lunedì 8 aprile 2013

Boldrini incontra rom e sinti: "Siate orgogliosi della vostra storia"

Sergio Rame - Lun, 08/04/2013 - 14:17

Una delegazione a Montecitorio per chiedere il superamento dei campi nomadi. La presidente della Camera: "Faremo conoscere la vostra storia ai giovani"

"Siate orgogliosi della vostra identità e appartenenza. Sempre nel rispetto della cultura degli altri, ma con la consapevolezza che avete un patrimonio da far conoscere e da tutelare".


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Questa mattina la presidente della Camera Laura Boldrini ha ricevuto la delegazione di rom e sinti in occasione della giornata internazionale istituita dall’Onu nel 1979.
Otto storie diverse, otto famiglie che hanno raggiunto l'Italia da tempo o che sono arrivate dopo la tragedia dell’ex Jugoslavia e il crollo del blocco sovietico. C'è chi ha già in mano la cittadinanza italiana e chi, invece, è senza documenti. Quello che emerge dall'incontro a Montecitorio è una situazione sapientemente nascosta dalla cortina del buonismo e del politicamente corretto della sinistra.

Tanto che si parla di integrazione e inserimento, dei campi nomadi e degli sgomberi forzati, ma non vengono affrontati i problemi legati alle emergenze che assediano le grandi città, come Milano, Torino o Roma, dove molto spesso i campi rom generano disagio sociale e aumento della criminalità. Nascoste le criticità, i rom presenti hanno raccontato alla Boldrini  

"i disagi estremi di sistemazioni fuori dai centri abitati, in container dove si vive stipati e circondati dal fango". La 15enne Pamela ha letto una lettera che ha chiesto alla presidente della Camera di inoltrare al capo dello Stato Giorgio Napolitano. "Abito in un campo che è un campo di concentramento - ha scritto la ragazza - neanche io vorrei avere un’amica che abitasse in un posto così. Spero che tu ci possa aiutare a cambiare vita, a non restare isolati".

Ad accompagnare i ragazzi all’incontro è stato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, che donato alla Boldrini la bandiera verde-celeste dei popoli rom e sinti. Poi ha avanzato due richieste che la presidente della Camera dovrebbe farsi carico davanti al parlamento: il riconoscimento dei rom tra le minoranze culturali tutelate e l'eliminazione dei campi rom a "favore di soluzioni più vivibili da concordare con le famiglie". "So quanto affascinante e antica sia la vostra storia, e quanto sia segnata da tragedie e tentativi di sterminio - ha replicato la Boldrini - bisogna fare di più per farla conoscere, per renderla nota ai giovani; altrimenti prevale il pregiudizio e con esso la discriminazione".

Caso Cucchi, i pm: morì di fame, condannare medici, agenti, infermieri

Corriere della sera

Requisitoria dei pm:«Era magro come prigionieri di Auschwitz. Processo mediatico». La sorella: inaccettabile


ROMA - Condannare tutti gli imputati (agenti, medici e infermieri) a pene comprese tra i due anni e i sei anni e otto mesi di reclusione. Queste le richieste dei pm Vincenzo Barba e Francesca Loy ai giudici della III Corte d’Assise, presieduti da Evelina Canale al termine della requisitoria nel processo per la morte di Stefano Cucchi, geometra romano 31enne fermato per possesso di droga il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo nel reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini.

«DA CONDANNARE» - In particolare i pm hanno chiesto che siano inflitte le seguenti pene: sei anni e otto mesi di reclusione per il primario Aldo Fierro, sei anni ciascuno per i medici Stefania Corbi e Flaminia Corbi, cinque anni e mezzo ciascuno per gli altri due medici Silvia Di Carlo e Luigi De Marchis Preite; quattro anni ciascuno per Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; due annio ciascuno per gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.

SENTENZA 22 MAGGIO - La sentenza del processo ci sarà entro il 22 maggio. Per quella data infatti il presidente della III Corte d'Assise di Roma ha stabilito l'ultima udienza. Fitto i calendario: la prossima udienza è in programma il 10 aprile quando è previsto l'intervento della parte civile. Il 17 aprile i primi interventi dei difensori. Lunedì in aula, come dalla prima udienza, anche la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi insieme con la madre e il padre.

«MORTO DI FAME E SETE» - Nella loro requisitoria i pm hanno affrontato le violenze subite da Cucchi. «È stato picchiato nelle celle del Tribunale di piazzale Clodio in attesa del processo di convalida perchè pretendeva cure per la sua crisi d'astinenza in cui probabilmente si trovava. Comunque quelle lesioni non ne causarono la morte» ha detto Barba. E l'altro pubblico ministero, Maria Francesca Loy ha aggiunto: «Le lesioni che aveva Stefano non sono neanche una concausa della sua morte ma hanno valenza occasionale. Cucchi - ha sottolineato il pm - è morto perché non è stato alimentato, non è stato curato, rifiutava di cibarsi e nessuno dei medici si è preoccupato di farlo nutrire». Per il pubblico ministero Loy, Cucchi «è morto di fame e di sete». La magrezza del 31enne viene paragonata a quella «dei prigionieri di Auschwitz». «Tutti noi possiamo immaginare le conseguenze di uso di droghe su un corpo umano per vent'anni. Assumeva ogni tipo di sostanza stupefacente, soffriva inoltre di crisi epilettiche dall'età di 18 anni. Dal 2001 al 2009 ha compiuto ben 17 accessi al pronto soccorso dell'ospedale Vannini, una media di due all'anno».

LE RESPONSABILITA' DEI MEDICI - Secondo il pm, quello dei medici «non è stato un comportamento colposo, ma chiari indici di indifferenza nei confronti del paziente». «Il dolo è configurabile in tutte le manifestazioni. Non stiamo dicendo che i medici e gli infermieri hanno voluto far morire Cucchi, ma davanti al rifiuto di un paziente maleducato, cafone e scorbutico, hanno accettato il rischio che potesse morire» spiega Loy. «Non c'è dubbio che nei comportamenti dei sanitari ci siano profili di imperizia. La condotta dei medici ha determinato la morte di Cucchi», anche se «non stiamo parlando di un giovane sano», ha concluso.

PROCESSO MEDIATICO - Forti della super perizia chiesta dal tribunale e che – attribuendo il decesso alle mancate cure - dà loro sostanzialmente ragione sulla scelta di non contestare il reato di omicidio per le percosse subite dal 31enne dopo l’arresto, i pm hanno aperto la loro requisitoria accusando chi, a loro avviso, ha voluto speculare fin dall’inizio sulla vicenda: «Tutti volevano farsi grandi con la morte di Cucchi», ha detto Barba. Un processo che la pubblica accusa – coprotagonista di aperte polemiche con i familiari del giovane - non ha esitato a definire «mediatico». «I mass media - ha sostenuto ancora il pm - hanno influenzato l'opinione pubblica. C'è chi ha voluto dare una rappresentazione della realtà diversa da quella emersa dal processo».

DICHIARAZIONI INACCETTABILI - «Riteniamo inaccettabile e gravemente offensive le dichiarazioni del pm Barba sul conto di Stefano e di tutti noi - commenta la sorella Ilaria Cucchi - Continuo chiedermi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello. Affermare, o peggio alludere al fatto che noi non avessimo riferito ai carabinieri, durante la perquisizione in casa nostra, che Stefano avesse anche un'altra casa a Morena per nascondere la droga, da noi stessi poi ritrovata e denunciata, è un comportamento intollerabile oltre che incomprensibile. Tra l'altro nessuna indagine è stata fatta su chi l'abbia data a Stefano. I pm nella loro ansia accusatoria dimenticano che mio padre aveva regolarmente denunciato alla Questura la presenza di Stefano in quella casa».

PROTEZIONE DEI TESTIMONI - Secondo i pm, il processo mediatico ha reso per esempio reso difficile proteggere uno dei testimoni chiave, l'immigrato del Gambia, Samura Yaya, che la mattina del 16 ottobre del 2009 si trovava nella cella adiacente a quella di Cucchi nei sotterranei del tribunale di Roma. «Abbiamo dovuto fare una lotta impari per difendere la nostra fonte di prova da un attacco politico e giornalistico», ha detto ancora il magistrato- Andando poi nel merito della vicenda, l’accusa si è soffermata a su un punto in particolare: «Il giorno del suo arresto dopo la convalida in tribunale ed il pestaggio, arriva la decisione di portarlo dal carcere all'ospedale Fatebenefratelli. Ma dalle 16.35 alle 19.50 lui resterà in una panchina, senza assistenza perché sono stati posti tutti i possibili ostacoli per impedire, rallentare. E tutto questo tempo per percorreredieci minuti al massimo di strada, tra il Fatebenefratelli e Regina Coeli». Un atteggiamento che ha secondo i pm una motivazione ben precisa: «La necessità di evitare che occhi estranei vedessero. Per celare una situazione di precarietà».



Ilaria Cucchi, «Giovanardi indegno di stare in parlamento» (01/02/2013)

Fulvio Fiano e Redazione Roma Online8 aprile 2013 | 15:38

Dromedario di Hollande finisce in padella: mangiato dalla famiglia africana che lo custodiva

Il Messaggero

Era stato donato dallo Stato africano al presidente francese in occasione della visita del 2 febbraio scorso in segno di riconoscenza per l'impegno militare di Parigi


PARIGI - È decisamente un periodo no per Francois Hollande: il dromedario che gli era stato regalato in occasione della sua visita a febbraio in Mali, segno di riconoscenza per l'impegno militare di Parigi, è finito in padella.


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Sì, proprio in padella. Il presidente francese non vedrà più l'animale che, scherzando con le autorità di Bamako, aveva detto di voler «utilizzare come mezzo di trasporto il più spesso possibile». Stando al periodico 'Valeurs actuelles', una famiglia maliana alla quale era stato consegnato avrebbe preferito, nel periodo di difficoltà che attraversa il Paese, di cucinarselo sotto forma di «tajine».

