venerdì 15 marzo 2013

Robert Capa in mostra a Torino, La guerra con la Leica in tasca

La Stampa

L’avventura in prima linea del fotografo ungherese morto in Vietnam a soli 40 anni

rocco moliterni
TORINO


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Si può partire da quell’ultima immagine che diventa quasi simbolica: come nella scena finale di un film due motociclisti sembrano andarsene tra la polvere, in Vietnam, sulla strada che porta da Nam Dinh a Tahai Binh. È il 25 maggio del 1954, di lì a poco su quella stessa strada una mina farà saltare in aria, a soli 40 anni, l’autore di quello scatto: Robert Capa, uno dei più grandi fotografi del Novecento, fondatore tra l’altro, con Henri Cartier-Bresson, dell’Agenzia Magnum. 

A rilanciare l’epopea di Capa, nel centenario della nascita, è da oggi a Palazzo Reale di Torino, la retrospettiva curata da Lorenza Bravetta, responsabile Europa della Magnum, e organizzata da Silvana editoriale in collaborazione con la stessa Magnum e con il patrocinio del Comune di Torino. La mostra ripercorre la breve e intensa carriera di Capa, proponendo 97 immagini in undici sezioni. Si parte così con le celebri foto di Trotsky, realizzate da Capa nel 1932 quando all’anagrafe faceva ancora Endre Ernö Friedmann ed era un giovane ungherese riparato a Berlino.

Qui si arrangiava facendo l’assistente in camera oscura all’agenzia Dephot. Fu il suo primo grande scoop: il rivoluzionario sovietico doveva parlare allo stadio di Copenhagen, ma non voleva essere fotografato. Così i fotoreporter di tutto il mondo arrivati nella capitale danese con le loro voluminose apparecchiature vennero bloccati all’ingresso. «Io - racconterà anni dopo Capa - portavo in tasca una piccola Leica, quindi a nessuno venne in mente che fossi un fotografo. Quando arrivarono gli operai che dovevano portare lunghi tubi di acciaio nella sala, mi unii a loro e con la mia Leica, andai alla ricerca di Trotsky». 

Ma l’avvento del nazismo costringe il giovane ungherese di origine ebraica a lasciare Berlino per approdare a Parigi. Qui si innamora non solo della città ma anche di Gerda Taro, una fotografa tedesca che prima gli consiglia di cambiare il nome in Capa e poi lo aiuta vendere le foto nelle agenzie parigine. Di quel periodo in mostra vediamo Leon Blum e i sostenitori del Fronte Popolare, leader sindacali sul palco e bambini con il pugno chiuso. Poi verrà la guerra di Spagna e qui Capa perderà la sua compagna Gerda Tara in un incidente sotto un attacco aereo tedesco, ma nel settembre del 1936 realizzerà il Miliziano che muore, una fotografia che diventa ben presto non solo l’icona della guerra di Spagna ma una delle più famose immagini del Novecento. 

La rivediamo accanto a foto di gente che corre a Bilbao verso i rifugi e di profughi repubblicani nei campi francesi quando ormai la Repubblica è sconfitta, nel 1939. Nel frattempo Capa è riuscito anche ad andare in Cina, realizzando un reportage in cui ci sono tanto Chang Kai-shek quanto la moglie, spettacoli di propaganda e un’immagine di bambini che giocano nella neve con i loro cappotti lunghi che oggi ci colpisce perché sembra anticipare i pretini di Giacomelli.

Poi sarà la volta, tra il 1941 e il 1944, dei grandi reportage della Gran Bretagna sotto i bombardamenti e dell’Italia dove sono appena sbarcati gli americani: Capa fotografa il contadino siciliano che indica la strada a un marine americano, le donne di Cassino con le ceste in testa, e (bellissima) i soldati americani feriti che fumano in una chiesa di Maiori trasformata in ospedale da campo.

Poi il 6 giugno del 1944 Capa, cui non manca certo il coraggio, sbarca con gli alleati a Omaha Beach in quello che passerà alla storia come il D-Day. «Le pallottole aprivano buchi nell’acqua intorno a me», scrisse. «Era molto presto e la luce era molto grigia per scattare buone fotografie, ma l’acqua e il cielo grigi rendevano di grande effetto quegli omini che si barcamenavano fra i piani surreali della squadra hitleriana anti-invasione». 

Capa scatta quattro rullini da 36 foto e ritorna in Gran Bretagna perché possano essere sviluppate al più presto: «Quando - raccontava ieri alla presentazione della mostra il 94 enne John Morris, che fu amico di Capa, nonchè direttore di Magnum e che all’epoca lavorava per «Time» a Londra - arrivarono nei nostri studi li mandammo subito in camera oscura. Ma un giovane assistente preso dall’ansia sbagliò qualcosa e venne da me costernato a dirmi che tutti i rullini erano inutilizzabili. Andai a vedere, era un disastro, ma nel quarto rullino riuscimmo a salvare 11 scatti».

Sono quelli, in parte mossi e sfocati, che fecero il giro del mondo e che ancora adesso sono immagini simbolo della Seconda guerra mondiale. Dalla Normandia Capa segue le truppe alleate a Parigi e racconta la liberazione della città, con il generale De Gaulle in parata e le giovani collaborazioniste dalla testa rasata. Di qui si sposta in Germania a documentare le distruzioni di Berlino (e c’è una foto che sembra quasi, non fosse per quegli uomini in bicicletta, una Beirut di Basilico). Nel dopoguerra la curiosità spinge Capa in Ucraina dove ci restituisce contadine sorridenti e famiglie che mangiano in fattorie collettive e coppie che danzano a piedi nudi. 

C’è ancora il tempo di andare in Israele, anche qui bambini in campi per immigrati e donne sfollate che portano pesanti valigie sulla testa. Poi ci sarà l’Indocina e il «finale di partita». Capa non è stato però solo un fotografo di guerra, ma un uomo di grande sensibilità e ironia (come si intuisce dal ritratto che gli fa Ruth Ohkin): amava la vita, gli amici e le donne. Per cui l’ultima sezione sfodera celebri immagini di Hemingway, Picasso, Faulkner, Truman Capote e lo splendido collo di Ingrid Bergman, con cui ebbe una travolgente e sfortunata storia d’amore, iniziata con un bigliettino fatto passare sotto la porta della stanza d’hotel dell’attrice. Per sintetizzare la sua grandezza val la pena ricorrere a quanto scrisse il suo amico John Steinbeck: «Capa sapeva che non si può fotografare la guerra, perché si tratta per lo più di un’emozione: Ma lui riuscì a catturare quell’emozione scattando accanto ad essa. Era in grado di mostrare l’orrore patito da un intero popolo sul volto di un bambino».





