domenica 31 marzo 2013

Flan di cocco

La Stampa

yoani sanchez


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Ho trovato Cuba fuori da Cuba, ho detto alcuni giorni fa a un amico. Si è messo a ridere davanti al mio gioco di parole, credeva che cercassi di fare letteratura. Ma non era così. In Brasile una settantenne emozionata mi ha regalato una medaglia con sopra impressa la Vergine della Carità del Cobre. “Non sono più tornata da quando me ne andai nel 1964”, mi ha detto consegnandomi quel piccolo gioiello appartenuto a sua madre.

Durante la mia permanenza a Praga, ho incontrato alcuni compatrioti che mi sono sembrati più al corrente di quel che accade nel nostro paese rispetto a molti che - all’interno dei suoi confini - vegetano nell’apatia. Tra gli alti edifici di New York sono stata invitata in casa da una famiglia e la nonna ha confezionato un “flan di cocco” secondo le regole della nostra cucina tradizionale, così in disarmo a Cuba per colpa di un’endemica carenza di risorse. 

La nostra diaspora, i nostri esiliati, stanno conservando Cuba fuori da Cuba. Insieme alle loro valigie e al dolore della lontananza, hanno salvaguardato pezzi della storia nazionale cancellati dai libri di testo con i quali sono state educate, o meglio indottrinare, diverse generazioni. Sto riscoprendo la mia stessa patria in ognuno di questi cubani dispersi per il mondo. Quando mi rendo conto che cosa siano realmente diventati, penso a quel che diffonde su di loro la propaganda ufficiale e finisco per provare un’enorme tristezza nei confronti del mio paese.

Per tutto quel patrimonio umano che abbiamo perduto, per quel talento che ha dovuto chiedere asilo fuori dalle nostre frontiere e per quei semi che hanno dovuto germogliare in altre terre. Come mai abbiamo permesso che un’ideologia, un partito, un uomo, si siano potuti arrogare il “divino” potere di decidere chi poteva portare o meno l’appellativo di “cubano”? 

Adesso so per certo che mi hanno ingannata, che ci hanno mentito. Nessuno ha dovuto dirmelo, me ne sono resa conto da sola, vedendo tutta quella Cuba che c’è fuori da Cuba, quel paese immenso che loro hanno conservato per noi. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Papà si separa, il figlio cambia nome

Corriere della sera

La sentenza Il Tar ha riconosciuto la validità della richiesta dopo una battaglia legale durata 12 anni


Alla base c'è la storia di due genitori che si separano, di un padre che taglia quasi del tutto i rapporti col figlio, di un ragazzo deluso dal genitore e che ritrova un punto di riferimento (e di stima) nel nuovo compagno della madre. Per questo, ha spiegato in una battaglia legale durata 12 anni, a tutti i costi ha voluto cambiare cognome. La storia però non finisce qui. Perché il signor Ciro il suo cognome non l'ha mai sopportato. Anzi, quel cognome è stato un intralcio e un fastidio. Un peso.

IL COGNOME - Questa è la storia del signor Ciro Scarico che alla fine, grazie alla decisione del Tar dello scorso 13 marzo, è riuscito a cambiare cognome.Lui stesso ha spiegato i motivi che sono riassunti nella sentenza dei giudici amministrativi. Oltre ai problemi familiari, «tale sua volontà era sorretta, peraltro, quale ulteriore giustificazione, dalla peculiarità del cognome ("Scarico") che si prestava a facili allusioni, scherzi ed ironie, che in taluni casi avevano reso veramente difficili i rapporti sociali nei vari ambienti frequentati». E così, alla fine, l'ormai ex signor Scarico ha avuto ragione contro il ministero dell'Interno e contro due Prefetture (Perugia e Milano) che in tempi diversi gli avevano negato la liberazione dal suo vecchio cognome.