Hollande sarebbe stato già informato della tragica fine del suo dono da fonti militari durante un recente consiglio dei ministri. Il dromedario era rimasto in Mali a febbraio «per motivi climatici», secondo quanto si apprende. Ma qualche giorno dopo la visita, un sito locale ha pubblicato la notizia che il dromedario era in realtà stato sottratto a un contadino arabo rifugiato in un campo ad Ambra, vicino alla frontiera con la Mauritania. L'uomo ha protestato e chiesto indietro l'animale ma l'Eliseo, nell'impossibilità di verificare l'autenticità del reclamo, ha preferito affidare l'animale a una famiglia di Timbuctù. La quale, senza pensarci troppo, ha preferito utilizzare il dromedario in 'tajine' piuttosto che conservarlo in ricordo della visita del presidente francese.



Lunedì 08 Aprile 2013 - 16:36
Ultimo aggiornamento: 16:38

Il ritorno della statua fascista scandalizza gli inglesi

Corriere della sera

Un articolo di denuncia sul Guardian dopo le polemiche su Di Canio, l'allenatore di «destra»


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Sabato, anzi saturday, 6 aprile. The Guardian, pagine 14 e 15, quelle del football, per intenderci. A sinistra, un pezzo sul contestatissimo neoallenatore del Sunderland Paolo Di Canio (al suo ingaggio, l’ex ministro laburista David Miliband ha lasciato la società). A fianco, il maschio fascista «known as Bigio» che si pavoneggia sul quotidiano radical britannico in una vecchia foto di piazza Vittoria. Titolo: «Statue symbolises battle with the past» (una statua simbolo della battaglia con il passato). Brescia divisa sul ritorno del Bigio

Esatto: la querelle sul Bigio - che venerdì, quando è stata archiviata la petizione dell’Anpi, ha quasi fatto concludere il consiglio comunale con una rissa - è roba che scotta anche per gli inglesi. La giornalista Lizzy Davies, che ha firmato l’articolo, ha spiegato ai gentlemen di sua Maestà la storia del colosso, quando e da chi fu concepito. Poi è partita con la polemica, con il sindaco Paroli che vuole riportarla sul suo piedistallo e nega «ogni accusa di revisionismo o di nostalgia fascista», il presidente dell’Anpi di Brescia Giulio Ghidotti che parla di «ricordi del regime» e il direttore del Museo della Shoah di Roma Marcello Pezzetti (già sentito dal Corriere) che si vergogna: «Tutti i miei colleghi, soprattutto i tedeschi, mi dicono “Com’è possibile?” Mi sembra normale che ci si mobiliti per ostacolare il ritorno di simboli che danno una visione positiva di quello che è successo (nel Ventennio, ndr)».

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Non mancano un accenno a Paolo Di Canio, «la disputa a Brescia testimonia le divisioni in Italia su Mussolini» e il sbrigativo commento dell’assessore Mario Labolani: «Tutto inventato per ragioni elettorali». Infine una stoccata all’Italia, peraltro corroborata dall’opinione di James Waltson, dell’Università americana di Roma: il governo berlusconiano ha «normalizzato il fascismo». La giornalista scrive addirittura che «Berlusconi ha ripulito l’immagine fascista». Insomma: il Bigio è berlusconiano. C’è un punto interrogativo che si rincorre in ogni riga di quel pezzo. Rimuovere il ricordo di un crimine vuol dire commetterlo di nuovo?




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Alessandra Troncana 
7 aprile 2013 (modifica il 8 aprile 2013)

La vera atomica è l’aborto In Cina 400 milioni di morti

Libero

Pechino si vanta dei dati della strage: in 30 anni milioni di bimbi ammazzati e donne sterilizzate. Nell’indifferenza dell’Occidente

Antonio Socci


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Quella dei regimi comunisti, nel mondo, è una carneficina senza fine, che però continua a lasciare tutti indifferenti. Non sappiamo se il prossimo loro crimine sarà una guerra atomica scatenata in Asia dalla Corea del Nord, come si teme in questi giorni. Ma si sa che l’ultimo orrore è stato perpetrato e quantificato nei giorni scorsi dal regime cinese, protettore di quello nordcoreano, passando quasi inosservato, sebbene si tratti di un numero di vittime oceanico, senza eguali nella storia. Due settimane fa il Ministero della Salute di Pechino – con i toni trionfali di chi rivendica un grande successo – ha comunicato che negli ultimi quarant’anni, cioè in pratica da quando è stata imposta la famigerata legge sul figlio unico, sono stati fatti in Cina quasi 400 milioni di aborti.

Il dato diffuso dalle agenzie parla infatti di 336 milioni di aborti (13 milioni nel solo 2012) a cui si dovrebbero sommare – dice l’agenzia Agi China - «403 milioni di donne sottoposte (spesso con la forza) all'introduzione di dispositivi anticoncezionali intrauterini» (le spirali in una certa percentuale hanno anch’essi effetti abortivi). È vero che non si riesce nemmeno a focalizzare col pensiero una strage così immane. Infatti, secondo una cinica affermazione attribuita a Stalin, un morto è una tragedia, milioni di morti sono una statistica. Tuttavia ci troviamo di fronte a una cifra che deve sconvolgere: basti solo pensare che l’intera Seconda guerra mondiale fece 50 milioni di morti (compresi bomba atomica e lager).

Marcello Flores, nel libro “Tutta la violenza di un secolo”, parlando appunto del secolo XX, indica la Seconda guerra mondiale, «con i suoi cinquanta milioni di morti» come «l’evento più distruttivo del XX secolo e forse della storia umana».  Ebbene con la notizia diffusa dal regime cinese – per numero di vite umane soppresse - siamo davanti a quasi otto volte la Seconda guerra mondiale. È la più colossale strage di vite umane che sia mai stata compiuta da uno Stato. Infatti in questo caso si tratta di un orrore di Stato perché non siamo di fronte ad aborti volontari, ma perlopiù imposti per legge dal regime, non di rado con modalità feroci. Con 1500 aborti ogni ora le storie orribili sono all’ordine del giorno.

Il mese scorso è trapelata la vicenda di una donna di 33 anni e del marito, che vivono nella provincia orientale dell’Anhui. Avevano già un figlio, ma lei è rimasta di nuovo incinta. Per il regime questo nuovo bimbo era illegale. Così i due hanno provato a nascondere la gravidanza, che era già al settimo mese, quando un vicino ha fatto la spia e sono arrivati i funzionari. Per far vivere il bambino il regime pretendeva una multa salatissima che i genitori non erano in grado di pagare così venerdì 22 marzo la donna è stata presa a forza e su ordine delle autorità è stata fatta un’iniezione letale al bambino nel suo grembo.

Il piccolo era totalmente formato e – se non fosse stato soppresso con quell’iniezione - poteva già nascere vivo. Il padre disperato ha fatto una foto al corpo del piccino e l’ha postata su internet facendo grande impressione. Anche la giovane Feng Jianmei, nella regione dello Shanxi, era al settimo mese di gravidanza. Si era opposta ai funzionari del Family planning arrivati mentre era sola in casa (il marito era a lavoro). Così fu picchiata e trascinata su un veicolo. Costretta ad abortire poi si trovò il piccolo corpo del figlio nel letto vicino.

Sono storie da un mare di orrore. Chai Ling, coraggiosa voce del dissenso, ha denunciato: «È il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto, lo sventramento segreto e inumano di madri e figli, un Olocausto infinito che va avanti da trent’anni».  La caratteristica orripilante della tragedia cinese è proprio l’obbligatorietà degli aborti. Questo fra l’altro dovrebbe trovarci tutti unanimi nella condanna. Perché pure i radicali – che hanno sull’aborto le loro idee – si trovano a condannare l’aborto imposto dal regime alle donne cinesi (ricordo di aver sentito Massimo Bordin su Radio radicale). Ma dunque perché, di fronte alle cifre oggi emerse, nessuno denuncia quest’immane carneficina?

Oltretutto la disumanità del regime che sbandiera questa “statistica” come un successo è pure miope perché la voragine demografica che si è così prodotta sta provocando e provocherà in futuro una destabilizzazione, anche economica, oltreché negli equilibri sociali, dalle conseguenze incalcolabili (peraltro, siccome si è trattato perlopiù di un femminicidio, oggi in Cina c’è un eccesso di quasi 40 milioni di maschi e si ricorre a una “importazione” di donne dai Paesi vicini). Quello che più colpisce – a distanza di alcuni giorni dalla diffusione della notizia – è l’assoluta indifferenza del mondo. La Cina sta marciando a tappe forzate verso il traguardo di prima potenza mondiale e nessuno si permette di eccepire di fronte all’orrore.

L’Onu che – con la sua Commissione dei diritti umani - solo due mesi fa ha condannato Israele per gli insediamenti in Cisgiordania invitando la comunità internazionale a valutare perfino sanzioni economiche e politiche contro Gerusalemme, ha forse proferito parola su quei 330 milioni di vite umane soppresse dal regime cinese? No, niente. E l’Europa dove magari si solleva un caso contro il governo dell’Ungheria in cui non è stata fatta alcuna strage? E i Paesi europei, così sensibili ai diritti umani da scatenare addirittura una guerra contro la Libia di Gheddafi che ha portato al rovesciamento del regime?

E un uomo di principi umanitari e di fede cattolica come Romano Prodi – che è stato presidente della Commissione europea e oggi rappresenta l’Onu in Africa – ha forse alzato la sua voce indignata contro una simile tragedia di Stato? Non ce ne siamo accorti. Eppure Prodi ha rapporti storici con la Cina, come pochi altri leader occidentali (è anche professore alla Ceibs - “China Europe International Business School” - a Shanghai). Nel sito internet di Prodi c’è il resoconto del suo ultimo viaggio a Pechino, nel gennaio scorso, durante il quale, secondo Radio Cina Internazionale, «il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC Li Yuanchao ha positivamente valutato le relazioni sino-italiane e sino-europee...

