mercoledì 27 marzo 2013

Cina, scoppia la bufera Apple “Arrogante alzare i prezzi qui”

La Stampa

Il Quotidiano del Popolo accusa Cupertino di «fornire un servizio post vendita più caro che nel resto del mondo». Ma sul twitter cinese c’è chi difende l’azienda della mela


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In Cina il Quotidiano del Popolo ha sferrato un duro atacco alla Apple. L’organo del Partito Comunista, in un editoriale dal titolo «Abbattiamo l’arroganza senza pari della Apple», ha criticato l’azienda di Cupertino dopo che la tv locale Cctv l’ha accusata di fornire un servizio post-vendita ai clienti cinesi a prezzi più alti che nel resto del mondo.

L’atteggiamento della Apple è stato più volte definito discriminatorio dai media cinesi e il Quotidiano del Popolo nell’editoriale utilizza termini come «disonesta», «avida» e «arrogante», riferisce agichina24.it. L’attacco alla Apple muove da quella che il Quotidiano del Popolo definisce il «tradizionale senso di superiorità degli occidentali». «Perché mai un Paese orientale in via di sviluppo», si chiede retoricamente il quotidiano, «dovrebbe meritare lo stesso servizio clienti dei Paesi occidentali?». E ancora: «Se offendere i clienti cinesi riduce i costi, perché non farlo?».

La polemica contro la Apple ha trovato sfogo anche on line, con gli utenti di Weibo, il Twitter cinese, che sulla piattaforma di microblogging hanno difeso l’azienda della mela morsicata e attaccato, invece, il maggiore quotidiano cinese. « È il Quotidiano del Popolo a essere arrogante -scrive uno di loro- hanno perso la sfida con la Apple, criticandola con un linguaggio da Rivoluzione Culturale». Uno di loro prova a fornire un’idea sulla motivazioni dello scontro: «la Apple fa pubblicità solo sulle tv locali, ma non su Cctv», in riferimento al servizio andato in onda a metà marzo che ha contribuito a rinfocolare le polemiche tra la Cina e il gruppo californiano.

Chi ha ucciso veramente bin Laden?

Il Giornale.it

Orlando Sacchelli


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La fine di Osama bin Laden è piena di lati oscuri. E forse il mistero rimarrà per sempre, alimentando la dietrologia. In un articolo intitolato “Chi uccise realmente bin Laden?”, il sito della Cnn ripercorre il racconto di uno dei membri delle forze speciali che in un’intervista al mensile Usa Esquire il mese scorso aveva detto di essere entrato per primo nella stanza dove bin Laden era in piedi con un mitra “a portata di mano” e di avergli quindi sparato alla testa, due volte, prima che lui potesse aprire il fuoco.

Il militare, che per proteggere il suo anonimato nell’articolo veniva indicato come “the shooter”, colui che materialmente aveva premuto il grilletto, diceva di aver lasciato le forze armate nel settembre scorso, perdendo la copertura sanitaria e la pensione. Ma ora spunta una nuova versione: un membro del “Team 6“, il gruppo che partecipò al blitz, racconta che a salire le scale verso il secondo piano della villetta di Abbottabad furono tre Seal, il primo dei quali, il “point man”, vedendo lo sceicco affacciarsi dalla porta della sua stanza aprì il fuoco, colpendolo alla testa. Subito dopo il “point man” entrò nella stanza, e immobilizzò le due donne che vi si trovavano, nel timore che potessero avere indosso delle cinture esplosive.

Gli altri due compagni lo raggiunsero e vedendo bin Laden in terra lo finirono con dei colpi di arma da fuoco al torace. Una scena sicuramente molto meno “epica” di quella raccontata a Esquire. E’ molto simile alla prima emersa in un libro dal titolo “No Easy Day”, scritto dall’ex Seal Matt Bissonette. Secondo la fonte di cui parla la Cnn lo sparatore non avrebbe lasciato volontariamente le forze armate, ma sarebbe stato cacciato essendo andato in giro nei bar di Virginia Beach, dove hanno sede i Seal, a vantarsi del suo ruolo nel raid. Al di là delle diverse versioni (per ora siamo a tre) la Cnn conclude citando le parole che il comandante del Team 6 avrebbe detto al presidente Obama pochi giorni dopo il raid: “Non importa chi sia stato a premere il grilletto, ciò che importa è ciò che abbiamo fatto tutti insieme”.

Facebook sa che sei gay prima di te

Corriere della sera

di Olga Mascolo *


Specchio specchio delle mie brame, chi è che è gay in questo reame?


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Forse un giorno potremmo ritrovarci a interrogare il nostro account di Facebook in questo modo. Per il momento c’è una storia su Buzzfeed, che ci porta a riflettere: Matt, ragazzo statunitense omosessuale non dichiarato si è reso conto che Facebook sapeva della sua omosessualità prima ancora che egli stesso facesse coming out, e l’ha denunciato in un’ email al sito di informazione americano.

Com’è possibile?
Scrive Matt nella lettera a Buzzfeed:

Come molte persone LGBT (lesbian-gay-bisex-transgender) sanno, il segreto più accuratamente custodito è la sessualità. Qualche notte fa ho mandato un messaggio a un mio amico chiedendogli consiglio su come fare coming out. Il giorno dopo mi sono svegliato con un “suggerimento”, ovvero uno spot selezionato sulla mia pagina Facebook: “Coming out? Bisogno di aiuto?” Mi sono chiesto: come faceva Facebook a sapere che quella pubblicità poteva fare al caso mio?

Non solo. Prima di quel messaggio Matt aveva cliccato dei “mi piace” sulla pagina fan di un locale gay friendly da lui frequentato e la pagina fan di un politico a favore del matrimonio gay.  Buzzfeed ha poi indagato all’interno del suo stesso sito se fosse possibile trovare delle altre tracce di Matt, con l’esito di due commenti a favore del matrimonio gay. Grazie ai like, e grazie alla nostra attività sul social più discusso in termini di privacy, Facebook diventa uno specchio in cui si crea un’immagine riflessa di noi. Un’immagine non così interessata a conoscere i nostri gusti sessuali, ma piuttosto a proporci una pubblicità efficace perché basata sui nostri interessi.

E qual è l’algoritmo che si nasconde dietro Facebook? Molto probabilmente lo stesso che si nasconde dietro Gmail – che scansiona i testi delle nostre email (textmining) – o dei siti di acquisti (come Amazon, Ebay, Yoox, per esempio) che tengono traccia delle nostre ricerche, dei nostri “cookies”, in modo da confezionare una pubblicità personalizzata. Inoltre, proprio lo scorso febbraio Facebook ha annunciato una partnership con due grandi collettori di dati di consumatori, Acxiom e Datalogix, due delle nove compagnie sotto inchiesta da parte della commissione federale dei consumatori (Federal Trade Commission) per verificare in che modo sono ottenuti i dati sui consumatori.

La nostra privacy è in pericolo, è vero, ma non è solo Facebook a metterla a repentaglio, bensì tutto il nostro comportamento di ricerca in internet, anche su altri canali: Google, Yahoo, i browser che tengono traccia del nostro “surfing” sul web, Twitter, le app su smartphone. Facebook è “solo” una parte, seppure consistente, del potenziale pacchetto stalking che oggi come oggi sono internet e la tecnologia correlata. Le soluzioni sono due: o ci si ritira su di un’isola deserta, oppure, in un atteggiamento meno estremo, si ritorna a usare il buon vecchio metodo della conversazione faccia a faccia.


* Sono giornalista freelance, con un blogue simpatico. Sono specializzata in social media, nel loro utilizzo e nella loro critica. Ho studiato a Londra. Scrivo da un po’ (ho cominciato con le pagine di “a” alle elementari). Ho iniziato a collaborare con il Corriere per le Olimpiadi di Londra 2012.

Twitter @OlgaMascolo

Marketing online, se il bombardamento pubblicitario è dannoso

Corriere della sera

Il retargeting se usato scorrettamente diventa persecutorio. Ma gli esperti: «Alla lunga è controproducente»

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Lo chiamano retargeting o behavioural targeting. Che, tradotto, significa: dopo aver cliccato su un annuncio o banner, ce lo si ritrova su qualunque indirizzo si finisca. Complici anche i siti di streaming, i social game e i siti pornografici, che traboccano di annunci di ogni tipo su cui, a volte, si finisce senza nemmeno volerlo. Basta un attimo di distrazione e inizia l’operazione retargeting. Per sviluppare questo tipo di re-marketing (così lo chiama Google) in questi ultimi anni sono nate molte agenzie pubblicitarie specializzate che sfruttano algoritmi e particolari ad-server, per raggiungere nuovamente un utente che ha acceduto al sito di e-commerce senza aver acquistato. Il tutto con l’obiettivo di riproporgli il prodotto o di presentargliene di simili.

