martedì 26 marzo 2013

Sindone, nuovi esperimenti dicono che non è medioevale

La Stampa

In un libro del professor Giulio Fanti e del giornalista Saverio Gaeta i risultati di analisi chimiche e meccaniche che confermano l’antichità del telo databile al I secolo

andrea tornielli
citta’ del vaticano


Cattura
Nuovi esperimenti scientifici eseguiti all’università di Padova confermerebbero una datazione della Sindone di Torino riferibile al I secolo dopo Cristo, e dunque compatibile con la tradizione che ritiene il telo di lino con impressa l’immagine di un uomo crocifisso come quello che ha avvolto il corpo di Gesù deposto dalla croce. La notizia è contenuta in un libro in uscita domani, scritto dal professor Giulio Fanti - docente di misure meccaniche e termiche alla Facoltà di Ingegneria dell’ateneo padovano - insieme al giornalista Saverio Gaeta. 

La novità più importante del libro è rappresentata dalle recenti ricerche di Fanti, che stanno per essere pubblicate anche su una rivista specializzata e dunque sottoposte al giudizio di un comitato scientifico. Si tratta di tre nuove analisi, due chimiche e una meccanica. Le prime due sono state effettuate una con sistema FT-IR, cioè con luce infrarosso e l’altra con la spettroscopia Raman. La terza è invece un’analisi meccanica multi-parametrica, basata su cinque parametri meccanici diversi riguardanti la tensione del filo. Per questa indagini delle fibre sindoniche è stata realizzata un’originale macchina per prove di trazione in grado di valutare fibre estremamente piccole sono state analizzate insieme a una ventina di campioni di tessuti di età certa dal 3000 avanti Cristo al 2000 dopo Cristo.

Le nuove analisi, compiute nei laboratori dell’università di Padova, hanno coinvolto diversi docenti universitari di vari atenei italiani, e concordano nell’affermare che il la Sindone risale a un tempo compatibile con quello in cui Gesù Cristo fu crocifisso a Gerusalemme. I risultati conclusivi indicano per le fibre della Sindone in esame le seguenti date, tutte al livello di confidenza del 95 per cento, e tutte lontane dalla datazione medievale ottenuta nel 1988 con l’esame del Carbonio14: per l’analisi FT-IR la data è 300 a.C. ±400, per l’analisi Raman 200 a.C. ±500, per l’analisi meccanica multi-parametrica 400 d.C. ±400. Eseguendo una semplice media aritmetica delle tre date si ottiene 33 a.C. ±250 anni, con un’incertezza - osservano gli autori del libro - inferiore alle singole incertezze, compatibile con la data storica della morte di Gesù Cristo attribuita dagli storici all’anno 30 dell’era moderna.

Gli esami sono stati effettuali utilizzando piccole fibre sindoniche provenienti dal materiale aspirato dalla Sindone dal micro-analista Giovanni Riggi di Numana, scomparso nel 2008, che partecipò alle ricerche del 1988 e che aveva donato questi materiali a Fanti attraverso la Fondazione 3M.

AAA. La CIA cerca analisti di BIG DATA, esperti, curiosi, creativi. Ha grandi progetti.

La Stampa

“Miriamo a raccogliere ogni informazione umana e ‘per sempre’”. Non solo dal web. Con un cellulare in tasca diventiamo tutti dei sensori ambulanti.

maria grazia bruzzone


Cattura
Testi, chat, foto, tweets, video, e non solo. “Il mondo è inondato di dati. Smartphones, case intelligenti, sensori satellitari e altre innumerevoli sorgenti creano ogni giorno enormi quantità di informazioni, conosciute come Big Data. La Cia sta attualmente assumendo persone creative e tecnologicamente esperte per organizzare e interpretare queste informazioni complesse”. Così si legge sul sito della Central Intelligence Agency. 

I neoassunti, che collaboreranno con l’intera Comunità di Intelligence dovranno essere non solo creativi ma curiosi e tecnologicamente preparati, , capaci di sviluppare algoritmi e metodi statistici per trovare correlazioni in Grandi Volumi di Dati. Dal momento che quella della CIA è una Missione Globale. 

Di quale missione si tratti, l’ha spiegato il capo dell’ufficio tecnologico dell’agenzia, Ira “Gus” Hunt la settimana scorsa nell’affollata data conference di GigaOM, società specializzata in Big Data (nome che curiosamente evoca il suono OM sacro a buddisti e indù).  Ne hanno parlato, tra gli altri, Huffington Post Usa, rawstory e Business Insider che allega le slides della presentazione.  Titolando con le stesse parole di Mr CIA: “Big Data è il futuro, e lo possediamo”. 

“Il valore di ogni pezzetto di informazione lo si conosce solo quando lo si può collegare a un altro pezzetto che arriva a un certo punto in futuro.  E dal momento che non si possono  collegare pezzi che non si hanno, questo ci spinge fondamentalmente a cercare di raccogliere e collegare qualsiasi cosa e conservarla ‘per sempre’ “, ha spiegato Hunt (“per sempre” tra virgolette, ha precisato). 
Parole che arrivano qualche giorno dopo che il sito Federal Computer Week ha scritto di un accordo da $600 milioni in 10 anni che la CIA avrebbe stretto con Amazon per mettere in piedi un gigantesco cloud, tecnologicamente avanzato come quello del sito di libri. L’agenzia non ha commentato ma dalle parole di Hunt – riferisce il post di Huffpost - è chiaro il suo interesse per archiviare e analizzare quantità massicce dei cosiddetti Big Data creati dalla tecnologia digitale.
 
Dati che vengono già raccolti e utilizzati su larga scala a livello commerciale, per far arrivare sulle pagine web che frequentiamo messaggi pubblicitari  mirati, tagliati su misura in base ai nostri gusti, età, abitudini, frequentazioni, amici web ecc., col consenso di Google e social networks . Nonché a livello politico, per sollecitare il voto con messaggi anche questi confezionati su misura per i diversi tipi di elettori. Come è riuscito a fare con successo Obama, è stato raccontato con ammirazione. 

Oltre una certa quantità di informazioni da processare,  le memorie tradizionali diventano effettivamente poco pratiche - di qui l’idea del nuovo cloud , la "nuvola". Ma il capo dell’ufficio tecnologico si è detto interessato anche a mega computer con memorie RAM misurate ormai in Petabytes, capacità di memoria  e calcolo che si ritrovano nelle macchine che simulano esplosioni nucleari (link). (il PetaByte, o PB è l’ultima unità di misura, per ora, e corrisponde a 1024 TeraByte, che valgono a loro volta 1024 GigaBytes –  la misura delle Ram della maggior parte dei nostri Pc . Un solo PB vale dunque 1000 trilioni di bytes vedi qui

Per dare un’idea della mostruosa quantità di informazioni che circolano sul web planetario, Google, con 1 miliardo di Urls –indirizzi web - 3 milioni di servers e 7.2 miliardi di pagine visitate ogni giorno, processa più di 100 miliardi di PB di info . Facebook, con 1 miliardo di utenti,  più di 300 PB di dati, e il 35% delle foto del mondo. YouTube, coi suoi video “pesanti” che sforna al ritmo di 72 ore al minuto,37 milioni di ore l’anno, butta in rete più di 1000 PB. Più modesto Twitter conta 124 miliardi di tweets l’anno, 390 milioni al giorno, 4500 al secondo- vedi le slides della CIA. 

Ci stiamo avvicinando al nostro obiettivo di riuscire a elaborare tutta l’informazione umana che viene generata”, ha aggiunto Hunt. Spiegando che quasi tutti i telefoni mobili oggi contengono una fotocamera, un microfono, un sensore sensibile alla luce, un accelerometro e il GPS, fra i vari sensori”. 

Facebook+smartphones+cloud = BIG DATA, si legge su una slide di Mr Cia. La nuova frontiera è questa. 

“La diffusione di sensori ha condotto a un nuovo mondo di informazioni biometriche, ha detto ancora, elencando una varietà di modi in cui un telefonino può essere usato per identificare una persona che lo porta con sé – anche se è spento.  Hunt ha accennato per esempio alla Gait Analysis, che guarda al modo in cui una persona cammina e crea un profilo di dati basato sui suoi movimenti - basta una fotocamera e un software.  “Una tecnologia che progredisce rapidamente, dovete farci i conti. Dovreste porvi domande su quali sono i vostri diritti e chi detiene i vostri dati”, si è spinto a dire. 


