venerdì 5 aprile 2013

Un anno senza Google. «Si può fare»

Corriere della sera

L'esperimento di un giornalista: niente motore di ricerca, né Youtube né Maps. Ecco con cosa li ha sostituiti

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In quanti di voi si sono chiesti, spersi per le vie di una città sconosciuta con lo smartphone alla mano, come vivrebbero se non ci fosse Google map? Probabilmente in tanti, e chi scrive in primis. E fra i buoni propositi del post Pasqua, come l’addio al cioccolato e la negazione dei cibi contenenti grassi idrogenati, potrebbe aggiungersi anche «niente più Google». È questa la storia di Tom Handerson, giornalista tech, che un anno fa ha deciso di divorziare da Google, spiegando la sua scelta in un articolo.

«Quando si divorzia, una parte degli amici resta con te, un'altra parte se ne va con l'altro: alcuni se ne sono andati dalla parte di Google, ma forse non erano veri amici». Perché l'ha fatto? Per avere salva la privacy. E certo le ultime news tenderebbero a dargli ragione: è solo di qualche giorno fa la notizia di Google messo sotto inchiesta dall'Unione Europea per la privacy dei suoi utenti. Parrebbe che il colosso di Mountain View congiunga i dati degli utenti ottenuti col motore di ricerca, con Youtube (sempre di Google) e con Gmail, al fine di creare dei profili più completi degli utenti.

E quali erano le preoccupazioni di Handerson? Le specifica nel suo articolo: «Subito dopo il divorzio ho notato quanto sia pervasivo l'intervento del gigante mediatico, e di come i termini sulla privacy e sulle condivisioni dei dati in verità invadano la nostra privacy più che proteggerla». Ed è stato proprio il regolamento sulla privacy a convincere il giornalista americano a smettere di usare i servizi di Google, in toto: Google Plus (aveva un profilo con 3000 amici), il motore di ricerca, e tutto il resto. Anche se - lo ammette - «sono prodotti molto attraenti».

Quali sono le alternative al mondo di Google?
 
Motore di ricerca: Duckduckgo e qualche volta Yahoo. Non è una leggenda che se si comincia a utilizzare Yahoo con costanza, questo comincia a perfezionare le ricerche e a lavorare bene. Certo, anche Yahoo può tenere memoria delle nostre ricerche. C'è qui una lunga lista di motori di ricerca alternativi, spesso tematici.

Mail. Si consiglia di usarne una personale, anche se sarà a pagamento. Il giornalista utilizza Yahoo e Classic.

Mappe. Sembra difficile sostituire le mappe di Google con qualcosa che abbia la stessa qualità: questo lo sa bene Apple. Il giornalista tech usa Mapquest e Yahoo, cancellando opportunamente i cookies (ovvero le tracce) dopo averlo utilizzato.

Musica e video. Ci sono i servizi di streaming musicale, come Spotify o Deezer. «Niente è come Youtube per i video» ammette Handerson, ma qualcosa si trova anche su Vimeo.

Immagini. Per queste ci sono gli “anzianotti” ma sempre buoni Flickr e Shutterfly, basta regolare le impostazioni in modo che le foto non siano pubbliche ma vi si possa accedere solo su invito.

Social Networking. Facebook solo per gli amici e la famiglia, con il suo profilo totalmente privato ed evitando interagire con le bacheche di persone con il loro profilo pubblico; Linked-In, il social professionale, lo usa per la sua immagine pubblica, Twitter non lo usa molto.

Gps. La cara e vecchia mappa cartacea.

Google translation: Babelfish (di Yahoo), anche se precisa "niente è efficace come desidereremmo (nemmeno Google lo era)”. Altre opzioni? Bing (al quale si appoggia Facebook)

App. Il giornalista ha sostituito Google Play con lo store di Amazon, ammettendo però che di norma non legge libri in formato elettronico e non acquista molte app, se non per lavoro.

Sembra difficile rinunciare a Google e ai suoi servizi? Forse meno di quanto si creda. La concorrenza offre buoni servizi alternativi, a volerli stanare. Anche se, si deve precisare, qualunque altro prodotto riesce a tenere traccia del nostro browsing, ovvero le attività sul web, attraverso i cookies. Una risposta possibile a questo problema è quella di cancellare i cookies quotidianamente. Tuttavia, se è vero che l’astinenza da Google permette di salvaguardare la privacy, anche altri prodotti e colossi come Yahoo, Amazon, o i social media tratteggiano dei ritratti completi di noi grazie ai dati che forniamo nel complesso. Il punto è semplice: Google, con tutti i suoi servizi, li unisce.

Olga Mascolo
4 aprile 2013 | 19:14

Risolto il giallo del dipinto sparito da casa Sordi: la sorella dell'attore lo regalò a Benedetto XVI

Corriere della sera

Aurelia portò a Ratzinger il quadro che il fratello voleva regalare alla città di Roma

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Risolto nel più clamoroso e spettacolare dei modi possibili il giallo della cosiddetta «Tavola Sordi», il dipinto quattrocentesco di proprietà del grande attore scomparso e attribuito a Francesco di Giorgio Martini. La tavola si trova nell’appartamento pontificio in Vaticano.