Dal canto suo, Prodi ha altamente apprezzato gli enormi risultati dello sviluppo acquisiti dal PCC alla guida del popolo cinese. Egli ha aggiunto che i vari ambienti italiani guardano con attenzione al rafforzamento delle relazioni con la Cina, e continueranno ad impegnarsi per promuovere lo sviluppo dei rapporti fra Italia e Cina e fra Europa e Cina». Dunque Prodi ha «altamente apprezzato» gli «enormi risultati» conseguiti dal Partito comunista cinese. Ma non si potrebbe far sapere ai compagni cinesi che quella legge di cui menano vanto ha provocato un orrore incommensurabile e inaccettabile?

Non si potrebbe sommessamente osservare che un genocidio di 336 milioni di vite umane innocenti è il più vasto crimine della storia che sia stato commesso da uno Stato? Il presidente Prodi, che da sempre professa saldi principi democratici, la difesa rigorosa dei diritti umani e ha una visione della società improntata a forti valori morali, non ritiene che una simile carneficina meriti almeno una parola di protesta?

E così l’Unione europea e Obama che si prendono i premi Nobel per la pace, ma non si sognano nemmeno di inviare al regime cinese un vagito delle loro diplomazie. Il cosiddetto mondo democratico digerisce tranquillamente, nella più completa indifferenza, l’orrore. Come l’opinione pubblica: lo facciamo continuando a rappresentarci come anime pure, progressiste e piene di ideali umanitari. L’antico silenzio degli intellettuali e dei media sui crimini del comunismo si somma oggi alla tranquilla accettazione della Cina comunista come nuovo potere planetario, con genocidi annessi.
Cosa diranno di noi i posteri?

www.antoniosocci.com

Tutelare la privacy? Solo se è di sinistra

Vittorio Feltri - Lun, 08/04/2013 - 15:09

Il caso La Zanzara-Onida suscita l'indignazione dell'Ordine dei giornalisti che finora ha tollerato intercettazioni scandalose

A bocce ferme si ragiona meglio, almeno mi auguro. Nei giorni scorsi, La zanzara, programma serale di Radio24 condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, manda in onda una telefonata che fa scalpore tra Margherita Hack, nota astrofisica, e Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale.


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Si dà però il caso che si tratti di una conversazione taroccata. La voce della Hack non è originale, si tratta di un'imitazione. Onida abbocca e parla, convinto di rivolgersi davvero alla scienziata. La quale gli chiede conto di come stiano andando i lavori della commissione di saggi di cui egli fa parte, nominata da Giorgio Napolitano per approfondire non si sa bene quali questioni. Il costituzionalista, stuzzicato dall'interlocutrice, si lascia andare e ammette: effettivamente è una gran perdita di tempo, non combineremo nulla di utile. Pochi minuti dopo, La zanzara svela il trucco e si scatena un pandemonio.

Onida chiede scusa per aver detto ciò che avrebbe dovuto tacere, e aggiunge che divulgare una telefonata privata è comunque scorretto. Interviene mezzo mondo, piovono i commenti negativi (molti) e positivi (pochi). L'indomani escono articoli su tutti i giornali, infuria la polemica. Della vicenda si occupa addirittura il Corriere della Sera in prima pagina. Qualcuno accusa Cruciani di aver violato le norme deontologiche. Altri invocano provvedimenti drastici dell'Ordine dei giornalisti: i conduttori siano sanzionati. La zanzara è una trasmissione scanzonata, divertente, satirica e di informazione disinvolta? Non importa. Ha osato sfottere un autorevole giurista di sinistra: chi ha sbagliato paghi.

I difensori della libertà di stampa e di satira, gli stessi soloni che in passato erano scesi in piazza per protestare contro il bavaglio minacciato da Silvio Berlusconi, infastidito dalla pubblicazione delle intercettazioni e voglioso di approvare una legge che le vietasse, gli stessi difensori della libertà di stampa e di satira, dicevo, all'improvviso si sono trasformati all'unisono in rigorosi tutori del sacrosanto diritto alla privacy. Una giravolta spettacolare che ci ha lasciati basiti.

In effetti, per anni e anni, sui quotidiani e sui settimanali sono uscite migliaia di pagine che rivelavano il contenuto di chiacchierate d'ogni tipo (penalmente irrilevanti, gossip della più bell'acqua), che hanno ferito la reputazione di tanta gente. Vip e ragazze sconosciute, indifferentemente, hanno protestato invano; nessuno ha mosso un dito per rimediare allo scandalo e, magari, porvi fine. Al contrario, la corporazione dei giornalisti, sostenuta dai politici progressisti, ha inscenato manifestazioni clamorose allo scopo di garantirsi la facoltà di pubblicare qualsiasi intercettazione, compresa quella non contenuta in atti ufficiali.

Inutile precisare che hanno vinto gli scribi. Tant'è che una norma che disciplini la delicata materia ancora non c'è e forse non ci sarà mai. Ma, chissà perché, gli autori dello scherzo che ha ingannato il presidente emerito della Consulta andrebbero, secondo vari nostri colleghi, puniti. Ovviamente, in modo esemplare. Già. Chi tocca la sinistra merita un castigo. Il fatto che Onida, persuaso di confidarsi con la professoressa Hack, abbia confermato ciò che una moltitudine di persone sospettava, e cioè che la commissione dei saggi fosse e sia un pretesto adottato dal capo dello Stato per perdere tempo in attesa della scadenza del suo mandato (15 aprile), è passato in cavalleria.

Il significato politico della burla, per quanto fondamentale allo scopo di capire quale sia l'andazzo nei Palazzi romani, è stato dimenticato, mentre la forma, ovvero il format giocoso inventato da Cruciani, è diventato corpo di reato. C'è dell'altro. Beppe Grillo, recentemente, ha ribadito che cercherà fra le numerose iniziative che ha in mente, di eliminare l'Ordine dei giornalisti che egli ritiene dannoso.

È un'opinione condivisa da parecchi e basata su buone ragioni, non ultima la constatazione che esso esiste solamente in Italia e, pare, in Albania, modello da non imitare. Siamo d'accordo con chi afferma non sia una priorità nazionale sopprimere un ente simile, ma non è una priorità nemmeno la sua conservazione, visto che la Costituzione fissa il principio che chiunque ha il diritto di esprimere - nei limiti della legge - il proprio pensiero, senza vincoli burocratici e corporativi.

La superfluità dell'Ordine si evince anche dalla prassi: la stragrande maggioranza dei redattori ha rapporti di dipendenza con l'editore e non svolge mansioni da libero professionista. Andiamo giù piatti: i giornalisti una volta erano impiegati di lusso, oggi sono soltanto impiegati. Il lusso è svanito. Eppure, non appena Grillo ha manifestato il proposito di depennare la legge istitutiva dell'albo, Cesare Martinetti, vicedirettore della Stampa di Torino, ha vergato un editoriale sull'argomento. La sua tesi è che l'Ordine serva per mantenere alta e migliorare la qualità dell'informazione. In realtà l'unico abilitato a giudicare un articolo è chi lo legge, non un collega - un concorrente - di chi lo ha scritto. Libero pensiero in libero mercato.

L’allarme dell’Antitrust: “Il prezzo degli sms è tra i più alti in Europa”

La Stampa

In media è pari a 4,57 cent contro i 3,15 cent registrati nel resto del Vecchio Continente


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Il prezzo commerciale all’ingrosso degli Sms in Italia, in media pari a 4,57 centesimi a gennaio 2012, «è tra i più alti in Europa, dove si registra una media pari a circa 3,15 cent». Lo rileva l’Antitrust, in un parere inviato all’Agcom. Secondo l’Antitrust, inoltre, «le analisi della stessa Agcom mostrano che il ricavo unitario da servizi di terminazione offerti all’ingrosso è stato pari nel 2011 a 4,5 centesimi, a fronte di un prezzo medio ai clienti finali, stimato dal regolatore nello stesso periodo, a 2,3 cent». 

Il punto sui prezzi è contenuto in un parere che l’Antitrust ha inviato all’Agcom in merito al mercato dei servizi di terminazione Sms su singole reti mobili. L’obiettivo era verificare se questo mercato avesse bisogno di una regolamentazione ex ante: l’Antitrust conclude condividendo le valutazioni espresse dall’Agcom, «circa la non suscettibilità di una regolamentazione ex ante del mercato in questione, in ragione della tendenza dello stesso a produrre nel tempo le condizioni tipiche di un mercato concorrenziale», ma rileva appunto che «nonostante il trend decrescente dei prezzi dei servizi di terminazione Sms in Italia, questi ultimi si assestano ancora su livelli più alti rispetto alla media dei Paesi europei».

Per questo, l’Antitrust auspica che l’Agcom «continui a svolgere l’attività di monitoraggio sull’evoluzione del livello dei prezzi dei servizi di terminazione Sms in Italia, così da verificare che gli stessi rispondano ai criteri di obiettività, trasparenza, non discriminazione e proporzionalità, che informano l’accesso al mercato delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica».

Nessuno ricorda Sandro Esposito, parà morto per le botte di sette poliziotti

Corriere del Mezzogiorno

La mamma: «È come il caso Aldrovandi ma mio figlio è stato dimenticato dai media»


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NAPOLI - Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Sandro Esposito. I primi due nomi sono conosciuti da tutti e portano alla mente lo strazio di figli strappati alla vita da uomini in divisa, di processi, manifestazioni, polemiche. Il terzo no. Molti hanno già dimenticato la storia dell'ex parà della Folgore morto a 26 anni dopo essere stato fermato da sette poliziotti in via Cinzia a Napoli. Era la mattina del 9 giugno 2003. Il ragazzo era ancora sotto choc dopo il ritorno dalla missione in Kosovo. Ma ciò che quel giorno è accaduto nella sua città, nella sua patria, è molto peggio di ciò che si può immaginare in un tragico dopoguerra di un genocidio.