FOTOGALLERY

Non solo guerra
Gli scatti di Capa esposti a Torino

Recuperate reliquie rubate dalle chiese C'è anche il cilicio di San Carlo Borromeo

Corriere della sera

Indagati l'autore dei furti, un 30enne brianzolo, e un antiquario toscano che aveva acquistato i manufatti online


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Ha rubato e venduto online 57 tra ostensori e reliquie di santi lombardi, per un valore totale di 30mila euro. Oggetti piccoli, facilmente asportabili dalle chiese: tredici per ora quelle individuate, ma tra luglio 2012 e gennaio 2013 i furti commessi sarebbero stati «almeno il doppio». Tra gli oggetti sacri (di valore spirituale più che economico) c'è anche un frammento del cilicio di San Carlo Borromeo e altre reliquie di Sant'Agostino e Sant'Ambrogio.

GLI INDAGATI - Il capitano Andrea Ilari, comandante del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Monza, ha presentato giovedì mattina l’operazione «Reliquia», che ha permesso di recuperare i preziosi manufatti. Per il momento gli indagati sono un 30enne brianzolo, autore dei furti e bloccato a fine gennaio con una valigia piena di merce in stazione centrale, e un antiquario 60enne di Pescia, in Toscana, che acquistava la merce online rivendendola al triplo nel suo negozio. Entrambi sono incensurati e ora indagati per furto aggravato e ricettazione.

 Le reliquie recuperate Le reliquie recuperate Le reliquie recuperate Le reliquie recuperate Le reliquie recuperate

IN STAZIONE - L’indagine, durata circa 2 mesi, è iniziata osservando un forte aumento dei furti di reliquie nelle chiese lombarde a partire da luglio: i carabinieri hanno così iniziato ad analizzare le aste telematiche e hanno potuto arrivare al ladro, e poi all’antiquario, partendo dal nickname legato a una reliquia fotografata e messa in vendita su e-bay. Dopo due mesi di indagini, il ladro è stato individuato e fermato in stazione a Milano mentre aveva con sé una borsa piena di oggetti sacri da mostrare all'antiquario toscano, che era venuto nel capoluogo lombardo proprio per concludere l'affare. Assieme alle reliquie è stato sequestrato anche il suo «taccuino dei furti»: il 30enne teneva infatti un preciso diario dei sopralluoghi e dei furti nelle chiese dove disegnava le piantine, annotava i sistemi di sicurezza e commentava i colpi, certi soddisfacenti, certi meno.

L'ANTIQUARIO - Quanto all’acquirente, si tratta di un antiquario di professione, con negozio a Pescia, che, unico offerente alle aste e-bay di queste reliquie, veniva poi a Milano in treno a ritirare la merce, rimettendola in vendita online al triplo del prezzo. Il capitano Ilari ha spiegato che si tratta di un mercato «squisitamente amatoriale, da appassionati, non da investimento, soprattutto perché le reliquie sono inalienabili e tracciabili, registrate dalle Diocesi, anche per la loro autenticità». Recuperati gli oggetti, ora la preoccupazione del nucleo specializzato dei Carabinieri è quella di individuare chiese «svaligiate»: per ora se ne conoscono 13, sparse nelle province di Lecco, Monza e Brianza, Lodi, Cremona, Milano e Bergamo.


Redazione Milano online14 marzo 2013 | 14:49

For Wally», trovato in soffitta il violino naufragato un secolo fa con il Titanic

Corriere della sera

Per dieci giorni galleggiò in mare vicino al suo proprietario, il direttore d'orchestra Wallace Hartley. Ora verrà esposto a Belfast

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Dopo sette anni di perizie è stata accertata l'autenticità di uno dei violini, che si pensava fosse andato perduto nel naufragio del Titanic. Appartenuto al direttore d'orchestra Wallace Hartley, il prezioso strumento, realizzato in legno di palissandro, fu ritrovato tempo fa nella soffitta di una casa in Inghilterra. «Ci sono voluti sette anni per certificare l'origine dello strumento, miracolosamente sopravvissuto al naufragio» ha detto Andrew Aldridge, della Casa d'Aste Henry Aldridge & Son House.

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NASCOSTO IN VALIGIA - Quando il Titanic naufragò nell'aprile del 1912, racconta Aldridge, il corpo di Wallace Hartley restò in acqua una decina di giorni e «il violino fu ritrovato in una valigia di cuoio» attaccato al suo corpo. Poco dopo l'incidente, la madre di Hartley disse ai giornalisti: «Sapevo che sarebbe morto con il suo violino tra le braccia. Era molto legato a questo oggetto». Il violino, era stato donato a Hartley dalla sua fidanzata, Maria Robinson. Sullo strumento c'era una targa d'argento, con su scritto «Per Wally, in occasione del nostro fidanzamento. Maria», un elemento che ha certificato l'autenticazione. Il violino sarà esposto a Pasqua a Belfast, la città dove fu costruito il Titanic. Poi verrà esposto in alcuni musei e in futuro potrebbe essere venduto all'asta: secondo una stima il violino sopravvissuto al naufragio vale 100.000 euro.


Redazione Online15 marzo 2013 | 18:29

Il sesso nello spazio può essere letale» Colpa dell'assenza di gravità

Corriere della sera

Uno studio canadese sulle piante mette in guardia gli astronauti: influenzati seriamente i processi cellulari

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Il viaggio verso Marte sarà lungo, molto lungo: circa 500 giorni, calcolano gli esperti. Inizierà probabilmente tra una quindicina d’anni la missione spaziale che porterà i primi astronauti sul pianeta rosso. Già prima, per il 2018, il multimilionario Dennis Tito, assurto all'onore delle cronache come primo «turista spaziale», prevede il lancio di navicelle abitate verso Marte con «turisti» a bordo. E poi, entro la fine del prossimo anno, Virgin Galactic intende offrire viaggi di due ore e mezza in orbita a quei passeggeri che se lo possono permettere. Ma uomini e donne protetti dal buio dello spazio, e con un mare stelle a fare da panorama mozzafiato, cosa fanno quando è ora di andare a dormire? La questione non è del tutto secondaria se si pensa alle possibili missioni di lunga durata: sesso nello spazio? Nessuno ha mai studiato come la riproduzione umana possa rispondere al cambio di gravità. Eppure, una nuova ricerca pare aver trovato delle risposte: il sesso nello spazio non è così piacevole come ci si potrebbe immaginare. Anzi, «può essere letale».

SPERMA E OVULI DANNEGGIATI - Non solo il sesso, ma la procreazione nello spazio è sempre stata una vera e propria ossessione per gli scienziati. Dalla Nasa hanno ribadito tutte le volte che l'incontro ravvicinato tra cosmonauti maschi e femmine fuori dall'atmosfera terrestre non si è mai realizzato - nemmeno in fantomatici test scientifici - sebbene in passato ci siano state numerose testimonianze a conferma di queste voci. Ciò nonostante, uno studio canadese indica ora che il sesso nello spazio può essere nocivo per la salute. Nello specifico, la ricerca è stata condotta sui processi di riproduzione nelle piante. Cosa dice? Che le variazioni del peso, ovvero l’assenza di gravità, influenzano seriamente i processi cellulari. E cosa succede nell’uomo? Lo sperma e gli ovuli potrebbero essere talmente danneggiati da sviluppare malattie anche mortali.