COME DIFENDERSI - Lo abbiamo visto nelle puntate precedenti di questa inchiesta. In alcuni casi queste strategie di marketing, se usate in maniera impropria, diventano vere e proprie forme di stalking. E c'è chi ci casca, fin quasi a diventarne dipendente. Il fenomeno è iniziato negli Usa ma si sta diffondendo anche da noi. La blogger del New York Times Julie Matlin lo denunciò già qualche anno fa. E scrisse: «Per mesi ogni sito che visitavo mi mostrava quelle scarpe. Credo sia un buon strumento di marketing, ma dopo un po’ diventa decisamente creepy viscido». A spiegare il meccanismo fu anche il Wall Street Journal.

Se infatti l'utente segue il link come Alice con il Bianconiglio, attraverso uno studio su oltre 50 tra i più importanti siti web degli Stati Uniti che avevano installato questi annunci “rileva tracce”, venne fuori che non era segnalata in alcun modo la presenza per avvertire il consumatore. Ma non solo. Secondo molti osservatori per difendersi da queste intrusioni basta disattivare i cookies. In realtà - avverte ancora il WSJ - non basta. La “tracking technology” si sta facendo sempre più raffinata e va ben oltre i cookies passando in tempo reale cosa fa una determinata persona su una pagina web per scoprirne la posizione geografica, il reddito, le sfere d’interesse e persino le condizioni mediche.

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GIRO DI AFFARI - Informazioni molto appetibili. Che hanno fatto fiorire una serie di agenzie specializzate con giro di affari da capogiro. «I pubblicitari vogliono comprare l’accesso alle persone, non più solo alle pagine web», ha dichiarato Omar Tawakol, Ceo di BlueKai, una delle società leader nel mercato dei “data exchanges”. E la legge negli Usa permette a queste società di operare indisturbate, così come in Europa il problema non viene affrontato. In realtà Oltreoceano ci si è anche resi conto che questo tipo di pubblicità alla lunga è dannosa e la sua presenza sui siti americani è diminuita. Ma il fenomeno sta prendendo piede anche in Italia. E in molti casi le agenzie italiane hanno ereditato i vizi di quelle americane incorrendo nello stesso errore e finendo per percorrere una strada poco produttiva nel lungo periodo.

L'ILLUSIONE DELLA QUANTITA' - Ne è convinto Giuliano Noci, ordinario di marketing del Politecnico di Milano che sul tema, insieme sociologo Mario Abis, analizza i processi di convergenza media, dal punto di vista tecnologico e sociale. Il motivo? «Pop up e banner finiscono per coprire il contenuto dei siti. Le campagne a tappeto inevitabilmente finiscono per non essere mirate». Nonostante gli obiettivi iniziali, le pubblicità non sono per nulla coerenti con il profilo dell'individuo cui si rivolgono e con il contesto in cui sono veicolate. «Il sistema pubblicitario non si è ancora strutturato per offrire agli inserzionisti delle strategie e delle modalità adeguate». E non è finita. «A questo difetto di fondo si aggiunge anche il proliferare di contenuti gratuiti cui soprattutto editori associano spesso una sovrabbondanza di pubblicità, pensando così di rendere sostenibile economicamente il tutto. Ma si tratta di un'illusione», conclude Noci.

Marta Serafini
@martaserafini26 marzo 2013 (modifica il 27 marzo 2013)

Siamo ancora ad Andreotti?

Corriere della sera

Che senso ha leggere oggi l'antibiografia del Divo Giulio

Siamo ancora ad Andreotti? Nella primavera del 2013, aspettando un governo che non arriva, che senso ha leggere un libro come Andreotti, il papa nero, (l'antibiografia del Divo Giulio) scritto da Michele Gambino (Manni editore, 16 euro)? Forse nessun senso, se non per mero valore storico. Forse molto senso perché in tanti, dalle nostre parti, tendono a dimenticare. E chi dimentica il passato rischia di non capire bene il presente. O di perdersi particolari importanti.

La storia di Andreotti è lo specchio della storia d'Italia degli ultimi 50 anni. Una storia spesso confusa, ancora oggi piena di misteri e contraddizioni. Una storia che affonda le sue radici nello sbarco delle truppe Usa in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale (con l'aiuto della mafia) e arriva alla caduta del muro di Berlino; una storia che si snoda da Sindona a Moro, dall'uccisone di Mino Percorelli a quella del generale Dalla Chiesa, dai militari golpisti alla potentissima P2 di Licio Gelli, dai palazzinari romani ai mafiosi che fanno affari nella Capitale.

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Su questo potente e drammatico sfondo, descritto in maniera efficace da Gambino, si svolge la storia umana e politica di Andreotti, il politico italiano pin longevo, sette volte presidente del Consiglio. L'autore scava dentro quella storia, cercando prove documentate, studiando a fondo quelle carte di cui tutti hanno parlato ma che pochi hanno letto. Tracciando un profilo politico, umano e religioso di questo personaggio di cui si è detto e scritto molto («Mi è stato attribuito di tutto, tranne le guerre puniche» come ama ripetere lui stesso) e consegnandoci alla fine non solo la storia di Andreotti ma la storia di quello che siamo diventati oggi.

UNO SPECCHIO DELL'ITALIA - Che Andreotti sia il personaggio più longevo e controverso della storia italiana è risaputo, così come è noto che siano stati accertati - almeno fino al 1980 - i suoi rapporti con la mafia. Altrettanto nota è la sua amicizia sincera con molti pontefici e la sua generosità con i più deboli che per anni hanno bussato alla sua porta. Nota la sua inimicizia storica con la sinistra così come il suo impegno per la nascita del primo governo appoggiato dai comunisti.
Un personaggio composito, difficile da capire e incasellare.

Meno note le misteriose zone di confine (o ancora più sconosciuta la struttura «Noto servizio» che pare dipendesse direttamente da lui) in cui pezzi dei servizi segreti e delle gerarchie militari hanno svolto compiti di copertura e depistaggi subito dopo la fine della guerra e in cui l'attuale senatore a vita (a quei tempi giovane sottosegretario) pare avere avuto un ruolo più che centrale.

«Una dimensione che egli potrà praticare da una posizione di privilegio: dal 1959 al 1974 gli anni cruciali delle schedature illegali, delle deviazioni, dei patti scellerati tra servizi e neofascismo - scrive Gambino - dei generali infedeli promossi ai vertici delle gerarchie, della strategia della tensione, Andreotti è ministro della Difesa per ben otto volte, con sei diversi presidenti del Consiglio. Di fatto, il ventre molle delle istituzioni preposte alla sicurezza si forma sotto la sua gestione politica».

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Il profilo dell'Italia di Andreotti che esce dalle pagine del libro di Gambino è quello di un Paese che ha agito per molto tempo su due binari, uno trasparente e uno nascosto. Un'esigenza storica - quella degli Usa, vincitori della guerra e salvatori della patria che devono allontanare il pericolo dell'avanzata del comunismo sovietico in uno dei paesi europei con il partito comunista più forte - che pare essersi innestata (nel caso di Andreotti) nell'immagine di un uomo apparentemente innocuo ma potentissimo, insondabile e distante, capace «di accumulare enormi quantità di fondi occulti per mantenere il potere».

UNA DIMENSIONE FILOSOFICA - Un uomo che ha dovuto mantenere il potere - suggerisce Michele Gambino nella suggestiva immagine tratteggiata nelle pagine in cui lo paragona al Grande Inquisitore di Dostoevskij dei Fratelli Karamazov - in nome di «una missione più alta»: gli uomini non devono cercare la verità. «Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta - fa dire Paolo Sorrentino nel suo film Il Divo al magistrale Toni Servillo che interpreta Andreotti - e invece la verità è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta».

Sotto questa luce il lunghissimo passaggio del sette volte presidente del Consiglio dentro la biografia del Paese non è più solo quello che può sembrare ma - scrive Gambino - ecco che «le ombre terribili della sua storia assumono una dimensione quasi filosofica in una visione senza speranza per il mondo...i discendenti del Grande Inquisitore hanno bisogno di uomini che esercitino il potere per loro conto, che governino in loro nome quel gregge di esseri fragili, deboli, corruttibili, chiamati uomini».