LA VICENDA - Sandro quella mattina fu visto dagli agenti di una volante mentre, sotto l'effetto di cocaina, urlava dal tetto di un capannone. I poliziotti lo identificano, capiscono che di fronte non hanno un delinquente. Però scelgono ugualmente di portarlo in Questura invece che in ospedale. Lo immobilizzano, lo ammanettano, e lo caricarono in auto. Le pattuglie nel frattempo diventano tre e poi quattro. Scosso, sotto l'effetto della droga, Sandro tenta di fuggire. Nel sottopassaggio di Via Claudio riesce ad uscire dalla volante. E' l'inizio della fine. E' un soldato, un parà. Per fermarlo servono sette agenti. Lo legano lo fanno inginocchiare lo fanno stendere con la forza e salgono sul suo corpo in quattro, in cinque, in sei. Alla fine in sette. Lo colpiscono (ricostruzione fatta nei processi di primo grado e d'Appello) mentre è steso sull'asfalto con calci e pugni alla testa, utilizzando anche un oggetto contundente, premendo sulla cassa toracica fino a farlo morire asfissiato.

CatturaL’EXCURSUS LEGALE - Poi la storia diventa giudiziaria. In primo grado gli agenti vengono dichiarati colpevoli e condannati per omicidio preterintenzionale. In Appello il reato viene rubricato in modo diverso trasformandosi in omicidio colposo, tuttavia le parole dei giudici, pur riconoscendo la volontà di non uccidere da parte degli agenti, sono impietose verso l'intero corpo di polizia: «Ci troviamo di fronte a un difetto di addestramento, non risulta infatti che il ministero dell'Interno abbia mai compilato, come invece è avvenuto con il Dipartimento della Giustizia negli Stati Uniti, un protocollo per il trattamento dei soggetti in stato di delirio cocainico». Dai quattro anni in Appello, per sei di loro le condanne in Cassazione sono state ridotte a un anno e sei mesi, liberi con la condizionale. Per uno di loro è arrivata la prescrizione. La loro sospensione, all'epoca della morte di Sandro Esposito, era durata un solo mese. Poi sono tornati in servizio, dove si trovano tuttora.  Ma ciò che dieci anni dopo fa ancora male ai genitori di Sandro che consideravano il loro ragazzo un eroe, è il trattamento riservato loro dal ministero dell'Interno.

IL FINESTRINO ROTTO - Ciò che sta accadendo per il caso Aldrovandi scuote ancora di più il loro dolore. La morte del parà è stata del tutto ignorata, mai un messaggio di scuse e la costituzione nel processo civile. Il papà e la mamma, che da allora non si sono mai più ripresi dallo choc, aspettano ancora il risarcimento danni. L'unica cosa arrivata da Roma ai familiari di Sandro è stato il conto da pagare presentato dal ministero per la rottura del finestrino di una delle volanti, che il giovane parà ruppe mentre i poliziotti tentavano di bloccarlo.

SILENZIO ASSORDANTE - La mamma, Anna Rubinacci ancora non riesce a parlare di quella tragedia: «E' come il caso Aldrovandi ma per Sandro nessuno parla. Lo hanno dimenticato. Chiedo solo giustizia - dice quasi senza più speranza - mio figlio era un eroe». Chi lotta per loro, anticipando anche i soldi per i procedimenti legali, è il loro avvocato, Monica Mandico. Crede nella giustizia ed ha affidato la sua battaglia alla rete.

SU WIKIPEDIA - Alla voce «Sandro Esposito», su Wikipedia, si può leggere ciò che lei ha scritto: «Vi scrivo perchè vorrei che vi ricordaste di una cosa a cui tengo molto, una cosa dimenticata ma che non dovrebbe esserlo, come tante cose che ci appartengono e ce ne dimentichiamo, come rinchiuse in un vecchio sottoscala. Il 9 giugno 2003, moriva Sandro Esposito, un ragazzo che come tanti aveva sperato nella divisa, quella divisa di Parà di cui era tanto fiero, nella quale si sentiva invincibile, invulnerabile, anche alle pallottole delle missioni a cui aveva partecipato e dove non aveva conosciuto la paura perchè nel frattempo lui era diventato ancora più forte...era diventato un drogato. Quel giorno nessuno sapeva chi era quel ragazzo che si agitava...si dimenava...si dannava nella sua mente. In quel momento nessuno si pose il dubbio, nessuno si fece domande, ma tutti si unirono per fermare il malato. Ma non lo guarirono, lo uccisero, abbattendolo proprio come si fa con un animale imbizzarrito. Abbiamo provato in tutti i modi a scuotere coscienze, che non ci sono, a muovere istituzioni, che non ci sono, ad ascoltare e capire ragioni, che non ci sono. Solo una cosa continua a vivere in questa storia di morte, il dolore di una famiglia. Ricordatelo per favore, dopo 10 anni lo merita».

Vincenzo Esposito
08 aprile 2013

Napoli esporta le sue tradizioni solidali, a Bruxelles arriva la “patatina fritta sospesa”

Corriere del Mezzogiorno

di Alfonso Bianchi - Parten(eur)opeo


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Si chiama la «frite suspendue», ovvero la «patatina fritta sospesa». E non è un nome casuale visto che l’idea viene proprio dalla tradizione partenopea. Quella che Luciano De Crescenzo ha così descritto in un suo libro: «Una volta a Napoli, nel quartiere Sanità, quando uno era allegro perché qualche cosa gli era andata bene, invece di pagare un caffè ne pagava due e lasciava il secondo caffè, quello già pagato, per il prossimo cliente. Il gesto si chiamava ‘il caffè sospeso’. Poi, di tanto in tanto si affacciava un povero per vedere se c’era un ‘sospeso’. Era un modo come un altro per offrire un caffè all’umanità».

E così a Bruxelles dove il caffè non è un culto come da noi (anzi è abbastanza na ciofeca), ma le patatine fritte sì, Éric Duhamel ha deciso di importare questa usanza nella sua ‘friterie’ Frikot Bompa, richiamandosi proprio alla nostra tradizione. Certo nel farlo è stato (ovviamente) molto più ‘nordico’ di noi. Nessuno infatti si affaccerà al suo negozio chiedendo «Est-ce qu’il y a une frite suspendue?» («C’è una patatina fritta sospesa?»), ma a chiunque deciderà di pagare una porzione in più verrà dato un coupon firmato dal proprietario e con addirittura una mappa per trovare il locale. Un po’ meno romantico certo, ma sicuramente più funzionale. E così chi paga il ‘sospeso’ lo consegnerà personalmente alla persona a cui vuole regalarlo. L’iniziativa è piaciuta molto ai brussellesi ed altri stanno seguendo il suo esempio.


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Dopo la Bulgaria insomma anche il Belgio ha importato, ma evolvendolo, il ‘sospeso’. Chissà che questa nostra nobile tradizione, forse oggi un po’ in disuso, non si diffonda presto nel resto d’Europa. Così magari un giorno a Londra potremmo trovare il ‘fish & chips sospeso’, a Monaco il ‘pretzel sospeso’, a Parigi la ‘quiche sospesa’, a Madrid le ‘tapas sospese’ e così via. È bello quando Napoli si fa conoscere per il meglio di sé.


Twitter: @AlfonsoBianchi

Quadro di Chagall rubato ritrovato dopo 11 anni a casa di Bettega, ma lui è parte lesa

Corriere della sera

«Le nu au Bouquet» fu sostituito con una copia da uno yacht. Il dipinto fu poi rivenduto all'ex calciatore juventino

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Una vicenda da film. Una quadro del celebre artista russo Marc Chagall, rubato nel 2002 su uno yacht statunitense ormeggiato al porto di Savona, è stato recuperato dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Torino, dove si trovava nell'abitazione dell'ex calciatore e dirigente della Juventus Roberto Bettega. Tre persone sono state denunciate per furto e ricettazione, tra cui un romeno ex componente dell'equipaggio dell'imbarcazione e un gallerista di Bologna. L'opera, intitolata «Le nu au Bouquet», è stimata almeno 1.200.000 euro. Due dei tre denunciati, invece, si trovano all'estero. Bettega infatti lo aveva acquistato da una galleria di Bologna nel 2003 proprio per 1.200.000 euro, pagati per 175.000 in contanti, il resto cedendo alcune sue opere d'arte. Ora Bettega è parte lesa nell'inchiesta insieme al vecchio proprietario statunitense dell'opera, che però è stato già risarcito dall'assicurazione che, a questo punto, potrebbe rivendicare il quadro.

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LA STORIA - Il dipinto venne acquistato nel 1988 in una galleria d'arte di New York da un facoltoso cittadino statunitense che lo volle collocare a bordo del proprio yacht. Dal febbraio 2002 al gennaio 2003 l'imbarcazione rimase ferma nel porto di Savona per lavori di manutenzione. Il furto avvenne in questo periodo e fu scoperto dal figlio del proprietario, nel frattempo deceduto, che, come legittimo erede, venne in Italia a ritirare la barca. Un esperto che visionò il dipinto gli disse che quello a bordo era una copia e che l'originale era sparito. Nel 2012 l'opera venne individuata dai carabinieri nel corso di un'indagine su un traffico di opere d'arte ricettate attraverso una galleria d'arte bolognese. Gli investigatori hanno scoperto che chi aveva sottratto l'opera era anche riuscito a farsi rilasciare dalla Fondazione Chagall, attraverso uno studiato stratagemma, una nuova autenticazione del quadro, la cui vendita fu attribuita a un ignaro collezionista bergamasco cliente abituale della galleria bolognese e nel 2003 fu acquistato, in buonafede, da Bettega.


Redazione Online8 aprile 2013 | 13:43

L'uomo (di Google) da 100 milioni di dollari

Corriere della sera

Tanto Brin e Page hanno pagato a Neal Mohan, la mente dietro AdSense, per impedirgli di andare alla concorrenza

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MILANO - Ecco l’uomo (di Google) da 100 milioni di dollari: Neal Mohan. Sconosciuto ai più, non ama stare sotto i riflettori, preferisce una posizione defilata. Non alza mai la voce, risponde sempre in modo diretto e odia le riunioni che si protraggono troppo a lungo. Ha iniziato a lavorare all’interno di Google cinque anni fa con uno stipendio annuale di 60 mila dollari. Oggi è uno dei vicepresidenti della società di Mountain View. Ma cosa più importante: l’americano di origini indiane è la mente dietro a AdSense, la più grande concessionaria pubblicitaria sul web, proprietà del motore di ricerca. E per non farlo passare alla concorrenza Brin e Page hanno offerto al giovane ingegnere un assegno che non ha potuto rifiutare.