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«TROPPO TRAFFICO» - In altre parole, ha spiegato la biologa Anja Geitmann dell’università di Montreal nello studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE, «i nostri risultati offrono nuovi indizi su come si è evoluta la vita sulla Terra e sono significativi per quanto riguarda la salute umana, poiché gli “ingorghi del traffico” su questi percorsi cellulari - che esistono anche nelle cellule umane - possono a livello teorico causare il cancro e malattie neurologiche». La gravità, in sostanza, modula il traffico sulle «autostrade» intracellulari che garantiscono la crescita e la funzionalità dell'organo riproduttivo maschile nelle piante, il tubo pollinico.

Geitmann ha spiegato al portale LiveScience.com come molte malattie neuronali -, tra queste il Parkinson, l’Alzheimer e la malattia di Huntington - siano tutte soggette a questo «traffico». «I ricercatori sanno già che l'uomo, gli animali e le piante si sono evoluti in risposta alla gravità terrestre, e anche che sono in grado di percepirla - aggiunge la studiosa -, tuttavia, quello che stiamo ancora cercando di scoprire è come sono influenzati i processi che avvengono all'interno delle cellule del corpo umano, e delle piante, dalla forza di gravità più intensa - che si trova su un pianeta di grandi dimensioni -, o da una situazione di gravità ridotta - come può essere una nave spaziale o una stazione orbitante», aggiunge la studiosa.

CONFINI SPAZIALI - Youssef Chebli, co-autore dello studio, sottolinea al portale Medical Dailyche «questi risultati hanno implicazioni per la salute umana poiché è probabile che si verifichino effetti simili nelle cellule umane, come i neuroni, in cui è fondamentale il trasporto intracellulare a lunga distanza». Non esiste un confine fisso che indichi dove inizia lo spazio, al di là della cosiddetta Linea di Kármán, dove cominciano – solo per convenzione, a circa cento chilometri di distanza della Terra – i confini spaziali.

Elmar Burchia
15 marzo 2013 | 16:22

Cassazione: "Vietato licenziare chi denuncia l'azienda"

Chiara Sarra - Ven, 15/03/2013 - 15:02

La Cassazione ha annullato il licenziamento di un dipendente che aveva denunciato illeciti da parte della società per cui lavorava

Datori di lavoro, attenzione: se uno dei vostri dipendenti denuncia presunti illeciti commessi dall'azienda, non potrete licenziarlo.


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Lo ha stabilito la Cassazione, accogliendo il ricorso di lavoratore che, assieme ad altri cinque colleghi, aveva denunciato ai pm irregolarità che sarebbero state commesse dalla società per cui prestava servizio in relazione ad un appalto per la manuntenzione di semafori. Illeciti, tra l'altro, provati da documenti aziendali allegati all'esposto e di cui i superiori erano all'oscuro. L’azienda lo aveva quindi licenziato, sostenendo chemodo aveva diffamato la società.

Licenziamento annullato oggi dalla Suprema Corte: "Non costituisce giusta causa o giustificato motivo di licenziamento l’aver il dipendente reato noto all’autorità giudiziaria fatti di potenziale rilevanza penale accaduti presso l’azienda in cui lavora nè l’averlo fatto senza averne previamente informato i superiori gerarchici, sempre che non risulti il carattere calunnioso della denuncia o dell’esposto", si legge nella sentenza.

Tocca all'azienda, quindi, smentire il lavoratore o dimostrare "un intento calunnioso nel presentare una denuncia od un esposto all’autorità giudiziaria". "Diversamente", aggiungono i giudici, "si correrebbe il rischio di scivolare verso non voluti, ma impliciti, riconoscimenti di una sorta di dovere di omertà"

Piccante, piccante

La Stampa

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yoani sanchez


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Il Messico non consente mezze misure, non ammette indifferenza. È come il cibo piccante nella lingua, la tequila che scorre in gola e il sole negli occhi. Ho trascorso cinque giorni nella terra del serpente piumato e mi è costato fatica salire sull’aereo, un desiderio intenso mi spingeva a restare per continuare a esplorare una realtà affascinante e complessa. Ho visto edifici moderni a pochi metri dalle rovine del Templo Mayor; tremendi imbottigliamenti nelle strade, mentre sui marciapiedi le persone camminano con la calma tipica di chi non ha fretta di arrivare.

Mi sono resa conto che i simboli funebri si alternano senza problemi alle tele dai colori vivaci in mezzo alla folla de La Ciudadela. Il Messico mi ha affascinato con la sua risata sarcastica, il cappello piumato e i fianchi in bella mostra. Qualcuno mi ha fatto provare una ghiottoneria, molto dolce, cosparsa di abbondante zucchero velato; ma quando ho assaggiato un tamal, il chili a contrasto con il palato mi ha fatto versare qualche lacrima. Il Messico non ammette sentimenti tiepidi, puoi soltanto amarlo. 

Tra tutti questi contrasti ho cominciato il mio viaggio azteco. Da Puebla a Città del Messico, ho incontrato amici e visitato diverse redazioni di periodici, emittenti radiofoniche e - soprattutto - ho parlato con molti colleghi giornalisti. Ho voluto conoscere da fonti di prima mano le soddisfazioni e i rischi che si corrono per fare informazione in questa società. Ho incontrato molti professionisti preoccupati, ma in ogni caso persone che lavorano.

Gente che rischia la vita - specialmente al nord del paese - per produrre notizie, gente che come me crede necessaria una stampa libera, responsabile e aderente alla realtà. Ho imparato molto da loro. Al tempo stesso mi sono persa nel dedalo di negozietti e chioschi del centro città ed è lì che ho sentito pulsare la vita. Una vita che già percepivo nell’aria prima di atterrare, quando nella prime ore di sabato mattina ho notato quel gran formicaio di Città del Messico - le molte città che contiene - in piena ebollizione, nonostante fosse così presto. Per un momento ho avuto l’impressione di vivere un frammento del romanzo I detective selvaggi di Roberto Bolaño.

