domenica 24 marzo 2013

M5S, in Val di Susa contestato Crimi chiesta commissione d'inchiesta sulla Tav

Il Mattino
di Renato Pezzini


CHIOMONTE - A dispetto delle cassandre, non è volato neanche un sasso. E non poteva essere diversamente alla prima manifestazione No Tav del dopo elezioni.



CatturaAvevano da festeggiare, magari senza ammetterlo, l’ingresso in Parlamento di un discreto drappello di deputati e senatori amici. Quelli di 5 Stelle e quelli di Sel al completo, o quasi. E infatti gli onorevoli salgono al cantiere per una «visita ufficiale» e annunciano ciò che molti in Valsusa da tempo si aspettavano di sentire: «Lunedì chiederemo che si formi una commissione d’inchiesta sull’Alta Velocità». Lo dice Vito Crimi, capogruppo a Palazzo Madama dei grillini.

Aggiungendo così all’agenda politica del momento un argomento che potrebbe diventare strumento di concordia con il centrosinistra. Non perché il Pd sia nettamente contrario alla Tav (anzi), ma perché nelle speranze di qualcuno il treno superveloce ha i requisiti per divenire oggetto di trattativa, come auspica con eplicità brutalità il senatore del Pd Esposito: «Dateci la fiducia in Parlamento e noi facciamo fermare i lavori». Esposito parla a titolo personale, ma il sasso è lanciato.

IL CANTIERE Il cantiere dell’Alta Velocità è un grande spiazzo recintato in mezzo ai ripidi pendii della Val Susa. Per ora ci sono solo cinquanta metri del tunnel esplorativo. L’opera vera e propria è lontana dall’essere iniziata, manca pure il progetto definitivo. Ne parla la delegazione di deputati con i tecnici della Ltf. Chiedono lumi, vogliono dettagli, chiarimenti. Alcuni arrivano, altri no: «Avrete i documenti». Il tutto in un clima disteso. Con un cordone di polizia tutt’intorno e un’ottantina di militanti No Tav di là dal filo spinato. Al cantiere hanno accesso anche gli «accompagnatori» dei deputati grillini e vendoliani.

Sono per lo più attivisti di prima fila del movimento che da più di dieci anni prova a fermare il progetto dell’Alta Velocità. Bruno Perino, portavoce della protesta, Lele Rizzo del centro sociale Askatasuna, e il ragazzo che un anno fa rischiò di morire cadendo da un traliccio su cui era inerpicato per piazzare una bandiera No Tav. Alla fine i più soddisfatti: «Siamo sempre più certi che questa opera inutile non verrà mai realizzata». Al pomeriggio il corteo. Da Susa a Bussoleno, otto chilometri di marcia lontano dalla zona calda del cantiere. I rappresentanti di 5 Stelle e di Sel confusi fra la gente, spari qua e là, ma per la prima volta uniti sono la stessa insegna.

domenica 24 marzo 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

Comune, Pisapia il più ricco ma da sindaco guadagna la metà

Il Giorno

Reddito dimezzato per il primo cittadino rispetto a quando faceva l'avvocato. Prima guadagna 863mila euro e ora "solo" 480mila

di Massimiliano Mingoia



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Milano, 24 marzo 2013 - La politica paga? Non sempre, non per tutti, almeno a dare un’occhiata alle cifre dell’ultima dichiarazione dei redditi di Giuliano Pisapia, quella del 2012 relativa al reddito imponibile 2011. Il sindaco ha dichiarato 483.276 euro. Una bella cifra, che pone il primo cittadino in vetta alla classifica dei più ricchi del Consiglio comunale. È Pisapia il Paperon de’ Paperoni di Palazzo Marino. Attenzione, però. Il sindaco è il più facoltoso in Comune, ma lo era ben di più quando era solo un avvocato. Sì, perché Pisapia nella dichiarazione del 2011 relativa al reddito del 2010, quando non era ancora sceso in campo a tempo pieno per le primarie del centrosinistra in vista delle elezioni comunali, ha dichiarato 863.492. Quasi il doppio rispetto al suo reddito del 2011, l’anno della sua elezione a Palazzo Marino.


In un anno, da avvocato a sindaco, Pisapia ha quasi dimezzato il suo reddito. Le proprietà immobiliari e mobiliari del sindaco, invece, nel confronto tra un anno e l’altro, sono rimaste invariate. Pisapia possiede due case a Milano (una delle quali in comproprietà), una casa a Santa Margherita ligure e una Giulietta Alfaromeo del 2010. Insomma, la politica non sempre paga. Un’eccezione che conferma la regola. Nella classifica dei Paperoni di Palazzo Marino, al secondo posto dopo il sindaco si piazza la consigliera di Milano al centro, l’ex assossore morattiana Mariolina Moioli, con 191.875 euro, e al terzo il pidiellino Andrea Mascaretti, anche lui ex assessore nella precedente Giunta, con 183.821 euro.

Sopra i 100 mila euro all’anno anche il fratello d’Italia nonché dirigente Aler Marco Osnato (138.966 euro), l’ormai ex capogruppo del Pdl (si è dimesso dal Consiglio il 13 marzo) Carlo Masseroli (122.482 euro), il pidiellino Armando Vagliati (118.140 euro) e il finiano Manfredi Palmeri (103.184 euro). I più poveri di Palazzo Marino?

La maglia nera spetta al leghista Massimiliano Bastoni con appena 3.867 euro. Guadagnano poco di più il grillino Mattia Calise (6.511 euro), il renziano del Pd Filippo Barberis (6.964) e il radicale Marco Cappato (10.931): tutti e tre, nella dichiarazioni dell’anno prima, risultavano nullatenenti. Tra le altre cariche in Comune, nel 2011 redditi superiori rispetto al 2010. Dal presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo (80.674 euro) passando dal direttore generale Davide Corritore (101.947 euro) e dal capo di gabinetto del sindaco Maurizio Baruffi (64.819 euro), fino agli assessori Marco Granelli (63.017 euro), Pierfrancesco Majorino (50.878 euro) e Pierfrancesco Maran (61.561 euro).

massimiliano.mingoia@ilgiorno.net

In 456 domande e risposte i segreti di Roma e dei papi

Stefano Lorenzetto - Dom, 24/03/2013 - 08:06

La chiesa con i visceri dei pontefici defunti, il cimitero per la gallina del Duce i 2.500 animali in San Pietro, la trattoria dei 500 piatti, il Colosseo di letame

Spiace dover dare all'Urbe e all'Orbe una notizia forse ignorata da gran parte dei romani, ma pare proprio che il Colosseo, distrutto da un incendio nel 217 dopo Cristo, sia stato ricostruito dall'imperatore Alessandro Severo con i proventi delle tasse sul meretricio di prostitute e catamiti (da catemitus, sostantivo latino derivato dal nome Ganimede, usato per indicare un bambino trattenuto da un pederasta per atti di libidine).


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In pratica, più che a un anfiteatro, il simbolo della Città eterna e dell'Italia è assimilabile a un lupanare, il che spiega molti aspetti dell'attualità. Non a caso Papa Clemente XI nel 1700 aveva fatto chiudere i fornici del monumento, trasformandolo in un deposito di letame, dal quale si ricavava il salnitro che serviva a una vicina fabbrica di polvere da sparo.

Spiace anche dover deludere i turisti di tutto il mondo che, sull'esempio di Audrey Hepburn in Vacanze romane, corrono a infilare le dita dentro la Bocca della Verità collocata nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Nessun pericolo di vedersi mozzare la mano, come capiterebbe secondo tradizione a bugiardi, traditori e adultere, ma dovrebbero difendersi con l'Amuchina: quel mascherone barbuto era in origine un tombino della fognatura, un dio fluviale che inghiottiva le acque piovane nelle sue fauci spalancate.

Paul de Musset, fratello del più famoso Alfred, nel suo Voyage pittoresque en Italie (1856), scriveva di Roma: «Quando si crede di aver visto tutto, bisognerebbe ancora girare a caso, senza meta, perché il piede non urta mai una pietra, un pezzo di marmo, un blocco senza nome che non nasconda qualche ricordo importante». Già, ma chi ricorda dov'è il luogo in cui fu assassinato Giulio Cesare? Basta affacciarsi sui ruderi di fronte al teatro Argentina: si vede un muro che ingloba una nicchia nella quale era collocata la statua di Pompeo ai cui piedi, il 15 marzo del 44 avanti Cristo, il dittatore cadde trafitto da 23 pugnalate. E dove si trova la scena di sadismo talmente raccapricciante da turbare il marchese de Sade quando la vide nel 1775? Nella chiesa di Santo Stefano Rotondo, al Celio. Fa parte di un ciclo di affreschi commissionato nel Cinquecento dalla Compagnia di Gesù per istruire i giovani preti sul martirio che li attendeva in terra di missione.

A tutto quello che avreste voluto sapere su Roma ma non avete mai osato chiedere, e a molto di più, risponde Lauretta Colonnelli, giornalista di lungo corso (Rai, L'Europeo, Amica, Corriere della Sera), riprendendo lo schema del celebre Conosci Parigi?, che fu inventato da Raymond Queneau sul quotidiano L'Intransigeant. Dal 1936 al 1938 lo scrittore si poneva ogni giorno tre domande sulla capitale francese e si dava da solo le risposte. I 456 quesiti furono poi raccolti nel volume Connaissez-vous Paris?, diventato un best seller. E 456 sono anche le domande e le risposte che la Colonnelli pubblica in Conosci Roma?, uscito in libreria mercoledì scorso per le Edizioni Clichy. Interrogativi che lasciano di stucco, perché la giornalista non si è preoccupata solo di chiedersi

domanda numero 1 - dove si collochi il centro esatto della Città eterna (è nel Foro Romano, segnato da un frammento marmoreo con palmette, seminascosto sotto la vegetazione davanti ai resti del tempio di Saturno), ma si è anche sbizzarrita nei quesiti più inaspettati.
Esempio: «Quante monetine vengono gettate ogni anno nella Fontana di Trevi dai turisti che sperano di tornare a Roma? I volontari della Caritas, nei primi sei mesi del 2012, hanno raccolto nella vasca 540.000 euro».
Oppure: «In quale strada si assiste all'illusione ottica per cui la cupola di San Pietro rimpicciolisce man mano che ci si avvicina? In via Niccolò Piccolomini, imboccandola da Villa Pamphilj».