Gianni Santucci
31 marzo 2013 | 11:29

Quel cadavere misterioso che adesso ha un volto

Corriere della sera

Mai identificato, la scienza ne ricostruisce i tratti. Utilizzato un software che confronta i risultati elaborati con un ampio database
Ecco il volto riprodotto da un software della vittima ritrovata in un fondo in un pozzo in Sicilia tre anni fa


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ENNA - Ci sono voluti tre anni per fare inquietare l'assassino o gli assassini di un uomo ucciso forse a bastonate, forse strangolato e poi gettato in fondo a un pozzo di venti metri, ad Agira, nelle campagne a metà fra Enna e Catania, in contrada Buzzone, a due passi dall'autostrada per Palermo. E forse non parlerebbe nessuno di questo cold case maturato fra aprile e giugno del 2009, tre stagioni prima del 12 gennaio 2010, un qualsiasi giorno di transumanza per il pastore che per caso s'affacciò al bordo del pozzo, certo d'aver scorto in fondo a quell'inferno la carogna di una bestia.

Un maiale o un cavallo, come disse a un maresciallo curioso, pronto a fare intervenire i vigili del fuoco, rimasto di sasso davanti ai resti di un uomo dal volto irriconoscibile, forse per le bastonate, forse per la devastazione di insetti e vere bestie. Ed è per questo che nessuno ne parlerebbe più. Perché le indagini s'arrestarono sin dall'inizio davanti a un cadavere senza nome e cognome, senza nazionalità e senza volto. Ma è l'assenza di quest'ultimo dato che non hanno voluto considerare un muro insormontabile il procuratore competente per territorio, Fabio Scavone, e il suo sostituto di Nicosia, Anna Granata. Convinti che si potesse ricostruire quel volto magari rivolgendosi a un antropologo di fama internazionale come Matteo Borrini, capace di miracoli tridimensionali al computer per restituire sembianze umane alla maschera di un massacro.

La chiamano «ricostruzione facciale» e, dopo mesi di esperimenti, esami, prove e interpretazioni su segmenti ossei, resti di zigomi, orbite sfumate di spoglie spesse come sfoglie, residui che sembrano reliquie, ecco venir fuori, con tutti i legittimi dubbi del caso, i tratti di un viso attribuito a un quasi sessantenne alto un metro e ottanta, asciutto, «chiaramente avvicinabile al tipo caucasico», come scrive il mago, pardon il perito iscritto al tribunale di La Spezia come «archeologo e antropologo forense». È con lui che ha lavorato il colonnello dei carabinieri di Enna Baldassare Daidone, immerso nel cold case riaperto con la speranza affidata alla traccia virtuale, diffusa come il Wanted di uno sterminato Far West.

Senza eccessive illusioni, considerato quel riferimento all'aggettivo caucasico con cui si dovrebbe cercare, stando a qualche enciclopedia, una persona d'incarnato roseo discendente dai superstiti dell'arca di Noè. Ma quella foto inquietante potrebbe provocare un segno, un dubbio, l'indicazione di qualcuno che può aver conosciuto l'uomo recuperato senza volto, «saponificato» come si annota nel macabro verdetto dei referti di medicina legale. Proprio come accadde nel famoso romanzo di Martin Cruz Smith che nel 1983 diventò un film mozzafiato, «Gorky Park». Certo, lo sfondo è una Russia ben diversa dal cuore della Sicilia. Ma anche vicino al laghetto ghiacciato del Gorky Park vengono trovati, sepolti dalla neve, i corpi di tre giovani ai quali sono stati raschiati i volti e cancellate le impronte digitali.