“Siete già una piattaforma di sensori ambulante, ha aggiunto Mr CIA, riferendosi a tutte le info catturate dagli smartphones. Siete consapevoli del fatto che qualcuno può sapere dove siete in ogni momento solo perché avete con voi un cellulare, anche se spento? Dovreste esserlo”. Basandosi sui sensori dello smartphone, chiunque può essere identificato (con una accuratezza del 100%) solo dal modo in cui cammina, persino quando in tasca ha il cellulare di qualcun altro.  B Insider. 

Senza una bussola memorizzare tutto serve a poco. 

La sfida per la CIA – conclude il post di Business Insider - è trovare ciò che è rilevante nell’oceano di informazioni quando capita qualcosa.  Il primo passo per gli “scienziati dei dati” è trovare e archiviare tutte le “briciole di informazione”, anche quelle che le persone non sono consapevoli di generare.  Ma non basta. Ecco perché si cercano analisti sofisticati e creativi. (breadcrumbs, sono quelle micro informazioni più o meno nascoste nelle pagine web che visitiamo da cui si può risalire alla gerarchia di pagine e ai domini visitati).

Come esempio Hunt ha citato il caso di quel terrorista con dell’esplosivo nascosto nelle mutande che qualche anno fa è riuscito a eludere i controlli salendo su un aereo, a bordo del quale per fortuna è poi stato bloccato: la CIA aveva tutte le informazioni su di lui, ma non riuscì a connetterle per fermarlo in tempo.


SICUREZZA, è la parola d'ordine. Ma saremo davvero più sicuri?

Tutta questa enorme mole di lavoro per raccogliere/elaborare dati su qualunque cittadino del mondo dovrebbe insomma servire alla “sicurezza”, americana e globale. Si legge nella prima slide presentata dal funzionario CIA: “Siamo la prima linea di difesa della nazione…Portiamo avanti la nostra missione: raccogliendo informazioni che rivelano i piani, le intenzioni, le capacità dei nostri avversari e forniscono le basi per decisioni e azioni producendo analisi che forniscono informazioni nascoste, avvertimenti e opportunità al Presidente e ai decisori incaricati di proteggere e anticipare gli interessi dell’America conducendo azioni “coperte” (segrete) sotto la direzione del Presidente per prevenire minacce e raggiungere gli obiettivi politici degli Stati Uniti”

E però il quadro appare inquietante, anche per chi vive alla periferia dell’Impero. 

La privacy si sgretola. Il Grande Fratello si avvicina. Tanto più che la tecnologia digitale inghiotte e trasforma qualunque attività, e produce ogni giorno nuovi “giocattoli”. L’ultimo, i Google Glass, già definiti orwelliani. Ne riparleremo presto. 

M5S, leggi i commenti scomodi che Grillo ha censurato

Libero

Spunta un cimitero on line degli interventi cancellati dal blog: tanti i disturbatori, ma i critici "educati" e rimossi sono molti di più

di Marco Gorra


Cattura
Per farsi un giro nel cimitero dei commenti censurati del blog di Beppe Grillo basta digitare http://nocensura.eusoft.net e pigiare il tasto invio. Qui, diligentemente ordinati un post dopo l’altro, ci sono gli interventi inviati al sito del guru a cinque stelle dagli utenti e finiti sotto la mannaia dei moderatori. Il sito lavora in automatico, grazie ad un software che monitora il blog a intervalli regolari ed individua i contenuti rimossi, che vengono ripubblicati in nome della trasparenza e del diritto di cronaca.

A farsi un giro in questa sorta di limbo della censura grillina e a leggersi i thread rimossi (nei post di maggiore successi le entrate cestinate sono nell’ordine delle centinaia) si capiscono fondamentalmente due cose: che un certo traffico di troll belli e buoni c’è davvero e che per chi devia dalla linea non c’è pietà.

Pratica troll. Minoritari rispetto al totale ma non per questo meno fastidiosi, i professionisti del disturbo sul sito di Grillo ci vanno eccome. Difficile tuttavia che, come sostiene lui, siano pagati dal Pd o da chi per esso onde rompere le tasche ai Cinque stelle: il troll genuino, come noto, lo fa per lo sghignazzo, ed anzi la gratuità del gesto è parte integrante della mistica del disturbatore della Rete. Quelli del sito di Grillo, peraltro, sono troll pure abbastanza sciatti: due insulti scritti tutti a stampatello e via.

Più interessante, allora, occuparsi della maggioranza dei commenti rimossi: quelli scritti da chi di disturbare non ha nessuna voglia e che vorrebbe solo esprimere un punto di vista politico in dissenso dall’ortodossia casaleggiana. E che, spesso e volentieri, finisce sotto le cesoie della censura. Lo schema è praticamente fisso: il commentatore (che il più delle volte premette di avere votato il Movimento cinque stelle) chiede di riconsiderare la linea dura e di non uccidere nella culla la prospettiva che il governo di Pier Luigi Bersani veda la luce.

Le argomentazioni ricorrenti a sostegno della tesi sono che a) il tanto peggio tanto meglio non si addice a una forza politica con ambizioni governative; b) un’occasione così per condizionare un esecutivo a proprio piacimento non ricapita più; c) a tirare dritti su questa strada l’unico risultato pratico che si rischia di conseguire è di fare un favore a Berlusconi restituendogli uno spazio di manovra enorme. Il punto di vista, ancorché eterodosso, è tuttavia legittimo, e che in proporzione sembra rispecchiare la consistenza di quanti hanno votato Grillo ed ora ne disapprovano la linea. Eppure, non c’è niente da fare.

I commenti aperturisti saltano uno ad uno. Prima di essere rimossi, alle volte, fanno persino in tempo a ricevere qualche risposta e a generare un qualche (parolone) dibattito. Anche qui, lo schema è fisso. Il commentatore deviazionista viene invariabilmente accusato di essere un troll a libro paga del Pd (in ossequio al tratto pavloviano del grillino medio, da qualche giorno a questa parte l’espressione «schizzi di merda» ricorre assai); si fa riferimento a non meglio chiariti regolamenti e non statuti che negherebbero in radice qualsiasi legittimità alla linea da questo espressa; insulti.

Essendo impossibile per ragioni di spazio produrre una esaustiva carrellata di estratti, ci si dovrà accontentare di un esempio preso dagli interventi rimossi ieri pomeriggio sperando sia valido per tutti. Commento: «Caro Beppe, parliamo di cose serie: il vero binario morto è quello sul quale stai conducendo il movimento dopo il successo elettorale. Sei molto intelligente e la discussione in atto sul blog dovrebbe farti riflettere. Ho un dubbio: non è che l’assunzione di responsabilità non fa parte in nessun caso del programma  5 stelle?». Risposta: «Io un binario te lo darei volentieri sulla capoccia  - babbeo!». L’intervento ritenuto meritevole di rimozione è stato il primo.

Guerra” delle capsule da caffè Vergnano batte Nespresso

La Stampa

L’azienda piemontese vince la causa per concorrenza scorretta
torino


Cattura
Le capsule da caffè Vergnano sono compatibili con le macchine Nespresso. Lo ha stabilito una decisione del tribunale di Torino, che ha ordinato alla Spa Nespresso Italiana di «astenersi dalle attività denigratorie delle capsule prodotte da Vergnano» e di eliminare entro 60 giorni le «informazioni errate dalle istruzioni delle macchine per caffè espresso». Accolta quindi la richiesta di Caffè Vergnano, che aveva avviato il procedimento lo scorso febbraio. Secondo quanto riporta un comunicato dell’azienda piemontese, Vergnano lamentava da parte della Spa. Nespresso Italiana titolare dei negozi monomarca Nespresso, un comportamento concorrenzialmente scorretto oltre che ingannevole per i consumatori.

Da un’indagine effettuata presso alcuni punti vendita Nespresso di Roma, Bologna, Milano e Torino, Vergnano aveva infatti appreso che gli addetti alle vendite descrivevano le sue capsule come «più o meno compatibili» se non «da buttare». Inoltre, informavano i clienti che le macchine del caffè a marchio Nespresso erano state modificate in modo da non funzionare con le capsule Espresso1882 e che la relativa garanzia non aveva effetto se la macchina veniva utilizzata con le capsule Vergnano. Anche i libretti d’istruzione di tali macchine, infine, esplicitavano che l’apparecchio funzionava solo con capsule Nespresso Club.

