giovedì 4 aprile 2013

In un video la storia delle esplosioni atomiche: dal Trinity Test e Hiroshima a oggi

Corriere della sera

Realizzato dall'artista giapponese Isao Hashimoto: raccoglie 2.055 «scoppi» dal 1945 al 1998

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La Corea del nord ha annunciato di aver dato il via libera per un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Se fosse attuato, sarebbe la prima volta di un deliberato attacco atomico contro una nazione dal 9 agosto 1945, giorno dell'esplosione della bomba al plutonio denominata Fat Man sopra Nagasaki. Finora 2.056 esplosioni nucleari su 2.058 sono stati «test», dal primo compiuto il 16 luglio 1945 ad Alamogordo (New Mexico) denominato Trinity Test fino all'ultimo messo a segno proprio dalla Nord Corea il 12 febbraio scorso.

Tutte le esplosioni nucleari (04/04/2013)


TEST - A parte gli ultimi tre realizzati dal regime di Pyongyang compiuti nel 2006, nel 2009 e appunto nel 2013, è dal 1998 che nel mondo non esplodono più ordigni nucleari. Questo video realizzato alcuni anni fa dall'artista giapponese Isao Hashimoto ricostruisce la storia cronologia e i siti delle esplosioni di 2.053 test più i due bombardamenti atomici sul Giappone dal 1945 al 1998. Oltre quelli nordcoreani, secondo alcune fonti ne manca qualcuno.

Redazione Online4 aprile 2013 | 18:12

Ecco il suono (remixato) del Big Bang

Corriere della sera

Il suono non è quello reale: la frequenza della radiazione di fondo non è percepibile dall'orecchio umano

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Qual è il suono del Big Bang, dell’inizio dell’universo, o meglio la radiazione di fondo che permeava il cosmo quando questo aveva da 300 mila a 760 mila anni? Un professore americano ha cercato ora di dare una risposta. Il Big Bang è un tono prolungato che diventa sempre più profondo. John Cramer, professore emerito di fisica all’Università di Washington, spiega che il suono non è quello reale perché la effettiva frequenza della radiazione di fondo non è percepibile dall'orecchio umano.

Già una decina di anni fa l’americano cercò di elaborare una versione audio del Big Bang. Ora, grazie ai recenti dati del telescopio spaziale Planck, che ha fotografato la radiazione di fondo, il professore ha tradotto quella radiazione in un mix udibile dalle nostre orecchie. Il nuovo file audio si distingue un po’ dalla prima versione e per renderlo ascoltabile Cramer ha dovuto operare una complessa trasformazione matematica e rafforzare il tono. Per questa sua simulazione le frequenze sono state drasticamente modificate.

MAPPA - Oggi si stima che l’universo abbia 13,7 miliardi di anni, nato da una specie di enorme esplosione - il cosiddetto Big Bang. Un paio di settimane fa l’Agenzia spaziale europea (Esa) aveva pubblicato la mappa più dettagliata mai realizzata dell’universo neonato. L’immagine è stata realizzata sulla base delle informazioni raccolte da parte del telescopio spaziale Planck e riprende con gradissima precisione quelle fluttuazioni del fondo di microonde dalle quali sarebbero nate stelle e galassie.




Il suono del Big Bang (03/04/2013)

Dal Big Bang a internet (06/09/2012)

Elmar Burchia
4 aprile 2013 | 15:54

Sono il capo, fammi vedere il tuo Facebook

Corriere della sera

Negli Usa si sta legiferando sulla privacy digitale sul posto di lavoro. Tra garantismo e invadenza l'equilibrio è precario

MILANO - Il datore di lavoro può accedere al profilo dei dipendenti sui social network? È questa in soldoni la domanda che si sta ponendo il legislatore americano. Anzi i legislatori, quelli dei singoli stati federali. E non sempre la risposta è condivisa e unanime. Nello stato di Washington è stato appena introdotto un emendamento alla nuova legge sulla tutela dei dati personali sul luogo di lavoro che consente al capo di richiedere la password di Facebook e Twitter dei dipendenti. In California è entrata in vigore una legge a inizio 2013 e in altri 33 stati si sta discutendo in materia.


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LA LEGGE - Il disegno di legge originario, presentato dal democratico Steve Hobbs, prevedeva una buona tutela dei diritti di privacy dei dipendenti, impedendo di fatto che i superiori potessero in alcun modo sbirciare tra quanto pubblicato sui profili social dei lavoratori o dei candidati per l'assunzione. La pratica è abbastanza diffusa negli Usa soprattutto in fase di recruiting. Le pressioni dei rappresentanti dell'industria hanno convinto il governo di Olympia – la capitale dello Stato dove si trova Seattle – ad aggiungere una clausola che permette ai capi di ottenere l'accesso a Facebook e simili in caso di indagine interna. E di guardare l'attività online del dipendente in sua presenza.

CRITICHE - Il problema principale sollevato dall'emendamento è che non è chiarito in quali casi un'indagine interna può portare all'accesso coatto all'identità social dell'indagato. Stando al testo presentato la discrezionalità sarebbe tutta nelle mani dell'azienda. Così almeno lamenta la Electronic Frontier Foundation (EFF), organizzazione a tutela dei diritti dei cittadini in era digitale. Dave Maas ha equiparato la violazione dei profili sui social network all'infrazione della proprietà privata: “avranno il diritto di entrare nelle nostre residenze digitali”, come ha dichiarato ad Associated Press. Tra l'altro l'invasione della privacy riguarderebbe non solo il dipendente ma anche la sua rete di amici digitali.

CALIFORNIA E ITALIA - In California la legge è invece più garantista nei confronti del lavoratore, e l'accesso ai profili social dei dipendenti, solo in caso di indagini interne, può essere richiesta ma non imposta; inoltre ai lavoratori è riconosciuto il diritto di accedere alla propria identità digitale anche coi mezzi messi a disposizione dell'azienda. In Italia non c'è una legislazione ad hoc che riguardi la tutela dell'account Facebook, Twitter o LinkedIn. Lo Statuto dei lavoratori del 1970 però vieta esplicitamente “l'uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori” e quindi l'invadenza dei datori di lavoro dovrebbe essere sufficientemente frenata. In fondo è più una questione di diritto che di tecnologia.

Gabriele De Palma
4 aprile 2013 | 16:46

La cena tra Marchionne e Crozza: «Perché non giri uno spot per la Fiat?»

Corriere della sera

Le battute «Abbiamo la Panda base, la sport, fragole con Panda, Panda montata...». Ma il comico declina l'offerta

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Spot per la Fiat? Meglio di no. Maurizio Crozza si sottrae al corteggiamento di Marchionne. Non è bastata una cena tra il comico e l'amministratore delegato per trovare un accordo. Cordiale richiesta, cordiale rifiuto. Dunque non vedremo Crozza volto e sponsor per la Fiat, lui che dell'imitazione di Marchionne, golfino girocollo d'ordinanza, ha fatto uno dei suoi pezzi migliori. Sui motivi della rinuncia poco si sa. Si sussurrano pochi dettagli.

