mercoledì 13 marzo 2013

I papabili in 10 ritratti

Corriere della sera

Dalle nuove tecnologie al confronto con l’Islam Biografie e profili dei favoriti del Conclave

Testi di Luigi Accattoli
Disegni di Guido Rosa

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I dubbi sul «curiale» Scherer. Spunta il messicano Ortega

Corriere della sera


I timori di un conclave lungo. Dolan: il Papa entro giovedì. Il Wall Street Journal: Scola troppo legato a politica e Cl


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CITTÀ DEL VATICANO - Nera, nerissima. Ma niente paura. Non ci sarà bisogno di ricorrere al sistema indubbiamente pratico, seppure un po' rude, adottato dal popolo devoto ma spiccio durante il Conclave iniziato nel 1268 a Viterbo: visto che i 17 cardinali elettori tergiversavano da un anno, li murarono nell'edificio lasciando solo un varco nel tetto per passare loro pane e acqua e poco altro, ci vollero ancora un paio d'anni ma funzionò: habemus papam (Gregorio X). Questo Conclave è ancora meno scontato del solito ma si tratta di attendere ore, non anni: se non oggi - si dice - domani.

LE PREVISIONI DI DOLAN - «Prevedo l'elezione del Papa entro giovedì sera e la messa inaugurale il 19 marzo, per San Giuseppe», preconizzava ieri uno dei papabili, il cardinale di New York Timothy Dolan. Perché è «necessario edificare l'unità della Chiesa» e «cooperare col successore di Pietro», come sillabava ieri il decano Angelo Sodano: e le parole dell'ex segretario di Stato, che non è entrato nella Sistina ma ha guidato gli incontri dei cardinali, più che un auspicio sembrano l'espressione di una cognizione comune, il bisogno di voltar pagina dopo le troppe tensioni interne. E poi perché la successione serrata degli scrutini - quattro al giorno, due la mattina e due al pomeriggio - è pensata per decidere bene ma in fretta: da stamattina si fa sul serio, ogni votazione può essere quella buona.

LA ROSA DEI QUATTRO - Il voto di ieri, tuttavia, non è stato rituale né vano: è servito a dispiegare la rosa di almeno quattro candidati principali e valutarne il peso. C'è il sostegno forte al cardinale Angelo Scola e la spinta altrettanto forte a eleggere un «candidato americano»: il canadese Marc Ouellet, poliglotta che conosce bene l'America Latina; uno dei cardinali statunitensi (Dolan ma anche il cappuccino di Boston Sean O'Malley e Donald Wuerl, Washington) e il brasiliano Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo. Qui però entra in gioco il rischio di blocco reciproco, quasi dei «veti incrociati», anche se il Conclave sfugge alle categorie politiche e alla logica rigida degli schieramenti: si vota una persona e si sceglie un Papa. Scherer tuttavia deve fronteggiare i malumori di chi lo etichetta come «curiale» per il sostegno dei cardinali di estrazione diplomatica, un'opposizione cresciuta dopo la difesa dello Ior (fa parte della commissione di vigilanza). Così, come eventuale alternativa per chi guarda all'America Latina, cresce il nome del cardinale messicano Francisco Robles Ortega, 64 anni, arcivescovo di Guadalajara devoto di Padre Pio che ha fatto ottima impressione tra i confratelli.

I DUBBI AMERICANI - Lo stesso Angelo Scola, del resto, rischia di scontare la sua estrazione ciellina (una volta osservò ironico: «È come avere due peccati originali»), anche se il suo profilo va ben oltre. L'americano Wall Street Journal dava ieri voce a un anonimo «cardinale europeo» che diceva avrebbe «sollevato il caso Cl» in Conclave, accusando Scola d'essere «troppo legato alla politica», mentre un altro diceva che «i legami con Cl» gli alienavano i voti italiani e anche l'inglese Guardian insisteva sull'«amicizia di vecchia data» con Formigoni. Resta poi molto forte e coeso il gruppo degli undici statunitensi: se anche non arrivassero a esprimere il Papa, avranno un ruolo centrale nell'elezione. E resta solida la possibilità che Ouellet, allievo di Hans Urs von Balthasar e vicinissimo a Ratzinger, possa avere un consenso «trasversale».

IL QUORUM - Il quorum è fissato a due terzi dei 115 elettori anche in caso di ballottaggio all'undicesimo giorno: occorrono almeno 77 voti per eleggere il Papa e questo rende più facile «bloccare» l'ascesa di un nome. Per forza di cose le varie anime devono trovare un accordo. I sostenitori di Scola sono fiduciosi, si arriva a calcolare «45-50» voti potenziali, gli altri superano al più la trentina. Ma non c'è tempo da perdere, in un Conclave: un candidato può partire bene e crescere, ma se dopo due o tre scrutini resta allo stesso punto si passa a un altro, le alternative sono già meditate. Stamattina il secondo e terzo scrutinio, nel caso il quarto e il quinto al pomeriggio e, domattina, il sesto e il settimo. Più si andrà avanti e più prenderanno forza i cosiddetti «outsider», in realtà altre personalità di spessore già in gioco: a cominciare dall'ungherese Péter Erdö e dall'austriaco Christoph Schönborn, e ancora gli italiani Gianfranco Ravasi e Angelo Bagnasco, il filippino di madre cinese Luis Antonio Gokim Tagle, il cardinale di Hong Kong John Tong Hon, il guineiano Robert Sarah e il ghanese Peter Turkson. Ieri sera i cardinali avranno parlato dopo cena, stamattina lo faranno a colazione, gli incontri proseguono pure nei giorni di «reclusione»: nella storia dei Conclavi i Papi sono sorti e tramontati anche in poche ore.

Gian Guido Vecchi
13 marzo 2013 | 12:29

Orecchie d’asino a chi sbaglia Scandalo in un’azienda francese

La Stampa

La trovata di una manager del gruppo Gastronome di Moncoutant è stata denunciata da un impiegato che poi non si è visto rinnovare il contratto

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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L’ultimo scandalo dell’industria alimentare non riguarda la carne di cavallo ma le orecchie d’asino. Non le lasagne che nitriscono ma l’umiliazione, appena credibile, inflitta a chi sbaglia ed è (anzi, per fortuna era) costretto a indossare il cappello da asino, come gli scolari discoli di «Otto e mezzo» di Fellini. Unica differenza, stavolta le orecchie sono di color arancione fosforescente. Così si notano di più. I fatti risalgono all’ottobre scorso, in un’azienda del gruppo Gastronome di Moncoutant, dipartimento delle Deux-Sèvres, nella Francia occidentale. Sono stati rivelati al sito Rue89 da un cinquantenne che ha voluto conservare l’anonimato e preferisce firmarsi, fantasiosamente, Bruno Asinus.

Assunto con un contratto a termine di nove mesi, poi non rinnovato dopo la sua denuncia, un giorno più brutto degli altri Asinus ha visto un’operaia che lavorava alla produzione di tacchini indossando delle orecchie d’asino fosforescenti. Non credendo ai suoi occhi (e come dargli torto) si è informato e gli è stato detto che si trattava di una pratica corrente concepita per sanzionare gli errori. Asinus ha piantato la grana e poco dopo ha avuto un diverbio con la responsabile della trovata, che lo accusava di «non avere humour».

Fin qui il racconto di Asinus, condito peraltro da una lunga serie delle solite accuse contro «la società dei consumi neoliberale», come se a peggiorare il mondo non bastasse e avanzasse l’imbecillità dei singoli. Però non è finita, perché Rue89 ha contattato l’azienda che è caduta dalle nuvole. A quanto pare, nessuno sapeva niente né i rappresentanti sindacali si erano mai fatti vivi per protestare. Ovviamente, l’imposizione delle orecchie d’asino è stata definita «inqualificabile» e «intollerabile». Quanto alla responsabile, la creativa delle relazioni industriali è stata convocata e le è stato inflitto un avvertimento. «Cinque mesi dopo i fatti, dodici ore dopo la nostra telefonata», commenta il giornalista (dunque risorge la fiducia nel potere dei media come raddrizzatori dei torti).

I giornali locali, ovviamente, sono subito saltati sopra la ghiotta notizia. «La Nouvelle République» raccoglie così la sorprendente dichiarazione di Christophe Courousset, responsabile della comunicazione della holding Terrena, principale azionista di Gastronome: «Era una boutade, un cattivo scherzo ideato da questa responsabile, che lavora da noi da dieci anni ed è stimata. Voleva motivare la sua squadra in un momento in cui fissiamo degli obiettivi di produttività. Questo del resto non ha offeso nessuno».

Ah, no? Tuttavia, spiega sempre Courousset, la signora è stata «avvertita», «perché anche se era uno scherzo, non è un metodo di management accettabile», grazie. Si sono svegliati anche i sindacati, che denunciano «tecniche di gestione del personale sempre più dure» e «pratiche abituali». Quest’ultima dichiarazione fa pensare che l’incidente forse non sia chiuso come sembra. Ma almeno non si potrà più dire che non si sapeva. Asino chi insiste. 

Arrivano gli smartphone pieghevoli

La Stampa

In Corea ma anche in Italia si lavora a una nuova generazione di terminali.
valerio mariani


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Parola d’ordine per il 2013, flessibilità. Non parliamo di lavoro, visto che la flessibilità non è certo la novità dell’anno in corso ma di schermi e gadget hi tech. All’ultimo Ces di Las Vegas, la fiera della consumer electronics, Samsung ha fatto vedere un prototipo del suo smartphone con schermo flessibile, parte del progetto Youm su cui sta lavorando da qualche anno e su cui si punta molto per sdoganare l’azienda coreana da un’etichetta di semplice clonatore di innovazione di lusso. 

I display flessibili, infatti, rappresenterebbero, tra qualche anno, la nuova alternativa al design attuale degli smartphone e dei tablet che, ormai, ha detto tutto quello che c’era da dire. In verità, se si trattasse solo di schermi saremmo già a buon punto – Corning, il produttore dei Gorilla Glass, ha già pronto il suo Willow, schermo flessibile -, ma è tutto il resto delle componenti che deve diventare flessibile, e in questo caso c’è ancora lavoro da fare.

I vantaggi di avere uno smartphone flessibile sarebbero diversi, si guadagnerebbe ovviamente in versatilità ma anche in peso. Si eviterebbero danni irreparabili agli schermi e si potrebbe trasformare uno smartphone in un tablet o, addirittura, in un tv, ma, soprattutto, smartphone di forma così versatile sarebbero il primo passo concreto verso l’Internet delle cose, che non sarebbe solo Internet – che richiederebbe come minimo un hotspot WiFi - ma semplicemente il “mobile delle cose”. 