L’effetto di tali comportamenti è stato ritenuto da parte di Caffè Vergnano lesivo per l’immagine dell’azienda, con conseguente danno commerciale, perdita della reputazione e della clientela. Per questo motivo, lo scorso 15 febbraio l’azienda piemontese ha avviato un procedimento legale, al termine del quale il tribunale di Torino ha ritenuto «sussistente l’attività denigratoria».

E Crimi si appisola in Senato

Corriere della sera


 Quando disse: «Grillo ha tenuto sveglio Napolitano»



Le telefonate altrui? Il peggior rumore di fondo

Corriere della sera

Ascoltare conversazioni «a una sola via» disturba la concentrazione più di rumori assordanti

Cattura
Qual è il rumore di fondo più fastidioso quando si cerca di concentrarsi, al lavoro, durante la lettura o lo studio? È la voce di qualcuno accanto a noi, impegnato in una conversazione al cellulare. Ancor più di treni in corsa, autobus rombanti in strada oppure di due persone che chiacchierano animatamente al tavolo accanto al nostro, darebbe infatti fastidio una conversazione da noi percepita a una via, in cui riusciamo a sentire solo una parte di dialogo.

LO STUDIO Secondo lo studio svolto dagli psicologi dell’università di San Diego, California, e pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE, la nostra concentrazione verrebbe messa duramente alla prova dalle chiacchiere altrui al telefono, in particolar modo quando riusciamo a sentire solo una parte del dialogo. Tanto da disturbare e anzi interrompere l’attività che stiamo svolgendo. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno messo alla prova 150 studenti universitari, invitati a leggere a voce alta un brano. Una parte tra loro è stata esposta a una chiacchierata tra due persone posizionate accanto a lei, mentre una seconda parte del campione è stata avvicinata a una persona impegnata in una telefonata con il cellulare. In entrambe i casi, l’oggetto della conversazione riguardava argomenti di scarso interesse: le persone al telefono si mettevano d’accordo per un appuntamento in un centro commerciale, discutevano di mobili da acquistare, e così via.

LE REAZIONI – Ma a seconda del caso, cambiavano le reazioni del campione intento a svolgere il compito di lettura e i questionari distribuiti alla fine: il gruppo disturbato da una conversazione a due vie come rumore di fondo si mostrava più abile nel ricordare e nel rispondere alle domande finali rispetto al secondo gruppo, che faceva invece fatica a staccare la sua attenzione dalla telefonata in corso e a ricordare quanto letto nel corso della prova. Per la professoressa Galvan, autrice della ricerca, le ragioni di questa distrazione maggiore non sono ancora chiare, anche se «vi sono molte ricerche ormai che dimostrano come il multitasking mentale non sia possibile: il nostro cervello deve fare continui passaggi tra il concentrarsi a leggere e l’ascoltare un’altra cosa, e non riesce a fare entrambe le cose insieme».

OLTRE L’ETICHETTA - Mentre dunque quella delle conversazioni al cellulare ovunque sempre più fastidiose viene spesso relegata a una questione di etichetta, molti studi scientifici sembrano dare ragione a chi non sopporta le telefonate altrui, in treno come per strada. Uno studio dello scorso anno svolto dai ricercatori della Cornell University peraltro avvalorava la tesi della professoressa di San Diego. L’équipe di ricerca aveva chiesto a un campione di giovani di completare una prova cercando di ignorare i rumori di fondo di una telefonata, e aveva dimostrato come fosse impossibile per loro isolare il cervello dalle parole al telefono e concentrarsi sul loro lavoro.

Eva Perasso
26 marzo 2013 | 12:21

La più grande estinzione recente è avvenuta nel Pacifico: fu una strage di uccelli

Corriere della sera

Con l'arrivo dell'uomo sconvolti gli ecosistemi e scomparse migliaia di specie di uccelli

Cattura
La più grande estinzione recente (Olocene) è avvenuta nelle isole del Pacifico e la causa è una sola: l'arrivo dell'uomo che ha sconvolto i fragili ecosistemi insulari. Il risultato è stato l'estinzione valutata in almeno 160 specie diverse di uccelli «di terra», cioè non in grado di volare come i moa della Nuova Zelanda (scomparsi nel XVI secolo), ai quali andrebbero aggiunte altre centinaia di specie più piccole, come i passeriformi, e gli uccelli di mare, per un totale di oltre mille specie. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista specializzata Pnas.

CONTATTO FATALE - L'analisi è stata effettuata sui pochi reperti fossili del Quaternario recente recuperati in 41 isole del Pacifico, dai quali si deduce la perdita definitiva di migliaia di specie. Gli autori, però, avvertono che la scarsità dei reperti fossili non consentono di stabilire l'esatta ampiezza e portata dell'estinzione. Due terzi delle popolazioni di uccelli di terra di queste isole è scomparsa nell'intervallo di tempo tra l'arrivo delle prime popolazioni umane e la scoperta da parte degli esploratori europei: quindi un intervallo compreso tra 3.500 e 500 anni fa circa.

ESTINZIONE - Il motivo della loro estinzione è principalmente uno: l'arrivo dell'uomo (a più riprese) che ha distrutto il fragile ecosistema di queste isole (per esempio con la deforestazione) o ha contribuito direttamente all'estinzione con la predazione diretta di esemplari e uova e l'introduzione di specie aliene (per esempio ratti e gatti). La vittima più celebre è il dodo, un grosso uccello di circa 30 chili, goffo e incapace di volare, che però non viveva in Oceania (e quindi non rientra in questo studio), bensì nell'isola di Mauritius, nell'oceano Indiano, estinto dalla seconda metà del XVII secolo, dopo l'arrivo dei coloni europei. «Se poi tenessimo conto», ha aggiunto Tim Blackburn, uno dei tre co-autori dello studio, «di tutte le isole del Pacifico e anche degli uccelli marini e canori, il bilancio totale dell'estinzione è stato probabilmente di circa 1.300 specie di uccelli». Si tratta di quasi il 10% di tutte le specie viventi di uccelli, stimate in circa 10 mila.

Paolo Virtuani
25 marzo 2013 (modifica il 26 marzo 2013)

Internet superveloce, record battuto La tecnologia inventata in Italia

Il Mattino

Internet non è mai stata così veloce ed il record mondiale di mille miliardi di bit (un terabit) al secondo è stato battuto grazie ad una tecnologia nata in Italia. La "palestra" in cui è stata collaudata è stato, in Australia, il collegamento in fibra ottica fra Sydney e Melbourne, distanti fra loro mille chilometri, sulle normali linee gestite dalla Telstra.
 

CatturaLa nuova tecnologia è stata messa a punto dall'Istituto di Tecnologie della Comunicazione, dell'Informazione e della Percezione (Tecip) della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e dal Laboratorio Nazionale di Reti Fotoniche del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni (Cnit), in collaborazione con Ericsson e con la compagnia telefonica australiana Telstra. Un esempio di dialogo fra ricerca e industria che, per il direttore del Tecip, Giancarlo Prati, va «sostenuto ed incoraggiato con ogni mezzo». Il successo dell'esperimento è nel fatto che «impieghiamo tecnologie sviluppate da noi per aumentare la velocità senza aumentare l'utilizzo della banda», spiega il ricercatore che ha sviluppato la tecnica, Luca Pot, dell'istituto Tecip della Scuola Superiore Sant'Anna e responsabile dell'Area di ricerca del Cnit.

Hanno lavorato al sistema Gianluca Meloni, Gianluca Berrettini e Francesco Fresi, sempre dell'Istituto Tecip. L'Internet superveloce non richiederà costi elevati, nè lunghi tempi di realizzazione. Per questo ricercatori e aziende sono convinti che entro 4 anni la velocità record sperimentata in Australia potrà essere una realtà. Non sarà necessario modificare le reti commerciali in fibra ottica esistenti, ma i dati potranno essere compressi in modo da inviarne in numero maggiore.