CARRIERA - La guerra nella Silicon Valley si fa anche a colpi di impiegati, quelli capaci e affidabili, quelli che hanno contribuito alla fortuna di un’azienda. Neal Mohan è uno di questi. La sua storia viene raccontata ora dal portale Business Insider. Oggi Mohan è vicepresidente del dipartimento advertising di Google e, secondo la celeberrima rivista Ad Age, fra le 10 figure più influenti nel mondo del marketing. Dopo la laurea in elettronica a Stanford, alla fine degli anni ‘90, ha iniziato nelle start-up Accenture e NetGravity. La svolta arriva quando NetGravity viene comprata da DoubleClick, la società americana leader nella fornitura di servizi di pubblicità online. Questa viene successivamente acquistata dal colosso Google, per 3,1 miliardi di dollari. Una cifra quasi triplicata, anche grazie alle 500 pagine di presentazione in PowerPoint elaborate allora da Mohan. Dentro Google l’ingegnere ha «comprato» negli anni a seguire diversi tools e molte piattaforme, tra cui Invite Media, per la gestione sempre aggiornata dell'advertising, che ha fatto fatturare alla Big G quasi 5 miliardi di dollari nel 2011.

IMPIEGATO D'ORO - Non c'è da meravigliarsi dunque se due anni fa Google gli abbia messo sul piatto 100 milioni di dollari in azioni per impedirgli di passare alla concorrenza, Twitter e Facebook in primis. Il servizio di microblogging di Jack Dorsey gli aveva offerto l’ambito ruolo di product chief. Ora quelle azioni valgono oltre 150 milioni di dollari e Mohan è diventato un uomo ricchissimo. Insomma, il sapere e la lealtà verso la propria azienda pagano. Tra i colleghi a Mountain View Mohan noto col nomignolo non troppo lusinghiero di «assassino silenzioso». Il suo segreto? Dicono di lui che «non è un urlatore», non «perde tempo alle riunioni» ed è un grande «ascoltare». O, forse la cosa più importante: «Non fa cavolate».


Elmar Burchia
8 aprile 2013 | 14:12

Nord Corea, gli zii dietro la minaccia nucleare

Corriere della sera

Il giovane leader Kim Jong-un sarebbe teleguidato da una sorella del padre e da suo marito. Timori per il 10 aprile
 
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PECHINO - Qualcosa di concreto, dopo settimane di dichiarazioni guerresche, il leader nordcoreano Kim Jong-un dovrà pur farlo, prevedono i servizi segreti del resto del mondo. Per dimostrare di avere vinto la sfida, la Nord Corea starebbe preparando il lancio dimostrativo di un missile, o peggio un test nucleare. Potrebbe essere mercoledì 10, il giorno in cui il regime ha «suggerito» alle ambasciate a Pyongyang di chiudere. O il 15, quando cade il compleanno di Kim Il-sung, fondatore della Repubblica e nonno dell’attuale dittatore Kim Jong-un. Se non fosse morto nel 1994, il Primo Kim della dinastia compirebbe 101 anni e i 24 milioni di nordcoreani continuano a piangerlo inconsolabili.

LA DONNA GENERALE - Un affare di famiglia, dunque. Anzi, di famiglia allargata. Perché tutti questi giochi di guerra sarebbero ispirati dagli zii di Kim Terzo (Kim Jong-un), ai quali Kim Secondo (Kim Jong-il) prima di morire nel 2011 avrebbe lasciato in custodia il giovanotto trentenne che ora fa tremare il mondo. In particolare, la grande stratega sarebbe la zia, Kim Kyong-huy. La signora, che ricorda la cattiva Rosa Klebb della serie di 007, ha 66 anni ed è figlia di Kim Primo. Da quarant’anni si muove dietro le quinte del regime. Scomparve dalla scena per sei anni, dopo il 2003, forse purgata dal fratello, Kim Secondo. Che però la richiamò nel 2010 con il grado di generale a quattro stelle, affidandole la direzione del Dipartimento Organizzazione e Guida del Partito dei Lavoratori. Il secondo dittatore della dinastia comunista nordcoreana si era reso conto di essere molto malato e temeva che il figlio fosse troppo giovane per ereditare il potere. Così lo affidò alla zietta.

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LA SCALA MOBILE- Per far capire ai sudditi quanto fosse unita la famiglia, Kim Secondo si portò appresso sulla scala mobile di un supermercato di Pyongyang l’erede Kim Terzo e subito dietro la zia Kim e il di lei marito, Jang Sung-taek. Da allora quella scala mobile è diventata oggetto di culto nella capitale del regno eremita. Nel tempo libero dalle questioni di Stato - repressioni, purghe e minacce di polverizzare il Sud e gli Usa - la zia Kim governa un ristorante a Pyongyang, edizione comunista di Burger King, dove invece dell’odiato termine americano si usa la traduzione «carne tritata nel pane» e al posto della Coca-Cola capitalista si beve sidro di Pyongyang.

L'UOMO DI PECHINO - Il marito di questa ideologa-ristoratrice, come detto, si chiama Jang Sung-taek, ha 66 anni anche lui, e fu capo delle guardie del corpo di Kim Il-sung. Ha viaggiato spesso in Cina per studiarne il modello economico ed è diventato l’uomo di collegamento con Pechino. È lui che spiega ai cinesi quanto è importante per loro sostenere il giovane Kim come baluardo alla presenza americana nella penisola coreana. Non può essere un caso che gli zii la settimana scorsa sedessero ai lati del nipote-dittatore al tavolo del comitato centrale del Partito, mentre il ragazzo annunciava che l’arma nucleare è il tesoro della nazione. La loro missione è quella di accreditarlo come comandante supremo della Nord Corea che sfida il mondo.


Guido Santevecchi8 aprile 2013 | 14:24

Scandalo rimborsi Regione Calabria: non fare domande

Corriere della sera
Antonino Monteleone

Una legge regionale consente ai gruppi consiliari di fare ciò che vogliono coi soldi dei contribuenti. Report ha provato ad ottenere informazioni a riguardo, ma tutti i funzionari sono stati diffidati dal rilasciare dichiarazioni sul tema


Lo scandalo dei rimborsi ai consiglieri regionali della Calabria ha portato, al momento, all’iscrizione nel registro degli indagati di 10 “onorevoli”, due del centro-sinistra e otto del centro-destra. Tra il 2010 ed il 2012 si sarebbero fatti rimborsare di tutto. Dal caffè ai “Gratta & Vinci” (quelli perdenti, s’intende); dagli spettacoli di lap-dance ai soggiorni in Italia e all’estero. Le indagini della Guardia di Finanza sono lo sbocco naturale dei fatti che hanno portato, l’agosto scorso, in carcere il consigliere Antonio Rappoccio. L’esponente del Partito Repubblicano, accusato di truffa e voto di scambio, si scoprì che aveva falsificato anche delle fatture per ottenerne il rimborso.

Il primo dei non eletti nella stessa lista di Rappoccio, l’avvocato Aurelio Chizzoniti, inoltrò una serie di esposti alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per denunciare la condotta scorretta del suo “collega” di lista durante la campagna elettorale. Oggi presiede la Commissione di Vigilanza istituita in seno al consiglio. L’inchiesta di questi giorni, che promette ulteriori (e clamorosi) sviluppi, è coordinata dal Procuratore facente funzioni Ottavio Sferlazza (nell’attesa dell’insediamento di Federico Cafiero De Raho, di recente nominato dal Csm) e dal sostituto Matteo Centini.

È la legge regionale n.13 del 2002 a stabilire che ai gruppi consiliari spettano, in funzione della consistenza del gruppo, risorse per “spese organizzative, di funzionamento, di rappresentanza, di aggiornamento, studio e documentazione, comprese l’acquisizione di consulenze qualificate e la collaborazione professionale di esperti, e per far conoscere l’attività dei Gruppi”. Così i nove gruppi consiliari, più il gruppo misto, si sono spartiti, solo nel 2011, la somma di € 4.462.499, comprensivi delle spese per il personale scelto da ciascun gruppo in maniera fiduciaria e, dunque, senza concorso.


È proprio questa legge a consentire ai gruppi di fare ciò che vogliono coi soldi dei contribuenti. Tanto, a fine anno, basta presentare un semplice rendiconto. Dire che questi documenti sono “vaghi” è dire poco. Ad esempio, nel 2011, il gruppo Insieme per la Calabria, alla voce “altre spese” dichiara € 44.950; il gruppo “Scopelliti Presidente”, alla stessa voce dichiara € 48.200; il gruppo “Udc” alle “spese varie documentate” dichiara € 74.988,12. E se si prova ad andare oltre, chiedendo informazioni agli uffici preposti, scatta la cortina fumogena d’ufficio.

Come testimonia una nota del segretario generale del Consiglio Regionale, Nicola Lopez, pubblicata dal Corriere della Calabria, diffusa dopo la visita di Report, in cui si denuncia il fatto che “una troupe televisiva” si sarebbe “introdotta abusivamente” con l’obiettivo di “raccogliere informazioni e/o interviste” (sic!) e che pertanto si diffidano tutti i funzionari dal rilasciare dichiarazioni su un tema “oggetto di indagini”. Il Consiglio Regionale, presieduto da Franco Talarico, spiega che ad ottobre 2012 “la legge è cambiata”. La quota disponibile per le spese generali dei 50 “onorevoli” calabresi si è “ridotta a 7mila euro l’anno per ciascuno”. In pratica dovranno accontentarsi di “soli” 360mila euro l’anno, ma conserveranno il diritto di assumere il personale che vogliono in funzione del numero di componenti di ciascun gruppo.


