mercoledì 3 aprile 2013

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» ritorna al cinema dopo 42 anni

Corriere della sera

Il capolavoro di Petri e Volontè è stato restaurato. Sarà eccezionalmente nelle sale l'8, il 9 e il 10

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Il dominio assoluto e incontrastato del Potere di fronte ai sussulti rivoluzionari e pararivoluzionari; perché le piazze ribollono e la democrazia vacilla, tentata da scorciatoie autoritarie. Se c'è un film che racconta meglio di qualunque altro i nostri, tumultuosi, anni'70, questi è «Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto», capolavoro assoluto di Elio Petri. Con un Gian Maria Volonté altrettanto enorme, insieme all'angosciosa e monumentale punteggiatura in musica di Ennio Morricone.

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8, 9 E 10 APRILE - Ebbene la storia dell'ispettore capo della squadra omicidi che uccide la sua amante e fa di tutto per dimostrare la sua colpevolezza, per magia, ritorna al cinema. Nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna e nelle 36 sale del circuito The Space, l'8, il 9 e il 10, «Indagine» riapparirà dunque sul grande schermo. E sarà come tornare in quei tumultuosi anni'70, occasione unica per chi ( e tutti gli altri a seguire) in quegli anni'70 vi è nato.

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Matteo Cruccu
ilcruccu3 aprile 2013 | 20:46

Non c’è posto”: bimba non vedente respinta dalla scuola media

La Stampa

Ma per legge nessun istituto può “rifiutare” l’iscrizione di un alunno disabile


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Troppi alunni e la scuola rifiuta l’iscrizione alla prima media a una ragazzina non vedente. Succede in Val di Susa a una ragazzina di San Didero a cui è stata rifiutata l’iscrizione alla classe prima media nella scuola di riferimento per territorio, a Borgone di Susa. A prendere posizione è l’Associazione Piemontese Retinopatici e Ipovedenti (A.P.R.I.-onlus). La famiglia ha scritto al Provveditorato di Torino senza però ricevere per ora alcuna risposta. 

«La presa di posizione della scuola media di Borgone è gravissima - dice Marco Bongi, presidente A.P.R.I.-onlus - La legge infatti parla molto chiaro in proposito: nessuna scuola può rifiutare, neppure per motivi tecnico-logistici, l’iscrizione di un alunno disabile, per quanto grave possa essere la sua situazione. Non escludo - aggiunge - che si possano ravvisare anche responsabilità di carattere penale». «Se la bambina fosse accolta, come suo diritto, nella scuola media di Borgone - sottolinea la mamma - potrebbe anche raggiungerla da sola, utilizzando, come tutti gli altri studenti, il servizio di scuolabus. Se dovessimo andare a Condove invece dovremo necessariamente accompagnarla noi tutti i giorni e costringerla a svegliarsi molto prima». 

Dall’Apri fanno notare che un alunno disabile visivo, non necessitando di sedia a rotelle, non occupa assolutamente spazio in più rispetto ad un bambino normodotato. Assai più ridotte appaiono altresì le esigenze di abbattimento delle barriere architettoniche. «Anche per questo - aggiunge Bongi - la presa di posizione della scuola mi sembra davvero incomprensibile e priva di qualsiasi fondamento giuridico o didattico». «Siamo davvero stanchi di essere palleggiati da un plesso all’altro» - conclude la mamma - mia figlia, già sfortunata per la sua malattia, abbisognerebbe soprattutto di tranquillità e stabilità. Invece alla scuola di Borgone abbiamo trovato solo problemi e poca considerazione”. 

Sentenza choc in Olanda sulla pedofilia Via libera al club che la promuove

La Stampa

Secondo la Corte d’appello non va vietata la fondazione che propone la liberalizzazione del sesso coi minori


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La pedofilia è «un comportamento aberrante». Ma non può essere negato il diritto di fare campagne per promuoverla. È il senso della sentenza shock di una corte d’appello olandese che ieri, ribaltando la decisione di primo grado, ha stabilito come non debba essere vietata l’attività di una fondazione che da oltre trenta anni promuove la pedofilia.
Lo scorso anno il tribunale civile di Assen aveva ingiunto lo scioglimento del gruppo `Sticthing Martijn´ rilevando che le sue proposte per legalizzare i contatti sessuali tra adulti e bambini erano contrarie alle norme ed ai valori della società olandese.

Ieri la corte d’appello di Leeuwarden ha affermato che i testi e le foto presenti sul sito web della fondazione non contravvenivano la legge. Aggiungendo che il fatto stesso che alcuni dei suoi membri siano stati condannati per reati sessuali, non andava connesso al lavoro della fondazione stessa.
La Corte d’appello ha anche rilevato che le proposte per la liberalizzazione della pedofilia sono «una seria contravvenzione di alcuni principi del sistema penale olandese», in particolare per quanto concerne la minimizzazione dei «pericoli dei contatti sessuali con giovani».

Ma i giudici hanno sentenziato che la società olandese è sufficientemente «resistente» per affrontare «le dichiarazioni indesiderabili ed il comportamento aberrante» promosso dal gruppo fondato nel 1982 e sciolto lo scorso anno in seguito alla sentenza di primo grado. Un suo ex presidente, Martijn Uittenbogaard, ha affermato che i 60 soci non si riuniranno per decidere i prossimi passi, mentre l’ufficio del procuratore sta valutando l’ipotesi di un ricorso in terzo grado. Una portavoce della pubblica accusa ha definito la sentenza «deludente».

Nel corso degli anni l’attività della lobby pro-pedofilia è stata al centro di una serie di proteste. Ma il colpo più duro lo subì nel 2007, dopo aver pubblicato sul suo sito le foto della principessa Amalia, figlia del principe ereditario Guglielmo Alessandro (che il prossimo 30 aprile sarà incoronato re al posto della madre, la regine Beatrice). Il futuro re fece causa, chiedendo la rimozione immediata delle foto ed il pagamento di una multa. Richieste accolte dal tribunale.

Tre anni dopo l’abitazione del presidente dell’epoca, Ad van den Berg, fu perquisita, portando alla scoperta di ingenti quantità di materiale pedopornografico e all’arresto dello stesso van den Berg. Ma l’associazione ha continuato il suo «lavoro», forte del parere emesso dal ministero per la sicurezza e la giustizia che nel giugno 2011 aveva stabilito che per la legge olandese la sua attività non era illegale. Ciò nonostante il 27 giugno 2012 il tribunale di Assen ne aveva decretato la chiusura. Annullata oggi nel nome della libertà di associazione. 