In questo percorso all'apparenza svagato, ma in realtà minuziosissimo, l'autrice spiega fra l'altro che piazza del Popolo non ha nulla a che vedere col popolo («il toponimo deriva da populus, che in latino significa pioppo»); che il primo semaforo d'Italia fu collaudato a Roma nel settembre 1929 da Filippo Ugolini, vicecomandante dei vigili del fuoco; che la sigla Gra (Grande raccordo anulare) coincide per puro caso col cognome del progettista che lo ideò oltre mezzo secolo fa, l'ingegner Giulio Gra.

Ma davvero nella basilica di San Pietro sono raffigurati 2.500 animali?
«D'ogni specie, compresi delfini, gechi, pipistrelli, lucertole, maiali e salamandre. Un solo gatto. Fa capolino, timidissimo, da dietro una tenda nell'Annunciazione scolpita nel 1949 dal senese Vico Consorti in una formella della Porta Santa, che viene aperta solo ogni 25 anni per il Giubileo».

Ignoravo che il primo cimitero per animali costruito in Italia si trovasse in via dell'Imbrecciato. «Si chiama Casa Rosa e fu voluto da Benito Mussolini nel 1923 per seppellirvi la gallina che era stata compagna di giochi dei suoi figli. Fra oltre un migliaio di tombe, ci sono anche quelle dei cani di Sandro Pertini, Giovanni Leone, Peppino De Filippo e Anna Magnani».

E non sapevo che un cavallo potesse ospitare nella sua pancia un banchetto per 23 commensali.
«Neppure io. Ho scoperto che il monumento equestre di Vittorio Emanuele II sull'Altare della Patria è lungo ben 12 metri e che il 3 febbraio 1909 fu allestita al suo interno una tavola imbandita per l'ex sindaco Leopoldo Torlonia e il padrone della fonderia Bastianelli con i suoi 21 operai, i quali alla fine saldarono il ventre di bronzo dell'equino».

A proposito di ventre: intervistai Cesare Signoracci, imbalsamatore di papi, ma non mi disse che i loro organi interni si conservavano a parte.
«Sì, nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, davanti alla Fontana di Trevi. Qui sono sepolti in appositi loculi i precordi, le frattaje come dicono i romani, di 23 pontefici, da Sisto V, morto nel 1590, a Leone XIII, morto nel 1903. La pratica fu abolita da Pio X».

Resto in tema: l'espressione «Nun c'è trippa pe' gatti» da che deriva?
«Da un provvedimento del sindaco Ernesto Nathan. Nel 1907, appena eletto, si accorse che nel bilancio comunale figurava l'uscita “frattaglie per gatti” destinata al mantenimento dei felini che difendevano dai topi i documenti custoditi negli archivi capitolini. Nathan la cancellò, dicendo che da quel momento i gatti avrebbero dovuto nutrirsi di ratti. Se i mici fossero morti di fame, sarebbe stata la miglior prova che quel capitolo di spesa era inutile».

Ma lei è «romana de Roma»?
«No, sono toscana di Pitigliano. Vivo nella capitale dal 1969. Ci venni per laurearmi in filosofia alla Sapienza. Poi il professor Adriano Magli, marito dell'antropologa Ida Magli, mi offrì di diventare sua assistente. Mi era appena nato un figlio, avevo bisogno di guadagnare. Magli mi fece avere un contratto come programmista-regista in Rai. Curavo Sala F su Radio 2. Lessi che il nuovo direttore dell'Europeo, Mario Pirani, avrebbe trasferito la redazione a Roma. Non conoscendo nessuno nel settore, cercai sull'elenco telefonico di Milano il numero dell'editore Angelo Rizzoli: purtroppo era appena uscito di casa. Allora chiesi un colloquio a Pirani. Quando mi ricevette, si mise a ridere: “È la prima giornalista che non si fa raccomandare. Mi scriva un pezzo”. Superai la prova e mi assunse».

Le piace il nuovo vescovo di Roma?
«Tantissimo. Papa Francesco mi ha conquistata, nonostante non sia praticante. Però per il mio lavoro vado spesso in Vaticano. Prima del conclave ho passato tre notti nella Cappella Sistina ad assistere ai lavori di spolveratura degli affreschi. È un luogo magico, che ti prende alla gola, ti risucchia nel vortice delle inquietudini di Michelangelo. Le figure della volta e del Giudizio universale sembrano prendere vita e navigare nel blu di lapislazzuli».

Per il popolo niente vino gratis dopo l'ascesa al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio.
«Eh già. Invece nel Seicento, per l'elezione di Innocenzo X e di Clemente X, venne fatto sgorgare vino dalle bocche dei leoni egizi posti a guardia delle due fontane all'inizio della cordonata michelangiolesca in Campidoglio: rosso da una e bianco dall'altra».

Da buon argentino Papa Francesco apprezza solo il mate.
«Leone XIII andava pazzo per il Vin Tonique Mariani à la Coca du Pérou. Nel 1891 insignì di una medaglia d'oro lo speziale còrso Angelo Mariani, inventore della bevanda, e gli concesse addirittura il permesso di usare il ritratto papale nei manifesti pubblicitari. Mariani metteva a macerare per dieci ore in un litro di Bordeaux 60 grammi delle “migliori foglie di coca” provenienti dal Perù. Il Vin Mariani fu vietato in Italia agli inizi del Novecento».

Bergoglio ama stare fra la gente.
«Anche Sisto V, eletto nel 1585. Si confondeva tra il popolino per capire se e quanto fosse gradito. Un giorno un oste che non l'aveva riconosciuto si mise a parlare male di lui. Conclusione: il pontefice lo fece decapitare. I colleghi vollero ricordare lo sventurato con una testa di marmo che si può vedere incastonata tra due finestre del secondo piano nel palazzo al numero 34 di piazza Navona. E già gli andò bene...».

In che senso?
«A morire decapitato. Mastro Titta, il boia dello Stato pontificio che tra il 1796 e il 1864 eseguì a Roma 516 sentenze capitali, non usava solo la ghigliottina e il cappio per l'impiccagione: era specializzato anche nella mazzolatura col maglio e nello squartamento».

Ma chi era questo Mastro Titta?
«Giambattista Bugatti. Aveva un mestiere di copertura: verniciatore di ombrelli in via del Campanile 4, una traversa di via della Conciliazione».

Resta valido ciò che Giacomo Casanova scrisse di Roma nelle sue memorie: «Non esiste città cattolica in cui ci si preoccupi meno della religione»?
«I romani non si preoccupano di nulla. Hanno visto di tutto. Guardano passare il mondo».

Vi sentite davvero «caput mundi»?
«Io no, i romani sì».

Il monumento che ama di più?
«Il Pantheon. Ti dà serenità, racchiude dentro di sé il cielo e ti proietta in un mondo in cui tutte le culture e le religioni si fondono in un unico abbraccio».

Il luogo che le è più caro?
«La balaustra del Pincio al tramonto».

Le botteghe che più la intrigano? «I Mondelliani di via dei Bergamaschi, dietro il Parlamento, dove si trovano montature per occhiali artigianali, raccolte da Rosaria Riccioli Mondello e dal figlio Federico in giro per il mondo. E Cristina Bomba in via dell'Oca, che offre vestiti disegnati da lei in stile minimalista. Durante le riprese di Habemus Papam vi incontravo Michel Piccoli impegnato a rifarsi il guardaroba».

Il ristorante dove si mangia meglio? «Non esiste più. Era la trattoria Lepre in via Condotti, famosa ai tempi del Grand Tour, molto apprezzata da Edgar Allan Poe. Teneva in menù 450 piatti e 50 tipi di minestre. Si può rimediare andando alla Campana, nel vicolo omonimo, la più antica di Roma, aperta nel 1518. Serve il brodo di arzilla».

Ero rimasto a quello fatto con la gallina vecchia, non con la nonna.
«L'arzilla in romanesco è la razza. Brodo di pesce arricchito col broccoletto».

Ma Roma è veramente ladrona, come ululava Umberto Bossi? «Non più delle altre città d'Italia».

«Omnia Romae cum pretio». Tutto a Roma si può avere a un prezzo. Giovenale. «Da allora non è cambiato nulla. Perché sono gli uomini che non cambiano mai. Basta leggersi Tito Livio o Plutarco. O quella lettera in cui Seneca lamentava che la sua pennichella fosse disturbata dai buoni a nulla che giocavano a palla. Sandra Verusio crede che il suo sia il primo salotto di sinistra della capitale. Probabilmente non sa che fu quello di Cornelia, la madre dei Gracchi, “haec ornamenta mea”, ecco i miei gioielli».

