martedì 2 aprile 2013

Casta, ecco l'esilio dorato di Fini, D'Alema e Di Pietro

Libero

L'ex-presidente della Camera avrà, oltre ai 6 mila euro di vitalizio, una buonuscita di 260 mila euro. Va 'peggio' a Di Pietro: 4.330 euro di pensione mensile e 'soli' 58 mila euro di assegno di fine mandato


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Trombati e contenti. Sono i parlamentari che, per insindacabile giudizio degli elettori, sono stati mandati a casa, incassando però una lauta, lautissima buonuscita. Gli esodati di lusso, e sono tanti, incasserranno mediamente un assegno mensile di circa 6 mila euro a testa: è il cosiddetto vitalizio, una pensione niente male erogata loro per i 'servigi' resi al Paese. Ma chi sono i paperoni? Tra i più noti, Gianfranco Fini, Massimo D'Alema, Antonio Di Pietro e Beppe Pisanu. Ma basteranno, ai 'poveri' parlamentari, i soldi del vitalizio? E' un non problema.

Gli esodati di lusso - Lo Stato provvede a compensare la mancata elezione dei parlamentari in questione con un bell'assegno di fine mandato. Per esempio, al compagno della Tulliani, eletto da circa 148 mila elettori alle ultime elezioni, come ha rivelato Franco Bechis lo scorso 26 febbraio, arriverà in tasca la cifra monstre di 260mila euro. Non sappiamo il costo della vita a Montecarlo, ma sono comunque una bella sommetta. Il povero D'Alema, invece, dovrà accontentarsi dei 6 mila euro di vitaliazio e di soli 217 mila euro di assegno di fine mandato. Non proprio una miseria, comunque. E Di Pietro?

Be', l'ex-compagno di flop di Antonio Ingroia deve accontentarsi di 'soli' 58 mila euro di assegno di fine mandato, anche se c'è da dire che già una volta, non eletto, ottenne una parte di liquidazione. Ah, se proprio non dovessero bastare per 'sopravvivere' a Monte Nero di Bisaccia, c'è sempre la pensione mensile di 4.300 euro. Italo Bocchino, il cui unico merito è quello di aver ucciso nella culla il partitino di Fini, Fli, porterà a casa la 'discreta' cifra di 143 mila euro. Ma parliamo anche del Pdl. L'intramontabile Beppe Pisanu, che aveva già incassato una cospicua buonuscita nel 1992, si mette in saccoccia circa 157 mila euro. Chissà cosa ne pensano i veri esodati.



La Casta ci fa pagare anche la sua rottamazione

Libero

Beati gli esodati del Parlamento, il partito della buonuscita: finisce la legislatura, e i non ricandidati prenderanno l'assegno a 60 anni


E adesso chi lo spiega agli italiani? Chi dice ai 300 mila esodati creati dalla riforma Fornero che loro non potranno andare in pensione fino a che non avranno 67 anni, mentre gli «onorevoli trombati» lasceranno il Parlamento con una congrua pensione anche se non hanno [...]



A Fini assegno da 260mila euro Quanto ci costano i trombati

Libero
26/02/2013

di Franco Bechis



Il più illustre dei «trombati», come l’ha definito ieri senza mezzi termini perfino la presidenza del Consiglio dei ministri sul proprio sito Internet, è il presidente della Camera, Gianfranco Fini. È lui il bocciato più celebre di questa tornata elettorale. Il suo partito, Futuro e Libertà, è praticamente scomparso: ha ottenuto lo 0,46% alla Camera, un terzo circa dei consensi pur ottenuti da Oscar Giannino dopo il caso delle false lauree e del suo falso master a Chicago. Così Fini che si era messo di traverso all’apparentamento con Giannino temendo giustamente di non ottenere nemmeno quei consensi, andrà a fargli compagnia nella società civile.

A differenza del giornalista, Fini anche fuori dal Parlamento continuerà ad essere mantenuto dalle tasche degli elettori fino all’ultimo. Semplicemente costerà un po’ meno di ora. Fra un paio di mesi intascherà l’assegno di fine mandato, che  dovrebbe ammontare a circa 260 mila euro netti. È una sorta di liquidazione che deputati e senatori ottengono quando non vengono più rieletti (o quando dovessero essere eletti nel Parlamento europeo). La considerano un diritto acquisito, pagato con le tasche loro, perché ogni mese sull’indennità lorda viene loro effettuata una piccola trattenuta.

Così il giorno in cui lasciano ottengono quella liquidazione pari all’80% dell’indennità parlamentare lorda per ogni anno in cui sono stati in Parlamento e anche per frazioni di anno superiori ai sei mesi.
Solo che quella trattenuta è virtuale: sono i contribuenti italiani a pagare la somma messa da parte, e peraltro non ci sarebbe alcuna possibilità per i deputati di intascare quella somma ogni mese e rinunciare alla liquidazione.

È quindi un generoso regalo che i contribuenti fanno volenti o nolenti e che ha lo scopo originario di aiutare un parlamentare a reinserirsi nel mondo del lavoro, visto che probabilmente la lunga assenza per motivi politici crea qualche difficoltà di ritorno nella società civile. Per Fini non è questo il caso, visto che il suo mestiere è sempre stato fare politica, e in Parlamento era   per il 31° anno consecutivo. Avendo più di 60 anni,  potrà da aprile   andare in pensione, a spese del Parlamento e quindi pagato  dalle tasche di tutti gli italiani.

Essendo stato eletto per la prima volta nel 1983 Fini può andare in pensione prima dei 65 anni, e ottenere il vitalizio per quasi tutto il periodo di mandato e solo per l’ultimo anno anche una integrazione calcolata sul suo stipendio con il metodo contributivo ora entrato in vigore. Si tratta di un assegno da 6.200 euro netti al mese circa, che è un bel premio a un’età ancora non veneranda, un privilegio evidente se messo di fronte alle regole (e agli importi degli assegni) che   valgono per tutti gli altri italiani.

Bocchino e Di Pietro - Non è Fini l’unico dei bocciati celebri di questa tornata  a prendersi la rivincita dalle tasche degli elettori che non hanno voluto riconfermarli. Nel suo stesso partito è stato «trombato» - per stare al linguaggio tecnico di palazzo Chigi - anche Italo Bocchino, che è sempre stato la sua ombra. Lui   è ancora troppo giovane (classe ’67),   quindi non potrà avere né vitalizio né pensione  per altri 17 anni. Come parlamentare però ha una buona anzianità (è stato eletto sempre dal 1996),   quindi potrà contare su un assegno di fine mandato di circa 150 mila euro.

Fuori dal Parlamento anche Antonio Di Pietro, che non è neofita nemmeno delle trombature degli elettori, visto che già una volta l’hanno bocciato. Prenderà una liquidazione da circa 60 mila euro, perché ne ha già ricevuta una in vita sua quando fu bocciato la prima volta. E potrà prendere dal mese di aprile la pensione da parlamentare (anche per lui in gran parte calcolata come vitalizio)  di circa 4.300 euro netti al mese.

Bonino, Marini, Adornato - Fra gli esponenti di spicco che gli elettori non hanno più voluto in Parlamento ci sono anche due veterani della politica. Emma Bonino, vicepresidente del Senato uscente, otterrà una liquidazione da 60 mila euro e una pensione mensile netta da 6.500 euro. Franco Marini, già presidente del Senato, avrà una liquidazione da 188 mila euro e una pensione mensile netta da 5.300 euro (che si cumulerà con quella da sindacalista). Fuori dal Parlamento anche l’Udc Fernando Adornato: liquidazione da 112 mila euro e dall’anno prossimo (non ha ancora l’età minima) pensione mensile netta da 4.500 euro che si cumulerà a quella da giornalista.