Solo che non stavo cercando - come i protagonisti del libro - una poetessa di culto, smarrita nell’oblio. Stavo solo cercando di vedere e di scoprire il mio paese attraverso gli occhi dei messicani. E l’ho trovato. Un’Isola reinterpretata e molteplice, ma vicina; che scatena passioni ovunque e non lascia indenne nessuno. Un amico mi ha chiesto prima di partire: “Come trovi il Messico?”. Non ci sono stata tanto a pensare: piccante - ho risposto - come il gusto piccante che scuote il corpo e fa sgorgare lacrime di piacere e tormento. “E Cuba?” - ha incalzato - “Come la trovi?”… Cuba, Cuba è agrodolce…


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mussolini fornì armi a Franco” Così cambia la storia del golpe

La Stampa

Documenti inediti trovati negli archivi militari rivelano accordi tra Italia e Spagna per la fornitura di aerei, bombe e mitragliatrici
gian antonio orighi


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Il golpe di Francisco Franco, partito il 18 luglio del ‘36? Una joint-venture ispano-italiana. Documenti originali ed inediti, incontrati in archivi ufficiali militari iberici, rivelano che il dittatore Benito Mussolini vendette ai golpisti 40 aerei, 12 mila bombe, mitragliatrici, 17 giorni prima del colpo di Stato, che segnò l’inizio della Guerra Civil spagnola ‘36-’39. 

I 4 contratti, firmati dal franchista Pedro Sainz Rodríguez, furono stipulati con la Siai, allora gigante della industria aeronautica fascista, ed erano pari a 39 milioni di lire dell’epoca, circa 340 milioni di euro. Il finanziatore era il banchiere Juan March. La rivelazione, che cambia la storia del golpe, è contenuta nel libro “Los mitos del 18 de julio”, scritto da vari storici, tra cui Ángel Viñas, lo scopritore dei documenti. 

I preparativi del colpo di stato furono effettuati contemporaneamente ai contratti con la Siai. “Il 18 luglio non fu solo un fatto domestico, ma contò con la convivenza di una potenza straniera, l’Italia fascista, a cui venne comprato armamento fondamentale per il trionfo di Franco. I Cr 32 di Mussolini, infatti, erano molto superiori agli antiquati aerei della II Repubblica”, sottolinea Viñas.

Il deputato grillino che vuol farsi rimborsare la manifestazione No Tav

Clarissa Gigante - Ven, 15/03/2013 - 13:29

Per Alessandro Di Battista è giusto farsi rimborsare i viaggi di lavoro. Compresa la partecipazione alle manifestazioni


I grillini sono arrivati in Parlamento. Tra gli obiettivi c'è anche quello di portare più trasparenza nel Palazzo, fare da tramite con gli italiani per "smontare" la Casta.

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Da mesi il refrain è sempre lo stesso: basta privilegi, ci abbasseremo lo stipendio, restituiremo i rimborsi. Non tutti, però. "Condivido pienamente che le spese di viaggio (magari in II classe e non business) vadano rimborsate quando si tratta di viaggi di lavoro", scrive il neoeletto deputato Alessandro Di Battista pubblicando su Facebook la foto del suo tesserino. Ma quali sarebbero questi viaggi di lavoro? Missioni parlamentari? Viaggi istituzionali di rappresentanza? Non solo. Ad esemprio, "quando andremo in Val di Susa a sostenere i NoTav", scrive l'onorevole grillino, che promette di "rendicontare" ogni spostamento a carico dei contribuenti e che invita i suoi sostenitori ad "alzare il controllo popolare intorno al potere".

Ma partecipare a una contestazione è un viaggio di lavoro? Gli italiani dovranno pagare anche la partecipazione a manifestazioni contro progetti approvati e finanziati dallo Stato?

La Lega smaschera il centrosinistra: «Parenti nei Cda? Dimenticate i gay»

Redazione - Ven, 15/03/2013 - 07:23


Una provocazione. Tant'è che l'hanno ritirata cinque minuti dopo averla presentata. Ma mentre il consiglio comunale discuteva sulle modifiche allo Statuto di Milano-Serravalle, e un emendamento proponeva di escludere la compresenza nello stesso cda o in quello di partecipate collegate di esponenti legati ad essi «fino al quarto grado di parentela», i leghisti Alessandro Morelli e Luca Lepore e Marco Osnato di Fratelli d'Italia hanno presentato un sub-emendamento non proprio consono alla loro parte politica. «Ci domandiamo come mai - ha attaccato il capogruppo del Carroccio Alessandro Morelli - il centrosinistra così attento ai diritti gay abbia completamente dimenticato di indicare anche l'iscrizione al Registro delle coppie di fatto come vincolo nelle nomine».

Una provocazione. Tant'è che quando la consigliera Pd Marilisa D'Amico ha «ringraziato del suggerimento un gruppo che aveva votato contro il Registro», i leghisti hanno ritirato la proposta. «Il Registro è completamente inutile - ironizzano - a quanto pare se ne rende conto anche la sinistra se non lo tiene minimamente in considerazione». Con l'approvazione dello Statuto ieri a Palazzo Marino invece viene fissata l'incompatibilità fra il ruolo di consigliere di amministrazione di Milano Serravalle e quella in un cda di società controllate. La modifica verrà proposta oggi all'assemblea della società, di cui il Comune è socio al 18,6%. Se accolta dall'assemblea, porterà all'incompatibilità di carica per il presidente stesso Marzio Agnoloni, già presidente di Tem e amministratore delegato in Pedemontana. Votata sempre ieri dal consiglio in maniera bipartisani l'adesione alla Marcia Internazionale che si terrà a Milano il 17marzo in solidarietà al popolo siriano sconvolto dalle proteste.

Ecco la prima storia della Repubblica scritta da un liberale

Dino Cofrancesco - Ven, 15/03/2013 - 09:02


La prima Repubblica (1946-1993). Storia di una democrazia difficile (Rubbettino, pagg. 356, euro 19) di Giuseppe Bedeschi, a breve in libreria, è un libro che lascerà il segno nella nostra political culture, per varie ragioni. Innanzitutto è l'opera documentata e pacata di uno storico della filosofia e del pensiero politico, autore di saggi - su Hegel, Marx, Tocqueville, la Scuola di Francoforte, la storia del liberalismo, gli intellettuali italiani etc.

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- che, con il passare del tempo, restano sempre riferimenti obbligati per gli studiosi; in secondo luogo, è un lavoro che mostra - se ce ne fosse stato ancora bisogno, dopo i grandi pensatori “anfibi” del Novecento che si muovevano a proprio agio tanto nel mare della filosofia quanto sulla terraferma della storia, da Benedetto Croce a Adolfo Omodeo - l'inconsistenza dei confini disciplinari e l'importanza decisiva del metodo con cui ci si accosta all'oggetto d'indagine; infine, ed è la ragione decisiva, questa è la prima, vera, storia «liberale» della Repubblica.