E se in letteratura entrano in scena l'ispettore Renko e il ricostruttore facciale professor Andreev, gli stessi ruoli nella realtà finiscono per ricoprire il colonnello Daidone e il professor Borrini. Con il primo che usa le pinze: «Ricordo le ricostruzioni al computer del volto di Bernardo Provenzano, quando era ancora latitante e non mi pare che rispondessero molto, pur partendo da alcune vecchie foto...». E con Borrini che esalta nella sua relazione il software ignorato da Martin Cruz Smith perché trent'anni dopo questa diavoleria sarebbe «in grado di elaborare, mediante funzioni discriminanti, le misure del cranio e delle ossa lunghe di un soggetto ignoto confrontandole con un ampio database comprendente diverse popolazioni e gruppi umani». Ma l'unica certezza ottenuta attraverso una Tac eseguita a Catanzaro è «la presenza di osteoartriti su alcune costole e sul femore sinistro». Quanto basta per potere sospettare che l'uomo ancora senza nome forse zoppicasse. Poco per inquietare davvero chi uccise.

Felice Cavallaro
31 marzo 2013 | 10:14

Le ultime lettere di Moro. Sui fogli i segni delle lacrime

Il Messaggero
di Laura Larcan


Le parole che appaiono ricalcate come a voler ribadire un concetto chiave, o mosse da alcune sbavature, forse per quelle lacrime che avrebbero bagnato la carta nell’atto di scrivere i suoi pensieri estremi e accorati. La grafia ordinata e perfettamente leggibile, dove a tratti fanno breccia una cancellatura o una correzione, sempre mirata a raffinare i messaggi. La leggera curva che la scrittura compie a fine riga, forse per aver scritto poggiando il foglio sulle ginocchia.


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O il tiepido nervosismo che trapela dall’andamento irregolare delle frasi. A trentacinque anni dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978), l’Archivio di Stato di Roma diretto da Eugenio Lo Sardo, offre la possibilità di «vedere» per la prima volta le lettere di Aldo Moro scritte quando fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse per 55 giorni, e che fanno parte del fascicolo delle carte giudiziarie del processo. È stato pubblicato, infatti, il volume «Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia» a cura di Michele Di Sivo, che propone eccezionalmente non solo tutte le immagini in alta risoluzione delle missive, ma anche la loro trascrizione, completa di integrazioni.

L’OPERAZIONE

Una monumentale operazione editoriale che sarà presentata ufficialmente il prossimo 8 maggio presso la Biblioteca Alessandrina dell’Archivio romano. Si tratta del corpus di undici lettere consegnato il 9 maggio del 2011 dall'Archivio della Corte d'Assise di Rebibbia all'Archivio di Stato di Roma, nell'anniversario dell'assassinio di Moro scelto come giornata della memoria delle vittime del terrorismo. Lettere che, per le gravi condizioni della carta di pessima qualità, sono state prima restaurate nei laboratori dell’Icpal, poi mostrate al pubblico nel maggio del 2012 sempre nelle sale dell’Archivio di Stato. Ma a queste, sono state aggiunte tre lettere originali, mai mostrate prime: «Le carte dei diversi procedimenti processuali sul rapimento e l’assassinio sono oggetto di studio, un lavoro appena

intrapreso che ha già dato dei risultati - avverte Michele Di Sivo - le tre lettere sono state recentemente individuate, fanno parte degli atti del processo sul sequestro, e devono essere ancora restaurate». In tutto quindi vengono presentate quattordici lettere, per cinquantuno fogli complessivi, di cui dieci scritte su fogli bianchi extra strong (la famosa lettera alla Democrazia cristiana), mentre le altre sono su fogli di pessima qualità, bassa grammatura, quadrettati. «Gli originali noti delle lettere, certamente recapitati dalle Brigate Rosse, risultano ventotto - scrive nel volume Di Sivo - Quelli qui presentati sono la metà. Il contenuto delle lettere nel loro insieme lo conosciamo grazie alla preziosa edizione di Miguel Gotor». Come sottolinea Di Sivo, il secondo gruppo di tre lettere è costituito da 15 fogli. La prima lettera è rivolta all’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo del 1978.

GLI APPELLI

Qui Aldo Moro scriveva in chiusura di lettera «Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose». Le altre due sono rivolte al segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini. Il 4 aprile, Aldo Moro ribadisce nella missiva: «Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un pò diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la D.C., avendo dato sempre con generosità». E venti giorni dopo (24 aprile) torna a scrivere sempre a Zaccagnini: «Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio». Tre lettere vergate su fogli di formato A4 a quadretti con penna blu.