Un prototipo di telefono flessibile è allo studio anche dalle nostre parti: nello studio di Christian de Poorter a Milano si lavora da tempo al progetto di uno smartphone flessibile, iFlex, come per ricordare ad Apple che, nel caso, c’è un’aziendina italiana con cui lavorare, ha una struttura in cui i due lati rigidi in alluminio del terminale sono agganciati a una parte centrale in silicone, per questo curvabile. 

Lo smartphone, così può richiudersi in sé stesso, un po’ come i telefoni a conchiglia di una volta, e prevede anche una chiusura magnetica per tutelare lo schermo. Il touchscreen, inoltre, è circondato da una cornice in nylon. La stessa struttura, si spiega qui, può essere utilizzata per costruire tablet e pc portatili e il concetto può dare vita a una nuova tipologia di App. Christian de Poorter pensa a un make up digitale per le donne, al segnaposto del relatore in un convegno, con il nome per il pubblico su un lato e il tempo di parola rimanente sull’altro, e ancora la sveglia da mettere sul comodino, che si spegne con un tocco.

Robot più intelligenti con il “cloud” europeo

La Stampa

La nuova piattaforma open source Rapyuta rientra nell’ambito del programma RoboEarth
carlo lavalle


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I ricercatori di cinque diverse università europee hanno realizzato una piattaforma di cloud computing che consente ai robot di accedere ad un enorme database e a potenti risorse di calcolo per migliorare il loro apprendimento e la loro attività. 
Il progetto, che verrà presentato in due distinti workshop durante il prossimo European Robotics Forum il cui svolgimento è previsto a Lione in Francia dal 19 al 21 marzo 2013, rientra nell’ambito di RoboEarth, un programma, nato nel 2011 e finanziato dall’Unione europea con l’obiettivo di costruire una rete Internet dedicata esclusivamente alle macchine robotiche perché possano comunicare, condividere conoscenza e scambiarsi esperienza.

La piattaforma open source Rapyuta , nome ripreso dal film d’animazione giapponese “Laputa – Castello nel cielo” di Hayao Miyazaki e che indica il luogo dove vivono i robot, rappresenta lo sviluppo del lavoro precedente finalizzato a costruire una memoria centrale e rendere possibile l’esecuzione di compiti più complessi fuori dal corpo robotico, senza bisogno di attività a bordo, considerata causa di riduzione della mobilità e di aumento dei costi.

L’idea è quella di trasferire il carico elaborativo dalla macchina alla nuvola informatica (cloud computing) costituendo un cervello online a cui ogni automa si può collegare in modalità wireless per svolgere determinate funzioni ed essere assistito nel superare i vari ostacoli e le nuove situazioni che si devono affrontare nel mondo degli umani. Certe funzionalità complesse, quali la mappatura, la navigazione pianificata di un tragitto, il riconoscimento di oggetti o la comprensione del linguaggio umano, si prestano particolarmente ad essere spostate sulla rete per poter essere gestite da remoto. 
Secondo i ricercatori, il sistema contribuirà ad elevare le prestazioni di un robot incrementandone la capacità di risoluzione dei problemi. Il risultato finale sarà la realizzazione di creature artificiali meno pesanti, più economiche e intelligenti. 

Per Mohanarajah Gajamohan, ricercatore presso il Politecnico Federale di Zurigo, a trarre maggiore vantaggio dalla piattaforma Rapyuta sarà il settore dei robot mobili, specialmente droni e automobili senza conducente. Nondimeno, un altro campo privilegiato di applicazione è quello della robotica industriale che richiede la gestione di grandi banche dati. Grazie al sostegno della piattaforma PaaS (Platform as a service) sviluppata dal team di RoboEarth si pensa di oltrepassare gli attuali limiti imposti ai robot, costretti ad operare in ambiti molto ristretti e controllati, ampliando le possibilità di interazione uomo/macchina. 

Quanto ai rischi di un impatto negativo sull’occupazione determinato da un’intensificazione del processo di automazione i responsabili del progetto escludono che possano nascere seri motivi di allarme. La questione, nonostante le rassicurazioni, rimane però ancora controversa anche se uno studio recente della International Federation of Robotics ha stabilito che l’introduzione dei robot nella produzione tende piuttosto a favorire una maggiore crescita di posti di lavoro. 

Un'email per dire «grazie»: è cortese o fa perdere tempo?

Corriere della sera

Sommersi da flussi di comunicazioni, forse è bene ridurre quelle che non servono e accorpare il più possibile le altre

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Il dilemma dell'Amleto post moderno di fronte all'iPad sembra che debba ridursi a questo: ringraziare o non ringraziare? Se rispondo a un'email con un semplice «grazie», senza aggiungere nulla di sostanziale, rompo le scatole e «devasto» il tempo di chi la sta ricevendo - è questa la tesi dell'influente Nick Bilton, l'innovation editor del New York Times - oppure sono semplicemente gentile anche se un po' vecchio stile? Come ho scritto a caldo a Bilton per noi italiani la risposta sembra scontata. O ringrazi o sei un po' cafone, non c'è digitale che tenga. Ho provato a porre il problema a un mio amico inglese e la risposta è stata of course : certo, devi ringraziare (figuriamoci, hanno ancora la Regina). Per curiosità, ho continuato il minisondaggio e ho provato con un amico svedese: se nella email non c'è una domanda alla quale rispondere perché perdere e far perdere tempo? Pragmatismo scandinavo. Ho tentato anche con un americano, per giunta californiano come Bilton, che mi ha detto che se non riceve un grazie in risposta lui si offende. 

In effetti il problema sembra essere generazionale: Bilton, oltre alla mia, ha ricevuto ieri un centinaio di email da parte di connazionali in difesa del «Thank You». Mentre Jake Soiffer, un 17enne di Brooklyn, ha mostrato tutta la sua insofferenza per chi non capisce che è tutta una questione di tempo risparmiato. Provate a gestire Facebook, Twitter, email, sms, whatsapp insieme, racconta, e poi ne riparliamo (ne so qualcosa in effetti). Il ragionamento di Bilton sull'etichetta nell'era delle comunicazioni digitalizzate è più ampio e sensato. È educato oggi lasciare un messaggio nella segreteria telefonica? Sicuramente è inutile come spedire un fax visto che nessuno lo ascolta più. Per non parlare, scrive il columnist americano, di chi ti chiede ciò che ti può già dire Mr Google. La madre di tutte le offese è poi «mandare un messaggio vocale e scrivere un'email per dire di ascoltare il messaggio». Come dargli torto?

Il nervo scoperto dell'era digitale è il fattore tempo: siamo sommersi da un flusso continuo in cui l'inutile e anche il dannoso viaggiano sulle stesse strade del necessario. Le email degli amici devono fare a gomitate con quelle di lavoro, spesso perdendo. La tecnologia che doveva aiutare l'uomo a gestire il proprio tempo in maniera più flessibile rischia, per paradosso, di renderlo ancora più scarso. E ha creato anche dei «mostri» psicologici come l'esternalizzazione del senso di colpa. In cosa consiste? Solo pochi anni fa l'onere della prova cadeva su chi ti aveva cercato. Ora si spedisce un'email - magari mettendo in copia altre dieci persone come in un piccolo tribunale pubblico - e la colpa è di chi non l'ha letta. Tecnologia-uomo: 1 a 0. Quindi ridurre il flusso di comunicazioni inutili e accorpare quelle utili non è una cattiva idea. D'altra parte, per intendersi, Bilton, che sta preparando un libro su Twitter, è l'uomo che ha messo in discussione le regole della Federal Aviation administration sulla necessità di spegnere iPad e Kindle durante il decollo e l'atterraggio, costringendo l'autorità Usa a rivederle.

Ma forse è un po' presto per dire addio al «grazie» che conforta anche chi lo riceve dando una conferma umana della lettura (i servizi di posta come Outlook permettono la conferma automatizzata ma questa sì che è un'intrusione da Grande fratello). Magari basta un'accortezza: scrivere «grazie» nell'oggetto dell'email fa risparmiare tempo perché non bisogna aprirla. Va bene come compromesso generazionale tra ventenni e under 30?

Massimo Sideri
@massimosideri13 marzo 2013 | 10:46

Gorbaciov: «Quando cadde il Muro? Dormivo»

Corriere della sera

L'ex segretario:«Non fu necessario svegliarmi». L'Occidente: «Non mi ha aiutato». La moglie Raissa: «Non l'ho protetta»

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L'uomo che ha cambiato il corso della storia, icona come poche altre dei nostri anni'Ottanta. E ottant'anni ha compiuto il due marzo scorso: Mikhail Gorbaciov , l'ultimo segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, è forse un po' appesantito, ma non ha smarrito lucidità d'analisi. E pure l'umana capacità di commuoversi, specie quando si sofferma sull'amatissima (e perduta) moglie Raissa.

«DORMIVO» -E' questo il Gorby che emerge da una lunga intervista al settimanale tedesco Stern. Che si apre con una clamorosa rivelazione: «La notte in cui cadde il Muro di Berlino, dormivo. E non fu necessario svegliarmi». Già, per l'Urss il destino delle due Germanie era già stato deciso: si sarebbero dovute riunire.«I particolari li appresi di mattina presto, poiché la nostra posizione era chiara fin dall'inizio, qualunque fosse stato lo strepito che poteva esserci». Una volontà dell'Urss, ma non di altre potenze europee: « la Gran Bretagna e la Francia erano inizialmente contrarie» ricorda Gorbaciov.

«NON MI HANNO AIUTATO»- Che, ancora oggi, a quei governi, come ad altri dell'Occidente, ha qualcosa da rimproverare: non lo aiutarono a uscire dalla terribile crisi in cui era sprofondata l'Unione Sovietica: «A volte ebbi l'impressione che qualcuno allora si fregasse le mani sotto il tavolo, pensando alla grave situazione nel nostro Paese». E sorride amaramente, l'ex segretario quando vede «alcuni politici in Occidente che si presentano volentieri come i vincitori della Guerra Fredda, come se fosse stato merito loro e come se la riunificazione tedesca fosse stata possibile senza la Russia».