Certo, se si esaminano con attenzione i diversi capitoli del libro, vengono in mente talune, sia pur molto limitate, convergenze che accomunano Bedeschi ai diversi storici che hanno trattato lo stesso tema - da Giano Accame a Piero Craveri, da Silvio Lanaro a Paul Ginsborg, da Giuseppe Mammarella a Pietro Scoppola, per limitarci a questi. La decisa rivalutazione del centrismo e degli anni di De Gasperi non incontra più il dissenso unanime di tutta la storiografia accademica: se

nessuno si azzarderebbe a definire eroica l'epoca del primo centrismo - «eroica per le decisioni epocali che allora furono prese, sia in campo economico sia in campo politico, ed eroica anche per l'assoluta dedizione al Paese e l'assoluto disinteresse personale che caratterizzarono lo stile di vita di De Gasperi e degli uomini che furono i suoi collaboratori più stretti» - c'è chi, come Salvatore Vassallo, riconosce «nella fase degasperiana le basi normative della ripresa economica».

Del pari, anche a sinistra, non manca qualche riconsiderazione critica della figura di Riccardo Lombardi che volle, fortissimamente volle, una nazionalizzazione dell'energia elettrica attuata come peggio non si sarebbe potuto. «Narra Nenni nei suoi Diari che il 14 febbraio 1962, nel corso di una riunione con Saragat, La Malfa, Reale, Lombardi e Moro (che aveva voluto portare con sé, come esperto, il prof. Pasquale Saraceno), lo stesso Saraceno sferrò “un attacco a fondo contro la progettata riforma.

A suo giudizio duemila miliardi regalati agli elettrici, sottratti alla scuola e al mezzogiorno, il rischio di crolli in Borsa e di difficoltà monetarie” , sconsigliavano un'operazione così rovinosa». E va da sé che il rilievo posto da Bedeschi sulla mancata modernizzazione degli anni '60 - il centro-sinistra non realizzò nessun riformismo serio nei servizi sociali, nelle scuole, negli ospedali, nelle strutture che avrebbero dovuto accogliere la più grande immigrazione interna, da sud a nord, della storia nazionale - oggi è ampiamente condiviso dalla storiografia “progressista”.

Su altri punti, però, le distanze rimangono siderali: il giudizio decisamente negativo sul '68; quello durissimo su Berlinguer, riguardato come un nemico irriducibile della società aperta - «Berlinguer continuava ad avere come obiettivo strategico il superamento del capitalismo (sotto questo profilo egli conservava tutta la vecchia forma mentis marxista: in un colloquio con Ciriaco De Mita egli disse che per lui la proprietà privata era l'equivalente di quello che per i cristiani era il peccato originale)»; la giustificazione del fattore K che escludeva dal governo un Pci nemico delle socialdemocrazie europee; la rivalutazione di Craxi, che liquidò il tabù del “nessun nemico a sinistra” - una rivalutazione che non si nasconde né il contributo socialista al debito pubblico, né l'incomprensione delle

possibilità offerte dal mutato quadro internazionale, dopo il crollo del muro di Berlino; e, infine, la decisa condanna di una filosofia sindacale, che univa le sinistre di governo a quelle di piazza - Bedeschi riporta, concordando, il rilievo dell'ex-governatore della Banca d'Italia Guido Carli, per il quale, nel biennio 1969-1971, «la massa dei lavoratori dell'industria, sia attraverso le contrattazioni nazionali che attraverso quelle integrative aziendali, conquistò sostanzialmente un salario di livello europeo», ma «con un ritmo d'aumento del costo del lavoro terribilmente superiore al ritmo europeo, con una produttività stagnante o discendente, e con una serie di normative sulla rigidità d'impiego della forza-lavoro quali non \ in nessun altro paese industriale».

Analisi controcorrente, giudizi coraggiosi, ribaltamento di luoghi comuni, però, non bastano ancora a definire la caratura liberale della storia raccontata da Bedeschi. A mio avviso, ciò che la differenzia nettamente da altre opere, anche da quelle maturate in clima revisionistico e riformistico, è il criterio di valutazione di uomini e partiti. Quello scelto da Bedeschi è il primato delle istituzioni, la garanzia delle libertà e dei “diritti soggettivi”, il rafforzamento delle autonomie delle sfere vitali che

articolano la convivenza civile (economia, politica, diritto, religione etc.), il rispetto della legge e dell'ordine, il senso dello Stato e il culto delle procedure; quello scelto dalla storiografia non liberale è l'allargamento della base del regime politico, il primato della “partecipazione”, l'immissione delle masse nel Palazzo, senza alcuna preoccupazione per le strutture di accoglienza, ovvero per i canali (istituzionali) entro i quali far rifluire l'onda impetuosa dei sempre nuovi attori politici.

Emblematica, in tal senso, è la figura di Ferruccio Parri che, nell'analisi del suo biografo Luca Polese Remaggi, contrapponeva alla legalità fondata sul voto popolare, una legalità di ordine superiore intesa come progetto di trasformazione sociale, fondata sulla Costituzione antifascista. Apologeta, negli ultimi anni, della Cina maoista, Parri invitava a «non scambiare la difesa della libertà con la difesa del capitalismo» e si augurava un «piccolo terremoto politico» per sostituire alla concezione

(nordamericana) della democrazia come registrazione di «un'assai complessa rete di interessi costituiti» una filosofia politica in grado di attuare la «riforma morale e civile della nazione». Rievocando la polemica tra Parri e Croce sull'Italia prefascista, Bedeschi scrive che per il filosofo era fondamentale «il nesso libertà/democrazia, metodo liberale/avanzamento democratico», per Parri, invece, «l'accento cadeva esclusivamente sulla democrazia».

È forse questa la ragione profonda della strategia dell'attenzione messa in atto nei confronti di Beppe Grillo dalla sua progenie ideologica.

Roma, il bimbo ha due mamme, niente festa del papà

Il Messaggero
di Fabio Rossi

In un asilo le maestre bloccano la ricorrenza: protestano i genitori

ROMA - La festa del papà? Può essere imbarazzante, se qualche bimbo non ha il padre in famiglia. Per non parlare del caso in cui uno dei piccoli allievi si trovi ad avere due mamme: quella naturale e la sua compagna. E così il 19 marzo diventa terreno di scontro, etico e religioso, tra genitori. Succede alla scuola materna Ugo Bartolomei, nel quartiere Africano.

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Tutto nasce nel corso di un rituale incontro tra genitori e insegnanti, lo scorso 20 febbraio, con all’ordine del giorno la «discussione relativa al festeggiamento della ricorrenza del papà e della mamma», nata proprio dalla situazione familiare di un bimbo.

Le maestre, sentito anche il parere di una psicologa del Comune, propongono «di intitolare le due feste non a figure genitoriali ma alla Famiglia nel suo insieme», oppure di organizzare «una festa per la primavera». Il consiglio di classe si spacca, tra chi vorrebbe annullare entrambe le ricorrenze e chi non ritiene giusto rinunciarvi. Alla fine si decide di lasciare inalterata la festa della mamma e di optare, il giorno di San Giuseppe, per organizzare una più generica festa della famiglia. Apriti cielo: tra i genitori dei bimbi sale la tensione. Alcuni di loro scrivono una lettera di protesta, rivolgendosi anche al II Municipio e all’assessorato capitolino alla scuola.

