenziato alcun indizio atto a dimostrare non solo che l'alloggio abbia costituito il luogo di consumazione di reati in materia di stupefacenti, ma anche semplicemente che l'uso di sostanze stupefacenti sia avvenuto nell'alloggio; che mancano i provvedimenti giudiziari o della pubblica sicurezza richiesto dal regolamento regionale; che, per di più, le note e le relazioni Aler emesse nel 2011, pur a seguito di espresso ordine istruttorio, non sono state prodotte in giudizio dall'amministrazione comunale». Insomma, ci sarebbe stata anche qualche leggerezza di troppo da parte dei legali di Palazzo Marino. Morale: l'alloggio popolare non si tocca. Vince Max Ciavarella. Un tossicodipendete, per i giudici. Un pusher, per i carabinieri che gli hanno messo le manette ai polsi.

Calimero, 50 anni da “piccolo e nero”

La Stampa

Nato nel ’63 dalla penna dei fratelli Pagot per “Carosello” ora celebrato nella retrospettiva del Future Film Festival

fulvia caprara


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Un’estate Anni 60, piena di sapore di sale e di speranze per una vita migliore. Non erano ancora andati tutti in vacanza, perchè era il 14 luglio e le partenze intelligenti non erano state inventate. Sugli schermi della tv in bianco e nero, uno strano pulcino fece la sua prima apparizione. Non era soffice e giallo, come nei fumetti o come quelli veri che certe volte si acquistavano cercando di farli crescere in casa. 

Era completamente nero, sovrastato da un guscio bianco e soprattutto molto infelice: «Tutti ce l’hanno con me perchè sono piccolo e nero... è un’ingiustizia però». La differenza, come sempre, provocava disagio, rischiando di scatenare comportamenti razzisti, e allora ecco intervenire il prodigioso detersivo della Mira Lanza. Un tuffo nel bucato e via tristezza, Calimero, inventato da Nino e Toni Pagot insieme a Ignazio Colnaghi (proprietario dell’indimenticabile vocina), tornava momentaneamente felice, fino al prossimo Carosello, ovvero la sera dopo: «Ma tu non sei nero - gridava entusiasta a lavandaia -, sei solo sporco!». 

Il messaggio sulla diversità non era proprio edificante, ma l’idea che i timidi, gli introversi, i deboli, gli emarginati, avessero qualcuno con cui identificarsi, funzionava a meraviglia: «La forza di Calimero - spiega Marco Pagot nel volume della Cineteca Italiana di Milano La tv al tempo della Pagot film - è nella sua identità grafica, nell’immagine immediatamente riconoscibile: un editore l’aveva definito un “carattere tipografico”».

Insomma, l’abito fa il monaco e Calimero, che quest’anno compie mezzo secolo e viene festeggiato a Bologna, nell’ambito del Future Film Festival, con un evento speciale curato da Mario Serenellini, è diventato una star indiscussa della storia pubblicitaria italiana: «Quando un personaggio genera un nome comune - ha scritto Umberto Eco - ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito : si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda». Grazie all’aspetto infantile, più bambino che pulcino, i grandi occhi sbarrati sotto la metà troppo grande di un uovo, il personaggio superò presto i limiti della scenetta tv.

Non solo venne riproposto con immutato successo fino alla metà degli Anni 70, non solo raggiunse notorietà internazionale con versioni doppiate in varie lingue (in Giappone la fama del pulcino è indiscussa), ma addirittura riuscì a entrare nel mondo della politica, con dotte citazioni e celebri accostamenti. Serenellini ricorda Alighiero Noschese che, in pieni Anni 60, aveva ideato una parodia di Aldo Moro tutta nel segno di Calimero. Ma fu Giuliano Amato ad andare oltre dichiarando nel 2000, durante la conferenza stampa di fine anno, una frase che oggi induce sinistri interrogativi: «L’Italia cresce: non siamo Calimero». Forse non era vero, forse lo siamo eccome, e non c’è nemmeno la speranza di un detersivo che ci faccia tornare candidi.

L’anniversario meritava assolutamente una festa, non c’è Pulcino Pio che tenga, Calimero è un’altra cosa. A Bologna si rivedranno la vita e le opere del piccolo piumato, le metamorfosi grafiche, le avventure divise con la fidanzata Priscilla e l’amico Valeriano, il passaggio dal bianco e nero al colore. Ma soprattutto si scopriranno le prime versioni di un Calimero in 3D, destinato ad animare una serie di 104 puntate da 12 minuti, pronta per il 2014, e in onda su Raidue. Frutto della collaborazione tra Italia (Studio Campedelli e Raifiction) e Francia (Gaumont Alphanim/TF1) con il contributo dello studio torinese Animoka e con la distribuzione della Disney Europa, il ciclo dovrà porsi soprattutto l’obiettivo dell’adeguamento ai tempi.