Quarant’anni di telefonini: qual è il tuo modello del cuore?

Corriere della sera



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In questi giorni è stato abbondantemente celebrato il quarantennale del telefono cellulare. Un compleanno che per convenzione si colloca sul calendario il 3 aprile. In quella data, nel 1973, l’ingegner Cooper effettuò la prima chiamata con un prototipo di telefonino. Anzi, di telefonone visto che pesava 1,3 chilogrammi. Archeologia tecnologica a parte, il telefonino ha iniziato a cambiare la vita degli italiani solo dalla seconda metà degli anni Novanta, quando Motorola e Nokia duellavano per il primato colonizzando le tasche della penisola e relegando ai ricordi in bianco e nero le cabine telefoniche prima e il telefono fisso poi.

Oggi, dopo la rivoluzione iPhone, li chiamiamo smartphone e non possiamo fare a meno di un touchscreen. Ma guardando indietro qual è stato il cellulare che ricordate con più affetto (o con rabbia, se funzionava male)? Andando a ritroso, nel mio caso ne cito almeno un paio. Uno è il misconosciuto Ericsson R320s: gran design (retro in metallo), perfetto in chiamata, ottima autonomia e lo usavo come modem (con molta parsimonia, viste le tariffe…) con il mio Palm m505. L’altro è il Nokia 6210, il telefono con la batteria eterna. Si andava anche oltre la settimana, senza spegnerlo mai. Con i fantastici smartphone di oggi facciamo mille cose in più, ma quell’autonomia rimane una chimera.

E per voi?


Qua sotto una galleria di modelli che hanno fatto storia, dal Dynatac ai tempi nostri:

Clicca sull’immagine per andare alla galleria di foto

Corea del Nord, gli Usa inviano super-radar «Pallina da golf» gigante contro i missili di Kim

Corriere della sera

Mentre sale la tensione fra le due Coree, gli americani schierano a est del Giappone una gigantesca stazione radar galleggiante

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Che cosa sta succedendo in Corea del Nord? Pyongyang intensifica le sue minacce, Seul sfoggia i muscoli e le diplomazie occidentali stanno a guardare, con grande preoccupazione. Al momento la guerra è tutta psicologica. Gli americani invitano alla calma, e intanto schierano le armi invisibili. Ma anche quelle ben visibili: la marina degli Stati Uniti ha inviato nella regione una gigantesca stazione radar galleggiante. L’enorme «pallina da golf» sulla piattaforma dovrà intercettare l’eventuale lancio di missili del giovane dittatore Kim Jong-un.

ARSENALE - Un numero imprecisato di caccia F-22, bombardieri strategici B-2, cacciatorpedinieri e ora anche una enorme stazione radar galleggiante: gli Stati Uniti si stanno posizionando al largo delle coste nordcoreane. Una «misura precauzionale», rassicurano. Il Pentagono ha infatti annunciato lunedì che la piattaforma radar SBX-1, acronimo di Sea-Based X-band Radar, si sta avvicinando alle coste della Corea del Nord. In altre parole: gli Usa stanno schierando gli armamenti più avanzati del loro arsenale, in grado di condurre una massiccia campagna di attacchi dal cielo e dal mare senza che i nordcoreani possano neanche vederne l’origine.

ISOLA GALLEGGIANTE - La SBX-1 ricorda una piattaforma petrolifera. Dispone però di un sofisticato sistema radar in grado di intercettare oggetti della dimensione di una pallina da baseball a 4800 chilometri di distanza. L'isola artificiale è larga 73 metri, lunga 119 e alta 85 metri e al momento si trova a est del Giappone. È anche nota come «pallina da golf gigante» per la sua particolare struttura rotonda e di colore bianco. La SBX-1 è entrata in funzione otto anni fa ed è costata l'equivalente di circa 700 milioni di euro. La piattaforma, che conta un'ottantina di membri dell’equipaggio, era operativa anche nel 2009 quando la Corea di Kim Jong-il lanciò un missile, venne però fatta richiamare in acque locali per motivi politici: un dislocamento davanti alle coste nordcoreane sarebbe stato percepito da Pyongyang come provocazione. Tuttavia, la piattaforma è stata spostata verso le acque della Corea del Nord anche lo scorso anno.

I PIANI DI KIM - L’escalation tiene per il momento col fiato sospeso il mondo intero. Si avvicina la guerra in Asia? Quali sono le reali intenzioni di Kim Jong-un? Gli osservatori sembrano rassicurare. Rüdiger Frank, professore di Economia e società dell'Asia Orientale presso l'Università di Vienna e vice capo del Dipartimento di studi sull'Asia Orientale - grande conoscitore della Corea del Nord - ha spiegato in un’intervista al telegiornale tedesco «Heute Journal» che il giovane dittatore, in realtà, mira a tutt’altro: «Kim Jong-un cerca di ingraziarsi la fiducia dei vecchi gerarchi militari al fine di intraprendere importanti riforme economiche nel Paese. Sta mostrando i muscoli e raduna a sé la popolazione, una sorta di prologo, speriamo, in vista di sviluppi positivi nell’anno 2013». I venti di guerra sono dunque solo una cortina fumogena? Non a caso, sottolinea Rüdiger, a inizio settimana il giovane dittatore ha nominato a premier della Corea del Nord quel Pak Pong-ju, già primo ministro nel quadriennio 2003-2007, poi sollevato dall'incarico per una riforma salariale troppo simile al capitalismo americano.



