domenica 17 marzo 2013

Vacciano (M5S): «Ho votato Grasso, pronto a dimettermi»

Corriere della sera


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Prima ammissioni nel Movimento 5 Stelle. Dopo l'anatema di Beppe Grillo contro coloro che sabato hanno votato a favore dell'elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato («se qualcuno... ...ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze») arriva su Facebook il «mea culpa» di Giuseppe Vacciano.

VACCIANO - «Lunedì e martedì sarò a Roma per discutere l'opportunità delle mie dimissioni», scrive Vacciano sul social media, ammettendo di aver votato per Grasso. «Se si cercano i colpevoli di 'alto tradimento ai principi del M5S', ecco, uno l'avete trovato».

«NO A FIDUCIA PD» - «Nel mio futuro, se non sarà tra i cittadini del M5S, non ci saranno 'gruppi misti' o gruppi di altri colori. La parola su cui si deve decidere è dimissioni sì o no», prosegue Vacciano. «Nessuno mi ha fatto 'propostè, 'offerte' o ha tentato di 'comprare' il mio voto. Nessuno, se non me stesso e la mia coscienza, è responsabile della mia scelta», aggiunge. «A nessuno venga in mente che questo voto, riguardante esclusivamente una figura di garanzia istituzionalmente prevista, possa automaticamente comportare una dichiarazione di fiducia al Pd. Su quello la posizione è stata netta sin dal primo giorno: nessuna fiducia a nessuno se non a un governo 5 Stelle!», sottolinea il senatore. «Quello che sto scrivendo non mi è stato imposto da nessuno, tanto meno da Beppe Grillo che ho sempre stimato, ma che come ogni cittadino, nella mia ottica conta sempre uno. Anche in questo, devo rispondere alla mia coscienza, come ho fatto nell'urna», scrive ancora Vacciano.

 

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17 marzo 2013 | 19:32

Grillo: «Pd impresentabile, Boldrini e Grasso sono due foglie di fico»

Corriere della sera

«No a D'Alema al Colle con poteri assoluti, no a 7 anni di inciucio». E ai suoi: sulla fiducia a «Gargamella» non si sgarra

Laura Boldrini e Piero Grasso, eletti sabato alla presidenza di Camera e Senato, solo delle «foglie di fico» in una «legislatura che si annuncia breve». E poi un attacco al futuro presidente della Repubblica, che in Italia ha «poteri da monarca». È il nuovo post del portavoce del Movimento Cinque Stelle (come chiede di essere chiamato) Beppe Grillo, pubblicato domenica mattina: «Il candidato di Pdl e di parte (gran parte?) del pdmenoelle è Massimo D'Alema. Non è ufficiale e nemmeno ufficioso, ma è molto plausibile. Non ci credete? Non ci credevo neppure io». E ancora: «La candidatura di D'Alema - aggiunge - sarebbe irricevibile dall'opinione pubblica. Un fiammifero in un pagliaio. Il Paese non reggerebbe a sette anni di inciucio. Un passo indietro preventivo e una smentita, anche indignata per le "voci infondate", sarebbero graditi».

«ELEZIONI? NON SA QUELLO CHE DICE» - Riguardo alla legislatura breve, arriva la risposta del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «La situazione non è facile e credo che chi parla troppo facilmente di elezioni anticipate non sappia bene quello che dice».

L'ANTEFATTO - Il post di Grillo è arrivato dopo una serata lunga e difficile, alle prese con le prime spaccature a Cinque Stelle. Grillo non è a Roma. Segue a distanza tutta la giornata. Per le votazioni alla Camera va tutto liscio, i deputati hanno una linea comune. Al Senato però qualcosa si rompe. E una parte dei grillini decide di votare Grasso. Per tutto il giorno da Genova non arriva una parola. Alle 22:55 Grillo rompe il silenzio e pubblica un brevissimo post su Trasparenza e voto segreto, in cui lancia un messaggio chiaro: «Chi sgarra è fuori». Sono parole quasi sibilate («Se qualcuno si fosse sottratto a quest’ obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze»). Una minaccia, frutto di una giornata concitata. Già, perché la contromossa di Bersani, che mette in campo Grasso, sa tanto di scacco al Re. E Re Grillo ora teme nuove spaccature proprio sulla partita più grande, quella della fiducia 


L'M5S si divide su Grasso. Grillo: conseguenze per chi ha disubbidito


M5S si divide su Grasso (17/03/2013)

COMMENTI SUL BLOG - Sotto il post piovono migliaia di commenti. C’è chi difende la scelta dei senatori che hanno votato Grasso, c’è chi urla al tradimento. E c’è persino chi invoca l’espulsione di Vito Crimi, il portavoce che ha lottato fino all’ultimo per tenere compatto il gruppo. In tanti chiedono la piattaforma di democrazia liquida , quella che Grillo e Casaleggio hanno spiegato di voler introdurre nei prossimi mesi «perché non siamo riusciti a farla prima delle elezioni». Si tratta di uno strumento che se usato correttamente eviterebbe di far emergere le divergenze in riunioni a porte chiuse portando tutto alla luce del sole. Proprio come fanno i Pirati in Germania.

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SERRARE I RANGHI - Ora però è tardi per recriminare. La storia non la si fa con i se. Bisogna serrare i ranghi. Crimi non si tocca, è uno dei fedelissimi. Fare mosse avventate in questo momento contribuirebbe solo a spaccare ulteriormente il fronte. E che fare di chi ha votato Grasso? Grillo sa bene che questa volta è diverso, che non è come sbattere fuori i consiglieri emiliani Favia e Salsi. E Grillo sa anche molto bene che un gesto del genere gli farebbe piombare addosso una valanghe di critiche: «hanno votato contro la mafia, che fai li cacci?», commenta già qualcuno su Twitter. Ma l'imperativo che arriva da Genova è chiarissimo: sulla fiducia le truppe Cinque Stelle devono rimane unite. «La decisione di non appoggiare Bersani non è in dubbio», spiega chi gli è fedele. Su Grasso si può anche chiudere un occhio. Ma nessuno deve piegarsi di fronte all’odiato Gargamella. Già, perché se qualcuno cede ai partiti il M5S ha finito ancora prima di iniziare.


Marta Serafini
@martaserafini 17 marzo 2013 | 17:24

Google Glass, nascono i movimenti di protesta: «La violazione della privacy sarà generalizzata»

Corriere della sera

Gli occhiali dell'azienda di Palo Alto non sono ancora usciti e già trovano molti oppositori sul web

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«Hasta la vista, Google!» Non sono ancora approdati sul mercato e già fanno parecchio discutere. I tanto sbandierati Google Glass, gli occhiali intelligenti dell’azienda di Mountain View, i quali rappresentano il primo vero progetto che eleverà attività comuni allo stato della realtà aumentata, sono finiti nel mirino dei difensori della privacy. Su Internet sono comparsi i primi portali che, con petizioni online e manifesti, vogliono impedire l’arrivo degli occhiali di Google. Persino i colossi delle telecomunicazioni mettono in guardia.

GRUPPI CONTRO - Come sarà il mondo visto attraverso gli occhiali di Google. Sarà affascinante, non c’è alcun dubbio. Le applicazioni sono molteplici e ancora tutte da immaginare. Tuttavia, qualche settimana fa ha fatto un certo scalpore la notizia, rilanciata da diversi organi d’informazione, di un ristorante di Seattle (Washington) che ha vietato l'ingresso a tutti coloro che indosseranno i Google Glass. Una provocazione? Probabilmente un mezzo scherzo per farsi pubblicità. Vero è che sul web monta il malcontento. L’accusa: i Google Glass faciliteranno la violazione della piracy. Già, perché i Glass permetteranno di scattare foto, registrare video e audio e effettuare tutta una serie di operazioni di ricerca sul web. E Google, in teoria, potrebbe avere il controllo totale su tutti questi dati sensibili. Ecco perciò che il movimento di protesta «Stop the Cyborgs» mette in guardia fin da ora da un mondo nel quale verremo tutti monitorati e spiati ininterrottamente da coloro che indossano i Glass. C’è da preoccuparsi? Forse. Il divertente video pubblicato su YouTube evidenzia però come potrebbe svolgersi un rendez-vous nel futuro e nel quale la coppia si spia a vicenda - inconsapevoli l’uno dell’altra mentre si fissano negli occhi. Immaginate: non ci saranno più appuntamenti al buio!

GENTE STRANA - Il mondo dell'high tech è tuttavia sicuro: i Google Glass saranno la «next big thing». Gli occhiali un po’ nerd di Palo Alto trasformeranno chi li indossa in una sorta di Terminator. Gli interrogativi che Stop The Cyborgs solleva sono tanti, racconta Cnet. Tutti i dati raccolti da Google potrebbero avere un impatto enorme sulla società. Il gruppo (anonimo) ha pubblicato un manifesto nel quale pone la domanda: avreste mai immaginato di indossare un giorno una telecamerina spia o registrare le conversazioni? Presto lo faranno tutti e la gente troverà strani coloro che li contrastano. Il dibattito attorno alla privacy violata è stato innescato per primo dal blogger Mark Hurst. Anche il Guardian è molto critico. Con ironia la vedono invece i disegnatori dei fumetti cult Joy of Tech. Nel frattempo però anche il colosso delle telecomunicazioni in Germania, la Deutsche Telekom, avverte: «Degli occhiali con i quali si possono fare foto e video a insaputa del soggetto e caricare poi tutto su Internet è il rovescio di questa medaglia tecnologica».

Elmar Burchia
17 marzo 2013 | 15:21

Il ragazzo che ha smesso di mangiare

Corriere della sera

Ha inventato un cocktail fatto di polveri che «contiene tutte le sostanze nutritive di cui il corpo ha bisogno»

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MILANO - Cucinare? È una perdita di tempo, di energia e di denaro. Lo è anche mangiare. Per questo Rob Rhinehart ha inventato un cocktail fatto di polveri che contiene tutte le sostanze nutritive di cui il corpo ha bisogno. Oggi il ventiquattrenne programmatore di software di Atlanta mangia due volte alla settimana, non di più. Ha deciso di boicottare pasta, carne, frutta, uova - insomma tutti i cibi solidi. Con cosa? Col Soylent: un torbido miscuglio inodore di colore beige. Il giovane spera che un giorno il suo cocktail possa nutrire l’umanità intera.