«RAISSA, PERDONAMI»- Fin qui il freddo e analitico Gorbaciov politico: poi il vecchio socialista si apre e si scioglie quando l'intervista tocca la moglie Raissa, morta nel 1999 di leucemia: «Ci penso ogni giorno». E' pieno di sensi di colpa, Gorbaciov: «Avrei dovuto proteggerla. E non l'ho salvata. Lei che è sempre stata con me e mi ha sostenuto. Per il mio successo e la mia carriera ha dato tutto». Per i due, gli anni della transizione non furono facili: «La mia famiglia stava nel bel mezzo della pentola incandescente della Perestrojka. Ha dovuto patire cose tremende. Per Raissa, mia moglie è stato troppo» Poco prima della sua morte, ricorda il segretario, la moglie ricevette migliaia di lettere, ma non furono di conforto. E gli ultimi giorni della moglie sono stati durissimi per Gorbaciov: «Allora mi disse una frase che si è scavata dentro di me: D"evo veramente morire perché la gente mi creda?" Forse è stato veramente così». Caro vecchio Mikhail.


Matteo Cruccu(ha collaborato Alvise del Prà)
@ilcruccu13 marzo 2013 | 12:54

Tessere con chip e sensori ovunque Gli uffici dei dipendenti «tracciabili»

Corriere della sera

Chi parla con i colleghi produce più di chi sta solo al computer

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NEW YORK - Non solo controllo delle email, dell'uso del computer aziendale, della messaggistica e dei «tweet»: in molte imprese americane è sempre più diffusa l'abitudine di analizzare anche il comportamento fisico dei dipendenti. Compresi gli spostamenti dentro e fuori l'azienda, quando sono in servizio. Gli strumenti, con lo sviluppo delle tecnologie digitali, sono, ormai, i più disparati. Se, fino a qualche anno fa, ci si limitava a controllare l'attività sul web e gli spostamenti di chi aveva un cellulare col gps in tasca, adesso con sensori e telecamere sempre più minuscoli e di costo irrisorio si può fare di tutto: dagli Rfid, sentinelle in miniatura, sparpagliati su scrivanie e scaffali che registrano anche i movimenti in una stanza, ai badge con microchip incorporato che misurano perfino la durata delle soste in bagno.

Uso il termine analizzare e non sorvegliare perché, almeno nelle intenzioni annunciate, queste tecnologie dovrebbero essere utilizzate dai datori di lavoro non per controllare i singoli, ma per studiare i comportamenti collettivi dei dipendenti. Cercando, poi, i modi di incentivare quelli che migliorano la produttività del lavoro. E se vieni licenziato perché i tuoi dati personali sono mediocri? Probabilmente non lo scoprirai mai.

Alla fine del 2012 ha suscitato grande interesse tra i manager americani un articolo della Harvard Business Review che annunciava l'avvento di «Big Data: the Management Revolution» e un convegno organizzato negli stessi giorni dal Massachusetts Institute of Technology nel quale alcuni docenti di computer science hanno sostenuto che i nuovi strumenti della tecnologia digitale e i software sempre più evoluti sono destinati a cambiare il modo in cui l'attività degli uomini e il funzionamento delle macchine vengono misurati dalle imprese. Aprendo la strada a un vero cambio di paradigma nelle tecniche di gestione aziendale: manager sempre più focalizzati sul pensiero analitico, sulla valutazione di dati di qualunque tipo, rispetto a quello deduttivo, basato sull'intuizione. Dirigenti che usano numeri e sensori non solo per decidere cosa far fare ai loro dipendenti, ma anche per guidare i loro comportamenti e i loro spostamenti in azienda.

Giorni fa, ad esempio, il Wall Street Journal ha raccontato di alcune società che stanno usando in via sperimentale sensori e nuovi software di controllo. Una volta compreso che i dipendenti più produttivi sono quelli che interagiscono maggiormente con gli altri e verificato che negli intervalli del pranzo molti restavano in ufficio a consultare le email o consumavano il pasto conversando con un solo collega, queste aziende si sono sforzate di rendere più attraenti le mense e anche di favorire i contatti interpersonali. Come? Ad esempio sostituendo i tavoli da quattro con altri, più grandi, ai quali possono sedersi anche 16 persone. O riducendo volutamente i punti di rifornimento delle bibite per creare, con le file, altre occasioni d'incontro. E anche il «coffee break» supplementare delle 3 del pomeriggio è stato introdotto con lo stesso obiettivo.

Ovviamente tutto questo rende piuttosto esile il confine tra «Big Data» e «Big Brother», il «grande fratello». E la fissazione maniacale per i dati analitici, la diffusione di sensori ovunque, l'occhio fisso sul dipendente ogni momento del giorno, possono sfociare facilmente nell'inquietante o nel grottesco: una specie di «Tempi moderni» di Charlie Chaplin in versione XXI secolo. Ma, almeno negli Usa, questo tipo di sorveglianza è legale se esercitata sugli strumenti e nel perimetro aziendale. E questo spiega meglio anche perché Marissa Mayer, il capo di Yahoo!, ha deciso di far tornare in azienda i dipendenti che lavorano da casa. Da madre, spiegano in azienda, comprende i problemi della gente, ma da manager si è accorta che chi è lontano interagisce poco col suo ufficio. Era stata creata anche un'apposita rete Vpn, ma Marissa si è accorta che è poco usata. E ha cancellato il telelavoro con un tratto di penna.

Difficile distinguere tra aspetti utili e agghiaccianti di questa ubiquità dei controlli: in molti luoghi di lavoro i dipendenti già hanno cambiato il modo di muoversi e di esprimersi, sentendosi spiati. Ma la tendenza è destinata a diffondersi comunque, per almeno due ordini di ragioni: la necessità delle aziende di ristrutturarsi recuperando efficienza e l'enorme disponibilità di dati a costi irrisori. Per sorvegliare non c'è più bisogno di assumere un investigatore privato: basta affondare le mani in Big Data e disseminare gli uffici di sensori e telecamere che costano qualche spicciolo. Al resto pensa il software.

Massimo Gaggi13 marzo 2013 | 11:13

Ecco la democrazia del M5S: Grillo è il presidente e suo nipote il vice

Francesco Maria Del Vigo - Mar, 12/03/2013 - 20:34

L'Huffington Post ha trovato l'atto costitutivo del Movimento 5 Stelle. Grillo è proprietario del simbolo. Casaleggio non è nemmeno citato

Signore e signori, ecco la democrazia a Cinque Stelle. Grillo presidente, suo nipote Enrico vicepresidente ed Enrico Maria Nadasi segretario.

Cattura Alla faccia del motto "uno vale uno", loro tre valgono più di tutti. Il Movimento 5 Stelle è un affare di famiglia che si spartiscono zio e nipote. Andrea Bassi, dell'Huffington Post, ha scovato a Cogoleto l'atto costitutivo della creatura politica dell'ex comico genovese, depositato il 18 dicembre scorso davanti al notaio Filippo D’Amore. In pubblico sbandierano il non statuto, ma chiuso nel cassetto tengono l'atto notarile. Alla faccia della trasparenza. Uno statuto grazie al quale il Movimento ha diritto ai rimborsi elettorali, ai quali poi rinuncerà come più volte è stato dichiarato.

L'atto costitutivo e lo statuto chiariscono che il titolare del simbolo dei cinque stelle e del blog beppegrillo.it è lo stesso comico: "Spettano quindi al signor Giuseppe Grillo titolarità, gestione e tutela del contrassegno; titolarità e gestione della pagina del blog". Insomma Grillo è il proprietario, è lui ada vere le chiavi in mano. Di Gianroberto Casaleggio, in questo documento, non c'è nessuna traccia.

Il M5S, recita lo Statuto, vuole determinare la politica nazionale "mediante la presentazione alle elezioni di candidati e liste di candidati indicati secondo le procedure di diretta partecipazione attuate attraverso la rete internet". Un po' meno diretta, e trasparente, la gestione degli affari interni. Vediamo cosa dirà il sempre critico popolo grillino...



La democrazia stile Grillo: lui è capo, suo nipote vice

Su Huffington Post spunta lo statuto del M5S a gestione familiare, il documento chiave per ottenere i rimborsi elettorali. E a sorpresa nell'atto costitutivo Casaleggio non compare

Stefano Zurlo - Mer, 13/03/2013 - 08:33

Tutto in famiglia. Beppe Grillo, il nipote Enrico Grillo, il commercialista Enrico Maria Nadasi. Rispettivamente, presidente, vicepresidente e segretario.



Ecco l'atto costitutivo del Movimento Cinque Stelle, redatto nello studio di un notaio a Cogoleto, due passi da Genova. È il 18 dicembre 2012, le elezioni incombono e Grillo fa i suoi calcoli: meglio darsi una struttura, un forma che assomigli a un partito, così da poter presentare proprie liste e maturare il diritto ai finanzianti pubblici (a cui, magari, rinunciare in seguito con un clamoroso gesto pubblico).

È tutto documentato sull'Huffington Post, il sito diretto da Lucia Annunziata. È tutto lì, in quelle righe che sembrano il frutto di una riunione familiare. Il Movimento 5 Stelle coincide con la ditta Grillo & Grillo. Il nome di Gianroberto Casaleggio, in quel testo, non c'è. Il guru che detterebbe la linea al comico genovese non è stato contemplato nell'atto di fondazione, subito seguito dallo statuto. Il movimento grillino avrà pure trovato la sua linfa vitale in rete ma i soci più importanti, i fondatori, sono sempre e solo loro tre. Gli altri, i soci ordinari, possono essere ammessi attraverso una domanda che dev'essere approvata dal consiglio direttivo. I suoi membri? Guarda caso, sempre loro tre: Grillo senior, Grillo junior e il commercialista. Il Politburo. La democrazia grillina funziona così. Come una cassaforte con la combinazione in mano a tre persone.

Il titolare del simbolo dei Cinque Stelle e del blog beppegrillo.it è invece solo il presidente: Beppe Grillo. La cima della piramide. «Spettano al signor Beppe Grillo - è scritto in quei fogli - titolarità, gestione e tutela del contrassegno; titolarità e gestione del blog». Sarà pure un movimento diffuso e trasversale, ma anche accentrato che più accentrato non si può. Beppe Grillo è uno e trino. Presidente, fondatore e megafono del partito sorpresa di questa tornata elettorale. Anzi, da quello che si capisce, Grillo ha pure in tasca i flussi finanziari, insomma la contabilità dei grillini.