Antonino Monteleone
info@reportime.it
7 aprile 2013 (modifica il 8 aprile 2013)

Dipendente dequalificato? Lui non ci sta e non lavora: la Cassazione lo lascia a casa

La Stampa

Il lavoratore, anche se dequalificato, non può rendersi totalmente inadempiente, soprattutto se il datore assolve a tutti i propri obblighi. Lo ha deciso, con la sentenza 2033/13, la Cassazione.

Cattura Un dipendente è stato trasferito dalla società per cui lavorava presso un altro cantiere, l’unico rimasto ancora aperto, dove sarebbe stato assegnato a compiti anche non compatibili con la sua qualifica di gruista. Il lavoratore si è rifiutato, in più occasioni, di svolgere i compiti assegnati, incorrendo in diverse contestazioni disciplinari, fino ad essere licenziato. Secondo la Cassazione, anche in caso di dequalificazione di mansioni, «il lavoratore non può rendersi totalmente inadempiente alla prestazione sospendendo ogni attività lavorativa, se il datore di lavoro assolve a tutti gli altri propri obblighi»: pagamento della retribuzione, copertura previdenziale e assicurativa, assicurazione del posto di lavoro. Il lavoratore può rifiutare la dequalificazione se il lavoro non è sicuro, ma deve provarlo; può rifiutarsi di svolgere mansioni inferiori se il datore non adempie ai suoi obblighi di sicurezza sullo svolgimento della prestazione stessa. Tuttavia, specifica la Suprema Corte, la prova della pericolosità delle mansioni deve essere fornita dal lavoratore che, nel caso di specie, è venuto meno a tale onere.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Andremo in copisteria per stampare oggetti” il futuro per Massimo Banzi

La Stampa

Intervista al creatore del celebre framework open source Arduino, in Italia per una visita al suo vecchio Istituto tecnico
federico guerrini


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Da Lugano a Desio, in Brianza, la distanza non è certo abissale, ma l’accoglienza ricevuta l’altro ieri da Massimo Banzi , da tempo per lavoro in Svizzera e di passaggio in Italia per una visita () all’Iti “Enrico Fermi”, dove si è diplomato, è stata simile a quella riservata a una star di Oltreoceano. Banzi, per i pochi che non lo sapessero, è uno degli inventori della scheda e del framework di programmazione open source Arduino, una piattaforma che permette a chiunque abbia un minimo di conoscenze tecniche di realizzare oggetti interattivi e “intelligenti”. L’invenzione, per la facilità d’uso, l’approccio open, e il perfetto tempismo nell’inserirsi in quella che è stata definita la “rivoluzione” degli artigiani digitali, ha riscosso subito un grande successo, e Banzi, grazie anche agli articoli di riviste di settore come Wired, è diventato un’icona per gli aspiranti maker. Per La Stampa.it ha risposto ad alcune domande sulla sua carriera, sul nuovo artigianato tecnologico e sull’evoluzione di Arduino.

Benvenuto, Massimo, per cominciare, una curiosità: perché hai scelto di vivere in Svizzera? Ti consideri anche tu un “cervello in fuga”?
Volevo andarmene dall’Italia per una serie di questioni personali, perché non mi piaceva più l’idea di vivere qui e non ero d’accordo su cosa stava succedendo e, a un certo punto, la mia capacità di impattare sull’Italia era molto limitata perché appunto volevo andarmene. Poi è arrivata l’offerta di insegnare a Lugano, dove avevo la possibilità di sperimentare, e per me era importante il fatto di vivere in un posto dove c’è una scuola che insegna quello che insegno io, che si chiama Interaction Design. Ha funzionato bene.

Poi ho cominciato a informarmi e ho mi sono reso conto che la Svizzera è un Paese molto orientato all’innovazione, che sostiene le aziende innovative. Ci sono dei piani che permettono alle università di lavorare per le aziende supportate dallo Stato per generare innovazione. Lì hanno un sistema ben strutturato e ben documentato su Internet in cui, a un certo punto, anni fa lo Stato ha deciso questo è il modo in cui noi promuoviamo l’innovazione ed è tutto chiaramente documentato. Se tu vuoi fare un progetto di ricerca supportato dalla Confederazione mandi un progetto, che sono poche pagine A4, e nel giro di pochi giorni hai una risposta.

Sono dei livelli di efficienza, di semplicità normativa e soprattutto di stabilità. Quindi se tu vuoi fare innovazione, se vuoi fare impresa dormi sogni più tranquilli se sai che una volta che si è espresso il Governo la cosa così è e non cambia. In Italia la nostra chiamiamola “consociata”, a Torino, fa dei salti mortali per poter lavorare. Per cui è chiaro che da un certo punto di vista è interessante vivere in un posto che promuove molto l’innovazione, anche per capire quali meccanismi sono esportabili in altri Paesi. Poi, io credo che ogni Paese del mondo ha le sue caratteristiche, qualcosa da dare ed è per questo che noi siamo sparsi in giro per il mondo.

Il tuo percorso lavorativo ti ha portato a viaggiare spesso per il mondo. Com’è l’Italia dell’innovazione vista da fuori, e confrontata con il panorama di altri Paesi?
Quando sei all’estero ti imbatti in un sacco di italiani innovativi. Più o meno ovunque c’è un italiano che sta facendo una cosa assurda. Credo che in giro per il modo siano abituati a vedere gli italiani che portano il loro valore, mentre quando guardano all’Italia spesso in alcuni posti ci si stupisce che ci siano aziende italiane innovative perché all’estero il nostro Paese è visto come il posto della tradizione. É una questione di percezione.

Come è cambiato Arduino rispetto all’idea originale che ne ha decretato il successo? Dovendo tornare indietro, faresti tutto allo stesso modo, o ci sono errori che magari avresti potuto evitare per promuovere l’invenzione (e quali)?
Tutte le idee si evolvono nel tempo. All’inizio Arduino nasceva come uno strumento creativo per studenti di design, poi quando ha iniziato a essere usato al di fuori di questo ambito abbiamo cominciato a lavorare per renderlo più universale. Nel percorso abbiamo visto l’evoluzione del mondo maker per cui, assistendo a questa evoluzione, abbiamo anche cambiato alcune cose che facevamo per abbracciare cose che fossero di più di Arduino in quanto circuito elettronico.

Abbiamo fondato spazi fisici in Italia, in Svezia, in India, dove interagire con le comunità, dove lavorare sulla fabbricazione digitale: sono tentativi di espandere Arduino oltre il concetto originale. Io passo una buona quantità di tempo ad analizzare le cose che abbiamo fatto nel passato per capire come fare meglio perché chiaramente quello è il mio lavoro. Sì, avrei potuto fare cento mila cose diverse, ma alla fine quello che abbiamo fatto ha funzionato abbastanza bene. Per cui non sto troppo tempo a pensare a cosa avrei potuto fare di meglio.

Si parla molto, anche qui da noi, di “rivoluzione dei maker”. Il termine “rivoluzione” è un po’ una forzatura pubblicitaria o la descrizione accurata di quanto sta accadendo?
Ogni movimento ha bisogno del suo marketing per potersi sviluppare. Non la chiamerei una rivoluzione Copernicana, però sicuramente è un modo di ripensare alcuni meccanismi che stanno dietro alla creazione di prodotti, di servizi fatti da persone che magari non facevano parte di questo mondo precedentemente, per cui portano dei punti di vista spesso un po’ bizzarri spesso innovativi proprio perché arrivano da mondi che non c’entrano con il modo in cui si sono fatte le cose finora.

Nel momento in cui prendi più campi e crei un’intersezione tra più discipline o porti delle persone che non sanno niente di una disciplina dentro quella disciplina si crea un cambiamento. Anche perché spesso questi makers, siccome non sanno nulla di come si fa a produrre certe cose, magari inventano metodi più semplici per produrre la stessa cosa perché non sanno che si fa così. Oppure, proprio perché non hanno studiato come si fa una certa cosa, non hanno dei preconcetti, per cui fanno delle cose per cui un esperto di quel campo direbbe no, non ha senso. Uno che banalmente non è esperto porta un punto di vista del tutto fresco.

Quale pensi potrà essere l’impatto sulla società della diffusione della possibilità di prodursi da soli oggetti con stampanti con 3d, e di interagire con il cosiddetto Internet delle Cose?
Non credo che in maniera molto rapida ora tutti compreremo la stampante 3d come compriamo il frigo a casa. Però sicuramente questi meccanismi lentamente evolveranno fino al punto in cui nelle città ci saranno, così come ora ci sono le copisterie, i negozi che stampano le cose. Oppure si ordineranno online e arriveranno a casa. Sicuramente queste stampanti sempre più economiche serviranno a una categoria di persone per innovare, per sperimentare, per provare.

Da un altro punto di vista anche l’Internet delle Cose è qualcosa che lentamente entrerà nelle case delle persone senza magari essere chiamato l’Internet delle Cose. Per esempio ora negli Stati Uniti c’è una punta avanzata di consumatori che sostituisce il termostato del riscaldamento di casa con il termostato “Nest”, che è un termostato progettato da un ex dirigente della Apple, che si collega via wi-fi e ha tutta una serie di intelligenze comandabili dal telefonino e via web. Quello è un esempio di Internet delle Cose, ma la gente pensa semplicemente che quello è il nuovo termostato. Alle persone di tutti i giorni non interessa il concetto di Internet delle Cose, interessa che il prodotto gli risolva un problema.

Sul vostro sito avete una divertente sezione “hall of shame”, dedicato ai copycat dei vostri prodotti. La contraffazione è ovunque, ma il fatto di proporre un progetto open source ha in qualche modo incentivato problemi di questo tipo? E come vi siete attrezzati per fronteggiarli?
Arduino è open source. Questo vuol dire che chiunque può riprodurre la parte software senza problemi. Ma il nome e il marchio sono registrati ed è chiaramente indicato sulla scheda, sui files che si scaricano dal sito e anche nel nostro sito. Per cui il problema non è il fatto che la gente copi la scheda, quello era un po’ il desiderio, il problema è quando la gente ti copia il nome e va in giro a dire che sono te. É chiaro che se uno va su Ebay compra una scheda tarocca cinese, gli arriva a casa e non gli funziona poi dice Arduino è un tarocco perché non va. Il problema è quando si fa pensare che quel prodotto è quello che non è.