Corea: a un passo dalla guerra (31/03/2013)

Corea del Nord: Pyongyang annuncia, "stato di guerra con il Sud" (30/03/2013)

Corea del Nord: in allerta le basi missilistiche, pronte a un attacco (29/03/2013)

Elmar Burchia
3 aprile 2013 | 12:53

Cina, tre anni per un omicidio La giustizia arriva dopo quarant’anni

La Stampa

Aveva ucciso un dottore credendolo una spia in piena Rivoluzione Culturale: è la prima volta che un crimine commesso in quel periodo arriva a un tribunale ordinario

ilaria maria sala
hong kong


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Tre anni e sei mesi di prigione per Qiu Riren, 80 anni, del Zhejiang, reo confesso dell’uccisione di Hong Yunke, un dottore di villaggio accusato di essere una spia. Se la pena vi pare leggera per un omicidio, considerate che questo è avvenuto nel 1967, nel pieno della Rivoluzione Culturale che portò alla morte di milioni di persone, ma della quale ancor oggi si può parlare apertamente solo all’interno di parametri ben definiti. Infatti, Qiu è stato processato da una corte itinerante, in uno dei rarissimi casi in cui un crimine avvenuto in quel buio periodo della storia cinese è stato portato davanti alla giustizia. 

Secondo quanto aggiunto dalla Corte, poi, sia la confessione di Qiu, che il fatto che il crimine fosse avvenuto prima che la Cina adottasse un codice di procedura penale rendono giustificata la sentenza clemente. Prima del 1979, e quindi quando Qiu uccise Hong, si veniva giudicati non da una corte di legge, ma dai Comitati Rivoluzionari di Partito, dato che tutti i crimini erano considerati politici – furti, omicidi, perfino stupri rientravano sotto la rubrica “lotta di classe” o “contraddizione interna al popolo”, ammesso che fossero considerati da giudicare. 

Dunque, nel 1967 uccidere un “controrivoluzionario” non era, strettamente parlando, un vero e proprio crimine. Era lotta di classe. Così il dottor Hong venne catturato, rinchiuso in un fienile, e portato poi in un campo dove Qiu, insieme ad un’altra Guardia Rossa, lo strangolò e poi – dopo avergli tagliato le gambe, secondo quanto stabilito dalla Corte – lo spinse dentro un buco nel terreno. 

Nel 1986, dopo che i figli di Hong avevano chiesto giustizia per l’uccisione del padre, alcuni degli altri membri del gruppo di Guardie Rosse responsabili vennero giudicati e condannati a pene detentive di diversa entità, ma Qiu era scappato, ed è stato rintracciato solo ora. Il verdetto era stato emesso venerdì, ma reso noto solo oggi: questo, con ogni probabilità, a causa del fatto che quando si era diffusa la notizia dell’inizio del processo contro Qiu, lo scorso febbraio, l’iniziale entusiasmo con cui gli utilizzatori di Internet cinesi avevano cominciato a discutere del crimine, e della Rivoluzione Culturale stessa, aveva allarmato i censori, che avevano deciso dunque di cancellare i messaggi sul caso.

Il controllo sui lettori

La Stampa

«L'acquisto di Goodreads da parte di Amazon sciocca l'industria editoriale». E rafforza la potenza di Bezos sull'asset strategico dell'editoria di oggi.

giuseppe granieri


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«L'acquisto di Goodreads da parte di Amazon», scrive il Guardian, «sciocca l'industria editoriale». 

La notizia, è di una settimana fa ormai, ma -dopo i primi commenti a caldo- continua ad alimentare le discussioni. E le ragioni sono tante. Già da tempo si diceva, oltreoceano, «Gli editori conoscono i libri, Amazon conosce i lettori». La mole di dati che il gigante di Seattle possiede sulle abitudini di lettura, sui gusti e sui comportamenti dei milioni di clienti sono sicuramente un capitale enorme. Cui si aggiunge la capacità di utilizzare algoritmi molto evoluti per costruire suggerimenti di lettura per far scoprire nuovi titoli. 

Goodreads, da parte sua, è uno dei maggiori social network dedicati ai libri. Un altro luogo della rete in cui i lettori «scoprono e decidono cosa leggere dopo», uno degli ambienti in cui si prendono le decisioni di acquisto, si raccolgono tutte le informazioni «social» su romanzi e saggi. La scheda libro di Goodreads, infatti, riunisce tutte le attività dei lettori su quel titolo. E ci sono gruppi e comunità tematiche molto attive.

Non stupisce, dunque, che l'acquisizione abbia portato un po' di scompiglio.  Russell Grandinetti (Vice Presidente di Amazon per i contenuti del Kindle), dice che «i due siti hanno in comune la passione per reinventare il modo di leggere». Goodreads, continua Grandinetti, ha cambiato il modo in cui scopriamo i libri e Amazon ha cambiato il modo di leggerli. «Insieme», conclude, «costruiremo molte soluzioni nuove per far incontrare autori e lettori».

Il tasto è molto delicato. Se segui queste pagine, da anni argomentiamo come la capacità di far incontrare libri e lettori interessati sia l'asset oggi più importante per editori e autori che si pubblicano da soli. Con il digitale, abbiamo sempre raccontato, il libro da risorsa scarsa diventa risorsa estremamente abbondante. E si prevede che nei prossimi anni il mercato sarà invaso da milioni di titoli. Così torna sempre a galla il mantra: «il tuo nemico è l'oscurità», dicono gli americani.
Se vuoi vendere un libro, devi farlo conoscere ai lettori. Cosa sempre meno facile.

E il cosiddetto matchmaking, la capacità di costruire questo incontro, è la killer application dell'editoria di oggi e di domani. E sia Goodreads sia Amazon, in modi diversi, erano le punte avanzate del matchmaking. Così basta fare due più due  per capire le reazioni. A partire da quella di Scott Turow, presidente dell' Authors' Guild americana, che definisce «devastante» l'accordo e lo racconta come una «seria minaccia che potrebbe eliminare gli altri dal mercato».

Anche qui, non fidarti della mia sintesi e leggi tutto l'articolo:  Amazon purchase of Goodreads stuns book industry. Se vuoi approfondire. Dan Barker su The Bookseller, elenca le ragioni per cui Amazon ha messo gli occhi su Goodreads.  Il post si intitola: Why buy Goodreads?  Ed è interessante anche il commento a freddo di Philip Jones su FutureBook:  «La vaerità è che si tratta della scelta perfetta. Qualsiasi cosa mancasse a Goodreads, Amazon potrà aggiungerla. Qualsiasi limite avesse il Kindle, Goodreads potrà aiutare a eliminarlo». 