Brasile, svelati gli archivi della dittatura Il regime spiava anche Pelé e Senna

La Stampa

Pubblicati online i documenti declassificati del regime (1964-85). O Rei nel mirino per una richiesta di indulto di alcuni prigionieri politici

san paolo (brasile)

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Ci sono anche Pelé, Socrates e Ayrton Senna tra i nomi tenuti sotto controllo dalla dittatura militare in Brasile (1964-1985): è quanto rivelano una serie di documenti dello Stato di San Paolo finora mantenuti segreti e ora consultabili liberamente su internet.

In base alle fonti - provenienti essenzialmente dagli archivi della Direzione di ordine politico e sociale (Dops), l’organismo statale che si occupava delle attività di polizia politica durante il regime - è emerso che i militari seguivano regolarmente la carriera sportiva di “O Rei” anche dopo la fine della dittatura: uno schedario del 1973 cita l’ex calciatore per aver ricevuto una richiesta di indulto di prigionieri politici.
Nel caso di Senna, invece, sono stati trovati ritagli di giornale in cui si ricorda che la sua famiglia aveva subito minacce di sequestro da parte del gruppo “Comando Vermelho”.

I Phone con schermo pieghevole, Apple al lavoro. In arrivo anche iRadio e il controller per giochi

Il Messaggero
di Fabrizio Angeli


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ROMA - In tanti si lamentano che lo schermo dell'iPhone sia troppo piccolo per funzioni come il fotoritocco o la gestione dei video e con il tempo sono passati ai modelli sempre più affetti da “gigantismo” della concorrenza, Galaxy S3 della Samsung in testa. Ma ora arriva una notizia che potrebbe cambiare le carte in tavola - e il mercato degli smartphone - per sempre. Nei nuovi tam tam della rete di queste ore Apple è infatti la regina assoluta: e tra il lancio di un controller per i giochi e un servizio di musica in streaming destinato a sfidare Spotify e Pandora, spunta anche, in un futuro più lontano, il progetto del primo iPhone “curvo”, cioè con schermo pieghevole, “avvolto” intorno ai margini.

Queste alcune delle novità a cui starebbe lavorando Cupertino, e a detta di diversi siti specializzati almeno le prime due sono molto vicine al lancio e si vanno ad aggiungere alla iTV Ultra HD, all'iWatch e alla «iPenna», di cui si è parlato in questi ultimi giorni in rete. Il primo dei progetti a vedere la luce dovrebbe essere quasi certamente la iRadio, un servizio musicale in streaming, probabilmente a pagamento, di cui si parla già da un anno: «iRadio sta arrivando - afferma il sito The Verge, citando fonti interne all'azienda - non c'è più dubbio, e Apple sta lavorando sodo per un lancio in estate». iRadio potrebbe fare da apristrada nell'offerta radiotelevisiva di Cupertino, in attesa della famigerata iTv, della quale secondo le ultimissime indiscrezioni a fine di quest'anno o all'inizio del 2014 starebbe per arrivare una versione Ultra HD.

Secondo il sito PocketGamer.biz, che si dice sicuro delle proprie fonti, durante la Game Developer Conference dei giorni scorsi i rappresentanti dell'azienda fondata da Steve Jobs hanno parlato a lungo di un controller Apple per i giochi per iOS in arrivo: «I piani per questo dispositivo dovrebbero essere svelati ad aprile, nel tradizionale incontro con la stampa - afferma il sito - ma Apple ha assicurato a diversi sviluppatori che partecipavano alla conferenza che ci saranno molti giochi compatibili con il controller». Apple nel 2009 aveva brevettato un controller simile a quello di Nintendo Wii, ma secondo un altro sito specializzato, The Loop, l'arrivo del controller sarebbe tutt'altro che probabile.

L'ultimo sogno. Più lontano nel tempo potrebbe essere uno smartphone Apple con lo schermo arrotolato attorno a bordi, “wrap-around”, di cui la rivale Samsung ha già però presentato un prototipo lo scorso gennaio. In questo caso non si tratta di voci ma una specifica richiesta di brevetto, depositata nel 2011 e resa nota solo ora. Nel file si parla di uno smartphone con lo schermo ripiegato attorno ai margini, che ha il vantaggio di una superficie maggiore e che non avrebbe tasti ma solo bottoni virtuali. Un altro progetto che fa capolino all'orizzonte, infine, è quello della penna elettronica basata sul sistema operativo iOS, dei dispositivi mobili Apple. Anche questa idea è stata depositata da Apple nei giorni scorsi. Secondo quanto si apprende, la «iPen» conterrebbe un antenna Gps e avrebbe capacità telefoniche e di connessione al web, con un minidisplay in parte touch. Un accelerometro garantirebbe poi il riconoscimento della scrittura anche “on air” e sarebbe dotata di funzioni di riconoscimento vocale, oltre che di lettura dei testi.

Facebook, svolta "mobile" verso Google: in arrivo un telefonino Android

Il Messaggero


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ROMA - Per tanto tempo si è parlato di un "Facebook phone", nome in codice 'Buffy', ma l'azienda di Mark Zuckerberg ha sempre negato la possibilità di voler fabbricare un telefonino. Piuttosto ha ammesso di voler mettere a punto un sistema operativo proprio, che integri il più possibile le funzionalità della piattaforma. E, secondo gli ultimi 'rumors', il social network starebbe per presentare una schermata dedicata proprio come quella che si visualizza quando si accende un cellulare. Sarà quello che vedremo il 4 aprile? In questo giorno, infatti, il social network nella sua sede di Menlo Park, in California, toglierà il velo al suo progetto.

L'evento. «Ma davvero gli utenti vogliono un sistema operativo più Facebook-centrico sul loro telefonino?», si chiedono alcuni analisti. «Venite a vedere la nuova casa per Android», dice l'enigmatico invito spedito dal colosso californiano alla stampa nei giorni scorsi. Farebbe intuire che 'Zuck' e soci sono in procinto di presentare una piattaforma Android adattata al social network, così come Amazon ha fatto per il suo Kindle (il che fa pensare che nella guerra tecnologica il social si stia schierando con Google, rivale di Apple). Se sono vere le informazioni che riporta il Wall Street Journal l'evento previsto per questa settimana riguarderebbe un sistema dedicato a Facebook che renderebbe le informazioni provenienti dalla piattaforma subito disponibili all'apertura del dispositivo. La funzione riguarderebbe all'inizio un telefono Htc, in seguito altri smartphone Android.


Facebook verso Google? Questo vuol dire, dunque, che l'integrazione sarà più profonda sui telefonini con il sistema operativo del robottino verde creato da Google che sull'iPhone. Che Facebook sia orienta sul business del "mobile first" non è più un segreto da tempo: negli ultimi mesi ha reclutato ingegneri dalla Apple che hanno lavorato sull'iPhone; del suo miliardo e passa di utenti circa la metà posta foto, scrive status e clicca "mi piace" da smartphone e altri dispositivi mobili come i tablet. Senza contare che ora, anche in Italia, è possibile fare chiamate ai propri amici gratis con il Voip, il sistema che si appoggia a Internet come il più celebre Skype.