Sant'Ambrogio raccomandava: «Quando sei a Roma, vivi come i romani; quando sei in un altro luogo, vivi come si vive in quel luogo». Vivete in un modo tutto vostro.
«Sempre meno. L'omologazione ha avuto il sopravvento. Forse il detto valeva ai tempi della dolce vita, quando Ennio Flaiano sbeffeggiava gli attori americani che venivano qui a girare i film con uno dei suoi fulminanti aforismi: “Sono convinti di essere noi”».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Bersani, una birra dopo le consultazioni

Corriere della sera

Lo scatto nello stesso locale dove venne fotografato oltre un anno fa
 
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La birretta dei momenti decisivi. Ancora una volta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si è concesso una bella bionda al termine di una giornata molto intensa. Ed ha scelto lo stesso locale dove venne fotografato oltre un anno fa, l'Open Baladin, a due passi dal ministero della Giustizia. Evidentemente un momento di ricercato relax al termine del primo giro di consultazioni che lo ha impegnato fino al primo pomeriggio alla Camera dei deputati. Così come nel gennaio dello scorso anno era stato fotografato, solo in compagnia di una birra, intento a scrivere il discorso per l'assemblea nazionale del Pd.

BECCATO DAI CRONISTI - Probabilmente questa volta il Presidente del Consiglio incaricato avrebbe preferito non essere beccato dai paparazzi ma il tentativo di depistare fotografi e giornalisti è andato a vuoto. Dopo aver lasciato Montecitorio, Bersani era riuscito a far perdere le tracce. Ma la «fuga» è durata poco. È stato infatti rapidamente rintracciato nella birreria nel centro di Roma. Anche se questa volta non era tutto solo come appare nella foto del gennaio dello scorso anno. Con lui alcuni collaboratori. Si è trattenuto in birreria per oltre quaranta minuti e solo quando si è avvicinato alla cassa per pagare il conto ha notato la presenza dei cronisti.

Bersani nella stessa birreria il 12 gennaio dello scorso anno

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LE SORPRESE - Nel locale si è fermato a parlare con un gruppo di giovani che gli hanno pure chiesto una foto ricordo. Il segretario del Pd avrebbe anche ricevuto i complimenti per l'elezione di Pietro Grasso alla presidenza al Senato. E prima di uscire ha promesso: «le sorprese non sono ancora finite». Quindi, rivolto ai giornalisti che gli hanno fatto notare che una birra dopo le consultazioni fa più notizia di un incontro con Berlusconi, Bersani ha allargato le braccia replicando: «Se lo dite voi...».




Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it23 marzo 2013 (modifica il 24 marzo 2013)




Le birre artigianali che piacciono (anche) a Bersani
Corriere della sera




L’Open Baladin a Roma


«La birra ci ha civilizzato». C’è poco da aggiungere dopo aver letto sull’Herald Tribune un dotto articolo dello psichiatra Jeffrey P. Kahn, autore del libro «L’origine dell’ansia e della depressione». Tra gli istinti primordiali dell’uomo, argomenta il prof, ci sono la capacità di associarsi in clan per difendersi e di stabilire gerarchie. Istinti salvavita che non si prestano però all’arte, all’invenzione, a tutto ciò che rende viva una civiltà. Per questo abbiamo bisogno di qualcosa che rompa i codici sociali. «Abbiamo bisogno di birra», sentenzia Khan, raccontando di una recente scoperta archeologica, tracce di produzione di una sorta di birra trovate nelle grotte nel Neolitico. Birra con cui gli antenati «placavano l’angoscia di sfidare gli istinti primordiali, rendendo gli umani più espansivi e creativi».

Questo era il ruolo della birra per i nostri antenati. Oggi in molti tornano all’artigianalità della birra, non per cercare lenitivi della psiche ma per produrre in modo più sano con gusti nuovi. In Italia sono più di 400 i birrifici artigianali. Tra i primi a scostarsi dalla produzione convenzionale, il Birrificio italiano di Agostino Arioli, che firma, ad esempio, la Scires, in cui vengono aggiunte ciliegie prima della fermentazione del mosto.

La Birra del Borgo di Leonardo Di Vincenzo è nata nello stesso periodo, alla fine degli anni Novanta, in provincia di Rieti. Partiti dalla ReAle, dalla DucAle e dalla Duchessa, i ragazzi del Borgo sono sbarcati anche a Roma, con due locali a Trastevere e Campo de’ Fiori. È in uno di questi locali, l’Open Baladin (“non un semplice pub, ma una vera e propria casa della birra dove fare cultura birraia proponendo le migliori birre artigianali italiane e straniere insieme ai piatti – hamburger, carni, patate e panini, tutto fatto a regola d’arte e con le migliori materie prime – curati da Gabriele Bonc”) che, qualche mese fa, venne fotografato il segretario Bersani mentre, solo al tavolo, scriveva quello che sarebbe passato alla storia del Pd come «il discorso della birretta». E ieri Bersani ha ripetuto il rituale al termine della prima giornata di consultazioni.

Il Birrificio Artigianale Veneziano ha aperto solo due anni fa ma ha già vinto il primo premio assegnato dall’associazione Unionbirrai (la competizione si è svolta il 23 febbraio alla Fiera di Rimini) nella categoria Italian Lager. Il birraio si chiama Rudy Liotto e produce due linee: la Furia (Bionda, Rossa e Nera) e le Venexiane, più sperimentale. Nello stesso evento, «Selezione birra», è stato premiato come birrificio del 2013 Le Baladin, una storia iniziata da Teo Musso in un locale a Piozzo, nelle Langhe, nelle stanze di una ex osteria e di un ex garage trasformato in microbirrificio dopo un viaggio in Belgio con un furgone Volkswagen Westfalia, quello che andava forte negli anni della controcultura. Le prime imbottigliate, nel 1996, Super e Isaac sono diventate una trentina tra Luppolate, Speziate, Open, Puro Malto…

Andrea Turco, autore del blog Cronache di Birra, punto di riferimento del settore, consiglia Moreno Ercolani dell’Olmaia, in Val d’Orcia: l’ultima nata è la Starship, malti e luppoli inglesi per una Bitter di 4,5 gradi alcolici, dedicata al Boeing 720 che volava nelle tournée dei Led Zeppelin. Qualche tempo fa anche il Gambero rosso ha stilato una lista delle migliori birre artigianali: ha inserito la Domm, una Weizer prodotta dai «ragazzi terribili» di Birrificio Lambrate. Aumentano i consumi delle birre artigianali, ma anche gli eventi. Come quello in corso oggi a Milano, Italia Beer Festival, all’East End Studios di via Mecenate, con oltre 200 prodotti da degustare. Birra come mezzo per la convivialità, quindi. Come è sempre accaduto. È probabile, ipotizza il prof Kahn, che migliaia di anni prima della famosa frase di Ben Franklin («la birra è la prova che Dio ci ama e ci vuole felici») qualche uomo del Neolitico abbia fatto lo stesso brindisi.

Napoli| In fila dall'esorcista, lista d'attesa record per don Luigi

Il Mattino
di Maria Chiara Aulisio

Una giornata nella parrocchia di San Gennaro ad Antignano sede di uno dei due sacerdoti specializzati. La sfida al malocchio



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Napoli. La giornata di padre Palumbo comincia molto presto e finisce troppo tardi. I «clienti» abituali arrivano alle sette del mattino, talvolta anche alle sei e mezza, sperando di essere ricevuti prima della messa delle 8 che don Luigi celebra quotidianamente nella chiesa di San Gennaro ad Antignano. In fila davanti al confessionale aspettano con pazienza il loro turno; chi ha fretta può anche andar via perché è difficile immaginare quanto tempi dureranno i singoli incontri.

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Quindici, persino venti richieste di ascolto al giorno: don Luigi, prete esorcista, 74 anni, nominato con apposito decreto dal cardinale Crescenzio Sepe, benché dotato di grande spirito di lavoro e abnegazione, non nasconde un velo di stanchezza. Mica facile avere a che fare tutti i giorni con chi ritiene di avere la jella appiccicata addosso, di essere stato colpito da maledizioni, fatture e fattucchiere, riti satanici o, peggio, posseduto dal maligno. In quella chiesa arriva veramente di tutto: «Donne, uomini, anziani, ragazzi, intere famiglie - racconta don Luigi - troppo spesso ”maledette” più dalla loro fissazione che dal diavolo».

Con lui, sempre presente, pronto a intervenire qualora ce ne fosse bisogno, Alfonso D’Avino, braccio destro dell’esorcista, nella sua vita miracolato addirittura otto volte: «Non lo lascio mai solo - commenta - qui accadono le cose più strane e bisogna fare molta attenzione. Quando riceve sono sempre nei paraggi, non si può mai sapere quello che passa nella testa della gente». E veniamo ai fatti. Che cosa fa un esorcista? «Libera le persone dall’influenza o dalla possessione diabolica, - risponde il sacerdote come fosse la cosa più naturale del mondo - dall’azione straordinaria del maligno che colpisce di più quando si è lontani da Dio».

Difficile capire chi è davvero «indemoniato» e chi invece rientra in quella categoria di persone più o meno psicolabili, anche se padre Palumbo ormai può vantare una consolidata esperienza in materia. «Prima di tutto ascolto le loro storie con attenzione per capire che cosa vogliono. Il più delle volte la nostra gente ha solo bisogno di avvicinarsi al Signore, dunque non si tratta di esorcismi, ma di conversione. Nella lotta contro il demonio è il Vangelo a dirci che i rimedi sono due: ”Vigilare e pregare per non entrare in tentazione”».

In ogni caso esistono diverse forme di esorcismo: «Quelle più gravi dove maggiore è l’influsso diabolico, e quelle meno importanti. Nel primo caso si richiedono delle preghiere speciali da parte di chi deve allontanare il maligno, nel secondo può bastare anche solo una benedizione particolare». Una regola da rispettare: perché l’esorcismo possa davvero essere efficace c’è bisogno della volontà di essere liberati. «Dio, nella sua grande misericordia, è dispensatore di infinite grazie, ma è chiaro che non può imporle a nessuno».