Cosa ne pensi, in generale, della cosiddetta “pirateria”?
Io credo che in qualche maniera in tutti i momenti storici c’è stato qualcosa che è stato “piratato”, cioè dei modelli di business che sono stati come si dice in inglese “diswrapped”, che sono stati sconvolti e poi alla fine si sono stabiliti altri modelli business che hanno sostituito quelli vecchi. Sicuramente tutta l’industria legata al copyright è in una condizione in cui il mondo sta evolvendo, queste evoluzioni sono inevitabili, e invece di pensare a come adattarsi al mondo che cambia investe tutte le loro energie per immaginarsi a come fare a bloccare il cambiamento. Credo che alla fine ha senso educare le persone più che usare i metodi polizieschi. Da un altro lato molte di queste aziende forniscono dei prodotti che la gente percepisce come troppo costosi per il valore che danno. Finché c’è questa percezione probabilmente la gente si darà alla pirateria.

Venerdì a Torino c’è un grande evento dedicato al crowdfunding, Torino Crowdfunding (di cui La Stampa è media partner). Cosa ne pensi di questa modalità di finanziamento? Può dare un futuro a giovani con idee brillanti come la tua?
Ogni tipo di idea imprenditoriale ha diverse fasi e ci sono diverse tipologie di idee in diverse fasi, per cui si applicano diversi modelli di finanziamento. Nel nostro caso, quando siamo partiti a fare Arduino, i primi pezzi che abbiamo fabbricato per nostro uso personale li abbiamo fatti investendo 700 euro. Il costo dell’investimento fisico era talmente basso e in più il mercato era privo di concorrenti per cui non c’era la paura che qualcuno ci superasse in curva. In questo caso il self-funding ha funzionato, mentre per altre idee serve che una comunità di persone credano in quell’idea. Poi, a parte alcuni esempi eclatanti, risulta difficile che qualcuno con il crowfounding puro, specialmente in Italia, porta a casa 20 milioni di dollari. Per quello servono fondi d’investimento a diversi stadi. Poi spesso una start up nella sua vita ha un primo angel all’inizio, poi ha un primo round di finanziamento, poi c’ è un secondo round più ampio. Per cui a diversi stadi della vita dell’idea imprenditoriale ci son diversi strumenti di finanziamento.

Tartaruga estinta? Non è mai esistita

La Stampa

La Zampa.it


La scoperta dopo aver analizzato i tre esemplari trovati alle Seychelles nel 19esimo secolo


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La davano per estinta ma in realtà non è mai esistita. Si tratta della tartaruga Pelusios seychellensis dichiarata «estinta» dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, dopo il ritrovamento alle Seychelles alla fine del diciannovesimo secolo degli unici tre esemplari noti al mondo, elemento che aveva fatto pensare che la specie fosse stata sterminata. 

I tre esemplari sono al Museo di Storia Naturale di Vienna e al Museo zoologico di Amburgo e sono stati finalmente analizzati geneticamente. Le indagini sul dna hanno permesso di scoprire che queste tartarughe non appartenevano a una specie separata e inedita ma sono in realtà riconducibili a un’altra specie di testuggine, la Pelusios castaneus diffusa nell’Africa occidentale.

La scoperta è frutto di una ricerca condotta da Uwe Fritz, direttore del Museo di Zoologia di Dresda che ha spiegato: «I dati genetici ci hanno dimostrato che la specie Pelusios seychellensis non è mai esistita. Ci ha tratto in inganno per molto tempo la distanza geografica che si poneva tra queste tartarughe e alcune specie dell’Africa occidentale che sembravano marcatamente simili». Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Plos One. 

Roma, trovato il tempio di Quirino: «E' sotto Palazzo Barberini»

Il Messaggero
di Laura Larcan


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Fino ad oggi l’ipotesi più accreditata lo collocava sotto i giardini del Palazzo del Quirinale. Ma il Tempio del dio Quirino, il grandioso monumento sorto sul colle «Quirinalis» che affonda le sue origini nell’età della fondazione di Roma e ricostruito da Cesare e poi da Augusto, giacerebbe invece sotto Palazzo Barberini. Ne è sicuro il famoso archeologo e divulgatore di storia romana Filippo Coarelli che oggi comincerà il suo nuovo ciclo di lezioni al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo alle Terme, diretto da Rita Paris, per illustrare le sue più recenti ricerche che fanno il punto su una serie di scoperte frutto delle campagne di scavo almeno degli ultimi vent’anni.

GLI SCAVI
«La localizzazione del Tempio di Quirino sarà uno dei temi cruciali delle nuove lezioni - annuncia Filippo Coarelli - Il complesso monumentale sta proprio sotto Palazzo Barberini e non certo sotto i giardini del Quirinale. È d’accordo con me anche Adriano La Regina (ex soprintendente archeologico, ndr.) e si può dimostrare», ribadisce lo studioso. Gli indizi chiave, come racconta Coarelli, sono emersi dallo studio dei risultati ottenuti da una serie di scavi, alcuni storici (risalenti al 1901), altri più recenti e ancora inediti, che hanno consentito all’archeologo di ricomporre come un puzzle il cuore dello straordinario monumento: «Il tempio va collocato tra via Barberini e via delle Quattro Fontane», ribadisce Coarelli. Durante i lavori per l’adeguamento dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini , venero riportate alla luce possenti murature (oltre ad una serie di ambienti in parte affrescati), identificabili oggi con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale. E porzioni delle imponenti fondamenta del tempio sarebbero riscontrate anche sul lato di via Barberini.

LA MAPPA
Per Coarelli la mappa del tempio è tutta da ribaltare. Anche perchè nel 2007 proprio al Quirinale si apriva una mostra «Cercando Quirino», con cui l’ illustre archeologo Andrea Carandini presentava i risultati delle indagini col georadar condotte nei giardini del Quirinale e ricostruiva il Tempio esattamente sotto il palazzo presidenziale. Per Coarelli, invece, i resti individuati sotto la Casa degli italiani avrebbero tutt’altra identità: «Lo scavo del traforo nel 1901 rimise in luce una fetta di gigantesca struttura residenziale identificabile, grazie al ritrovamento dei tubi con epigrafi, a Plauziano il famoso suocero dell’imperatore Caracalla». Secondo le fonti, è sulla sommità del «Quirinalis» (uno dei quattro colli primitivi che formeranno il grande Quirinale) che venne edificato il Tempio di Quirino.

E’ noto che nel 293 a.C. il console Lucio Papirio Cursore ordinò la fondazione nel sito di un tempio dedicato al dio Quirino, ed è molto probabile che lo costruì su un santuario più antico risalente alle popolazioni sabine che in età arcaica occupavano il colle. L’unica raffigurazione ce la offre un rilievo in marmo (II sec.) rinvenuto a piazza Esedra nel 1901 (oggi nei depositi di Palazzo Massimo). A descriverlo è l’architetto Vitruvio (ordine dorico con doppio colonnato, circondato da un portico). Eppure la sua posizione rimaneva col punto interrogativo. «Il mons Quirinalis, il Quirinale primitivo non poteva stare oltre via delle IV Fontane», chiarisce Coarelli. Quindi il tempio si sarebbe dovuto sviluppare verso largo S. Susanna.

Tutti lì sul caffè gratis alla buvette Ma le imprese sono al capolinea»

Corriere della sera

Dall'Emilia al Veneto il malessere degli industriali. Le Coop:«I rimborsi?È liquidità che arriva all'economia reale»

Nella mappa dell'imprenditoria italiana gli emiliani vengono considerati da sempre dei moderati. Non protestano a ogni piè sospinto e tutto sommato hanno sempre avuto un rapporto positivo con la politica. Ma adesso il loro sentimento sta cambiando. Dice Maurizio Marchesini presidente della Confindustria dell'Emilia Romagna: «Da quaranta giorni si discute del prezzo del caffè alla buvette di Montecitorio e intanto attorno ci casca il mondo e si stanno perdendo occasioni di sviluppo».

Persino le aziende esportatrici che sono il motore di testa del sistema Emilia rallentano, quelle che lavorano per il mercato interno sono disperate e stanno saltando singole aziende fornitrici che non riescono a stare a galla e che fanno mancare un anello chiave delle filiere produttive. Così i prudenti emiliani stavolta sentono, come non mai, l'esigenza di far sentire il loro profondo malessere. Vorrebbero fortemente che attorno ci fosse anche la partecipazione dei dipendenti, una mobilitazione comune del lavoro e dell'impresa ma i sindacati anche in questo caso sono in ritardo. Ci arrivano dopo. Venerdì 12 e sabato 13, intanto, alcune centinaia di imprenditori bolognesi, parmigiani, modenesi e via di questo passo, andranno a Torino al convegno della Confindustria che stavolta non sarà di routine ma ha tutte le premesse per diventare una grande manifestazione di protesta e di orgoglio. Lo slogan prescelto sarà «il tempo è scaduto» e il sottotitolo non esplicitato può essere letto come... «e noi non ce la facciamo più a supplire alla latitanza della politica».

Gli imprenditori emiliani hanno avuto da sempre un rapporto cordiale con la sinistra ma stavolta Marchesini e i suoi non hanno contezza di cosa stia facendo il Pd, «non si capisce dove sia finito il tradizionale pragmatismo degli amministratori emiliani, non hanno saputo leggere il risultato del voto e così abbiamo perso settimane su settimane». E visto che stavolta sono proprio gli emiliani (da Pierluigi Bersani a Maurizio Migliavacca passando per Vasco Errani) a guidare le mosse del partito la riflessione degli industriali è quasi ad personam. Venerdì 5 a Bologna si sono riuniti tutti i presidenti delle associazioni territoriali e dei settori a trazione emiliana come la ceramica e hanno fatto una conferenza stampa congiunta che sembrava in realtà una manifestazione di sdegno. Che Marchesini ha tradotto in un'affermazione lapidaria: «Se qualcuno pensa di andare a nuove elezioni sappia che nel frattempo noi saremo costretti a portare i libri in tribunale».