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PERCHE' LEGGERE - «Certo non è Andreotti ad aver modellato così il Paese. Ma il Paese così com'è, somiglia in maniera impressionante ad Andreotti. La corte dei miracoli che lo ha circondato per decenni - mafiosi e fascisti, palazzinari e massoni, banchieri amici e cardinali poco spirituali, faccendieri e boiardi - è la crema a rovescio del Paese, l'emblema del peggio che diventa classe dirigente all'ombra di un uomo capace di tenere tutti i fili in mano, grazie alla sua rabdomantica conoscenza della debolezza umana, alla sua capacita di manovrare nell'ombra, al suo fare della furbizia una virtù da "Bagaglino". Forse l'Italia sarebbe stata quel che è senza Andreotti, ragioni storiche sono lì a dimostrarlo, ma non poteva essere migliore con Andreotti, perché Andreotti è stato - primo e più a lungo di chiunque altro - il grande sciamano della mediocrità italiana». Ecco perché (forse) ha senso nella fredda primavera del 2013 leggere questo libro. Perché ci aiuta a capire un po' meglio perché viviamo questi strani giorni.


Iacopo Gori
IacopoGori27 marzo 2013 | 11:38

Effetto Cipro, la bolla della moneta elettronica

La Stampa

Dopo l’allarme sui prelievi, gli investitori puntano sul “bitcoin” che triplica il suo valore
gabriele martini


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Sui forum in rete lo chiamano «effetto Cipro». Per altri è una colossale bolla speculativa. Venerdì 1 marzo 2013 un bitcoin valeva 25 euro. Un’era fa. Ieri la moneta elettronica che non lascia tracce viaggiava sopra i 60 euro. In poco più di tre settimane il valore totale dei bitcoin in circolazione ha superato quota 800 milioni di dollari, quasi quanto vale il gruppo Rcs in Borsa e la metà di quanto capitalizzano le assicurazioni Fondiaria Sai. Ora anche il Dipartimento del Tesoro Usa vuole vederci chiaro. 

In principio fu il sogno cyber-anarchico di una moneta indipendente da qualsiasi autorità. Niente Stato, niente banche, niente inflazione. E, soprattutto, nessuna tracciabilità. Oggi la valuta libertaria creata nel 2009 non è più (solo) lo strumento per fare acquisti su siti poco raccomandabili. Le start-up fanno a gara per permettere transazioni in bitcoin su conti correnti bancari della Silicon Valley. Giganti del web come la community Reddit, la piattaforma di blog WordPress e il sito di condivisione file Mega hanno introdotto i pagamenti in bitcoin. Mt.Gox, la principale borsa di scambio della moneta elettronica, ha stretto una partnership con CoinLab per le transazioni in dollari. 

Sarà la sfiducia nelle banche, l’incertezza dei mercati o la minaccia di prelievi forzosi sui depositi. Sta di fatto che sempre più persone scelgono il risparmio fai-da-te. La novità è che il pc soppianta il vecchio materasso. Gli indizi ci sono. Nei giorni in cui l’Europa imponeva a Cipro un prelievo forzoso sui conti correnti (poi limitato ai depositi sopra i 100 mila euro) in Spagna tre applicazioni per gestire bitcoin scalavano le classica dei download. 

«Un risultato del tutto prevedibile e razionale se pensiamo a quello che è successo a Nicosia», ha spiegato a Bloomberg Nick Colas, analista del gruppo ConvergEx. Gavin Andresen, chief scientist di Bitcoin Foundation, conferma l’impennata di richieste dall’Europa: «La prova è che il prezzo del bitcoin sui siti di cambio europei da giorni sale più velocemente che nel resto del mondo». In Italia la corsa al bitcoin stenta a decollare. Ma c’è chi non perde tempo. In rete il suo nickname è “HostFat”: 29 anni, programmatore informatico in Emilia Romagna.

«Ho investito 2.500 euro in bitcoin – racconta - e ogni mese cerco di convertire il 20% del mio stipendio». Bankitalia non si sbilancia: «Il fenomeno è alla nostra attenzione, ma è troppo presto per trarre conclusioni». Certo, la quotazione resta molto volatile. A metà marzo è bastato un bug informatico per scatenare il panico e una raffica di vendite che hanno prodotto un crollo temporaneo del 20% del valore. Il lavoro degli sviluppatori procede a ritmo serrato. L’accesso è sempre più semplice e incessanti modifiche rendono meno rischiose le transazioni. Miracoli dell’open source, di fronte ai quali anche i cracker sembrano perdere colpi. 

Per l’universo dei bitcoin sono giorni di passione. Sul web i siti specializzati sono presi d’assalto da neofiti che sognano il guadagno facile. E c’è anche chi punta al grande salto dal mondo virtuale a quello reale. Il personaggio è bizzarro: si chiama Jeff Berwick, 42 anni, è un finanziere canadese. «Voglio installare un bancomat bitcoin-euro a Cipro per aiutare i cittadini», ha annunciato trionfante dalle pagine del suo sito. 

Il progetto è fumoso, ma interpellato via mail da La Stampa l’imprenditore risponde sicuro: «Non c’è alcuna legge che mi impedisce di farlo». L’impennata del valore del bitcoin ha sorpreso anche le autorità americane, da sempre le più attente al fenomeno. Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato un giro di vite contro il riciclaggio con nuove misure che riguardano le monete elettroniche: le società che gestiscono transazioni in bitcoin dovranno conservare un elenco delle operazioni effettuate e saranno obbligate a notificare importi superiori ai 10 mila dollari. Chissà se basterà a fermare la bolla.

Marò, Terzi si dimette e accusa Napolitano: prassi irrituale. E convoca Monti

Corriere della sera

Il ministro: «Non volevo tornassero in India». Di Paola (Difesa):«Facile lasciare ora». Rabbia della moglie di Girone

«Ero contrario a rimandare in India i marò, ma la mia voce è rimasta inascoltata». Per questo alla Camera, al termine dell'audizione urgente riguardante il caso dei marò di martedì 26, il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha annunciato le dimissioni. Un gesto che ha spiegato prospettando anche una pesante divergenza d'opinioni all'interno del Governo tanto che il premier Monti, a fine serata, in una nota puntualizza «sconcertato»: «Le sue intenzioni non mi erano state preannunciate, benchè in mattinata si fosse tenuta presso la presidenza del Consiglio , con la mia partecipazione, una riunione di lavoro con i Ministri Terzi e Di Paola. Le valutazioni espresse alla Camera dal ministro Terzi non sono condivise dal Governo». Monti ha poi assunto le funzioni di ministro degli Esteri a interim.

IL QUIRINALE: «IRRITUALI» - Sulle dimissioni c'è anche una nota del Quirinale che definisce «irrituale» il gesto di Terzi per il quale il Colle è «sconcertato e stupito». Il capo dello Stato, precisano fonti informate, non era stato informato delle intenzioni del titolare della Farnesina e ora attende il decreto di accettazione da Monti che riferirà sulla vicenda alle Aule nella giornata di mercoledì 27.

DI PAOLA: «FACILE ORA ABBANDONARE» Conclusa l'audizione di Terzi, alla Camera ha parlato il ministro alla Difesa Di Paola che al collega dimissionario ha indirizzato queste parole: «Sarebbe facile oggi lasciare la poltrona, ma non sarebbe giusto e non lo farò». Frase accolta dall'applauso corale dell'aula di Montecitorio. Terzi non applaude. «Non abbandonerò la nave in difficoltà con Massimiliano e Salvatore a bordo - ha proseguito - fino all'ultimo giorno di governo, verrei meno al senso del dovere delle istituzioni che ho sempre servito e alle scelte del governo che ho condiviso».

POLEMICHE IN AULA - Le dimissioni di Terzi inevitabilmente hanno acceso la tensione in Aula. «Speriamo che Monti sia assolutamente chiaro perchè il fallimento della credibilità internazionale è sotto gli occhi di tutti» è l'attacco del segretario Pdl Alfano a cui si accoda tutto il centrodestra. «Le dimissioni equivalgono a straordinario gesto morale» dice il vice presidente della Camera Lupi mentre l'ex governatore della Lombardia, ora senatore Pdl, Formigoni twitta: «Il governo chiarisca chi ha voluto rimandare i marò in India».

