sabato 16 marzo 2013

Moro, 35 anni dopo: «Ricordarlo per sapere come gli italiani seppero reagire»

Corriere della sera

Commemorazione in via Fani del sequestro del presidente Dc e dell'uccisione degli uomini della scorta



ROMA - Via Fani, 35 anni dopo. Ricorre sabato l'anniversario dell'azione di fuoco brigatista che si concluse con il sequestro del presidente della Dc Aldo Moro e l'uccisione dei cinque uomini della scorta. E sabato mattina a Roma in via Fani si sono ritrovate le principali autorità dello Stato per ricordare quel drammatico giorno. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato una corona di fiori. E a sorpresa in via Fani è arrivato anche il premier uscente Mario Monti. Con lui anche il ministro della Giustizia, Paola Severino, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, il questore Fulvio Della Rocca, in rappresentenza della Camera Rosi Bindi, del Senato Renato Castagnetti. Presenti, inoltre, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, per la Provincia di Roma Giuseppe Marani, per Roma Capitale Giorgio Ciardi.

MA L'ITALIA HA SAPUTO REAGIRE» - «La nostra presenza qui - ha spiegato Severino - sta a segnare quanto certi episodi abbiano profondamente colpito l'Italia, ma soprattutto quanto l'Italia abbia saputo reagire a un periodo terribile. Bisogna ricordarlo - ha concluso - per sapere proprio con quanta forza gli italiani abbiano saputo reagire».

IL SEQUESTRO - Sono le 9,02 del 16 marzo 1978 quando scatta l'operazione dei terroristi. Tutto finisce tre minuti più tardi. La prima auto ad arrivare è una Fiat 132, quella su cui verrà fatto salire il presidente della Dc. A bordo vi sono tre persone: una sosta, mentre le altre due salgono a piedi su via Stresa portando una grande borsa. Subito dopo arrivano due 128, che i testimoni vedono scendere in via Fani, contromano e a passo d'uomo.

 



Seguono una Fiat 128 targata Corpo Diplomatico, una che sbarra a monte via Maderno e una moto Honda. Il gruppo che opera è costituito da circa 19 terroristi: 9 per sparare, 6 alla guida e 4 di copertura. Vengono colpiti prima l'appuntato Domenico Ricci e Oreste Leonardi, che è alla guida della Fiat 130 di Moro. Dal lato sinistro della strada, i terroristi aprono il fuoco contro l'Alfetta uccidendo Raffaele Iozzino, sceso con la pistola d'ordinanza dall'auto, Giulio Rivera, e ferendo gravemente Francesco Zizzi, che morirà poco dopo al Policlinico Gemelli.

Sui fatti di via Fani «non è ancora emersa tutta la verità: l'ipotesi che ci sia stata una sorta di congiura si fa sempre più robusta», dice all'Adnkronos Ferdinando Imposimato, dal 1978 al 1984 giudice istruttore del processo Moro. «Ferma restando la responsabilità dei brigatisti quali esecutori della strage -prosegue- resta sempre il mistero inquietante di quella motocicletta Honda. I terroristi non ne hanno mai indicato il conducente, che potrebbe essere stato uno dei membri della Raf».

Redazione Roma Online16 marzo 2013 | 12:15

La scuola che abolisce la festa del Papà

Corriere della sera

Per non turbare un alunno con due mamme. Protestano altri genitori


Il 19 marzo è la festa del Papà e in molte scuole italiane si celebra la ricorrenza che nel nostro Paese, di tradizione cattolica, coincide con San Giuseppe, padre putativo di Gesù e archetipo del papà e del marito devoto. Ma cosa succede se un bambino è figlio di genitori omosessuali e ha, per esempio due mamme? In una scuola materna di Roma il problema è stato risolto, dopo aver sentito una psicologa, cancellando la festa del papà e optando per una generica festa della famiglia. Ed è scoppiato il putiferio.

Un folto gruppo di genitori ha inoltrato una formale protesta al Municipio II, di competenza per l'istituto, e l'assessore municipale gli ha dato ragione: «Mi sento di condividere il disappunto di queste famiglie - ha commentato Gloria Pasquali assessore municipale alle Politiche educative -, non si tratta di discriminare qualcuno ma credo che non sia corretto cambiare così il calendario delle attività scolastiche e che non sia nemmeno educativo per chi non ha il papà». Della stessa opinione anche Emma Ciccarelli, presidente del Forum delle Associazioni Familiari del Lazio: «Quello che ci sta a cuore - ha detto - non è la polemica fine a se stessa, ma il bene del bambino in questione.