CIBO INEFFICIENTE - Tutto è iniziato mentre si trovava a casa per le festività natalizie. Qui ha incontrato un anziano amico di famiglia che non riusciva più a cucinare - aveva perso la forza nelle sue braccia. L’amico aveva infatti perso così tanto peso che era stato necessario un suo ricovero in ospedale, racconta Rhinehart in un’intervista con il magazine Vice. Nel nostro mondo tutto è così efficiente - ha iniziato a chiedersi il ragazzo di Atlanta - perché non lo è una cosa semplice e importante come il cibo? Rob Rhinehart si è perciò messo all’opera. Il suo traguardo: una dieta semplice, che costasse poco e che fosse il più possibile salutare. Il giovane ha sfogliato i libri di biologia, ha studiato la chimica e le leggi fondamentali del metabolismo e ha navigato per ore sul web alla ricerca di informazioni sulle sostanze nutritive più importanti. «Nel campo della scienza alimentare non ci sono molti dati utili al momento - lamenta il ragazzo sul suo blog -, è un campo complicato semplicemente perché troppi fattori hanno un ruolo e difficilmente si possono cogliere affermazioni precise».

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COCKTAIL - Ciò nonostante, il ragazzo ha iniziato a riflettere sul fatto che il corpo non ha bisogno di generi alimentari, ma di sostanze nutritive. Niente carote o arance, ma vitamine e minerali. Niente latte, ma aminoacidi. Niente pane, ma carboidrati. «Probabilmente - ha pensato il 24enne - per le nostre cellule trarre le sostanze nutritive da una polvere o da una carota è indifferente». È così che col tempo la sua cucina si è trasformata in un piccolo laboratorio di chimica. Ha mischiato tutte le «sostanze nutritive di cui il corpo ha bisogno per funzionare» e ne è uscito un cocktail fatto di vitamine, minerali, aminoacidi essenziali, carboidrati e grassi. Ha anche aggiunto ginseng, ginkgo biloba, alfa-carotene e altre sostanze che, certo sono considerate sane, ma non necessariamente vitali. Infine ha assaggiato quel drink. «Con mia grande sorpresa era davvero buono e dopo pochi minuti mi sentivo pieno d’energia», racconta. Il Soylent, diverse polveri mischiate con acqua, contiene tutte le componenti nutrizionali di una dieta bilanciata, con soltanto un terzo delle calorie e nessuna delle tossine o delle cose cancerogene che stanno in agguato nel vostro pranzo, sottolinea Rhinehart. La sua ricetta sarebbe anche orientata alle raccomandazioni nutrizionali dell’americana Food and Drug Administration.

TRENTA GIORNI DI SOYLENT - «Per 30 giorni ho evitato completamente il cibo e ho controllato il contenuto del mio sangue e le mie prestazioni fisiche. Le prestazioni mentali sono più difficili da quantificare, ma mi sono sentito molto più perspicace.» Rhinehart spiega che questo periodo gli ha cambiato la vita. Ha continuato a sperimentare fino a trovare il mix perfetto per lui. Oggi il giovane mangia solo due pasti regolari alla settimana. «Non doversi preoccupare del cibo è fantastico. Niente supermercato, piatti o dover decidere cosa mangiare, niente conversazioni senza fine che soppesano i meriti relativi di una dieta priva di glutine, di quella chetogenica, paleolitica o vegana. Mi sento liberato da un sacco di fatiche».

GALLETTE DI CARNE UMANA - Al momento non ci sono dati scientifici che provino che il suo cocktail, a lungo termine, possa effettivamente dare al corpo tutto ciò di cui ha bisogno. Rhinehart, in ogni caso, è ottimista. La sua bevanda l’ha chiamata Soylent, che è anche il nome delle gallette a base di carne umana pensate per nutrire le masse nel film di fantascienza "2022: i sopravvissuti" ("Soylent Green") del 1973. Rhinehart, però, precisa: il mio Soylent, ovviamente, è privo di umani; il film si è scostato un po' dal libro originale "Largo! Largo!" ("Make Room! Make Room!"). Eppure, il drink - è convinto il ragazzo - potrebbe essere la soluzione ai problemi di obesità in quei Paesi che soffrono di questo problema. Nei Paesi in via di sviluppo, inoltre, il cocktail potrebbe fornire pasti sani e convenienti, spera Rhinehart. «Soylent può essere prodotto in buona parte con i prodotti dell’agricoltura locale, e in scala è molto economico per nutrire anche gli individui più poveri».

LA RAGAZZA - Di altro avviso gli esperti: non credono che questo concetto possa funzionare. «È assurdo - ha detto al tedesco Spiegel Online Christoph Klotter, professore di psicologia dell’alimentazione e promozione della salute all’università di Fulda, in Germania -. Il sistema dopaminergico mesolimbico del nostro cervello include l'esperienza del piacere e della motivazione per ottenere e consumare cibo appetitoso. Quest'uomo deve essere completamente privo di gusto e piacere, oppure viene appagato in qualche altro modo». Infatti, concordano molti nutrizionisti e medici, più frutta e verdura uno mangia, minore sarà anche il rischio di contrarre malattie cardiovascolari. E poi, i ricercatori non sono ancora stati in grado di dimostrare un effetto protettivo dato dai preparati vitaminici. Le cose che vanno sicuramente perse con l’intruglio del 24enne sono la gioia di stare a tavola, il piacere di osservare e gustare i piatti, di annusarli, di addentare e apprezzare il cibo che si ha di fronte. Un punto che potrebbe far vacillare lo stesso Rhinehar. Ammette, infatti, il ragazzo di poter certo immaginare, in futuro, di ricominciare a mangiare più spesso: «Se avessi più soldi o una ragazza».

Elmar Burchia
17 marzo 2013 | 15:44

Albert Uderzo: il mio addio a Asterix

Corriere della sera


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Nella villa di Neuilly, il grande studio di Albert Uderzo è pieno di statuine di Asterix e Obelix, di tutte le taglie. C’è il plastico dell’irriducibile villaggio dei Galli, e ai muri sono incorniciate le prime bozze di un universo che ha fatto la storia del fumetto. A 85 anni, il padre di Asterix ama vivere circondato dalle sue creature. «Il mio destino era aiutare mio fratello Bruno, da bambino volevo diventare meccanico come lui», racconta. È andata molto diversamente. Trecentocinquanta milioni di copie vendute nel mondo, traduzioni in 107 lingue.

Ma oggi, dopo oltre mezzo secolo, Uderzo ha deciso di lasciare. Il prossimo album di Asterix, il trentacinquesimo, sarà sceneggiato da Jean-Yves Ferri e disegnato da Didier Conrad. Sotto la sua supervisione, certo, ma «non è facile per me, questa è tutta la mia vita». Così questo signore gentile dagli occhi azzurri, alto e ancora diritto, si siede sulla sua poltrona preferita e racconta. «Sono nato in Francia da genitori italiani, mi sono sempre sentito francese e italiano assieme. Dopo la guerra, a vent’anni, il mio primo viaggio è stato in Veneto, a trovare i parenti di mio padre Silvio. Mia madre Iria invece era di La Spezia, lavorava all’Arsenale militare come tutti gli spezzini di allora, e si conobbero lì.

Papà era un cavaliere di artiglieria, si era ferito e stava passando la convalescenza a La Spezia. Un giorno, davanti a lui, c’era un soldato che non riusciva a montare a cavallo, l’animale era imbizzarrito. Lui si fece avanti, montò e sparì galoppando a tutta velocità verso le montagne vicine. Torno poco dopo, il cavallo era domato. Mia madre s’innamorò». Gli Uderzo arrivano in Francia nel 1922 con già due figli, Albert nasce cinque anni dopo. «Ho cominciato ad appassionarmi ai fumetti (lo dice in italiano, ndr) con le prime strisce di Topolino pubblicate dal “Petit Parisien”, nel 1934.

Avevo sette anni, mi piaceva provare a inventare delle piccole storie per gioco, provavo a disegnare. Mio papà era abbonato al “Corriere della Sera” e alla “Domenica del Corriere”, ricordo che ogni settimana guardavo ammirato le illustrazioni di Beltrame». Più grande, quando era ormai adolescente, il fratello maggiore Bruno lo incoraggiò a provare con il disegno di animazione. «Ma capii presto che quella non era la mia strada. Ero affascinato dal mondo Disney, ma il risultato fu molto inferiore ai miei sogni: un lavoro di un anno e mezzo per un film di 10 minuti uscito dalle sale dopo appena una settimana».




Nel 1946 Uderzo comincia a disegnare nuovi personaggi per il giornale francese «Ok», che però fallisce presto. Al ritorno dal servizio militare gli viene offerto un lavoro come camionista, «ma mi metto invece a fare l’illustratore per “France Dimanche“, mi facevano disegnare quando non potevano mandare un fotografo. Ricordo di avere fatto un grande disegno di Fiorenzo Magni nel 1950, quando con tutta la squadra italiana lasciò il Tour de France per protesta contro i tifosi francesi che lo fischiavano e lo minacciavano nelle tappe di montagna. Poi ho disegnato Coppi e Bartali. Ero molto impressionato, sentivo molto le mie origini italiane». Sono i primi anni Cinquanta, Albert Uderzo continua a disegnare, ma guadagna poco: l’officina del fratello sembra chiamarlo di nuovo, ma invece un agente belga lo convince a trasferirsi per qualche tempo a Bruxelles.




«Quella è stata la svolta, perché a Bruxelles ho conosciuto René Goscinny, che sarebbe diventato il mio grande amico e lo sceneggiatore di Asterix. Avevamo molto in comune, ci scambiavamo le idee sul mestiere di illustratore e sui fumetti, ci trovavamo d’accordo. La nostra collaborazione è nata in fretta, ma non sospettavamo che avremmo creato qualcosa di formidabile. Per anni abbiamo fatto la gavetta, ma non ci importava troppo, la cosa essenziale è sempre stata creare delle belle storie che piacessero a noi, in primo luogo: tutto quel che volevamo era essere soddisfatti del nostro lavoro». Albert Uderzo si commuove quando parla di Goscinny, scomparso a soli 51 anni nel 1977.

«Quando ho saputo che era morto, sono rimasto immobile per ore. Non riuscivo a farmene una ragione» Come avete creato Asterix? «Per ribellione, fondamentalmente. Tutte le case editrici, tutti i direttori di giornali ci chiedevano in sostanza di rifare Tintin. Volevano un personaggio principale piuttosto realistico, con un compagno di avventure e un cane. Quello era lo schema. Tintin di Hergé era il grande successo dell’epoca, meritato del resto, ci mancherebbe, ma io e Goscinny non volevamo limitarci a copiare. Quando abbiamo fondato il giornale “Pilote”, con Goscinny abbiamo cercato di essere originali. François Clauteaux, il nostro socio, ci chiese di puntare su qualcosa legato alla Francia, alla cultura francese. Era un modo per smarcarci dalla tradizione belga e dagli americani di Disney, i nostri preferiti».