Il post fa anche una buona sintesi dei primi commenti e si intitola: Good reads for all
Ma anche dal punto di vista dei lettori non sono mancate le reazioni. Molti di loro, scettici sull'acquisizione, hanno pensato di abbandonare il popolare sociale network. Lo racconta Susan Lulgjuraj su TeleRead e propone delle soluzioni per chi eventualmente volesse migrare altrove: Six alternatives to Goodreads

E, per chiudere, puoi farti un'idea con l'interessante analisi dell'Atlantic: «NegliStati Uniti», ma anche da noi,  «una piccola frazione di lettori compra la maggior parte dei libri. Goddreads regala ad Amazon una linea diretta con queste persone».

Il pezzo merita la lettura completa: The Simple Reason Why Goodreads Is So Valuable to Amazon


Twitter: @gg

La verbanese Emma Morano diventa la più longeva d'Italia e d'Europa

La Stampa

E' morta ieri a Novate Milanese Maria Redaelli, la "nonnina" di Pallanzaha 113 anni e 125 giorni


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Emma Morano è diventata la "nonna" di Italia e d'Europa. Ieri infatti a Novate Milanese è morta Maria Redaelli, l'anziana che deteneva i due primati. Si è fermata a 113 anni e 364 giorni: oggi infatti avrebbe compiuto il 114° compleanno. Emma Morano resta così in vetta a questa speciale classifica di longevità, una delle ultime due persone in Italia nate sotto il re Umberto I. Il record mondiale è detenuto dalla giapponese Misao Okawa 115 anni e 28 giorni.

Rom milionari ma nullatenenti allontanati dai campi nomadi. Ma il Tar del Lazio: "Vanno accolti"

Sergio Rame - Mar, 02/04/2013 - 18:41

Sul conto corrente di 88 nomadi oltre 10 milioni di euro. Il Comune di Roma li allontana dai campi attrezzati. Ma il Tar del Lazio sospende il decreto

Il Tar del Lazio ha sospeso la decisione di allontanare una coppia di nomadi, nullatenenti per il Fisco ma in realtà milionari, che abitavano in un campo attrezzato del Comune di Roma.


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Nei giorni scorsi, dopo essere finiti nel mirino dei vigili urbani, i due, marito e moglie, si erano rivolti al Tar che ha sospeso la decisione. I nomadi non dovranno, quindi, abbandonare gli alloggi nei campi attrezzati. Oggi il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato da due nomadi del campo rom di via di Salone. Viene così sospeso il decreto di allontanamento che era stato disposto nei loro confronti da Roma Capitale.

"È una condizione inaccettabile - ha tuonato il vicesindaco e assessore alle politiche sociali, Sveva Belviso - queste persone non hanno il diritto di stare in quel campo dato che hanno più di 100 mila euro sul conto corrente".

Molto duro anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha bocciato il provvedimento dal momento che difende i diritti di due persone che hanno commesso evidenti illegalità: "Non si può avere conti correnti postali di decine di migliaia di euro e contemporaneamente vivere in un campo nomadi dove dovrebbe risiedere soltanto soggetti fragili". "Questo non è un danno solamente a Roma Capitale ma anche agli altri rom che avrebbero il diritto di stare nei campi", ha incalzato il primo inquilino del Campidoglio convinto che sia necessario continuare lo sgombero di tutte le persone che, pur avendo redditi molto consistenti e spesso ingiustificati, risiedono nei campi rom.

Il decreto di allontanamento interesserebbe una cinquantina di nomadi, ma la sospensiva del Tar sarà valida soltanto per i due soggetti che hanno presentato il ricorso. Per gli altri, invece, i vigili hanno già notificato il decreto di allontanamento. "Ora occorrerà verificare la sua attuazione", ha commentato Alemanno. "In una situazione come quella che stiamo vivendo - ha concluso Belviso - in cui abbiamo una grave carenza di risorse, questa vicenda diventa veramente inaccettabile perchè ci sono altre persone che sono realmente in difficoltà, che non hanno un tetto e che lottano per la sopravvivenza". Il decreto di allontanamento è scattato in seguito a 3.500 controlli dai quali è emerso che 88 nomadi residenti nei campi a loro destinati avevano, complessivamente, 10 milioni di euro sul conto corrente. Il decreto interessa 50 di questi 88 soggetti i quali hanno ciascuno oltre 25mila euro sul proprio conto.

Sarà ritirato il Lego "anti-Islam"

La Stampa

Sarà tolto dal commercio il "Palazzo di Jabba" per le pressioni della comunità turca in Austria.

gianluca nicoletti


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La Lego costretta a ritirare dal mercato una produzione di kit in scatola che riproducevano il complesso del "Palazzo di Jabba" della serie di "Star Wars". E’ avvenuto in seguito delle pressioni della comunità turca in Austria. La casa produttrice dei mattoncini colorati,  che hanno ispirato milioni di fantasie trans generazionali, è stata accusata di aver oltraggiato i convincimenti religiosi dei musulmani turchi, incitando all'odio etnico attraverso commercializzazione della serie che ricostruiva il set di un’ avventura di  alcuni personaggi della stranota  serie cinematografica. 

Secondo quanto sosterrebbe il Turkish Cultural Association of Austria, un gruppo di musulmani turchi, il palazzo di Jabba the Hutt, che sarebbe il viscido personaggio lumacone della saga di Guerre Stellari, sarebbe troppo simile a un modellino della Moschea di Santa Sofia a Istanbul, per di più la torre di avvistamento sarebbe una copia del minareto della moschea di Jami al Kabir, di Beirut. Anche se l’azienda danese sostiene che in realtà si è ispirata al palazzo immaginato da George Lucas nel film.

La citazione oltraggiosa però è sembrata evidente a un rappresentante della comunità, che è inorridito vedendo la scatola incriminata tra i giocattoli del figlio. Entrando nei particolari si è contestato che gli abitanti immaginari del Palazzo di Jabba sono violenti e rappresentati con fucili, spade e pistole. Per di più l'espressione "al-Jabbar" in arabo significa "Onnipotente" e viene utilizzata come uno dei novantanove nomi di Allah nel Corano. Quanto basta per formulare l’ accusa di "razzismo culturale" contro quel giochetto di costruzioni per ragazzi. 