DONAZIONE - Fu Aurelia Sordi, la sorella dell’attore, a chiedere e ottenere udienza da papa Benedetto XVI mercoledì 4 febbraio 2009. Fu un’udienza riservatissima, nemmeno «L’Osservatore Romano» ne dette notizia. Aurelia Sordi regalò l’opera al Papa che decise subito di collocarla nel suo appartamento privato. Il legame di Joseph Ratzinger con quell’opera doveva essere fortissimo: monsignor Georg Ganswein, il suo segretario particolare, prefetto della Casa pontifica, la usò sull’invito che spedì a parenti ed amici per la sua ordinazione episcopale ad arcivescovo titolare eletto di Urbisaglia.

LA STORIA - La vicenda della Tavola Sordi è lunga. Giovedì l’ex sindaco di Roma ed ex ministro per i Beni e le attività culturali, Francesco Rutelli. Raccontava al Corriere della Sera , molto preoccupato, questa storia legata al carattere del grande attore, al suo rapporto con Roma e alla nebulosa che ora circonda il destino della sua ricchissima eredità: «Sordi ed io alla fine degli anni Novanta eravamo diventati grandi amici, festeggiavamo il nostro compleanno insieme, io sono nato il 14 giugno e lui era nato il 15. Comunque, un giorno mi invitò a casa sua e mi mostrò con orgoglio la splendida tavola dicendomi: «È il pezzo a cui tengo di più, sono legatissimo a questo gioiello.

Sappi che, quando non ci sarò più, voglio che sia regalata a Roma, alla nostra città. Deciderai poi tu dove...». La tavola ha una storia illustre: venne esposta nel 1894 alla Royal Academy di Londra già con l’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini, quasi certamente l’autore (tra mille dibattiti) della «Città ideale» esposta a Berlino alla Gemäldegalerie: sue madonne analoghe a questa sono esposte al Metropolitan musem di New York, alla Pinacoteca nazionale di Siena. Secondo la ricostruzione dei prestigiosi antiquari Apolloni di via del Babuino a Roma, l’opera venne comprata da Sordi negli anni Cinquanta.

VOLONTA' - L’attore non lasciò nulla di scritto ma la sua volontà era inequivocabilmente nota. Lo dimostrerà il fatto che, quando Alberto Sordi nel 2003 morirà, sarà proprio la sorella Aurelia a contattare (qualche anno dopo) Francesco Rutelli, diventato nel frattempo ministro per i Beni e le attività culturali. Racconta ancora l’ex ministro: «La signora Aurelia mi confermò con lucidità e precisione che la volontà del fratello era di regalare la Pala a Roma. Fu così gentile da permettere di far visionare l’opera dagli esperti del ministero. Chiesi di esaminarla a due personaggi di indiscutibile valore, come l’allora direttore generale del ministero e oggi sottosegretario Roberto Cecchi e come Cristina Acidini, soprintendente per il Polo museale fiorentino».

Acidini e Cecchi studiarono con attenzione l’opera: una relazione di otto pagine, del 17 marzo 2008, riporta le caratteristiche storico-artistiche e strutturali della tavola. Alla fine si può leggere: «L’attribuzione a Francesco di Giorgio Martini può essere confermata precisando che, alla luce degli studi più recenti, egli fu probabilmente responsabile del disegno e della stesura pittorica delle due figure principali, Madonna e Gesù Bambino, mentre delegò la dipintura delle figure secondarie a un assistente, indicato convenzionalmente come "Fiduciario di Francesco"». Nel documento l’opera viene indicata come «Tavola Sordi», nome ormai «storicizzato» con mezzo secolo di possesso. Rutelli immaginò di collocarla al Museo nazionale di Arte antica di palazzo Barberini. Da quel momento nessuna notizia della Tavola.

ELEZIONI - Nella primavera 2008, alle elezioni vinse il centrodestra, la macchina ministeriale si arenò e, con tutta probabilità, il fascicolo si perse semplicemente perché mancava l’interesse che Rutelli personalmente aveva nei confronti del vecchio amico. Forse qui nasce la decisione di Aurelia Sordi di regalare la Tavola a Papa Benedetto XVI: Rutelli, che ignorava come tutti la destinazione, aveva inviato nei giorni scorsi una e-mail a Roberto Cecchi suggerendogli l’opportunità che il ministero avvii «una procedura per l’apposizione del vincolo per cautelarsi dalla dispersione o da una anomala destinazione». Perché? Persone amiche dell’ex ministro e che avevano visto recentemente casa Sordi («non faccio nomi per riservatezza», spiega Rutelli) non avevano trovato traccia della Tavola. Cecchi si è mosso subito, girando il dossier a Daniela Porro, nuova soprintendente al Polo museale romano. Ora il clamoroso sviluppo chiude ogni congettura: la Tavola è nell'appartamento papale. Chissà se papa Francesco l’ha già vista. E chissà cosa deciderà di farne ora, sapendo che la volontà di Sordi era di regalarla a Roma.