A tre mesi dall’uscita prevista del primo numero di «Pilote», nella casa popolare di Uderzo alla periferia di Parigi, Albert e Goscinny non hanno niente di pronto. «Eravamo prigionieri della mancanza di idee, terrorizzati. Goscinny mi dice: “Forza, fammi l’elenco delle grandi epoche della storia francese”. Quando arrivo ai Galli lui fa: “Ecco! Nessuno ha ancora fatto una storia umoristica sui Galli a fumetti!”. Non era vero, esistevano già due personaggi ispirati ai Galli, ma non lo sapevamo e lo avremmo scoperto molto tempo dopo. Fatto sta che ho disegnato per prima cosa un uomo della Gallia per come ce lo avevano descritto a scuola: grande, biondo e alto.

Ma Goscinny mi dice: “No, cambiamo, facciamo un piccoletto, bruttarello e neanche troppo intelligente, che prenda in giro i difetti dei francesi: presuntuoso, irascibile, pronto a litigare”. Allora mi sono messo a disegnare Asterix, con quei baffoni più grandi di lui e gli occhi furbi. Accanto però ho messo comunque un Gallo per come me lo ero immaginato subito, il gigante Obelix, tanto forte da lanciare i menhir». E Idefix, il cane? «All’inizio non lo volevamo, ma nel quinto album, Asterix e il giro di Gallia”, appare un piccolo cane. Abbiamo ricevuto tantissime lettere che ci chiedevamo di tenerlo: così è nato Idefix, il nome lo hanno trovato i lettori con un concorso».

Lo sa, Albert Uderzo, di avere creato un’icona pop della Francia? Un personaggio chiamato a simboleggiare, per i decenni successivi, quella fierezza francese di restare diversi, di opporsi agli stranieri, fossero essi la Nato o Hollywood? «Quello è stato un valore politico che è stato aggiunto dopo, io e Goscinny avevamo l’intento opposto. Prima di tutto eravamo grati ai romani per avere invaso, e civilizzato, la Gallia. A proposito: lo sa che Spqr (Sono Pazzi Questi Romani) è stata un’idea del traduttore italiano?

Comunque, hanno detto che facevamo l’apologia di De Gaulle, arrivato al potere appena un anno prima, nel 1958. Ma non è vero, ci prendevamo gioco dello sciovinismo dei francesi, di questo carattere nazionale unico per cui un francese all’estero, ovunque si trovi, dirà comunque: “Bello, ma non vale gli Champs Elysées”. È così che abbiamo avuto un successo imprevedibile, clamoroso. Le nostre vite sono cambiate». Lei non ha più fatto il meccanico. «No, la passione per i motori me la sono tolta comprando più di una Ferrari, e adesso in garage ho solo una FF, da 660 cavalli. Ora è il momento di smettere anche con i fumetti. Se penso che sono sempre stato daltonico, non ho mai distinto il rosso dal verde, e Goscinny mi aiutava a non sbagliare colore… Asterix mi mancherà».

@Stef_Montefiori

Vie e piazze, tutte le buche di Lombardia

Corriere della sera

«Le città si sgretolano» Sos trasversale dai sindaci



MILANO - Sull'opportunità di lavorare a riempire una buca pur di lavorare - la teoria dell'economista inglese J.M. Keynes - i pareri sono molti e non concordi: ma è un fatto che riparare le buche delle strade sarebbe un lavoro reale e richiederebbe molte forze. I sindaci, che spesso hanno i fondi per intervenire ma non sempre possono spenderli, andranno a dire anche questo a Roma, giovedì 21, giorno della manifestazione organizzata dall'Associazione nazionale dei comuni per chiedere che il patto di stabilità smetta di essere un freno alla possibilità di fare dei Comuni, in prima linea nel confronto con bisogni, richieste e rivendicazioni dei cittadini. «Tanto più - osserva da Sondrio Alcide Molteni - che altri, per esempio Comunità Montane e Bacini Imbriferi Montani spendono allegramente e come meglio credono senza alcun vicolo».

«Le nostre città si stanno sgretolando» ripete Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente dell'Anci Lombardia: esponenti il primo del centrosinistra e il secondo della Lega ancora una volta si trovano dalla stessa parte, insieme ai loro omologhi di grandi città e piccoli paesi. Di quelle città che si sgretolano, la buca nella strada è simbolo per (mancata) eccellenza: e dopo un inverno come questo che ancora non vuole finire, le buche si moltiplicano, mentre le risorse nelle casse municipali si assottigliano.

Lo dimostrano anche i dati dell'annuario statistico regionale che però si fermano al 2010: e già quell'anno (primo anche per i tagli al trasporto pubblico) mostrano come i comuni capoluogo abbiano speso per «viabilità, circolazione stradale e servizi connessi» 105,4 milioni contro i 224 dell'anno precedente. Chi può rattoppa. Qualche anno fa il sindaco di un piccolo comune valtellinese (Vervio) mise mano a vernici e pennelli per rifare gli «stop» delle sue strade: ma la buona volontà dei singoli, che pure riesce a fare miracoli, non basta. Stavolta i sindaci chiedono di spingere tutti insieme.

Laura Guardini
17 marzo 2013 | 14:58

Claudio Bianchi: "Vi spiego perché a Milano i cinesi non muoiono mai"

Corriere della sera
Stefano Lorenzetto - Dom, 17/03/2013 - 07:38

"E anche perché comprano tutti i bar...". Un ex dirigente d'azienda racconta 100 anni d'immigrazione dal Paese del Dragone: "I primi arrivati erano 40"


Il nome del primo cinese che arrivò a Milano non lo sa nessuno. La signora Maria Guastoni raccontava al nipote Gianni Berardinello, panettiere oggi sulla settantina, d'averlo conosciuto nel 1905 e che abitava al numero 32 di via Canonica. Era fuggito dal suo Paese in seguito alla rivolta dei boxer, rievocata nel film 55 giorni a Pechino. Degli ambulanti che strillavano «tle clavatte, una lila» ha un preciso ricordo Sergio Gobbi, 82 anni, poeta dialettale che in una lirica celebra il rione della sua infanzia, il Borgo degli ortolani, detto anche Borg di scigolat, delle cipolle, una zona un tempo così ricca di rogge da diventare il verziere dei milanesi, mentre oggi «l'è quella d'i cines a faà de padrona». Vi si legge che «Wang Sang prim cinese el derva bottega», apre bottega. Per il primo ristorante con involtini primavera e nuvole di drago nel menù bisognerà attendere fino al 1962: si chiamava La Pagoda e lo inaugurò Sang Fyi Ming in piazza San Gioachimo.

La storia dei cinesi a Milano coincide con la storia dei cinesi in Italia, perché fu nella metropoli lombarda che un secolo fa approdarono i primi 40 immigrati, tutti maschi e tutti provenienti dallo Zhejiang, provincia a sud di Shanghai che ha per capoluogo Hangzhou, descritta da Marco Polo come «la più nobile città del mondo e la migliore». Alcuni sostengono che fosse il 1920, altri il 1924. Solo in un secondo momento gli immigrati orientali s'insediarono a Bologna, Firenze e Roma.

Al 31 dicembre 2012 a Milano i cinesi erano 19.315, in aumento di 400 unità rispetto all'anno precedente. È come se un intero paese delle dimensioni di Agrate Brianza, anzi un 30% più popoloso, avesse traslocato a ridosso del parco Sempione, in una ventina di strade intersecate dalle vie Sarpi, Canonica, Bramante e Messina. In questa comunità si muove come un topo nel formaggio Claudio Bianchi, pensionato di 74 anni che, per autorità morale, sta alla pari con Liang Hui, la console generale della Repubblica popolare.

Da un decennio, cioè da quando ha lasciato l'incarico di direttore commerciale per l'Italia dell'azienda americana Kellogg's, produttrice dei Corn flakes e delle Pringles, Bianchi insegna l'italiano ai cinesi di Milano. Lo fa da volontario di una Onlus intitolata a Giulio Aleni, gesuita bresciano che sbarcò a Macao nel 1610. Giocando sul suo cognome, gli allievi l'hanno ribattezzato Bai ma wang zi, che significa Cavallo bianco, ma anche Principe azzurro. Da quest'esperienza ha tratto un libro di 282 pagine, Il Drago e il Biscione. Cent'anni di convivenza: i cinesi a Milano (Ibis).

Milanese di vecchio ceppo (il padre Raimondo era contitolare del saponificio Bianchi & Franchetti), sposato e già nonno, al docente basta uscire di casa e attraversare corso Sempione per entrare nella Chinatown meneghina. S'è avvicinato alla comunità asiatica usando la politica del ping-pong adottata negli anni Settanta dal presidente americano Richard Nixon per ristabilire le relazioni diplomatiche con Mao Tse-tung: «Ancor oggi sono un patito di questo gioco. Niente dà più soddisfazione che sfidare i cinesi, i più forti al mondo nel tennis da tavolo».

E sui banchi di scuola come se la cavano?
«Benissimo. Io insegno ogni mercoledì, da settembre a giugno, dalle 18 alle 20, ma loro, benché reduci da giornate di duro lavoro, restano in aula fino alle 22. Non conoscere neppure una parola di italiano li frustra molto».

Che cosa l'ha attratta dei cinesi?
«La forza di volontà. Li vedo determinati, granitici. Noi, al confronto, siamo pastefrolle».

Finiranno per sottometterci.
«Non credo. In Italia se ne contano 210.000 e stanno cominciando i rientri: 23.000 hanno già fatto ritorno in Cina».

A giudicare da quello che si vede in via Paolo Sarpi e dintorni non sembrerebbe.
«Anche calcolando un 30% di irregolari, la Chinatown di Milano non è affatto tale, visto che l'84% dei residenti è formato da italiani, solo il 14% da cinesi e il 2% da altre etnie. Comunque chi abita lì non può lamentarsi: le case di ringhiera ristrutturate, che prima si vendevano a 3.000 euro il metro quadro, oggi valgono il doppio. Tant'è che i cinesi sono costretti a traslocare in viale Monza, via Padova, in zona Loreto, al Casoretto, dove gli affitti sono più bassi».