In questo modo si potranno aumentare fino a 10 volte i livelli di navigabilità dei migliori impianti attuali. Per esempio in un secondo potranno essere trasmessi 200 milioni di chiamate voip, 15 milioni di videochiamate, e sempre in un secondo potranno essere scaricati 25 Dvd multimediali, garantire 50.000 connessioni Adsl a 20 milioni di bit al secondo e trasmettere in simultanea 300.000 video ad alta definizione. Il nuovo sistema si basa sulla «fotonica integrata», la tecnologia conciliare la fibra ottica con i tradizionali chip al silicio e che nel giro di pochi anni potrebbe sostituire l'elettronica tradizionale. «Il nostro prossimo obiettivo - ha detto Potì - è riuscire a raddoppiare la velocità, arrivando a 2 terabit nel prossimo dicembre»

lunedì 25 marzo 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: martedì 26 marzo 2013 10:10

Soldera: perché lascio il Consorzio del Brunello

Corriere della sera


Cattura
Gianfranco Soldera lo chiama «il fatto». Un sabotaggio che ha cambiato la sua vita, la sua azienda, i suoi rapporti. Sono passati 4 mesi da quando un ex dipendente distrusse, sversandoli nelle fogne, più di 600 ettolitri di Brunello di Case Basse, 5 annate (2007-2012). La sentenza è arrivata: 4 anni di condanna. All’indomani Soldera ha annunciato le sue dimissioni dal Consorzio del Brunello. Il suo è un atto d’accusa destinato ad alimentare la guerra del vino di Montalcino che ha raggiunto il massimo grado 5 anni fa quando la Finanza scoprì che qualcuno, violando le regole, aggiungeva Merlot al Sangiovese per «ammorbire» il vino.

Ora Soldera accusa i produttori che sfornano Brunello «come se moltiplicassero pani e pesci» evitando «gli studi che garantiscono il consumatore». Accusa il Consorzio di avergli «proposto una truffa, offrendo vino altrui da imbottigliare come mio». Dopo il sabotaggio, Soldera (76 anni, ex broker trevigiano, definito il purista del Brunello) parlò di un azione in odor di mafia. Poi sfumò: oggi ritiene che il movente sia ancora oscuro. E annuncia che è riuscito a salvare circa 7.000 bottiglie per ogni annata colpita.

Perché ha rotto con il Consorzio del Brunello?
«Da tanti anni non c’è feeling con chi comanda e ha una linea diversa dalla mia: io sono per il Brunello con il Sangiovese al 100%, sono per l’aumento dei controlli e delle ricerche».

Quali ricerche e perché sono importanti?
«Quelle che ho presentato a Montecitorio nei giorni scorsi, ricevendo anche una bellissima lettera di Napolitano. Vado avanti grazie agli aiuti degli americani del Ttb (Alcohol and Tobacco Tax Trade Bureau): il telerilevamento con i droni, gli studi sul Dna e sull’indice di vigoria delle singole vigne per ottenere un vino più garantito per chi lo beve. Ho consegnato il Premio Soldera ai ricercatori che si occupano di questo ma mi sarebbe piaciuto che anche il Consorzio partecipasse, come proposi nel 2005 con Franco Biondi Santi (il grande vecchio del Brunello, ndr)».

Il Consorzio le ha dato solidarietà dopo il sabotaggio.
«Volevano donarmi vino: avrei dovuto imbottigliarlo come mio, non sapendo da dove venisse. Proposta era irricevibile e offensiva, una truffa al consumatore. Finanziate gli studi a Montalcino, ho chiesto. Ma non se n’è fatto nulla».

Quali sono stati gli altri punti di frattura?
«Per tantissimi anni le mie proposte sono state bocciate. Quando è scoppiata Brunellopoli ho chiesto che tutti i coinvolti facessero un passo indietro. C’erano il presidente, il direttore e altri. Ho avuto 3 voti a favore, 120 contro».

Brunellopoli appare sempre sullo sfondo.
«Ha portato al sequestro di 10 milioni di bottiglie e al patteggiamento di 17 condanne. Montalcino può dare molto, ma bisogna lavorare meglio, come impone anche la crisi. Le truffe forse avvengono anche in altre parti del mondo, ma qui erano così tranquilli che le facevano spudoratamente». Quanto ha pesato il sabotaggio sulla decisione di rompere? «Sarei uscito lo stesso anche se non fosse successo. Ma mi ha fatto molto riflettere. A fine marzo venderò di nuovo il mio Brunello, prima di ricominciare ho comunicato la rottura».

Quante bottiglie ha salvato? «Tra il vino che era nelle vasche inox e quello già in bottiglia riuscirò a vendere una media di 7.000 bottiglie nei prossimi 5 anni. Negli ultimi 30 anni ho venduto una media di 15 mila bottiglie l’anno. Anche quando tutta Montalcino ne vendeva 700 mila. Ora puntano ai 10 milioni. Non credo alla moltiplicazione del pane e dei pesci. Non c’è il terreno, non c’è manodopera valida. Sono per il vino senza bisogno di additivi o conservanti. Il produttore deve usare solo le sue uve altrimenti come fa a sapere cosa c’è in un acino?».

Qualche collega l’ha chiamata dopo lo strappo? «Non c’è bisogno di parlare, lo sanno bene perché sono uscito dal Consorzio e forse sono contenti. Parlo con poche persone, ma anche perché manca comunità di intenti».

Che pensa della sentenza?
«È stata riconosciuta la tesi del pm Nicolini, sono soddisfatto. Resta da capire il movente. Avevo rimproverato quell’operaio che pulendo i tini aveva sversato acqua sulle querce, danneggiandole. Lui se n’era andato. È strano però che siano trascorsi tre mesi da quel rimprovero alla vendetta. Non è stato un impeto di rabbia. I dubbi restano. Non spetta a me fare indagini, ma da profano direi che un rimprovero non può provocare una reazione così a distanza».

La magistratura lumaca «grazia» Pecoraro Scanio

Patricia Tagliaferri - Mar, 26/03/2013 - 08:05

Mentre i pm di Napoli hanno fretta di chiudere col Cav, ai colleghi di Roma non sono bastati cinque anni di indagini preliminari. E l'ex ministro verde di Prodi va verso la prescrizione

Ci sono inchieste che procedono con calma, che durano anni e di cui spesso ci dimentichiamo tanto vanno per le lunghe, e indagini chiuse in un lampo, pronte per l'aula in men che non si dica.


Cattura
Giustizia a due velocità, a seconda di chi si trova seduto sul banco degli imputati. Se c'è il solito Berlusconi, neanche a dirlo, i magistrati hanno fretta e trovano il modo di aggirare qualsivoglia intoppo. Se gli imputati sono altri, e magari non la pensano come il Cavaliere, le Procure non hanno motivo di spingere sull'acceleratore, talvolta anzi tirano il freno. Capita così che un'inchiesta come quella per corruzione e finanziamento illecito sull'ex ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ci metta ben cinque anni a vedere la luce, andando incontro a probabile prescrizione.

Cinque anni di indagini preliminari, chiuse soltanto in questi giorni con un avviso di poche paginette a indagati e difensori. Tutt'altro ritmo rispetto a quella che a Napoli vede imputato l'ex premier per la vicenda della presunta compravendita di senatori e che recentemente ha spinto i pubblici ministeri a chiedere al gip il giudizio immediato per Berlusconi e per gli altri due indagati, Valter Lavitola e Sergio De Gregorio. A che serve l'udienza preliminare quando per l'accusa è certo che il Cavaliere ha dato 3 milioni di euro a De Gregorio perché cambiasse schieramento contribuendo così alla fine del goveno Prodi?

Saltiamola, hanno pensato i pm. L'altolà è arrivato dal gip di Napoli Marina Cimma, che ha rigettato la richiesta della Procura costringendo i magistrati a procedere con il rito ordinario. A Roma, invece, nessuna fretta di inchiodare l'ex ministro Pecorario Scanio, nel mirino della Procura dall'aprile del 2008. Certo, l'inchiesta è stata travagliata. Nata a Potenza, per caso, da un'indagine che il pm Henry Woodcock stava conducendo sul fotografo Fabrizio Corona, viene trasmessa a Roma per competenza. In mezzo c'è la trasmissione degli atti al tribunale dei ministri e la votazione della Camera che nel marzo del 2011 dice no all'utilizzazione delle intercettazioni telefoniche come fonte di prova.

Ma cinque anni sono cinque anni. E sicuramente non ne sarebbero passati così tanti se l'imputato si fosse chiamato in altro modo. Lo scorso 7 febbraio il pm Paolo Ielo ha firmato l'avviso di chiusura dell'indagine, l'atto che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio. La vicenda è quella di presunti favori in cambio di appalti. Il verde Pecoraro Scanio, all'epoca al dicastero dell'Ambiente, per concludere affari e pilotare nomine avrebbe ottenuto viaggi gratis in Italia e all'estero, telefonini e un terreno.