Poi, per carità, la democrazia ha i suoi riti e Grillo, bontà sua, si adegua: nello statuto si specifica che il Movimento terrà un'assemblea ogni anno, entro il mese di aprile. Insomma, a breve la nomenklatura grillina dovrebbe radunarsi in un qualche luogo.
Nell'attesa, il Movimento Cinque Stelle va avanti per la sua strada. L'obiettivo è ambizioso e condivisibile ad ogni latitudine: «La convivenza armoniosa attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell'individuo, che deve trovare piena capacità di cogliere tutte le opportunità realizzabili all'interno della società civile, nel rispetto delle regole istituite dallo Stato nella sua fondazione».

Poi lo statuto elenca i pilastri che sorreggono il movimento e pure questo è un bagno nei luoghi comuni: libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, fratellanza e rispetto. Tutti vocaboli vergati in grassetto, forse per dare più importanza all'ovvio. Come si fa a non essere d'accordo? Più interessante, come nota l'Huffington Post, è il passaggio successivo in cui Grillo & Grillo sembrano aprire al liberalismo economico e ai suoi precetti: «Lo Stato deve limitare il corpo delle leggi che ne regolano il funzionamento a quegli ambiti di intervento propri della tutela e salvaguardia degli interessi della collettività e dei diritti della persona». Niente male per un Paese che ha uno Stato bulimico e un corpo legislativo sterminato di cui si ignora perfino la consistenza.

C'è poi l'omaggio a internet: alle elezioni parteciperanno «candidati e liste di candidati indicati secondo le procedure di diretta partecipazione attuate attraverso la rete internet». È la democrazia del web che però si ferma a Cogoleto sulla soglia del notaio Filippo D'Amore. Lì dentro ci sono solo i tre soci fondatori. E anche Casaleggio rimane fuori.

Però anche il comico ligure deve arrendersi alle leggi tradizionali della nostra scalcagnata Repubblica, anzi alla Costituzione: «Gli eletti eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandato». Grillo, che evidentemente crede più alla prevenzione che alla cura, ha tuonato nei giorni scorsi, dopo la sfolgorante vittoria ai seggi, contro trasformisti e voltagabbana. Forse teme l'ormai famoso scouting e il sacco dei suoi parlamentari da parte di Bersani e del Pd, o, più semplicemente, sa che il clima romano gioca brutti scherzi. Però non può farci nulla. Anche la democrazia, quella antiquata dei vecchi partiti, ha le sue regole. Valide pure per l'azienda Grillo & Grillo di Cogoleto.



Diktat Cinque stelle: la Camera a noi

Nel primo incontro il Movimento gela i democratici: guideremo Montecitorio, no alle alleanze. Poi il vertice Pdl-Pd

Andrea Cuomo - Mer, 13/03/2013 - 08:36

Roma - Un incontro breve. Meno di mezz'ora. Abbastanza per far palpitare il cuore dei corteggiatori piddini. E pazienza se i corteggiatissimi esponenti del Movimento 5 stelle sono usciti dal piccolo conclave di Palazzo Madama con volti ineffabili e senza novità: «Non facciamo alleanze», ha tagliato corto Roberta Lombardi, capogruppo grillino a Montecitorio.



Ritornello ripetuto e twittato dallo stesso Beppe Grillo: «Se per caso non fosse chiaro: il M5S non fa alleanze con nessun partito».  Un incontro breve, dicevamo, quello di Palazzo Madama. E furtivo. Avvenuto nelle segrete stanze del gruppo parlamentare del Pd, forse per intimidire i parvenu del Palazzo. Gli esponenti a Cinque Stelle volevano un incontro aperto al pubblico e alla stampa, i democratici si sono irrigiditi e nelle ore che hanno preceduto il piccolo vertice il popolo movimentista della Rete si è scatenato: «Riprendete tutto!», «Non vi fidate!»,

«Occhio al portafogli!», hanno ammonito i delegati grillini. Che si sono presentati in truppa, una dozzina e anche qualcuno di più, al punto da suscitare l'ironia di Francesco Storace («non si fidano l'uno dell'altro»). Tre invece i «pontieri» democratici: Luigi Zanda, Rosa Calipari e Davide Zoggia. Tanto per capire l'aria, si narra che a un certo punto un commesso del Senato sia entrato nella sala dell'incontro per chiedere se qualcuno gradisse dell'acqua minerale, sentendosi rispondere dai grillini: «Noi solo acqua pubblica».

Alla fine tutti contenti, di quella contentezza che sa di poco. Gli esponenti del Pd sperano di aver fatto un passettino in avanti: «Un incontro che posso definire positivo. C'è stata una condivisione dell'obiettivo generale, quello di mettere in moto la macchina del Parlamento con le sue articolazioni. Un percorso lungo e nuovo», sussurra Zanda, che poi precisa: «Il nostro compito non prevede alcun tipo di trattativa ma una ricognizione. Sarà un'assemblea dei parlamentari M5S a decidere se e quali cariche condividere con il Pd». I Cinque stelle come al solito snobbano i giornalisti - che si arrabbiano non poco - e affidano la loro versione a un video on line, in cui a parlare è la solita Lombardi: «Abbiamo iniziato una fase d'ascolto», dice cauta.

E poi: «Siamo qui per avviare i lavori della macchina parlamentare portando le iniziative del M5S dentro le istituzioni creando un metodo di trasparenza di lavoro per far funzionare il Parlamento». Tante parole inutili e poi due richieste sfacciate. Uno: «Siamo la prima forza politica alla Camera, quindi ci aspettiamo che il voto dei cittadini venga rispettato». Due: «Ci aspettiamo che le altre forze politiche propongano candidati all'altezza del ruolo, di specchiata moralità, che abbiano profili di trasparenza etica e che non abbiano contribuito a portare il Paese dove siamo arrivati». I nomi dei candidati grillini alle presidenze delle due Camere saranno resi noti entro stasera.

In serata il trio Dem Zanda-Calipari-Zoggia ha incontrato anche gli esponenti del Pdl Simone Baldelli e Lucio Malan. Sul tavolo la stessa posta: il tentativo di condivisione delle cariche istituzionali che dovranno essere elette prossimamente. «Si è parlato di quale approccio di metodo seguire nelle elezioni delle presidenze delle due Camere. Noi non abbiamo alcun mandato a dare un parere o a raggiungere un accordo. Ci troveremo con i vertici del Pdl e svolgeremo una valutazione al riguardo», hanno detto al termine Malan e Baldelli. «Né l'Aventino né nessun altro colle di Roma è stato nominato», ha rilevato Zanda, che nei prossimi giorni con gli altri due sherpa vedrà anche gli esponenti di Scelta Civica e Lega.



Il protogrillino che si dimise contro i vitalizi

Nel '55 Endrich (Msi) lasciò la Camera per protesta: è il pioniere della lotta anti casta

Fabrizio De Feo - Mer, 13/03/2013 - 07:57


Roma - L'onda del risentimento anti Casta si alza sempre più alta. L'indignazione contro gli sprechi si sedimenta nell'immaginario. E i paladini della lotta al privilegio si moltiplicano alla ricerca del consenso. In questa tumultuosa temperie politica c'è una vicenda umana che non viene ricordata a sufficienza: quella di Enrico Endrich e del suo «gran rifiuto». Una pagina di storia parlamentare che i lettori del Giornale, in questi giorni di indigestione grillina, a colpi di telefonate e fax (il teramano Maurizio Caruso ha anche inviato una lettera a Giorgio Napolitano) hanno chiesto di rievocare.

Enrico Endrich fu un grande avvocato penalista sardo, podestà di Cagliari dal 1928 al 1934 e critico d'arte. Nel 1953 venne eletto alla Camera per il Movimento sociale italiano. Quando l'aula approvò l'introduzione dell'assegno vitalizio, decise che quell'istituto semplicemente non faceva per lui. Prese carta e penna e scrisse al presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi: «Onorevole presidente, il concedere la pensione a senatori e deputati equivale ad affermare il principio della professionalità della funzione parlamentare. Poiché non mi sento di accettare tale principio, rassegno le dimissioni».

La Camera respinse la richiesta, confidando nelle classiche «dimissioni con l'elastico». «Alcuni parlamentari» racconta la nipote Enrica al Giornale, «se le presero a male e lo rimproverarono perché con quel gesto avrebbe messo gli altri in cattiva luce. Ma lui era persona di principi e decise di mantenere fede a quell'impegno». Così, appreso del voto contrario, riscrisse a Gronchi: «Apprendo dai giornali che la Camera ha respinto le mie dimissioni. Ringrazio ma devo insistere perché vengano accettate. Ossequi». Alla fine nel 1955 la Camera fu costretta a cedere.

Il quotidiano Italia Oggi alcuni anni fa pubblicò una lettera della figlia di Endrich (morto nel 1985) che raccontava il secondo tempo della sua vita politica, a quasi venti anni di distanza dal gran rifiuto. «Nel '72 in Sardegna l'Msi aveva la possibilità di far eleggere qualcuno solo candidando mio padre» spiegò Anna (sposata con Gianfranco Anedda, ex capogruppo di An, sottosegretario e membro laico del Csm). «Quindi io e i miei familiari insistemmo nell'interesse del partito». Endrich accettò e venne eletto, sedendo sui banchi con Antonino La Russa (morto nel 2004, ndr), padre di Ignazio. Che oggi ricorda così quella generazione. «Erano uomini che certo non facevano politica per interesse. Endrich era un signore, un galantuomo. È stato in Parlamento con mio padre che ogni mese spendeva il doppio di quello che guadagnava per finanziare le sedi del partito in Sicilia.

La «linea» di Endrich sul vitalizio, però, restò granitica e non volle saperne di riscuotere quei soldi. «Ricordo - conclude la figlia - che dopo il suo decesso ricevetti una telefonata di una funzionaria del Senato che mi chiedeva dove inviare gli arretrati della pensione di reversibilità per mia madre, da sempre giacenti». I familiari, allora, inviarono una lettera all'amministrazione per comunicare che non li avrebbero riscossi in ossequio alla volontà del padre. Quella testardaggine Endrich, peraltro, non la mise in campo soltanto verso i privilegi della politica ma anche nella sua professione.