Qual è il cognome più diffuso?
«Hu, scritto anche Ou. Seguono Chen, Zhou, Wang, Wu, Lin, Zhang, Liu, Zhao. Il cognome Hu è il secondo, quanto a diffusione, fra i milanesi, con 3.694 presenze, dopo Rossi, con 4.379. Seguono Colombo, 3.685, e Ferrari, 3.568. Noi Bianchi, 2.784, resistiamo al quinto posto. Non posso lamentarmi».

Chi è il cinese più in vista di Milano?
«Probabilmente Angelo Ou, nato in Italia, un imprenditore nel ramo delle intermediazioni legato al comparto tessile di Prato, figlio di uno dei primi 40 immigrati giunti negli anni Venti».

Perché provenivano tutti dallo Zhejiang?
«Nel 1917 fu sottoscritto un accordo fra i governi di Parigi e di Pechino, che portò 100.000 lavoratori cinesi in Francia a scavare trincee e a sostituire nelle fabbriche i giovani francesi arruolati per la Grande guerra. A conflitto ultimato, non tutti tornarono in patria. Probabilmente questi 40 parlavano lo stesso idioma, quello della provincia dello Zhejiang, e quindi gli venne facile accordarsi per trasferirsi a Milano, sottraendosi così alla concorrenza delle altre comunità di connazionali che s'erano insediate a Parigi. Va ricordato che fu Mao a dare ai cinesi una lingua nazionale: in precedenza parlavano una miriade di dialetti. I 40 sposarono altrettante donne italiane».

Ma come fanno a comprarsi quasi tutti i bar, da Milano a Venezia?
«C'è chi pensa che riciclino i capitali della Triade, la loro mafia, spesso indicata anche come la Mano nera, in cinese hei she hui. In realtà c'entra la famiglia allargata, che per loro è fondamentale. Se arrivano in Italia con un amico, costui diventa zio a tutti gli effetti. Hanno un grande senso della solidarietà e dell'onore, fra parenti si aiutano molto. Saldano i debiti col lavoro e non tirano a fregarsi».

Sì, ma perché proprio i bar?
«È un'attività nuova, per loro, e anche la più semplice da gestire: un caffè lo sa fare chiunque. Su 100 cinesi, 27 sono imprenditori in proprio: negozi, ristoranti, barbieri, pedicure, massaggi. Ora cominciano con le sale gioco. Amano le scommesse, si rovinano puntando ingenti somme di denaro».

Pagano i bar in contanti.
«Sì, la conosco anch'io la storiella del cinese che spalanca la valigetta con dentro mezzo milione di euro in banconote per rilevare la licenza, ma è solo una leggenda metropolitana che va ad aggiungersi a molte altre».

Per esempio?
«“I cinesi non pagano le tasse nei primi cinque anni di attività”. Falso. Francesco Wu, presidente dell'Unione imprenditori Italia-Cina, ha smentito questa bufala delle presunte agevolazioni riservate ai cinesi dal fisco italiano. Ma la più cretina in circolazione è quella secondo cui il governo di Pechino offrirebbe 200.000 euro a fondo perduto a ciascun cinese che espatria. Ma, dico, vi siete fatti due conti? La Cina ha un miliardo e 336 milioni di abitanti».

Non muoiono mai. Anche questa è una leggenda metropolitana?
«E come fanno a morire? Oltre un quarto di loro, il 27,2% per l'esattezza, sono minorenni. L'età media dei cinesi di Milano è 29 anni, quella dei milanesi 41. Su 80.000 ultraottantenni che abitano nel capoluogo lombardo, non si annovera un solo cinese. Comunque nei tre cimiteri di Milano ho visto con i miei occhi almeno una trentina di tombe, soprattutto con i cognomi Hu e Ou. Hu He Ping, in italiano Alessia, mi ha confermato che i suoi bisnonni, arrivati a Milano nel 1950, riposano da anni al Monumentale».

È un fatto che non si leggono necrologi di cinesi e neppure si vedono avvisi funebri per strada.
«Essendo atei o agnostici, non celebrano riti. Il loro funerale contempla solo la visita alla salma da parte dei parenti. Nel testamento chiedono di ritornare in Cina, dov'era consentita la sepoltura in una tomba scavata nella collina più vicina a casa. Ora il governo l'ha proibito, per cui molti resteranno per sempre a Milano».

Pressoché inesistenti anche i ricoveri di cinesi negli ospedali e i parti nelle cliniche ostetriche.
«Mia moglie ha accompagnato al Sacco una signora cinese con minaccia d'aborto non più tardi di due settimane fa. E lì la gestante ha trovato una coppia di connazionali che vagavano disperati nei corridoi perché, non capendo un'acca di italiano, non sapevano a chi chiedere aiuto. Bisogna anche tener conto che la loro medicina cura il corpo dall'esterno, non dall'interno. Se un cinese ha mal di stomaco, non si sottoporrà mai a gastroscopia, ma cercherà di farsi visitare da un medico che sappia interpretare i segni della pelle, degli occhi, della lingua».

Pare che abbiano i loro ospedali clandestini, fatti in casa, dove viene prestato ogni genere d'intervento: dalle cure odontoiatriche alle interruzioni di gravidanza.
«Sicuramente sarà accaduto in passato. Bastava che gli immigrati poveri degli anni Ottanta leggessero su una targhetta pinyin, dentista, ed entravano a farsi curare i denti dal primo venuto. Ma adesso dispongono di medici laureati sia in Cina sia in Italia, come il dottor Zheng Yuanrang, con studio in zona Loreto, al quale possono rivolgersi».

Un primario mi ha raccontato che da una radiografia eseguita su un cinese, ricoverato per incidente al pronto soccorso, risultava che il ferito fosse privo di organi. L'hanno ripetuta facendogli togliere la canottiera e gli organi sono comparsi come per incanto. Poi s'è scoperto che la biancheria era fatta con fibre d'amianto o qualcosa del genere.
«Questa è troppo bella. La devo raccontare ai miei allievi».

Come si trovano gli italiani che vivono nella Chinatown milanese?
«In genere bene, anche se l'associazione Vivisarpi sostiene che dal 1999 in poi l'attività commerciale all'ingrosso dei cinesi ha fatto sprofondare il quartiere in uno stato di totale degrado».

Gli si può dare torto?
«Guardi che sono milanese anch'io, quindi capisco l'obiezione nostalgica: “Ah, cume l'era bela la me Milan!”. L'era bela, sì, ma la torna pù indrè. Devo fare due chilometri a piedi per comprare il pane fresco. Pensa che i fornai abbiano chiuso per colpa dei cinesi? Nossignore. Quando fui assunto alla Kellogg's, la grande distribuzione rappresentava il 20% del mercato; quando me andai, nel 1996, era arrivata al 65%. Che colpa ne hanno i cinesi?».

Però se multi un loro commerciante, scatenano una rivolta, come avvenne nell'aprile 2007 in via Sarpi: 300 immigrati per strada, due ore di guerriglia urbana, auto distrutte, 14 vigili all'ospedale.
«Fu l'unica volta. Il Comune cercava di allontanare il commercio all'ingrosso per alleggerire il traffico cittadino. Da allora si sono organizzati».

Come?
«Invece dei furgoni, per il carico e lo scarico delle merci usano le bici con enormi portapacchi».

Ma i cinesi sono ancora maoisti?
«Nooo! I giovani non sanno neppure chi fosse Mao. I più vecchi lo ricordano come un padre della patria, l'uomo che dal feudalesimo li ha traghettati verso l'indipendenza».

Ci sarà ben qualcosa che non le piace dei cinesi.
«Sono troppo chiusi e circospetti, formano un gruppo a se stante. Del resto un loro proverbio recita: “Avanza tastando le pietre”. Però sono come l'acqua: si adattano al recipiente che li contiene. E hanno uno spiccato senso dell'umorismo».

Ai milanesi che si sentono assediati dai cinesi, che cosa risponde?
«Che Milano si scrive in cinese con due ideogrammi: uno rappresenta il riso, il loro alimento più importante, l'altro l'orchidea, il fiore più bello. E se non dovesse bastare, rispondo con una frase che si legge allo scalo di Genova: “La ricchezza non proviene da coloro che da questo porto partono, ma da coloro che in questo porto arrivano”».

Morto Metzner, "l'avvocato del diavolo" aveva difeso assassini e potenti: trovato affogato al largo della Bretagna

Il Messaggero

Tra i suoi clienti, Yves Colonna accusato dall'assassinio del prefetto Erignac in Corsica, l'avventuriero della finanza Jerome Kerviel, il musicista Cantat che uccise a botte la Trintignant e l'ex dittatore panamense Manuel Noriega


Cattura
PARIGI - I potenti erano ai suoi piedi, i colleghi lo ammiravano e lo invidiavano. Lui, che troppe domande sull'imputato non se ne faceva - da Noriega all'assassino di Marie Trintignant, Bertrand Cantat, fino ai vip della finanza e della politica - era il numero uno ed era diventato talmente ricco da comprarsi un'isola. A 63 anni, Olivier Metzner ha scelto di suicidarsi ed è stato ritrovato cadavere proprio al largo del suo isolotto al largo della Bretagna, nel golfo di Morbihan.

A lasciare pochi dubbi sul gesto è stata una lettera del potentissimo legale, in cui annuncia di voler mettere fine alla sua esistenza. Il messaggio è stato ritrovato in casa, l'identità del cadavere, ritrovato stamattina mentre galleggiava al largo dell'isola, è stata confermata da fonti vicine all'avvocato. Fra gli ultimi casi di cui è stato protagonista, la difesa di Yves Colonna, accusato dall'assassinio del prefetto Erignac in Corsica, l'avventuriero della finanza Jerome Kerviel, il musicista Cantat che uccise a botte la Trintignant e l'ex dittatore panamense Manuel Noriega. Ma non mancano i politici nella corte dei suoi clienti, dall'ex primo ministro Dominique de Villepin nella vicenda Clearstream - che lo vide opposto all'ex presidente Nicolas Sarkozy - all'uomo d'affari Loik Le Floch Prigent, principale accusato nello scandalo delle tangenti ELF.

Recentemente, ha rappresentato la figlia dell'ereditiera L'Oreal - Francois Bettencourt-Meyers - nella saga cominciata con la successione e finita con l'inchiesta sulle mazzette ai politici. Era il legale scelto da grandi imprese, che in lui vedevano la possibilità più accreditata di salvarsi dalle inchieste più importanti, dal gigante della finanza Bouygues all'organismo per la certificazione marittima Rina, coinvolto nel naufragio dell'Erika, fino alla compagnia aerea Continental, alla sbarra per l'incidente del supersonico Concorde.