La Lego si era in un primo tempo rifiutata di ritirare dal commercio il set, portando a propria difesa il fatto che i kit di Guerre stellari si limitassero a riproporre quanto appare nei film. Non è però bastato giustificarsi, dopo varie riunioni con il signor Birol Killic, presidente della Turkish association, la dirigenza dell' azienda di giocattoli  ha preferito capitolare,  pur sembrando assurdo, il Palazzo di Jobba non sarà più venduto a partire dal 2014. 

Tuttora la confezione messa al bando nel Lego Shop è ancora in libera vendita per 119,99 $, completa di palazzo, torretta e otto personaggi. C’è da scommettere che non saranno pochi quelli che ne approfitteranno per accaparrarsela prima che diventi una rarità dopo la sua condanna alla cancellazione dal mercato. 

Scalfarotto denuncia: «Salute tutelata solo per i conviventi eterosessuali»

Corriere della sera

Obbligatoria e automatica. Ma i gay devono chiedere il permesso: «Come se dicessero "di razza bianca"»

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Se un deputato ha un convivente di sesso diverso, ha il diritto di estendere - pagando un contributo - anche a questo la sua copertura sanitaria da parlamentare (obbligatoria). Ma un deputato del Pd dichiaratamente gay, Ivan Scalfarotto, denuncia un paradosso «e l'umiliazione relativa»: è obbligato a presentare una domanda e attendere un'istruttoria dell'ufficio di presidenza, che può anche decidere dopo il termine della legislatura.

«UMILIATO COME CITTADINO» - Scalfarotto, 47 anni, ha indicato come convivente «more uxorio» («secondo il costume matrimoniale»), Federico. «All'ufficio di presidenza mi hanno detto "fai una domanda per questo e la valuteremo", mentre per il convivente di sesso opposto non è necessario valutare la domanda. Io mi sono sentito umiliato come parlamentare e come cittadino. Alla fine ho dovuto presentare la domanda (trascritta anche sul blog personale, ndr), anche se non ero d'accordo».

I DIRITTI DEI PALAMENTARI E DEGLI ALTRI - La presa di posizione è netta: «L'assicurazione è obligatoria come quella dei dirigenti molte aziende. Che lo si voglia o no dallo stipendio vengono scalati dei soldi per la polizza medica: coprono il parlamentare e, con un'aggiunta, il nucleo familiare. Compreso il convivente "more uxorio", che quindi ha pari diritti in Parlamento, mentre fuori questo non avviene». Scalfarotto sottolinea che nel regolamento «da nessuna parte c'è scritto "di sesso opposto"», e che se si aggiungono parole «scegliendo l'interpretazione più escludente, è come se venisse aggiunto "di razza bianca". Che rispondano subito,».

AL SENATO - Un caso analogo è in corso anche al Senato, dove Sergio Lo Giudice - sempre del Partito democratrico - ha presentato una richiesta analoga per il marito Michele (sposati in Norvegia ad agosto 2011): «Dato che il matrimonio in Italia non è riconosciuto, ho chiesto che venga riconosciuto convivente. Le norme che regolano questa procedura dicono che occorrono tre anni di convivenza certificata, noi ne abbiamo due anni e mezzo: aspetto perché da novembre ci sia riconosciuta la pienezza della copertura». Lo Giudice lo scorso 15 marzo ha presentato al Senato il Ddl n. 15 «Norme contro la discriminazione matrimoniale»


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IL "CASO" CONCIA - A valutare la domanda di Scalfarotto sarà il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti (pure del Pd). E Scalfarotto spera che non faccia la fine di quella di Anna Paola Concia nella passata legislatura. «Che rispondano subito, e che valga per tutti quanti», chiede Scalfarotto. A Concia e alla compagna Ricarda (sposate in Germania nel 2011) il diritto fu negato: «Ero l'unica su 945 parlamentari a non avere questo beneficio. Solo all'ultimo giorno della legislatura, quando ormai non potevo più fare ricorso, mi hanno detto di no».

La domanda, presentata nel 2010 fu discussa il 21 dicembre 2012, il giorno prima dello scioglimento delle Camere. Gianfranco Fini, allora presidente di Montecitorio, spiegò che c'è la possibilità di «iscrivere, in luogo del coniuge, "altra persona convivente con il dipendente da almeno tre anni" senza alcuna ulteriore specificazione circa il genere». E citò una sentenza della Cassazione, la 4184 del marzo 2012, che conferma il diritto delle coppie omosessuali a ricevere un «trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata». Ma ogni decisione fu rinviata per evitare strumentalizzazioni in campagna elettorale.

Maria Strada
merystreet2 aprile 2013 | 22:09

Tubby, il labrador del Galles che dà lezioni di ecologia

La Stampa

In sei anni ha raccolto più di 25 mila bottiglie di plastica entrando nel Guinness dei Primati


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C’è un labrador in Galles che sta dando una lezione di ecologia a tutti coloro che pensano che riciclare sia faticoso o scocciante. Si chiama Tubby, ed è addirittura entrato nel Guinness dei primati per aver raccolto più di 25mila bottiglie di plastica PET in sei anni. A dare notizia di questo vero e proprio record è il magazine online “In a Bottle”, sensibile ai temi dell’ambiente e delle risorse naturali.

La razza esatta di Tubby è la labrador retriver, che si potrebbe tradurre come labrador da riporto. Non dovrebbe allora stupire la sua estrema efficienza nell’individuare le bottiglie da riciclare, che puntualmente riporta alla sua proprietaria Sandra Gilmore. Il suo sistema, racconta “In a Bottle”, «è semplicissimo: una volta identificata la bottiglia di plastica, l’accartoccia con i denti la consegna alla sua proprietaria, che ricicla il vuoto. Una metodologia semplice ed efficace che serve di insegnamento a quanti reputano la buona abitudine del riciclo qualcosa di scocciante e difficoltoso. Riciclare, infatti, può facilmente trasformarsi in un divertente gioco».

Secondo Craig Glenday, patron del libro del Guinness, «abbiamo una squadra perennemente immersa nel mondo dell’informazione per cogliere tutte le stranezze e le curiosità del mondo. Ci siamo imbattuti nella storia di Tubby - riporta il magazine online - e ci è sembrato giusto tributargli questo riconoscimento. È una storia che sicuramente insegnerà e sarà fonte di ispirazione per gli adulti e i bambini». 