La svolta dell'azienda di Menlo Park sarebbe dunque tutta orientata a consolidare il suo bel pacchetto di clienti mobile e a moltiplicare gli spazi pubblicitari, tenendo così buoni anche gli azionisti. Ma se uno smartphone o una piattaforma che dà priorità a servizi e funzioni di Facebook va bene per Facebook, cosa davvero va bene per gli utenti? «È una soluzione ad un problema che non esiste», ha spiegato Jan Dawson, analista di tlc al New York Times. «Molte persone amano il social network ma dubito che vogliano un'esperienza più Facebook-centrica sul loro telefonino», ha aggiunto Dawson avanzando il dubbio che anche le aziende tlc possano non vedere di buon occhio un progetto del genere. Preoccupate di essere soppiantate dai giganti della tecnologia come Google o la stessa Facebook, che agli utenti forniscono tanti contenuti, non solo la connessione.


Lunedì 01 Aprile 2013 - 18:17
Ultimo aggiornamento: 18:23

Gabanelli:«Difendo il diritto di fare inchieste in un Paese civile»

Corriere della sera

La giornalista, l'Eni e la causa da 25 milioni: «Non invoco nessuna immunità, se sbaglio voglio essere punita»

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ROMA - «Leggi tu stesso», mi fa Milena Gabanelli. E sfoglia un atto di citazione lungo una Quaresima. Pagina 8: «L'incredibile attacco a Eni, peraltro, non si è arrestato (...) quando è andato in onda il servizio "Ritardi con Eni", ma è proseguito con la dott.ssa Gabanelli ancora protagonista (...) dichiarando in una intervista rilasciata al Corriere della Sera Sette (...) che l'inchiesta più difficile è stata "quella su Eni, perché nessun diretto interessato ha voluto parlare con noi. Per un'azienda dove il maggior azionista è lo Stato, dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico. Inoltre perché, per una settimana, ho ricevuto quotidianamente lettere minatorie"».

Ho letto. Allora?
«Non capisco dove stia l'incredibile attacco ad Eni. Sottoscrivo ogni parola, che peraltro andrebbe riportata correttamente. Come vedi nell'intervista al Corriere non c'è scritto "lettere minatorie", ma "intimidatorie"».

Lana caprina, direbbero.
«Eh no, se mi permetti "minatorie" significa che contengono minacce, "intimidatorie" che hanno l'obiettivo di intimorire, lasciando intendere che quello che scrivi potrebbe avere conseguenze...».

Una scivolata. Succede, no?
«Una scivolata in una citazione nella quale l'Eni chiede venticinque milioni di danni per una trasmissione televisiva? Una scivolata a causa della quale la sottoscritta dovrebbe meritare un trattamento speciale a parte, visto che quella parola da me non pronunciata è considerata così gravemente lesiva da "costituire autonomo e ulteriore titolo di responsabilità"?».

Ammetto che la cosa possa lasciare basiti.
«Non è l'unica, e visto che io e Paolo Mondani (l'autore del servizio, ndr ) siamo stati accusati di aver danneggiato l'immagine dell'azienda, mi chiedo: è normale che una compagnia indagata insieme al suo amministratore delegato per corruzione relativamente ai 197 milioni di tangenti pagati in Algeria, un'azienda che ha patteggiato nel 2012 con la Sec e il dipartimento della giustizia americana 365 milioni per corruzione, e questo sì lede l'immagine di un'impresa controllata dallo Stato, voglia trascinare in tribunale la tivù pubblica per aver raccontato fatti sui quali nessuno dei vertici ha voluto accettare un confronto?».

Davvero è andata così?
«Ci hanno detto "rispondiamo solo a domande scritte", oppure "Scaroni risponde in diretta". Ma in nessun Paese del mondo i programmi d'inchiesta sono in diretta! Allora cosa devo fare, leggere dei comunicati? Anche se ci tengo a precisare che abbiamo dato conto, dove era possibile, della loro versione».

Ma perché mettere sotto i fari proprio la gestione Scaroni?
«Perché è al terzo mandato, e Scaroni viaggia con la sua storia, nella quale c'è anche un patteggiamento a un anno e 4 mesi per tangenti Enel. Perché dal 2002 è stato ininterrottamente ai vertici delle due più grandi imprese a controllo pubblico. Non è doveroso che la Rai tenga un faro acceso, tanto più in un Paese nel quale le maggiori aziende pubbliche sono coinvolte in grossi guai giudiziari?».

Veniamo ai fatti. «Nella citazione che ci è arrivata contestano tutto. A partire dal titolo. Contestano che il maggior costo del gas dovuto ai contratti take or pay con la Russia finisca sulle bollette, quando lo stesso Scaroni ha chiesto in un'audizione al Senato che non siano gli azionisti a farsene carico. La ricostruzione della opacità nei contratti con il Kazakistan. Le critiche alla campagna sconti della scorsa estate. La questione ambientale in Basilicata. Perfino la remunerazione di Scaroni, pubblicata sul sito dell'Eni, e di cui abbiamo spiegato il meccanismo delle stock option pagate per cassa. Ce n'è di spazio in 145 pagine...».

Centoquarantacinque pagine? Li hai fatti arrabbiare di brutto. «Premesso che come giornalista non invoco nessuna immunità, e se sbaglio voglio essere giustamente punita. Nel caso specifico il giudice valuterà, per quel che ci riguarda risponderemo punto per punto e poi chiederemo a nostra volta i danni poiché riteniamo che sia la classica lite temeraria. Per quale motivo non ci possiamo chiedere perché paghiamo il gas così caro? O se esistono criticità ambientali? Oppure perché c'è una indagine per tangenti? Devo forse ignorare il rapporto privilegiato che Putin ha con Berlusconi, che questo management è stato nominato da Berlusconi e che per il gas l'Italia dipende dalla Russia? E visto che è una società controllata dallo Stato perché non posso fare qualche domanda sulla retribuzione del suo vertice, che si è quintuplicata?».
Scaroni dice che è pagato meno dei suoi colleghi esteri. «A parte che non è sempre vero, come nel caso della francese Total, azienda a partecipazione pubblica. E poi, si può contestare una retribuzione così alta, tanto più in un periodo di crisi devastante per il Paese? In Svizzera hanno appena fatto un referendum per cui lo stipendio del manager è deciso dall'assemblea in base ai risultati non costruiti ad hoc per far salire la retribuzione, e comunque in misura non superiore a 12 volte la paga minima aziendale. Qui siamo a multipli centenari».

Non ci troviamo in Svizzera.
«La domanda resta: è possibile essere critici sulla gestione Scaroni senza finire in tribunale?».

Dovresti sapere che non siamo neppure in Gran Bretagna. «Anche lì hanno le loro rogne, ma il diritto anglosassone prevede che chi porta un giornalista in tribunale senza motivo rischia di pagare un multiplo di quanto chiede; perché intimorisce il giornalista e quindi lede il principio supremo della libertà di informazione».