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LA RABBIA DELLA MOGLIE DI GIRONE - In Aula, seduta nelle tribune riservate ai visitatori, in mezzo a militari della Marina, c'era anche la moglie di Salvatore Girone. «Riportate a casa mio marito» ha urlato indirizzando la sua rabbia verso l'emiciclo. Oltre a lei, in tribuna era presente anche Franca Latorre, sorella dell'altro marò Massimiliano,

TERZI: «IO INASCOLTATO» - E' al termine dell'audizione alla Camera che Terzi spiega quanto fosse distante dall'idea di rimandare in India (per la seconda volta) i due fucilieri del San Marco. A palazzo Chigi (è la ricostruzione quasi «in diretta» di quei concitati momenti )«esprimo la mia riserva per la repentina decisione del loro ritrasferimento in India, la mia voce è rimasta inascoltata. Finalmente avevamo in patria i due fucilieri di marina». Poi, rispondendo ai rilievi di Monti («Non sono stato informato, nonostante avssi fatto riunione con Terzi)»), l'ex ministro degli Esteri ha precisato che «la decisione di anticipare le mie dimissioni in occasione dell'audizione alla Camera dei Deputati si è consolidata proprio dopo la riunione con il presidente del Consiglio Mario Monti e il ministro della Difesa».

«NIENTE PROVE ATTENDIBILI» - «È risibile e strumentale sostenere che la Farnesina ha agito per fatti suoi. Io ho dato informazioni a tutte le autorità di governo sugli aspetti critici del negoziato con l'India» sostiene Terzi che poi senza mezzi termini afferma che l'accusa ai marò italiani di aver sparato e ucciso i due pescatori indiani «non è mai stata suffragata da prove attendibili, mentre loro negano ogni addebito». Mentre riguardo alla recente decisione di trattenere in Italia i marò, approvata da tutti l'8 marzo, «tutte le istituzioni erano informate e d'accordo».

«SULL'AMBASCIATORE RITORSIONE» - Terzi è esplicito anche sulla «blindatura» dell'ambasciatore Mancini a Delhi: «La decisione indiana di sospendere l'immunità del nostro ambasciatore è stata interpretata come un atto di ritorsione che ha indebolito la legittimità del governo indiano, siamo davanti a una palese violazione della convenzione di Vienna». A fine intervento motiva le sue dimissioni con la vicinanza ai marò. «Mi dimetto perchè per 40 anni - ha precisato - ho ritenuto e ritengo oggi in maniera ancora più forte che vada salvaguardata l'onorabilità del Paese, delle forze armate e della diplomazia italiana. Mi dimetto perchè solidale con i nostri due marò e con le loro famiglie».



Marò, Terzi si dimette: «In disaccordo con il governo» (26/03/2013)


Marò, ministro Di Paola: «Mi scuso con le famiglie» (26/03/2013)


Marò: sui quotidiani indiani la notizia delle dimissioni di Terzi (26/03/2013)

Alessandro Fulloni
alefulloni26 marzo 2013 (modifica il 27 marzo 2013)

L'assessore Battiato torni a cantare

Corriere della sera

È riuscito a mettere d'accordo tutte le donne dell'emiciclo

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Trovare sulla stessa posizione Santanchè e Boldrini, Mussolini e Lanzillotta, non è facile, anzi è quasi impossibile. Soprattutto in un momento così travagliato per la politica italiana. Il miracolo è riuscito ieri a Franco Battiato, definito dalla neutrale Wikipedia «figura tra le più importanti, influenti e innovative di tutto il panorama cantautorale italiano». Per ottenere questo risultato l'artista siciliano è andato addirittura a Bruxelles e da lì, nel ruolo (senza compenso) di assessore al Turismo e allo Spettacolo della Regione siciliana, ha sobriamente accennato a «queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa», invitandole poi ad aprire «un casino».

Un insulto greve e gratuito verso le neoparlamentari. Poi per rimediare ha precisato che «ovviamente si riferiva a passate esperienze politiche», peggiorando, se possibile, la situazione. Uno scivolone intollerabile che peraltro arriva a pochi giorni da un'altra perla, questa volta parigina: prima di un concerto all'Opéra aveva definito la destra italiana come «una cosa che non appartiene agli essere umani». Non sappiamo come finirà questa incresciosa vicenda. Da più parti è stato chiesto un gesto forte al presidente della giunta siciliana Rosario Crocetta: costringere alle dimissioni il prestigioso assessore. E, sottinteso, che Battiato torni a fare solo il cantante così come ha chiesto con forza Daniela Santanchè. Che forse per la prima volta nella sua carriera politica ha messo tutti d'accordo.



Franco Battiato: «In Parlamento troie che farebbero di tutto» (26/03/2013)


Boldrini risponde a Battiato: «La dichiarazione è disdicevole» (26/03/2013)

Andrea Balzanetti
27 marzo 2013 | 7:25

La “Crusca” non si piega a Google

La Stampa

Insolita guerra di parole tra il colosso informatico e il Consiglio della Lingua svedese
stoccolma


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Insolita battaglia a colpi di «parole» tra Google e il Consiglio della Lingua svedese, costretto ad eliminare «ingooglabile» dalla lista dei nuovi termini in uso in Svezia. La polemica è nata nel dicembre scorso quando l’equivalente dell’Accademia della Crusca nel Paese scandinavo inserì nell’elenco dei neologismi «ogooglebar» come «qualcosa che non può essere trovato su Internet utilizzando un motore di ricerca». Immediata la reazione del colosso americano che chiese all’Accademia della Crusca svedese di essere citato espressamente nella definizione in quanto marchio registrato. 

Dai vertici del Consiglio della Lingua svedese, tuttavia, è arrivata risposta negativa dal momento che, ha spiegato la responsabile Ann Cederberg, «non abbiamo né il tempo né il desiderio di impegnarci in un lungo e prolisso processo che Google sta tentando di avviare». «Questo andrebbe contro i nostri principi e i principi del linguaggio», ha aggiunto, «Google ha dimenticato una cosa: lo sviluppo della lingua non guarda alla protezione dei marchi registrati». Da qui la decisione di eliminare direttamente la parola dalla lista.

Il Consiglio della Lingua, che rientra sotto l’autorità del ministero della Cultura svedese, non ha la facoltà di determinare quali siano le nuove parole ufficialmente accettate nel vocabolario ma riferisce solamente quali sono i termini più recenti che acquistano popolarità. 

(Agi) 

Bologna festeggia i 50 anni di Calimero

La Stampa

Il Future Film Festival dedica una rassegna al pulcino nero
milano


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Era il 14 luglio 1963 quando “un pulcino piccolo e nero” di nome Calimero apparse per la prima volta in tv all’interno di Carosello. Da allora sono trascorsi quasi 50 anni e per festeggiare il personaggio creato dai fumettisti Nino e Toni Pagot il Future Film Festival di Bologna, in programma dal 12 al 17 aprile, gli dedica una rassegna. 

L’omaggio a Calimero, a cura di Mario Serenellini, propone una ricca antologia che ripercorre le tappe più importanti della storia del personaggio: dagli sketch in bianco e nero di Carosello alle avventure a colori, fino alle prime prove della nuova serie in 3D in via di realizzazione tra Italia e Francia. La 15esima edizione del Future Film Festival dedica quindi uno spazio importante ad un personaggio entrato da tempo nella storia del costume e nella memoria collettiva italiana. 

Il gigante svizzero del caffè battuto dal nano piemontese

Francesca Gallacci - Mer, 27/03/2013 - 09:03

Il tribunale dà ragione alla Vergnano, le sue capsule sono compatibili con le macchine Nespresso: "E l'azienda straniera smetta di denigrarle"

Come il Davide italiano ti frega il Golia elvetico. Potrebbe essere raccontato così l'esito della battaglia legale tra la Vergnano, la più antica azienda italiana produttrice di caffè, e la multinazionale Nestlè, che grazie all'invenzione delle macchine Nespresso e delle relative capsule, è riuscita nel corso degli anni, a guadagnarsi un posto al sole in questo segmento di mercato, mettendo un po' in ombra uno dei primati italiani: quello che ci vede non solo grandi consumatori di caffeina, ma anche produttori di caffettiere, apparecchiature e tutto ciò che ruota attorno al rito della tazzina.


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Adesso, la rivincita per l'Italia arriva da Torino, dove il tribunale ha decretato la vittoria del Davide piemontese.
Per anni, tra la Nestlè e la Vergnano si è trascinata la guerra dell'espresso, combattuta a suon di cause, sentenze e sgambetti, in nome della compatibilità delle capsule. A dare fuoco alla miccia era stata la decisione presa dalla Vergnano nel 2011 di lanciare sul mercato le capsule compatibili con le macchine Nespresso, sfidando il dominio della multinazionale svizzera.