L'incontro, la cena, la richiesta, il rifiuto. Ci sono conferme, ma anche smentite. In primis, quella dell'agente del comico, Beppe Caschetto: «Crozza non ha mai ricevuto, dunque nemmeno rifiutato questa proposta». Al netto delle posizioni, si possono immaginare le ragioni del diniego. Forse proprio il fatto che Marchionne sia stato uno dei suoi bersagli preferiti ha spinto Crozza a decidere per il no. Un modo soprattutto per sentirsi battitore libero, lui che sullo sberleffo e sull'ironia verso i potenti - politici in testa - ha costruito il successo di una carriera.

Del resto il comico non ha mai fatto sconti a Marchionne e alla Fiat, e spesso ha ironizzato su quelle auto a cui avrebbe dovuto fare pubblicità: «Abbiamo la Panda base, la sport, quella con due ruote motrici a destra, quella con una sola ruota motrice dietro, penne Panda prosciutto e piselli, fragole con Panda, Panda montata...».

Non sarebbe la prima volta che Fiat ingaggia nomi dello spettacolo per sponsorizzare le vetture del gruppo. A partire da Abatantuono formato pupazzo, che ha prestato la sua voce alle ultime promozioni di Fiat Professional («So' Dieco, ti spieco» è la fortunata battuta dello spot) per il Fiat Dobló. Prima invece era stato Fiorello a fare da testimonial per la Casa torinese. Fiorello, nel suo contesto più naturale, il palco di un teatro, mette in scena gli spot come se appartenessero tutti ad un unico grande spettacolo, il Fiat Show. Come quando, poeta di nero vestito con un francese volutamente maccheronico e con un'aria esageratamente drammatica esalta le virtù del metano o i vantaggi del finanziamento Fiat.


Crozza imita Marchionne




Crozza ironizza su Crimi: "Ha un difetto, ogni tanto parla" (30/03/2013)

Crozza su Sanremo (22/02/2013)

Crozza e i suoi politici (15/02/2013)

Renato Franco
Renato Franco@ErreEffe74 aprile 2013 | 7:37

Il risarcimento di Israele? Lo devolverò ad Hamas”

La Stampa

L’annuncio shock di Mehmet Tunc, attivista che si trovava sulla la nave assaltata in acque internazionali dalla marina israeliana nel 2010. Nello scontro morirono 9 turchi

marta ottaviani


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Vuole i soldi di Israele per darli in beneficenza ad Hamas e alla Jihad islamica. È l’annuncio shock di Mehmet Tunc, attivista che si trovava sulla Mavi marmara, la nave assaltata in acque internazionali dalla marina israeliana nel 2010, mentre cercava di forzare il blocco e raggiungere la Striscia di Gaza. Nello scontro morirono 9 persone di nazionalità turca e vi furono parecchi feriti, fra cui Tunc.

Stando al suo avvocato, anche lui, come le famiglie delle vittime, avrà diritto alla compensazione economica da parte di Israele. E Tunc sembra non avere alcun dubbio su come spenderla. “Se riceverò una compensazione economica da Israele, non tratterrò nelle mie mani nemmeno una lira turca – ha detto in conferenza stampa ai giornalisti –. Darò il denaro in beneficenza ad Hamas e alla Jihad islamica”. L’attivista ha detto che quella sera di maggio ha visto morire nove amici innocenti, sottolineando che si trattava di una missione di pace e che l’attacco di Israele è avvenuto “contro le leggi internazionali”.

Le dichiarazioni di Tunc potrebbero imbarazzare non poco il governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan e che proprio in questi giorni è impegnato in un difficile tentativo di ricomposizione dei rapporti con Gerusalemme, fortemente spinto dagli Stati Uniti. Due sere fa il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu ha invitato a cena i familiari delle nove vittime dell’assalto, che, a differenza di Tunc, non hanno ancora deciso se accettare la compensazione economica israeliana. A loro ha spiegato i dettagli della riappacificazione.

La decisione sulla compensazione dev’essere unanime, basta il no di un nucleo familiare per bloccare tutto. Lo scorso 22 marzo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, su impulso del presidente Barack Obama, ha telefonato all’omologo turco Recep Tayyip Erdogan per porgere le scuse ufficiali per l’assalto alla Mavi Marmara, avviando così un lento e lungo cammino per la normalizzazione fra i due Paesi, un tempo alleati strategici. La seconda fase del processo dovrebbe essere la compensazione alle famiglie delle vittime, che Israele si è sempre detto disponibile a voler pagare.

La terza fase, almeno nelle speranze turche, dovrebbe essere l’abolizione del blocco a Gaza, ma proprio su questo punto potrebbero sorgere dei problemi e non solo con Gerusalemme. Un rapporto stilato dalle Nazioni Unite sull’attacco alla Mavi Marmara, infatti, evidenziò che l’uso della forza da parte di Israele fu sproporzionato, ma dall’altre parte definì legittimo il blocco alla Striscia. Un particolare, questo, che fece infuriare il governo di Ankara, che definì il documento “senza valore”.
Gaza è un pensiero fisso per Erdogan, che nel 2009 durante il World Economic Forum, durante un dibattito, attaccò violentemente il presidente israeliano Simon Peres proprio su questo argomento, avviando ufficialmente la crisi dei rapporti, incrinati già dal 2006, e che ha raggiunto l’apice nei fatti del 2010.

Discriminazione, sgomberi, segregazione, violenza: i rom in Europa

Corriere della sera

di Riccardo Noury


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“Riguarda l’Europa. Riguarda te”. Questo è lo slogan ufficiale del 2013, Anno europeo dei cittadini. Circa la metà dei 10-12 milioni di rom che vivono in Europa si trova nei paesi dell’Ue. Otto famiglie rom su 10 sono a rischio povertà. Solo un rom su sette ha terminato le scuole di secondo grado. A livello dei singoli stati membri, le comunità rom si collocano al di sotto di quasi tutti gli indici di sviluppo sui diritti umani.

No, l’Europa non riguarda i rom.  Va detto un’alta volta ancora, all’ennesima vigilia della Giornata internazionale dei rom e dei sinti che si celebrerà lunedì 8 aprile. Lo dice il fatto che a distanza di oltre un decennio dall’adozione della Direttiva sull’uguaglianza razziale del 2000 e di quattro anni dall’entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali, mai una volta la Commissione europea ha ritenuto di dover avviare qualche azione a sostegno dei diritti dei rom.

Che l’Europa non riguardi i rom, lo pensano anche alcuni cittadini degli stati membri. In un sondaggio effettuato nel 2012, il 34 per cento degli europei riteneva che i cittadini dei loro paesi si sarebbero sentiti a disagio, e il 28 per cento “mediamente a loro agio” se i loro bambini avessero avuto dei rom come compagni di classe.

In Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, dal gennaio 2008 al luglio 2012, vi sono stati oltre 120 attacchi gravi contro i rom e le loro proprietà, tra cui sparatorie, accoltellamenti e lanci di bombe Molotov.

Gli sgomberi forzati continuano a costituire la regola, e non l’eccezione in molti paesi europei, tra cui Francia, Italia e Romania. L’istruzione è segregata in Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia, in contrasto con le leggi nazionali ed europee che proibiscono la discriminazione razziale.

Ecco la situazione, nel dettaglio, in alcuni paesi:

In Bulgaria si stima che i rom siano 750.000, il 9,94 per cento della popolazione. Più del 70 per cento dei rom dei centri urbani vive in quartieri segregati. In 14 attacchi contro persone rom e/o loro proprietà, portati a segno tra settembre 2011 e luglio 2012, sono morte almeno tre persone e altre 22, tra cui una donna incinta e due minori, sono rimaste ferite.

I circa 200.000 rom presenti nella Repubblica Ceca costituiscono l’1,9 per cento della popolazione. Più o meno un terzo (dalle 60.000 alle 80.000 persone) vive in 330 insediamenti per soli rom, all’interno dei quali la disoccupazione è superiore al 90 per cento. I bambini e le bambine rom costituiscono il 32 per cento del totale di coloro che sono assegnati a scuole per “alunni con lieve disabilità mentale” e che seguono programmi scolastici ridotti. Nel corso degli attacchi violenti verificatisi tra il gennaio 2008 e il luglio 2012 sono stati uccisi almeno cinque rom e almeno 22, tra cui tre minorenni, sono rimasti feriti.

In Francia vivono circa 500.000 traveller, molti dei quali cittadini francesi. Vi sono poi altri 15.000 – 20.000 rom provenienti da Bulgaria e Romania. I migranti rom dei campi e degli insediamenti informali sono oggetto di sgomberi forzati e di espulsione verso i paesi d’origine. Nel 2012 sono stati eseguiti 11.803 sgomberi, l’80 per cento dei quali aventi caratteristiche di sgombero forzato. Ieri, ce n’è stato un altro, che ha coinvolto oltre 200 persone. Solo il 10 per cento dei rom ha completato gli studi secondari.

Dei circa 750.000 rom residenti in Ungheria, il 7,49 per cento della popolazione, solo il 20 per cento ha un’istruzione superiore al primo grado, rispetto alla media nazionale del 67 per cento. Solo lo 0,3 per cento ha conseguito un diploma universitario. Tra gennaio 2008 e settembre 2012, vi sono stati 61 episodi di violenza contro i rom e le loro proprietà, che hanno causato la morte di nove persone, tra cui due minorenni, e decine di feriti, 10 dei quali in modo grave.

I circa 150.000 rom, sinti e caminanti presenti in Italia costituiscono lo 0,25 per cento della popolazione del paese. Le comunità rom comprendono persone provenienti da altri paesi dell’Ue (soprattutto la Romania) e dai paesi dell’ex Jugoslavia, un numero imprecisato di apolidi e circa un 50 per cento di cittadini italiani. Solo il 3 per cento è costituito da gruppi itineranti. Oltre un quarto dei rom presenti in Italia, circa 40.000 persone, vive in campi, informali o autorizzati ma comunque a rischio di sgombero forzato. Negli ultimi sei anni, a Roma e a Milano, ne sono stati eseguiti oltre 1000, quasi uno al giorno e nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di sgomberi forzati.  Il 51 per cento della popolazione italiana ritiene che la società non trarrebbe beneficio dalla migliore integrazione dei rom.

In Romania si stima vivano 1.850.000 rom, l’8,63 per cento della popolazione. Circa l’80 per cento dei rom vive in povertà e quasi il 60 per cento risiede in comunità segregate e senza accesso ai servizi pubblici essenziali. Il 23 per cento delle famiglie rom (su una media nazionale del 2 per cento) subisce multiple privazioni relative all’alloggio, tra cui il mancato accesso a fonti d’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari così come l’assenza di titoli comprovanti la proprietà dei loro alloggi.

I circa 490.000 rom presenti in Slovacchia costituiscono il 9,02 per cento della popolazione. Un terzo dei bambini e delle bambine rom, il 36 per cento, si trova in classi segregate per soli rom, il 12 per cento è assegnato a scuole speciali. Nello spazio di una generazione, il numero degli alunni rom assegnati alle scuole speciali è più o meno raddoppiato. Tra il gennaio 2008 e il luglio 2012 vi sono stati 16 attacchi contro i rom o le loro proprietà: cinque rom sono stati uccisi e altri 10 feriti.

In Slovenia i rom sono circa 8500 e costituiscono lo 0,41 per cento della popolazione. A differenza della percentuale nazionale che arriva quasi al 100 per cento, i rom che vivono nel 20-30 per cento degli insediamenti nel sud-est del paese sono privi di accesso all’acqua. Mentre i litri d’acqua per uso personale sono in media 150 al giorno (con punte del doppio nei centri urbani), alcune famiglie rom hanno accesso solo a 10 – 20 litri d’acqua a persona.

Sul sito di Amnesty International Italia, è online da stamattina un appello indirizzato alla Commissaria europea per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, Viviane Reding, per chiederle di porre fine alla discriminazione nei confronti dei rom nell’Ue.
Nei prossimi giorni si svolgeranno numerose iniziative, organizzate sia da Amnesty International che dall’Associazione 21 luglio, in Italia e in Europa.


La foto che apre questo post è di Fulvia Vitale.

Mensa scolastica, insegnante fotografa il piatto troppo scarso: «Solo 7 ravioli»

Corriere della sera

Il Codacons: «Bisogna distinguere le porzioni per bambini di 3 anni da quelle per bambini di 10»


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L'associazione di consumatori Codacons contro Milano Ristorazione. «Questa volta la protesta contro i pasti serviti nelle mense scolastiche di Milano -si legge in una nota dell'associazione - non arriva dai genitori ma da un'insegnante stufa di veder serviti ai suoi alunni pasti da fame. Così ha deciso di fotografare quanto è stato dato ai suoi bimbi di 10 anni: 7 ravioli». «L'insegnante - aggiunge il Codacons - ha chiesto chiarimenti alle scodellatrici e prima si è sentita rispondere che si trattava di una questione di grammatura, poi che non potevano fare porzioni più consistenti dato che il cibo consegnato quel giorno era scarso. A quel punto, allegando la foto, ha domandato a Milano Ristorazione se secondo loro era un piatto da poter presentare a dei bambini in crescita, soprattutto a bambini di classe quinta, quando il secondo piatto era il pesce che di solito nessuno mangia».