L'ultimo rapporto di «Reporter senza Frontiere» sulla libertà di stampa colloca invece l'Italia soltanto al 61° posto nel mondo. «Non considero queste classifiche una Bibbia, ma non c'è dubbio che per noi la questione è da una parte culturale, ovvero il potere non accetta la critica, dall'altra normativa. Anche il nostro codice prevede la sanzione per lite temeraria, ma non viene quasi mai applicata, o al massimo si rischia un piccola multa. Se invece l'Eni rischiasse di pagare 50 milioni, forse ci penserebbe bene prima di mettere in moto una causa del genere... Senza considerare che nel caso specifico siamo di fronte a un'azienda a controllo pubblico che chiede i danni a un'altra azienda pubblica che è la Rai, e che gli avvocati dell'Eni li pagano gli azionisti e quindi anche i cittadini. Ma poi, se il servizio era così diffamatorio, perché non mi hanno querelata?».

Le querele non sono più di moda. Adesso vanno forte le cause civili. Basta dare uno sguardo ai bilanci delle nostre aziende per comprenderne la ragione.
«Scappano dal penale perché è più rigido e più veloce. Invece in un processo civile puoi chiedere qualunque cifra, e questo tiene il giornalista sulla graticola e costringe l'editore ad accantonare una percentuale nel fondo rischi, in attesa di sentenza, che può arrivare anche dopo 10 anni».

La conclusione? «Che il giornalista invece di fare il cane da guardia preferisce occuparsi di allergie da polline».

Allergie da polline: non ci avevo mai pensato. Sicura che non si rischia una causa civile da qualche floricoltore? «Almeno si è sicuri che non è il capo della più grande azienda di Stato».


Sergio Rizzo
2 aprile 2013 | 10:02

Bitcoin, l'irresistibile ascesa della valuta virtuale e i rischi del mercato nero

di Deborah Ameri

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LONDRA - Oro, petrolio, immobili? Sono ricchezze del vecchio mondo. Nell’era digitale e all’epoca della crisi, con i mercati azionari impazziti, il vero bene rifugio potrebbe essere una moneta che non esiste e che vive solo sul web: il bitcoin. Inventata nel 2009 da uno sconosciuto, con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, pochi giorni fa questa divisa virtuale ha raggiunto il controvalore complessivo di un miliardo di dollari. L’impennata è stata innescata dai problemi dell’euro e soprattutto dalla crisi di Cipro. Solo all’inizio di marzo un bitcoin valeva 45 dollari. Oggi ne vale più di 91.

E così mentre le monete tradizionali perdono valore il soldo di internet è diventato a tutti gli effetti la valuta con la crescita più veloce di sempre. Tanto che alcune aziende americane hanno proposto ai loro dipendenti parte del salario in bitcoin e sempre più siti, accanto a PayPal e carta di credito, offrono come pagamento l’opzione btc, bitcoin appunto. Già oggi i gettoni digitali si possono usare per comprare beni tangibili come auto usate (negli Usa) o per fare acquisti su Amazon. Esistono intermediari che convertono i btc in buoni regalo da usufruire nel supermercato virtuale più grande al mondo. Le charity hanno iniziato ad accettare donazione in bitcoin da quando anche Wikileaks offre l’opzione btc.

I VANTAGGI
Qual è il vantaggio di questa moneta? Non è controllata da nessun organo ed è completamente decentralizzata. Non ci sono banche, ma solo computer. Inoltre non esiste l’inflazione. Il bitcoin è a tutti gli effetti un servizio peer-to-peer, come eMule o i siti dove ci si scambiano file musicali. Per iniziare a usare la moneta si deve scaricare l’omonimo software, iscriversi e collegarsi alla rete peer-to-peer. In questo modo si crea il proprio portafoglio, dove conservare i btc. Per scambiarsi monete si utilizza la crittografia e per ogni scambio serve un indirizzo, un po’ come succede per mandarsi email. Ogni gettone contiene la chiave crittografica pubblica e privata del proprietario. Quando viene trasferito dall’utente Tizio all’utente Cazio, Tizio aggiunge la chiave pubblica di Caio al gettone e poi lo firma con la sua chiave privata.

LA RETE Il network mantiene una lista pubblica di tutte le transazioni che possono essere anche monitorate da una app, Bitcoin Gold. In questo modo si impedisce che lo stesso gettone possa essere scambiato due volte. Il 19 marzo, quando Cipro ha chiuso le banche, la app ha scalato le classifiche passando dalla posizione 1.171 alla 104 delle app più scaricate. Per ottenere bitcoin esistono tre modi. Si possono comprare scambiandoli con valuta tradizionale come euro e dollaro. Oppure ci si può affidare al mining. In pratica andare a cercarli nella rete come fossero pepite d’oro. Perché il software conia monete continuamente a una velocità prestabilita. Oggi per esempio, e fino al 2017, si “stampano” 25 btc ogni dieci minuti. Questi 25 gettoni sono gratuiti e vengono distribuiti in maniera casuale. Ma chi riesce a risolvere determinati algoritmi ha più probabilità di entrarne in possesso. È previsto che il conio rallenti in modo graduale con il passare del tempo. Dopo il 2017 occorreranno 20 minuti per avere 25 gettoni. Fino ad arrivare all’esaurimento. Quando si raggiungeranno i 21 milioni di bitcoin in circolazione la produzione cesserà. Così è stato stabilito da chi l’ha inventata.

GLI SCAMBI
Il terzo modo per raccogliere btc è scambiarli con servizi o beni sui siti che offrono questo tipo di pagamento. Le transazioni sono gratuite, anche se sono richieste delle donazioni a discrezione dell’utente. Sembra tutto molto fantasioso, eppure non stiamo parlando dei soldi del Monopoli. I btc sono oggi presi sul serio dall’economia mondiale. Le banche li monitorano costantemente e la Bce ha recentemente presentato un rapporto sulle monete digitali sostenendo che, per ora, i soldi della rete sono sicuri e non costituiscono un pericolo né un destabilizzante per il sistema economico reale. La portata rivoluzionaria dei bitcoin, però, è sotto gli occhi di tutto. Rappresentano un nuovo modo di gestire il denaro, senza bisogno di banche e di istituti di controllo. Ed è proprio questa mancanza di governo centrale che preoccupa. I btc sono finiti sotto accusa perché costituiscono una delle valute accettate su Silk Road, il mercato nero digitale più grande al mondo dove si può acquistare, tra le altre cose, senza nessuna restrizione, qualsiasi tipo di droga.


Lunedì 01 Aprile 2013 - 16:29

In Veneto trovato il primo ibrido al mondo tra noi e i Neandertal

Corriere della sera

Nato da un rapporto tra un Sapiens maschio e una Neandertal femmina

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Che in noi ci sia un po’ di Neandertal è ormai un fatto accettato, come noto è pure il fatto che l’uomo moderno si sia in passato incrociato sia con questi che con un’altra specie di ominide, i Denisoviani. Un ulteriore passo in avanti nella ricostruzione della nostra storia viene oggi dall’analisi di alcuni resti scheletrici appartenenti a un ibrido: il primo Homo sapiens-Neandertal mai rinvenuto.


VERONA - La storia comincia nel 2006, con la rivisitazione delle collezioni del Museo di storia naturale di Verona. Un insieme di frammenti – a un primo esame, resti del genere Homo – attira l’attenzione di alcuni ricercatori. Tra di loro c’è Silvana Condemi, antropologa fisica, che li analizza e attribuisce alcuni di essi non all’uomo moderno, bensì al Neandertal. L’ipotesi viene poi confermata da David Caramelli, specializzato nell’analisi genetica sui reperti alpini, che sequenzia il Dna di uno dei frammenti e li conferma come neandertaliani. Studi ulteriori, pubblicati su Science, rivelano che questi individui, come pure altri ritrovati in Spagna, avevano capelli rossi e pelle chiara.