LA PROTESTA
I genitori contrari a quest’iniziativa chiedono all’amministrazione comunale «che strano tipo di politically correct e tolleranza sia quella in cui, per non “discriminare” un bambino, si finisca per discriminarne 30, sottraendo loro un momento a cui avrebbero diritto». Ma anche «che tipo di pedagogia sia quella portata avanti, che si basa sul nascondimento di un principio naturale e di una verità meravigliosa e profonda, quale quella che ogni bambino nasce dall’amore e dall’unione di una mamma ed un papà».

La questione è destinata ad aprire una difficile discussione, sulla delicata dorsale che separa etica e convinzioni personali. Otto famiglie, su 25 bambini della classe interessata, sono favorevoli all’abolizione della festa del papà, «per non colpire la sensibilità del bimbo».

Ma gli altri, con diverse sfumature, esprimono parere contrario. «Come amministrazione non possiamo intervenire direttamente su questioni che riguardano l’autonomia scolastica - spiega Gianluigi De Palo, assessore capitolino alla scuola e alla famiglia - ma invierò immediatamente una lettera alle educatrici e ai dirigenti scolastici, nella quale chiederò a tutti di evitare di scadere in simili prese di posizione, che hanno una valenza ideologica».

In questo modo, sostiene De Palo, «si vanno a discriminare tanti bambini, peraltro negando una verità indiscutibile: e cioè che nasciamo uomo o donna». L’assessore lancia un appello ai genitori «perché abbiano una maggiore consapevolezza, e non lascino a una minoranza di persone decisioni fondamentali per l’educazione dei propri figli».

IL MUNICIPIO
Una delegazione dei genitori che protestano contro l’abolizione della festa del papà è stata ricevuta al Municipio II. «Mi sento di condividere il disappunto di queste famiglie - commenta Gloria Pasquali, assessore municipale alle politiche educative - Non si tratta di discriminare qualcuno, ma credo che non sia corretto cambiare così il calendario delle attività scolastiche, e che non sia educativo nemmeno per chi non ha il papà». Ma la polemica è destinata a continuare, anche oltre il 19 marzo.


Venerdì 15 Marzo 2013 - 12:26
Ultimo aggiornamento: 12:37

Il Paese tira la cinghia ma non i magistrati Super bonus in busta

Antonio Signorini - Ven, 15/03/2013 - 08:44


Roma - Un bel regalo di Natale, arrivato mentre il resto del Paese tirava la cinghia fino all'ultimo buco. Un supplemento di tredicesima, fino a 15mila euro, mentre la maggior parte degli altri lavoratori pubblici - che sono comunque privilegiati rispetto a quelli del privato, alle prese con licenziamenti e aziende che chiudono - facevano i conti con lo stipendio congelato dal 2009.
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Insomma, per i magistrati il 2012 non è stato quell'annus horribilis descritto dalle cronache mondiali. Non hanno subìto il quinto calo consecutivo del reddito a carico delle famiglie italiane registrato da Bankitalia.

Niente erosione del potere d'acquisto. Nemmeno un venticello di crisi dentro i tribunali, se non a carico dei cittadini (vedi aumento del contributo unificato) e dei dipendenti senza toga. Niente di nuovo. Gli stipendi dei giudici sono legati ad automatismi che hanno garantito una progressione senza soluzioni di continuità e di tutto rispetto. Gli esempi riportati nei grafici riportati sopra sono chiari. Se si prende come punto di partenza il 2001, alla vigilia dell'introduzione dell'euro, un magistrato di livello intermedio che guadagnava 72mila euro, oggi si ritrova con circa 135mila euro all'anno.

La norma per i magistrati è una busta paga che raddoppia in dieci anni, a differenza degli altri dipendenti pubblici, compresi quelli che guadagnano meglio, che possono contare su progressioni intorno ai due punti percentuali all'anno. Merito, appunto, di adeguamenti annuali intorno al 3% che sostituiscono quelli che per gli altri pubblici sono gli aumenti del contratto; di scatti di anzianità che per le toghe scattano regolarmente. Delle indennità, anche queste agganciate a meccanismi automatici. E di progressioni di carriera, quasi esclusivamente legate all'anzianità.

Gli unici tentativi di frenare il treno in corsa, sono state le manovre degli anni scorsi. Ad esempio quella del luglio 2010 (era Berlusconi) che introdusse il contributo di solidarietà del 5% o del 10% per i redditi rispettivamente sopra i 90 o 150mila euro. Era a carico di tutti i dipendenti pubblici con stipendi alti, colpiva principalmente dirigenti e magistrati. Con la crisi è arrivato anche il blocco degli stipendi pubblici, in vigore dal 2010 al 2012 e che il governo in carica si sta preparando a confermare fino al 2014. Colpisce chi nello Stato e nelle altre amministrazioni pubbliche guadagna poco, ma anche gli stipendi più alti. In cinque anni, ha recentemente calcolato il Sole24ore, farà perdere agli statali circa il 10% dello stipendio.

Il primo taglio è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta con la sentenza 223 del 2012. Con la stessa sentenza, i giudici costituzionali, hanno annullato anche il blocco degli stipendi. Ma, questo caso, solo per i dipendenti dello stato «non contrattualizzati». Macro categoria che comprende principalmente i giudici, ma anche diplomatici e prefetti. Illegittimo anche il blocco dell'indennità giudiziaria.

Risultato: con l'ultimo stipendio del 2012 le toghe si sono viste restituire il dovuto. La data del dicembre 2012 è stata fissata da una circolare del ministero dell'Economia. Per fare un esempio, chi percepisce uno stipendio lordo da 11mila euro mensili, sono arrivati circa 9.000 euro extra. Ma per i livelli più alti si è arrivati a rimborsi fino a 15mila euro. Oltre a ciò, la progressione dello stipendio e delle indennità, è ripresa, indisturbata. E difficilmente sarà intaccata.

Al prossimo Consiglio dei ministri il governo Monti dovrebbe confermare il blocco degli stipendi pubblici per un altro biennio. Ma è difficile che cerchi di allargarlo di nuovo ai giudici. La stessa sentenza della Corte Costituzionale aveva annullato un'altra misura presa con le manovre anti default, cioè la ritenuta del 2,5% per il trattamento di fine servizio. Il governo Monti aveva provato a evitare di restituire il prelievo, ma il sindacato Confsal-Unsa ha presentato un ricorso, sfociato in un'ordinanza che rimanda, di nuovo, la decisione alla Consulta. Possibile che lo Stato debba restituire i soldi, questa volta a tutti i pubblici dipendenti.