Quanti altri bambini in Italia vivono senza avere accanto i propri genitori? Penso ai bambini orfani ad esempio o a molti figli di genitori separati, anche per loro bisognerebbe non vivere questa festa? E dopo? Cancelliamo anche la festa della Mamma per tutti i casi inversi?». Eppure quelle di Ciccarelli sono le stesse argomentazioni adottate dalla famiglie omogenitoriali per sostenere la tesi opposta: «Siamo scioccati - ha detto Tommaso Giartosio, padre, insieme al suo compagno di due bambini -, di casi come questi ce ne sono stati altri in Italia ma a volte la cosa si risolve con il buon senso. Perché dobbiamo tenere questi totem della festa del papà e della festa della mamma? E chi ha i genitori divorziati? E chi ne ha perso uno? Se hai un bambino nero in classe non fai la festa della razza bianca».

Giuseppina La Delfa, presidente delle Famiglie Arcobaleno e madre, insieme alla sua compagna, di due bambine, descrive la situazione paradossale in cui si possono trovare i piccoli: «Noi genitori omosessuali - dice al Corriere - siamo madri o padri e non abbiamo nessuna preclusione a festeggiare i papà e le mamme, le nonne e i nonni. Anzi, siamo favorevoli. Ma il problema si pone quando una maestra fa recitare la poesia: "Quanto è bello il mio papà" a un bimbo che ha due mamme». La Delfa racconta che, sempre in una scuola romana, a Francesca, mamma con la compagna di 2 bimbe, è stato risposto:

«Se un bambino avesse appena perso il padre si dovrebbe festeggiare la festa del papà lo stesso perché è tradizione e non è giusto che gli altri ci rimettano». L'imbarazzo si può creare anche in altri casi. Sono molte le famiglie adottive che hanno dovuto improvvisare un disegno alla bell'è meglio quando la maestra agli alunni aveva chiesto di portare a scuola una fotografia di quando erano appena nati. E qui sta alla sensibilità delle singole educatrici o dei singoli educatori risolvere la questione.

La polemica però non finisce di sicuro qui. Ieri fioccavano le dichiarazioni di Fratelli d'Italia, il movimento nato a destra del Pdl, in cui si gridava alla strumentalizzazione della vicenda per «affermare che esistono altre forme di famiglia differenti dall'unione stabile fra uomo e donna». Eppure esistono se i loro figli vanno a scuola.

Monica Ricci Sargentini
@msargentini16 marzo 2013 | 9:11

Parola dei Fratelli musulmani: stuprare la moglie non è reato

Gian Micalessin - Sab, 16/03/2013 - 09:08

Il partito al potere in Egitto illustra il vademecum per le coppie. Il rapporto tra coniugi non è paritario, perché lui è "il guardiano"

Due anni fa la Primavera Araba scaldava le piazze egiziane, faceva fremere i cuori di liberali e progressisti.


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Chi non ci credeva era un bieco conservatore, reazionario e illiberale. Ora i musulmani «moderati» governano e possono finalmente esibire il loro volto illuminato. Dopo aver imposto una Costituzione basata sulla sharia ed aver spedito la polizia a far piazza pulita degli oppositori ora incominciano a far capire come la pensano in tema di diritti e libertà femminili. La prima opportunità arriva mercoledì scorso al Palazzo di Vetro durante i lavori per l'approvazione di una dichiarazione contro le violenze sulle donne. Per l'occasione anche i delegati egiziani nominati dal regime dei Fratelli Musulmani decidono, per la prima volta, di elencare in un documento ufficiale le proprie opinioni.

Che sono, va detto, assolutamente esemplari. Prendiamo la questione della violenza sessuale tra le mura domestiche. A dar retta all'Onu ogni donna dovrebbe poter denunciare il coniuge che la costringe a far sesso con la forza. Agli occhi illuminati dei Fratelli Musulmani quella proposta appare insensata e liberticida. Permettere di denunciare il proprio marito, obbietta il loro documento, non ha semplicemente senso. Un marito ha, insomma, il diritto di sbattersi la moglie come e quando gli pare. Anche se lei si ribella. Anche se non vuole. Ma se la prende con la forza non deve certo venir giudicato alla stregua di chi stupra un'estranea.

Né, Dio ce ne scampi, venir sottoposto alle stesse pene. Del resto - come spiega la signora Pakinam el Sharkawi, delegato egiziano all'Onu e consigliere del presidente Morsi - la questione nel suo Paese semplicemente non esiste. «Stupro maritale, sarà mica un problema reale?» risponde stupefatta ad un giornalista del New York Times che le chiede delucidazioni. Le obiezioni non si fermano qua.