Paolo Conti
5 aprile 2013 | 11:59

Dio salvi gli italiani dallo snobismo dei maledetti inglesi

Tony Damascelli - Ven, 05/04/2013 - 08:17

Per sentirsi migliori hanno bisogno di prendersela sempre con uno dei nostri. Ma i maestri del cattivo esempio sono loro


Dopo 227 partite, 90 gol, una coppa intertoto con il West Ham, un campionato di League One vinto, un premio di calciatore dell'anno, un riconoscimento come calciatore fair play, un titolo di migliore allenatore della League One, un premio come migliore calciatore del West Ham e titolare dell'undici ideale di sempre dello stesso club, un premio Fifa fair play con lettera di Sepp Blatter, gli inglesi hanno scoperto che Paolo Di Canio è un fascista e dunque da sbattere dovunque, non in galera per il momento, ma in prima pagina e a seguire, comprendendo nell'elenco dei misfatti la strage di Bologna, la partecipazione ai funerali di Signorelli, indicato (fu assolto) come la mente dello stesso attentato, l'esibizione di Di Canio con indosso la maglietta «Irriducibili Lazio», frangia estremista della tifoseria biancazzurra, la famosa immagine di Di Canio a torso nudo con il braccio teso nel saluto romano.

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Un kit esploso per merito di Ed Milliband ex ministro degli Esteri, vicepresidente del Sunderland carica lasciata con dimissioni irrevocabili un minuto dopo l'assunzione dello stesso Di Canio come allenatore del club. Milliband è il leader del partito laburista, suo padre Ralph, belga, è stato teorico marxista, sua padre Marion Kozak è di origine polacca. Di Canio rappresenta per Milliband una provocazione per la storia della propria famiglia. Lo è anche per The Sun, di proprietà del signor Rupert Murdoch le cui idee democratiche, soprattutto all'interno delle proprie aziende editoriali, sono note ai più, tra questi anche a Scotland Yard.

Ma gli inglesi hanno bisogno di sfogarsi una volta alla settimana, presa la paga filtrano nei pub e quindi, tra una minzione e l'altra, cercano il bersaglio facile, se è italiano è meglio. Di Canio è fascista, Balotelli un bad boy, Capello uno che faceva il duro con dei poveri ragazzi rubando il salario alla Football association, Mancini uno che si pettina troppo i capelli durante le partite e ha bruciato i denari degli emiri, Briatore non vi dico, Bruno Barbieri, superbo chef nostrano ha sognato con il suo ristorante Cotidie in Marylbone High street ma ha lasciato l'avventura dopo aver fatto i conti con una cultura enogastronomica di baked beans e con un boicottaggio «cotidie» ogni giorno; poi c'è il problema del razzismo, tra loro stessi, bianchi e neri, neri e neri; poi la pedofilia con Jimmy Savile il numero uno di Bbc che ha collezionato più minorenni, bambini e bambine, di ascoltatori.

Paolo Di Canio, dunque, deve capirli 'sti inglesi, hanno bisogno di sentirsi diversi, hanno la guida a destra, già vivono sull'isola dei famosi, nel senso dei Windsor (buoni pure quelli, con l'ultimo aumento di salario multimilionario per Elisabetta The Queen), già sono fuori dall'euro ma dentro l'Europa, vivono da reduci e il caso del giorno è diventato quello di un ex calciatore e oggi allenatore che per anni è stato un idolo, per i cattolici scozzesi del Celtic, per i «gufi», i tifosi dello Sheffield Wednesday, addirittura al West Ham entrò a far parte dell'Hall of fame. Quando Di Canio scendeva in campo spesso si udiva il coro perfido della fazione avversaria che così cantava, sulla melodia della Donna è mobile: «You have Di Canio, we have your radio...», per dire che mentre il West Ham o lo Sheffield esibivano il loro gioiello i tifosi avversari ne approfittavano per rubare le autoradio ai parcheggi dello stadio. Bella gente, insomma.

A Sunderland, dove si vive il tumulto per l'arrivo dell'italiano di destra, nacque Joseph Swan, l'inventore della lampadina. Un anno prima della sua nascita (1828) moriva a Como il conte Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta, il fisico che inventò la pila. Do you understand?

Individuato l’autore del virus che ha infettato 650 mila Mac

La Stampa

Un giornalista ha scoperto nome cognome di un giovane russo che rivendica la paternità di Flashback

claudio leonardi


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Giornalista, blogger e specialista in sicurezza informatica o, romanticamente, cacciatore di hacker “cattivi”, Brian Krebs avrebbe smascherato l’autore del virus che ha infettato 650 mila sistemi Apple . Ancora oggi, a un anno dalla distribuzione di un aggiornamento software in grado di fermarlo, il trojan battezzato Flashback colpisce 38 mila Mac: un orgoglio per il suo presunto programmatore, il trentenne russo Maxim Selikhanovich. Come lo avrebbe scoperto Krebs? In pratica... è stato lui a metterlo nel “curriculum”.

La storia inizia con l’individuazione del virus da parte dei laboratori finlandesi di F-Secure. Il malware si “fingeva” un aggiornamento del player di Flash, necessario per visualizzare molti siti e video realizzati, appunto, con tecnologia Flash. Questo modus operandi gli è valso il nome, ma la fama se l’è conquistata grazie alle sue malvagie qualità: sfruttava una vulnerabilità nella versione di Apple di Java ed era in grado di eludere XProtect, il sistema di sicurezza preinstallato su OS X.

Inoltre era capace di riconoscere quando era in esecuzione in un ambiente virtuale. L’ambiente virtuale dovrebbe consentire di attivare le potenzialità negative di un malware senza che questi entri in contatto, effettivamente, con il sistema del computer, e, in tal modo, smascherarlo. Ma se il virus “se ne accorge” e non si svela, per gli esperti di sicurezza è un bel grattacapo.