Il mancato blocco della rivalutazione e la restituzione delle cifre negate dal 2010 al 2012 nei mesi scorsi è passato in sordina. Se ne sono accorti solo i sindacati degli statali. Massimo Battaglia, segretario generale della Confsal-Unsa, protestò perché «mentre il governo ha bloccato il rinnovo dei contratti, sostanzialmente fino al 2018, e cancellato finanche il pagamento dell'indennità di vacanza contrattuale per i dipendenti pubblici, ad alcune categorie di statali (i magistrati di ogni ordine e grado) vengono riconosciuti adeguamenti stipendiali con meccanismi automatici, in virtù della sentenza della Consulta».

Pisapia fa la carità allo spettacolo chic Buttati 13mila euro

Chiara Campo - Ven, 15/03/2013 - 08:51

Lo show della Dandini sullo stalking costa più degli incassi. E il Comune di Milano è costretto a ripianare la differenza

Milano - Due donne uccise in Italia ogni 24 ore, perché hanno osato ribellarsi a mariti, compagni, ex e sono state punite.

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I centri antiviolenza raccolgono continuamente denunce per stalking, pressioni psicologiche, abusi di ogni tipo. Servizi che faticano a reggersi sul volontariato: ogni euro dalle amministrazioni è una manna dal cielo. A Milano il 7 marzo, vigilia della festa della donna, è andato in scena uno spettacolo sul femminicidio, ricavato interamente devoluto alla rete dei centri che operano sul territorio. I 650 posti del teatro Carcano sono andati esauriti ma al netto di Siae, Iva e diritti di prevendita, è rimasto poco da spartire a dire il vero: 5122 euro.

Uno show che ha avuto un'ampia cassa di risonanza. Alla conferenza stampa nella Sala dell'orologio del Comune, Giuliano Pisapia ha introdotto l'autrice del libro Ferite a morte, Serena Dandini, che dal novembre dell'anno scorso ha tradotto dalle pagine al teatro le storie-denunce di violenza, tutte tratte dalla cronaca. Le vittime sono interpretate ad ogni tappa da attrici o donne sella società civile, a Milano protagoniste delle letture sono state tra le altre Malika Ayane, Lella Costa, Caterina Caselli, Eva Cantarella, Geppi Cucciari, in altre rappresentazioni sono salite sul palco Susanna Camusso, Lilli Gruber, Concita De Gregorio.

In mezzo a qualche battuta sulla vittoria del leader della Lega Roberto Maroni in Lombardia («La prossima volta dovrò procurarmi il passaporto per venire nella macroregione del Nord»), la Dandini le ha ringraziato tutte per il tempo messo a disposizione. Anche se Malika Ayane, presente accanto a Pisapia, ha subito precisato che almeno la sua partecipazione prevedeva un cachet.

La Dandini con il suo show denuncia un gravissimo fenomeno sociale. Al tempo stesso, fa conoscere ad un pubblico più vasto il suo libro (Ferite a morte edito da Rizzoli, 15 euro). La tappa milanese è costata complessivamente alla Mismaonda srl, società bolognese che produce e distribuisce spettacoli teatrali, musicali, festival e rassegne, 28.300 euro. Se le entrate da botteghino, 5.122 euro netti, sono stati devoluti, altri 3mila euro sono arrivati dalla sponsorizzazione di Coop Lombardia.

Ma per coprire buona parte dei costi ha chiesto un contributo - concesso - al Comune di Milano: 13.300 euro. Ora, in tempi di spending review ci si domanda se il sindaco Pisapia non avesse fatto un servizio migliore ai centri antiviolenza staccando direttamente l'assegno più grosso ai volontari, invece di sponsorizzare uno show che forse potrebbe camminare sulle proprie gambe. Va anche detto che non è una piccola società quella che organizza il tour con Serena Dandini.

Nel curriculum di Mismaonda ci sono ad esempio grandi eventi legati al quotidiano Repubblica e al Gruppo Espresso, Da «Rep 2013 Fondata sul lavoro» a Torino, alla «Repubblica delle idee 2012» che attirò a Bologna per quattro giorni oltre centomila spettatori e 130 relatori. Accanto a personaggi internazionali come Shirin Ebadi e David Grossman salirono sul palco il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, il direttore Ezio Mauro e le grandi firme, da Concita De Gregorio a Massimo Giannini a Dario Cresto-Dina.

21 anni dopo la scomparsa si scopre il testamento: può essere fatto valere?

La Stampa


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Un uomo scompare nel 1977. Nel 1983 viene certificata la presunzione di morte. Nel 1998 viene scoperto un testamento olografo in cui nomina sua erede una donna. Questa era però deceduta tre anni prima, nel 1995, lasciando un erede universale. Questo chiede allora al Tribunale che venga accertata la sua qualifica di erede universale dello scomparso. Chiede dunque che i beni del defunto gli siano consegnati dagli eredi legittimi. I giudici respingono le richieste.

L’uomo, non riconosciuto erede universale, lamenta in Cassazione l’errata applicazione dell’art. 480 c.c., che stabilisce che la prescrizione di 10 anni del diritto di accettare l’eredità decorre dal giorno di apertura della successione. Tale disposizione sarebbe dovuta essere letta dall’organo giudicante alla luce dell’art. 2935 c.c., secondo cui la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. La Suprema Corte (sentenza 264/13) richiama la corretta interpretazione dei giudici di merito.

Tra mancanza di testamento e mancata conoscenza del testamento, non c’è alcuna differenza. Inoltre, l’impossibilità, prevista dall’art. 2935 c.c., «è solo quella che deriva da cause giuridiche, e non comprende gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto». La Corte, per giustificare tale decisione, analizza l’istituto dell’accettazione dell’eredità. L’art. 459 c.c., «nel prescrivere che l’accettazione si riferisce all’eredità in sé considerata, a prescindere dal titolo della chiamata, legittima o testamentaria»,

presuppone «un concetto unitario di acquisto dell’eredità stessa». Alla luce di ciò va letto l’art. 480 c.c., che peraltro al terzo comma prevede che «quando i primi chiamati abbiano accettato l’eredità, ma successivamente vengono rimossi gli effetti dell’accettazione, il suddetto termine non corre per gli ulteriori chiamati». Il legislatore, consentendo a questi di accettare da quando ne hanno la possibilità giuridica, dimostra la tassatività delle sue previsioni.

Ulteriore conferma della scelta del termine decennale da parte del legislatore, si ha osservando l’art. 483 c.c. che prevede, al secondo comma, che «se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredità, o con pregiudizio della porzione che gli è dovuta». Da questa disposizione la Corte compie un’induzione logica: «l’accettazione è unica indipendentemente dal titolo della chiamata».