«Aveva un concetto forte della rinuncia per l'affermazione di un ideale - racconta Enrica - così, quando venne nominato un presidente di Corte d'Assise che a suo dire non rispettava i diritti della difesa, decise di mollare la toga e non accettare processi in quella sede. Tornò soltanto quando quel presidente fu sostituito». La nipote, in questi giorni, ha ultimato le ricerche su una vicenda dai contorni inediti e dal respiro attualissimo e sta lavorando a una sceneggiatura. Il suo sogno è trovare un produttore coraggioso disposto a investire in un film che racconti «in una terra poco frequentata dal cinema come la nostra Sardegna, la storia di una generazione di politici capace di incarnare ideali e trasmettere principi di onestà ai giovani». Politici che potrebbero tranquillamente entrare nella trincea vagamente giacobina degli appellativi grillini e fregiarsi a testa alta del titolo di «onorevole».

Riot, il videogame che simula le sommosse

Clarissa Gigante - Mer, 13/03/2013 - 08:16

Il progetto, tutto italiano, sviluppato da un team indipendente: attraverso il crowdfounding ha raccolto già oltre 30mila dollari. Polizia o manifestanti, da che parte state?

Nei videogiochi, si sa, la fantasia non ha limiti. Dai draghi ai cavalieri, da personaggi dei film a quelli dei fumetti, si può interpretare di tutto. E ora si può giocare anche a fare Er Pelliccia, il biondino a torso nudo che, estintore alla mano, è diventato l'icona degli indignati italiani il 15 ottobre 2011.


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L'idea è venuta a Leonard Menchiari, 26enne toscano e ideatore di Riot. Si tratta di un "simulatore di sommosse", come lo definisce il suo "papà". Il giocatore può scegliere da che parte stare, polizia o manifestanti, e compiere le missioni che via via il gioco assegna, dallo sgombrare una zona o lottare per la causa resistendo alla polizia.

Leonard, come è nato questo videogioco?
Ho cominciato a luglio insieme ad altre due persone che però sono dovute andare via dall'Italia. Così ho continuato da solo fino a gennaio, quando a me si sono unite altre due persone. È un team che si è formato da circa un paio di settimane.

Cos'è Riot? Come è nato? È un videogioco che simula le sommosse reali. Non è nato in un momento preciso: dopo aver visto la mia prima sommossa vera circa un anno fa, ho partecipato a diverse manifestazioni, anche pacifiche... Piano piano ho iniziato a pensare che l'unico modo di renderne il clima era attraverso un videogioco. Per realizzarlo, ho girato parecchio e preso un sacco di appunti: stiamo cercando di realizzare qualcosa di molto simile alla realtà.

Lo scopo, insomma, è quello di rendere "viva" la partecipazione del giocatore. Eppure hai scelto una grafica a 8bit, a bassa risoluzione che ricorda più PacMan che gli scenari da film dei videogames più recenti. Come mai? È una tecnica un po' particolare, l'ho scoperta grazie al videogioco Sword&Sworcery. Ho capito che con una grafica del genere si può stimolare meglio l'immaginazione. Tra l'altro le cose più graficamente avanzate saranno datate tra pochi anni, mentre la bassa risoluzione no: basta pensare a dei giochi più vecchi come Prince of Persia o Monkey Island, che sono ancora cult.

Un modo un po' furbo per essere vintage... Sì, ma anche un modo per funzionare con poco. E poi non è così semplice come ci si aspetta: la risoluzione è bassa, ma la gamma di colori è molto più ampia rispetto agli anni '90 e bisogna colorare ogni singolo pixel nel modo giusto. Ci sono molte più sfumature di prima.

La parola "sommossa" non ha un'accezione positiva. Non temi che possano tacciarti di essere a favore della violenza? C'è già qualcuno che mi accusa di ciò prima ancora che esca il gioco. Non voglio istigare alla violenza, ma non voglio nemmeno nasconderla, perché comunque fa parte del gioco. Sto cercando di trovare un metodo di divertimento basato sulle dinamiche delle sommosse vere: uno può andar lì a fare il cretino e a spaccare tutto, ma se cerca di non usare violenza viene premiato.



Quindi c'è anche spazio per la trattativa?
No, una vera trattativa no: il giocatore può scegliere se fare il poliziotto o il manifestante, ma la violenza viene sempre punita. Ad esempio, se il manifestante usa violenza, la folla se ne va; se la polizia sgombera una zona menando le mani, la sua reputazione scende. L'obiettivo è quello di “proteggere” la fazione di cui si fa parte.

Come mai vi siete ispirati alle rivolte italiane?
Perché sono quelle che ho visto di più. Per ora pensiamo di inserire vari "livelli": l'Italia, la Grecia, la Spagna, l'Egitto. Poi contiamo di fare almeno due livelli per molte altre zone.

A che punto è il gioco? Molto all'inizio: quando ho fatto il trailer, ero arrivato a un buon punto, ma da quanto abbiamo ripreso in mano il gioco abbiamo ricominciato da zero. Lo stile grafico resta quello del trailer, ma è molto più realistico. E nei prossimi giorni svilupperemo meglio la “sceneggiatura”

Al momento siete indipendenti e non siete legati a nessuna major dei videogiochi. Come vi finanziate?
Attraverso il crowdfounding. Ho provato per la prima volta il sito Indiegogo, ho messo il progetto online e la gente ci ha finanziato. Abbiamo raggiunto presto l'obiettivo di 15mila dollari. Io avevo stimato un investimento iniziale di 25mila euro e ora abbiamo superato i 30mila dollari. È un progetto personale e voglio restare indipendente. Qualche major mi ha chiesto di collaborare, ma ho rifiutato perché è un progetto che nasce dal basso e voglio dimostrare che si può fare qualcosa anche senza avere fondi. I soldi ci servono principalmente a pagare l'affitto e mangiare. Siamo in tre. In più se riesco vorrei fare anche un viaggio in Egitto e in Grecia a vedere le sommosse reali e più pesanti.

Come mai usi il termine “sommossa” e non quello più neutro di “manifestazione”?
Perché il gioco è basato su quello, sulla violenza. Però ci sono comunque dei momenti di trattativa. Ma non a voce, a movimenti di massa che possono riuscire a risolvere il tutto con meno violenza o più violenza. Per fare un esempio, se dei poliziotti decidono di attaccare la folla bastonandola quando tutti hanno le mani in alto, hanno sgombrato la zona, ma hanno perso mediaticamente, mentre la gente ha ottenuto l'attenzione che voleva. Così se i manifestanti attaccano la polizia senza motivo, la piazza si svuota immediatamente perché nessuno vuole avere a che fare con la violenza.

Tra i personaggi tra cui scegliere c'è anche quello del Black Block?
Decisamente. E nel loro caso la violenza sarà essenziale per difendere i meno violenti dagli attacchi della polizia.

Parliamo di te: come è nata la passione per i videogiochi?
Sono nato e cresciuto coi videogiochi, ma è il primo che faccio. Prima lavoravo nel cinema, facevo un po' di tutto. Ho studiato 4 anni a Los Angeles, dove poi ho lavorato per due anni e mezzo. Poi sono stato due mesi alla Valve. Comunque mi piaceva la regia, ho fatto anche qualche corto.

E Riot quando sarà disponibile sul mercato? Su quali piattaforme? Contiamo che sia pronto entro fine anno. E comunque sarà disponibile principalmente per smartphone (Android e iOs). Poi eventualmente anche per Pc, Mac e Linux. In ogni caso costerà poco, ma non pensiamo a una versione gratuita, perché preferiamo non obbligare poi i giocatori a spendere più soldi per comprare altri livelli o accessori.

Disdetta del canone la Rai batte cassa Ecco come tutelarsi

Felice Manti - Mer, 13/03/2013 - 08:42

Abbonamento annullato, centinaia i preavvisi. Ma la revoca è valida anche se la tv non è stata "suggellata"

A più di tre anni di distanza la Rai si ricorda degli utenti che hanno regolarmente disdetto il canone dopo la campagna del Giornale e li avverte con un «Preavviso di riscossione coattiva per mancato pagamento canone tv» chiedendo 400 euro tra arretrati e sanzioni.

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Chi aveva aderito alla campagna lanciata dal Giornale per l'abolizione del canone e la riforma della legge sull'imposta più odiata dagli italiani contro quei programmi anti Cav pagati coi soldi pubblici, ora rivede gli spettri. Ma il problema è che, a norma di legge, quei canoni sono stati regolarmente disdetti e quindi gli utenti non sono tenuti a pagare alcunché.

Il cuore del problema è il cosiddetto «suggellamento» della tv, che consiste nel mettere il televisore e qualsiasi apparecchio «atto o adattabile a ricevere il segnale tv», quindi in teoria anche pc, tablet e smartphone, in un sacco di juta e sigillarlo con la cera lacca. Una pratica che non si effettua più da 40 anni ma che è prevista dalla legge del Ventennio e da un regio decreto. Il «suggellamento» della tv vìola la Costituzione perché impedisce di vedere la Rai ma anche il digitale terrestre e le tv private gratuite. Quindi? Per colpa della mancata riforma, che il Giornale aveva inutilmente invocato, la Rai si è infilata in un corto circuito legislativo. Da qui le centinaia di lettere bonarie in cui si agita lo spauracchio di Equitalia. Quattrocento euro, in tempo di crisi, sono un salasso per molte famiglie.

Pagare o non pagare? In molti rispondono di aver regolarmente disdetto il canone entro il 30 novembre dell'anno precedente, dichiarano di possedere le ricevute, sono in grado di esibirle e hanno scritto alla missiva dell'Agenzia delle Entrate sostenendo che il diritto a recedere dal canone è sancito dalla disdetta regolarizzata per tempo. E il suggellamento della tv? In linea di diritto la disdetta del canone Rai è efficace anche senza suggellamento, che dipende non dall'utente ma da Rai e Agenzia delle Entrate. Che se ne guardano bene dal farlo per non incorrere in un altro corto circuito legislativo.

Cosa dicono infatti gli utenti? Ho chiesto di far eseguire il suggellamento, autorizzando le autorità preposte a venire a casa mia. Se non sono ancora venuti, che colpa ne ho? Altri utenti un po' più «sgamati» hanno fatto appello alla legge sulla privacy, chiedendo ai sensi delle lettere B e C dell'articolo 7 del Dlgs 30 giugno 2003, n°196 (ovvero il testo unico sul trattamento dei dati personali) l'immediata cancellazione del proprio nominativo dall'elenco abbonati Rai, da cui partono di default le lettere bonarie ai presunti morosi,

indipendentemente dal fatto che alcuni di loro abbiano - a norma di legge - disdetto efficacemente il canone. Un escamotage che in molti casi ha sortito l'effetto sperato: qualche tenace lettore del Giornale ci ha fatto pervenire un documento nel quale la Rai ha risposto dicendo, in sostanza: hai vinto, non pagherai il canone e non ti scriveremo più. Il Giornale nel 2009 aveva chiesto al Parlamento, oggi alle prese con il delicato risiko Camere-Palazzo Chigi-Quirinale, di rivedere la legge in vigore sul canone Rai. Questo pasticcio all'italiana è l'inquietante conferma che avevamo ragione.