Prendiamo i rapporti in famiglia. Pensare ad un rapporto paritario tra marito e moglie non ha - secondo il documento della Fratellanza - alcun senso. Bisogna, invece, pensare al coniuge maschio come al «tutore» della propria donna. Le ricadute di questa riflessione riguardano anche le figlie femmine che, in caso d'eredità, non possono certo illudersi d'aver gli stessi diritti dei maschietti.

La dottrina dei Fratelli Musulmani impone, inevitabilmente, anche la cancellazione della riforma del codice familiare introdotta a suo tempo dal dittatore Hosni Mubarak su ispirazione della moglie Suzanne. «La legge - obbiettano i visionari rappresentanti dei Fratelli Musulmani all'Onu - non può cancellare la necessità di un consenso del marito su questioni come i viaggi, il lavoro e l'uso di prodotti contraccettivi». Queste obiezioni - che se lette tra i banchi del Palazzo dell'Onu possono far sorridere - in Egitto sono già prassi.

«Una donna può soltanto vivere all'interno di un perimetro controllato e deciso dall'uomo di casa», spiega sempre il professor Osama Yehia Abu Salam, un esperto di diritto familiare del Cairo scelto dai Fratelli Musulmani per insegnare alle donne come diventare consulenti matrimoniali. E se una moglie si lamenta d'esser stata picchiata dal marito non ci si può limitare ad ascoltarla. Bisogna, invece, aiutarla a comprendere le proprie colpe in quel che le è successo. Perché, come insegna sempre il gentile professor Osama, «lui sarà anche da biasimare, ma lei ha quasi sempre il trenta o il quaranta per cento delle colpe».

A Budapest nel convento del gesuita rapito: “Sono riconciliato”

La Stampa

Dal perseguitato Padre Jalics: «Dio benedica il Papa»

francesco moscatelli
inviato a budapest


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Padre Francisco? No, qui non c’è nessuno con quel nome». «Padre Franz? Nemmeno». «Jalics? Ah, ma allora cerca Ferenc. Sì, lui è qui, viene spesso a trovarci». Jan Hornyak spegne lo spazzaneve. E subito il bosco di querce che circonda Casa Manreza a Dobogók, una minuscola località sciistica nell’entroterra di Budapest, piomba in un silenzio ancestrale.
Da 48 ore l’Ungheria è sotto una tormenta di neve: i trasporti sono paralizzati e lungo le strade si vedono auto intrappolate nel ghiaccio.

«Questa è una casa di gesuiti, io li aiuto facendo qualche lavoretto – spiega Jan, mischiando ungherese, italiano e il linguaggio universale dei gesti -. In questi giorni siamo molto contenti per l’elezione di Papa Francesco. Padre Ferenc e padre Péder hanno vissuto in Argentina e lo conoscono molto bene». E per rinforzare il concetto, stringe fra di loro gli indici e dice: «Amici».

Ferenc è il nome di battesimo di padre Francisco Jalics, uno dei due gesuiti che nel 1976 furono rapiti, torturati e tenuti segregati per 5 mesi dal regime del generale Videla. Secondo il giornalista d’inchiesta argentino Horacio Verbitsky questo crimine sarebbe stato commesso senza che Jorge Mario Bergoglio, all’epoca superiore dei gesuiti argentini e da tre giorni successore di Benedetto XVI sul soglio pontificio, facesse nulla per liberarli.

È una vicenda controversa sulla quale ieri si è alzata la voce del Vaticano. Non c’è mai stata «nessuna compromissione» del cardinale Jorge Mario Bergoglio, con la dittatura militare ha detto il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi. Per Lombardi è una campagna «calunniosa e diffamatoria», di «evidente matrice anticlericale».

Jalics, 86 anni, è l’unico protagonista che potrebbe raccontare quella vicenda. Il suo confratello don Orlando Virgilio Yorio, è morto nel 2000. Da oltre 30 anni padre Ferenc vive in Germania, dove ha fondato la Haus Gries, un luogo di preghiera e meditazione fra i boschi della Baviera. Due settimane fa è tornato nella sua terra, circondato da neve e silenzio. Casa Manreza ha due edifici in pietra: uno per la preghiera e le attività, nell’altro la mensa e le stanze per gli ospiti.

Nell’atrio, sopra una cassapanca, c’è una copia in lingua tedesca dell’«Osservatore Romano». L’ultima edizione è di mercoledì, prima dell’elezione del nuovo Papa. Sembra che nessuno l’abbia ancora sfogliata. Padre Vizi Elemér, 39 anni, conferma che padre Jalics è in casa, ma è irremovibile: «Father Ferenc non vuole incontrare nessuno. Sta preparando un testo per spiegare la sua posizione. Ci hanno raccomandato di non dire nulla». 