PORZIONI DA ASILO - «Non si possono non fare differenze tra bimbi di 3 e di 14 anni», sostiene il Codacons. «I bambini di 10 anni - ha dichiarato il presidente del Codacons, Marco Donzelli - non possono certo diventare obesi se mangiano più di 7 ravioli. Solleveremo il problema delle dosi in Tribunale, non appena sarà fissata l'udienza dell'azione collettiva che abbiamo già intrapreso e depositato contro Milano Ristorazione». «I piatti proposti non hanno grammature diverse a seconda dell'utenza a cui sono destinati, come specificato invece nell'allegato n. 7 del contratto stipulato con il Comune. Milano Ristorazione, infatti, applica le stesse porzioni di cibo, e quindi di calorie, ai bambini indipendentemente dalla loro età».

RISARCIMENTO - «Le indicazioni dei Larn (Livelli di Assunzione giornaliera Raccomandati di Nutrienti), invece, prevedono un differente apporto di calorie, proteine, ferro, calcio, a seconda delle diverse fasce scolastiche: scuola dell'infanzia, primaria, secondaria di primo grado. Se si fanno le stesse porzioni per i bambini sino a 6 anni e per quelli tra i 7 ed i 10, si dà troppo o il giusto ai bimbi di prima ma sicuramente poco a quelli più grandi. Il cibo, insomma, non solo non è ottimo ma non è nemmeno abbondante» conclude Donzelli. Il Codacons ricorda che, se l'azione collettiva sarà ammessa dal Tribunale, i genitori potranno ottenere, oltre ad un miglioramento del servizio, anche un risarcimento del danno sia patrimoniale (pari alla somma corrisposta dai genitori per il servizio mensa) che non patrimoniale.

Redazione Milano online4 aprile 2013 | 12:14

Le Poste sbagliano i confini del Perù e il Gronchi rosa diventa una rarità

Enrico Silvestri - Mar, 02/04/2013 - 16:46

Il 3 aprile del 1961 l'Italia stampò un francobollo per celebrare il viaggio del Capo dello Stato in Sudamerica. Al disegnatore venne dato però un atlante degli anni '30 che non teneva conto delle recenti conquiste militari del Paese Andino. L'emissione fu subito ricercatissima e alcuni esemplari possono oggi toccare i 30mila euro

Un errore, un banalissimo errore da parte di un funzionario del Ministero degli Esteri disattento e il 3 aprile del 1961 il Perù cambiò improvvisamente i suoi confini. Quanto meno su un francobollo che le Poste Italiane aveva emesso per accompagnare il Capo dello Stato in visita ufficiale in Sudamerica.


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Il presidente era Giovanni Gronchi, il francobollo era rosa e tanto bastò perché passasse alla storia come il «Gronchi Rosa» mitico pezzo che con il tempo ha assunto valore di mercato considerevoli: fino a 30mila euro se regolarmente annullato e spedito. Per carità sempre molto distanti dai 2 milioni e mezzo per un altro francobollo sbagliato, questa volta nel colore, il Treskilling giallo emesso dalla Svezia nel 1855.

Tutto cominciò quando il Quirinale reso noto il programma del viaggio del Presidente in Sudamerica dove avrebbe visitato Argentina, Uruguay e appunto Perù. Le Poste decisero di celebrare l'evento con altrettanti francobolli destinati all'annullo della corrispondenza aerea, rispettivamente da 170, 185 e 205 lire, in cui erano raffigurate le due sponde dell'Atlantico, in mezzo l'aereo presidenziale, con evidenziato la nazione da visitare. Tutto bene per quello relativo all'Argentina, 170 lire, e l'Uruguay, 185 lire, qualche problema invece con quello del Perù coniato il 3 aprile del 1961.

Sembra infatti che al disegnatore incaricato di configurare i confini dello stato andino sia stato consegnato un atlante dell'anteguerra che non teneva conto dei fatti avvenuti tra il 5 luglio 1941 e il 31 luglio 1942. In quei 12 mesi infatti Perù ed Ecuador combatterono una guerra sanguinosa per il controllo di un territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni. Il conflitto si concluse con la vittoria del Perù che potè così annettere la vasta regione. Ma il disegnatore, guardando le vecchie mappe, non lo sapeva e così il «Gronchi rosa» andò in stampa con i vecchi confini. Suscitando le vibranti proteste del governo peruviano. La distribuzione fu immediatamente sospesa, ma ormai erano già stati venduti oltre 70mila esemplari.

Si tentò di correre ai ripari, disponendo l'immediato ritiro di tutti i francobolli nelle tabaccherie e negli uffici postali. Ma non fu sufficiente, molti erano già sulle buste. Si provvide pertanto a bloccarli negli uffici di smistamento, dove solerti dipendenti furono incaricati di coprirono francobolli rosa sbagliati con una versione grigia, corretta. Alcuni esemplari sfuggirono però alla grandiosa operazione, diventando così uno dei pezzi più ambiti dai collezionisti. Già nei giorni immediatamente successivi alla diffusione dell'increscioso incidente il suo valore andò alle stelle per ridimensionarsi nel giro di qualche mese, provocando veri e propri tracolli economici in chi aveva pesantemente investito sull'operazione.

Superato questo incidente di percorso, la sua quotazione ha ripreso a salire in maniera lenta ma costante. Partito da 5mila lire era già arrivato a 65mila a fine anni Sessanta e a 1 milione a fine anni '90 giungendo nel 2010 a 1.800 euro. Per i pochissimi sfuggiti alle ricerche, e dunque regolarmente annullati, si raggiungono quotazioni ragguardevoli: fino a trentamila euro se hanno viaggiato sull'aereo di Gronchi nel suo viaggio verso l'America Latina. Diventando per questo oggetto di numerose falsificazioni, alcune particolarmente accurate, ottenute decolorando alcuni foglietti di San Marino. Ma il «Gronchi rosa» non è l'unica e più preziosa rarità italiana, c'è infatti il Trittico della trasvolata dell'Atlantico condotta da Italo Balbo con una squadriglia di idrovolanti.

Anche in questo caso si trattava di un affrancatura per posta aerea composta da una parte centrale fissa da 2,25 lire abbinata a un altra da 17,75 per l'Europa o da 4,75 per gli Stati Uniti. La sua quotazione può arrivare a sfiorare i 60mila euro. Un bel gruzzolo dunque ma poca cosa rispetto ai 200mila euro per l'80 Centesimi del 1859 del Ducato di Parma. O il mezzo milione per un blocco di 4 esemplari, dunque non pezzo singolo, con bordi e angoli di foglio emesso del Regno di Sardegna del 1851. Mentre la vera «Gioconda» della numismatica rimane il «Treskilling giallo» da tre scellini emesso dalla Svezia nel 1855 e ancora una volta per un errore: avrebbe dovuto essere verde. E per questo il 22 maggio del 2010 in un asta a Genova a raggiunto i 2 milioni e mezzo. Di euro ben s'intende.