Il linguaggio di Beppe Grillo: l’analisi semantica di contenuti e parole del suo blog

La Stampa

Anna Masera


Expert System, che sviluppa software semantici basati sulla tecnologia Cogito per gestire in modo più efficace le informazioni e ricavarne conoscenza strategica, ci ha dato in anteprima i risultati della sua ricerca. Eccoli

Il blog Beppegrillo.it - che rappresenta la voce ufficiale del Movimento 5 Stelle e raccoglie il pensiero del suo ideatore Beppe Grillo - sarà controverso ma è sicuramente tra i più seguiti e visitati ogni giorno in Italia. E' praticamente l’unico mezzo di comunicazione tramite il quale Grillo promuove idee e iniziative del suo movimento politico. Usando la tecnologia semantica Cogito, in grado di comprendere automaticamente il significato di frasi e parole, Expert System ha analizzato i post che ha pubblicato, dall’apertura del blog nel 2005 fino ad oggi. Ha così messo in luce quali sono i concetti, le parole, gli argomenti più rilevanti citati da Grillo tracciando, da un punto di vista linguistico, una visione d’insieme del suo pensiero.  

Ecco in anteprima per La Stampa i risultati della ricerca.

ARGOMENTI
Rispetto al primo anno, il numero dei post è quadruplicato: passano infatti dai 350 del 2005 ai quasi 1400 del 2012, per la crescente assiduità di Grillo nell’aggiornare il blog e nel riportare lì le sue idee, e sempre meno in interviste ai media. Considerando i post pubblicati sul blog dalla sua apertura, quindi da gennaio 2005 ad oggi, l’argomento più trattato da Beppe Grillo è quello relativo a magistratura e processi, a conferma dei suoi attacchi a comportamenti illegali e anticostituzionali, presentati anche durante i comizi popolari. Anche i temi economici e finanziari, come macroeconomia, banche, economia, affari e finanza, risultano molto rilevanti. Dal 2009, anno in cui la crisi inizia a sentirsi effettivamente in Italia, Grillo dedica maggiore attenzione all’economia e a temi correlati, e i riferimenti alla crisi finanziaria (ad esempio inizia a parlare di spread) diventano sempre più frequenti. 

Altri temi cui Grillo dedica molta attenzione sono criminalità, indagini e arresti, oltre a quelli che ci si aspetta tipicamente da un leader politico, cioè politica ed elezioni. In particolare in tema delle elezioni si ritrova più spesso nei periodi di campagne elettorali, come ad esempio nel 2008 (caduta del governo Prodi e prima elezione di Obama), nel 2009, quando viene fondato il Movimento 5 Stelle e nei mesi più recenti. Anche il tema della politica assume sempre più importanza dopo il 2009, anno di fondazione del Movimento. Il terrorismo viene trattato più di mass media, servizi di telecomunicazione ed editoria, temi a cui è sempre stato attento, soprattutto per quello che riguarda la libertà di informazione su internet. Il debito pubblico non è tra gli argomenti principali, così come bilancio statale, tasse e scuola, quasi agli ultimi posti della classifica. 

In generale ha speso più parole su rifiuti e inquinamento (uno dei temi principali promossi dalle sue liste civiche) che sul lavoro. È anche vero che l’ambiente, pur essendo uno dei temi di principale interesse per Grillo sia prima che dopo la creazione del Movimento 5 Stelle, non spicca in modo eclatante tra gli argomenti dibattuti, e ogni anno viene trattato meno dei temi legati a politica, giustizia ed economia. Ma nel 2010 in particolare aumenta l'interesse verso l'ambiente: parla di rifiuti, inquinamento, energia rinnovabile, energia nucleare in oltre 90 post, con un incremento del 35% rispetto all'anno precedente. 


Gli argomenti principali trattati nel blog di Grillo

NOMI
Sempre sulla base dei post pubblicati in tutto l’arco di tempo considerato (2005-2012), emergono i principali nomi (propri e comuni) utilizzati da Grillo. Italia e italiano sono ai primissimi posti, seguiti da altri termini come amico, cittadino e stampa. Nel 2011 e nel 2012 amico è il nome più usato in assoluto, anche più di Italia e italiano. Cita moltissimo anche il paese e i politici. Silvio Berlusconi è più ricorrente di persona, partito, governo, stato, movimento, parlamento, tutti concetti legati alla politica e comunque ripetuti più spesso di soldi, casa e lavoro, tra gli interessi oggi più urgenti per il nostro Paese. 

Grillo parla anche di processo, un po’ meno di azienda e reato. Giornalista, giornale e giudice hanno praticamente la stessa rilevanza, e poco meno mafia e figlio. Cita debito e democrazia con la stessa frequenza, seguiti da acqua, referendum, magistrato e inceneritore, concetti centrali per il Movimento 5 Stelle. Da notare che ripete lo stesso numero di volte tasse, Partito Democratico, famiglia e V2-day, l’iniziativa da lui promossa nel 2008 per la raccolta di firme per tre referendum. Un po’ meno citato invece il Popolo della Libertà, più ripetuta Milano di Roma, più l’Europa degli Stati Uniti. 

La prima edizione del V-day si tiene nel 2007 e in quell’anno viene citato più spesso di Italia e di legge. In quello stesso anno le parole e i verbi legati alla sfera politica vengono citati quasi 2 volte e mezzo più spesso rispetto all’anno precedente (nonostante nel 2006 si siano tenute le elezioni politiche), evidenziando un’attenzione più intensa di Grillo verso questo ambito. Nel 2008 si tiene la seconda edizione del V-day e anche in quell’anno il concetto risulta tra i più ripetuti, così come la parola informazione, citata quattro volte più spesso che l’anno precedente, piazzandosi prima di Silvio Berlusconi.


I concetti più rilevanti trattati nel blog di Grillo

VERBI
Dopo gli ausiliari essere e avere (i due più usati, come era prevedibile viste le caratteristiche della lingua italiana), fare è il verbo più usato da Grillo, così da rivelarne un atteggiamento pragmatico e concreto. Tra i verbi servili dovere, volere e potere preferisce potere, mentre volere è il meno gettonato: se ne deduce che per Grillo è possibile qualcosa, più che si deve o ancor meno si vuole. Oltre a fare utilizza largamente dire (più teorico, in contrasto con fare), e a seguire stare (verbo di permanenza), poi andare, venire e in parte anche arrivare, tra i più importanti verbi di movimento (indicano uno spostamento verso qualcosa). 

Sapere viene usato più spesso di parlare, decidere e cambiare. Il verbo prettamente politico più pronunciato da Grillo è votare, con la stessa frequenza di cambiare: quindi un richiamo al cambiamento e al potere di scelta degli elettori. A parte il 2008 e il 2009, negli anni resta costante un uso frequente del verbo pagare: in questo caso, il soggetto principale è il cittadino e quello che si paga sono le tasse, l’affitto e il debito. Dal 2009 si inizia a notare inoltre la presenza nel blog, in relazione alla pubblicazione dei post, di verbi legati al web, come scaricare e cliccare e, negli anni seguenti, anche postare e tweet.


I verbi principali usati nel blog di Grillo (a parte essere e avere)

PERSONAGGI
Silvio Berlusconi rappresenta di gran lunga il personaggio più citato da Grillo: quasi nove volte di più rispetto al secondo più chiamato in causa, Marco Travaglio. Una nota curiosa: nella lista è presente anche Ruby, la ragazza marocchina protagonista nel processo a Berlusconi. Dopo Travaglio compaiono il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e Massimo D’Alema. Tra i personaggi internazionali vince Barack Obama, secondo George W. Bush e con meno frequenza Gheddafi e ancor meno Osama Bin Laden.

Anche Marcello Dell’Utri, Clemente Mastella, Walter Veltroni (ricordato con il nomignolo “Topo Gigio” Veltroni), Gioacchino Genchi (esperto di informatica e telefonia coinvolto in noti processi) e Massimo Ciancimino compaiono spesso nei post di Grillo. A pari merito Benito Mussolini, Antonio Di Pietro e Matteo Renzi, quest’ultimo più ripetuto di Prodi e Bersani. Il leader del Movimento 5 Stelle ricorda il Presidente Giorgio Napolitano all’incirca quanto Tronchetti Provera, meno spesso Craxi, Santoro e Alfano.


I personaggi più citati nel blog di Grillo

Ogni anno Grillo cita più frequentemente personaggi legati a fatti di cronaca o ad iniziative da lui promosse o sostenute. Nel 2005, ad esempio, subito dopo Berlusconi compariva Fazio, governatore della Banca d’Italia: in quell’anno infatti Grillo si è fatto promotore dell’iniziativa contro il governatore “Fazio vattene”, pubblicata e diffusa sul blog. Le parole collegate a Fazio sono intercettazione telefonica, governatore, Banca d’Italia, dimissione e, tra i verbi più usati quando Grillo si riferisce a Fazio, compaiono dimettere, denunciare, pubblicare.


La mappa semantica dei termini correlati al governatore Fazio nei post del 2005

Nel 2006, dopo i personaggi politici di spicco in quell’anno come Romano Prodi che vinse le elezioni, viene ricordato Piergiorgio Welby, in relazione ai temi dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia. Nel 2008 per la prima volta parla spesso di Matteo Renzi; nel 2011 Ruby è uno dei personaggi non politici più citati; nel 2012 viene dato molto spazio a Julian Assange, oltre che ai politici come Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani e Mario Monti (menzionato da Grillo come “Rigor Montis”).

ORGANIZZAZIONI
Beppe Grillo menziona molte organizzazioni, aziende e istituzioni nei suoi post: al primo posto il Partito Democratico e al terzo posto il Popolo delle Libertà, intervallati da Telecom Italia. Gli altri partiti ricorrenti nei discorsi del leader politico sono, in ordine di citazioni, la Lega, Forza Italia, Italia dei Valori, UDC, Democratici di Sinistra e Alleanza Nazionale. Tra le emittenti televisive la Rai è la più citata, circa il doppio rispetto a Mediaset (e a suo tempo Fininvest), mentre Sky si trova più in fondo alla lista.