Il comunicato viene pubblicato nella tarda mattinata di ieri sull’home page di jesuiten.org, il sito dei gesuiti tedeschi: «Sono riconciliato con quegli eventi e per me la vicenda è conclusa - scrive il sacerdote, ricostruendo l’episodio del suo arresto ad opera della dittatura -. Vivevo dal 1957 a Buenos Aires e nel 1974, con il permesso dell’arcivescovo Aramburu e dell’allora padre provinciale Jorge Mario Bergoglio mi sono trasferito con un confratello in una favela. Noi due non avevamo contatti né con la giunta né con la guerriglia.

Per la mancanza di informazioni di allora e per false informazioni fornite appositamente la nostra posizione era stata fraintesa anche nella chiesa. In quel periodo abbiamo perso il contatto con uno dei nostri collaboratori laici, che si era unito alla guerriglia. Dopo il suo arresto e il suo interrogatorio da parte dei militari della giunta, avvenuto nove mesi più tardi, questi ultimi hanno appreso che aveva collaborato con noi. Per questo siamo stati arrestati (…).

Dopo un interrogatorio di cinque giorni, l’ufficiale che aveva condotto l’interrogatorio stesso, si è congedato con queste parole: “Padri, voi non avete colpe e mi impegnerò per farvi tornare nei quartieri poveri”. Nonostante quell’impegno restammo incarcerati, per noi inspiegabilmente, per altri 5 mesi, bendati e con le mani legate». Quanto alle polemiche di questi giorni, Jalics sembra volerne stare alla larga «Non posso prendere alcuna posizione riguardo al ruolo di Jorge Mario Bergoglio.

Dopo la nostra liberazione ho lasciato l’Argentina. Solo anni dopo abbiamo avuto la possibilità di parlare di quegli avvenimenti con padre Bergoglio, che nel frattempo era stato nominato arcivescovo di Buenos Aires. Dopo quel colloquio abbiamo celebrato insieme una messa pubblica e ci siamo abbracciati solennemente. A papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio». 

Il Maryland abolisce la pena di morte

La Stampa


È il 18° Stato dell’Unione che ferma il boia



Anche il Maryland dice basta con la pena di morte: la Camera dei rappresentati ha approvato una legge che la sostituisce con l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionata. E’ il 18° stato dei 50 dell’Unione che cancella la pena capitale. 

La legge, già passata al Senato la settimana scorsa, è stata approvata con 82 voti a favore e 56 contrari. Per renderla operativa, serve solo la firma formale del governatore Martin O’Malley, da sempre contro la pena capitale. E’ anche uno degli autori del testo approvato, dopo che già nel 2009 aveva fatto un primo tentativo. L’ultima esecuzione di una condanna a morte in Maryland risale al 2005. Attualmente sono cinque i detenuti nel braccio della morte nelle carceri dello stato. La nuova legge non ha carattere retroattivo, ma il governatore O’Malley, che ne ha il potere, potrebbe convertire la loro condanna in ergastolo.

Da tempo in tutti gli Stati Uniti il sostegno alla pena capitale sembra calare. Il numero delle condanne eseguite nel 2011 e 2012 ha raggiunto il record più basso, in calo del 75 per cento rispetto al 1996, secondo i dati del Centro di informazione sulla condanna a morte. Un fenomeno dovuto anche al fatto che tecniche di investigazione sempre più sofisticate svelano errori giudiziari e salvato innocenti condannati e in attesa dell’ esecuzione. Inoltre, molti ne mettono in dubbi il potere deterrente, la giudicano molto costosa, e in alcuni casi venata di motivi razziali. 

Secondo uno studio diffuso in questi giorni dal criminologo Ray Paternoster, dell’università del Maryland, gli afroamericani hanno il doppio delle probabilità rispetto ai bianchi di essere condannati a morte. «Anno dopo anno - sottolinea il governatore O’Malley - gli stati in cui c’è la pena di morte hanno più omicidi rispetto agli stati che hanno abolito la pena di morte». Con il Maryland sono sei gli stati che negli ultimi sei anni hanno fermato il boia: il Connecticut, l’Illinois, New Mexico, New York e New Jersey.



L’ultima sfida di Morgenthau “Salverò William dal patibolo”

la Stampa
maurizio molinari
corrispondente da new york

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Con alle spalle sette milioni di indagini criminali, una carriera da procuratore iniziata con John F. Kennedy e l’amicizia personale con Franklin Delano Roosevelt, il 93enne Robert Morgenthau ha scelto di combattere contro la pena di morte quella che potrebbe essere la sua ultima battaglia legale.
Il carattere coriaceo è un timbro di famiglia.