In precedenza avevano fatto la stessa scelta la marca americana Sara Lee, produttrice delle capsule «Or», e la Ethical Coffee, rimediando entrambe una citazione in giudizio dal colosso elvetico. A questa sorte non è sfuggita nemmeno l'azienda italiana, ma a mettere fine alla battaglia legale stavolta ha pensato il tribunale di Torino, che ha sentenziato in maniera inequivocabile: «Le capsule da caffè Vergnano sono compatibili con le macchine Nespresso».

Il tribunale ha anche ordinato alla Nespresso Italiana di «astenersi dalle attività denigratorie delle capsule prodotte da Vergnano» e di eliminare entro 60 giorni le «informazioni errate dalle istruzioni delle macchine per caffè espresso». Perché, a quanto pare, la Nespresso aveva l'abitudine di rimanere sul vago quando si trattava di parlare della compatibilità delle capsule concorrenti: presso alcuni punti vendita Nespresso di Roma, Bologna, Milano e Torino gli addetti descrivevano le sue capsule come «più o meno compatibili» se non proprio «da buttare».

Inoltre, i clienti molte volte venivano informati che le macchine del caffè a marchio Nespresso erano state modificate in modo da non funzionare con le capsule Espresso1882 della Vergnano, e che la relativa garanzia non aveva effetto se la macchina veniva utilizzata con le capsule Vergnano. Anche i libretti d'istruzione delle macchine, infine, chiarivano che l'apparecchio funzionava solo con capsule Nespresso Club.

Un approccio quasi alla Apple, l'azienda di Cupertino che proprio dell'incompatibilità dei suoi prodotti con il resto del mercato ha fatto il suo punto di forza. Solo che in questo caso la situazione non lascia spazio a dubbi: i brevetti di Nestlé non hanno come oggetto la capsula, ma solamente un sistema per la preparazione del caffè. Il Golia svizzero dunque deve rassegnarsi: le capsule italiane hanno diritto a essere commercializzate come utilizzabili sui sistemi Nespresso. La decisione, oltre che la Vergnano farà felici i consumatori più attenti al portafoglio: il caffè torinese può essere acquistato a un prezzo più basso (la cialda svizzera costa dai 35 ai 40 centesimi, quella piemontese 32) anche nei supermercati e presso la grande distribuzione.

Il mega attico del nunzio Viganò ora crea malumori

Fabio Marchese Ragona - Mer, 27/03/2013 - 07:40

Polemiche sull'alloggio di 250 metri dell'arcivescovo Viganò, che denunciò la corruzione in Vaticano

Un'abitazione di lusso all'interno della Città del Vaticano, ma senza un inquilino. Sta creando malumori tra vescovi e cardinali una nuova vicenda che vede come protagonista Monsignor Carlo Maria Viganò, ex segretario generale del Governatorato Vaticano, dal 19 ottobre 2011 nunzio apostolico negli Usa.


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L'arcivescovo varesino, salito alla ribalta delle cronache internazionali per la pubblicazione delle sue lettere a Benedetto XVI in cui denunciava casi di corruzione dentro le mura leonine, nonostante viva ormai da quasi due anni a Washington, avrebbe a disposizione dentro la Santa Sede (dove il prelato non ha più incarichi) anche un mega appartamento di circa 250 metri quadri situato a pochi passi dall'albergo «Santa Marta» dove il Papa ha deciso di continuare a vivere.

Si tratta della stessa casa dove il monsignore 72enne abitava mentre ricopriva l'incarico di segretario generale, quando cioè teneva in mano le chiavi delle casseforti della piccola città-stato. Promosso nunzio apostolico però, l'arcivescovo moralizzatore avrebbe quindi chiesto e ottenuto, grazie all'appoggio di alcuni alti prelati, di poter tenere a disposizione la casa, senza pagare l'affitto.
«Uno scandalo, molti ecclesiastici che avrebbero diritto a un'abitazione vivono fuori dal Vaticano, anche a proprie spese» commentano dentro le sacre mura; Viganò è infatti l'unico «ambasciatore» d'Oltretevere che gode di questo privilegio, con una casa inutilizzata più grande anche dell'appartamento papale di Castel Gandolfo (la residenza dove sta trascorrendo questi mesi di «clausura» Benedetto XVI è, infatti, di 230 mq su due piani).

Una vicenda che, vista la nuova ventata pauperistica portata da Papa Francesco, potrebbe creare non pochi problemi al monsignore, considerato da molti «il volto pulito della Santa Sede», ma che invece avrebbe approfittato di amicizie e favori per mantenere sotto il proprio controllo l'alloggio dentro al Vaticano. Viganò sperava, infatti, di rimanere nei Sacri Palazzi e ottenere (come gli sarebbe stato promesso) la nomina cardinalizia, per poter così succedere, quando sarebbe andato in pensione, al presidente del Governatorato, il Card. Giovanni Lajolo.

Ipotesi però sfumata, tanto che l'arcivescovo aveva considerato la promozione a Washington un vero e proprio allontanamento: in una lettera a Ratzinger datata 7 luglio 2011 il prelato diceva al Pontefice di essere «addolorato nel sapere che Vostra Santità condivide il giudizio sul mio operato, cioè che io sarei colpevole di aver creato un clima negativo al Governatorato, rendendo sempre più difficili le relazioni tra la Segreteria generale e i responsabili degli uffici». Una vicenda che non ha risparmiato colpi di scena e malumori come per il caso dell'abitazione in Vaticano; l'ennesima bufera sul monsignore che arriva dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del fratello dell'arcivescovo, Don Lorenzo Viganò.

In una delle lettere al Pontefice, l'ex segretario generale, chiedeva a Benedetto XVI di poter rinviare il suo trasferimento a Washington anche per potersi prendere cura del fratello sacerdote più anziano, «rimasto gravemente offeso da un ictus che lo sta progressivamente debilitando anche mentalmente». Motivazione seccamente smentita però dal diretto interessato: monsignor Viganò ha confermato che all'epoca viveva già negli Stati Uniti e che non aveva da anni più rapporti con il fratello arcivescovo che, per questioni di eredità, aveva anche denunciato la sorella Rosanna.

E il «caffè sospeso» sbanca in Bulgaria

Corriere del Mezzogiorno

A Sofia impazza l'abitudine partenopea di pagare una tazzina in più per uno sconosciuto. Ne sarà felice De Crescenzo


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NAPOLI – Chi l’ha detto che il «caffè sospeso» è un’abitudine solo napoletana? In tempo di crisi, diventa quasi un modello da esportare. Ecco quanto succede a Sofia: attraverso Facebook, un centinaio di bar in tutta la Bulgaria si sono organizzati e ormai godono di grande popolarità con questo servizio tutto partenopeo, ovvero quando un cliente oltre al suo caffè ne paga un altro per chi lo vorrebbe ma non ha i soldi per ordinarlo. Ne sarà contento Luciano de Crescenzo che alla «filosofia» tutta partenopea del caffè sospeso ha dedicato un libro nel 2008.

GARA DI SOLIDARIETA’ - La formula del «pago due prendo uno» si sta estendendo anche in alcune panetterie di Sofia dove in un'apposita vetrina viene raccolto il pane, già pagato dai clienti, da dare ai poveri. Gli scettici commentano su Facebook che della generosa idea del «caffè sospeso» godranno soprattutto i rom, che gironzolano per le città bulgare in cerca di refurtiva. Alcuni psicologi spiegano la nuova moda in Bulgaria con il senso di solidarietà sviluppatosi tra la gente nel corso delle manifestazioni di massa nelle ultime settimane contro il carovita, l'arbitrio dei monopoli e la corruzione dell'oligarchia politica che attanagliano il Paese balcanico.

Ma. Pe.26 marzo 2013

Il “vaffa...” al collega è reato E costa anche caro

La Stampa

La sentenza della Cassazione: un impiegato costretto a pagare 1800 euro


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Il «vaffa...» è un’ingiura e può costare una multa più il risarcimento dei danni alla parte civile. Anche se pronunciato in un clima «di grande confidenza tra le parti» come tra colleghi di lavoro. La Cassazione torna su un argomento dibattuto sul quale si sono susseguite varie sentenze, analizzando il caso di un uomo di 50 anni di Roma impiegato in un ufficio protocollo, che beccato a leggere il giornale al lavoro dal suo capo, un viceprefetto gli si era rivolto con quell’espressione,aggiungendo anche la «minaccia»: «Tu fammi licenziare e io ti uccido».
L’uomo si era rivolto alla Suprema Corte per cassare la sentenza del tribunale di Roma che in appello aveva confermato la condanna del giudice di pace.