MANDIBOLA - L’ultima scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica specializzata PlosOne, riguarda i risultati dello studio di una mandibola molto particolare. Dal punto di vista morfologico, la mandibola è «sapiens»; non lo è però il suo Dna. In altre parole: la mandibola è forte, e non sfuggente com’è caratteristico dei Neandertal; eppure il patrimonio genetico riscontrato appartiene a questo genere. «Ci sono ancora molte cose da capire», spiega Caramelli. «Inizialmente si poteva pensare a un resto scheletrico di un sapiens più arcaico. L’analisi del Dna ha però determinato che si tratta di un Neandertal. Un ibrido, forse? È un’ipotesi plausibile. Per esserne certi, però, bisognerebbe analizzare il genoma di neandertaliani più antichi, vissuti intorno ai 100-130 mila anni fa, quando – a quanto sappiamo - l’Homo sapiens non era ancora fuoriuscito dall’Africa, e tra i due generi non c’erano state occasioni di contatto», prosegue Caramelli.

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UN CASO ISOLATO? - «Se anche in individui di quell’epoca si trovano tracce di genoma condiviso, allora potrebbero aver ragione gli autori che sostengono che questa comunanza è dovuta all’origine di entrambi dall’Homo ergaster, o erectus. Se di tracce invece non se ne trovano, potrebbe trattarsi di un incrocio isolato», afferma Caramelli.

INCROCIO - La mandibola di Mezzena, così chiamata dal luogo del ritrovamento originario, situato nei monti Lessini (Verona), riserva anche altri misteri. «Non sappiamo se questo individuo fosse solo o se appartenesse a un gruppo. Se si trattasse di F2, F3 o F4 – il termine tecnico con il quale indichiamo la generazione di appartenenza, se i figli, i nipoti o i pronipoti del primo ibrido – non lo possiamo dire. Ciò che sappiamo, però, visto che l’analisi riguarda il dna mitocondriale, che si trasmette per via materna, è che l’incrocio fu tra un Homo sapiens e un Neandertal femmina», conclude Caramelli.


Elisabetta Curzel
31 marzo 2013 (modifica il 2 aprile 2013)

L’hamburger al prezzo di un caffè Mcdonald’s lo sconta a 90 centesimi

La Stampa

L’azienda: in un momento difficile vogliamo dare un segnale molto concreto di vicinanza ai consumatori


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L’hamburger al prezzo di un caffè. Mcdonald’s ha abbassato il prezzo del suo prodotto simbolo a 90 centesimi «sotto la soglia di un euro, su cui si era assestato dal 2004, senza cambiarne ricetta e qualità», annuncia in una nota il gruppo americano.
Il motivo? «In un momento difficile come quello che l’Italia sta attraversando, l’azienda ha deciso di dare un segnale molto concreto di vicinanza ai consumatori» spiega la catena di fast-food.

Così «nonostante l’andamento dell’inflazione e l’aumento dei costi delle materie prime rendano necessario un adeguamento dei prezzi» il gruppo americano «desidera continuare a prestare attenzione a quel segmento di clientela che si rivolge ai suoi ristoranti cercando il miglior rapporto qualità/prezzo». Ogni anno, ricorda la nota, McDonald’s serve ai suoi clienti quasi 20 milioni di hamburger, «il panino più semplice di McDonald’s ma anche il più famoso, dopo il Big Mac». L’hamburger è scelto «soprattutto dai clienti più giovani, di età compresa tra i 14 e i 24 anni». Gli ingredienti, ricorda McDonald’s, sono «pane, hamburger di carne 100% bovina, cetriolo, cipolle, senape e ketchup».

Usa, la città dove è obbligatorio possedere un’arma

La Stampa

Ordinanza choc a Nelson, Georgia: “Una pistola per ogni capo famiglia”


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Ogni capo famiglia della cittadina di Nelson, in Georgia, dovrà possedere un’arma «per proteggere la sicurezza e il benessere della città e dei suoi abitanti». L’ordinanza è stata emanata la scorsa notte dal Consiglio comunale, mentre il presidente americano Barack Obama cerca di imporre limitazioni al possesso di armi, sull’onda dell’emozione per la strage nella scuola elementare di Newtown, riferisce il sito Politico.com. 
Cittadina di 1300 abitanti ai piedi dei monti Appalachi, Nelson non può contare su una presenza della polizia 24 ore su 24. «Questa ordinanza è un deterrente per dire ai potenziali criminali che vadano altrove», afferma Duane Cronic, uno dei sostenitori della legge approvata la notte scorsa dal consiglio comunale.

Il provvedimento, che esclude pregiudicati e persone sofferenti di handicap fisici o mentali, ha in realtà un valore soprattutto simbolico perché non prevede pene per chi non la rispetterà. È però un segnale di un America profonda, di sentimenti conservatori, contraria ad ogni limitazione a quello che viene considerato il diritto a portare armi. Anche se in questa cittadina, dove molti lasciano la porta aperta di giorno, la criminalità è molto bassa: l’ultimo omicidio risale a cinque anni fa e per il resto si registra solo qualche piccolo furto. Uno degli obiettivi della misura, sottolinea il consiglio comunale di Nelson, è «l’opposizione a qualsiasi futuro tentativo del governo federale di sequestrare le armi da fuoco personali». 

Taglio ai costi delle Camere, si gioca tutto sui dipendenti

Corriere della sera

Sindacati già preoccupati dopo il «richiamo» della Boldrini. L'ufficio di presidenza discute del taglio di indennità

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ROMA - Inutile illudersi: la bacchetta magica non esiste. Intendiamoci, non che siano mancate le buone intenzioni. A parole. Perché per i contribuenti il costo del Parlamento, in 65 anni, non è mai calato. Nel 2013, per la prima volta nella storia, la Camera ha chiesto meno soldi al Tesoro: da 992,8 a 943,6 milioni. Finalmente, direte. Ma si tratta di una cifra pur sempre superiore, e di molto, al costo degli altri Parlamenti europei.

Le uscite correnti di Montecitorio depurate della spesa pensionistica (altrove pagano gli enti di previdenza) sono state pari nel 2010 a 752 milioni, contro 576 del tedesco Bundestag, 498 della britannica House of Commons e 473 della francese Assemblée Nationale. Numeri che stonano di brutto con l'affermazione contenuta nel documento dell'ufficio di presidenza della Camera del 30 gennaio 2012: «I costi complessivi di un deputato italiano risultano in linea con quelli sostenuti per i parlamentari nei principali Paesi europei e nel Parlamento europeo, anzi sono nella maggior parte inferiori». Da allora è passato un anno, ma sembra un secolo. Mentre annunciava fra le ironie grilline l'autoriduzione dell'indennità di carica del 30%, la presidente della Camera Laura Boldrini ha detto che anche l'amministrazione dovrà tirare la cinghia.

«Con l'accordo dei sindacati», ha precisato. Non riuscendo a evitare il panico a Montecitorio, dove le 9 (nove) sigle sindacali sono già sul piede di guerra. Perché è chiaro che se davvero si vogliono ridurre le spese del Parlamento è lì che inevitabilmente si arriva. Le retribuzioni del personale peseranno nel 2013 sul bilancio della Camera, dicono le previsioni, per 231,1 milioni: il che, diviso per le attuali 1.541 buste paga significa uno stipendio medio di 150 mila euro. Parliamo di una somma pari a circa 5 volte la paga media di un dipendente pubblico e quasi il quadruplo rispetto allo stipendio di un dipendente del parlamento inglese, che si aggira sui 40 mila euro annui.