Anche se l’autocommiserazione è ancora di moda, anche se l’Europa è sempre più piena di Paesi che stanno per diventare (o lo sono già), piccoli e neri, il mondo di Calimero dovrà subire qualche modifica. Basti pensare che la serie Mira Lanza, si intitolava La costanza dà sempre buoni frutti. Un ottimismo della volontà che oggi fa sorridere di nostalgia. Certo non si può credere che un «Ava come lava» risolva i problemi di un pulcino emarginato, e magari, per rimanere in sintonia con l’attualità, si potrebbe pensare a una squadra di galletti bulli destinati, alla fine, ad avere la peggio.
Possibile anche prevedere che l’accento spiccatamente veneto del personaggio torni a scatenare le stesse polemiche degli esordi. E dire che della Lega non c’era traccia. In verità, a pensarci bene, un Calimero edizione 2014 potrebbe avere diversi punti in comune con l'oggi. Forse l’unica cosa anacronistica sarebbe il puntuale lieto fine degli sketch.

Uccisero nove cuccioli, condanna definitiva dalla Cassazione

La Stampa
La Zampa


Confermata la pena per i veterinari che decisero di sopprimerli sostenendo che non ci fosse più posto nel canile


Cattura
La Corte di Cassazione ha respinto, giudicandolo inammissibile, il ricorso di due veterinari pubblici dell’Aquila, P.I., direttore del servizio veterinario di sanità animale della Asl dell’Aquila, e M.P., veterinario del servizio veterinario di sanità animale della stessa Asl, condannati in appello per l’uccisione di ben nove cuccioli di cane poiché il canile non avrebbe avuto posti disponibili. La sentenza di condanna è dunque definitiva. Lo rende noto la Lav. 

“Giustizia per le vittime di queste soppressioni: non chiedevamo altro e finalmente la Suprema Corte ha posto la parola fine a una storia di crudeltà e indifferenza, ancor più grave se consideriamo che gli imputati di questa vicenda giudiziaria sono due medici veterinari, di cui un Dirigente, cioè professionisti al servizio del bene pubblico che avrebbero dovuto sempre assicurare la tutela e il benessere degli animali”, commenta Ilaria Innocenti, responsabile del settore Cani e gatti della LAV, costituitasi parte civile. 

“Ora con questo atto giudiziario definitivo i due veterinari non potranno non essere radiati dall’Albo poiché, come specifica la normativa sul tema, il Dpr 221 del 1950, hanno compromesso gravemente la loro reputazione e la dignità dell’intera classe sanitaria, altro che la “buona condotta” considerata necessaria dalla stessa Corte di Cassazione e il rispetto del proprio Codice Deontologico - dichiara Gianluca Felicetti, presidente LAV - ciò che chiediamo alla professione veterinaria, a Ordine provinciale dell’Aquila e alla Federazione nazionale degli Ordini, è di fare a propria tutela ciò che hanno sempre rinviato fino a oggi, non emettendo nemmeno le prime due sanzioni d’avvertimento e censura, doverose già con le sentenze di primo e secondo grado”.

I fatti risalgono alla seconda metà del 2004, quando il Dirigente veterinario ordinò al proprio collega la soppressione di nove animali, per presunti motivi di “ordine pubblico” in base alla richiesta, legittima secondo la difesa, del proprietario del terreno dove vivevano gli animali che invece aveva chiesto solamente un intervento per farli accudire da qualcuno. I cuccioli vennero uccisi con un’iniezione di Tanax eseguita dal dipendente della Asl su ordine del proprio dirigente. Fatti denunciati dalla LAV e dalla Lega nazionale per la Difesa del Cane. Negli atti è emerso anche l’agghiacciante particolare che non era la prima volta che i veterinari Asl eseguivano uccisioni del genere. 

In primo grado i due professionisti furono condannati a due mesi e dieci giorni di reclusione. La sentenza, inoltre, chiarisce che gli unici casi in cui è ammissibile la soppressione mediante eutanasia di cani o gatti sono la certificata incurabilità o la comprovata pericolosità, come disposto dalla legge nazionale 281 sul randagismo del 1991