A sua discolpa aveva sostenuto «la tesi della inoffensività delle espressioni e della natura goliardica delle parole pronunciate». Tesi alla quale la Cassazione non ha dato credito dichiarando inammissibile il ricorso, condannando quindi l’impiegato al pagamento delle spese processuali e quantificando il danno alla parte civile in 1.800 euro. Si era sollevato un gran coro di critiche quando nel 2007, la Corte aveva sdoganato il «vaffa...» con la sentenza 27966 con cui aveva assolto un consigliere comunale di Giulianova (Teramo) dall’accusa di ingiuria, perché aveva mandato a quel paese il vicesindaco durante un consiglio comunale. Salvo tornare sui suoi passi nel 2010 per confermare la condanna di un uomo che aveva mandato a quel paese i vicini di casa.

L'affondo di Battiato : «Troie in Parlamento» Boldrini: «Parole volgari, stento a crederci»

Corriere della sera

Durissimo intervento al Parlamento europeo provoca l'indignazione del presidente della Camera

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Bufera sul cantautore siciliano Franco Battiato per le parole choc pronunciate durante un incontro a Bruxelles. Intervenendo ad un convegno nella sede del Parlamento Europeo, nelle vesti di assessore al turismo della Regione Sicilia, il maestro non ha usato mezze misure per attaccare il malcostume imperante nella politica italiana. Questa la frase incriminata: «Ci sono troie in giro in Parlamento che farebbero di tutto, dovrebbero aprire un casino».

BOLDRINI INDIGNATA - E dire che l'incontro al quale era stato invitato Battiato aveva ben altro tema. Si doveva parlare di «Nuovi percorsi fra turismo e cultura in Sicilia» ma il cantautore ha voluto fare anche cenno alla situazione politica italiana con quelle dichiarazioni choc che hanno scatenato un vespaio di polemiche e persino delle richieste di dimissioni da assessore regionale e l'annuncio di annuncio di denunce a «tutela della dignità delle donne». La prima a dichiararsi sconcertata è stata la neo presidente della Camera Laura Boldrini. «Stento a credere che un uomo di cultura come Franco Battiato, peraltro impegnato ora in un'esperienza di governo in una Regione importante come la Sicilia, possa aver pronunciato parole tanto volgari» afferma la Boldrini che respinge «l'insulto» di Battiato



 
Franco Battiato: «In Parlamento troie che farebbero di tutto» (26/03/2013)INSULTO - «Da Presidente della Camera dei Deputati e da donna -prosegue- respingo nel modo più fermo l'insulto che da lui arriva alla dignità del Parlamento. Neanche il suo prestigio lo autorizza ad usare espressioni così indiscriminatamente offensive. La critica alle manchevolezze della politica e delle istituzioni può essere anche durissima, ma non deve mai superare il confine che la separa dall'oltraggio».
 
NON SONO SESSISTA - A stretto a giro Battiato ha cercato di aggiustare il tiro replicando proprio alla Boldrini. «Sono particolarmente dispiaciuto che il Presidente della Camera si sia sentita offesa dalle mie parole, ma posso assicurare che la frase non era sessista - argomenta il cantautore- Facevo semplicemente riferimento alla "prostituzione" che c'era nel Parlamento italiano fino a pochi mesi fa, sia maschile che femminile». E poi tiene a precisare «non facevo riferimento nè al Parlamento europeo nè al Parlamento attuale ho solo parlato di un malcostume politico, non parlavo certo di donne. Io non sono mai stato sessista e chi mi conosce lo sa bene».



Boldrini risponde a Battiato: «La dichiarazione è disdicevole» (26/03/2013)


SONO STATO FRAINTESO - Insomma stando all'assessore e cantautore sarebbe tutto frutto di un malinteso. «Mi dispiace -afferma- che le mie parole siano state travisate e interpretate come una offesa al Parlamento attuale, per il quale ho stima, o per le donne». Secondo Battiato «era evidente che il riferimento a passate stagioni parlamentari che ogni italiano di buon senso vuole dimenticare. Stagioni- caratterizzate dal malaffare politico, dal disprezzo per le donne e per il bene pubblico. Dispiace, altresì che dopo un'ora e mezza di conferenza in cui abbiamo raccontato quello che stiamo facendo per ridare dignità e speranza alla Sicilia, sia passata una singola frase che ovviamente non poteva essere riferibile all'attualità».

DIMISSIONI? - Chiarimenti che non sono servite a fermare la valanga di reazioni indignate arrivate da tutti i fronti politici dentro e fuori il Parlamento. Tra gli altri è intervenuto anche il presidente del Senato Pietro Grasso. «Non rientra nelle nostre competenze muovere passi in un certo modo ma senz'altro esprimeremo il nostro disagio presso il governatore della Sicilia per le frasi dell'assessore» ha detto Grasso rispondendo alla senatrice Alessandra Mussolini che ha chiesto di intervenire per chiedere le dimissioni di Battiato. E la stessa presidente della Camera Laura Boldrini è nuovamente intervenuto in aula per criticare le parole di Battiato rispondendo alle sollecitazione dell'aula leggendo la dichiarazioni resa poco prima alle agenzie di stampa.

Alfio Sciacca
asciacca326 marzo 2013 | 18:34

L'anello perduto e la favola del barbone del Kansas

Corriere della sera

Il senzatetto restituisce il gioiello prezioso. E riguadagna la vita e la famiglia

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Un anello di platino con diamante, il bicchiere di plastica di un mendicante, un gesto di disattenzione, uno di buon cuore. E, in pochi giorni, una vita che esce dai sacchi di rifiuti in cui - parole del protagonista - era finita e si trasforma in un film da far invidia a Frank Capra.

Sono passati meno di due mesi dal giorno in cui, era l'8 febbraio, una giovane signora bionda di Kansas City, estraendo dal portafogli delle monete per un senzatetto, fa scivolare inavvertitamente nel raccoglitore delle offerte un anello di fidanzamento. A fine giornata il 55enne barbone Billy Ray Harris lo trova e lo porta subito da un gioielliere a farlo valutare. L'istinto è quello di ricavarne un po' di soldi. Quattromila dollari, dice il negoziante. Troppi per Billy. Ci ripensa: quell'anello merita di essere restituito al legittimo proprietario. E così quando la signora Sarah Darling un paio di giorni dopo torna a cercarlo, incredula, lo ritrova.

Col marito Bill Krejci pensa allora di contattare la tv locale per condividere quella storia che per lei ha del «miracoloso», e infatti subito si diffonde sui media nazionali e internazionali. Dinanzi alle decine di persone che si fanno vive offrendosi di aiutare Billy, la coppia decide di mettere su un sito web cui indirizzare le donazioni. La raccolta si chiude tra 50 giorni, e ieri sera il contatore segnava già oltre 188 mila dollari. Ottomiladuecentocinquantadue offerte, la maggior parte delle quali in piccoli contributi da 50, 20 e dieci dollari (la media è 22,8), tutte accompagnate da messaggi di affetto e gratitudine per le onde di speranza che una piccola grande buona azione è stata in grado di generare. «All'inizio speravo di arrivare a 4.000 - racconta Sarah - che poi era la cifra offertagli per il gioiello».

E invece Billy adesso ha molto di più: una casa, un lavoretto come «roadie» (la persona che viaggia con una band e ne trasporta e sistema gli strumenti), e un nuovo amico, Bill, col quale esce a bersi una birra, a guardare le partite, o un film. Soprattutto, ha di nuovo una famiglia.

Dopo sedici anni trascorsi da fantasma le sorelle e il fratello temevano fosse morto. Almeno questa, hanno raccontato, era la voce che si era sparsa in Texas, dove alcuni degli Harris vivono, a ottocento chilometri da Kansas City. Poi la sorella più piccola, Robin, ha visto una foto sul giornale e non ha avuto dubbi: «L'ho riconosciuto subito, e automaticamente ho iniziato a urlare». Di lì sono cominciate le email, le telefonate, i pianti e le risate. E i progetti per una grande rimpatriata, quest'estate.