Non si era al corrente di sue malattie gravi, al di là degli accessi di tosse che lo coglievano anche durante le arringhe e che venivano attribuite alla sua passione estrema per i sigari, che amava fumare - ed era spesso immortalato - anche nelle pause delle udienze. Nato in una famiglia modesta, Metzner aveva cominciato la professione nel 1975 difendendo i casi più difficili di rapinatori o assassini, salendo via via di livello fino a raggiungere il top. L'isola di Boedic l'aveva acquistata nel 2010, raggiunto l'apice della carriera e della ricchezza. Da qualche mese cercava di venderla, affascinato da «un nuovo progetto» di cui parlava vagamente ma che non aveva spiegato ancora a nessuno.


Domenica 17 Marzo 2013 - 15:53
Ultimo aggiornamento: 15:55

Al Metropolitan i misteri dell’urna di Anagni

Il Messaggero
di Fabio Isman


Cattura
Un’urna cineraria romana antica di duemila anni, larga mezzo metro e con un’iconografia insolita e bellissima, dal 2002 è al Metropolitan a New York, che l’ha comperata da Sotheby’s per oltre 260 mila dollari. È stata scavata ad Anagni nel 1899, ed è uscita dal nostro Paese senza nessun permesso: probabilmente, negli Anni 60 del secolo scorso. E ora è al centro di un mistero, perché dopo l’acquisto, è incredibilmente saltato fuori, e chissà come, un rilevante frammento che la completa. È una storia tutta da raccontare, per le sue mille stranezze. Il reperto non mostra volti, o nomi ed epigrafi, su alcun lato: su tre, solo svariati cumuli di scudi, schinieri e corazze, le ruote d’un carro; l’altro ha una falsa porta affiancata da alberi d’alloro, ma è molto lacunosa. Un evidente bottino di guerra. Per Sotheby’s, «un esempio unico». «Gli specialisti l’hanno paragonata alla base della Colonna Traiana», dice Sandra Gatti, archeologa della soprintendenza per il Lazio
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LA STORIA
Ne parla per la prima volta la contessa Ersilia Caetani Lovatelli, nel 1900: trovata ad Anagni, sui campi di Pietro Balestra, a due chilometri dalla Villa degli imperatori, già di Marc’Aurelio, poi dei Severi. Durante i lavori agricoli, una camera sepolcrale rettangolare, con l’urna «infranta in vari pezzi»; altri frammenti «non fu possibile recuperarli, per quante ricerche ed escavazioni fece a tal effetto il sig. dott. Pietro Balestra». Non si sa a chi appartenesse, certamente a un condottiero ma al ritrovamento, mancava ogni iscrizione. È in marmo lunense, «assai leggiadramente istoriata». Gli insiemi di oggetti bellici la fanno quasi sembrare un’opera assai più vicina a noi: se è lecito lo sfondone, quasi cubista. Se ne accorge anche il Metropolitan. All’asta, è quotata da 60 a 90 mila dollari però il museo ne sborsa parecchi di più, pur di averla: «Altamente inusuale la sua iconografia», «i pannelli rappresentano un lavoro di alta qualità, eseguito per una committenza speciale».

L’oggetto ha fortuna: pubblicato almeno altre nove volte in altrettanti testi. Ma mostra sempre una vasta parte di uno dei due pannelli maggiori mancante: nell’angolo in alto, a destra. Una foto del 1928, è sicuramente diversa da quella che l’ha resa nota: presumibilmente, l’urna è ancora ad Anagni. Matilde Mazzolani per prima la dichiara «dispersa», nel 1969. E proprio dagli Anni 60, l’oggetto si ritrova a Londra: prima è del collezionista K. J. Hewett, morto nel 1994 a 80 anni, poi, di Howard Ricketts. Ma nel 1976, varca l’Oceano. È a Chicago: cambia per tre volte padrone, fino a che non va all’asta da Sotheby’s, a New York.

IL FRAMMENTO
Intanto, a Londra, in un’altra asta di Sotheby’s del 1988, compare anche il frammento mancante. Dichiarato, in maniera errata, «copia dall’antico». Però, all’atto dello scavo, la contessa Lovatelli aveva certificato che niente di più era stato trovato: i tombaroli si sono prodigati, nuovamente, nel terreno della scoperta? Comunque, il lacerto è comperato da Ariel Herrmann, che, poco dopo l’acquisto dell’urna da parte del Met, lo dona al museo. Combacia perfettamente, e completa la faccia mutila. In gran parte ricomposta (tranne un lato minore con la falsa porta), l’urna viene esposta nella nuova galleria del Metropolitan, restaurata grazie al dono di 20 milioni di dollari della fondazione Shelby White e Leon Levy: famosa coppia di collezionisti, che ha già restituito all’Italia oggetti scavati di frodo, Infatti, non disdegnava di acquistare capolavori dell’antico estratti illegalmente dal nostro sottosuolo, ed usciti di contrabbando dal Paese.

IL GIALLO
Ariel Herrmann nasce Kozloff, è stata curator al museo di Cleveland e suo marito John, a quello di Boston. Entrambi sono spesso citati nel processo contro Gianfranco Becchina: uno dei due grandi “trafficanti” italiani cui, in Svizzera, sono stati confiscati migliaia di pezzi e foto. John viene definito mediatore per la coppia Levy-White. La moglie, per ammissione del memoriale di Robert Hecht, che ha ceduto al Met il Cratere di Eufronio con la “Morte di Sarpedonte” ora tornato a Villa Giulia, ha accresciuto la collezione con oggetti dal nostro Paese, e, dal 1980 al 1994, è stata in contatto con Becchina, trattando acquisti. Ma ha pure messo a punto la documentazione dei reperti poi confluiti nella collezione Fleischman, venduta al Getty ma ritenuta strumento per riciclare i reperti dall’allora Pm Paolo Giorgio Ferri. Stranamente, il nuovo frammento dell’urna di Anagni arriva proprio a lei.
Un’urna dunque di mille misteri. Tranne uno: dall’Italia, è uscita di contrabbando. Sandra Gatti, a lungo a capo dell’Ufficio esportazione di Roma, non ha trovato le tracce di nessuna autorizzazione, obbligatoria dal 1909 in poi.


Domenica 17 Marzo 2013 - 14:43    Ultimo aggiornamento: 14:44

La "rifugiata" Boldrini Eterna militante rossa dall'Onu alla Camera

Anna Maria Greco - Dom, 17/03/2013 - 07:55

La ex funzionaria delle Nazioni Unite parla sempre degli ultimi del mondo. Il web protesta: ma lei sarebbe nipote del tycoon del petrolio vicino a Mattei

Laura tra i campesinos nelle risaie del Venezuela. Laura che soccorre gli immigrati a Lampedusa. Laura con i bambini africani. Laura con i rifugiati in Libia. Laura sulle montagne dell'Afghanistan in guerra.

 CatturaLascia il posto di portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati per l'Europa meridionale, che occupa dal 1998 e, nel giro di due giorni, da neo deputata si trasforma in presidente della Camera. Che subito ribattezza «la casa degli ultimi».

Nata a Macerata, classe 1961, laurea in giurisprudenza è la terza donna sullo scranno più alto di Montecitorio, dopo Nilde Iotti (1979-1992) e Irene Pivetti (1994-1996). E con il suo discorso battagliero, più ideologico che istituzionale, fa subito capire da che parte sta e resterà. Parla così ispirata dei poveri e dei deboli che all'ex deputato Pdl, Peppino Calderisi, con ancora negli occhi le immagini dell'Habemus Papam, scappa la battuta: «Ora annuncia che prende il nome di Francesca!».
Ma il suo debutto elettorale ha scatenato violente proteste nel Sel, perché la candidatura da capolista in Sicilia e nelle Marche è stata calata dall'alto, alla faccia delle primarie locali.

La rabbia è salita al massimo ed è dilagata nel popolo di Facebook, quando Laura ha optato per il seggio di Messina, soffiando il posto all'insegnante precaria Sofia Martino, la più votata nelle primarie siciliane del partito di Vendola. Uno «scippo» che proprio non è andato giù alla candidata sacrificata e ai suoi supporter. Che si sono mobilitati, lanciando una petizione contro l'usurpatrice marchigiana, proprio mentre a Roma veniva annunciata la sua candidatura al vertice di Montecitorio. Per loro è chiaro: nelle Marche è scoppiato un putiferio quando è stata imposta in cima alla lista e la Boldrini ha stretto un patto con la conterranea Lara Ricciatti, per non strapparle il posto. Infatti, ha scelto poi uno dei due a sua disposizione nell'isola.

«Per lei niente primarie: ha un canale preferenziale e viene inserita nelle liste per merito del curriculum, naturalmente», protestano sul web. «Ma perché, almeno, non lo fa a casa sua?».
Un curriculum costruito ad arte con una libertà di manovra e di dichiarazione pubblica che ha lasciato stupefatti molti funzionari delle Nazioni Unite, abituati ad un low profile imposto con severità a tutti gli altri dall'organismo internazionale. Laura, invece, è sempre stata protagonista sotto i riflettori nelle zone e nei momenti di crisi, con uno stile tutto suo e senza remora di prendere posizioni nettamente politiche, soprattutto contro il governo Berlusconi. La comunicazione è il suo forte e da brava giornalista ha saputo costruire la sua immagine. Chi ha provato a mettersi in lista per sostituirla all'Unhcr è rimasto deluso: sembra che quel posto sia stato creato su misura per lei.

Al tapino che sul web, dopo l'elezione a presidente della Camera, chiede chi sarà mai questa Boldrini così potente e sponsorizzata c'è chi risponde: «Ma come, non lo sai? La più “medagliata”, premiata, insignita in campo internazionale dell'Italia tutta!». Sarebbe nipote di Marcello Boldrini, uno dei fondatori della Dc e tycoon del petrolio vicino ad Enrico Mattei. Il suo nome è anche quello del comandante partigiano Arrigo, detto «Bulow» e l'Anpi di Reggio Calabria si lancia a congratularsi. Ne parla come la figlia, ma il padre di Laura sarebbe un tranquillo avvocato amante del latino e greco, la madre un'insegnante d'arte e uno dei 4 fratelli un consigliere comunale a Mergo. Separata da un collega giornalista ha una figlia di 18 anni, che si chiama Anastasia.