Il nonno Henry sr durante la Prima Guerra Mondiale era ambasciatore nell’Impero Ottomano, ovvero una nazione sul fronte opposto dell’America, il padre Henry jr fu ministro del Tesoro di Franklin Delano Roosevelt a cui non esitò a rimproverare il mancato bombardamento dei campi di sterminio nazisti e Robert, scelto dal presidente Kennedy come procuratore del Distretto meridionale di New York nel 1962, per 35 anni ha braccato i crimini delle élites economiche come quelli dei ladri di strada.

Divenuto procuratore distrettuale della contea di New York nel 1975, ha firmato alcune delle indagini-simbolo della sua epoca, dalla condanna dell’assassino di John Lennon alla frode record dei top manager di Tyco, sommando 100 mila indagini annue per un totale di 3,5 milioni che raddoppiano considerando anche quelle a cui ha partecipato ma erano guidate da altri.

Da quando, alla fine del 2009, è andato in pensione non ha perso la passione per il combattimento - da giovane marinaio, durante la Seconda Guerra Mondiale sopravvisse a due affondamenti - e ora a mandarlo su tutte le furie è il caso di William Ernest Kuenzel, detenuto da 24 anni nel braccio della morte di un penitenziario di massima sicurezza dell’Alabama per un crimine che, assicura Morgenthau, potrebbe non aver commesso.

L’Alabama è uno Stato a cui l’ex procuratore si sente legato per il fatto che la nonna Lizette Lehman Fatman nacque nel secolo scorso a Montgomery, senza contare che alcuni dei veterani dell’Us Navy a cui più si sente legato vengono dalla stessa terra che accolse nel 1866 la sua famiglia in fuga dall’antisemitismo europeo. Se il caso di William Ernest Kuenzel lo motiva è perché, dopo averne studiato tutte le carte, si è accorto di un errore banale ma impossibile da sottovalutare per qualsiasi giudice: la condanna avvenne sulla base della deposizione di due testi che, nelle prime dichiarazioni fatte alle polizia in merito al delitto in questione, non avevano accennato all’imputato.

«Tale discrepanza non venne discussa durante il processo, la giuria non ne fu a conoscenza e il giudice non ne venne informato» ha spiegato Morgenthau al «New York Times» rilevando che tale vulnus, scoperto nel 2010, obbliga come minimo a riaprire il caso se non addirittura ad annullare la sentenza del 1988. Da qui la decisione di firmare di proprio pugno un’istanza alla Corte Suprema di Washington. La battaglia contro la pena capitale è stata una costante nella carriera di Morgenthau  al

punto da vantarsi di aver ridotto gli omicidi a New York del 90% senza avervi mai fatto ricorso - e fra i casi più noti c’è quello del «jogger di Central Park» per la cui morte erano stati incriminati nel 1998 cinque ragazzi di cui riuscì a dimostrare l’innocenza, portando poi nel 2002 alla scoperta del vero colpevole. È a questo precedente che si richiama adesso nel fare appello alla Corte Suprema per una sfida che punta anche attirare l’attenzione dell’America sulle sviste giudiziarie che troppo spesso viziano la fondatezza delle sentenze che implicano la pena capitale.

Kinect diventa open source

Corriere della sera

Redmond apre agli sviluppatori indipendenti condividendo il codice sorgente della periferica nata per i videogiochi

MILANO - «Siamo lieti di annunciare il rilascio di 22 sample per Kinect con licenza open source». Potrebbe sembrare uno scherzo dato che per anni il modello Microsoft di sviluppo software è stato quello opposto e avversario dell'open source. Invece è vero ed è l'ennesima apertura che da Redmond viene fatta agli sviluppatori di tutto il mondo. E non è nemmeno la prima volta che la condivisione del codice sorgente riguarda la periferica di gioco più interessante degli ultimi anni.

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CODICE APERTO - I ventidue campioni di codice, messi a disposizione con licenza Apache 2.0, riguardano alcune specifiche che vanno dall'audio al riconoscimento facciale, alla rivelazione della profondità. Già nel giugno del 2011 Microsoft aveva distribuito un kit per lo sviluppo dei driver necessari per creare applicazioni per Kinect su Windows, che da allora è stato aggiornato. I cicli di aggiornamento dei nuovi campioni di codice avranno però un ritmo di update più celere, non richiedono il download di pesanti kit per la programmazione e promettono di svelare quanto finora era stato tenuto nascosto. A supporto degli sviluppatori che si cimenteranno col nuovo codice liberato è stato istituito anche un blog apposito gestito dai programmatori dell'azienda di Steve Ballmer. Gli intenti dichiarati da Redmond sono facilitare l'accesso al codice – anche in assenza del software developement kit in circolazione e che continuerà a venire aggiornato, del suo passo – e sfruttare le conoscenze della comunità di programmatori che lavora su Kinect, comunità già numerosa e in espansione dopo questa ulteriore apertura.