La missiva indirizzata a Cossiga, la prima in odine cronologico, è, per Michele Di Sivo, un documento di eccezionale importanza: «Molto delle modalità di creazione, riproduzione, gestione degli scritti di Moro in quei giorni si può osservare addensato in questa lettera, che condizionò tutte le vicenda successive - scrive Di Sivo nel volume - la frattura sulla questione della trattativa, il pericolo di rivelazioni di segreti di stato o di notizie riservate, l’affermazione della non attribuibilità a Moro di quei testi, la tattica della svalutazione dell’ostaggio da parte del Ministero dell’Interno, l’azione dei brigatisti volta a distruggere la statura politica e la moralità personale di Moro e la loro gestione degli scritti finalizzata all’immediata destabilizzazione del quadro politico». Ed è in una delle lettere a Zaccagnini che Moro scrive l’esortazione scelta come titolo del volume «Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani».



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Le ultime lettere di Moro: sui fogli i segni delle lacrime

Questa lettera fu scritta intorno al 19 aprile 1978: è rivolta al segretario della Dc ZaccagniniQuesta fu scritta il giorno di Pasqua, il 26 marzo 1978, al Presidente della Repubblica Francesco CossigaIn questa missiva alla Dc sono state trovate tracce di lacrima


Sabato 30 Marzo 2013 - 14:54
Ultimo aggiornamento: 19:22

Viaggio a Bettola, il paese dello smacchiatore fallito. Dove ti dicono: non è il suo mestiere

l’intraprendente
di Federica Dato


Giornata Intraprendente nella terra emiliana dove è nato Bersani, tra la piazza e le osterie. «È ossessionato da Berlusconi», «non è un leader», «dovevano lanciare Renzi». E anche chi lo sostiene...



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Non tutte le strade portano a Bettola. A Bettola ci arrivi tagliando a metà i campi, tuffandoti di testa in viali incorniciati d’alberi e in quelle vie che sono semplicemente vie di asfalto, per niente buone a nascondere storie e segreti. Qui, in quest’angolo di Emilia, ci arrivi chinando il capo alla tradizione contadina e a un accento capace di non farti capire nulla di quel che ti viene detto mentre ti innamori di una cantilena. E ci arrivi, qui, mentre piove abbastanza da farti intuire che non ha intenzione di smettere, dopo trenta minuti di irresistibile viaggio in cui c’eravate tu, la tua monovolume e Dio, ammesso ce ne sia uno.

Per scoprire che lo smacchiatore fallito sta tutto nella giostra immobile, ferma, in pausa da se stessa, sistemata nella piazza del paese che gli ha dato in natali. Statica, in attesa che il cielo smetta di pianger acqua, nel fine settimana che i ristoratori aspettavano da tanto e che, invece, ha riservato loro l’amara sorpresa di incassi deboli, troppo deboli. Il meteo non li ha aiutati, dicono sospirando. Pier Luigi Bersani per il suo incasso debole, o sconfortante che dir si voglia, non può nascondersi dietro un temporale. La sua caduta libera non ha preso il via con una tempesta, bensì con piccoli e continui smottamenti iniziati una quindicina di anni fa, quelli che corrispondono alla crisi da cui la sinistra non riesce a uscire e al Pier incapace di governare (la nazione come il partito) e pure di lasciare.

Le strade sono deserte, a Bettola. Nel primo bar in cui inciampiamo la politica non è ben accetta, l’umore è fiacco e di discussioni e nostalgie non ha voglia nessuno. Nessuno tra i tre clienti aggrappati al bancone. Poco più in là è tutta un’altra storia. Un omone di quasi due metri varca la soglia all’urlo di «vuoi vedere che Napolitano si dimette». L’ha detto in dialetto, chi può immagini il suono che non sappiamo riportarvi. Eccola, la partita è sul piatto, eccoli i bettolesi intorno allo stesso tavolo eppure divisi, affettati, dalle opinioni. L’aria è quella dei villaggi antichi, quelli che il fascino è immaginare chi ci vive da sempre, che la senti quasi fosse tangibile, la conoscenza reciproca e profonda di chi popola le case.