Il diavolo, beninteso, è sempre lo stesso anche se i segni della sua presenza nell’individuo cambiano. «Come faccio a riconoscere chi è davvero posseduto? Beh, anche se non ho la palla di vetro, quando i casi sono gravi le manifestazioni sono inequivocabili: parlano con voce gutturale, mostrano una forza fisica non conforme alla loro età o allo stato di salute, si agitano molto, spesso cambiano proprio espressione. Che cosa faccio? Prego, esistono formule ben precise in grado di allontanare il maligno. Se ci riesco? Certo, quando vanno via stanno già molto meglio, poi però tornano, vengono a confessarsi, partecipano alla messa, insomma, recuperano il loro rapporto con Dio».

Attenzione: bando a fattucchiere, maghi, amuleti e talismani. L’ultimo caso «trattato» da padre Luigi riguardava proprio una ragazza finita nelle mani di una strega che continuava a spillarle danaro sotto la minaccia di una misteriosa «fattura a morte». «Arrivò da me accompagnata dai genitori - racconta don Luigi - magrissima e pallida, completamente plagiata da quella donna. Ci è voluto un po’ di tempo, ma la vicenda si è conclusa con la conversione della ragazza e la denuncia della maga da parte mia. L’ultima volta le aveva chiesto cinquemila euro, li voleva subito altrimenti sarebbe andata avanti con il maleficio. Date retta a me, abbandonate le fattucchiere e regalatevi un Rosario».

sabato 23 marzo 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 21:09

Micro stampanti e bici senza catena Gli oggetti che ci cambieranno la vita

Corriere della sera

Le 99 idee in gara a Londra per il titolo di «progetto dell'anno»

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LONDRA - Un paio di scarpe da ginnastica, occhiali con lenti regolabili, una bicicletta senza catena, un sito web, un grattacielo, una libreria: 99 progetti che per il Design Museum di Londra rappresentano il non plus ultra del design internazionale. Si tratta di oggetti e prototipi reali e virtuali che, stando al curatore Pete Collard, negli ultimi dodici mesi hanno cambiato la nostra vita: dal braciere olimpico realizzato da Thomas Heatherwick allo Shard, dal Galaxy Soho di Pechino al Museo dell'Innocenza voluto a Istanbul dallo scrittore Orhan Pamuk. Non c'è limite alle dimensioni o al costo del progetto e, ammette la designer Ilse Crawford, presidente della giuria, scegliere un vincitore non sarà facile.

Le categorie sono sette - architettura, digitale, moda, mobili, grafica, prodotti, trasporti - e spicca qualche nome italiano: Renzo Piano è in lizza per la sua Scheggia di vetro nel cuore della capitale britannica, Miuccia Prada per la collezione primavera-estate 2012 ispirata alle Chevrolet e agli Anni Cinquanta. Tra i colossi dell'architettura globale e della moda spunta qualche progetto dalle misure più limitate ma dallo spessore enorme: come il Kit Yamoya, un pacco di farmaci anti diarrea che verrà distribuito nei Paesi in via di sviluppo senza costi aggiuntivi grazie proprio alle sue dimensioni. È studiato, infatti, per collocarsi a perfezione tra le bottiglie di Coca-Cola. «Com'è, ci siamo chiesti, che la Coca-Cola arriva ovunque mentre per distribuire i farmaci ci sono problemi enormi? - ha spiegato Simon Barry, fondatore del movimento ColaLife dal quale è nato il kit -. Ci sono voluti 15 anni ma alla fine siamo riusciti a trovare la formula giusta per sfruttare la rete di distribuzione già in esistenza».

E che dire degli occhiali da vista progettati da Joshua Silver, un docente di Fisica dell'Università di Oxford in pensione? I colori sono quelli dell'arcobaleno, la loro utilità non ha limiti. Chi li indossa li può calibrare a suo piacimento, può scegliere la gradazione delle lenti da solo. «Per noi andare dall'oculista è semplice, ma in molti Paesi è un lusso concesso a pochi. Con questi occhiali non c'è bisogno di consultare un esperto per cominciare a vedere meglio, subito», ha sottolineato Silver.

Non mancano i grandi nomi - come Zaha Hadid, l'architetto del Centro acquatico del Parco olimpico e del Maxxi di Roma, candidata in due categorie, architettura, per il Galaxy Soho di Pechino, e mobili, per il tavolo Liquid Glacial, tre gambe e un piano che sembrano fatti di ghiaccio o acqua che scorre - e non mancano i riferimenti all'estate a cinque cerchi vissuta da Londra nel 2012 - in lizza la ristrutturazione della via dei musei della capitale, Exhibition Road, e il braciere. Ma, come il design, la lista non ha confini geografici: la montagna di libri di Spijkenisse, in Olanda, il pacchetto di sigarette antifumo australiano, le scarpe Flyknit, della Nike. «Abbiamo cercato di dare, come sempre, un'impronta internazionale al premio», ha spiegato Collard. I 99 progetti sono in mostra al museo londinese (in molti casi di tratta di modelli in scala) sino al 7 luglio, mentre i vincitori delle varie categorie e quello assoluto saranno annunciati ad aprile.

Paola De Carolis
24 marzo 2013 | 9:28

Genitori separati, è boom . Solitudine e incertezze ma anche corsi e gruppi d’ascolto

Corriere della sera

In tre anni a Milano le separazioni sono aumentate del 36%


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MILANO - All’inizio è l’idillio, poi il fastidio di litigi o di troppi silenzi. Uno dei due scoppia, l’altro segue, e ci si separa. Sempre più spesso. A Milano i minori che crescono con genitori «singoli» sono aumentati del 36% in tre anni e ormai una famiglia con figli su 3 ha la mamma divisa dal papà. Cifre impressionanti che suggeriscono l’idea di una comunità estesa, forse solidale. Eppure da una parte (quella di chi subisce la decisione) come dall’altra ci si sente insicuri e soli. Tanto che la città risponde con associazioni, corsi, incontri e gruppi d’ascolto.

CONFINI DA COSTRUIRE - Un libro appena uscito, «Due Nidi» di Laurence Anholt e Jim Coplestone (edizioni Lo Stampatello), racconta di un uccellino che vede il papà trasferirsi dall’altra parte dell’albero. Da quel momento i genitori, due bravi genitori, lo spostano di qua e di là e con grande fatica si spartiscono il suo tempo. Un giorno però lui apre le ali e impara a volare da un nido all’altro. Ed è così che riesce a far propria una decisione fino a quel punto solo subìta. Anche di questo, della necessità di dividere i nidi per dovere di chiarezza nei confronti dei figli, si è parlato martedì al convegno «Dalle pari opportunità alle pari responsabilità» organizzato da Provincia e Consulta femminile interassociativa di Milano.

«Con la crisi le separazioni non diminuiscono, cambia però il modo di gestirle: molte coppie mantengono la casa familiare e si alternano lì con i figli trovando per i giorni che spettano all’ ‘altro’ soluzioni economiche ma residuali (la mamma torna dai suoi, il papà va da un amico)», osserva Eliana Onofrio, avvocato esperto in diritto di famiglia. Eppure questa non è la miglior soluzione, replicano gli esperti. «Tenere una casa dove vanno e vengono entrambi i genitori è confusivo. Bisogna considerare una priorità, al contrario, avere due alloggi distinti: e in ciascuno i figli devono trovare un luogo e un tempo loro dedicato», spiega il pedagogista Daniele Novara. «Occorre parlare molto chiaro con i piccoli, appena si è sicuri della decisione e si sono condivise le scelte per il futuro», rincara Silvia De Poli, psicologa al consultorio Gepo. E aggiunge: «Dividere la settimana in modo troppo spezzettato, ad esempio a giorni alterni, può essere destabilizzante».

COPPIE E FIGLI - La soluzione ricorrente è comunque un’altra, osserva Novara: «In genere fino ai 10-11 anni i figli stanno di più nella casa materna, poi la situazione si equilibra». Ciò che deve essere chiaro, circostanzia però Fulvio Scaparro che il 4 aprile tiene l’incontro «Dalla coppia sentimentale alla coppia educativa», è che a prescindere dal tempo di permanenza da una parte o dall’altra «la responsabilità educativa è reciproca e condivisa da subito». Possibilista sull’ipotesi di ricompattare la famiglia in alcuni momenti fissi come i week end o qualche festa, infine, è Annamaria d’Acierno, presidente della Consulta. Può essere un «buon modo» di sancire davanti ai figli rapporti distesi tra i genitori, dice l’esperta, purché non alimentino false illusioni: «Che avvengano, se devono avvenire, programmate e non casuali, quando è già stato fatto un discorso chiaro e la separazione è consolidata».

LA VOCE DEI BAMBINI - Uno dei passaggi più difficili è l’annuncio «ufficiale» ai figli, considera poi Costanza Marzotto, mediatrice al Servizio di psicologia clinica per coppia e famiglia in Cattolica dove tiene Gruppi di parola per bambini dai 6 ai 12 anni i cui genitori sono separati o divorziati. «Spesso i piccoli, quando viene data loro opportunità di parlare in gruppo, ci fanno capire che sapevano già anche se non facevano domande per paura delle risposte - dice l’esperta - Talvolta gli adulti rinviano troppo l’annuncio per un mal gestito senso di colpa che paralizza a lungo, in particolare i figli di genitori a loro volta separati».

Il discorso dev’essere inteso come atto di famiglia, aggiunge Scaparro, «fatto insieme da mamma e papà che annunciano la decisione come scelta definitiva e condivisa”» cercando per quanto possibile di fugare il rischio che i figli si colpevolizzino per quanto accaduto: «È in quel momento che i genitori iniziano a rassicurarli nel concreto che con la separazione non stanno perdendo uno di loro». Infine, dice ancora la Marzotto, capita più spesso di quanto si crede che le coppie ricorrano alla mediazione di un terzo «equidistante dalle parti ma anche equi-vicino, cioè appositamente preparato per ricomporre nuovi equilibri» la cui scoperta è cruciale. Viceversa quando questi equilibri non si trovano perché «non si mette sufficiente parola» su uno degli eventi più difficili per la famiglia, e ad esempio uno dei genitori scredita l’altro mettendo in dubbio la sua funzione, possono emergere, anche dopo tanti anni, scompensi: «Non solo nel figlio ma anche negli adulti stessi in rapporto al loro ruolo genitoriale».