Si cresce bene anche con genitori gay Ecco i risultati di 30 anni di ricerche

Corriere della sera

di Vittorio Lingiardi*


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Chi guarda senza pregiudizi, magari con meraviglia o persino con fiducia due persone dello stesso sesso che decidono di avere un bambino non sta delirando: sa che per fare un bambino ci vogliono l’ovocita e lo spermatozoo, la femmina e il maschio. Sa anche che ovocita e spermatozoo possono incontrarsi in modi altri che non sono il rapporto sessuale. Che si può diventare genitori di figli nati da precedenti relazioni del partner. Che esistono genitori adottivi, i quali a lungo concepiscono nei loro affetti e pensieri un figlio concepito biologicamente, ma poi rifiutato, da altri genitori.

E sa che i figli di genitori omosessuali, nati da forme alternative di concepimento, sono invece a lungo desiderati e perseguiti, come è anche per le coppie eterosessuali che si rivolgono alla fecondazione assistita. Insomma ci sono modi diversi di diventare genitori. Se la sessualità non sempre coincide con la procreazione, non sempre il concepimento coincide con la genitorialità.
Qual è il «vero genitore»? Quello che mette a disposizione la propria biologia o quello che cresce il figlio fornendogli cure e sicurezza? A volte infatti le due opzioni non coincidono, vuoi perché molti genitori biologici non sono capaci di fornire cure e sicurezza, vuoi perché genitori non biologici (o coppie di genitori di cui uno solo è biologico) lo sono.
Il 20 marzo 2013 l’American Academy of Pediatrics (Aap) ha pubblicato un importante documento in cui, oltre a ribadire le conclusioni di una ricerca pubblicata nel 2006 («adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, siano essi uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori»), afferma che, «nonostante le disparità di trattamento economico e legale e la stigmatizzazione sociale», trent’anni di ricerche documentano che l’essere cresciuti da genitori lesbiche e gay non danneggia la salute psicologica dei figli e che «il benessere dei bambini è influenzato dalla qualità delle relazioni con i genitori, dal senso di sicurezza e competenza di questi e dalla presenza di un sostegno sociale ed economico alle famiglie».

Motivo di più, conclude l’Aap, per sostenere definitivamente la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Love makes a family è il titolo di una pubblicazione dell’American Psychological Association. La copertina mostra una coppia di donne con le loro figlie. A chi obietta «ma i bambini hanno bisogno di una madre e di un padre!» ricordo l’importanza di considerare i risultati raggiunti da una mole vastissima di ricerche e le posizioni assunte dalle maggiori associazioni internazionali dei professionisti della salute mentale.

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È infatti importante che le donne e gli uomini di scienza si esprimano sulla base di ipotesi condivise e possibilmente verificate empiricamente. Il tema della genitorialità omosessuale è di solito affidato a ideologie o visceralità di politici il più delle volte impreparati. Questo giornale ha il merito di avere finalmente chiesto agli psicoanalisti italiani, sospettosamente silenziosi sull’argomento, di esprimersi. Alcuni, come Antonino Ferro, lo hanno fatto con parole di psicoanalitica umanità («i figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore»), altri, come Silvia Vegetti Finzi, hanno usato, a mio avviso in modo idiosincratico, le parole della tradizione.
Davvero, mi chiede una studentessa, molti psicoanalisti contemporanei sono schierati contro la genitorialità omosessuale? No, è vero il contrario.
Ecco cosa risponde l’American Psychoanalytic Association a chi sostiene che avere genitori omosessuali è «contro l’interesse del bambino»: «È nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, capaci di cure e di responsabilità educative. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale». I soliti americani pragmatici e semplicistici? In Francia, cinquecento psicoanalisti hanno da poco firmato una petizione a favore del «matrimonio per tutti» e della possibilità di adozione per le persone omosessuali.

Posizioni analoghe sono sostenute dalle maggiori associazioni dei professionisti della salute mentale: dall’American Psychiatric Association alla British Psychological Society, dall’Academy of Pediatrics all’Associazione Italiana di Psicologia. Quest’ultima ricorda che «la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare», indipendentemente dal fatto che i genitori siano «conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso».

Parole chiare, soprattutto se pensiamo a come viene esaltata aprioristicamente la genitorialità eterosessuale, dimenticando che può essere teatro di orrori (si pensi all’elevatissimo numero di abusi fisici e sessuali consumati nelle famiglie). Per essere buoni genitori non basta essere eterosessuali, così come essere omosessuali non significa essere cattivi genitori.
Togliamo gli aggettivi «etero» e «omo» e parliamo di genitorialità. Che in entrambi i casi può essere buona o cattiva.
L’immagine è tratta dal film «I ragazzi stanno bene» (2010) con Annette Bening e Julianne Moore: la storia di due mamme lesbiche che crescono due figli

Usa, taglia da 5 milioni su Kony il signore della guerra in Uganda

La Stampa

E’ la ricompensa per le informazioni che porteranno al «re del male»



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Dopo aver sguinzagliato sulle sue tracce nella giungla nel centro dell’Africa decine di soldati delle forze speciali, gli Stati Uniti ricorrono ora anche alla taglia: il Dipartimento di Stato ha annunciato una ricompensa di cinque milioni di dollari a chi fornirà informazioni utili per la cattura di Joseph Kony, il famigerato signore della guerra ugandese, leader del Lord’s Resistence Army (Lra), ricercato per crimini contro l’umanità.

E non solo: la stessa cifra andrà anche a chi fornirà indicazioni per la cattura di ognuno dei suoi tre vice, ovvero Okot Odhiambo, Dominic Ongwen e Sylvestre Mudacumura, a loro volta ricercati dalla giustizia internazionale perché accusati di crimini di guerra e di una serie di atrocità. Secondo varie fonti, si ritiene che Kony e suoi uomini si nascondano in una zona molto vasta tra la Repubblica Centrafricana, il Sudan e il Sud Sudan. L’odiato comandante vive inoltre in maniera quasi `primitiva´, non si serve né di radio né di telefoni, ma solo di messaggeri a piedi, ed è difeso da un esercito di bambini soldati la cui fedeltà viene ottenuta con la violenza e il ricatto. Una tattica che ha sinora reso le ricerche estremamente complicate.

Kony, sulla cui testa dal 2005 pende un mandato di arresto del Tribunale Penale Internazionale, ha iniziato la sua opera più di 25 anni fa in un villaggio nel Nord dell’Uganda, fondando un esercito ribelle per rovesciare il governo e facendosi chiamare “profeta”. Ma ben presto è diventato tristemente noto per l’utilizzo dei bambini soldato, per gli stupri o anche i genocidi. L’attenzione su di lui è venuta alla ribalta in particolare dopo la pubblicazione online dei video della ong americana Invisible Children. I filmati, tra cui “Stop Kony 2012”, sono stati ideati per chiedere il suo arresto, e hanno scosso l’opinione pubblica mondiale.