Con lui, sotto accusa per finanziamento illecito, gli imprenditori che avrebbero beneficiato delle sue attenzioni, tra cui Mattia Fella, uno dei titolari della Visetur spa, un'agenzia di viaggi che si occupa anche di noleggio elicotteri e aerei privati e che ha stipulato una convenzione con il ministero dell'Ambiente per il servizio di biglietteria e agenzia di viaggio e il cui fratello gemello, Stanislao Fella, è stato nominato membro di una commissione ministeriale.

Il pm Ielo contesta a Pecoraro Scanio di aver ottenuto da Fella il pagamento di numerosi trasferimenti in elicottero per un importo pari a 120mila euro e di vacanze private in Italia, Usa e Francia, oltre a soggiorni in hotel di Saturnia, Milano e Perugia. Fella avrebbe inoltre acquistato per l'ex ministro un terreno, pagato 265mila euro, destinato alla costruzione di un agriturismo biologico e una villa con piscina ed eliporto destinata a Pecoraro Scanio. «E ciò - scrive il pm - malgrado la destinazione agricola del suolo in oggetto».

Altra accusa da cui dovrà difendersi, quella di aver utilizzato con altri membri del suo entourage politico diverse utenze cellulari intestate alla Undicidue srl e alla società coooperativa giornalistica Modus Comunicazione. Agli indagati viene contestata anche la corruzione, ma per questo reato la posizione di Pecoraro Scanio è stata stralciata.

Battiato spara sul centrodestra ma ha preso i soldi da Fiorito

Francesco Maria Del Vigo - Mar, 26/03/2013 - 08:12

Il cantautore assessore in Sicilia disprezza i berluscones, non i 100mila euro incassati dal simbolo della malapolitica, allora sindaco di Anagni. E fu anche ingaggiato da An

Quanto ci piaceva il Battiato che cantava di dervisci rotanti, palome, cinghiali bianchi e mondi lontanissimi. Il cantante che con «voli imprevedibili» solleticava lo spirito senza precipitare nel burrone della musica che si piega all'interesse della politica.


CatturaAllora, al massimo, si faceva scrivere i testi dal filosofo Manlio Sgalambro e non si abbandonava a esternazioni che sembrano suggerite da Lucia Annunziata. «La destra italiana è una cosa che non appartiene agli esseri umani». Capito? Siete delle bestie. Se ne è uscito proprio così, Franco Battiato, a margine di un concerto a Parigi durante il tour promozionale del suo ultimo disco. La destra è disumana, aliena. Peggio che impresentabile. Anche lui si è dilettato nella nuova disciplina delle olimpiadi radical chic: l'insulto libero all'elettore di centrodestra. Anche lui è caduto nel solito complesso di superiorità di una sinistra che ha perso i contatti col mondo e non se ne riesce a capacitare.

L'alfiere della rarefazione spirituale ha lanciato una corposa palata di fango sul centrodestra, su una parte del popolo italiano e – inevitabilmente - anche su una porzione dei suoi ascoltatori. Cornuti e mazziati. Ma siamo proprio sicuri che il musicista siciliano sia sempre stato così caustico nei confronti della destra? No. Perché pecunia non olet, e l'erudito cantautore lo sa bene. Ora non perde occasione per propalare snobismo nei confronti dei «disumani» berluscones ma, per anni, non ha disdegnato i loro contratti e i loro soldi. Correva l'anno 2003 quando «Franco il mistico» venne ingaggiato da «Franco il Batman».

Che non è un eroe dei fumetti e nemmeno uno di quei mistici anacoreti che punteggiano i versi delle sue canzoni. Ma è proprio il «Francone» Fiorito che, molto pedestremente, distribuiva ostriche e champagne come fossero panini. Coi soldi della Regione, ovviamente. Fiorito allora era sindaco di Anagni e per celebrare il settecentesimo anniversario del celebre «schiaffo» organizzò una festa che, col senno di poi, faceva già presagire la nota megalomania che lo avrebbe trasformato in Batman. Il fiore all'occhiello dei festeggiamenti era il concerto di Battiato in piazza Vittoria.

Ponti radio e maxischermi seminati in tutte le piazze di Anagni per diffondere le note del musicista catanese. Festa megagalattica e ingaggio stellare: «Il cachet superò i centomila euro», ricorda al Messaggero un assessore del tempo. Sempre nel 2003, piena era berlusconiana con il Cavaliere saldamente insediato a Palazzo Chigi, Battiato saliva sul palco (ovviamente a pagamento) della festa di Alleanza nazionale alla palazzina Liberty di Milano. I postfascisti (paganti) non gli facevano schifo. Anzi, difendendosi dalle accuse di chi lo tacciava di essersi venduto al nemico, lui rilanciava con slancio: «Vado a cantare il mio repertorio (lo stesso che canto in tutte le occasioni) davanti a un pubblico che non va discriminato.

Non sono solito chiedere la tessera di partito a chi viene ai miei concerti». Sacrosanto. Peccato che col succedersi degli esecutivi abbia spostato sempre più a sinistra il suo centro di gravità permanente. D'altronde che le musiche del nasuto cantante fossero gradite al pubblico di centrodestra non è mai stato un mistero. Con i suoi richiami all'esoterismo di René Guénon, le citazioni nicciane e i suoi inni alla povera Patria «schiacciata dagli abusi del potere» (siamo in piena Prima Repubblica), Battiato sembrava essere uno dei pochi artisti che non si genufletteva al politicamente corretto.

Flirtava con un immaginario caro anche alla destra e giocava sul filo dell'ambiguità. E a mischiarsi con gli «impresentabili» non ci vedeva nulla di male. Poi la svolta da cantante engagé, l'impegno politico e la gragnuola di dichiarazioni al vetriolo. Che stridono così tanto con il nitore di molti dei suoi versi. Ma fino a qualche anno fa, per Battiato, non c'era nulla di disumano e i soldi delle amministrazioni di centrodestra avevano lo stesso profumo di tutti gli altri. Dalle volatilità dello spirito alla materialità del contante. Alla fine la sua profezia si è autoavverata: «Siamo figli delle stelle e pronipoti di maestà il denaro».

Caro Magdi, se ci dividiamo la battaglia per la fede è persa

Don Gabriele Mangiarotti - Mar, 26/03/2013 - 07:42

Anche tra i religiosi c'è chi sbaglia sull'islam. Ma il precedente del protestantesimo e le sacre scritture insegnano: "Guai all'uomo solo"

Ho letto la lettera-articolo al Giornale, con cui Magdi Cristiano Allam dichiara la sua non appartenenza alla Chiesa cattolica, pur intendendo rimanere cristiano.

Cattura
Non nascondo il mio dolore e il mio sconcerto. Sono suo amico, ho condiviso il suo cammino nel passaggio dall'islam al cristianesimo, sono stato presente al suo battesimo, al suo matrimonio e sono padrino di battesimo di suo figlio.
Gli ho scritto il mio dolore e il mio sgomento, e desidero qui esprimere alcune brevi considerazioni su quanto da lui affermato. Ci saranno certo altri modi per approfondire il dialogo, per affrontare le questioni aperte, per trovare soluzioni ai problemi evidenziati. Altri potranno poi continuare quella riflessione di amicizia che è sempre importante mantenere tra uomini veri.

Solo tre brevi considerazioni:
1. Sono sacerdote da quarant'anni, e la mia scelta è frutto di un incontro personale con Gesù Cristo nella comunità cristiana, oltre che della testimonianza affascinante di mio padre. Negli anni del seminario, che ho iniziato dopo aver frequentato il liceo scientifico a Milano, ho capito che la scelta del celibato (meglio, della verginità) non era e non è lo scotto da pagare per poter diventare sacerdote. Era ed è la scelta di rispondere all'invito di Gesù, di quel Gesù che ci ha amato di amore vero, carnale e soprannaturale. Non è scelta contro l'umano, contro la nostra natura, ma condizione di verità dell'amore. Certo, come dice proprio lo stesso Gesù, è vera scelta solo per chi è chiamato.