Cubani divisi, facciamo cadere il muro di Miami

La Stampa
yoani sánchez


Alcuni anni fa, quando sono uscita per la prima volta da Cuba, mi trovavo a bordo di un treno che dalla città di Berlino era diretto verso il Nord. Una Berlino già riunificata, ma che conservava ancora frammenti di quella brutta ferita rappresentata da un muro che per anni aveva diviso una nazione.


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Nello scompartimento di quel treno, mentre ricordavo mio padre e mio nonno ferrovieri, che avrebbero dato qualunque cosa per viaggiare a bordo di quella meraviglia composta da vagoni e locomotiva, intavolai una conversazione con un giovane che era seduto proprio davanti a me. Dopo il primo scambio di saluti e dopo aver maltrattato la lingua tedesca con un «Guten Tag» chiarendo che «Ich spreche ein bisschen Deutsch», l’uomo mi domandò immediatamente da quale Paese provenissi. Io gli risposi con un «Ich komme aus Kuba».

Come accade sempre quando si viene a sapere che uno proviene dalla maggiore delle Antille, il mio interlocutore tentò di dimostrare che era ben informato sul conto del nostro Paese. Nel corso di quel viaggio, avevo incontrato quasi sempre gente che mi diceva: «Ah… Cuba, sì, Varadero, rum, musica salsa». In un paio di casi ricordo persone che su Cuba sembravano avere come unico riferimento il disco «Buena Vista Social Club», che proprio in quel periodo era diventato molto popolare. Ma quel giovane incontrato a bordo di un treno che partiva da Berlino mi sorprese. A differenza di altri non si rivolse a me con uno stereotipo turistico o melodico, ma andò oltre. Mi chiese: «Sei di Cuba? Della Cuba di Fidel o della Cuba di Miami?». 

Mi feci rossa in volto, dimenticai la poca lingua tedesca che sapevo e gli risposi nel mio miglior spagnolo di Centro Avana: «Ragazzo, io sono cubana di José Martí». La nostra breve conversazione terminò con quelle parole. Nonostante tutto, per il resto del viaggio e per il resto della mia vita, ho avuto sempre presente quello scambio di frasi. Mi sono chiesta molte volte chi ha portato quel berlinese e tante altre persone nel mondo a vedere i cubani che vivono dentro e fuori dall’Isola come due mondi separati, due mondi inconciliabili. La domanda ritorna spesso nelle pagine del mio blog Generación Y. Come mai hanno diviso la nostra nazione? Come mai un governo, un partito, un uomo al potere, si sono attribuiti il diritto di decidere chi dovesse considerarsi cubano e chi no?

La risposta a certe domande la sapete molto meglio di me. Voi, che avete vissuto il dolore dell’esilio, che siete partiti nella maggior parte dei casi solo con i vestiti che indossavate. Voi, che avete detto addio ai familiari, molti dei quali non avete più avuto occasione di rivedere. Voi che avete cercato di conservare Cuba, unica, indivisibile, completa, nelle vostre menti e nei vostri cuori. Ma io continuo a chiedermi: Che cosa è accaduto? Come mai la definizione di cubano è diventata un attributo di carattere ideologico? Credetemi, quando uno è nato e cresciuto con una sola versione della storia, una versione mutilata e conveniente della storia, non può rispondere a una simile domanda.

Per fortuna, è sempre possibile svegliarsi dall’indottrinamento. Basta che ogni giorno una domanda, come acido corrosivo, si faccia strada nella testa. Basta non credere passivamente a quel che ci hanno detto. L’indottrinamento è incompatibile con il dubbio, il lavaggio del cervello finisce quando quello stesso cervello comincia a porsi domande sulle cose che gli hanno detto. Il processo di risveglio è lento, comincia con un senso di stupore, come se improvvisamente si vedessero i lati nascosti della realtà. Nel mio caso è cominciato tutto così. Sono stata una piccola pioniera indottrinata, come voi sapete. Ho ripetuto ogni giorno durante l’alzabandiera mattutino della scuola primaria lo slogan: «Pionieri per il comunismo, saremo come il Che».

Mi sono messa a correre parecchie volte con la maschera antigas sotto il braccio verso un rifugio, mentre i miei maestri mi assicuravano che presto ci avrebbero attaccato da qualche parte. Ci ho creduto. Un bambino crede sempre a quel che dicono gli adulti. Ma c’erano alcune cose che non mi tornavano. Ogni processo di ricerca della verità ha il suo detonatore. Basta un tassello che non va nel posto giusto, una cosa che non ha logica. E la logica mancava proprio fuori dalla scuola, nel mio quartiere, nella mia casa.

Non riuscivo a capire una cosa: se coloro che erano fuggiti dal Mariel erano «nemici della Patria» perché le mie amiche erano così felici quando qualcuno di quei parenti esiliati mandava cibo e vestiti? Quei vicini di casa, salutati con un atto di ripudio nelle case popolari di Cayo Hueso, il quartiere dove ero nata, adesso mantenevano la madre anziana rimasta a Cuba, che a sua volta regalava parte delle risorse alle stesse persone che avevano lanciato uova e insulti ai suoi figli. Non capivo. E da quella incomprensione dolorosa, come ogni parto, è nata la persona che sono adesso. 

Per questo, quando quel berlinese che non era mai stato a Cuba cercò di dividere la mia nazione, saltai come un gatto e lo affrontai con decisione. Per questo, sono qui davanti a voi, per fare in modo che nessuno, mai più, possa dividerci tra un tipo di cubano e un altro. Ne abbiamo bisogno per la Cuba futura e per la Cuba di oggi. Senza di voi il nostro paese sarebbe incompleto, come una persona che si è vista amputare le gambe. Non possiamo permettere che continuino a dividerci. Stiamo lottando per vivere in un Paese dove siano consentiti il diritto alla libera espressione, il diritto di associazione e tanti altri che ci sono stati strappati.

Al tempo stesso dobbiamo fare tutto il possibile - e persino l’impossibile - perché voi possiate recuperare quei diritti che vi sono stati tolti. E poi non deve esserci più un voi e un noi… ma soltanto un noi. Non permettiamo che continuino a dividerci.Sono qui perché non ho creduto alla storia che mi hanno raccontato. Come molti altri cubani cresciuti sotto una sola «verità» ufficiale, mi sono svegliata. Dobbiamo ricostruire la nostra nazione. Noi da soli non possiamo.