Ma è da diverso tempo che il presidente americano Barack Obama ha intensificato gli sforzi degli Stati Uniti per contribuire alla cattura di Joseph Kony. La taglia annunciata oggi è il frutto di una legge che Obama ha firmato nel gennaio scorso, e che ha lo scopo di rafforzare la capacità del governo Usa di offrire «ricompense in denaro per informazioni che portino all’arresto o alla condanna di cittadini stranieri accusati da tribunali internazionali di atrocità». «Questo nuovo potente strumento potrà essere usato per contribuire a portare davanti alla giustizia gli autori dei crimini peggiori», aveva detto Obama, tra cui, aveva precisato, «individui come Joseph Kony e altri leader del Lord’s Resistance Army (Lra), così come alcuni comandanti del M23 del Fronte per la liberazione del Ruanda (Fdlr)». 





Uganda, Kony è inafferrabile. La giungla inghiotte i Navy Seals

Maurizio Molinari



Armi hi-tech e droni impotenti nella caccia al signore dei bambini-soldato

Aun anno dall’eliminazione di Osama bin Laden la missione più difficile che i Navy Seals si trovano a svolgere avviene in un’area dell’Africa centrale coperta dalla giungla dove il nemico da catturare è lo spietato leader Joseph Kony, alla guida di un esercito di bambini trasformati in killer. A Obo, nella Repubblica Centrafricana, una ventina di soldati delle truppe speciali americane hanno creato un avamposto che, in coordinamento con la base nei pressi dell’aeroporto ugandese di Entebbe, serve come punto di partenza per perlustrare un’area grande quanto la California, che include anche territori del Sud Sudan e del Congo.

Da quando, circa un anno fa, il presidente Barack Obama ha ordinato al Pentagono di inviare cento soldati delle truppe speciali per dare la caccia a Kony, inseguito dal 2005 da un mandato di cattura del Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità, il generale Carter Ham, a capo del Comando Africa, coordina una gigantesca caccia all’uomo che vede Navy Seals e Berretti Verdi affiancare migliaia di soldati dei quattro Paesi africani con il sostegno di satelliti, droni e le più moderne apparecchiature dell’intelligence elettronica e per i combattimenti notturni.

Finora però tale poderoso apparato si è dimostrato inutile. «Questa impresa non sarà affatto semplice», ammette Ken Wright, capitano dei Navy Seals, incontrando a Obo un gruppo di reporter americani. Il motivo è che la combinazione truppe speciali-intelligence d’avanguardia - che ha rovesciato i taleban a Kabul, sgominato Al Qaeda nel Triangolo sunnita iracheno e portato all’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan - funziona assai meno nella giungla. Basti pensare che droni e satelliti non riescono a vedere attraverso la fittissima vegetazione che copre gran parte del territorio del Lord’s Resistence Army (Esercito di Resistenza del Signore) di Kony, perché il fogliame confonde il terreno, impedisce l’identificazione dei suoni e crea spesso false immagini.

I bambini-soldato di Kony si muovono alla cieca nella stessa area e, come un rapporto dei Berretti Verdi spiega, ciò significa saper evitare fiumi infestati da coccodrilli, identificare frutti e animali di cui cibarsi, muoversi su centinaia di chilometri quadrati ricoperti da erba alta fino a quattro metri, dove gli unici ad aggirarsi sono gli elefanti. Quando i militari africani tentano di seguire le tracce di Kony, finiscono nelle trappole della Natura: soldati ugandesi sono stati sbranati dai coccodrilli mentre altri non sono mai tornati da pattugliamenti condotti nella giungla. «Kony combatte come se fossimo ancora nell’età della pietra» aggiunge il capitano dei Navy Seals, riferendosi ai rifugi offerti dal terreno, alla capacità di alimentarsi nella foresta e agli attacchi condotti con machete e frecce per evitare di attirare l’attenzione con il rumore delle armi da fuoco.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite consegnato al governo dell’Uganda, da quando i Navy Seals gli stanno dando la caccia, Kony ha dimostrato una maggiore vitalità, aumentando gli attacchi ma con una differenza rispetto al passato: uccide di meno e rapisce di più. È una strategia ispirata alla convinzione, da lui affidata a più proclami trasmessi con il passaparola e i corrieri, che «non importa quanti di noi vengono uccisi perché per rigenerarci ci bastano dieci combattenti».

Da quando era giovane chierichetto in un villaggio cattolico nell’Uganda del Nord, Kony si è trasformato in un profeta del terrore, circondato da bambiniguerrieri e bambine-spose, nella convinzione di poter creare, in Uganda o altrove, un regno basato su una propria versione dispotica dei Dieci Comandamenti che assegna a lui mansioni divine individuando in ogni altro essere umano una vittima o un suddito.

Il video online di «Invisible Children» intitolato Kony2012 ha trasformato questa piaga africana - gli vengono attribuiti 2.500 morti e 465 mila profughi - in uno dei temi di politica internazionale di maggiore attenzione per il pubblico americano ma il tentativo del Pentagono di eliminare il profeta-massacratore finora si è arenato davanti alla banale constatazione, ammessa dal capitano «Gregory» dei Berretti Verdi, che «molte delle nostre attrezzature nella giungla non riescono a funzionare perché la vegetazione assorbe segnali e suoni» che il deserto esalta.

Fra i militari Usa c’era chi ipotizzava che Kony avrebbe lanciato attacchi contro gli avamposti creati nella sua zona di operazioni ma finora si è dimostrato troppo scaltro per farlo, preferendo piuttosto stare alla larga. La conseguenza è che da mesi Kony è scomparso nel nulla e ai Navy Seals non resta che raccogliere testimonianze di pastori nomadi, cacciatori indigeni e ricordi dei militari locali nel tentativo di disegnare una mappa dei movimenti sul terreno fatti in passato dall’esercito dei soldati-bambini nella convinzione che, prima o poi, Kony torni sugli stessi sentieri commettendo l’errore fatale.

Il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell'intero rapporto senza soluzione di continuità»

Il Messaggero


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ROMA - «Integra il reato di violenza sessuale la condotta di chi prosegua un rapporto sessuale quando il consenso della vittima, originariamente prestato, venga poi meno a causa di un ripensamento o della non condivisione della modalità di consumazione del rapporto». La Cassazione torna, condannando in via definitiva un ventenne piemontese, su un argomento affrontato con esiti diversi. «Il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell'intero rapporto senza soluzione di continuità». La pronuncia della Cassazione si riferisce al caso di un ventitrenne della provincia di Novara, condannato a 3 anni e sei mesi per stalking, per aver perseguitato, minacciato e molestato la sua ex fidanzatina (all'epoca minorenne), e violenza sessuale perchè con violenza, minaccia e imbavagliandola, l'ha costretta a rapporti sessuali «estremamente violenti».