Elisabetta Andreis
23 marzo 2013 | 18:50

Wagner e la sinfonia perduta ritrovata in un vecchio baule

Corriere della sera

Composta all'età di 19 anni, fu ripescata nel 1877 in una soffitta di Dresda da un suo allievo

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ROMA - «Lei apprenderà da me qualcosa di assolutamente segreto». A poche settimane dalla sua morte, avvenuta a Venezia il 13 febbraio 1883, Richard Wagner scrive una lettera al direttore del settimanale Musikalisches Wochenblatt che lo pubblica col titolo «Resoconto sulla ripresa di un'opera giovanile». L'ultimo concerto che Wagner ha diretto sulla Laguna è un episodio pressoché sconosciuto, vissuto nell'intimità familiare. Si tratta di una Sinfonia che egli compose all'età di 19 anni di cui si persero le tracce. Fu ritrovata nel 1877, nel baule di una soffitta a Dresda, dal suo allievo Anton Seidl. La Sinfonia in do è l'unica scritta da Wagner, che poi posò il suo sguardo altrove.

Una storia affascinante che il regista Gianni Di Capua racconta nel documentario «Richard Wagner, Diario veneziano della Sinfonia ritrovata» che, dopo l'anteprima veneziana del 15 aprile, sarà trasmesso il 22 maggio, giorno del bicentenario della nascita, dalle reti satellitari europee (in Italia dovrebbe essere Sky). In seguito se ne farà uno spettacolo teatrale con Mario Zucca e Marina Thovez, che nel filmato prestano voci e corpi.

Wagner decide di eseguire la Sinfonia alla vigilia di Natale del 1882, per festeggiare il compleanno di sua moglie Cosima. Doveva essere una sorpresa per lei. Sarà il suo congedo come direttore. Egli non aveva un'orchestra, la trovò negli studenti del Liceo musicale Benedetto Marcello, che erano lusingati ed eccitati: «Facevamo il doppio di quello che pensavamo fosse possibile, quasi a nostra insaputa». Il concerto, in forma privata, ebbe luogo nelle Sale Apollinee della Fenice. I Wagner arrivarono su tre gondole. Al termine, egli citò scherzosamente il Barbiere di Siviglia : «Buonasera miei signori». Dopo averla composta, mandò con un biglietto la partitura a Mendelssohn che era direttore alla Gewandhaus di Lipsia: «La prego di tenerla per sé». Ma l'intendimento, come conferma in una lettera successiva, era di avere la reazione contraria: «Prima o poi mi avrebbe detto qualcosa». Da Mendelssohn nessuna risposta. La partitura andò smarrita.

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Il documentario, attraverso le foto storiche le stampe, mostra Venezia come doveva apparire agli occhi di Wagner: «Qui l'architettura sostituisce i fiori». Ecco la vita di quei giorni, le baronesse e le principesse che tenevano compagnia a Cosima, e la figura di suo padre, Liszt, «che organizzava i piaceri e i piccoli divertimenti». Nella Sinfonia in do, in quattro movimenti, Wagner mostra la sua ammirazione per Beethoven. Era soddisfatto dei primi due movimenti, mentre lo Scherzo «non lo poteva soffrire». Gli studiosi vi hanno ritrovato un gruppo melodico che poi sviluppò in due suoi capolavori, «Tristano e Isotta» e «Il Crepuscolo degli dei». Cosima nelle lettere racconta il malore al petto che colse Wagner durante le prove, presagio della morte imminente. Era orgogliosa: «Ha eseguito questo pezzo 50 anni fa per sua madre e ora per me. Solo chi non conosceva il sentimento della paura poteva avere composto questa Sinfonia».

Valerio Cappelli
23 marzo 2013 | 18:42

La città sia più viva, i chioschi dei panini non si possono chiudere a mezzanotte

Corriere della sera

di Luca Gibillini, consigliere comunale Sel



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Negli scorsi giorni è stata emessa dall’assessore al Commercio D’Alfonso un’ordinanza che ha cercato di mettere ordine alla selva di norme regionali e nazionali sugli orari di alcune attività commerciali. In particolare si è deciso che i chioschi (127  a Milano) e gli autonegozi (i paninari,600 in tutta la Lombardia) debbano chiudere entro mezzanotte. In più che questi secondi debbano essere ad una distanza siderale (200 metri) dalle case e fuori dalla circonvallazione esterna. Quindi in quasi nessun luogo della città.

L’ordinanza rischia di obbligare chioschi e paninari a chiudere, con evidenti ricadute negative. Stiamo lavorando tutti insieme, giunta, consiglio e cittadini, per rendere  la città  più europea e più viva. La Milano che immaginiamo è aperta, accogliente e attenta anche a coloro che vogliono (o devono perchè lavorano) vivere la notte. Una città capace di attirare persone che vengono da fuori non solo per affari o per visitare le bellezze culturali e storiche, ma anche per divertirsi.
Tanti giovani in questi giorni ce l’hanno ricordato e scritto:  l’ordinanza rischia o, forse meglio dire, ha rischiato di andare in controtendenza rispetto a quella sfida .Per questa ragione in consiglio comunale abbiamo proposto una mozione che chiede alla giunta di modificare l’ordinanza, trovando ampissimo consenso.

La scommessa di coniugare bisogni e desideri diversi, come quello del riposo con quello – altrettanto legittimo- di una città aperta,  è vitale.  I chioschi e i paninari sono parte di questa città. Li desideriamo, certo, sempre più compatibili con i residenti, nel solco delle norme e della legalità. Ma sarebbe stato un errore pensare che se qualcuno sbaglia o disturba, la soluzione possa essere chiuderli tutti. I chioschi, come tutti i luoghi di aggregazione, possono essere un’occasione di economia e lavoro, oltre che di crescita individuale e collettiva.

Per questo importante sapere che la mozione presentata ha ricevuto un parere positivo da parte
del sindaco, ci auguriamo che nel minor tempo possibile l’ordinanza venga quindi modificata. Il tempo della città blindata, chiusa, dei coprifuoco è finito con la sconfitta di Letizia Moratti e Riccardo De Corato.

L'altro raduno: quello dei trombati

Andrea Cuomo - Dom, 24/03/2013 - 08:29

MicroMega riunisce in piazza i perdenti in salsa antiberlusconiana, guidati da Ingroia. Ed è flop

Roma - Loro non riescono a farsi eleggere. E vorrebbero che Silvio Berlusconi fosse dichiarato ineleggibile.


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Quella che si è svolta ieri in piazza Santi Apostoli «per chiedere la realizzazione della Costituzione e il rispetto della legge che mette Berlusconi fuori del Parlamento» e contro «i mefitici venti di inciucio che ricominciano a spirare tra Pd e Pdl» è stata in fin dei conti la festa dell'invidia. Guidata da una raffica di trombati più o meno eccellenti. A partire dall'organizzatore della manifestazione, quel Paolo Flores d'Arcais direttore di MicroMega che più di una volta ha tentato l'avventura politica senza successo.

Nel 2005 il suo progetto si era arenato in fase preparatoria: la sua lista di candidati alle primarie dell'Ulivo naufragò nell'indifferenza. Così come il «partito dei senza partito» concepito con Antonio Di Pietro e Andrea Camilleri per le elezioni europee del 2009. Da notare anche gli endorsement di Flores: nel 2008 indicò che avrebbe votato Pd, nel 2013 Rivoluzione Civile. E ieri l'intellettuale ha fatto un'altra gaffe riferendosi alla manifestazione Pdl nella vicina piazza del Popolo: «Piazza piena? Anche Hitler riempiva le piazze».

I due trombati più freschi della manifestazione antiberlusconiana di ieri erano Antonio Ingroia e Antonio Di Pietro, detti anche Totò&Totò. I due sono vittime della caporetto della lista Rivoluzione Civile, partita per spaccare il mondo e finita con il 2,2 per cento alla Camera e «zeru eletti». «Noi siamo fuori dal Parlamento per via della legge elettorale peggiore della storia, ma Berlusconi sarà cacciato dal Parlamento, perché era ineleggibile ma tutelato da una legge che nessuno finora ha applicato», ha urlato ieri il magistrato dei due mondi al pubblico di Santi Apostoli. Quanto a Di Pietro, ieri in piazza fisicamente non c'era, ma quel che resta dell'Italia dei Valori ha dato il suo sostegno alla manifestazione.

Così come i girotondini (ricordate?) e il popolo Viola rappresentati da Gianfranco Mascia, uno che alle recenti elezioni regionali del Lazio presentandosi nelle fila di Rivoluzione civile è stato sbianchettato dagli elettori, finendo addirittura nono per preferenze a Roma. Neanche ad andarci vicino. Quanto a Margherita Hack, altra firmataria dell'appello di MicroMega, ha una storia diversa: lei eletta lo è stata più volte (alle regionali lombarde del 2005, alle politiche del 2008, alle regionali del Lazio del 2010) finendo poi sempre per rinunciare al seggio, alla faccia dell'elettore.

Comunque anche lei come «endorsatrice» non porta bene: alle ultime primarie del centrosinistra ha dapprima appoggiato Nichi Vendola e poi, eliminato il governatore pugliese, nel ballottaggio tra Bersani e Renzi ha appoggiato il secondo. Quando si dice stare dalla parte dei perdenti. Come spesso accade nelle manifestazioni di certa sinistra, l'elenco di intellettuali, attori, eccetera, firmatari dell'appello è quasi più lungo di quello dei partecipanti, che ieri a Roma non erano più di qualche centinaio. «Qui c'è un popolo - ha aggiunto Flores - che vuole che sia preso sul serio l'articolo della nostra carta fondamentale che dice che la legge è uguale per tutti». La legge forse. La piazza no di certo.