Ma affrontare questo capitolo sarà una rogna non da poco per Laura Boldrini, e soprattutto per i tre nuovi questori. Si tratta dell'ex magistrato antimafia Stefano Dambruoso, eletto con i montiani, del democratico Paolo Fontanelli, ex sindaco di Pisa, e di Gregorio Fontana, uno dei fondatori di Forza Italia. Esperto soprattutto l'ultimo dei tre, unico rieletto. Proprio l'esperienza tuttavia insegna che ogniqualvolta hanno tentato di frenare le retribuzioni del personale, sono stati respinti con perdite. Tanto alla Camera, che al massimo ha limitato qualche automatismo (ma non l'aumento del 3% scattato un paio d'anni fa) quanto al Senato. Dove nel 2008 un tentativo di rallentare la progressione degli stipendi fu in seguito annullato dalla commissione che ha il compito di regolare le controversie con il personale. L'autore, il questore Ds Gianni Nieddu, rimase senza seggio. Della serie: chi tocca i fili muore?

Causa blocco del turnover i dipendenti di Montecitorio sono oggi 400 in meno rispetto al 2003, ma la spesa complessiva non è affatto calata. Come si spiega? Intanto con l'aumento degli stipendi. Poi con l'incremento del numero dei pensionati. E siccome le pensioni dei dipendenti le paga il Parlamento, il risultato non cambia. Nel 2012 la Camera ha speso 238,5 milioni per gli stipendi e 216 per le pensioni: nel 2014 pagherà 232 milioni di stipendi e 226,9 di pensioni. Per una spesa che invece di calare dovrebbe salire da 454,5 a 458,9 milioni. Qualcuno pensa che sia momento di abolire quantomeno la quindicesima mensilità.

Ma la cosa è stata liquidata come una battuta di cattivo gusto. Ecco spiegata la partenza soft . Oggi l'ufficio di presidenza è convocato per discutere il taglio delle indennità aggiuntive e dei contributi ai gruppi parlamentari. Parliamo di una posta di bilancio, quest'ultima, di 35,1 milioni, per cui il preventivo della Camera approvato a settembre scorso prevede nel 2014 una riduzione comica di 100 mila euro. Il tutto con il fucile spianato del vicepresidente (del M5S) Luigi Di Maio, che vuole discutere il piano grillino per ridurre le spese di 42 milioni. Ci sarà da divertirsi.

Di sicuro i tagli non risparmieranno alcuni privilegi inconcepibili: per esempio gli appartamenti di servizio. Che toccavano anche ai questori. Circostanza surreale, quella per cui i deputati incaricati di gestire con oculatezza i soldi di tutti risultavano fra i più privilegiati dell'intero parlamento. Ora tutti, a partire da Laura Boldrini, vi hanno rinunciato, senza che però sia stato ancora decisa la destinazione di quegli alloggi. Questione alquanto problematica. E c'è già chi sostiene che la rinuncia all'appartamento potrebbe far aumentare le spese, invece di abbatterle. Storie già sentite...

Sergio Rizzo
2 aprile 2013 | 7:31

La strada costruita vent'anni dopo Ma ormai non serve più

Corriere della sera

Chiesta dal distretto della sedia che è in crisi. Nel 2000 le imprese attive erano più di mille, nel 2011 sono 720

Tempi della società, tempi della politica: nulla dimostra le lentezze del Palazzo quanto il paradosso di una bretella stradale in Friuli. Decisero di farla per il boom del «triangolo della sedia», ora che finalmente la fanno è tardi: il distretto è in crisi nera. E i costi sono diventati stratosferici.


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Ripartiamo dall'inizio, dalla metà degli anni Novanta. In un pugno di paesi tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo (guarda la mappa) vengono prodotte quattro su cinque delle sedie italiane e una su tre di quelle europee. La provincia di Udine, la più colpita dalla grande emigrazione e reduce dal terremoto del 1976, si scopre di colpo ricca. Gli operai più bravi vengono strappati ai concorrenti per tre milioni di lire al mese. Il settore è in perenne, frenetica, spasmodica corsa verso nuovi record: più efficienza, più produttività, più velocità...

È in questo contesto che si levano le prime lamentele sul traffico crescente della «Palmarina», la provinciale che da Manzano porta al casello di Palmanova. Sempre la stessa accusa: «Investiamo montagne di soldi su macchinari per guadagnare secondi preziosi su ogni componente di una sedia e appena i camion escono dal cancello s'impantanano negli ingorghi per raggiungere l'A4!». Anni di proteste, richieste, confronti, dibattiti... Finché nel 2004, quando già molti hanno delocalizzato e s'avverte la concorrenza di altri Paesi, la giunta regionale di centrosinistra guidata da Riccardo Illy insediata da pochi mesi vara il progetto per una nuova bretella che colleghi Manzano all'agognata A4. Costo: una quarantina di milioni di euro.

Da allora, però, è passato quasi un decennio. E solo da poche settimane (erano in arrivo le «Politiche») è stato approvato il progetto definitivo e successivamente (sono in arrivo le «Regionali») è stata avviata la gara d'appalto. Con il risultato che, se proprio tutto andrà liscio (per accelerare l'assessore alle Infrastrutture Riccardo Riccardi è oggi commissario), i cantieri potrebbero partire in autunno o l'anno prossimo. Vent'anni dopo il boom. Ma quella bretella ha ancora un senso? Lo ha chiesto in una lettera dove invocava un incontro col presidente regionale Renzo Tondo (nessuna risposta), il sindaco di Palmanova Francesco Martines.

Il quale ricorda che «nell'ultimo decennio (...) le imprese attive che nel 2000 erano 1.011, nel 2011 si sono ridotte a 720 (fra queste 74 sono in procedure concorsuali e 84 in scioglimento e liquidazione), con un accentuato fenomeno di delocalizzazione per le grandi aziende e una percentuale molto alta di cessazione di attività fra le aziende artigiane (riduzione del 45%) e quelle di piccola dimensione (riduzione del 26,1%)». Col risultato che, parallelamente al crollo della produzione, dell'export e dell'occupazione fra i 40 e 50% anche «i flussi veicolari, soprattutto di quelli di mezzi pesanti, hanno subito una drastica riduzione».

CatturaUn quadro fosco. Confermato dai dati della Camera di Commercio e da un reportage del Sole24Ore che un mese fa, sotto il titolo «La crisi azzoppa la sedia di Manzano», scriveva che il distretto «negli ultimi sette anni ha visto volatilizzarsi almeno 6 mila posti di lavoro». Meno lavoro, meno produzione, meno camion. Dice uno studio fatto fare da Martines che sulla «Palmarina» verso Palmanova tra le 11 e mezzogiorno le «punte di traffico» si attestano sui 148 veicoli totali (dei quali 129 leggeri) e che nell'ora peggiore, tra le 17 e le 18, si contano 348 veicoli dei quali solo 20 (venti) pesanti. Uno ogni tre minuti.