Una volta installato, tra le altre cose, il virus indirizzava su una falsa pagina di Google che dava risultati truccati, commissionati dai finanziatori del malware. I ricercatori hanno stimato che il creatore di Flashback avrebbe guadagnato fino a 8.000 euro al giorno. Tutto ciò ha solleticato il fiuto investigativo di Krebs, che si è messo in caccia su un forum in lingua russa, dedicato al cosiddetto “Black hat SEO”, di cui la persona sospettata della creazione del malware è stato fondatore e membro attivo.

Krebs è qui riuscito a ottenere, in luglio, l’accesso a una chat privata tra un utente VIP che si fa chiamare Mavook e un importante membro del forum BlackSEO.com, in cui Mavook chiedeva di accedere a un forum in lingua inglese chiamato Darkode.com dedicato al cybercrimine. Quando gli è stato chiesto un nickname e una breve nota biografica da mettere nel suo nuovo profilo, Mavook ha scelto di farsi chiamare, con indubbio umorismo, Macbook, e ha inviato quanto segue: “Creatore di botnet Flashback per Mac”, aggiungendo che si è specializzato in “ricerca degli exploit e la creazione di bot.”

Secondo il suo profilo, Mavook è stato un membro del BlackSEO dal 2005 (il ventiquattresimo su migliaia) e ha già avuto una home page registrata presso mavook.com. Utilizzando uno strumento online che gestisce un elenco storico delle iscrizioni dei siti web, Krebs ha potuto scoprire che mavook.com è stato registrato da Maxim Selikhanovich a Saransk, capitale della Mordovia, una repubblica nella regione orientale della pianura orientale della Russia, tristemente nota, in passato, per ospitare gulag e campi di prigionia. A ulteriore conferma, Krebs ha trovato una connessione tra mavook.com e una società di IT-outsourcing e web design a Saransk, la Mordovia Outsourcing.

Grazie a quella che il giornalista definisce una “fonte attendibile”, in grado di trovare informazioni fiscali sui cittadini e le imprese in Russia, è emerso che la società è stata registrata e fondata, indovinate, da Maxim Dmitrievich Selihanovich, 30 anni, abitante di Saransk, in Mordovia. Nel campo del cyber crimine, si sa, i millantatori non mancano. Ma, come negli ambienti della mala, può anche essere rischioso attribuirsi imprese altrui. Quel che è certo è che il curriculum di Mavook alias Selihanovich ha tutte le caratteristiche per essere credibile. E se così fosse Krebs avrebbe fatto un bello scoop. 

DuckDuckGo e Quag, motori per chi cerca alternative

La Stampa
valerio mariani


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Come abbiamo ricordato nell’articolo di presentazione di Istella , nuovo motore di ricerca di Tiscali, la search web non si ferma a Google, nonostante la casa di Mountain View mantenga (almeno) il 70% del mercato globale delle ricerche web, piccoli motori crescono e, soprattutto, non si danno per vinti. Il motivo è, banalmente, che i siti web sono troppi, miliardi, e di conseguenza, i risultati relativi a una ricerca sono spesso troppo generici e non incontrano i desiderata del navigatore.

DuckDuckGo , per esempio, è un motore di ricerca creato da Gabriel Weinberg nel 2006 a vent’anni che si distingue per essere il servizio di questo tipo che rispetta maggiormente la privacy non filtrando i risultati in base alla storia personale di navigazione e, evidentemente, non tiene traccia della navigazione stessa. Proprio questa peculiarità sembra stia facendo guadagnare popolarità a Weinberg al punto da convincerlo a lavorare per il miglioramento della sua creatura con l’introduzione delle mappe e della ricerca per immagini.

Negli ultimi tre anni DuckDuckGo è passato da 1,18 milioni a 50 milioni di ricerce al mese, ovvero in media 1,6 milioni di ricerce al giorno. Weinberg ha fondato DuckDuckGo grazie ai 10 milioni di dollari ricavati dalla vendita della sua prima creazione The Names Database a Classmates.com e proseguirà nello sviluppo grazie agli ulteriori 3 milioni di dollari che ha ricevuto recentemente dal fondo Union Square Ventures.

Quag , progetto tutto italiano realizzato da un gruppetto di appassionati (la società si chiama Quentral) e presentato il 21 marzo, ha un approccio interessante. Il nome è l’unione di Query e Tag e il servizio è una sorta di ricerca di gruppo. Gli sviluppatori di Quentral hanno unito le funzioni di ricerca dei motori Google e Bing con un carattere social che permette di ottenere un aiuto durante la ricerca da parte della community di Quag. In questo modo gli utenti dovrebbero ottenere risultati più vicini alle loro aspettative e, infine, i componenti della community sono incentivati a partecipare grazie a un sistema reputazionale.