La mappa (illegale) sulla vulnerabilità della rete

Corriere della sera

Un hacker realizza un censimento delle falle del web. Lo scopo? «Divertirmi»

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Quanto è grande Internet? Un anonimo hacker ha risposto a questa domanda. Con mezzi efficaci, ma illegali, ha realizzato una sorta di censimento della Rete: per il suo «Internet Census 2012» ha infettato circa 420.000 dispositivi elettronici poco protetti con una botnet a suo dire non malevola. Il risultato? Una straordinaria mappa del Web (guarda la versione animata) come si presenta oggi. Oppure: una raffigurazione sull’insicurezza informatica mondiale.

IMPRESA - Da qualche parte su questo pianeta c’è un hacker il cui umore in questo momento oscilla tra l’orgoglio e la paura. Orgoglio, perché ha creato una cosa mai riuscita ad altri. Paura, perché ha violato la legge, pressoché in ogni Paese sul globo. Cos’ha fatto quest’uomo? Ha misurato Internet, vale a dire tutta la Rete mondiale così come si presentava nel 2012. Un’impresa titanica. L’hacker si è servito di uno strumento fatto da sé e ben poco legale: è entrato in centinaia di migliaia di computer in tutto il mondo, che però non gli appartengono. Ha voluto testare quanti apparecchi sono collegati a Internet con la password di default «root». Ebbene, sono oltre un milione. Molti, oltretutto, non sono nemmeno protetti da password, scrive il pirata informatico (anonimo) in quello che è una sorta di suo personale progetto di ricerca.

ROUTER - Tra coloro che hanno ricevuto un router dal proprio provider, esiste infatti la probabilità che la password dell’amministratore sia proprio «root» o «admin». «Come dimostra il mio lavoro, si trovano apparecchi non protetti praticamente dappertutto su Internet», scrive con un po’ di malizia l’autore. Ha scritto un software in linguaggio C per setacciare la Rete alla ricerca di dispositivi privi di credenziali di accesso o per i quali non sono stati modificati i valori predefiniti, spiega Cnet. Ne ha trovati 1,2 milioni con le porte d’accesso praticamente spalancate. La maggior parte erano «router di clienti finali o set-top box». Per evitare fraintendimenti, qui non si parla del codice d’accesso alla rete wireless, ma della password del router, predefinita di fabbrica.

VISCERI - L’hacker ha realizzato una botnet formata da oltre 420.000 dispositivi connessi ad Internet (sui 52 miliardi interpellati), raccogliendo circa nove terabyte di dati. In altre parole: il malware è stato studiato per inserirsi all’interno degli apparecchi dopo che questi, vale a dire il loro indirizzo Ip, avevano risposto positivamente alla richiesta di ping. La botnet l’ha chiamata Carna, dal nome della dea romana che protegge i visceri dei bambini e più in generale la salute dell'uomo. La creazione di simili botnet è ovviamente vietata. Generalmente queste vengono utilizzate per scopi nocivi quali l’invio di spam o attacchi DoS (Denial of Service). Carna è stata creata per effettuare la scansione dei 4,3 miliardi di indirizzi IPv4 disponibili (la quarta revisione dell'Internet Protocol), scoprendo che milioni di dispositivi (in prevalenza router, modem e stampanti) avevano una o più porte aperte.

SODDISFAZIONE - «Non abbiamo modificato nessuna password o apportato qualche modifica permanente», spiega l’hacker. Che sottolinea: «Dopo il riavvio ogni dispositivo è tornato al suo stato originale, compresa la password poco sicura o per nulla esistente». Anche se la botnet non è stata usata per distribuire malware, assicura l’hacker, i cybercriminali potrebbero ottenere questo scopo, grazie alla facilità con cui si può avere accesso ai dispositivi connessi ad Internet senza nessuna protezione. Resta la domanda perché il pirata informatico abbia realizzato questo enorme lavoro non preoccupandosi dei potenziali rischi legali. Lo spiega alla fine della sua relazione: l’obiettivo era «divertirsi con i computer e con Internet, un piacere che pochissime persone potranno mai sperimentare».

Elmar Burchia
22 marzo 2013 (modifica il 23 marzo 2013)

Cogne, dissequestrata villa dei Franzoni dove fu ucciso Samuele

Il Messaggero


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AOSTA - La villa di Cogne, dove il 30 gennaio 2002 fu ucciso Samuele Lorenzi, è stata definitivamente dissequestrata stamani alla presenza di Stefano Lorenzi, marito di Anna Maria Franzoni. Il provvedimento è stato eseguito alle 10 dai carabinieri del nucleo investigativo del Gruppo Aosta, su delega della terza sezione penale della Corte d'Appello di Torino. La richiesta era stata avanzata da Stefano Lorenzi, tramite i suoi legali, alla fine del febbraio scorso. La Corte d'Appello di Torino, accogliendo l'istanza, ha ritenuto che non ci fossero più le esigenze cautelari per mantenere il sequestro dello chalet in legno e pietra di Montroz. In tempi recenti, gli unici accessi alla villetta erano stati quelli svolti periodicamente per verificare l'integrità degli impianti di acqua e riscaldamento.

La Franzoni continua a professarsi innocente.
Annamaria è rinchiusa nel carcere bolognese della Dozza, dove, come spiega l'avvocato Savio, «sta scontando la sua pena con grande dignità e senza alcun privilegio». La condanna è quella, ormai definitiva, per l'omicidio del figlio. Ha il diritto di ricevere le visite dei familiari per sei ore alla settimana «ed è ciò che la tiene in vita». L'avvocato Savio dice che Annamaria continua a professare la propria innocenza: «Non si è mai rassegnata».


Sabato 23 Marzo 2013 - 13:14
Ultimo aggiornamento: 13:48

Meglio un cattivo processo che un bel funerale

Nicolò Petrali - Sab, 23/03/2013 - 08:24

Era il maggio 2003 quando Gio­vanni Petrali reagì uccidendo un bandito. Ecco la lettera del figlio

Era il maggio 2003 quando Gio­vanni Petrali reagì uccidendo un bandito. Ecco la lettera del figlio inviata al giornale on li­ne «l’Intraprendente» (www.lintraprendente.it) e che pub­blichiamo per gentile conces­sione della testata.



Meglio un cattivo processo che un bel funerale. È quello che io e la mia famiglia, per certi versi egoisticamente, abbiamo pensato durante tutti questi anni. Dieci per la precisione, tanto ci ha messo la giustizia italiana a emettere un verdetto sul caso di mio padre, il tabaccaio di Piazzale Baracca che nel 2003 uccise un malvivente che aveva tentato di rapinarlo. All'epoca dei fatti avevo 15 anni. Quel maledetto pomeriggio di maggio ero a casa di un mio amico a giocare a qualche videogame. Sua madre entrò nella stanza e mi disse che dovevo rimanere a casa loro a dormire perché i miei genitori avevano fatto tardi sul lavoro. Dovettero solo stare attenti a non sintonizzarsi, neanche per sbaglio, su qualche telegiornale. Sennò avrei scoperto tutto. Ovviamente la mia famiglia passò tutta la notte in questura.

La mattina dopo tornai a casa. C'era qualcosa di strano nell'aria. Troppa gente sotto casa e qualcuno addirittura sul pianerottolo. Avrei scoperto solo dopo che erano tutti giornalisti e che io non gli interessavo, nonostante fossi il figlio del tabaccaio, perché ero ancora minorenne e quindi non potevano intervistarmi. Entrai e vidi tutta la mia famiglia attorno al tavolo, tranne mio padre», (nella foto).

«Nico, dobbiamo dirti una cosa - esordì mio fratello maggiore -, ma non spaventarti. Stiamo tutti bene fortunatamente. Ieri c'è stata una rapina al bar e c'è stata anche una sparatoria. Il papà sta bene ma adesso è in ospedale perché lo hanno picchiato e ha preso qualche botta alla testa». In quel momento ebbi molta paura. Pensavo mi stessero mentendo per non dirmi subito la verità. «Dov'è papà?», fu l'unica cosa che riuscii a dire. «È in ospedale, sta bene», ribadirono. «Non facciamo scherzi - urlai - mi state dicendo la verità vero?». «Sì, stai tranquillo». «E allora portatemi in ospedale, subito!».

Il resto della storia la lessi anch'io nei giorni seguenti sui giornali. Mio padre era stato malmenato, minacciato di morte, i due rapinatori avevano puntato la pistola prima su di lui e poi su mia madre. Nel bar c'era la cassaforte a tempo e quindi non poteva essere aperta in modo volontario. «Sparagli - urlava al suo complice il ladro non armato per spaventare mio padre - sparagli!». Mio papà mi ha confessato molte volte che in quel momento pensava fosse la fine. «Un'intera vita a lavorare per morire qui, come un cane», mi ha ripetuto spesso.

Per fortuna non è andata così. Mio papà in un momento di disattenzione dei rapinatori ha preso la pistola e ha fatto fuoco. Uno dei due è morto poco dopo. Nel caos di quei momenti, tra ambulanze, polizia, curiosi che si accalcavano intorno al locale, mio padre chiedeva di suo figlio più piccolo. Era preoccupato di come avrei avuto la notizia. «Il fiulin ( bambino in dialetto milanese) - diceva a mia madre con un'espressione allucinata - il fiulin!».