Dieci anni dopo l’Iraq l’America resta divisa

La Stampa

Successo militare sul breve periodo: ha lasciato un Paese a pezzi

maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK


Cattura
Alle 5,34 del mattino del 20 marzo 2003, ora di Baghdad, ebbe inizio l’operazione militare «Iraqi Freedom» ordinata dal presidente americano George W. Bush per rovesciare il regime di Saddam Hussein. La guerra sarebbe durata 8 anni, 8 mesi e 3 settimane prima del completamento del ritiro delle truppe ordinato il 18 dicembre 2011 dal nuovo presidente, Barack Obama.

A dieci anni dall’attacco condotto dalle forze della coalizione guidate dal generale Tommy Franks l’America si confronta con un conflitto che l’ha divisa sommando successi militari, errori di intelligence, danni morali, ingenti costi economici e risultati strategici ancora in bilico. I successi militari sono due. Primo: la campagna-lampo di Franks riuscita a rovesciare in appena 21 giorni il dittatore più potente e spietato del Medio Oriente con l’impiego della metà delle forze adoperate nella Guerra del Golfo del 1991 per liberare il Kuwait. Secondo: i rinforzi inviati a partire dal 2007, ed affidati al generale David Petraeus, riusciti a sconfiggere l’insurrezione jihadista nel Triangolo Sunnita grazie ad una tattica fatta di truppe speciali, intelligence e accordi con le tribù locali che è stata poi ripetuta in Afghanistan.

Ma tali risultati sono stati offuscati dagli errori che li hanno accompagnati: l’amministrazione Bush giustificò l’attacco con informazioni di intelligence sull’esistenza in Iraq di armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate, errò nel ritenere che le operazioni militari si sarebbero concluse velocemente facendosi cogliere di sorpresa dall’insurrezione armata seguita alla caduta di Saddam e dovette fare i conti con lo scandalo degli abusi sui detenuti nel carcere di Abu Ghraib che ancora pesa sull’immagine degli Stati Uniti. Il tutto al prezzo di oltre 110 mila vittime - secondo una stima dell’Associated Press - inclusi 4805 soldati della coalizione di cui 4487 americani, a cui bisogna aggiungere circa 10 mila feriti gravi, in gran parte amputati da esplosioni di ordigni della guerriglia.

I costi economici sono documentati dal rapporto pubblicato dal Congresso in coincidenza con il decennale di «Iraqi Freedom» curato da Stuart Bowen, ispettore generale della ricostruzione dell’Iraq, nel quale si afferma che gli Stati Uniti hanno speso oltre 60 miliardi di dollari - ovvero una media di 15 milioni al giorno - per rimettere in piedi il Paese con risultati assai parziali visto che solo una piccola minoranza dei 31 milioni di abitanti può oggi contare su sicurezza, elettricità e acqua potabile. Bowen stima in circa 5 miliardi di dollari il totale del denaro pubblico andato «completamente perso» a causa di malagestione e corruzione, enumerando alcuni palesi fallimenti della ricostruzione: dalla mega-prigione nella provincia di Diyala mai completata alla centrale di purificazione delle acque di Fallujah costata 108 milioni di dollari per servire appena 9000 case fino al fallito ponte al-Fatah sul Tigri, alle frodi gestite da ufficiali dell’Us Army ed ai contratti eccessivamente generosi per ditte private americane dimostratesi inefficienti.

Includendo tutti i costi, militari e diplomatici, gli Stati Uniti hanno speso per il Congressional Budget Office circa 767 miliardi di dollari in Iraq e ciò che resta oggi a Baghdad è la più grande ambasciata Usa nel mondo impegnata a gestire rapporti difficili con il governo di Nuri al-Maliki, leader di una coalizione guidata dai partiti sciiti assai più sensibili alle scelte dell’Iran che agli interessi di Washington. Senza contare il precario equilibrio fra governo sciita e regioni autonome sunnite e curde, incentrato sui dissidi sui proventi del greggio.

L’eredità di «Iraqi Freedom» continua a dividere l’America come dimostra il contrasto di opinioni fra Richard Haass, presidente del «Council on Foreign Relations» di New York, che la definisce una «guerra voluta, condotta assai male» e l’ex presidente George W. Bush convinto che «il giudizio della Storia rivaluterà le scelte compiute». Barack Obama, contrario all’attacco dell’Iraq sin da quando era senatore nel 2002, dall’indomani dell’arrivo alla Casa Bianca ha cercato di sanare la ferita irachena rendendo omaggio alle truppe, portando a termine il ritiro e chiedendo ai connazionali di «accogliere con onore i veterani» per evitare di ripetere le asprezze che seguirono la guerra in Vietnam. 




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10 anni dopo l’Iraq, l’America resta divisa

Le Camere non sono il ripostiglio della Rete

Corriere della sera


Benvenuti nel mondo dei franchi tiratori. I grillini erano entrati in Parlamento appena l'altro ieri compatti come una falange macedone, monolitici come una novella Compagnia di Gesù, giurando obbedienza perinde ac cadaver. E al primo voto vero, alla prima occasione in cui non hanno potuto evitare di scegliere, si sono clamorosamente divisi. La democrazia parlamentare non è un « meet up ». È fatta di voti e di regole. E senza vincolo di mandato.
 

Messi di fronte all'alternativa tra Grasso e Schifani, numerosi senatori grillini hanno dunque rifiutato una sdegnosa equidistanza, e cioè il mantra stesso di un movimento che considera i partiti tutti uguali e tutti da cancellare, per sostituirli con la democrazia diretta del 100 per cento in cui i cittadini si autogovernano. Non basta star seduti sugli spalti alle spalle di tutti gli altri per evitare di sporcarti nell'arena, quando ti chiamano a votare per appello nominale. Né viene in aiuto la tattica indicata ai suoi seguaci da Beppe Grillo, valutare «proposta per proposta» per evitare così di fare scelte «politiche». Quella di votare Grasso era infatti una «proposta», e un buon numero di senatori grillini l'ha accettata, facendo così una scelta altamente politica.

L'inflessibile logica del sistema parlamentare, nel quale alla fine di ogni discussione c'è sempre un ballottaggio in cui devi dire sì o no, non è d'altra parte aggirabile con i riti della democrazia online, perché sulla Rete non vale la regola «una testa un voto» ma votano solo le minoranze attive. Sarà sempre più difficile, emendamento per emendamento, stare in Parlamento aspettandosi che a decidere sia qualcuno che sta fuori. Ogni giorno si vota innumerevoli volte, e ogni voto può avere conseguenze sulla vita di tutti. Ecco perché l'assemblea parlamentare è diversa da un consiglio comunale o da un'assemblea condominiale: perché fa le leggi, la cosa più politica che ci sia.

D'altra parte i «grillini» non sembrano aver finora trovato nemmeno un modo accettabile per garantire quella trasparenza e pubblicità del dibattito che finché erano fuori del Parlamento sembrava la più innovativa delle soluzioni. Finora l'unica riunione dei gruppi cui abbiamo assistito in «streaming» è stata quella in cui i neoparlamentari si presentavano: più un happening che un'assemblea politica. Ieri, quando il gruppo del Senato ha dovuto decidere, lo ha fatto invece a porte chiuse, con i giornalisti che origliavano come ai bei tempi della Dc, e che riferivano di urla e di pugni sul tavolo poi sfociati in un'aperta contestazione del capogruppo (altra questione delicata: i leader sono essenziali in ogni consesso, e i grillini non ne hanno uno in Parlamento; senza un leader e una linea, il motto «uno vale uno» non può che trasformarsi in continua divisione).

Ma l'astuta mossa di Bersani, che a Schifani ha evitato di opporre un nome usurato della vecchia politica per preferirgli l'ex magistrato antimafia, non ha solo aperto una crepa tra i «grillini», ha anche svelato due punti deboli di quel movimento. Il primo è il rischio di irrilevanza. Se continua così, il 25 per cento dei voti degli italiani in Parlamento non conta nulla. Il Movimento 5 Stelle è completamente privo di potere coalizionale. Il partitino di Vendola, che ha preso poco più del 3 per cento alle elezioni, ha usato invece al massimo quel potere, prendendosi la presidenza della Camera.

La seconda debolezza del M5S è che, per quanto Grillo lo voglia sottrarre alla logica destra-sinistra, la sua élite parlamentare, come segnalava ieri Michele Salvati su questo giornale, pende notevolmente a sinistra e al momento decisivo lo dimostra, come ieri per impedire la vittoria di Schifani. Non basterà forse a risolvere il problema di Bersani, visto che anche con i franchi tiratori «conquistati» ieri gli mancano ancora una ventina di senatori per un voto di fiducia, oltretutto palese; ma può bastare per logorare rapidamente la presa di Grillo sui suoi eletti, forse meno manovrabili di come lui se li immaginava.

Antonio Polito
17 marzo 2013 | 9:57

Cinque stelle, giornata di tensione al Senato I votanti divisi tra «bianca» e coscienza

Corriere della sera

Indetta una riunione del Gruppo subito dopo l'insediamento di Grasso. Crimi aveva invitato tutti all'astensione

Nuova riunione del Movimento Cinque Stelle al Senato, dopo un breve incontro che si è svolto dopo la fine della seduta che ha portato all'elezione del presidente Piero Grasso. I voti raccolti dal candidato del Pd sono stati superiori (per 12 suffragi) al numero dei senatori del centrosinistra. E si pensa che almeno una parte di questi voti in più sia arrivata da qualcuno dell'M5S. E sembra sospettarlo anche Beppe Grillo, che sul suo blog lascia intravvedere, senza nemmeno nasconderla troppo, la possibilità di espulsione per i «traditori».

LA CONVOCAZIONE - I senatori «grillini» si sono incontrati brevemente in un corridoio di Palazzo Madama subito dopo il discorso di Grasso, e in seguito si sono riuniti al terzo piano del palazzo dei gruppi. Al termine dell'incontro, durato una ventina di minuti e rimasto senza la famosa «diretta streaming» che porta all'esterno il modo di ragionare del gruppo, il capogruppo del M5S Vito Crimi ha incontrato i cronisti: «In ogni caso è stata una bella giornata per noi, abbiamo fatto un percorso non dettato da logiche di accordi di segreterie o di capi».

IL VOTO «NON PER SCHIFANI» - Lo stesso Crimi, comunque, aveva già cercato di stemperare gli animi: «Avevamo deciso all'unanimità di non votare per Schifani, nell'urna il voto è segreto, ciascuno ha deciso secondo coscienza. Qualcuno - ha detto - non se l'è sentita di vedere rieletta alla presidenza del Senato una persona come Schifani».