Voi che oggi siete qui - e lo sapete bene - avete aiutato molte famiglie dell’Isola a mettere in tavola un piatto di cibo per i loro figli. Vi siete fatti strada all’interno di società nelle quali avete dovuto cominciare da zero. Avete portato con voi il ricordo di Cuba e l’avete protetto. Aiutateci a unificarla, a far cadere quel muro che, a differenza di quello di Berlino, non è di cemento né di mattoni, ma di menzogne, silenzi e cattive intenzioni. In quella Cuba che molti di noi sogniamo non ci sarà bisogno di chiarire che tipo di cubano uno sia. Saremo cubani e basta, cubani e punto, cubani. 


Testo letto durante la premiazione nella Torre della Libertà, Miami, Florida, 1° aprile 2013

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

I vampiri esistono davvero (colpa del disturbo post-traumatico da stress)

Corriere della sera

Il caso di un ventitreenne che per due anni ha bevuto sangue umano non riuscendo a smettere

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I vampiri vanno di moda, in libreria e al cinema: versioni moderne, anche in salsa adolescenzial-sentimentale, del Dracula partorito dalla penna di Bram Stoker nel XIX secolo che da allora in poi ha turbato i sogni di generazioni. Ma per quanto verosimile potesse essere il romanzo gotico sul conte della Transilvania, tutti abbiamo sempre pensato che i vampiri non esistono. Invece gli psichiatri ne incontrano talvolta qualcuno, come racconta sulle pagine di Psychoterapy and Psychosomatics Vedat Sar, medico del Dipartimento di Psichiatria dell'università di Istanbul.

CASO – Sar riferisce il caso di un ventitreenne, terzo di sei fratelli, che è arrivato in clinica dopo due anni di «dipendenza» dal sangue umano. Il ragazzo aveva iniziato provocandosi tagli sulle braccia e sul torace con un rasoio per raccogliere e bere il proprio sangue da un bicchiere; quindi aveva sentito la curiosità di provare quello degli altri, finendo per essere incriminato varie volte per aver morso o ferito con un coltello le sue vittime; il ragazzo, dice Sar, provava piacere ad «assaggiare» la carne di persone ferite e aveva perfino costretto suo padre ad aiutarlo cercando di procurarsi plasma da una banca del sangue.

«Il paziente durante le “crisi” dice di sentire il bisogno di bere immediatamente sangue, una necessità impellente tanto quanto quella di respirare. Questo benché consideri tale comportamento assurdo», spiega lo psichiatra. Il medico, scavando nella storia del giovane, ha scoperto che la sua «sete» di sangue è iniziata dopo due gravi eventi luttuosi che lo hanno colpito: la malattia e la morte della figlia di quattro mesi, tre anni prima, e l'uccisione di suo zio, di cui era stato testimone quattro anni prima. «Lo zio è morto fra le braccia del ragazzo, che tuttora ricorda il sangue della vittima sul viso. Per di più poco tempo dopo il paziente è stato testimone di un altro violento e sanguinoso omicidio, commesso da un amico», racconta Sar.

DISTURBO POST-TRAUMATICO – Insomma, un'esistenza non proprio fortunata: oltre a tutto questo il paziente era infatti cresciuto in un contesto socio-economico svantaggiato, aveva lavori saltuari, era stato buttato fuori dall'esercito durante il servizio militare per i suoi comportamenti inadeguati. Accanto al vampirismo, il ragazzo manifestava perdite di memoria temporanee (a volte gli capitava di trovarsi in un posto senza sapere come ci fosse arrivato e sistematicamente rimuoveva gli episodi di vampirismo verso gli altri), inoltre diceva di sentirsi come se in lui vivessero due persone diverse e di «vedere» spesso un bambino di sei, sette anni che lo incitava alla violenza e al suicidio (tentato più volte con diversi mezzi).

Immagini intrusive del passato e delle sue azioni, a volte «presentate» dal bimbo immaginario che egli riconosce come se stesso da piccolo, gli scatenavano le crisi di violenza e vampirismo. Ricoverato per due settimane e trattato con farmaci per ridurre i sintomi di dissociazione della personalità, è stato sottoposto a una lunga serie di test cognitivi e psicologici per capire quale patologia mentale potesse spiegare il vampirismo.

«Casi analoghi di pazienti che bevono sangue umano sono riferiti in psichiatria fin dagli anni '60, di solito associati a schizofrenia, psicopatie, ritardo mentale – spiega Sar –. Nel ragazzo, invece, abbiamo potuto verificare che il vampirismo è correlato a un disturbo post-traumatico da stress associato a un disturbo dissociativo dell'identità diverso dalla schizofrenia, instauratosi probabilmente come conseguenza di un'infanzia di abusi e abbandono: non a caso il giovane ha completamente rimosso i ricordi del periodo fra i 5 e gli 11 anni.

Purtroppo si tratta di un caso davvero complicato da risolvere: dopo il primo ricovero ce n'è stato un secondo, di tre settimane. Ora gli episodi di vampirismo sembrano spariti, ma il ragazzo non è guarito dagli stati dissociativi, continua a «vedere» il bambino immaginario-se stesso e non riesce a dare un significato a tutto questo: dice che le pillole non possono guarirlo e che solo la morte potrebbe liberarlo. Tutto ciò purtroppo accade anche perché, tragicamente, il disturbo post-traumatico è aggravato e sostenuto dai suoi stessi atti criminali correlati al vampirismo, che continuano a tornargli alla mente».

Elena Meli
3 aprile 2013 | 9:55

La dottoressa obiettrice di coscienza non visita la paziente che ha abortito Condannata a un anno di reclusione

La Stampa

Sentenza della Corte di Cassazione: “La 194 esclude che il rifiuto possa riferirsi anche al post-intervento”

anna martellato


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Confini tortuosi a volte, quelli dell’obiezione di coscienza, che viaggiano sul filo del rasoio tra etica, scienza e dovere professionale. Succede allora che un medico - una dottoressa di guardia in un ospedale di Pordenone - si rifiuta di visitare, soccorrere e curare una paziente in pericolo di vita, che aveva precedentemente abortito volontariamente. La dottoressa è obiettrice di coscienza, e per questo motivo non si sentiva in dovere di adempiere al suo ruolo, come riporta il Gazzettino Nordest. E allora si è rifiutata di visitarla, e quindi di curarla.