Anticipata - e come poteva essere altrimenti - dalla tv. Domenica Billy e i Krejci erano al «Today show», storico programma mattutino della Nbc, quando la presentatrice ha annunciato una sorpresa e ha fatto entrare Robin, Edwin, Elsie e Nellie: i cinque fratelli Harris si sono ritrovati di nuovo tutti insieme. Abbracci, lacrime, sorrisi, ma anche l'imbarazzo del tempo passato. Fuori onda ci sarà tempo per ritrovarsi e raccontarsi cosa è andato storto. E di certo rimettere insieme i fili sarà più difficile, a telecamere spente. Ma intanto grazie al gesto ispirato, come ha raccontato, dal nonno reverendo che l'ha cresciuto, Billy si è guadagnato un'altra chance e si gode la gita a New York, dove sono gli studi della Nbc. Ieri Bill ha pubblicato sul sito della raccolta fondi una foto di Billy avvolto nella bandiera americana, abbracciato a due artisti di strada con le maschere di Topolino e della Statua della libertà. «Ditemi se non ci sono più di 50 sottotesti in questa immagine», ha scritto. E come dargli torto?

Marilisa Palumbo
27 marzo 2013 | 7:58

La cannabis che resuscita. Ma in Italia è un tabù Il coraggio di Lucia e Andrea: «La piantiamo»

Corriere della sera

Due malati di sclerosi multipla lanciano nel Leccese la prima coltivazione di marijuana ad uso tearapeutico


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RACALE (Lecce) - «Gli spasmi mi rubavano la padronanza dei muscoli. Era come se una forza estranea mi strappasse le gambe. La notte non riuscivo a riposare. Di giorno ero inchiodata alla carrozzina». Lucia Spiri, 31 anni, da dodici affetta da sclerosi multipla, giura che gran parte dei suoi problemi si sono attenuati da quando ha intensificato l'uso della cannabis terapeutica. Per dimostrarlo si alza in piedi e nonostante i tremori della malattia, fa il giro della stanza. Con Andrea Trisciuoglio, a sua volta affetto dalla stessa malattia, Lucia ha fondato lo scorso 29 gennaio l'associazione Lapiantiamo. L'obiettivo è far nascere nel piccolo comune di Racale, in provincia di Lecce, il primo Cannabis Social Club italiano.

E soprattutto la prima coltivazione di canapa a scopo terapeutico. Un progetto che viola il codice penale, e che tuttavia i due giovani stanno portando avanti con determinazione. Hanno già individuato un capannone alle porte del Paese dove piantare la canapa ed hanno lanciato una raccolta di fondi online che sta già riscuotendo le prime adesioni. Il giorno della semina si avvicina: «Non più tardi del 23 aprile», assicurano. «Nel nostro Cannabis Social Club - spiegano Trisciuoglio e Spiri - i malati (alcuni in fase terminale di vita) potranno coltivare liberamente la propria pianta di canapa senza più dover ricorrere al mercato nero».

LE LEGGI - La cannabis cura i sintomi di numerose e gravi malattie neurologiche. Viene usata principalmente nella terapia del dolore. Da anni se ne conoscono le proprietà mediche. Soprattutto all'estero, dove i pazienti che ne traggono beneficio sono decine di migliaia. In Italia ci sono invece ritardi. Eppure la prima legge che ne autorizza l'uso terapeutico risale al 1990. L'ultima al 2007. Negli ultimi anni quattro regioni, Puglia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana, hanno disciplinato il settore con delibere che garantiscono la copertura finanziaria per l'approvvigionamento dei farmaci. Tuttavia, anche in queste regioni, è molto complicato farsi prescrivere da un medico e quindi riuscire ad ottenere da una farmacia ospedaliera il farmaco a baso di cannabinoidi.

«In Puglia conosco solo due medici disposti a prescrivere la canapa a uso terapeutico - spiega Andrea Trisciuoglio - in Italia al massimo saranno 15». Vidmer Scaioli, neurologo in servizio all'Istituto Besta di Milano, sottolinea le resistenze culturali che frenano una corretta applicazione di un farmaco che potrebbe migliorare la qualità della vita di migliaia di pazienti affetti da cancro, diabete, Sla, sclerosi multipla e altre patologie: «Purtroppo la canapa non viene ancora considerata un farmaco a tutti gli effetti, ma una sostanza stupefacente.

E così molti medici hanno delle remore nell'utilizzarla per terapie lenitive che, al contrario, all'estero sono ormai all'ordine del giorno». Il primo scoglio per un paziente è quindi la prescrizione. Tuttavia, anche se munito di una ricetta, non è detto che riesca ad ottenere facilmente il farmaco. «La richiesta - spiega il medico anestesista Francesco Crestani, dell'associazione cannabis terapeutica - deve essere presentata a una farmacia ospedaliera. Da lì parte una domanda per Roma, all'ufficio centrale stupefacenti, che dovrà rilasciare un "nulla osta". Ottenuta l'autorizzazione, la farmacia dovrà richiedere il farmaco ad una delle aziende che in Olanda, Canada o Regno Unito producono ritrovati a base di cannabis. Se tutti i passaggi vanno a buon fine, il farmaco arriva al paziente nel giro di un mese. Io ho pazienti in attesa da ottobre, altri dallo scorso giugno».

L'ATTESA - Andrea Trisciuoglio, 35 anni, è uno dei primi pazienti pugliesi ad aver ottenuto la fornitura del farmaco e da 4 anni circa è riuscito a rialzarsi dalla sedia a rotelle per arrivare oggi a camminare con l’ausilio di una sola stampella. «E pensare che per risolvere gli stessi problemi - aggiunge Trisciuoglio - si utilizzano medicinali che costano allo Stato diverse migliaia di euro e che espongono noi pazienti a terribili effetti collaterali, in alcuni casi anche al rischio di morte». Lucia Spiri, 31 anni, ha sperimentato la cannabis nel 2008, ad Amsterdam: «Lì ho potuto testare su di me gli effetti benefici di questa sostanza. Sono arrivata in ospedale che ero costretta su una sedia a rotelle e mi preparavo all’idea di doverla usare per il resto della mia vita. Dopo 2 giorni di ricovero ho cominciato a bere tisane con la marijuana (somministrate in tre orari diversi della giornata).

Il terzo giorno sono "resuscitata". Sono infatti riuscita a lasciare la sedia e iniziare piano piano a camminare nuovamente sulle mie gambe, seppur con un aiuto affianco». A casa di Andrea, invece, nel giugno 2010 si è presentata la polizia. Militante radicale fin da ragazzo, era riuscito con una lunga battaglia politica e personale, a farsi autorizzare l'uso della cannabis terapeutica nel precedente mese di aprile. Le forze dell'ordine hanno voluto verificare ugualmente che non detenesse marijuana illegalmente. Hanno trovato soltanto il Bediol, il farmaco che gli passava l'Asl. Ora non ha paura di sfidare nuovamente la legge con il Cannabis Social Club: «La legge la conosciamo tutti - spiega -, ma abbiamo 13 avvocati e un sindaco come Donato Metallo che ha creduto nel nostro progetto. La nostra si chiama "disobbedienza civile" e andremo fino in fondo».

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Antonio Castaldo
26 marzo 2013 (modifica il 27 marzo 2013)

Nell’aula di Montecitorio nessuno vuol sedersi a destra

La Stampa

francesca schianchi
ROMA


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Addio ai banchi che furono di Almirante, di Rauti, di Fini. Nessuno vuole più stare a destra. In compenso, assalto agli scranni del centro: bisognerebbe soppalcare l’Aula per farci stare tutti quelli che lo chiedono. La curiosa questione si è posta ieri a Montecitorio, atterrata sul tavolo dei deputati questori. Finora, gli onorevoli si sono sistemati liberamente nell’emiciclo, con inevitabili gustosi piccoli «incidenti» tipo il non ancora capogruppo Pd Roberto Speranza finito dietro ad Alfano alla prima seduta. Ora, a una decina di giorni dall’inizio della legislatura, occorre predisporre i posti fissi dei vari gruppi parlamentari. 

Fosse facile, però: trovare il posto gradito a tutti rischia di diventare un rompicapo. E se in passato è capitato di litigarsi l’estrema sinistra, come fecero i Radicali con il Pci, stavolta si discute al contrario non per accaparrarsi, ma per evitare l’estrema destra. Già, perché mentre Pd e Sel hanno naturalmente chiesto la parte sinistra dell’emiciclo, nella parte opposta non ci vuole andare nessuno. Il Pdl, che pure occupava tutta l’area di destra nella scorsa legislatura, ha chiesto di sistemarsi al centro.