2. Papa Francesco ha parlato della povertà del nostro mondo occidentale, che non è una povertà solo materiale, ma consiste nella «dittatura del relativismo». Quella posizione per cui ciascuno di noi diventa regola della verità, per cui trionfa l'opinione, il politically correct, l'omologazione culturale e sociale. Contro tale dittatura, l'unico antidoto vero è la Chiesa cattolica, roccia su cui costruire la vita.
Certo, abbiamo visto tante volte troppi cedimenti di uomini di chiesa; non solo, e non soprattutto, cedimenti morali (che, a dire il vero, disgustano quando sono teorizzati come se fossero un bene) ma soprattutto cedimenti di fronte alla verità.

Certo, l'Islam «non» è religione rivelata. Maometto «non» è un profeta. L'unico rivelatore è Cristo, figlio di Dio crocifisso e risorto e presente oggi nella Chiesa.

Da troppi pulpiti cristiani - anche da chi ha responsabilità nella Chiesa - troppe voci confuse si alzano. Ma la confusione non è vinta dalla separazione e dalla divisione: la storia del protestantesimo deve pur insegnarci qualcosa!

3. «Guai all'uomo solo!», ci ricorda con insistenza la Sacra Scrittura. Nella Chiesa, è vero, la solitudine è vinta dai santi. Magdi Cristiano Allam ci ha ricordato come le testimonianze di una fede viva lo abbiano avvicinato a Cristo.

«Cercate ogni giorno il volto dei santi, per trarre conforto dai loro discorsi», ci esorta un antico testo cristiano. Non sarà proprio questa distanza dai testimoni vivi la radice di quella crisi nei confronti della Chiesa che la lettera al Giornale ha evidenziato? Il fare, l'impegno politico, le campagne elettorali non possono avere incrinato la familiarità con quei rapporti che, vissuti in nome di Gesù, sono il sostegno vivente della fede?

Ecco, questa è solo una reazione a caldo alle parole di Magdi Cristiano Allam; nella speranza che quello che abbiamo iniziato insieme non sia un «sentiero interrotto».

Nel M5S non c’è democrazia in Germania non sarebbe legale”

La Stampa

Il n.1 del partito dei pirati tedeschi: «Grillo dovrebbe ascoltare di più le voci all’interno del movimento anziché dirigere un fan club»
enrico caporale


Cattura
Migliaia di iscritti, nessuna vera piramide di potere e vita politica soprattutto sul Web. Piratenpartei, il Partito dei pirati tedesco, è il volto nuovo della Germania. Fondato nel 2006 sul modello dei pirati svedesi, dopo aver conquistato tra 2011 e 2012 l’ingresso nei parlamenti regionali di Berlino e del Saarland, superando la soglia di sbarramento del 5 per cento, a maggio dello scorso anno è entrato trionfalmente in due Lander importanti, lo Schleswig Holstein e la regione più popolosa della Germania, il Nordreno Westfalia. Chiede riforma del diritto d’autore, trasparenza su Internet, diritti civili e antinuclearismo. In vista delle politiche del 2013 rischia di diventare una minaccia per le due grandi corazzate tedesche, la Spd e la Cdu. Quasi un cittadino su tre ha detto di essere tentato dall’idea di votarlo. E tra i giovani la quota sale al 50 per cento. “Siamo la spina nella carne dei partiti tradizionali”, spiega il leader Bernd Schlömer.

Lo slogan ricorda quello di un altro partito giovane, qui in Italia. Qualcosa in comune con il Movimento 5 Stelle?
“Ho letto il programma del partito di Beppe Grillo, sembra interessante. Ma è stato scritto davvero dagli attivisti? Come si fa a credere che non sia solo un pezzo di carta. So di alcuni gruppi locali che per gestire i loro processi decisionali utilizzano il Liquid Feedback (software open source dei pirati tedeschi studiato per promuovere la formazione di opinioni condivise all’interno di una comunità, ndr). Mi chiedo allora perché non sia stato fatto lo stesso per il programma nazionale”.

Secondo Grillo tutti i partiti sono uguali e vanno cancellati. La pensa allo stesso modo?
“Mi sembra che nel vostro Paese in molti siano critici verso il sistema dei partiti. Per questo i Pirati italiani stanno sondando la possibilità di rinnegare i leader eletti o i comitati direttivi e approfittare del Liquid Feedback per prendere decisioni. Lo stesso sistema è già stato sperimentato in Argentina e in Israele. Grillo dovrebbe ispirarsi a questi modelli e lasciare spazio alla democrazia. In Germania la legge impone strutture di partito rappresentative, ma, parallelamente, stiamo sperimentando assemblee decisionali di questo tipo”.

Come giudica la struttura gerarchica del M5S? E i meeting segreti?
“Forse le intenzioni sono buone. Ma se Grillo non vuole un partito democratico, l’unica alternativa è la struttura autoritaria. Credo che dovrebbe ascoltare di più le voci all’interno del movimento e, anziché dirigere un fan club, trovare alternative ai partiti senza perdere di vista la democrazia. In Germania il M5S non sarebbe neppure legale. Le riunioni segrete poi non le comprendo”.

Qual è la sua opinione su Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio?
“Ho visto alcuni filmati. Mi sono piaciuti i pantaloni a zampa che indossava Grillo negli Anni 70. Tuttavia, non ho trovato divertenti alcune sue esternazioni sull’immigrazione. E nemmeno l’apertura a frange di estrema destra. Per quanto riguarda Casaleggio trovo che il controllo sull’opinione pubblica che egli esercita attraverso il web sia inappropriato per il leader di un partito democratico”.

A proposito di estrema destra, che cosa pensa di Casapound?
“Il solo fatto che in campagna elettorale Grillo abbia strizzato l’occhio a questo movimento rappresenta la garanzia che una collaborazione con il M5S sarà estremamente difficile”.

Grillo vorrebbe un referendum sull’euro. Qual è la politica dei Pirati su moneta unica e Unione europea?
“Noi siamo a favore dell’Europa, ma sosteniamo anche la partecipazione popolare. Quindi, se gli italiani vogliono andare al voto per decidere la loro permanenza nell’euro, ben venga”.

Grillo ha dichiarato di non voler stringere alleanze con il Pd di Bersani. Strategia giusta?
“Dovrebbe far scegliere al Movimento. Non capisco come una persona che non è stata eletta possa decidere su ciò che farà il Parlamento”.

Il programma 5 Stelle prevede Internet libero e democrazia diretta attraverso la Rete. Sono le vostre stesse battaglie?
“Noi abbiamo dato vita al Piratenpartei anche per contrastare la censura su Internet. Non è un problema se Grillo si è ispirato ai pirati tedeschi. In politica le buone idee sono fatte per essere copiate”.

I “grillini” chiedono il limite di due mandati per i parlamentari. Siete d’accordo?
“Sembra un’ottima idea. Credo che la sottoporrò al Liquid Feedback”.

A settembre ci saranno le elezioni in Germania. Previsioni per la Piratenpartei?
“Se riusciremo a distrarre i giornalisti dai nostri contrasti interni, allora niente potrà impedirci di entrare nel Bundestag”.

Nick, 17enne genio del web: la sua app a Yahoo! per 30 miliardi

Corriere della sera

Il giovane londinese D'Aloisio vende Summly, la app che riassume le news. Ma i soldi li gestiranno mamma e papà

Cattura
Si possono guadagnare 30 milioni di dollari con un’invenzione geniale e non poterne spendere direttamente neanche uno? Sì, se hai solo 17 anni, sei uno studente di Londra alle prese con gli A-Levels e devi affidarti (per legge) ai tuoi genitori per gestire la mega cifra che un colosso come Yahoo! ha deciso di spendere per il tuo giochino. È quello che sta capitando a Nick D’Aloisio, teenager di Wimbledon, con chiare ascendenze italiane e buona parte della breve vita trascorsa in Australia. Il «giochino» è Summly, la app per smartphone che riassume le notizie in 400 caratteri: Yahoo! fa sapere che la userà «per raggiungere una generazione di utenti mobili che desiderano informazioni in movimento».

LA STORIA Lui, Nick, la app l’aveva già inventata a 15 anni: si chiamava Trimit, e l’idea gli era venuta facendo ricerche su Google per gli esami di storia: troppe informazioni, troppa dispersione, niente ordine né sintesi. Da qui l’idea: un algoritmo che asciuga i testi riassumendone l’essenziale. Il primo a crederci fu il miliardario di Hong Kong Li Ka-shing, che ci investì 250 mila dollari sull’unghia. Lo seguirono immediatamente varie celebrity, da Ashton Kutcher a Yoko Ono, da Stephen Fry a Wendy Murdoch. Fino al lancio della nuova versione: era il novembre 2012 e da allora Summly è stata scaricata quasi un milione di volte.