Vale davvero la pena, in questa situazione così cambiata rispetto al passato, chiede la giunta di Palmanova, di insistere sulla nuova bretella che sarebbe di 3 chilometri più corta (13 contro 16) rispetto alla strada attuale? Con due carreggiate più ampie di 25 centimetri (venticinque!) in confronto a quelle di oggi larghe tre metri e mezzo? Con 10 rotatorie e un nuovo ponte da costruire? Non bastasse, i costi inizialmente previsti sono raddoppiati. L'ultimo calcolo è di 89.734.717 euro: sette milioni a chilometro. Da brividi.

«Non sarà questa nuova viabilità a risolvere i problemi del "triangolo della sedia"», sostiene il sindaco di Palmanova. E dunque è sbagliato oggi con «risorse sempre più scarse» buttar soldi in un'opera che servirebbe solo ad «annientare, in maniera ingiustificata, una grande porzione del territorio agricolo rimasto ancora intatto». Anche il suo collega di Moimacco, Manolo Sicco, è perplesso. Dice che «è un investimento tardivo» e che «vent'anni fa l'opera aveva un senso» ma «oggi sono soldi sprecati».

Lo stesso primo cittadino di Trivignano, Roberto Fedele, favorevole all'opera, ha riconosciuto sul Messaggero Veneto che «è scontato dire che l'opera è tardiva» ma secondo lui «non fare nulla non crea ricchezza». Quello di San Giovanni al Natisone, Franco Costantini, concorda: «A chi dice che l'opera non serve più rispondo: proprio nei momenti di crisi si investe in infrastrutture e si cerca di stimolare anche insediamenti alternativi». Traduzione: parte per parte della nuova arteria potrebbero sorgere, vedi mai, nuovi insediamenti industriali.

Sarebbe un peccato se questa spaccatura fra sindaci fosse liquidata come una bega locale. Perché c'è dentro tutto: i ritardi pazzeschi della politica, il peso mostruoso della burocrazia, l'ineluttabilità di progetti che a un certo punto vanno avanti per inerzia anche se sono vecchi, l'idea che lo sviluppo si inneschi solo col cemento... Per capirci: con un quinto dei soldi previsti per la bretella (ammesso che bastino...) potrebbe essere completamente restaurata la stupenda cittadella militare di Palmanova le cui mura devastate da decenni di degrado solo recentemente hanno conosciuto i primi interventi solo grazie alla Protezione civile e a migliaia di volontari.

Se è vero che l'area è di enorme interesse culturale, turistico ed enogastronomico e che secondo lo stesso Sole24Ore perfino «progetti come il ponte sullo Stretto presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte» vale o no la pena di rifletterci? E in ogni caso si torna alla domanda posta da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: le «infrastrutture» da rifare con più urgenza sono le autostrade o i processi burocratici? A che serve che i camion guadagnino cinque minuti su una bretella nuova e costosissima se le aziende perdono mesi in scartoffie?

Gian Antonio Stella
2 aprile 2013 | 7:41

Apple giù in Borsa dopo le scuse alla Cina Ipotesi di un azionista in uscita

Corriere della sera

«Rivedremo le politiche di assistenza al cliente» Dietrofront di Cupertino dopo le dure critiche

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Apple chiude in calo in Borsa, dove le quotazioni perdono il 3,11% a 428,91 dollari. Il calo arriva nel giorno delle scuse dell'amministratore delegato, Tim Cook, alla Cina. E delle indiscrezioni su una vendita del 10% della società da parte di uno dei suoi maggiori azionisti, Fidelity Contrafund.

LA LETTERA - Cook, in una lettera pubblicata sul sito cinese di Cupertino, chiede scusa per le incomprensioni e la scarsa comunicazione e assicura che Apple rivedrà le proprie politiche di servizio e assistenza clienti. La missiva fa seguito a due settimane di duri attacchi nei confronti di Apple in Cina, e punta a mettere fine alla pubblicità negativa che ne deriva in quello che è il secondo mercato di Apple dopo gli Stati Uniti. Dalla metà dello scorso mese, infatti, Cupertino è stata accusata in Cina di aver contravvenuto ai periodi di garanzia, di aver adottato politiche di customer service che discriminano i clienti cinesi, e di aver fornito risposte inadeguate e arroganti alle lamentele. Cook assicura che Apple cambierà le proprie politiche sulle garanzie per l'iPhone 4 e 4S e che formerà in modo più adeguato i rivenditori autorizzati di prodotti Apple sulle politiche della società.

LE SCUSE - «Siamo consapevoli della mancanza di comunicazione, che ha portato alla percezione di un atteggiamento arrogante da parte di Apple e al ritenere che non ci curiamo dei nostri clienti. Esprimiamo le nostre più sincere scuse», afferma Cook nella lettera. Per Cook si tratta delle seconde scuse pubbliche da quando ha assunto le redini di Apple. La prima occasione era stata l'app sulle mappe. Apple incassa una parziale sconfitta anche dall'ufficio brevetti americano, il Patent and Trademark office, che ha rifiutato la registrazione del marchio «mini iPad».

Un no arrivato alla fine dei gennaio e reso pubblico in queste ore. Secondo le autorità la parola «mini» si riferisce a una caratteristica del prodotto. E visto che l'azienda di Cupertino ha già registrato il marchio iPad, il nome iPad Mini potrebbe generare confusione nei consumatori. La domanda per la registrazione, come riferisce Patently Apple, era stata presentata a ottobre 2012, ma il rifiuto alla registrazione sarebbe arrivato a fine gennaio e reso pubblico solo la scorsa settimana. Apple ha ora sei mesi di tempo per presentare ricorso oppure rinnovare la documentazione.

Redazione Online2 aprile 2013 | 8:43

Pyongyang riavvierà reattore nucleare

La Stampa

L’impianto di Yongbyon, fermo dal 2007, tornerà a funzionare. Kim: armi atomiche deterrente per la guerra. La Cina allerta le truppe sul confine coreano



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Gli armamenti nucleari costituiscono un «un deterrente» rispetto alla guerra e, allo stesso tempo, sono le fondamenta della «pace e delle prosperità» nella Corea del Nord. Lo afferma il “giovane generale” Kim Jong-un in un discorso tenuto domenica e diffuso oggi per intero dall’ agenzia ufficiale Kcna. «La nostra forza nucleare è un affidabile deterrente della guerra e una garanzia a tutela della nostra sovranità», afferma Kim Jong-un nel discorso tenuto domenica in occasione della riunione plenaria del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori.

L’intervento punta il dito contro i «nemici», a partire dagli Usa che tentano di trascinare Pyognyang nella corsa agli armamenti, e mette in evidenza la necessità di accelerare lo sviluppo economico. Anzi, proprio la condotta di Washington e dei suoi alleati, sono un tentativo di «ostacolare il miglioramento economico» del Paese. Kim promette di rafforzare il deterrente atomico «qualitativamente e quantitativamente» per contrastare le minacce Usa e di ricostruire l’economia: due obiettivi ai quali lavorerà «simultaneamente», assicurando pure il lancio di altri «satelliti».

La Corea del Nord ha annunciato oggi che “riaggiusterà e riattiverà” tutte le installazioni del suo impianto nucleare di Yongbyon, compreso un reattore fermato nel 2007, per sviluppare la sua tecnologia atomica e fare fronte al suo fabbisogno di energia. Un portavoce del programma atomico nordcoreano ha spiegato che questa decisione è conforme alla volontà di Pyongyang di “rafforzare il suo arsenale nucleare, in qualità e in quantità”, e anche per fare fronte alla “grave” penuria di energia elettrica, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana KCNA. 