«Perché noi facciamo parte del Ppe, siamo dei moderati», spiega il deputato questore Gregorio Fontana. Nessuna voglia di finire relegati là in fondo, schiacciati all’estrema destra. Il problema è che di altre forze di destra non ce n’è. Ieri, mentre il ministro Terzi si dimetteva, sedevano laggiù negli ultimi banchi La Russa, Meloni, Corsaro: loro, i «Fratelli d’Italia», probabilmente ci starebbero volentieri, ma fanno parte del gruppo misto, in cui convergono forze di segno diverso. Quindi, insomma, più a destra del centrodestra del Pdl non pare esserci nessuno.

Siccome al centro ci vuole stare pure Scelta civica, il questore anziano Stefano Dambruoso ha cercato di risolvere il sudoku proponendo al M5S di occupare i banchi che furono dell’Msi, visto che non è possibile, come avrebbero voluto loro, sistemarsi tutti in ultima fila. Offerta rifiutata: anche i Cinque stelle sono intenzionati a chiedere una collocazione centrale. Dove comincia a esserci troppo affollamento. «Ma una soluzione la troveremo, tanto si starà qui per poco…», scherza Fontana. Se non dovessero riuscirci, dovrà intervenire la presidente Boldrini: come una maestra con gli alunni indisciplinati, toccherà a lei decidere chi deve stare alla sua estrema destra.

Sparisce la Porsche di Graziano Mesina, i ladri si scusano con l’ex re dei banditi

La Stampa

Giallo sul Cayenne dato alle fiamme nelle campagne della Barbagia
nicola pinna
orgosolo


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Il coraggio di sfidarlo non ce l’ha nessuno. Graziano Mesina, il recordman della latitanza, è un ex bandito ormai reso docile dall’età e dai tanti anni passati dietro la sbarre. Ma in Barbagia resta sempre un uomo temuto e rispettato. Al punto da ricevere scuse immediate dopo l’inspiegabile furto dell’auto: la sua Porsche Cayenne è sparita da Orgosolo domenica sera e dopo alcune ore è stata ritrovata divorata dalle fiamme nelle campagne di Siniscola, una cittadina a metà strada tra Nuoro e Olbia. Tutti si chiedevano come mai avessero preso di mira proprio Grazianeddu e qualcuno già cominciava a sospettare che il blitz dell’altra notte fosse da interpretare come una vendetta legata a una di quelle storie ormai quasi dimenticate.

I ladri-incendiari, invece, avevano sbagliato. O forse si sono pentiti. «Mi hanno telefonato e mi hanno chiesto scusa – racconta lui stesso – Mi hanno detto che non sapevano fosse la mia. Non si sono presentati ma a me va bene così. Anzi, non lo voglio proprio sapere». Lo vorrebbero sapere, invece, i carabinieri di Nuoro e Siniscola che indagano per tentare di trovare una spiegazione a questo stranissimo episodio. Possibile che la banda non sapesse davvero che la Porsche fosse proprio di Mesina? 

Eppure, quella macchina nel Nuorese la conoscono quasi tutti. L’hanno vista in tanti girare per i paesi, magari con gruppetti di turisti a bordo, visto che da quando ha ottenuto la grazia l’ex re del Supramonte si è trasformato in guida turistica. Lui, però, non ha la patente e spesso al volante del Cayenne c’è il nipote o oppure qualche altro amico. Insomma, tutto fa pensare che il commando si sia pentito nel giro di appena ventiquattr’ore. Oppure vien da credere che la diplomazia barbaricina si sia messa in moto al volo e abbia deciso di chiudere così un caso che rischiava di diventare pericoloso. Grazianeddu, comunque, non sembra essersela presa troppo. Anzi, sdrammatizza con la solita battuta in sardo: «Sono cose che capitano». 

Lui sgombra subito il campo dai sospetti ma qualche nemico in giro, Graziano Mesina, potrebbe averlo ancora. In gioventù, prima di diventare il peggiore incubo di polizia e carabinieri, di guai ne ha combinato parecchi. La carriera l’ha iniziata in quarta elementare, quando se la prese con il maestro e lo colpì con una raffica di pietre. A 14 anni venne arrestato per porto abusivo d’armi, ma da allora il suo nome è comparso in decine di processi. Sulla fedina penale le condanne si sono sommate, compresa una all’ergastolo. Alla fine l’imprendibile della Barbagia ha trascorso in carcere più di quarant’anni, ma nel frattempo ha organizzato ventidue evasioni e in dieci casi il piano gli è riuscito alla perfezione. Nel 2003 ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica e nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi gli ha concesso la libertà. Lasciato il carcere di Voghera è tornato in Sardegna e ha iniziato una nuova vita.

Ancora, comunque, non chiuso i conti con lo Stato. Perché lo scorso anno ha avviato una causa contro il Ministero della Giustizia per ottenere i salari arretrati, visto che durante gli anni trascorsi dietro le sbarre l’ex latitante ha lavorato sodo ma non ha ricevuto salari regolari. 

Muccioli, salma via da San Patrignano “Così sarebbe nelle mani del nemico”

La Stampa

L’ultimo capitolo della guerra sulla comunità di recupero per i tossici: i resti del fondatore saranno rimossi e trasferiti al cimitero di Rimini


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Vincenzo Muccioli via da San Patrignano, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti che lui stesso fondò nel 1978, e dove la sua salma riposava dal 19 settembre del 1995. «Lasciarlo lì sarebbe come lasciarlo nella mano del nemico», aveva detto tempo fa la vedova Maria Antonietta Cappelli Muccioli. Così domani alle 8.30 i resti del fondatore saranno rimossi dal cimitero di Ospedaletto di Coriano per essere trasportati al cimitero di Rimini. 

Il trasferimento della tomba dal cimitero comunale adiacente la comunità di San Patrignano è stato richiesto e fortemente voluto, appunto, dalla vedova in segno di «disapprovazione» nei confronti dell’attuale gestione di Letizia e Gian Marco Moratti. Ora l’intenzione dei familiari del fondatore di Sanpa sarebbe quella di far cremare i resti e custodirli nella cappella di famiglia a Rimini. Nel cimitero di Coriano, accessibile sia da una strada esterna sia da un cancello interno alla comunità, oltre a Muccioli riposano i resti di 15 ragazzi ospiti della comunità morti, tra il 1985 e il 1994, per varie patologie e per i quali i familiari hanno deciso una sepoltura a Sanpa.

Maria Antonietta Cappelli Muccioli, d’altronde, aveva annunciato ai primi di febbraio la sua intenzione di andare via da Sanpa e di portare con sé anche la salma di Vincenzo. «Andrò via da San Patrignano - aveva detto in un’intervista - E ho la tentazione di portare con me anche Vincenzo, che è sepolto lì: quella non è più la sua San Patrignano. Io dico che da Lassu’ mio marito sta soffrendo». «Basta, non voglio più essere complice di una situazione ingiusta e inaccettabile», aveva aggiunto. Qualche giorno dopo, in un’altra intervista, aveva spiegato che la decisione di portar via la tomba era definitiva: «Sì, perché hanno tradito in tutto, non si meritano di aver Vincenzo. Sarebbe come lasciarlo nella mano del nemico».

I contrasti tra la famiglia Muccioli e i Moratti si erano acuiti dopo che Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo e Maria Antonietta, oltre un anno e mezzo fa aveva dovuto lasciare la direzione di Sanpa. Lo stesso Andrea, ai primi del gennaio scorso, con un lungo messaggio su Facebook aveva spiegato la sua versione dei fatti sull’uscita di scena, dopo che era stato al timone per sedici anni, dopo la morte del padre: «I ricconi frustrati - aveva scritto su Fb - hanno deciso di espropriare la comunità con un semplice ricatto: il posto dipende dai nostri soldi, o te ne vai via tu o noi interrompiamo immediatamente».

I responsabili della comunità oggi con una nota hanno fatto sapere che «con grande amarezza» rispettano «il diritto dei familiari di portare via il corpo di Vincenzo Muccioli». Ma sottolineano che «lo spirito e gli ideali che Vincenzo ci ha insegnato e che sono le fondamenta di San Patrignano, Comunità di vita contro l’emarginazione, sono e saranno sempre con noi». E ribadiscono che «non corrisponde al vero che Letizia e Gianmarco Moratti sono a capo della Comunità, in quanto la stessa è condotta collegialmente dal gruppo dei responsabili, come Vincenzo avrebbe voluto, gli stessi in cui i suoi insegnamenti sopravvivono e si tramandano».

«Chiediamo rispetto - concludono - per tutti i fondatori ancora presenti a San Patrignano, tra i quali Letizia e Gianmarco Moratti, che con Vincenzo, animati da infinito amore, hanno reso possibile il compimento di questa grande opera».