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NON SOLO GIOCHI - Benché la periferica nasca come strumento per videogiocare, l'interfaccia senza intermediari che permette all'utente di interagire con console e pc semplicemente con i movimenti del corpo ha acceso la fantasia di molti sviluppatori. I risultati delle prime manomissioni al codice, e delle successive derivazioni autorizzate da Microsoft, non si limitano alle console per videogame. Molti gli usi “artistici” di Kinect, che abilitano alla creazione di disegni, performance di danza ed elaborazioni di immagini d'autore. Microsoft sta lavorando in ambito automotive alla realizzazione della “connected car platform” un sistema di controllo di alcuni comandi del cruscotto.

Ma l'interfaccia da controllare solo coi gesti si sta rivelando molto utile anche in sala operatoria e nelle corsie degli ospedali. Due medici svizzeri dell'Istituto di medicina forense di Berna hanno sviluppato un software per l'analisi delle immagini disgnostiche. All'ospedale St. Thomas di Londra invece Kinect è entrato in sala operatoria, e i chirurghi possono controllare radiografie e le immagini tridimensionali della zona operatoria. I risultati delle prime sperimentazioni mediche sono stati ottimi. Siamo solo all'inizio e lo svelamento del codice – che proseguirà nel tempo – accelererà l'innovazione basata su questa interfaccia uomo-macchina molto promettente.


Gabriele De Palma
14 marzo 2013 (modifica il 15 marzo 2013)

La natura di Generación Y

La Stampa

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yoani sanchez

Per rispondere a frequenti domande


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Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

No al congedo parentale di 3 giorni per i papà» La circolare Inps contro i dipendenti pubblici

Corriere della sera

L'istituto di previdenza: «Sino all'approvazione di apposita legge». Ma è contro la normativa europea

Le politiche di conciliazione e i tempi (biblici) del legislatore. Nel mezzo una circolare esplicativa Inps, che prende atto della normativa (italiana) di riferimento e conferma il divieto per i padri lavoratori del pubblico impiego di usufruire del «congedo obbligatorio (un giorno al mese, ndr) e il congedo facoltativo (due giorni, ndr) della legge 92 del 28 giugno 2012, fruibili entro il quinto mese di vita del figlio».

LA DENUNCIA - La denuncia arriva dall'Anief, associazione di rappresentanza molto attiva nel comparto scuola (conosciuta come sindacato ricorrente per i precari del settore) che contesta una sorta di buco normativo che contravverrebbe a quanto disposto dall'Europa. Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, sarebbe «in atto una chiara discriminazione nei confronti dei dipendenti pubblici rispetto ai colleghi che operano nel privato». La motivazione della levata di scudi dell'Anief sta tutta nella direttiva comunitaria 18 del 2010 che afferma la necessità di dare attuazione al «diritto individuale» del congedo parentale e «nell'aiutare i giovani che lavorano in Europa ad ottenere una migliore conciliazione».

LA REPLICA - Fonti interne all'istituto di previdenza replicano a Corriere.it affermando che la circolare esplicativa è soltanto un atto formale che prende atto della normativa. In pratica fino a quando non si approveranno i decreti attuativi e le disposizioni ad hoc i lavoratori statali non potranno usufruire di un loro diritto. Così rileva Anief che si tratta di un'ulteriore «discriminazione nei confronti dei lavoratori del pubblico impiego, la cui professionalità è stata mortificata dopo che non viene più concesso loro da tempo alcun rinnovo contrattuale, oltre al blocco degli scatti automatici in busta paga».

Fabio Savelli
FabioSavelli15 marzo 2013 | 19:21

Dietro i rifiuti, cripta e colatoi

Corriere del Mezzogiorno

La scoperta nella chiesa di San Giuseppe, che riaprirà coi sotterranei nel giorno del Patrono


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POZZUOLI — La cripta sottoposta alla chiesa era lì, con la sua porticina spesso nascosta dai rifiuti. «Fu una sorpresa - racconta il commissario vescovile Antonio Testa - scoprire cosa celava, usata da tempo come deposito, ingombra di suppellettili. Sapevo dell'esistenza di un ossario ma non mi sarei mai immaginato di vedere poi quel che ho visto». Nella chiesa di San Giuseppe a Pozzuoli sono venuti alla luce, dopo lungo oblio, una cripta e un colatoio per i morti. Il tempio sorge, quasi per incanto, alla fine di viale Capomazza, tra antiche case e il verde del parco cittadino. Eretto nel 1706 dalla confraternita del Santissimo Nome di Gesù e con le offerte dei fedeli, è una della chiese più antiche della città.