A tanti anni di distanza i postumi di quella tragica esperienza sono ancora forti. Mio padre ogni tanto ha ancora gli incubi. L'ansia torna spesso a fare visita a mia madre e a mia sorella. Nel tempo abbiamo ricevuto tanta solidarietà e dovuto mandare giù qualche boccone amaro. Un processo lungo, a tratti paradossale, in cui mio padre era accusato di omicidio volontario. Qualche provocatore che nei giorni seguenti entrava al bar e chiedeva il punto preciso dove era morto il rapinatore per mettere dei fiori o chi sosteneva che avrebbe dovuto sparare alla gambe, come se si ragionasse razionalmente in quei momenti. Alla fine l'assoluzione completa non è arrivata, ma non importa. Sono ancora convinto che un brutto processo sia meglio di un buon funerale.

Sanremo, fa causa al condominio per i danni alla tela di Salvator Dalì che custodiva nel garage

La Stampa

Chiesti 61 mila euro tra risarcimenti e restauri per un’infiltrazione d’acqua

GIULIO GAVINO

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Cita in giudizio un intero condominio perchè un’infiltrazione d’acqua nel garage gli ha irrimediabilmente compromesso un dipinto firmato Salvador Dalì e danneggiato altre opere d’arte tra cui un candelabro gotico in legno, un dipinto di San Gerolamo del Seicento, un tavolo Decò e altro ancora. In tutto chiede 61 mila euro di risarcimento e restauri, comprensivi dei 15 mila per l’opera a tempera, o meglio una «goauche» di Dalì. All’atto di citazione depositato a Palazzo di Giustizia ha allegato le foto e una perizia su danni e restauro.

L'assicurazione del condominio, subito chiamata in causa, ha però risposto «picche» perchè a dire del perito non si tratterebbe di un danno, come la rottura di un tubo, ma di un problema strutturale. A promuovere l’azione legale, la causa al condominio, è stato Nicola Siffredi, 29 anni, che si è affidato all’avvocato Andrea Artioli. A vedersi recapitare esterrefatti la lettera dell'amministratore di condominio con all’ordine del giorno la costituzione in giudizio sono stati i condomini di «Giardini del Sole», unità immobiliare con vista mare di via Padre Semeria (l'assemblea si è svolta ieri sera).

«Causa delle infiltrazioni lamentate - spiega il legale nella citazione - sembrerebbe essere una cattiva impermeabilizzazione delle soprastanti aiuole di proprietà del condominio». Di qui il motivo per cui lo studio Baggioli dell’assicurazione Piana ha negato gli estremi per la copertura assicurativa del danno d'acqua. Nel rappresentare l’accaduto l’immobiliare Biasci, che con Giampaolo Biasci si occupa della gestione del condominio sanremese, ha rivelato: «Stupisce che opere d’arte di tale valore venissero depositate in una autorimessa già umida di suo poichè sottostante ad un giardino.

In ultimo dubito che sia legittimo per un estraneo al condominio di possedere un garage nel nostro complesso. Le autorimesse sono infatti soggette a vincolo pertinenziale di un posto auto per ogni bilocale come da legge urbanistica vigente al momento della costruzione ed in ogni caso le autorimesse non devono venire utilizzate come magazzini». Viste le posizioni diametralmente opposte manco a parlarne di definizione bonaria della vertenza. L’avvocato Artioli ha già depositato anche la visura catastale dell'immobile relativa a quel garage che risulterebbe «sganciato» da un appartamento.

In attesa di arrivare davanti al giudice restano da chiarire, volendo, un po’ di cosette. Possibile che un’opera, seppur minore, di Salvator Dalì, se ne stesse sotto chiave dentro un garage di via Padre Semeria invece che nel salotto di casa o in qualche galleria? Invece della solita paccottaglia di giocattoli rotti e catene da neve scoppiate, quell’autorimessa assomiglia più ad un negozio di antiquariato o al deposito di un collezionista. Ciascuno delle cose sue fa quello che vuole. Sarà il giudice a definire la questione, e non appare cosa semplice. Sarebbe bello sapere nel caso prevalesse l'interesse del danneggiato se verrà applicata la regola del «chi rompe paga e i cocci sono i suoi». Varrebbe la pena di mettere nell’androne del condominio quel Salvator Dalì dimenticato. Roba da far drizzare i baffi. Quelli di Dalì.

Il muro che divide Nicosia a metà

La Stampa

La comunità greca, moderna e ricca, vive ancora separata da quella turca
roberto giovannini


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Dopo la riunificazione di Berlino, Nicosia è l’unica capitale d’Europa divisa da un muro. Per la verità, a dividere Lefkosia, la città greca, da Lefkosa, la città capitale della Repubblica Turca di Cipro del Nord, più che un vero e proprio muro c’è una fascia di case abbandonate dal 1974.

L’anno dell’invasione di Cipro da parte dell’esercito turco, venuto in salvataggio del circa venticinque per cento di popolazione di origine turca minacciato da un colpo di stato organizzato dalla maggioranza greca con l’appoggio dei colonnelli che allora comandavano ad Atene. Le case della città vecchia di Nicosia situate lungo la «linea verde», un tempo controllata dai caschi blu dell’Onu (ora presenti ma con un contingente simbolico, da quando la situazione diplomatico militare si è stabilizzata e pacificata) sono state lentamente ma inesorabilmente distrutte dall’opera del tempo.

Così, da una parte c’è una città al 100 per cento greca, moderna e relativamente ricca (almeno prima della catastrofe bancaria in atto, domani chissà). Dall’altro c’è una città al 100 per cento turca, molto più povera e male in arnese. Ci sono molti punti di passaggio tra Lefkosia e Lefkosa, in cui turisti e semplici cittadini possono attraversare la linea verde; il più usato è quello centralissimo di Ledras Odos, aperto dal 2008. La polizia di frontiera della Repubblica Turca - non riconosciuta da nessun paese del mondo, salvo dalla Turchia, anche se formalmente i suoi cittadini come ciprioti sono cittadini dell’Unione Europea, e hanno diritto di entrare in Europa - chiede solo di vedere il passaporto e pone su un foglio separato il timbro del visto.

Eccoci in Lefkosa. Se a Lefkosia dominavano McDonald e Nike, passati il check point si entra in un altro mondo, con negozietti che vendono magliette e scarpe di marca evidentemente taroccate, vetrine che sembrano venire direttamente dal nostro Mezzogiorno d’Italia degli anni ’70, automobili male in arnese. Alcuni edifici, come il Bandabuliya, il vecchio mercato municipale, e il Buyuk Han, il bazar-serraglio dove gli artigiani vendevano le loro mercanzie, sono stati ristrutturati con fondi dell’Unione Europea.

Altri, come la spettacolosa moschea di Selimiye, che altro non è che la chiesa gotica di Santa Sofia costruita nel duecento durante le Crociate dai Lusignano Signori di Cipro, con minareti al posto dei campanili e dei fantastici portali merlettati in pietra, sono sempre stati curati. Lungo le vie del centro accanto ad antichi palazzi rimodernati è facile notare edifici e negozi abbandonati da quarant’anni: sono case e attività economiche di proprietà di greco ciprioti fuggiti frettolosamente al tempo dell’invasione. Formalmente ne sono ancora proprietari, anche se non possono tornarci. Restano le insegne in greco. Sempre più scolorite e quasi svanite.




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Una città divisa. Le due anime di Nicosia

Mennea, mito scomodo per l'Italia Il mondo dello sport lo celebra ma da vivo l'ha sempre odiato

Libero

Le istituzioni ora esaltano la figura di Pietro, morto a 60 anni, dopo averlo osteggiato a lungo. Un esempio? Il Coni disertò il trentennale del suo record

di Alessandro Dell'Orto


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Quando Pietro Mennea era giovane e correva più veloce di tutti, strappandoci emozioni e applausi, era stimato e coccolato. Riverito, come si riveriscono - spesso con piaggeria e adulazione - i fenomeni dello sport che magicamente diventano bellibravibuoni. Anche se non lo sono (lui bravo e buono lo era), ma basta vincere e tutto si sistema.
Ora, a distanza di trent’anni, Pietro Mennea è tornato a essere bellobravobuono. Improvvisamente. Perché ci ha lasciati, se ne è andato. Non c’è più.

Già, capita sempre così: muori e tutti si dicono tuoi amici, tutti pretendono di raccontarti, descriverti, lodarti e i difetti spariscono o - pensa che buffo - vengono addirittura trasformati in pregi, i ghigni di chi ti compativa diventano lacrime fredde, l’indifferenza di un tempo si trasforma in macabra attenzione. Pietro Mennea era bellobravobuono quando era un campione insuperabile e  lo è adesso che è diventato leggenda immortale (il feretro è stato esposto nel Salone d’Onore del Coni a Roma: non era mai successo per un ex atleta): peccato che nel frattempo sia stato messo ai margini.
Dimenticato. Abbandonato dal mondo dello sport - e soprattutto dal suo, l’atletica - perché considerato personaggio scomodo.

Non è un caso che le persone che gli sono state più vicine ora lo spieghino senza paura, proprio nel momento in cui c’è la corsa alla celebrazione. Sara Simeoni, 59 anni, mito del salto in alto cresciuta proprio insieme a Pietro e compagna di successi storici (entrambi oro a Mosca 1980), dice: «Perché nessuno di noi ha avuto una grande carriera dirigenziale? I nostri risultati facevano ombra a qualcuno». O ancora, sentite le parole - fortissime - di Sandro Donati, responsabile del settore velocità e mezzofondo dell’atletica leggera italiana dal 1977 al 1987 e oggi unico consulente in Italia per la Wada (l’associazione mondiale antidoping):

«Mi ricordo quando pochi anni fa festeggiammo l’anniversario dei 30 anni del record del mondo di Città del Messico presso la sede di Roma dell’associazione stampa dove non era presente alcun dirigente dello sport italiano, Coni o Federazione di atletica. Pietro non ha mai sfruttato il suo nome e vorrei aggiungere che il sistema sportivo italiano lo odiava». Lo odiava. Accuse pesanti, che trovano conferma anche in tanti piccoli episodi. Come quando la Iaaf, la federazione internazionale di atletica, la scorsa estate ha celebrato il centenario: Pietro stava bene, ma nessuno si è ricordato di fargli una telefonata e invitarlo.