Cercasi addetto stampa, a 2,5 euro all'ora Lo scivolone del deputato 5 Stelle

Corriere della sera

L'Ordine dei giornalisti reagisce: «Non vogliono solo servi, ma anche schiavi sottopagati»

La video-offerta di Fraccaro. Il deputato 5 Stelle su YouTube


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In un video postato su Youtube il desiderio di «rendicontare» all'universo-web quanto sta facendo. Quanto guadagna. A quanto rinuncia, soprattutto a quell'indennità di mandato (tremila euro) restituita «ai cittadini, allo Stato, alle piccole imprese». Poi, Riccardo Fraccaro, deputato trentino appena eletto alla Camera tra le fila del Movimento 5 Stelle, annuncia di essere alla ricerca di una serie di collaboratori, tra i quali un addetto stampa che lo aiuti nel rapporto con il territorio locale (quello trentino) e un altro che lo aiuti nella gestione del sito Internet. Infine di un terzo che lo supporti nell'attività prettamente istituzionale, dato il suo incarico nell'ufficio di presidenza del Movimento 5 Stelle.

LA FRASE - E qui, nella ricerca di collaboratori, incorre in uno scivolone (involontario) offrendo compensi irrisori: «Io lavoro 14 ore al giorno, tutta la settimana, e rinuncio allo stipendio aggiuntivo - dice - Sto facendo dei colloqui per dei collaboratori che mi aiutino nel rapporti con la stampa. Così 600 euro a uno, 600 euro a un altro....». Queste cifre provocano la levata di scudi del presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Trento, Fabrizio Franchi, che a Corriere.it replica: «Non vorrei che sia l'ennesima conferma di una corsa al ribasso dei salari per i professionisti del settore. Lavorare a 2,5 euro l'ora, per 14 ore giornaliere sette giorni su sette mi sembra troppo. Soprattutto per un movimento che in campagna elettorale ha rilanciato il reddito minimo di cittadinanza per consentire a tutti di avere un compenso per sopravvivere».

«DORMO POCO» - Fraccaro nel video in realtà fornisce un quadro quasi compassionevole: dorme poco, legge studia e lavora molto, anche la domenica. Per ora quando è a Roma dorme dalla sorella e si fa aiutare dal fidanzato di lei, un avvocato, «che per il momento lavora gratis». Insomma sacrifici per lui, e per tutti. Compresi i suoi (eventuali) collaboratori. Ma ciò non toglie l'ironia di Franchi: «Non vogliono solo servi, ma anche schiavi sottopagati».

Redazione Online4 aprile 2013 | 22:08

Pannella «sbrocca» a La Zanzarae spacca lo studio radiofonico

Corriere della sera

La furia del radicale con parolacce e pugni sbattuti sul tavolo dopo che il conduttore osserva: «Avete preso lo o,3%»


Pannella «sbrocca» a «La Zanzara»: insulti e studio spaccato (04/04/2013)

Marco Pannella spacca lo studio a "La Zanzara": ecco il video (05/04/2013)

La frase che innesca il pandemonio è questa: «Emma Bonino da 15 anni gode di una popolarità plebiscitaria». Al che il conduttore ribatte: «Beh, plebiscitaria… avete preso lo 0,3% alle elezioni. Era il 1999». Marco Pannella però non ci sta. E spacca tutto, letteralmente. La furia del leader radicale esplode nello studio radiofonico de «La Zanzara», giovedì sera. Giuseppe Cruciani, il conduttore, ha invitato Pannella. Che «sbrocca» dopo l'interruzione: «Ma che c...zo, me ne vado adesso», reagisce il radicale che fa la recita di andarsene mentre Cruciani manda ancora la conversazione tra la finta Margherita Hack e Valerio Onida uscita nel pomeriggio.

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LA FURIA - Pannella non apprezza: «Non me ne frega un c..., non me ne frega», biascica. E poi si infuria. Da quanto si evince ascoltando la registrazione della trasmissione, Pannella usa le maniere «forti» per protestare: si sente il rumore di oggetti che cadono, microfoni colpiti e il conduttore, Cruciani, che protesta, per la verità, almeno all'inizio, reagendo anche con qualche risata di fronte alla rabbia dell'anziano leader radicale. Poi però anche Cruciani si arrabbia e minaccia Pannella: «Mi hai ferito alla mano, hai distrutto tutto lo studio... Telefono agli avvocati!».


Redazione Online4 aprile 2013 (modifica il 5 aprile 2013)

Eredità Sordi, il giallo del dipinto sparito Albertone voleva donarlo a Roma

Corriere della sera

Una pala del '400 senese comprata negli anni 50: «È il pezzo a cui tengo di più - diceva l'attore -, sono legatissimo a questo gioiello: voglio regalarlo alla mia città»


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ROMA - Nel già intricatissimo giallo dell'eredità milionaria di Alberto Sordi (tre indagati con l'ipotesi di reato di concorso in circonvenzione d'incapace ai danni della sorella Aurelia) si aggiunge un altro capitolo, stavolta storico-artistico: che fine ha fatto la splendida «Tavola Sordi», una Madonna con Bambino tra due angeli e i santi Girolamo e Antonio Abate, attribuita a Francesco di Giorgio Martini, il grande pittore, scultore e architetto senese della seconda metà del 1400?