«NON SIAMO STAMPELLA DI NESSUNO» - La giornata aveva vissuto alcuni momenti di tensione tra i «grillini», chiamati a scegliere un voto per l'ex procuratore nazionale antimafia e il candidato del Pdl, e presidente uscente, Renato Schifani. Prima di una riunione pre-voto Crimi era stato categorico: «Questo voto - aveva detto - non è la scelta tra una persona e l'altra, ma tra due strategie politiche. Noi non facciamo la stampella di nessuno». Pareva confermata, quindi, la scheda bianca da parte dei suoi 53 senatori.

LA QUESTIONE DI COSCIENZA - Ma Crimi era stato in parte smentito da alcuni suoi senatori, tra i quali Luis Alberto Orellana (fino a sabato mattina e al terzo scrutinio il candidato di M5S per la seconda carica dello Stato): «Voteremo in continuità, e questo significa scheda bianca o nulla. Ma se il voto è segreto, la questione di coscienza si pone sempre».

IL DIBATTITO INTERNO - Secondo indiscrezioni, durante il dibattito - con il senatore Vito Petrocelli che aveva lasciato la riunione prima del voto per alzata di mano - era emersa una certa insofferenza verso Crimi, "colpevole" di aver parlato prima della riunione. I giornalisti fuori della porta hanno raccontato di essere stati allontanati perché non sentissero i toni della discussione. Lo stesso Orellana nel dibattito aveva spiegato che «come persone Grasso e Schifani non sono equivalenti: una è una scelta in continuità con il passato. Mi sono espresso personalmente contro la scelta del collega Schifani».

MALUMORI SUL WEB - Gravi malumori durante e dopo l'ultima riunione erano emersi anche sul blog di Beppe Grillo e su Twitter, dove è nato un provocatorio hashtag: #M5SpiùL, a indicare che la scelta tra un procuratore antimafia e un accusato di concorso esterno in associazione mafiosa non poteva essere difficile, e che sembrava più un orientamento da Pdl che da M5S. La provocazione (che riecheggia la mania di Grillo di definire sul blog, ad esempio, il Partito democratico il "Pdmenoelle") ha scalato rapidamente la hit parade degli argomenti più dibattuti.

LACRIME A 5 STELLE - Sulla stessa lunghezza d'onda anche diversi altri neosenatori, con molti che, secondo i testimoni, «erano in lacrime». L'incertezza filtrava anche sui social network, dove ad appello già iniziato Maurizio Bucarella aveva scritto: «Stiamo per votare al ballottaggio... e la discussione accesa tenuta nel gruppo non è stata sufficiente a dipanare tutti i dubbi di tutti quanti...». C'è stato anche chi, apertamente, ha sfidato la linea dell'astensione. Bartolomeo Pepe ha scritto, sempre su Facebook: «Amici. libertà di voto. Senza contrattazioni e senza trucchi. Borsellino ci chiede un gesto di responsabillità». Idem Ornella Bertorotta, che ha tuonato: «Libertà di voto. È questo che abbiamo deciso. Ogni cittadino portavoce al Senato voterà secondo coscienza». Un altro degli eletti, venendo dalla Sicilia, aveva commentato: «Se vince Schifani quando torniamo in Sicilia ci fanno un mazzo così...».

Maria Strada
merystreet16 marzo 2013 | 23:59







E Grillo va all'attacco: «Chi ha votato di testa sua ne tragga le conseguenze»

Corriere della sera
«Se qualcuno si fosse sottratto all'obbligo di rispettare le decisioni a maggioranza del M5S ne tragga le conseguenze»

Chiamato alla prima vera prova della democrazia rappresentativa il Movimento 5 Stelle si è lacerato. Diviso. Nella scelta se optare per la scheda bianca o per sostenere Piero Grasso alla presidenza del Senato. Alla fine alcuni di loro hanno sostenuto il magistrato per lo scranno più alto di palazzo Madama e in serata è arrivato il commento di Beppe Grillo, sul suo popolare blog.

LA MANCATA TRASPARENZA - «Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo», del voto segreto e a maggioranza «ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze», ha scritto Grillo sul suo blog invitando alle dimissioni quei senatori del M5S che oggi in Aula al Senato, a suo dire, non hanno rispettato il «codice di comportamento degli eletti». «Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l'eletto deve rispondere delle sua azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto».

IL REGOLAMENTO - Beppe Grillo fa riferimento al punto 4 del regolamento, quello sulla trasparenza, dove si legge che le «votazioni in aula sono decise a maggioranza dei parlamentari del M5S». la norma sulle espulsioni dal gruppo è invece al punto 6 del Codice. «I parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l'espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza. L'espulsione dovrà essere ratificata da una votazione on line sul portale del M5S tra tutti gli iscritti, anch'essa a maggioranza».

Redazione Online16 marzo 2013 (modifica il 17 marzo 2013)

Un padre scrive al figlio gay: "Lo so già, ti voglio bene"

Libero

Temeva la reazione dei genitori al coming out. Ma il papà sente una telefonata e anticipa Nate scrivendogli


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"So che sei gay da quando avevi sei anni e ti amo da quando sei nato". E' un pezzo della lettera che un padre ha scritto a un figlio, rassicurandolo dopo aver ascoltato una telefonata in cui il ragazzo confidava ad un suo amico la volontà di fare coming out, ossia di svelare la sua omosessualità.

Al telefono, il giovane si diceva preoccupato della reazione che avrebbero potuto avere i suoi genitori. Così il padre, dopo essersi imbattuto per caso nella telefonata, ha preso carta e penna e gli scrive. Nel post-scriptum della lettera, il papà tranquillizza ulteriormente il figlio: "Io e mamma pensiamo che tu e Mike siate una bella coppia". Il papà, insomma, già lo sapeva. Chapeu.

Ecco il violino del Titanic: suona come 100 anni fa

Il Mattino
di Deborah Ameri


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LONDRA - Prima di piombare nell'acqua gelida, insieme ad altre centinaia di persone, lo aveva adagiato dentro una borsa di pelle, che aveva tenuto stretta a sé finché è rimasto in vita. Grazie al giubbotto salvagente la sacca, posata sul suo petto, si è bagnata solo in parte e il prezioso contenuto è stato preservato. Ma gli storici, fino a oggi, hanno sempre creduto che il violino di Wallace Hartley, il primo musicista dell'orchestrina del Titanic, fosse andato perduto per sempre. Invece è spuntato in una soffitta a Bridlington, nella Gran Bretagna centrale, trovato per caso dal figlio di un appassionato di musica.

E ci sono voluti sette anni di studi e ricerche per provarne l'autenticità. Come è noto dai racconti dei testimoni, dai libri e dai film sulla tragedia del Titanic, quella notte del 15 aprile 1912, mentre il transatlantico affondava dopo aver speronato un iceberg, l'orchestra guidata da Hartley ha continuato a suonare e a intrattenere i passeggeri che fuggivano cercando le scialuppe di salvataggio. Wallace e i suoi la ritenevano una missione. Mentre la nave si inclinava pericolosamente loro avevano attaccato l'inno “Nearer, my God, to thee”. L'ultima canzone mai suonata da quel violino. Hartley non ha mai cercato di salvarsi ed è stato una delle 1.517 vittime del disastro.

LA SCRITTA Il suo corpo fu ritrovato dieci giorni dopo. Un giornale di New York scrisse che il cadavere abbracciava un violino. Ma poi lo strumento non è mai stato indicato nella lista degli oggetti ritrovati. Per questo si era creduto che fosse stato rubato o andato perduto. Invece era nascosto nella borsa di pelle. Hartley lo aveva ricevuto in regalo dalla sua promessa sposa, Maria Robinson, nel 1910. Sullo strumento c'era una placca d'argento con incisa una dedica: «Per Wallace, in occasione del nostro fidanzamento». L'uomo che ha trovato lo strumento è voluto rimanere anonimo. E si è rivolto alla casa d'aste di Henry Aldridge & son, specializzata in memorabilia del Titanic, per farlo valutare e scoprire se era davvero l'originale. Per 7 anni Aldridge ha scavato a fondo nella storia del violino. Fatto di legno di palissandro, è incredibilmente ben conservato, nonostante gli anni e l'acqua di mare.

Il collezionista è riuscito a trovare una lettera della Robinson che ringraziava le autorità della Nuova Scozia per averle restituito il violino. La donna viveva proprio a Bridlington e non si era mai più sposata. Aveva lasciato tutto quello che aveva, violino compreso, alla sorella, la quale lo aveva donato, insieme alla borsa di pelle, al maggiore Renwick, che guidava l'orchestra dell'Esercito della Salvezza di Bridlington. Il maggiore infine lo aveva offerto a un membro della banda, un insegnante di musica, raccontandogli la storia dello strumento. Nella soffitta dove il violino è stato trovato c'era anche una lettera in cui il maestro di musica spiegava come lo avesse ricevuto in regalo.

ANNI DI TEST Aldridge ha interpellato decine di esperti, si è rivolto a scienziati forensi e ai laboratori dell'università di Oxford. Tutti hanno concordato che i depositi corrosivi sullo strumento sono compatibili con l'immersione in acqua salata. Che la placca d'argento è originale e che l'incisione risale all'inizio del 1900. «Abbiamo dovuto fare tutto in segreto perché sembrava troppo bello per essere vero - ha raccontato Aldridge al Times - Non abbiamo voluto dire nulla finché non siamo stati assolutamente certi.

Quando ho visto il violino, la sacca di pelle con le iniziali di Hartley e dentro i suoi pochi averi ho pensato: o era autentico o un falso molto ben elaborato. Dopo sette anni possiamo dire senza dubbio che questo è il violino di Wallace ed è anche l'oggetto più prezioso legato al Titanic mai ritrovato. Sicuramente il più di valore». All'asta potrebbe essere battuto per un milione di euro. Ma non sarà venduto subito. Questa estate sarà in mostra a Belfast, dove il transatlantico è stato costruito e dove è nato Titanic Belfast, la più grande attrazione al mondo dedicata alla nave della tragedia. Una via di mezzo tra museo e parco a tema, costruito in modo da assomigliare alla gigantesca prua del Titanic.

sabato 16 marzo 2013 - 11:11

Lo Stato pagherà alle imprese solo 3 milioni su 70 miliardi

Corriere della sera

I veti incrociati tra governo, banche e Consip. Il tavolo tra l'Abi e le società e i ritardi delle procedure

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ROMA - «Se ne occuperà il prossimo governo». Ormai anche il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, getta la spugna sul pagamento dei 70 miliardi di euro di crediti vantati dalle imprese fornitrici della pubblica amministrazione (senza dire che i debiti delle amministrazioni locali sono prossimi ai 140 miliardi). Proprio il ministro che un anno fa, al convegno Ambrosetti di Cernobbio, di fronte al pressing della Confindustria e di artigiani e commercianti, annunciò un intervento risolutivo del governo Monti, quello che poi si tradusse nel meccanismo della certificazione dei crediti.
Al gennaio scorso il bilancio di quella operazione parla chiaro: 1.227 amministrazioni abilitate all'utilizzo della piattaforma di certificazione (oltre 900 sono Comuni del Centro Nord, solo 70 sono enti del servizio sanitario); 71 certificazioni rilasciate per circa 3 milioni di euro su 467 istanze presentate dalle imprese, per circa 45 milioni di euro.