FURTI E BRADISISMO - Nel corso degli anni i molti furti e il bradisismo del 1970 l'hanno depauperata del suo ricco patrimonio. Grazie alla passione e alla tenacia, di Giuseppe Testa prima, e poi di suo figlio Antonio, è stata più volte restaurata e restituita ai suoi fedeli. La cripta, a tre navate, custodisce delle scritte su alcune lapidi marmoree a ricordo dei fondatori. Sulla parete frontale ci sono i segni di un altare o di un'edicola. Qui si raccoglievano i confratelli per le loro riunioni. Una botola la collega al vano colatoio in cui c'è un'aiuola rialzata, di terra santa, dove sono ancora sepolte delle ossa. Questo piano era adibito al culto dei morti, nei due locali ci sono tre colatoi, ancora in buono stato.

Secondo l'uso dell'epoca, i cadaveri venivano seduti in queste nicchie e lasciati essiccare per 8 mesi o un anno, il tempo necessario perché si disidratassero in maniera naturale. Venivano poi lavati e ripuliti con aceto, rivestiti ed esposti. «Ogni essiccatoio presentava un buco nella parte inferiore, collegato all'esterno con una bocca d'aria per creare una sorta di ventilazione che prosciugasse meglio la salma - spiega Raffaele Giamminelli, esperto e storico dell'arte locale -. Di questa sorta di aeratori, nella chiesa di San Giuseppe, non c'è più traccia, in seguito ai lavori di riattamento degli anni '70. I corpi dei priori e dei confratelli più importanti, una volta essiccati, venivano sospesi ed esposti».

IL TESORO RITROVATO - L'altra stanza conserva i segni di ben 40 colatoi, ora murati. «A causa di cedimenti del palazzo confinante, negli anni '70 - continua Giamminelli - furono fatti dei lavori "avventati" che portarono alla chiusura dei loculi». Unico affresco del locale, sebbene rovinato ma ancora leggibile, raffigurerebbe una madonna con bambino verso cui tendono le anime del purgatorio, al centro forse una figura d'angelo. «Il nostro obiettivo è rendere fruibile il luogo che va ad aggiungersi a tutti gli altri siti e patrimoni puteolani- conclude Testa -. Lo arricchiremo di una legenda che documenti e racconti la sua storia». In occasione del 19 marzo, giorno dedicato a San Giuseppe, il vescovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella, alle ore 12, celebrerà la messa nella chiesa dedicata al Santo e visiterà ufficialmente la cripta che sarà aperta per la prima volta al pubblico.


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Violetta Luongo

In tribunale proiettati i filmati per i furti alla roulette americana del casinò Sentenza il 9 aprile

La Stampa

L'aula diventa un "cinema" per il confronto tra accusa e difesa sulle fiches rubate

g.ga.


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I furti alla fair roulette immortalati dalle telecamere e riproposti su maxi schermo in tribunale. È una video-accusa che vede imputati sei dipendenti della casa da gioco quella che per oltre quattro ore ha tenuto impegnati ieri il giudice monocratico Eduardo Bracco, il procuratore Roberto Cavallone e il nutrito collegio difensivo. Fotogramma per fotogramma, occhi puntati su televisori e computer, per capire se quelle «manovre» intorno alla roulette americana e al ficheur possano essere definite dei furti, come sostiene l'accusa, o se invece la lettura investigativa dei filmati sia stata un abbaglio.

Una «battaglia», quella dell’interpretazione dei filmati, che si trascina da sempre in tutte le indagini e i processi che riguardano la casa da gioco e quei professionisti del tavolo verde che sono i croupier. Ma in questa occasione, almeno per una delle imputazioni, c’è di più. Oltre ai fotogrammi c’è un cliente-compiacente che ha ammesso di aver ricevuto le fiches da un «controllo comunale», di averle cambiate e di aver preso accordi per lo scambio il giorno seguente, uno scambio al quale si presentò anche la polizia postale.

Alla fine del «film» il giudice Bracco ha rinviato l’udienza al 9 aprile e fatto capire di essere pronto a chiudersi in camera di consiglio per la decisione, chiaramente dopo requisitoria del pm, richieste della parte civile, avvocato Alessandro Mager, e arringhe del collegio difensivo, avvocati Moroni, Di Giovanni, Oddo, Roggeri e Andrea Rovere. L’accusa di furto aggravato in concorso riguarda Giuseppe Ricca, 57 anni, controllore comunale, Luigi D’Armi, 53 anni, croupier, Andrea Baracchini, 61 anni, capotavolo, Emiliano Cappello, 35 anni, croupier, Stefano Covatta, 54 anni, capotavolo, e Giuseppe Caruso, 40 anni, croupier.