Il ragazzo aveva tra l'altro imposto la ragazzina a pratiche sadiche, sotto la minaccia di diffondere foto che la ritraevano mentre compiva atti sessuali. Il giovane era quindi stato condannato dal Tribunale di Novara e poi dalla Corte d'Appello di Torino. Nel ricorso in Cassazione la difesa ha sostenuto che «trattandosi di un rapporto sadomaso, non si potrebbe ritenere che in ogni momento l'imputato avesse l'obbligo di verificare la persistenza del consenso». La Terza sezione penale, che ha bocciato i motivi di ricorso, concordando con i giudici di merito, ha sottolineato che la ragazza «pur avendo prestato il proprio consenso ad alcuni rapportI, ha manifestato un esplicito dissenso alla successive pratiche estreme poste in essere dall'imputato.

Di conseguenza la responsabilità dell'imputato è stata correttamente ritenuta sussistente». Nel 2006, esaminando il caso di un giovane di Latina, la Cassazione aveva stabilito che non è sempre configurabile come reato di violenza sessuale un rapporto iniziato con l'assenso di entrambi i partner, ma non interrotto su richiesta di uno degli amanti: i giudici avevano quindi annullato, rinviando a nuovo giudizio, la condanna a quattro anni di reclusione per un ventenne di Latina giudicato colpevole di violenza aggravata e continuata nei confronti di una minorenne.


Mercoledì 03 Aprile 2013 - 18:55

Lavoro da commercialista via da Garlasco La nuova vita di Alberto Stasi

Corriere della sera

Domani in Cassazione l'ultima sentenza sul delitto. La mamma di Chiara: «Come per Meredith, speriamo nella giustizia»

Alberto Stasi (Ansa)
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GROPELLO CAIROLI (Pavia) - Alberto è da qualche parte, probabilmente a Milano, a vivere una vita più o meno normale. Con il suo lavoro nello studio di un commercialista, con i suoi ritmi da ragazzo e, dicono le riviste di gossip, una fidanzata bionda sempre accanto. Rita si divide fra Gropello Cairoli, dove lavora, e Garlasco, dove abita. E il suo tempo è un continuo lasciar scivolare i giorni su una vita senza Chiara. «Non sono stato io, ho la coscienza a posto» giura da sempre Alberto al suo avvocato, il professor Angelo Giarda. «Spero che diano a Chiara la possibilità di avere giustizia come hanno fatto con Meredith» sospira Rita salutando con un sorriso. Domani la risposta. I giudici della Cassazione decideranno se scrivere o no la parola «fine» di questa storia.




Due vite (Alberto e Rita), due famiglie (gli Stasi e i Poggi) sotto lo stesso cono d'ombra.
Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa in casa sua, a Garlasco, la mattina del 13 agosto 2007. Qualcuno le sfondò la testa con un oggetto mai identificato e la buttò giù dalle scale che portano in taverna. Alberto Stasi, all'epoca 24 anni, era il suo fidanzato e fu lui a trovarla e a finire per primo nella lista dei sospettati. Unico indagato dell'omicidio, fu arrestato e scarcerato, processato e assolto in primo e in secondo grado e domani vivrà un altro giorno che sembrerà non passare mai. L'attesa, l'apnea delle volte precedenti e più di ogni altra cosa la speranza che tutto finisca qui, per sempre.

Gli crederanno anche i giudici della Suprema Corte? «È stato qui con noi, abbiamo lavorato tutti assieme in studio per prepararci ad affrontare la Cassazione» rivela l'avvocato Giarda, convinto «dal primo istante che questo ragazzo sia innocente» e che «liberandolo da ogni accusa si potrà guardare con più serenità verso direzioni che gli inquirenti hanno trascurato, orientati com'erano sempre e solo verso Stasi».

Con Garlasco Alberto sembra aver tagliato i ponti. C'è la casa dei genitori, certo. Ma non è più lì la sua vita, non lo si vede più e non è più quello il posto giusto dove incontrare gli amici. Meglio costruire il dopo-Chiara a Milano. Ed è nello studio milanese di Giarda che, come ha sempre fatto, ha voluto essere presente anche questa volta mentre l'avvocato scriveva la memoria (più di duecento pagine) per la Corte. Ha letto e riletto ogni passaggio, ha immaginato quelle parole scorrere nella mente dei giudici e ha sentito sulla sua pelle l'inquietudine quando la Suprema Corte ha riaperto il processo per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher e arrivati in Cassazione, come lui, da assolti.

«Il ricorso della procura non fa che ribadire le cose già espresse nel merito del processo e che hanno già avuto risposte precise. Non c'è niente di nuovo e di diverso rispetto ai giudizi precedenti e non dimentichiamo che qui si fa un controllo di legittimità, non un terzo processo». «Proprio di legittimità e di diritto si sta parlando» è la replica dell'avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni. «Chiediamo alla Corte semplicemente di colmare alcune lacune che potrebbero essere decisive per arrivare alla verità».

Tre i punti che la parte civile chiede di approfondire: l'esame su un capello castano corto (con il bulbo) trovato nella mano di Chiara (la difesa di Alberto sostiene che fosse vicino al corpo) e mai esaminato con il test del Dna «mitocondriale», capace di risalire all'identità di chi lo ha perduto. Altra questione: l'ormai famosa bicicletta nera da donna sicuramente vista davanti a casa di Chiara la mattina del delitto.

La famiglia Stasi ne possiede una mai sequestrata. «Acquisiamola» propone Tizzoni. E infine il test sulla superficie ricostruita in laboratorio della casa di Chiara con il quale si è stabilito se Alberto potesse o meno sporcarsi le scarpe camminando. La richiesta in questo caso è rifarlo: con la porta delle scale chiusa e la riproduzione dei gradini. «Punti sui quali sono già arrivate risposte più che puntuali» dice il professor Giarda.

Dettagli che Rita ha imparato a conoscere a memoria: «Vedremo cosa diranno i giudici». «Io e la mia famiglia siamo pronti anche se va da sé che più si avvicina l'ora più cresce l'ansia e ogni volta io rivivo le emozioni daccapo, tutte assieme». Rita sa di non poter scartare l'ipotesi che Alberto esca di scena definitivamente (nel frattempo un giudice monocratico lo ha multato per detenzione di video pedopornografici e lo ha interdetto «in perpetuo» da qualunque ufficio che abbia a che fare con minori). «Può succedere che venga assolto, lo so» dice la mamma di Chiara. «Però so anche che i genitori non si arrendono. Mai».

Giusi Fasano
@GiusiFasano4 aprile 2013 | 8:27

L'altra faccia della casta: in Parlamento uscieri da 10mila euro al mese

Paolo Bracalini - Gio, 04/04/2013 - 07:46

Commessi, barbieri, stenografi, addetti alla buvette, segretarie, assistenti e dirigenti. In un documento riservato del Senato tutte le cifre scandalose

Roma - C'è un'isola felice nel cuore di Roma dove la crisi non esiste e gli stipendi salgono anno dopo anno, automaticamente, con una progressione spaventosa (beninteso, per quindici mensilità annuali).