Per quel diritto, quello all’obiezione di coscienza, non ha voluto vistare la paziente in “imminente pericolo” di vita, nonostante l’ostetrica sospettasse un’emorragia. Non ha alzato un dito nemmeno dopo l’ordine impartito telefonicamente dal primario e dallo stesso direttore sanitario: a soccorrere la donna è stato proprio il primario del reparto, che è dovuto correre in ospedale per intervenire d’urgenza. Ma quel confine tra etica, scienza e dovere professionale, la legge in fondo lo ha tracciato. E la dottoressa è stata condannata a un anno di reclusione in una sentenza emessa già dalla Corte d’Appello di Trieste nel dicembre scorso e confermata oggi dalla sesta sezione penale della Cassazione.

Non è servita la strategia della difesa, che aveva puntato su un cavillo nell’interpretazione estensiva della legge (l’articolo 9 della tanto discussa legge 194 sull’aborto), in cui si legge che l’obiettore di coscienza è esonerato dall’intervenire in tutto il procedimento di interruzione volontaria di gravidanza, compresa la fase di espulsione del feto, fino all’espulsione della placenta. E la Cassazione, nella sua sentenza depositata oggi, ne spiega il perché. La 194 «esclude che l’obiezione possa riferirsi anche all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare di determinare l’aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare assistenza prima o dopo», in quanto il medico è in dovere di “assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione di gravidanza”. 

Il diritto di obiezione di coscienza, si legge ancora, «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» perché «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute». Cavilli e sfumature, appunto. Ma che, scherzo del destino, anche per una donna che decide di abortire possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Contribuzioni figurative: come funziona il calcolo automatizzato

La Stampa


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Con la circolare 11/2013 l’Inps ha illustrato le modalità di calcolo automatizzato delle retribuzioni da attribuire ai periodi riconosciuti figurativamente e le nuove modalità di esercizio del diritto di accredito figurativo, riepilogando le modalità di determinazione della retribuzione figurativa e definendo i criteri di valorizzazione in presenza di situazioni contributive particolari. L’Istituto ritiene che, in linea generale, la valorizzazione sia opportuna per tutti i periodi successivi al 1983: attraverso tale operazione, infatti, si possono verificare gli effetti, positivi o negativi, determinati dai periodi figurativi in rapporto al valore settimanale minimo richiesto per l’integrale riconoscimento dell’anzianità contributiva in favore dei soggetti interessati.

In merito ai riconoscimenti figurativi, il RDL 1827/1935 aveva fissato il principio dell’accredito a domanda, essendo allora impossibile per l’Istituto conoscere autonomamente l’esistenza e la durata degli eventi per i quali era prevista una tutela ai fini previdenziali. Il criterio ha poi continuato ad essere applicato anche se le modifiche al sistema di accredito dei contributi hanno consentito, in seguito, di individuare natura e durata (anche se in termini di sole settimane) di tutti gli eventi intervenuti durante il rapporto di lavoro, di procedere alla loro esposizione in estratto conto e di effettuarne la relativa valorizzazione.

Ora però l’Inps può procedere automaticamente a valorizzare i contributi figurativi, evitando così di ricorrere ad ulteriore documentazione di parte e ad interventi di acquisizione manuale. Resta la necessità di un’apposita domanda da parte degli interessati per il riconoscimento degli eventi collocati al di fuori di un periodo lavorativo (servizio militare, malattia e maternità fuori dal rapporto di lavoro), in quanto per essi non sono presenti informazioni negli archivi; idem per quegli eventi che, seppure verificatisi in costanza di rapporto di lavoro, si riferiscono ad anni in cui non era prevista la relativa dichiarazione a carico del datore.

La registrazione automatica, tuttavia, non fa venire meno la facoltà degli interessati di disporre del proprio conto assicurativo, né li priva di poteri decisionali in materia: essi, infatti, potranno chiedere espressamente l’esclusione dei periodi figurativi registrati in estratto conto; per quanto riguarda la malattia, inoltre, c’è la possibilità di scegliere i periodi da considerare ai fini delle prestazioni e quelli da escludere, in quanto eccedenti i relativi limiti di legge. La rinuncia all’accredito potrà riguardare l’intero periodo dell’evento o una sola parte di esso; come in passato, però, la possibilità di rinuncia resta subordinata all’assenza di motivi ostativi, quali la presenza di periodi figurativi già utilizzati per liquidare precedenti prestazioni.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Arabia Saudita, sì alle donne in bici. Ma solo se accompagnate e coperte

Il Messaggero


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ROMA - Sì alle donne saudite in bici. Anche se in zone limitate. Secondo quanto riferisce il quotidiano saudita al-Yaum, l'autorità religiosa saudita ha annunciato che le donne potranno andare in bici nei parchi e nelle zone ricreative. Ma a due condizioni: che siano accompagnate da un parente e che indossino l'abaya (la tradizionale veste nera che copre le donne dalla testa ai piedi). «Le donne sono libere di andare in bici nei parchi, sul lungomare e in altre aree a condizione che indossino abiti modesti e che sia presente un guardiano in caso di cadute o incidenti», riferisce il quotidiano che cita una fonte della commissione per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio.

La stessa commissione ha ribadito di non aver mai vietato alle donne straniere di circolare in bici. Tuttavia, il permesso concesso alle saudite si limita solo a «scopo di divertimento»: cioè la bici non dovrà essere usata come un mezzo di trasporto. Inoltre, l'autorità religiosa consiglia alle donne che vanno in bici di tenersi alla larga dalle zone con manifestazioni giovanili per evitare il confronto con gruppi di protesta. L'annuncio dell'autorità religiosa sul permesso di andare in bici giunge dopo l'exploit del film saudita La bicicletta verde (Wajda), scritto e diretto dalla regista saudita Haifaa al-Mansour che racconta la storia di una bambina di 11 anni di Riad determinata a perseguire il sogno di avere una bici, vietata dalla società fortemente conservatrice e tradizionale.


Lunedì 01 Aprile 2013 - 19:10
Ultimo aggiornamento: Martedì 02 Aprile - 17:48