DECRETI E RITARDI - «Una goccia nel mare dei 70 miliardi» ammette lo stesso Passera. Che però non ci sta a portare da solo la croce del fallimento dell'operazione, essendo stato peraltro a lungo sostenitore di un'altra modalità di pagamento dei debiti, quella attraverso l'emissione di titoli di Stato, bocciata dal ministero dell'Economia. Ed è sempre il Mef, a ben guardare, che ha predisposto la parte più importante della macchina per la certificazione dei crediti: i decreti. «Saranno pronti entro pochi giorni» diceva il ministro Vittorio Grilli il 13 maggio scorso. Ma è il 2 luglio quando vengono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale numero 152. Le norme illustrano le modalità di certificazione del credito da parte delle imprese e la compensazione dei crediti «certi, liquidi ed esigibili» con i debiti di natura fiscale iscritti a ruolo. Nel frattempo l'Abi (l'associazione delle banche) si è seduta a un tavolo con le imprese e le cooperative dando finalmente disponibilità a mettere a disposizione 10 miliardi di euro per consentire alle imprese di avere un anticipo immediato sui crediti.

CERTIFICAZIONI - Ma purtroppo non basta neanche questo a sbloccare la situazione: a ottobre scorso infatti mancava ancora il regolamento del Fondo di garanzia. Quanto alla piattaforma, che doveva essere predisposta dalla Consip, è il 20 ottobre quando viene resa disponibile per l'accreditamento delle pubbliche amministrazioni e il 28 novembre, quando le imprese possono fare altrettanto. E manca sempre l'interfaccia tra la piattaforma e le banche...
Intervistato dal Corriere domenica scorsa il presidente dell'Anci, Graziano Delrio, ha lanciato accuse precise circa le lungaggini dell'operazione-certificazione dei crediti. «I ritardi della messa in opera del meccanismo hanno un nome e cognome - ha detto -: è la Consip che ha fornito solo adesso le modalità per la certificazione. Per non parlare delle banche che fanno molte difficoltà a anticipare il pagamento se il debito non è tracciabile».

UN ANNO DI ATTESA - Ma l'Abi non ci sta e accusa la Consip di aver inviato solo il 20 febbraio al consorzio Cbi, che lavora per le banche all'interfaccia, «le informazioni essenziali» per portare a termine il necessario collegamento. La Consip respinge a sua volta l'addebito: «Non può esserci imputato alcun ritardo dal momento che il collegamento tra la piattaforma per la certificazione e il sistema Cbi è stato collaudato a partire dal 29 novembre, in base alla tempistica concordata con il ministero dell'Economia». Quanto al passaggio dalla fase di collaudo all'operatività della connessione piattaforma, «è avvenuto il 2 febbraio 2013, in quanto il certificato digitale di sicurezza necessario per il collegamento, richiesto da Consip il 23 novembre, è stato rilasciato dalla Cbi il 23 gennaio». Insomma per Consip è il consorzio che lavora per le banche che deve ancora chiudere il cerchio «portando a termine le azioni necessarie» per avviare la piattaforma. Nel frattempo è passato un anno, e quelle 71 aziende che a gennaio hanno ottenuto la certificazione dei crediti stanno ancora aspettando...

Antonella Baccaro
17 marzo 2013 | 8:04

Mille euro al giorno per mostrare le tette Tutti i segreti delle Femen

Libero

Il movimento nato a Kiev, in Ucraina, ha la sua base di addestramento a Parigi. Con tanto di stipendi e rimborsi spese per le attiviste. Dietro c'è un businessman americano


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Siamo abituati a vederle a seno scoperto, nella maggior parte delle volte bellissime, protestare contro i potenti del mondo. Questo è il movimento globale delle donne "Femen". L'organizazione si muove per difendere l'ugualianza sessuale e sociale nel mondo. Sono a tutti gli effetti dei soldati o meglio delle soldatesse a tette scoperte e, come tali, si formano seguendo dei rigidi addestramenti. Il topless è il loro punto di forza, solitamente adornato con scritte provocatorie e slogan "forti".

Le attiviste, moralmente e fisicamente in forma come qualsiasi altro militare, sono il simbolo del femminismo del terzo millennio con seguaci in tutto il globo. Le amazzoni dell'era moderna non sono però solo esibizioniste dalle forti motivazioni ma vere e proprie attiviste che mettono a segno azioni civili estreme e con un alto grado di complessità, e quasi sempre riescono a raggiungere lo scopo designato. Gli avversari più bersagliati? La dittatura, la Chiesa e l'industria del sesso. Recentemente in italia sono riuscite a catalizzare l'attenzione sulle proprie richieste in due occasioni di nota rilevanza: durante l'elezione del Papa Francesco lo scorso 13 marzo (con i seni scoperti e la scritta "Stop alla pedofilia") e all'udienza del processo "Ruby" contro Silvio Berlusconi.

Il movimento - L'organizzazione di protesta è stata fondata a Kiev, Ucraina, nel 2008 ma la città che ospita il "centro di addestramento" è Parigi. Il gruppo, formato da ragazze per lo più giovanissime, è strutturato in maniera ottimale con punti di appoggio in tutta Europa e, secondo alcune indiscrezioni, presto anche in Canada, Usa, Brasile e Israele. La domanda sorge spontanea: chi sponsorizza il progetto? Da dove provengono i fondi necessari per poter mettere a segno gli atti provocatori che fanno il giro del mondo?

Lo scorso autunno una giornalista del canale tv 1+1 si è arruoalata, figendosi una seguace, per studiare gli scalini piramidali del movimento. Secondo il report le ragazze percepirebbero un lauto compenso di mille euro al mese, 2500 invece per quelle che lavorano nella sede ucraina (dove il salario medio di un lavoratore non supera i 500 euro). Le dimostranti della capitale francese sarebbero le più retribuite: 1000 euro al giorno. Chi c'è dietro a tutto questo? Chi compila gli assegni? Chi siede in cima alla piramide? Sempre secondo la reporter di 1+1 l'organizzazione Femen sarebbe tutelata da un "businessman" americano con forti coinvolgimenti economici a Kiev: Jed Sunden. E viene quasi automatico chiedersi: perchè?

Un viaggio a Eglin, in Florida: base militare Usa super segreta

Libero

Qui si testano i velivoli e gli armamenti in dotazione all'esercito di Usa: il casco di un pilota di un F 35 costa 600mila dollari. Guarda i video e le foto


l pilota Arthur Tommasetti, numero due del reparto incaricato, spiega l'addestramento al simulatore. Nel 2007, il primo prototipo del 235 è costato 235 milioni di dollari

di Claudio Antonelli



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Eglin, Florida. Nella segretissima base USAF di Eglin dove dal 1946 si testano armamenti e nuovi velivoli in dotazione all’Aeronautica americana si avvia al decollo un F 35 modello A. Alla guida uno dei 17 piloti che in questo momento stanno seguendo il corso per diventare addestratori di altri piloti. Alle spalle hanno almeno duemila ore di volo e qui a Eglin trascorrono circa due mesi nei quali non solo fanno touch and go e testano la spinta e la tecnologia del velivolo di Lockheed Martin, ma si addestrano al simulatore con l’obiettivo di sviluppare il software e migliorare dagli errori sia il sistema sia il metodo addestrativo. "Non è come le vecchie scuole", spiega il pilota Arthur Tommasetti, numero due del reparto incaricato, "ma qualcosa di simile al metodo iPhone e a come lo approcciano i bambini".


Casco da 600 mila dollari Tant’è che parte integrante del velivolo è il casco. L’Helmet Hmd costa al momento 600 mila dollari, una cifra incredibile. Bisogna però immaginare che con la visiera il pilota riesce ad accedere a tutte le informazioni necessarie e contemporaneamente. Nei velivoli di quinta generazione infatti i combattimenti avverranno a chilometri di distanza e il pilota non avrà mai la necessità di girare il capo per vedere alle sue spalle. L’F35 è dotato di sei sensori infrarossi in grado di trasmettere contemporaneamente tutti i dati al pilota e direttamente sulla visiera del casco.

Il computer stesso avviserà il pilota prima che si possa accorgere e anche se volesse sostenere un incontro ravvicinato potrà vedere sotto di sé e dietro di sé semplicemente concentrandosi sulla propria visiera. Così anche la notizia che gli F 35 non sono in grado di combattere è parzialmente falsa. Allo stato attuale dei test infatti non è assolutamente previsto che venga provato un combattimento, ma solo l’acquisizione di un target. Così come non è previsto che volino di notte o col cattivo, Dei circa 60 mila test point previsti sul velivolo ne è stato fatto più o meno il 10%. Al contrario i test sul software sono più vicini al 95%. E terminati questi si procederà sulla versione fisica.

I costi
Nel 2007 il primo velivolo prototipo  del caccia F35 è costato 235 milioni di dollari, quelli in consegna ora costano 120 milioni. I tre che l’Italia acquisterà,  e la prima consegna è prevista a maggio 2015, saranno pagati sicuramente meno, ma il contratto con è ancora stato firmato. Per questo motivo si sono sollevate molte politiche in Italia. Gran parte politiche e piegate all’uso della campagna elettorale. In realtà il prezzo a regime - cioè nel 2018 - sarà di 67 milioni di dollari all’inflazione attuale.  Se poi a gennaio del 2014 la Corea del Sud  dovesse acquistare altri velivoli il prezzo scenderebbe. Al contrario se l’Italia, che ne ha ordinati al momento 90, dovesse intervenire con un secondo taglio (inizialmente erano 135) il prezzo sarebbe invece destinato a salire.


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