Se lo chiede l'ex sindaco di Roma ed ex ministro per i Beni e le attività culturali, Francesco Rutelli. Che racconta preoccupato una storia legata al carattere del grande attore, al suo rapporto con Roma e alla nebulosa che ora circonda il destino della sua ricchissima eredità. Racconta Rutelli. «Sordi ed io alla fine degli anni Novanta eravamo diventati grandi amici, festeggiavamo il nostro compleanno insieme, io sono nato il 14 giugno e lui era nato il 15. Comunque, un giorno mi invitò a casa sua e mi mostrò con orgoglio la splendida tavola dicendomi:

«È il pezzo a cui tengo di più, sono legatissimo a questo gioiello. Sappi che, quando non ci sarò più, voglio che sia regalata a Roma, alla nostra città. Deciderai poi tu dove...». La tavola ha una storia illustre: venne esposta nel 1894 alla Royal Academy di Londra già con l'attribuzione a Francesco di Giorgio Martini, quasi certamente l'autore (tra mille dibattiti) della «Città ideale» esposta a Berlino alla Gemäldegalerie: sue madonne analoghe a questa sono esposte al Metropolitan musem di New York, alla Pinacoteca nazionale di Siena. Secondo la ricostruzione dei prestigiosi antiquari Apolloni di via del Babuino a Roma, l'opera venne comprata da Sordi negli anni Cinquanta.

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L'attore non lasciò nulla di scritto ma la sua volontà era inequivocabilmente nota. Lo dimostrerà il fatto che, quando Alberto Sordi nel 2003 morirà, sarà proprio la sorella Aurelia a contattare (qualche anno dopo) Francesco Rutelli, diventato nel frattempo ministro per i Beni e le attività culturali. Racconta ancora l'ex ministro: «La signora Aurelia mi confermò con lucidità e precisione che la volontà del fratello era di regalare la Pala a Roma. Fu così gentile da permettere di far visionare l'opera dagli esperti del ministero. Chiesi di esaminarla a due personaggi di indiscutibile valore, come l'allora direttore generale del ministero e oggi sottosegretario Roberto Cecchi e come Cristina Acidini, soprintendente per il Polo museale fiorentino».

Acidini e Cecchi studiarono con attenzione l'opera: una relazione di otto pagine, del 17 marzo 2008, riporta le caratteristiche storico-artistiche e strutturali della tavola. Alla fine si può leggere: «L'attribuzione a Francesco di Giorgio Martini può essere confermata precisando che, alla luce degli studi più recenti, egli fu probabilmente responsabile del disegno e della stesura pittorica delle due figure principali, Madonna e Gesù Bambino, mentre delegò la dipintura delle figure secondarie a un assistente, indicato convenzionalmente come "Fiduciario di Francesco"». Nel documento l'opera viene indicata come «Tavola Sordi», nome ormai «storicizzato» con mezzo secolo di possesso. Rutelli immaginò di collocarla al Museo nazionale di Arte antica di palazzo Barberini.

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Da quel momento la Pala sfuma nel mistero. La legislatura finì nella primavera 2008, alle elezioni vinse il centrodestra, la macchina ministeriale si arenò e, con tutta probabilità, il fascicolo si perse semplicemente perché mancava l'interesse che Rutelli personalmente aveva nei confronti del vecchio amico. Ma in questi giorni Rutelli ha inviato una e-mail a Roberto Cecchi suggerendogli l'opportunità che il ministero avvii «una procedura per l'apposizione del vincolo per cautelarsi dalla dispersione o da una anomala destinazione».

Perché? Persone amiche dell'ex ministro e che hanno visto recentemente casa Sordi («non faccio nomi per riservatezza», spiega Rutelli) non hanno trovato traccia della Tavola. Cecchi si è mosso subito, girando il dossier a Daniela Porro, nuova soprintendente al Polo museale romano. Saranno i suoi funzionari a capire se davvero la Pala è sparita, se è ancora a casa Sordi, se volontà del grande attore può essere ancora rispettata o se invece è stata già tradita. E, in questo caso, chi ha la luminosissima Tavola Sordi?

Paolo Conti
5 aprile 2013 | 8:25

Armstrong, vietato anche il nuoto La Fina lo esclude dai «master» Usa

Corriere della sera

La Federazione ha impedito al texano l'iscrizione alle gare per amatori. Stessi «niet» nel triathlon e nella maratona
Prima i «niet» riguardanti triathlon e maratona. E ora anche il divieto di partecipare ai campionati «master» di nuoto, quelli riservati agli appassionati senza velleità agonistiche. Oramai per Lance Armstrong praticare sport, sia pure a livello amatoriale, è diventato impossibile. Dopo la squalifica per doping che gli ha procurato la revoca delle sette vittorie al Tour de France, il corridore americano ha dovuto rinunciare persino ai campionati «Master South Central Zone», in programma sabato 6 e domenica 7 in Texas.

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CAMPIONATI AMATORIALI - L'ex corridore texano si sarebbe dovuto presentare ai blocchi forte del fatto che la U.S. Masters Swimming, che organizza la manifestazione, non è soggetta alle regole dell'Usada, l'agenzia antidoping americana che ha stroncato la carriera del texano. Le gare sono quelle tra amatori, praticanti che voglionono semplicemente divertirsi tra amici. Armstrong, in gara nella categoria dei 40-44 anni, si sarebbe dovuto cimentare sui 500, 1000 e 1650 yards ma è «incappato» nello stop inoltrato dalla Federazione internazionale di nuoto.

La Fina, appellandosi alla sentenza che ha squalificato a vita per doping Armstrong, ha scritto alla U.S. Masters Swimming chiedendo di vietare all'ex ciclista la partecipazione. Da qui la decisione dello stesso texano di farsi da parte. «Non vuole causarci problemi e vista la posizione della Fina, non verrà», ha confermato l'organizzatore del meeting, Rob Butcher.