Giuliano Poletti è il presidente della LegaCoop, ha rinunciato a candidarsi in Parlamento perché vuole portare avanti il processo di unificazione tra coop bianche e rosse. Anche lui pensa che sia necessario «un governo delle emergenze, di durata limitata nel tempo e imperniato sul rapporto tra Pd e Pdl». Per Poletti i grillini hanno monopolizzato l'agenda politica negli ultimi 40 giorni e i temi dell'emergenza economica e del lavoro sono passati in secondo piano. «So bene che dalle urne è uscita fuori una pressante richiesta di trasparenza della politica ma bastava per onorarla deliberare un unico atto: riformare il finanziamento pubblico ai partiti. E poi un minuto dopo dedicarsi alle aziende e al lavoro».

Il presidente della LegaCoop la pensa come Rete Imprese Italia sul decreto Grilli per i pagamenti della pubblica amministrazione: «Avrei voluto modalità di rimborso più semplici, immediate e avrei preferito che la decisione di immettere liquidità nell'economia reale fosse stata gestita in modo da generare ottimismo. E invece è diventato un provvedimento da ragionieri, per di più sospettosi e così facendo è stato bruciato l'effetto psicologico positivo che il provvedimento avrebbe dovuto avere». Poletti è molto preoccupato per l'avvitamento del credito bancario e per la scomparsa del tema dall'agenda politica. «Banca d'Italia manda segnali di irrigidimento sui controlli e le garanzie ma attenzione bisogna sapere che c'è bisogno di un punto di equilibrio. Se ogni autorità o potere gioca la partita da solo il risultato è un'ulteriore restrizione dei fidi con tutte le conseguenze che è facile immaginare in una fase come questa».

Anche dal Veneto si guarda con grande attenzione all'appuntamento confindustriale di Torino. Roberto Zuccato, presidente degli industriali, racconta della difficoltà di lavorare contemporaneamente su due piani, tamponare l'emergenza e impostare una nuova strategia che porti a quello che chiama «il manifatturiero digitale». Ovvero una capacità del sistema Nord Est si posizionarsi più alto nella scala della qualità e nel frattempo aggregarsi per acquisire la necessaria massa critica. Zuccato molto responsabilmente invita a non fare di tutt'erba un fascio quando si parla dei suicidi. Per ciascun caso bisogna conoscere bene le motivazioni ed evitare le analisi superficiali. «C'è il rischio di indurre all'emulazione e quindi l'enfasi è la cosa meno necessaria in questi momenti». Ciò non vuol dire che agli imprenditori sfuggano i profondi e drammatici cambiamenti che stanno avvenendo negli stili di vita dei cittadini. «Parlo non solo della frequenza ridotta con cui si va al ristorante o in pizzeria ma mi hanno raccontato come le famiglie comincino a riportare a casa i loro cari che avevano affidato a case di riposo per anziani. Non possono permettersi più le rette e poi la pensione del nonno serve per quadrare il bilancio a fine mese. Perché una volta in una casa si lavorava in due o anche in tre, oggi siamo tornati allo stipendio unico».



Dario Di Vico
8 aprile 2013 | 8:08

Moby Prince, non fu errore umano» La contro inchiesta del figlio del capitano

Corriere della sera

Angelo Chessa ha riaperto il caso del traghetto bruciato. La svolta grazie alle nuove tecnologie

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L'Italia è quel Paese dove 140 morti e anche il loro ricordo scompaiono dietro a un banco di nebbia che non c'era. Il 10 Aprile dovrebbe sempre essere sempre una pessima giornata, per non si accontenta di sentenze dalla grafia incerta. Quel giorno, nel 1991, il traghetto Moby Prince appena salpato dal porto di Livorno urtò con la prua una petroliera, l'Agip Abruzzo. Morirono tutti i passeggeri, radunati nel salone centrale della nave, e i membri dell'equipaggio. Centoquaranta persone. Un solo superstite. Nessuna verità, plausibile o meno.

«L'ultimo decreto di archiviazione non ha alcun riscontro nelle carte usate per scriverlo, che anzi affermano l'esatto contrario di quel che sostiene il giudice. Noi ci abbiamo messo nuove tecnologie, ma i documenti sono gli stessi. Siamo ancora qui, a chiedere un'ultima possibilità di avere finalmente giustizia». Milano, uno studio tecnico a due passi dal tribunale. Luci accese alla fine di un lento pomeriggio trascorso nella penombra, a esaminare filmati, elaborazioni al computer. Angelo Chessa, chirurgo specializzato in ortopedia. È il figlio di Ugo, comandante della Moby Prince, di lunga e onorata carriera. Nel 1991 aveva 25 anni. Stava finendo l'università a Milano. Vide le immagini al tg del mattino. Capì subito. Ancora non sapeva che a bordo c'era anche sua madre, Maria Giulia, salita all'ultimo momento. La trovarono tra i corpi ammassati nel salone.

«Tutto chiaro»? L'ingegner Gabriele Bardazza, il padrone di casa, consapevole dei rischi di questa intensa sessione tra reperti e diagrammi, interrompe il racconto di Chessa. I principali clienti del suo studio di ingegneria sono i magistrati di Milano, per i quali ha ricostruito la dinamica della strage di Linate. Dal 2010, per la prima volta, ha accettato di lavorare per una parte civile. Amicizia, al netto del rimborso spese. «Una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del Moby Prince». L'ultima archiviazione è arrivata nel 2010. Con queste parole. La morte estingue ogni reato, ma quella colpa ricade sul padre di Chessa. «Le indagini andarono in una sola direzione, la più facile. Troppi interessi da coprire, tra Agip e porto. Tutti ormai riconoscono che si tratta di una specie di Ustica dei mari, nessuno ne parla. Non è più una questione privata. Io mi ribello a un oblio ingiusto».

Cattura
Sono passati 22 anni. Quel che doveva essere è stato, forse. I reati sono prescritti, visto che mai si è proceduto per strage. Dei nostri tanti misteri, quello della Moby Prince è davvero il più misconosciuto. La presenza di navi militari americane in rada, l'ipotesi concreta di una esplosione a bordo del traghetto precedente il disastro, le responsabilità di soccorsi tardivi e maldestri: tutto è sempre rimasto sotto il coperchio di sentenze minimaliste. I fatti non sussistevano e comunque erano difficili da vedere, coperti com'erano da una inopinata «nebbia d'avvezione» che ha incardinato il primo processo eliminando ogni ricostruzione alternativa a quella dell'errore umano. Un fenomeno improvviso, molto diffuso ma ai Tropici, che dal nulla aveva creato una barriera di 300 metri, a misura di petroliera.

Il nuovo lavoro di indagine parte da qui. Da vecchie incongruenze e da nuovi strumenti di lavoro. La prova regina della scarsa attenzione dell'equipaggio è per i giudici «clamorosamente esplicitata» dal portellone prodiero aperto, nonostante la normativa Marpol 73-78 lo proibisse. All'epoca nessuno fece caso a questo passaggio. Ma la legge che vieta di navigare in tali condizioni sarebbe entrata in vigore solo nel 1992, e riguardava le nuove imbarcazioni. La Moby Prince avrebbe dovuto adeguarsi nel 1995. Marpol 73-78 invece altro non sarebbe che un testo non vincolante sulla polluzione marina, dove non si fa alcun cenno alla sicurezza.

Il punto più delicato è quello della posizione della petroliera Agip Abruzzo, ufficialmente collocata fuori dal triangolo d'acqua all'uscita del porto, dov'era vietato l'ancoraggio. Un video girato pochi minuti dopo l'impatto, e una ricerca fatta a Livorno per identificare nell'oscurità i cosidetti «punti cospicui» sulla terraferma, sembra invece stabilire come la petroliera fosse ben dentro l'area proibita. Un'altra scoperta, d'archivio: già nelle motivazioni della sentenza di primo grado le coordinate collocano la Agip Abruzzo là dove non doveva essere. Era una notizia di reato. Nessuno la vide.

Come la nebbia, che continua a persistere nonostante decine di filmati che mostrano una notte limpida. In uno di questi si vedono i bagliori delle fiamme della Moby Prince dietro e non davanti alla sagoma della petroliera. Se confermata, sarebbe una novità, non da poco, che ribalterebbe la dinamica della collisione: la Moby Prince non stava uscendo, ma rientrando in porto. Le ragioni di questa presunta inversione di rotta non le sapremo mai, come molto altro di questa storia. La nuova indagine vuole fugare inoltre ogni dubbio sul numero di navi americane presenti in rada. Una sola, ma molto vicina alla petroliera al momento dell'urto con la Moby Prince, come sembra dimostrare il notevole lavoro sulle comunicazioni radio, dal quale si evince che a parlare in inglese è sempre la stessa voce.

A parità di gomitolo, l'obiettivo dichiarato di questa monumentale contro inchiesta durata tre anni è di mostrare un filo rosso diverso da quello individuato dai magistrati, per ottenere un nuovo processo, penale o civile non importa. «A me interessa stabilire una verità storica. Quella tragedia non ha generato nulla, non ha insegnato niente. Centoquaranta morti inutili. Nel nome di una verità di comodo». Il figlio del comandante Ugo mostra due ritagli di giornale ingialliti. La Nazione , 15 e 16 aprile, pochi giorni dopo il disastro. Quel momento raro dove si raccolgono le notizie sul campo, prima che indagini e verità ufficiali prendano possesso del terreno. Il primo titolo è «La petroliera non doveva essere lì». Il secondo fa riferimento al notevole traffico di navi militari registrato quella notte al porto. Sono gli unici articoli che mancano dalla rassegna stampa allegata agli atti.

Marco Imarisio
8 aprile 2013 | 8:04