Al quinto posto si colloca la Polizia, seguita a poca distanza dall’Unione Europea e da Camera dei Deputati e Senato (queste due a pari merito). Tra gli organi costituzionali dedicati alla giustizia Grillo parla spesso di Corte di Cassazione, meno di Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura, poi, con la stessa importanza, di Ministero della Giustizia e Corte dei Conti. Le aziende più citate sono invece (dopo Telecom al secondo posto in assoluto e a parte le emittenti tv): Alitalia, Fiat, Enel, Eni, Mondadori, Pirelli, Unicredit e BNL. Interessante notare la rilevanza di Loggia P2 nei post di Grillo, così come, seppur con un peso minore, il movimento No TAV e Greenpeace.


Le organizzazioni più citate nel blog di Grillo

Anche per le organizzazioni, così come per i personaggi, il numero delle citazioni varia di anno in anno a seconda dei fatti di cronaca o di iniziative promosse da Grillo. Nel 2006 parla di Pirelli, di cui si occupa insieme al caso Telecom, e le parole più usate sono debito, corriere della sera, banca, azione e riassetto mentre i verbi più usati sono possedere e vendere. Nel 2008 c’è Alitalia tra le organizzazioni più citate insieme a Mediaset. Quando parla di Mediaset, Grillo usa le parole abolizione, fondo nero, provvedimento, mercato, frequenza ma anche scandalo e corruzione. Nel 2009 dà molto spazio al G8, utilizzando parole come psiconano (in riferimento a Berlusconi), L'Aquila (dove è stato spostato il G8 in seguito al terremoto), prova, forze dell'ordine e polizia di Stato. 

Nel 2010 l'organizzazione (non politica) più citata è la Fiat. Nei suoi confronti Grillo si esprime in maniera critica, e infatti i primi due termini collegati all’azienda sono: delocalizzare e cassa integrazione. Seguono lavoro, lavoratore, sindacato, stipendio e i verbi chiudere, restituire e pagare.
Telecom è al vertice delle organizzazioni più citate in ogni anno e infatti, dal 2005 in avanti, Grillo ha promosso "Shareaction, riprendiamo Telecom". In riferimento a Telecom parla di spionaggio e acquisto, più spesso di scatole cinesi e di vendita, ma anche monopolio, azione, licenziato, titolo e infelicità. Come personaggi cita Tronchetti Provera e D’Alema e come verbi utilizza distruggere, spiare, controllare, impedire e valere.


La mappa semantica dei termini correlati a Telecom

LOCALITA’
A livello geografico, senza contare l’Italia che vanta un’altissima frequenza di citazioni (come visto sopra è il sostantivo in generale più usato da Grillo), le località principali richiamate sul blog sono: tra le città italiane, Milano, Roma, Torino, Genova e Bologna; tra i paesi esteri, Europa, Stati Uniti, Francia, Germania e Grecia; tra i paesi asiatici e del Medio Oriente, Cina, Afghanistan, Iraq e Libia. Il Vaticano è presente ma non tra i più menzionati. Notevole la rilevanza della Val Di Susa (in relazione al movimento No TAV). Le quattro regioni di cui il leader genovese parla di più sono Sicilia, Lombardia, Campania e Piemonte, dimostrando quindi un interesse equivalente verso Nord e Sud Italia, seguite a distanza da Emilia Romagna, Puglia e Sardegna. Compare spesso Arcore, in riferimento al personaggio più citato, Silvio Berlusconi.


Le località principali citate nel blog di Grillo

Val di Susa emerge in particolare nel 2005, con il doppio di citazioni rispetto agli altri anni. Infatti, sempre nel 2005 uno dei nomi più usati è movimento, probabilmente con riferimento al movimento NO-TAV. Anche nel 2011 la Val di Susa è molto citata, cinque volte di più rispetto all’anno precedente. Focalizzandosi su Val di Susa, tra i termini più usati sono presenti comitato, contribuente, tunnel, opera, alta velocità e protesta e tra i verbi capire, trasformare, succedere ma anche pubblicare, sostenere, scrivere.

Nel 2008, anno dell’emergenza rifiuti in Campania, Napoli, Salerno e Campania sono di grande rilevanza. Tra le parole più correlate a Napoli risultano sindaco, spazzatura, inchiesta, emergenza, inceneritore, discarica, reato e rifiuti e tra i verbi indagare, chiedere, continuare, scrivere e commettere. In quell’anno inoltre, i post dedicati al tema dell’ambiente sono quattro volte superiori rispetto al 2007. 


La mappa semantica dei termini correlati a Napoli nei post del 2008

Nel 2009, oltre al terremoto dell’Aquila, dedica molta attenzione alla Sicilia. In questo caso sono diversi gli argomenti che vengono toccati: si parla di giustizia e mafia, di elezioni e regione, ma si parla anche di ambiente, rifiuti e inceneritore. La Grecia appare frequentemente nei post del 2010, per via del default del paese che avviene in quell’anno. Lo dimostrano anche le parole collegate a Grecia, come finanza, bancarotta, debito, default, debito pubblico, stato, e i verbi come mascherare, scomparire, vendere, evitare. Inoltre, sempre nel 2010, i post dedicati all’economia sono più numerosi rispetto all’anno precedente. 


La mappa semantica dei termini correlati a Grecia nei post del 2010

Nel 2011, oltre a ricordare la località giapponese di Fukushima dove avvenne il disastro alla centrale nucleare, Grillo cita spesso Europa e Libia, ricordando in particolare la guerra civile libica del 2011. Quando parla di Libia i riferimenti alla guerra sono forti: bombardamento, regime, guerra, missile, cacciare, attaccare, colpire e armi tra i termini più ricorrenti. Ma anche scappare, profugo e isola di Lampedusa che richiamano all'emergenza profughi immigrati in Italia esplosa in seguito a questo evento.

RELAZIONI SEMANTICHE
La tecnologia semantica Cogito ha evidenziato anche le relazioni semantiche tra le parole, facendo emergere legami concettuali tra soggetti, verbi e complementi oggetto. Ad esempio quando il termine cittadino è soggetto della frase, pagare è una delle azioni che Grillo gli associa più spesso. Se il soggetto della frase invece è governo allora parla prevalentemente di essere, fare, cadere, dire, cambiare e chiedere.

Guardando al verbo cambiare, indipendentemente dal soggetto, che cosa cambia secondo Grillo? In primo luogo la legge, poi nome, legge elettorale, Italia, mondo, paese, regole e costituzione. Citando i giornali, tra i concetti semanticamente più vicini, appaiono casta, potere e finanziamento pubblico. Quando commenta le vicende di Berlusconi, cita innanzitutto Marcello Dell’Utri, e i temi più dibattuti sono giustizia ed elezioni, poi criminalità, processo e magistratura. Altri concetti rilevanti inerenti Berlusconi sono GIP, Guardia di Finanza, processo, loggia P2, Strauss-Kahn, ragazza e donna.


La mappa semantica dei termini correlati a Silvio Berlusconi

Quando il politico genovese parla di Partito Democratico emergono concetti come finanziamento pubblico, rimborso, corruzione, e tra i personaggi Massimo D’Alema. 


La mappa semantica dei termini correlati a Partito Democratico

Nei post dedicati al Popolo delle Libertà spiccano Loggia P2, UDC, Italia dei Valori e Mauro Marino.


La mappa semantica dei termini correlati a Popolo della Libertà

Confronto pre - post le elezioni politiche 2013

ARGOMENTI
I primi mesi del 2013 sono, come ci si aspetta, completamente incentrati sulle elezioni e sui temi che ci gravitano intorno: da gennaio a marzo, l’argomento più trattato nel blog è quello delle elezioni, seguono economia e finanza, politica e istituzioni, e giustizia e criminalità. Media e ambiente, tematiche di grande interesse per Beppe Grillo sono trattate molto meno rispetto al solito.



Si nota una differenza tra le settimane pre-elettorali (dall’1 al 25 febbraio) e quelle post (dal 26 febbraio all’11 marzo) per quanto riguarda gli argomenti più trattati nel blog di Grillo. Prima del 25 febbraio più di un post su tre parla di elezioni; a marzo l’interesse cala leggermente, ma comunque più del 25% dei post parla del tema elettorale. Il dopo elezioni è più concentrato sul tema politica, intesa come istituzioni e governo, rispetto a febbraio. La differenza più ampia è relativa al tema macroeconomia e finanza che prende molto più spazio a febbraio, mentre al contrario si parla di criminalità in misura maggiore dopo le elezioni. Stupisce un po’ il poco spazio dato al lavoro sia prima che dopo le elezioni…



NOMI
Tra i nomi più usati nei primi mesi del 2013, si nota una grande presenza di riferimenti al mondo politico. Movimento 5 Stelle viene usato spessissimo, e supera addirittura il verbo fare, in quanto a numero di citazioni. Italia resta, come anche negli anni precedenti, il nome che ricorre più spesso; seguono quasi esclusivamente riferimenti alla sfera politica: partito, cittadino, paese, candidato, politico, parlamento, governo, politica, programma ed elezione. Non vengono citati molti aggettivi, al primo posto c’è italiano seguito da elettorale, unico e nuovo.



Se si confronta il prima e il dopo elezioni si nota che la maggior parte dei riferimenti elettorali si concentra a febbraio (M5S, Italia, paese, partito, candidato e governo), mentre a partire dal 26 febbraio i nomi più ricorrenti sono legati al governo e programma del Movimento 5 Stelle (M5S, Stato, mafia ma anche movimento, programma, partito governo, politica, cittadino, eletto). 

VERBI
Fare è il verbo più usato in assoluto, seguito da potere e dovere, segno della risolutezza e fermezza dell’atteggiamento di Grillo. Quando usa fare, i soggetti più ricorrenti sono: televisione, cittadino ed eletto, mentre l’oggetto è spesso politica e donazione. Dire, volere, stare, sapere e venire hanno circa lo stesso peso e, a seguire, si assesta il primo verbo con riferimento chiaro al mondo politico, votare, usato quasi quanto chiedere. Vengono molto usati anche verbi che denotano una certa operatività nelle parole di Grillo: diventare, cambiare, presentare, partecipare, rispondere.

Prima delle elezioni, subito dopo fare, il verbo potere è quello più usato, dopo le elezioni invece il verbo più usato dopo fare è dovere. Prima delle elezioni ci sono più spesso stare, volere, sapere, andare, chiedere e diventare, oltre al verbo votare. Dopo il 25/26 febbraio ci sono molti verbi come finire, fermare, arrestare ma anche volere, sapere, dare e capire. 