LA STRATEGIA Ora Summly chiuderà: Yahoo! la strapperà all’App Store e ne acquisirà la tecnologia, secondo le linee guida della superboss Marissa Mayer, da mesi a caccia di startup da assorbire per rivitalizzare il gigante di Sunnyvale. E Nick diventerà uno specialissimo impiegato di un’azienda fondata quando lui non era ancora nato. Proseguirà gli studi al King’s College e frequenterà gli uffici londinesi del suo nuovo datore di lavoro. E quella montagna di soldi? «Per ora mi serve giusto un nuovo paio di Nike, il resto va in banca».

Gianluca Mercur
i26 marzo 2013 | 7:51

La figurina da 3 milioni di dollari

Corriere della sera

All'asta la «Gioconda del baseball»: una card di Honus Wagner, mitico campione sui «diamanti» del primo Novecento
La Gioconda del baseball sarà battuta all’asta il prossimo 5 aprile. Desiderio proibito di ogni collezionista sportivo, la card più famosa al mondo – una rarissima figurina di Honus Wagner del 1909 – è stata messa all’asta da Goldin Auctions nei giorni scorsi. La base era stata fissata a 500.000 dollari, ma gli utenti registrati al sito hanno immediatamente cominciato a rilanciare: le prime dieci offerte hanno fatto salire il prezzo a 1,27 milioni di dollari e secondo la casa d’aste online la figurina sarà venduta per oltre 3 milioni. «E’ il Sacro Graal dei cimeli sportivi», ha spiegato Ken Goldin, fondatore della casa d’aste specializzata in memorabilia, che ha deciso di lasciare la card in esposizione fino al 28 marzo al negozio newyorkese di orologi svizzeri Audemars Piguet, sulla 57th street.

La figurina e lo sponsor originale della collezione

LEGGENDA - Honus Wagner era una leggenda del baseball di inizio Novecento. Nato nel 1874, era soprannominato «L’olandese volante», benché fosse figlio di immigrati tedeschi. Interbase dei Pittsburgh Pirates, nel 1936 fu uno dei primi cinque giocatori a essere inserito nella Hall of Fame del baseball, insieme a Ty Cobb e Babe Ruth. Giocò dal 1897 al 1917, vincendo per otto volte il titolo di miglior battitore. A rendere la sua figurina così ricercata non è stata però la sua classe straordinaria, quanto lo scarsissimo numero di esemplari stampati.

A produrre la figurina fu la American Tobacco Company, che fra il 1909 e il 1911 stampò la raccolta T206, una leggendaria collezione di 523 card vendute insieme ai pacchetti di sigarette e di tabacco sfuso. Della figurina di Wagner furono però realizzati e distribuiti meno di 200 esemplari. A opporsi alla produzione fu proprio il giocatore dei Pittsburgh Pirates che, secondo i racconti dell’epoca, non gradiva che il suo nome fosse associato alle sigarette e non voleva incoraggiare i bambini a fumare. Alcuni insinuavano invece che Wagner, che peraltro faceva uso di tabacco da mastico, fosse solamente alla ricerca di un compenso economico.

50 ESEMPLARI - Di quelle 200 figurine sono ora rimasti in circolazione appena 50 esemplari, uno dei quali è costudito al Metropolitan Museum di New York. La card cominciò ad acquistare valore già prima della morte di Wagner, avvenuta nel 1955. Nel 1933 fu inserita nell’American Card Catalog di Jefferson Burduck, storico collezionista americano che la valutò 50 dollari rendendola già allora la più costosa al mondo. Nel 1991 la star dell’hockey Wayne Gretzky ne comprò un esemplare per 451.000 dollari, rivendendolo quattro anni dopo per 500.000.

La card passata per le mani del campione canadese divenne così la più celebre fra quelle ancora in circolazione: nel 2000 fu venduta all’asta su eBay per 1,2 milioni di dollari, nel 2007 fu rivenduta prima per 2,35 milioni, poi fu acquistata per 2,8 milioni da Ken Kendrick, proprietario della squadra di baseball degli Arizona Diamondbacks. I 2,8 milioni spesi da Kendrick rappresentano tuttora la cifra più alta mai spesa per una figurina sportiva: la seconda classificata è una card di Babe Ruth del 1914, pagata 517.000 dollari nel 2008, mentre al terzo posto si piazza una figurina di Joe Doyle del 1909, appartenente sempre alla serie T206 e pagata 329,000 dollari nel 2009. Il primato è dunque saldamente in mano a Honus Wagner, ma l’asta del prossimo 5 aprile potrebbe permettergli di battere il suo stesso record.

Andrea Marinelli
25 marzo 2013 | 23:10

Apple sfida Google Maps: ecco la localizzazione senza Gps

Il Messaggero


Cattura
ROMA - Apple sale in Borsa sulla scia dell'acquisizione di WiFiSlam, start up della Silicon Valley che produce app con mappe per gli smartphone. I titoli di Cupertino salgono dello 0,36% a 463,58 dollari per azione, in un contesto di calo degli indici americani. I termini finanziari dell'operazione non sono stati resi noti ma, secondo le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, Cupertino avrebbe pagato 20 milioni di dollari.

Dopo la debacle dell'app Maps di Apple, l'acquisizione di WiFiSlam potrebbe aiutare Apple a recuperare il terreno perso nei confronti di Google, che offre agli utenti Android servizi Gps anche al chiuso. WiFiSlam, che ha solo due anni, è una delle aziende che sta cercando di risolvere il problema su come individuare la location di un utente di smartphone quando questo si trova al chiuso e la tradizionale tecnologia Gps non funziona. Le mappe per luoghi chiusi, come aeroporti e centri commerciali, sono considerate una frontiera redditizia per le aziende tecnologiche. Una frontiera che però stenta ad affermarsi in seguito a limiti tecnologici.

Libri: Monuments Men, gli eroi che salvarono l’arte

Il Messaggero
di Mario Avagliano

Un drappello di coraggiosi recuperò i capolavori trafugati dai nazisti, dando vita alla più grande caccia al tesoro della storia


Cattura
ROMA - George Clooney, in qualità di produttore, ha già pensato di trarne un film. E forse si ritaglierà anche un ruolo da protagonista. La storia in realtà è intrigante. Una via di mezzo tra Indiana Jones e Salvate il soldato Ryan. Dal 1943 al 1951, nel pieno della seconda guerra mondiale e anche dopo la fine delle ostilità, un manipolo di militari alleati, reclutati tra direttori di musei, artisti, archivisti, studiosi dell’arte, bibliotecari e architetti, con l’aiuto di francesi, italiani e anche di qualche tedesco illuminato, salvò alcuni dei capolavori dell’Occidente, come la Gioconda di Leonardo e la Madonna di Bruges di Michelangelo, recuperandoli e sottraendoli al saccheggio dei nazisti o alla distruzione. La seconda guerra mondiale è stato il conflitto più devastante nella storia dell’umanità. Le principali città dell’Europa furono ridotte in macerie dai bombardamenti, con un numero di vittime impressionante. Eppure il museo Louvre a Parigi e la Cappella Sistina a Roma sono ancora lì, intatti. Come hanno fatto così tanti monumenti e opere d’arte a sopravvivere alla guerra e alla furia nazista?

LA MINACCIA Gli eventi principali del conflitto, Pearl Harbor, lo sbarco in Normandia, l’offensiva delle Ardenne, la battaglia di Stalingrado, la Shoah, la Resistenza al nazifascismo, sono entrati a far parte della nostra coscienza collettiva, così come i libri e i film (da Roma città aperta a Schindler’s List) e gli scrittori, gli attori e i registi (da Hemingway a Spielberg) che ci hanno fatto rivivere quei momenti epici o drammatici. Ma è poco nota la vicenda di quel gruppo di circa 350 uomini e di donne di tredici nazionalità diverse, quasi tutti di mezza età, che, come afferma lo storico americano Robert Edsel, «hanno letteralmente salvato il mondo come lo conosciamo».