La Cina intanto ha messo in stato d’allerta le sue truppe sul confine con la Corea del Nord, secondo funzionari americani. Pechino, che è alleata del piccolo Paese stalinista, mantiene una forte presenza militare sul confine nel timore che uno sgretolamento del regime porti ad un massiccio afflusso di profughi sul suo territorio. Le fonti americane affermano che negli ultimi giorni si sono verificati massicci movimenti di truppe cinesi nei pressi del confine.




Corea, gli Usa schierano le armi “invisibili”
La Stampa

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Il Pentagono invia nelle basi in Sud Corea un numero imprecisato di caccia F-22 recapitando a Pyongyang un monito di tipo militare: in caso di conflitto gli Stati Uniti ricorreranno agli armamenti «stealth» per difendere l’alleato di Seul. Gli F-22 sono i cacciabombardieri più sofisticati in servizio nell’Us Air Force e, oltre a poter lanciare ordigni teleguidati incluse le bombe anti-bunker di ultima generazione, sono «stealth» ovvero invisibili ad ogni tipo di rilevamento al pari dei bombardieri strategici B-2 che hanno sorvolato la Corea durante la scorsa settimana, decollando dalla loro base in Missouri per simulare un attacco. E «stealth» è anche l’unità «Uss Freedom» della Us Navy, aggiunta alla VII flotta del Pacifico nelle scorse settimane, con capacità di sorveglianza elettronica e guida delle operazioni interforze in territorio nemico.

Sono singole mosse con cui il Pentagono di Chuck Hagel sembra intenzionato a far comprendere al regime di Pyongyang che in caso di guerra si troverebbe a affrontare un genere di ostilità assai diverse dal conflitto combattuto con armi convenzionali fra il 1950 ed il 1953: gli Stati Uniti stanno schierando gli armamenti più avanzati del loro arsenale, in grado di condurre una massiccia campagna di attacchi dal cielo e dal mare senza che i nordcoreani possano neanche vederne l’origine. La scelta di Washington di rispondere in questa maniera alle provocazioni nordcoreane è un cambiamento di approccio rispetto al passato e svela la consapevolezza dell’amministrazione Obama che il dittatore Kim Jon-un potrebbe davvero tentare di mettere a segno un attacco improvviso contro il Sud, spinto magari dalla convinzione che il recente successo del test nucleare lo abbia reso inattaccabile. 

L’assenza di massicci movimenti di truppe lungo la zona smilitarizzata del 38° parallelo può indicare la volontà di Pyongyang di mettere a segno un attacco a sorpresa, probabilmente lanciando dei missili. Si spiega con questo timore la scelta del neopresidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, di ordinare alla forze armate di «mettere a segno una forte e immediata risposta ad ogni provocazione nordcoreana» durante un incontro con i massimi gradi delle forze armate avvenuto a Seul, con grande rilievo pubblico. Ciò significa che Seul, se attaccata, non resterà inerte come avvenuto nel 2010 in occasione tanto del massiccio bombardamento nordcoreano di un’isola di confine, nel quale morirono quattro civili, che dell’affondamento della nave militare Cheonan nel quale perirono 46 marinai.

La linea dura di Washington e Seul trova il consenso anche dell’alleato di Tokyo, che si considera direttamente minacciata dallo sviluppo nordcoreano di missili a lunga gittata e armi nucleari. A tale proposito il Parlamento nordcorea ieri ha votato a favore del «rafforzamento dell’arsenale nucleare» e dello sviluppo di «piani spaziali» dimostrando di voler rilanciare la sfida strategica ai vicini come agli Stati Uniti. La tv del regime comunista ha inoltre trasmesso un video nel quale si vede un plotone di guardie nordcoreane fare fuoco verso l’effige di carta di un soldato americano, il cui bersaglio appare in immagini seguenti perforato da numerosi proiettili. 

«Le minacce della Nordcorea dovrebbero cessare» dichiara il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, sottolineando come «il loro unico risultato è accrescere l’isolamento del regime» ma poiché Pyongyang non sembra per il momento voler invertire la rotta Washington e Seul fanno sapere di essere pronte a reagire alla sfida militare. E l’intento in questa maniera è anche di preavvertire Pec

Beatles, 226mila euro per una "Sgt Pepper's" autografata

La Stampa

La copia dell'album è stata battuta all'asta a Dallas


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Una copia autografata da tutti i 4 Beatles dell'album "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" (ascolta l'album integrale) del 1967 è stato battuta all'asta a Dallas alla cifra record di 290.500 dollari (circa 226,7mila euro). L'album, che si apre a metà, nella pagina centrale ritrae Paul McCartney, John Lennon, George Harison e Ringo Star nelle fantasiose uniformi della "Banda dei cuori solitari del sergente Pepper". Ogni artista ha posto la firma accanto alla propria immagine rendendo l'oggetto un "must" irresistibile per un misterioso collezionista americano che se lo è aggiudicato. La stima iniziale era di soli 30.000 dollari.



Lasciare la bici in strada è una necessità: chi la ruba commette pertanto furto aggravato

La Stampa


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Il caso: una bici rubata. Un uomo viene condannato in entrambi i gradi di merito per aver rubato una bicicletta parcheggiata sulla pubblica via senza chiave di chiusura né catena antifurto. In particolare, la Corte d’Appello ritiene sussistenti le aggravanti, dal momento che il fatto risultava commesso su una cosa esposta al pubblico. Quanto all’invocata applicazione dell’attenuante della speciale tenuità del danno, il valore del bene, pari a 90 euro, è ritenuto dai giudici di merito eccedente il limite entro il quale si può configurare tale fattispecie.

La questione è allora sottoposta alla Cassazione, che (sentenza 3196/13) nell’esaminare il problema della configurabilità o meno della citata aggravante, richiamano una pronuncia in cui, effettivamente, la stessa S.C. l’ha esclusa in un caso riguardante proprio il furto di una bicicletta abbandonata in strada senza alcuna custodia. A giudizio del Collegio, però, il principio non è condivisibile: in particolare, non conta tanto se sia un comportamento più o meno consolidato negli usi delle persone a giustificare l’esposizione del mezzo alla pubblica fede.

Si può discutere, semmai, della consuetudine ad apprestare sistemi di tutela contro il furto, ma il punto fondamentale è che spesso sussiste un’indefettibile necessità che il veicolo rimanga esposto alla pubblica fede: e ciò non in forza di una consolidata abitudine, ma semplicemente perché non sarebbe possibile fare altrimenti. In conclusione, una bici si deve intendere esposta per necessità (e non per consuetudine!) alla pubblica fede quando il detentore la parcheggi per una sosta momentanea lungo la strada, determinando così l’operatività dell’aggravante in questione.

Si potrebbe affermare il contrario solo nel caso in cui la bici fosse dotata di un sistema antifurto. Non vi è ragione, insomma, per discostarsi dall’orientamento seguito in materia di furto di autovetture: a tal proposito, infatti, la sussistenza dell’aggravante in questione è stata riconosciuta anche nel caso in cui la macchina fosse stata lasciata con le portiere aperte. Infine, secondo la S.C. la motivazione fornita in ordine alla mancata applicazione dell’attenuante, è adeguata: il giudizio di eccedenza del valore del mezzo rispetto alla soglia della particolare tenuità va infatti rapportato alle condizioni del derubato, che nel caso di specie era uno studente quindicenne. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it