Sembra esserci una differenza tra il prima e il dopo elezioni: prima Grillo ha un atteggiamento determinato (confermato dall’uso dei verbi potere, stare, volere, sapere) ma anche di sostegno al movimento (chiedere è spesso associato a: chiedere di diffondere il programma, chiedere un libero contributo dei cittadini, non chiedere contributi pubblici per il movimento). Nel dopo elezioni Grillo ha un modo di porsi sempre risoluto, ma più orientato al cambiamento: fermare (non si può fermare la nostra rivoluzione, non ci fermeremo mai, fermare l’antipolitica), finire (non finisce qui, i giochini sono finiti, il tempo per i rispettivi referenti politici è finito).

PERSONAGGI
Anche dalla lista dei personaggi più citati emerge il tema delle elezioni: i più ricorrenti sono, oltre a Beppe Grillo, Silvio Berlusconi (molto presenti anche negli anni precedenti al 2013), Bersani, Monti, Ingroia.

ORGANIZZAZIONI
Oltre ai riferimenti alla politica italiana (M5S, PD, PDL, Camera dei Deputati, Senato, Viminale e anche all’IMU) molti sono i riferimenti all’Europa, Unione Europea e Banca Centrale e alla Germania: Bundesbank e Sozialdemokratische Partei Deutschlands. Prima delle elezioni del 25/26 febbraio, il M5S è l’organizzazione più citata, a seguire PD e prima di altri riferimenti alla sfera politica come PDL, Camera dei deputati e Senato, viene Banca Monte dei Paschi di Siena, perché intorno al 20 febbraio è scoppiato il caso intorno a questa banca che ha coinvolto anche il PD. Grillo parla anche di IMU Goldman & Sachs ed Eni.

Dopo le elezioni, le organizzazioni più citate sono Camera dei deputati e Senato, a seguire M5S, PDL e PD. La prima organizzazione che si scosta dall’ambiente politico è Cosa Nostra che, insieme a Direzione Investigativa Antimafia e Direzione Distrettuale Antimafia segna l’interesse di Grillo per la mafia (e in particolare per le trattative Stato mafia), che nel complesso viene ricordata più spesso di Montecitorio, Lega e Palazzo Madama. 

LOCALITA’
Al primissimo posto c’è Italia, seguita da Germania, che viene citata circa la metà delle volte rispetto a Italia, seguono Roma ed Europa. Anche in questo caso si nota una differenza tra il prima elezioni e il dopo. A febbraio, tra i luoghi più citati ci sono Milano, Roma e poi le Regioni (prima le due cruciali per le elezioni, Lombardia e Sicilia, poi Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna). Nel dopo elezioni al vertice dei luoghi più citati, dopo Italia (al primo posto anche a febbraio) ci sono sempre Milano e Roma, ma non le Regioni.

Cassazione: sì ai baci sulla bocca ai bimbi, assolta maestra d'asilo

La Stampa


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«Baci sulla bocca» e «abbracci intensi» possono essere «finalizzati a creare un clima di reciproca confidenza, essenziale in un contesto socio-educativo e decisamente funzionale alla riduzione, nel bambino stesso, dell'ansia da distacco dall'ambiente e dalle figure familiari di riferimento». Con queste valutazioni la sesta sezione penale della Cassazione ha assolto «perché il fatto non sussiste» la maestra di un asilo nido del centro di Roma condannata nei primi due gradi di giudizio per abuso dei mezzi di correzione.

La Corte ha cassato la sentenza dopo il ricorso dell'educatrice sessantenne contro la condanna della Corte d'Appello di Roma, nel marzo dello scorso anno, a un mese e dieci giorni di reclusione e al risarcimento danni per i genitori costituitisi parte civile nel processo. Nel capo d'imputazione anche «comportamenti vessatori» nei confronti dei piccoli, accusa dalla quale era però stata assolta.
Secondo i giudici di merito la donna aveva imposto ai bambini tra il 2003 e il 2004 «condotte invadenti dell'intimità» come il «baciarli sulle labbra e abbracciarli con intensità anche quando questi manifestavano reazioni di imbarazzo»: comportamenti che avrebbero «messo in pericolo l'equilibrio dei bambini e l'armonico sviluppo della loro personalità».

Invece per la Suprema Corte «esulano dalla specifica tutela penale quelle condotte le quali, come quelle di specie, per le concrete modalità non violente tipicamente affettuose, non possono essere interpretate per la loro connotazione di piccolo eccesso o mancanza di misura nel relazionarsi educatore-bambino, come abuso in ambito scolare».

(Fonte: Ansa)

Privacy, no ai dati sulla salute sul Web

La Stampa

Garante: sì alla trasparenza on line nella Pa, ma rispettando la dignità delle persone
roma


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No a dati sulla salute dei cittadini sui siti web dei comuni. Il Garante fa rimuovere i dati personali dalle ordinanze di dieci Comuni. E sono in arrivo sanzioni . Sì alla trasparenza on line nella Pa, ma rispettando la dignità delle persone. Sui siti dei Comuni non possono essere pubblicati atti e documenti contenenti dati sullo stato di salute dei cittadini. Il Garante per la privacy ha fatto oscurare dai siti web di dieci Comuni italiani, di piccola e media grandezza, i dati personali contenuti in alcune ordinanze con le quali i sindaci disponevano il trattamento sanitario obbligatorio per determinati cittadini. Nuovi provvedimenti sono in arrivo per altri Comuni.

Nelle ordinanze, con le quali i sindaci disponevano il ricovero immediato di diversi cittadini, erano infatti indicati “in chiaro” non solo i dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita) e la residenza, ma anche la patologia della quale soffriva la persona (ad es. “infermo mentale”), o altri dettagli davvero eccessivi, quali ad esempio l’indicazione di “persona affetta da manifestazioni di ripetuti tentativi di suicidio”. Il trattamento dei dati effettuato dai Comuni è risultato dunque illecito: come ha ricordato l’Autorità, le disposizioni del Codice della privacy, richiamate anche dalle Linee guida sulla trasparenza on line della Pa emanate dallo stesso Garante nel 2011, vietano espressamente la diffusione di dati idonei a rivelare lo stato di salute delle persone.

Le ordinanze, per giunta, oltre ad essere visibili e liberamente consultabili sui siti istituzionali dei Comuni, attraverso link che rimandavano all’archivio degli atti dell’ente, erano nella maggioranza dei casi facilmente reperibili anche sui più usati motori di ricerca, come Google: bastava digitare il nome e cognome delle persone. Nel disporre il divieto di ulteriore diffusione dei dati, l’Autorità per la privacy ha prescritto alle amministrazioni comunali non solo di oscurare i dati personali, presenti nei provvedimenti, da qualsiasi area del sito, ma anche di attivarsi presso i responsabili dei principali motori di ricerca per fare in modo che vengano rimosse le copie web delle ordinanze e di tutti gli altri atti aventi ad oggetto il ricovero per trattamento sanitario obbligatorio dagli indici e dalla cache.

I Comuni, inoltre, per il futuro dovranno far sì che la pubblicazione di atti e documenti in Internet avvenga nel rispetto della normativa privacy e delle Linee guida in materia di trasparenza on line della Pa. “La sacrosanta esigenza di trasparenza della Pubblica amministrazione - ha commentato Antonello Soro, Presidente dell’Autorità - non può trasformarsi in una grave lesione per la dignità dei cittadini interessati. Prima di mettere on line sui propri siti dati delicatissimi come quelli sulla salute, le pubbliche amministrazioni, a partire da quelle più vicine ai cittadini, come i Comuni, devono riflettere e domandarsi se stanno rispettando le norme poste a tutela della privacy. E devono evitare sempre di recare ingiustificato pregiudizio ai cittadini che amministrano. Oltretutto, errori gravi e scarsa attenzione alle norme comportano come conseguenza che il Garante debba poi applicare pesanti sanzioni” . L’Autorità procederà, infatti, ad avviare nei confronti dei Comuni interessati le previste procedure sanzionatorie per trattamento illecito di dati personali.

(TMNews)

Scontro tra editori per il dominio .book

La Stampa

Levata di scudi contro Amazon, pronta a registrare un indirizzo Internet per vendere libri digitali

g. bot.


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Quanto possono valere quattro lettere? Abbastanza per scatenare una guerra. La contesa? Il controllo degli indirizzi Internet che includono le parole «.book», «.author» e «.read». La notizia che i principali attori del mercato on line, Amazon e Google in testa, avessero presentato a Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers - l’ente che ha l’incarico di assegnare i nomi a dominio di primo livello dei siti Internet, i cosiddetti TLD - Top Level Domain) la richiesta di registrare un enorme numero di domini dai nomi particolarmente sensibili ha mobilitato le organizzazioni e associazioni di editori di tutto il mondo.

La corsa è partita a inizio marzo: Amazon è in lista per 76 domini, Google per 101. «È anticompetitivo. Il potenziale per l’abuso è senza limiti» attacca Scott Turow, presidente dell’associazione degli editori americani Author Guild. A criticare la richiesta di Amazon è anche la catena di librerie Barnes & Noble: concedere un potere del genere- dice un portavoce- significherebbe «soffocare la concorrenza nell’industria editoriale, essenziale per il futuro dell’espressione coperta da diritti d’autore negli Stati Uniti».

L’offensiva dei domini non piace neppure in Europa. L’Aie- associazione editori italiani- e la Federazione editori europei hanno mandato una lettera di protesta all’Ican, concordi, scrivono in una nota, nel ritenere potenzialmente assai pericolosa l’assegnazione ad un solo soggetto, per altro privato, della disponibilità del dominio .book. Gli indirizzi in attesa di essere aggiudicati , infatti, hanno carattere esclusivo: non possono essere utilizzati da altri se non da chi ne ha ottenuto, pagando, la registrazione. 

«Visto che internet è un mezzo così istituzionale siamo molto preoccupati che l’identificazione tra questi Top Level Domains e un loro possibile unico proprietario possa fuorviare il consumatore» si legge nella lettera. «È di tutta evidenza che, ove il dominio .book fosse assegnato, ad esempio, ad Amazon, la società di Bezos potrebbe godere del vantaggio di dominare incontrastata tutto l’insieme degli indirizzi Internet con suffisso .book, “identificando” tout court Amazon e “concetto di libro».
Amazon respinge le critiche: la richiesta presentata punta a «trovare nuove e innovative strade, meccanismi e piattaforme per sorprendere i consumatori».