I «NIET» PRECEDENTI - Armstrong, forse anche per promuovere le attività della Fondazione Livestrong che si occupa di ricerche su cancro, dopo la squalifica gli ha vietato il ciclismo professionistico aveva cercato di tornare sulla scena iscrivendosi a gare di altre discipline sportive chiarendo di non avere velleità di vittoria. Un po' con lo spirito degli appassionati della domenica, insomma. Ma le conseguenze dello scandalo doping che lo ha travolto si sono fatte sentire ancora tanto che gli organizzatori della Maratona di Chicago, nell'ottobre 2012, hanno vietato all'ex corridore l'iscrizione. Stesso divieto arrivato, sempre lo scorso anno, dagli organizzatori francesi di una gara di triathlon, sport in cui Armstrong primeggiava da adolescente, prima di lanciarsi nel ciclismo.



Uci: Non c'è più posto per lui nel ciclismo (22/10/2012)

Doping ciclismo: parla la massaggiatrice di Armstrong (12/10/2012)

"Dietro Armstrong, il più sofisticato sistema di doping al mondo" (10/10/2012)

Alessandro Fulloni
alefulloni4 aprile 2013 | 22:01

Germania, processo al pastore antinazi “È un sobillatore”

La Stampa

“Incitò alla violenza contro la polizia”. La difesa: assurdo

alessandro alviani
berlino

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Che Lothar König sia un ribelle non ci sono dubbi: già a 15 anni fu interrogato dalla Stasi, dopo aver espresso la sua ammirazione per il leader della Primavera di Praga, Alexander Dubcek. Finora, però, nessuno aveva equiparato questo pastore protestante dalla corporatura generosa e dalla lunga barba bianca incolta, impegnato a Jena al fianco dei più giovani, a un pericoloso estremista di sinistra. Almeno fino a ieri, quando König, 59 anni, ha preso posto sul banco degli imputati al tribunale di Dresda, accusato di «grave violazione dell’ordine pubblico»: secondo il pubblico ministero avrebbe istigato i manifestanti ad attaccare la polizia durante una dimostrazione organizzata a Dresda due anni fa per protestare contro un raduno neonazista. 

È il 19 febbraio 2011, gli estremisti di destra marciano per le strade di Dresda tentando di sfruttare a scopi propagandistici l’anniversario del bombardamento alleato sulla città sassone del febbraio 1945. Da un lato ci sono 3000 neonazisti, dall’altro 20.000 controdimostranti, tra cui molti politici tedeschi. A margine si registrano scontri, un centinaio di agenti resta feriti.

Quel giorno a opporsi al raduno c’è anche König: da anni si batte contro i neonazisti, che nel 1997 l’hanno pure attaccato con una mazza ferrata. Il pastore si presenta col suo tradizionale furgoncino blu, su cui ha montato due grandi casse. È quello, secondo l’accusa, il punto d’incontro degli autonomi di sinistra, è da lì che vengono sobillati. «Ricoprite gli sbirri di pietre», avrebbe detto König al microfono, una frase da lui sempre smentita. 

La difesa parla di accuse vaghe e costruite ad arte. Per il pm, ad esempio, dalle casse del suo furgone il pastore avrebbe sparato a tutto volume musica con ritmi «aggressivi», per aizzare i manifestanti. Un esempio di canzone sovversiva? La leggendaria «Paint It, Black» dei Rolling Stones. In alcuni video amatoriali si sente König che invita a protestare pacificamente e a evitare un’escalation.
E così non sono pochi a sospettare che in realtà quello che si è aperto a Dresda tra le proteste di una settantina di persone fuori dal tribunale sia un processo politico.

«Qui si vogliono criminalizzare e diffamare i dimostranti anti-neonazisti, se mi dovessero condannare nessuno andrà più con la coscienza tranquilla a una dimostrazione contro gli estremisti di destra», ha detto più volte il pastore. Al suo fianco si sono schierati politici dei Verdi e della Linke, che parlano di accuse «assurde», ma non solo loro: a Dresda ieri per solidarizzare con lui sono arrivati anche il sindaco socialdemocratico di Jena, Albrecht Schröter, e il vescovo evangelico regionale Diethard Kamm. 

In campo resta una domanda più generale: possibile che chi scende in strada per opporsi ai neonazisti rischi una condanna?  Ad agosto una trentina di agenti perquisirono l’appartamento di servizio di König a Jena, provocando forti critiche. Ora il religioso rischia da 6 mesi a 10 anni di carcere.

Caso Orlandi, esami sul flauto ritrovato si cercano impronte e tracce organiche

Il Messaggero


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ROMA - Il flauto consegnato oggi alla procura di Roma da «Chi l'ha visto» e mostrato ieri durante la parte del programma dedicato alla sparizione di Emanuela Orlandi sarà sottoposto ad una consulenza tecnica per verificare se siano rintracciabili tracce organiche. In caso positivo saranno comparate con il dna di Emanuela. La consulenza dovrà anche stabilire se siano presenti sullo strumento musicale anche impronte digitali ed, eventualmente, a chi appartengano. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare insieme con il sostituto Simona Maisto dell'inchiesta sulla sparizione della figlia del dipendente vaticano avvenuta nel 1983, ha sentito come testimone Fiore De Rienzo, giornalista di «Chi l'ha visto», sulle modalità attraverso le quali è entrato in possesso del flauto, avvolto in un giornale d'epoca nel quale si parla della scomparsa di Emanuela.