I fatti oggetto dell’indagine risalgono all’autunno/dicembre del 2011. L’esame dei video (perito della difesa Roberto Pecchinino) ha cercato di individuare le manovre anomale fatte dai croupier al tavolo da gioco e, da queste, la postura delle mani all'interno delle quali secondo la procura si nascondevano le fiches di pezzatura maggiore, da 500 euro. Visti dall’aula del tribunale si capisce ben poco di quello che accade intorno al tavolo verde, tra il «ficheur» che sembra non funzionare a volte come dovrebbe e i movimenti delle mani a tratti troppo veloci anche per l’occhio elettronico delle telecamere.

Tutto è «intuizione», presumibile, sottoposto ad eccezioni, postille, precisazioni, puntalizzazioni. Il processo per i furti alla roulette rappresenta uno dei filoni investigativi, il primo ad arrivare a sentenza, dell’«era Cavallone» alla procura di Sanremo. Un altro dibattimento è ancora in corso mentre un’altra indagine, complessa, intorno all’ex direttore dei giochi Roberto Mento è ancora sospesa, aperta.

Muoiono con l’ex ministro Ieng Sary i segreti del regime dei Khmer rossi

La Stampa

Il “fratello numero tre” non aveva mai mostrato segnali di pentimento davanti ai giudici, ai quali aveva negato la sua collaborazione

alessandro ursic
bangkok


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Se n’è andato coi suoi segreti sul regime che aveva contribuito a fondare, e portandosi dietro gran parte delle speranze che la giustizia faccia in tempo per gli altri due imputati rimasti. Ieng Sary, l’ex ministro degli esteri dei Khmer rossi cambogiani, è morto ieri all’alba a Phnom Penh dopo dieci giorni in ospedale, stroncato a 87 anni da un progressivo indebolimento che l’ha sottratto al processo dov’era accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità quegli 1,7 milioni di morti tra il 1975 e il 1979.

Il “fratello numero tre” non aveva mai mostrato segnali di pentimento davanti ai giudici, ai quali aveva negato la sua collaborazione. Come gli altri ex leader dei Khmer rossi, i vent’anni di guerra civile successivi al regime avevano contribuito a rimuoverli dalla realtà; e dopo un decennio in libertà, grazie a un patto col governo, furono arrestati da un tribunale dell’Onu di cui non riconoscevano l’autorità. Per di più assente da molte udienze per motivi di salute, Ieng Sary ha spesso frustrato i procuratori col suo atteggiamento.

Con la moglie Ieng Thirith (ex ministro degli affari sociali) rilasciata l’anno scorso per infermità mentale, alla sbarra davanti al tribunale misto dell’Onu rimangono così solo il torvo ex ideologo del regime Nuon Chea (86 anni) e il capo di stato Khieu Samphan (81), l’unico a mostrarsi collaborativo: anche loro però pieni di acciacchi. Tra i sopravvissuti al regime e i familiari delle vittime, in un Paese dove ogni famiglia ha dei morti da piangere per quell’utopia egalitaria che massacrò un quarto della popolazione, c’è rabbia per la mancata giustizia e paura che nessuno arrivi alla condanna.

L’intera missione di questo ibrido giudiziario creato dall’Onu e dal governo cambogiano rischia così di rivelarsi un colossale fallimento. Istituito dopo annosi negoziati sulla sua giurisdizione, il tribunale ha finora speso 170 milioni di dollari ed è perennemente a corto di fondi; a febbraio i traduttori cambogiani hanno scioperato lamentando di non essere stati pagati da tre mesi. La comunità internazionale sembra essersi dimenticata del processo, e i Paesi donatori hanno perso la pazienza di fronte agli scarsi risultati.

Due magistrati stranieri hanno lasciato l’incarico per le pressioni del governo cambogiano guidato dall’ex Khmer rosso Hun Sen, che si opponeva all’apertura di nuovi casi riguardanti membri dell’élite. In sette anni si è arrivati a un unico verdetto: l’ergastolo contro il “compagno Duch” Kaing Guek Eav, l’ex responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng, dove oltre 14 mila persone furono uccise dopo orrende torture. Comunque non un leader ma un ingranaggio del regime, apparentemente ravveduto fino al voltafaccia finale in cui si difese sostenendo di aver solo eseguito gli ordini. Per gli altri, e la morte di Ieng Sary sta a ricordarlo, la legge di natura rischia di fare più in fretta di quella dell’Onu.