Ma perché Mennea non ha potuto mettere al servizio di tutti il suo talento, i suoi metodi di allenamento, i suoi segreti? Perché nessuno ha trovato il modo di valorizzarlo, lui che è un mito in tutto il mondo e che ha scritto la storia dell’atletica con piedi veloci, sacrificio e cervello fine (aveva quattro lauree)? «Era scomodo, non le mandava mai a dire ed era sempre in controtendenza», ha provato a spiegare ieri Daniele Masala, 58 anni, ex compagno di Pietro. «Ha un carattere difficile», è stato ripetuto per anni da ex atleti e dirigenti.

Già, solo perché Mennea era diretto nei modi di fare e nelle parole e aveva principi rigidi e incorruttibili. Non era abituato ad accettare compromessi. Si è sempre e nettamente schierato contro il doping. Per questi motivi non gli è mai stato affidato un incarico di comando, responsabilità o prestigio. E quelli che in realtà erano grandi e rarissimi pregi, venivano considerati difetti. Fino a due giorni fa. Perché ora che non c’è più, Pietro Mennea - guarda caso - è tornato a essere bellobravobuono. Ma questa volta per sempre.

Il minimarket del cocainomane

La Stampa

On line un ricco campionario di oggetti utili alla detenzione, al consumo e anche allo spaccio di cocaina.
gianluca nicoletti


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Che l’uso di cocaina tra gli italiani stia diventando una pratica sempre più diffusa non è un mistero, è noto che siamo tra i paesi che consumano più cocaina in Europa. Se vogliamo un’ ulteriore conferma basti affacciarsi on line alla voce “articoli da fiuto”, troviamo uno specifico mercato on line che tratta accessori mirati all’ uso, consumo e anche alla compravendita della cocaina.   

Non entro qui in merito alle questioni di tipo legale o etico, vorrei solo riflettere sull’ esistenza di un attivo e fantasioso catalogo di accessori per facilitare e coadiuvare il mercato della cocaina, pubblicizzando prodotti inequivocabilmente destinati a cocainomani, acquistabili da chiunque on line.  

E’ la dimostrazione della “normalizzazione” già avvenuta rispetto l’ uso comune della cocaina, anzi il sottotesto di tutte questa ricchissima rassegna di oggettini è che si possa tranquillamente, acquistare, vendere, consumare cocaina, purché si osservino alcune cautele, tipo la bilancina camuffata da oggetto d’ uso comune, o il kit da consumo in elegante e pratica valigetta da viaggio. “Con coperchio in legno, questo piccolo box ti sarà utile in ogni viaggio, non importa quanto breve! In questa piccola scatola si ha tutto il necessario per un consumo nasale facile e sicuro, tubo, specchio, cucchiaio, una lama e un snow seal per neve - Questo è un vero affare.”

Per farsi sniffate mascherate sul posto di lavoro c’è un utilissimo kit da scrivania travestito da pennarello, al suo interno contiene un vasetto di vetro e un pippotto per sniffare con massima discrezione. C’è il pippotto bifido per sniffate “tète a tète”, è stato realizzato un bel pippotto a forma di aspirapolvere per cocainomani buontemponi. I pippotti classici in alluminio con goccia tappanaso sono disponibili a soli 5 euro in una vasta gamma di colori. 

Poi ci sono gli articoli “truccati”, vale a dire “Tutta una serie di prodotti che non sono quello che sono”. Innocenti oggettini da tasca, o da borsetta, che in realtà nascondono bilancini per pesare la dose di cocaina Questa sezione in realtà è una vetrina di accessori quasi da 007, ma utilissimi per il piccolo spaccio discreto. Altrimenti a cosa servirebbe la bilancina digitale che sembra in reltà un telefono cellulare o un mouse, o un iPod, un iPhone. 

I contenitori truccati per cocaina possono essere all' apparenza  anche una scatoletta di fiammiferi, un accendino, una macchinetta fotografica, addirittura una confezione  di cioccolatini o una pallina da golf.  Il più enigmatico riguardo al suo uso “legale”è un hard disk funzionante, ma che al suo interno può nasconder dosi di cocaina. Qualcuno potrebbe anche giustificarsi e provare a farci credere che mettere cocaina nell'hard disk sia utile a potenziare e prestazioni del proprio computer.

Emergenza pirateria, tocca ai privati Presto i soldi per le missioni finiranno”

La Stampa

Intervista ad Carlo Biffani, ex paracadutista della Folgore, capo di Security Consulting Group

francesco semprini


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La vicenda dei Fucilieri del San Marco, Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, ripropone il complesso tema della lotta alla pirateria e della sicurezza marittima, ed in particolare dell’impiego di militari privati sulle navi commerciali, oltre a quelli governativi. A spiegarci il suo punto di vista è Carlo Biffani, ex paracadutista della Folgore, numero uno di Security Consulting Group, operatore leader nella sicurezza privata, e presidente di Assosecurnav.

Cosa dobbiamo attenderci dal complesso scenario della lotta alla pirateria?
«Prima o poi, i soldi, le decine di milioni che servono a finanziare le costosissime missioni internazionali a presidio della navigabilità delle acque prospicienti le coste somale e dell’Oceano indiano, finiranno. Di questo possiamo essere certi. E quando per ragioni di insostenibilità finanziaria, le navi militari inizieranno a rientrare negli arsenali - Grecia e Spagna si sono già chiamate fuori - i pirati riprenderanno la loro attività. Da loro a quel punto, ci si potrà difendere unicamente con la sola risorsa economicamente sostenibile e valida in termini di costo efficacia, ovvero quella privata». 

Sembra di capire però che c’è un’impasse dal punto di vista normativo?
«Personalmente, e a nome della associazione Assosecurnav della quale sono presidente, sono sorpreso ed amareggiato dal fatto che mesi dopo il varo della normativa, ancora non sia stato pubblicato il decreto attuativo, ovvero quel documento che consentirebbe al secondo pilastro della legge 130 in materia di difesa dalla pirateria marittima attraverso il contributo di realtà private, di essere pienamente operativo. Da informazioni in nostro possesso risulta che il decreto attuativo abbia ottenuto il concerto dei tre ministeri competenti, ovvero Difesa, Interno e Infrastrutture, ma nonostante la firma dei tre ministri non sia ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale». 

Qual è la posizione degli operatori marittimi?
«Gli armatori, grazie al protocollo di intesa con la Marina Militare firmato subito dopo il varo della Legge 130, si avvalgono dello strumento di difesa offerto dal Reggimento San Marco, strumento che sta via via, adattandosi a una realtà di impiego commerciale, estranea al dna del soldato e che pur divenendo in maniera progressiva sempre più efficiente, rappresenta un’anomalia».

Quindi ritiene la nostra una singolare eccezione?
«Se nessuno dei Paesi alleati ha deciso di impiegare uomini in divisa nel compito di protezione armata di navi mercantili è anche e soprattutto per evitare che un possibile incidente, potesse degenerare nella situazione drammatica e me lo lasci dire, grottesca, alla quale stiamo assistendo in questi mesi. Situazione e rischi che devono essere sfuggiti al legislatore e più in generale alla politica, che non hanno tenuto conto dei possibili risvolti negativi e del rischio di veder messa a repentaglio la credibilità guadagnata anche a costo della vita, dai nostri soldati impegnati da anni nei più rischiosi teatri operativi».

Cosa auspicate quindi?
«Confitarma, la confederazione degli armatori, per prima, e noi di seguito, chiediamo che venga rapidamente emanato il decreto attuativo e che si proceda in maniera spedita all’impiego di personale privato. Temo tuttavia ulteriori ritardi, anche per via dei pregiudizi e delle resistenze che esistono in alcuni ambienti riguardo all’utilizzo di una risorsa, quella privata, alla quale si fa ampiamente ricorso in Paesi alleati e che da noi è ancora vista alla stregua del mercenariato».

Intende dire che c’è qualcuno a cui fa paura l’idea del privato armato messo a difendere navi commerciali?
«Il problema sta anche nel fatto che chi dovrebbe emanare regolamenti sa pochissimo o nulla sul funzionamento della fornitura di servizi proposti da privati, già operativi da anni in quell’area. Si dovrebbe forse spiegare a chi ha preparato il decreto, e che non hanno ritenuto opportuno doversi confrontare con chi come noi di Assosecurnav, il lavoro lo conosce, che se non si immagina un percorso formativo dedicato e se si pensa di poter adattare a questa esigenza, un protocollo già esistente come nel caso della sicurezza aeroportuale, allora si assisterà a un fallimento. Gli stessi organismi di rappresentanza degli istituti di vigilanza, in un primo momento espressero posizioni di rifiuto, rispetto all’idea che le loro guardie giurate, cito testualmente, “dovessero andare a fare la guerra ai pirati...” salvo poi tentare di correre ai ripari, una volta compresa l’importanza del potenziale business». 

Quindi il ricorso al settore privato appare una soluzione per evitare situazioni come quella che vede coinvolti i nostri militari?
«E’ irrinunciabile il principio che si possa arrivare prima possibile alla emanazione del decreto attuativo, tenendo conto che l’unico modo per offrire un servizio all’altezza di quelli che i nostri armatori acquistano già da realtà estere per le navi che non battono bandiera italiana, è di affidarsi a esperti di questa tipologia di addestramento e di impiego».