Giovedì 04 Aprile 2013 - 18:10
Ultimo aggiornamento: 18:11

Computer fatto di luce, rivoluzionario “processore fotonico”

Il Messaggero
di Federico Rocchi

Creato dai ricercatori della Sapienza, in collaborazione con Cnr, Politecnico di Milano e Normale di Pisa


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ROMA - Che l’Università La Sapienza sia stata il perno della fisica moderna è noto a tutti. Ma la tradizione ha valore positivo solo se porta a nuove scoperte, come accade da quindici anni nel Gruppo di Ottica Quantistica del Dipartimento di Fisica dell'Università Sapienza. Grazie alla collaborazione con l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ifn-Cnr), con il Politecnico di Milano e con la Scuola Normale Superiore di Pisa - a testimoniare il valore della collaborazione nella ricerca italiana - è stato possibile ideare e realizzare un “processore fotonico” ed alcuni esperimenti, pubblicati dalle riviste Nature Communications e Nature Photonics, che aprono nuovi scenari su come saranno i computer del futuro.

PROCESSORE DI LUCE
L’inedito “processore di luce” è un oggetto concettualmente semplice e si propone di sostituire complicati assemblaggi di componenti ottici tradizionali. Si tratta di un parallelepipedo di vetro e pochi centimetri per lato, al suo interno scavato da microscopiche “gallerie” attraverso le quali l’onda luminosa viene condotta. Esse sono realizzate da un laser ad impulsi ultrabrevi che, inducendo modifiche permanenti all'indice di rifrazione costruisce delle “guide” a tre dimensioni. Paragonando la novità all’evoluzione elettronica che conosciamo è come passare dagli apparati con valvole o transistor a quelli con circuiti integrati che contengono miliardi di componenti, grazie all’applicazione di una tecnologia laser lontana cugina di quella usata per incidere, soltanto sul piano bidimensionale, i CD audio di policarbonato.

DALLA TEORIA ALLA PRATICA
La tecnologia costruttiva del “processore integrato ottico” (o fotonico) è quindi uno dei traguardi necessari per passare dalla teoria alla pratica, che riguarda il trattamento e trasferimento dell’informazione, l’intero nostro mondo di oggi. Sono stati condotti due esperimenti usando il processore di luce. Nel primo, che ha visto in particolare coinvolto il gruppo della Scuola Normale Superiore di Pisa, i ricercatori hanno costretto i fotoni ad interagire fra loro, a seguire un percorso nel processore di luce, per ottenere in uscita un cambiamento misurabile delle loro caratteristiche. Nel secondo tre fotoni identici e indipendenti si sono incontrati nel processore “tritter”, hanno interferito e scelto la stessa porta in uscita dal dispositivo, realizzando il fenomeno quantistico detto “coalescenza bosonica”.

Il primo esperimento, quindi, dimostra che è possibile indurre volontariamente un cambiamento delle caratteristiche fotoniche e quindi codificare nel cambiamento un’informazione. Paolo Mataloni, professore ordinario presso il Dipartimento di Fisica, ha dichiarato che ora è possibile comprendere il vero significato e il potenziale di un simulatore quantistico: «Non un vero computer quantistico per la cui realizzazione la strada è ancora lunga, ma piuttosto un sistema dedicato alla soluzione di problemi specifici legati a fenomeni fisici particolari».

Il secondo esperimento, inoltre, dimostra come sia possibile operare con i fotoni per realizzare quelle operazioni logiche o di somma e sottrazione necessarie per il trattamento dell’informazione. «Il tritter potrebbe diventare il mattone elementare di complesse architetture di elementi ottici, vere e proprie reti di interferometri che si sviluppano sulle tre dimensioni dello spazio, finalizzate alla simulazione di fenomeni quantistici ancora più complessi», afferma Fabio Sciarrino, ricercatore presso il dipartimento di Fisica della Sapienza e coordinatore del progetto ERC (European Research Council).

LE RICADUTE
Le possibili ricadute sono molte e significative, una nuova opportunità dopo l’era elettronica che aveva visto il nostro Paese in prima fila. Sul piano hardware un computer ottico sarà immune da molte delle caratteristiche intrinseche dei computer elettronici, i quali si basano sul passaggio di elettroni, sulla corrente elettrica che produce calore scorrendo nei circuiti. Un computer ottico (o quantistico), invece, si basa sul passaggio di fotoni, di luce che non incontra resistenza e quindi non scalda il circuito in cui transita. Sul piano software, infine, si aprono prospettive per la crittazione dell’informazione, un problema sempre più pressante per l’informatica moderna. Usando le proprietà dei fotoni, come dimostrano gli studi della Sapienza, è possibile proteggere l’informazione in modalità intrinsecamente sicura: la decrittazione non autorizzata, infatti, indurrebbe il cambiamento dell’informazione codificata, un po’ come le banconote del bancomat che se rubate finiscono indelebilmente macchiate.


Giovedì 04 Aprile 2013 - 16:32
Ultimo aggiornamento: 19:49