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Ecco, in un documento riservato di Palazzo Madama, le cifre scandalose della vera Casta, quella dei dipendenti del Parlamento (circa 800 al Senato, 1.540 alla Camera). Commessi, uscieri, stenografi, addetti alle pizzette in buvette, segretarie, assistenti e dirigenti con stipendi allineati al Qatar, non all'Italia delle famiglie in bolletta e degli imprenditori suicidi. Il documento, datato fine 2012, riporta gli stipendi lordi dei dipendenti, con gli scatti per ogni anno di servizio e la simulazione della loro curva retributiva.

Più che una curva, una linea retta che schizza verso l'alto e vola verso i livelli stellari di fine carriera, pari a quelli di un manager d'azienda. Quelle tabelle sono il frutto di un tentativo, fatto dagli appositi comitati per il personale di Senato e Camera, di ridurre un po' gli stipendi finali dei dipendenti del Parlamento, portandoli da 27mila a 21mila euro per il livello fine carriera. Ma niente, non c'è stato nulla da fare contro le barricate delle 13 sigle sindacali a Palazzo Madama, soprattutto con quella più forte, la Cgil Senato, la più decisa a difendere i privilegi dei lavoratori da 30mila euro al mese.

Partiamo dal grado più basso, la «fascia di assistenza tecnico-operativa», cioè i commessi, o i famosi barbieri. Appena arrivati hanno un lordo di 2.482 euro al Senato e 2.338 euro alla Camera. Ma dopo soltanto 12 mesi, per contratto, scattano rispettivamente a 2.659 euro e 3.199, e ogni anno guadagnano di più, inesorabilmente, recessione o non recessione, crisi o non crisi. Con 40 anni di anzianità l'ultimo stipendio dell'usciere è di 10.477 euro lordi mensili (aumentato del 400% rispetto inizio carriera), che moltiplicati per 15 mesi fanno 157.500 euro all'anno, come un dirigente di una grossa azienda.

La fascia successiva, quella della «Assistenza amministrative» (le segretarie che fanno le fotocopie e mandano le convocazioni delle commissioni), che partono appena assunti da 3.048 euro al mese e finiscono la carriera con 12.627 euro mensili al Senato e 11.949 alla Camera. Poi ci sono i funzionari, che partono da 3.700 come neoassunti e finiscono a 17mila euro, fino ai dirigenti, che progrediscono da 5.593 a 27.885 euro mensili. Quando la Corte costituzionale ha bocciato il taglio del 5% sugli stipendi pubblici oltre i 90mila euro, i dipendenti del Senato hanno fatto ricorso. E Palazzo Madama ha dovuto sborsare 2,2 milioni sull'unghia per risarcirli. Mentre le casse pubbliche andavano, e vanno, a picco.

Più o meno allineati gli stipendi a Montecitorio. La tabella scovata da Marzia Maglio di Ballarò suddivide i 1.540 dipendenti della Camera per fasce retributive. Anche qui si va - in media - dai 67mila euro annui del livello più basso ai 167mila euro dei consiglieri parlamentari, fino ai 406.399 euro del segretario generale di Montecitorio. Quando Antonio Malaschini ha lasciato il posto da Segretario generale del Senato, ha preso una liquidazione di 1.200.000 euro e una pensione da 520mila euro annui. Normale che poi il premier Monti, appena insediato, abbia pensato a lui come sottosegretario per i Rapporti col Parlamento. I suoi rapporti col Parlamento, che gli versa 1.500 euro al giorno, sono ottimi.

Ma in generale il sistema pensionistico della Casta dei dipendenti del Parlamento è un pianeta a sé. Gli esodati non esistono, anzi si va in pensione a 51 anni, e con una penalizzazione ridicola, dall'1% al 4,5% massimo sull'ultimo stipendio. Un altro documento riservato del Senato riporta le domande di pensionamento pervenute tra aprile/luglio 2012: una sfilza di cinquantenni. Il più vecchio, tra quelli che domandano la pensione al Senato, è un consigliere di 61 anni, la media 55. La loro baby pensione sarà (mediamente) di 8-9mila euro. Ecco la vera Casta mai toccata dai sacrifici. Ci proveranno i presidenti Boldrini e Grasso?

Il pranzo? Lo prendo alla macchinetta

Corriere della sera

Le teche piene di pulsanti, snack numerati e piatti riscaldabili sono quintuplicate nel giro di tre anni


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Semplice e veloce, come fare un biglietto del metrò. Seleziona, attendi la cottura, ritira il resto e voilà: il pranzo automatico è servito. Fantascienza? Macché. I negozi-macchinette, cento per cento automatizzati (open shop, all'americana) sono qui, fra noi. Per le strade di Milano le loro teche piene di pulsanti, snack numerati e piatti riscaldabili sono quintuplicate nel giro di tre anni. Perché al contrario del bar «in carne e ossa», che soffre come gli esseri umani, il robot-negozio non conosce crisi. Anzi: è programmato su misura per pause pranzo sempre più brevi, rosicate, all'insegna del risparmio (vedi il servizio sulle pagine di Uso e Consumo di Corriere Milano, di giovedì 4 aprile; mail e segnalazioni a pervoi@corriere).

Dallo snack alla pastasciutta riscaldata nell'apposito microonde; dal tramezzino alla pizza stesa e condita sul momento, a comando (la servono solo due apparecchi, negli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio). «L'offerta diventa sempre più sofisticata, ci stiamo evolvendo», spiega Lanfranco Giammario, titolare di Prendi e Vai, la concessionaria che a Milano ha installato ben 25 rivenditori negli ultimi anni. «Abbiamo aperto noi il primo negozio, nel 2007, in via Col di Lana. Adesso in città ce ne sono più di cinquanta, tra i nostri e quelli di altre catene. Riceviamo sempre più richieste».

Sì, magari saranno un po' asettici. Ma velocità, comodità (sono aperti 24 ore al giorno, 365 giorni l'anno) e soprattutto i prezzi non hanno rivali. «Milano è l'habitat perfetto per questo tipo di consumo», commenta Giammario. «Con la crisi poi, il caffé a 50 centesimi e il panino a due euro hanno un appeal semplicemente irresistibile». Tanto che il giro d'affari è cresciuto del 30% nell'ultimo anno. «E' un modo per risparmiare tempo e denaro», spiega il cliente di un punto-macchinette in viale Abruzzi. «Con meno di quattro euro prendo primo bibita e caffé. Al bar o al ristorante farei fuori metà di quello che guadagno in una giornata».

Non a caso, gli open shop abbondano in zone d'uffici, meglio se non troppo centrali. «Solo tra Loreto e Lambrate, ce ne sono una decina», spiega il signor Giovanni, gestore di un negozio automatico in viale Abruzzi 92. «E' un investimento comodo: devo passare una volta al giorno a rifornire le macchinette, a dare una pulita. In compenso non ho spese di personale. E questo permette di tenere i prezzi bassi, al riparo dalla crisi». Il conto è facile: un dipendente in meno, un affamato in più. Che poi tra macchinetta e ristorante, coi tempi che corrono, sceglierà sempre la prima.

Davide Illariett
i3 aprile 2013 | 18:28