Persone senza mitra o carri armati, che non solo ebbero la lungimiranza di comprendere la gravissima minaccia che incombeva sulle opere d’arte, ma si schierarono anche in prima linea per evitarla. Questi eroi sconosciuti erano i Monuments Men, come s’intitola il libro dello stesso Edsel, vale a dire «gli uomini della Monumenti», che prestarono servizio nella MFAA (Monuments, Fine Arts, and Archives), la sezione Monumenti, belle arti e archivi dell’esercito anglo-americano. All’inizio la loro responsabilità era limitare i danni al patrimonio artistico dovuti ai combattimenti, soprattutto quelli agli edifici storici: chiese, musei e monumenti. Con l’estendersi del conflitto, quando si varcò il confine tedesco, la loro missione si incentrò principalmente sulla localizzazione di opere d’arte trasportabili e altri beni trafugati dai nazisti.

OPERAZIONE NERONE
Durante l’occupazione dell’Europa, infatti, i tedeschi avevano messo a segno il più grande furto della storia, confiscando oltre cinque milioni di opere d’arte e trasferendole nel Terzo Reich. Nell’agosto 1942 il feldmaresciallo Hermann Goering (che aveva una vera e propria ossessione per i quadri di Vermeer) dichiarò: «Una volta lo si chiamava saccheggio. Ma oggi le cose devono avere un aspetto più umano. A onta di ciò, io intendo saccheggiare, e intendo farlo in maniera totale». Il sogno di Adolf Hitler era di edificare a Linz, in Austria, la più grande esposizione permanente d’arte dell’universo, tanto che commissionò al suo architetto Albert Speer il plastico del progetto e se lo portò nel suo bunker a Berlino.

In quegli anni gli uomini e le donne della MFAA condussero la più grande caccia al tesoro della storia, ricca di episodi grotteschi e straordinari. Fu anche una corsa contro il tempo, perché quando il Führer capì di aver perso la guerra, lanciò l’Operazione Nerone, che prevedeva tra l’altro di distruggere con gli esplosivi i tesori confiscati. E, nascosti in luoghi incredibili (castelli inaccessibili sulle Alpi o la miniera di Bernterode in Turingia, cinquecento metri sotto terra), c’erano decine di migliaia dei più importanti capolavori dell’umanità, incluse opere di Leonardo, Vermeer, Rembrandt, Picasso, Michelangelo e Donatello.

A questo libro, che riguarda in particolare le operazioni dei Monuments Men nel Nord Europa (in Francia, Germania, Austria e Paesi Bassi), ne farà seguito un altro, già annunciato da Edsle, in cui si narreranno le peripezie degli ufficiali Deane Keller e Frederick Hartt (americani) e John Bryan Ward-Perkins (inglese) durante il loro difficile incarico in Italia. Una vicenda, quella della task force “italiana”, già raccontata di recente da Ilaria Dagnini Brey nel libro Salvate Venere! (Mondadori, pp. 328, euro 21). Anche nel nostro Paese, da Palermo a Napoli, da Montecassino alla Toscana e poi al Nord Italia, i Monuments Men percorsero centinaia di chilometri ispezionando chiese, ville e edifici storici, musei e gallerie, localizzando le opere in pericolo e trasferendole al sicuro, talvolta in modo rocambolesco. Una missione per salvare i simboli della civiltà occidentale.

Le acqua sotto la terra, viaggio nel mondo meraviglioso scavato dai fiumi sotterranei

Il Messaggero
di Carlos Solito


Cattura
In uno dei più sentiti discorsi sull’argomento, Koichiro Matsuura, già Direttore generale dell’Unesco, ha detto: «l’acqua è probabilmente l’unica risorsa naturale che interessa tutti gli aspetti della civiltà umana – dallo sviluppo agricolo e industriale ai valori culturali e religiosi radicati nella società».
Altrettanto efficace uno dei passi di Nitin Desai, economista indiano: «La condizione dei poveri del pianeta non potrà essere alleviata senza che venga affrontata la qualità delle risorse di base dalle quali essi dipendono – terra e acqua. Il miglioramento dell’impiego dell’acqua è fondamentale per tutte le altre dimensioni dello sviluppo sostenibile». Impegnarsi quindi a usare l’acqua con saggezza. Magari cercando di conoscerla e di conoscere gli ambienti che la ospitano e che essa stessa ha creato con straordinaria suggestività nel corso di milioni di anni.

Ci siamo mai chiesti da dove vengono le acque che beviamo? Dalle sorgenti, è la risposta più comune. Ma prima di sbucare dalla roccia ed essere poi captate dagli acquedotti, da dove vengono le acque gelide? Da condotti e cavità scavate nella roccia più comunemente note come grotte carsiche. Veri e propri serbatoi sotterranei – che quasi sempre fanno capo alle falde idriche – ubicati nel ventre di massicci carsici che, agendo come un’immensa spugna, assorbono le acque in superficie per farle immediatamente migrare in luoghi bui, lontani dall’esterno, il più delle volte irraggiungibili.

LE MONTAGNE CALCAREE
Un quarto delle montagne del nostro paese è rappresentato da gruppi calcarei assolutamente privi di fiumi o laghi superficiali: deserti di bianche e grigie rocce che con spettacolari giogaie s’impennano e precipitano abbracciando altipiani, forre, valli e doline. Manifestazioni morfologiche tipiche di queste strutture geologiche. Ma la faccia della medaglia più bella è quella che non si vede, celata nel buio: è quella delle grotte. La montagna calcarea è tarlata da un’infinità di buchi che, come un gruviera roccioso, si inabissano in uno straordinario mondo sotterraneo creato nella notte dei tempi da fiumi impetuosi che hanno eroso e corroso rocce plasmando impensabili vuoti successivamente decorati da milioni di stalattiti e stalagmiti.

Da nord a sud, isole incluse, numerosi sono i territori montani di origine carsica dove, come scrisse nel suo Codice Atlantico il poliedrico Leonardo da Vinci, «grandissimi fiumi scorrono sotto la terra». Così dalle Alpi agli Appennini si susseguono contrafforti rocciosi brulli, aridi, quasi desertici: da est a ovest il Carso Triestino, i monti Lessini, l’Altopiano di Asiago, le Dolomiti Bellunesi e Ampezzane, le Grigne, le Alpi Bergamasche, le Alpi Marittime. E da nord a sud: le Alpi Apuane, l’Appennino Reggiano, i Sibillini, il monte Cucco, la gola Rossa di Frasassi, i grandi massicci laziali-abruzzesi (Lepini, Ausoni, Aurunci, Simbruini, Sirente-Velino, Gran Sasso, Maiella, Carseolani, Marsica e Meta), il Matese, i monti Picentini, il Cilento, la Murgia, il Pollino e il Supramonte in Sardegna.

LA SPELEOLOGIA
Un universo di solo calcare, scabro e rugginoso scrigno di stupori con in serbo le gemme più preziose: i fiumi sotterranei artefici di meraviglie impensabili che hanno foggiato in maniera quasi certosina inghiottitoi, voragini, caverne, poi invase da colossali crolli, foreste pietrificate di stalattiti e stalagmiti, baratri vertiginosi, cunicoli invasi da fango e gallerie. Angoli di sottosuolo unici al mondo teatro di memorabili pagine di esplorazioni speleologiche. Esplorazioni che mossero i primi passi nel luogo dove nacque la speleologia ovvero nel Carso - la regione geografica in bilico tra Italia e Slovenia che vanta uno dei fiumi sotterranei più importanti del mondo: il Timavo che inizia il suo percorso ipogeo in Slovenia per terminarlo nel golfo di Trieste nei pressi di San Giovanni Duino

Escluse le pionieristiche esplorazioni, la speleologia nacque ufficialmente alla fine del 1800 quando l'avvocato francese Edouard Alfred Martel, considerato il precursore della moderna esplorazione sotterranea, coniò il termine - spèlaion: caverna e lògos: ragionamento - inteso come scienza che studia le grotte. Da allora, decisamente più di un secolo fa, di passi avanti, anzi nel buio, ne sono stati fatti tanti. Un incredibile lavoro di attenta ricerca senza il quale non avremmo mai saputo che in Italia ci sono oltre 35.000 grotte censite, che le montagne del Kentucky nascondono nel loro ventre gli oltre 590 chilometri della Mammoth Cave System, o che i gessi ucraini sono attraversati da un sistema di gallerie lunghe 214 chilometri o che sulle Alpi Apuane, in Toscana, tra vette marmoree si annida un "gigante" lungo 60 chilometri.