Esiste, dunque, «un unico diritto di accettazione che, se non viene fatto valere, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente dal giorno di apertura della successione». La Corte, rigettando il ricorso, conclude, dunque, dichiarando la legittimità costituzionale dell’art. 480 c.c.. Il termine previsto non lede il diritto di difesa. Tale articolo, inoltre, è finalizzato a soddisfare l’esigenza «di cristallizzare, dopo un certo lasso di tempo, la regolamentazione dei diritti ereditari tra categorie di successibili che versano in condizioni di fatto diverse»

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

L’imprenditore scappato in Svizzera che ora aiuta chi è rimasto qui

Il Giornale

di Alessio Pagani


Claudio Rossini ha traslocato dal Veneto al Ticino: tra Equitalia e burocrazia, non ce la faceva più. Adesso, devolve il 10% alle associazioni che tutelano le piccole imprese

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«Fare impresa in Italia ormai è impossibile. Per questo io, con i miei soci, sono dovuto venire in Svizzera. Ma non ho mai smesso di pensare ai tanti colleghi che restano nel mio Paese e che, giorno dopo giorno, sono sempre più prostrati dalle tasse, dalle difficoltà di accesso al credito, da Equitalia e da una burocrazia asfissiante». È un grido di dolore misto a speranza quello che si leva dal Canton Ticino. Pochi chilometri appena dalla frontiera con il Varesotto. A lanciarlo è Claudio Rossini, imprenditore veneto, che con altri quattro soci tutti reduci da esperienze nel Nord Italia (tra Emilia Romagna, Veneto e Trentino), ha aperto a Mendrisio la Suisse Led, azienda del marchio di The Lighthouse Sagl, ovvero la divisione specializzata nella fornitura di sistemi di illuminazione a basso consumo basati sulla tecnologia Led.

Una start up che in Ticino ha trovato collaborazione, assistenza e il terreno giusto per crescere. «In Italia abbiamo provato ma era impossibile – ripete Rossini – qui abbiamo trovato poca burocrazia, assistenza e la consapevolezza di una tassazione equa. Solo per fare un esempio: abbiamo già chiaro quante tasse pagheremo dopo il primo anno. È un sollievo oltre che un risparmio sia in termini di tempo, sia di risorse». Lui e i suoi soci, però, non dimenticano i colleghi che sono rimasti. Anzi. Hanno deciso di sostenere concretamente gli imprenditori rimasti in Italia e ormai «strozzati da burocrazia, crisi e mancanza di sostegno da parte delle banche». Come?

Devolvendo nei loro confronti, ed in particolare ad una serie di associazioni che si occupano di tutelare i piccoli e medi imprenditori, il 10% di quanto introitato dalla vendita online (dal sito www.suisseled.ch) dei prodotti «Suisse Led». Chiaro anche il nome dell’iniziativa: «Illumina la vita». «Abbiamo deciso tutti insieme – conferma Rossini – che il 10% del nostro fatturato online andrà alle aziende italiane. Non si può più rimanere a guardare. Troppi suicidi hanno riempito le pagine di cronaca degli ultimi anni. Imprenditori braccati tra fisco e vessazioni bancarie, troppo spesso si trovano nell’impossibilità di potersi difendere per mancanza di liquidità».

Parole che da sole rendono il peso della situazione. «Noi siamo dovuti emigrare e ce l’abbiamo fatta. Con enorme sofferenza. Ma ogni azienda che chiude – si legge sul manifesto della Suisse Led – è una luce che si spegne nell’economia e che porta al buio della disperazione e della disoccupazione. È per questo che la nostra azienda ha deciso di dare una mano, nel limite del possibile. Vogliamo sostenere le imprese che sono, ormai, impossibilitate ormai persino a difendere i propri diritti,soprattutto nei confronti delle banche e di Equitalia. Quella che facciamo è donazione a favore della vita. E presto pubblicheremo la lista delle associazioni italiane preposte alla gestione di questi fondi». I contatti del resto ci sono già. «Soprattutto con “Imprese che resistono” – conclude Rossini – anche se resistere in Italia è sempre più difficile».

Escalation in Corea: quali scenari?

Gabriele Segre


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A seguito delle sanzioni imposte dal voto unanime del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nei confronti della Corea del Nord, il governo di Pyongyang ha risposto con la doppia minaccia di un attacco nucleare preventivo verso Corea del Sud e Stati Uniti e dell’annullamento della tregua firmata con il governo di Seul nel 1953. L’innalzamento della tensione sposta nuovamente l’attenzione mondiale sulle dinamiche politiche e strategiche regionali e spaventa i governi limitrofi circa l’eventualità di un’escalation militare che avrebbe conseguenze serissime sull’intera area.

La Corea del Nord ci ha abituati negli anni a minacciose esibizioni di forza, al fine di attirare l’attenzione politica e di negoziare condizioni favorevoli alzando la posta in gioco. Ogni volta ci si chiede quanto la minaccia sia reale o quanto, in realtà, sia un bluff retorico ben studiato. La prima volta in cui la Corea minacciò un attacco atomico fu nel 1994 quando gli Stati Uniti proposero davanti alle Nazioni Unite sanzioni internazionali per fermare il programma nucleare intrapreso da Pyongyang. La capacità tecnologica e balistica nordcoreana odierna, tuttavia, non è in grado di lanciare alcun attacco missilistico, anche qualora disponesse realmente, ammesso e non concesso, di armi nucleari operative. I Nordcoreani sanno che si tratterebbe di un’operazione suicida per l’immediata rappresaglia che gli Stati Uniti sarebbero pronti a lanciare.

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Più preoccupante è la minaccia di rottura l’armistizio con la Corea del Sud. Pyongyang formulò questa ipotesi già nel novembre 2010, quando la sua artiglieria bombardò l’isola sudcoreana di Yeonpyeong. Azioni di simile portata sono oggi più probabili di un attacco nucleare e vanno temute per i danni considerevoli che comporterebbero ad un costo limitato. Il taglio della “linea rossa”, il collegamento telefonico d’emergenza che attraversa il villaggio di tregua di Panmunjom, da parte della Corea del Nord in risposta all’inizio delle esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seul ne è la prova.

I Sudcoreani sono abituati ormai da decenni al confronto aspro e alla retorica minacciosa, ma oggi la reazione delle istituzioni e della società potrebbe riservare sorprese, per tre ragioni. Primo, Seul ha da poco eletto un nuovo Presidente, la signora Park Geun-hye prima donna a ricoprire quel ruolo nella storia del paese. Park  deve ancora confrontarsi con le minacce di Pyongyang e sa che la realpolitik è ben diversa dalla retorica elettorale. Secondo, vi è un senso diffuso e senza precedenti nella società di voler porre fine all’insicurezza proveniente da nord risolvendo la questione in modo definitivo.

Terzo, a seguito degli attacchi del 2010, si è sviluppata una chiara volontà a rispondere in maniera decisa qualora situazioni simili dovessero nuovamente presentarsi. Se Pyongyang dovesse dare chiari e nuovi segni di provocazione, non ci sarebbe da meravigliarsi di fronte ad una forte rappresaglia da parte del governo di Seul. Né oggi si può escludere un attacco preventivo dalla Corea del Sud verso nord. In entrambi gli scenari, l’escalation sarebbe difficile da controllare.