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Uno di loro ha votato PdL, lo ha fatto perché di «sinistra non lo è buona parte del Comune. Ora poi non ha capito quali sono le priorità italiane, Bersani. Ancora a parlare di conflitto di interessi, lo sappiamo tutti che non gli piace Berlusconi. Che faccia tutte le leggi che vuole in merito, ma dopo aver affrontato i guai seri». Bettola parla e la voglia di parlare è di parecchio superiore alle aspettative: meno di dieci minuti e il nostro tavolo è diventato anche quello di un pensionato, del proprietario del locale e di due avventori. Scherzano e si rispettano. Chi ha votato lo smacchiatore c’è. Snocciola amarezza e delusione, individuando l’errore: «Non ha detto le cose giuste, neppur una.

La verità è che avrebbe dovuto tirar fuori una forza, un’aggressività, che in realtà non ha, questione di carattere». Ci tiene a sottolinearlo, che per lui «è il più onesto lì dentro, solo che non è il suo mestiere, non è un leader. Tanto che l’altro giorno suo cognato diceva che alla nuova consultazione con Napolitano non c’è mica tornato lui, ci ha mandato un altro». Al suono onestà c’è chi alza le mani. Lui, che chiarisce di non essere un «compagno», è uno di quelli grandi abbastanza da averlo visto «nascere. Io alzo le mani perché non ci giurerei, né in senso negativo né in positivo. Quando era candidato sindaco io l’ho votato. Alle primarie dovevano lanciare Matteo Renzi».

Tutti concordi su un punto: quando era al governo per Bettola non ha fatto nulla. Insomma, da queste parti, parti in cui alle ultime politiche ha trionfato il Cav., al Pier non viene perdonato quel che non gli perdona mezza Italia e pressoché tutto il Nord: l’aver avuto la possibilità di fare, di mutare se stesso, le cose e i democratici, e non averla sfruttata. Bettola è un posto carino, attraversato da un fiume. È uno di quei posti che un paio di giorni d’estate ti riprometti di tornarci, anche se poi non lo fai. Bettola è il luogo dello sconforto di chi ha smesso di credere. Ché qui allo smacchiatore (fallito) non crede più nessuno. Perché quello che ci crede di più è lo stesso che ti dice semplicemente che «non è il suo mestiere».

Non fa i saldi, ma vende stock sottocosto: è evasione

La Stampa


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Un commerciante al dettaglio riceve due avvisi di rettifica IVA con i quali il Fisco vuole recuperare a tassazione ricavi ritenuti non contabilizzati in relazione a due fatture per operazioni di vendita a stock in apparenza contrarie a “ogni principio di gestione commerciale”. Alla fine di un lungo contenzioso, l'Agenzia delle Entrate del Territorio fa ricorso in Cassazione asserendo che in mancanza di prova contraria, la Commissione tributaria aveva disatteso la presunzione di esistenza di ricavi non contabilizzati occultati mediante vendite a stock per prezzi illogicamente inferiori; la contribuente aveva venduto i beni non tramite i più remunerati “saldi” di fine stagione ma “a stock” dopo averli acquistati poco tempo prima a prezzi notevolmente superiori; le vendite in contestazione vedono come acquirente la contribuente in quanto proprietaria di un altro negozio. La Suprema Corte ritiene fondati i motivi di ricorso dell’Agenzia delle Entrate censurando la decisione dei Giudici di merito che avevano rifiutato la prova presuntiva offerta dall’Amministrazione finanziaria ancorchè dotata di precisione, gravità e concordanza in ragione dei numerosi e univoci fatti rappresentati durante il processo.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/non-fa-i-saldi-ma-vende-stock-sottocosto-evasione