martedì 12 marzo 2013

Complotto del 20 luglio '44 contro Hitler Morto a 90 anni l'ultimo partecipante

Corriere della sera

Ewald-Heinrich von Kleist: «Non riuscimmo per sfortuna»

Cattura
BERLINO – «Anche alla roulette esce il rosso o il nero». Il barone Ewald-Heinrich von Kleist spiegava così, con grande fatalismo, la ragione per cui Adolf Hitler era sopravvissuto all’attentato del 20 luglio 1944 che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia. Lui era l’unico partecipante ancora vivo a quel complotto, guidato dal colonnello Claus von Stauffenberg e raccontato nel film Operazione Valchiria, interpretato da Tom Cruise. No, non era una missione “troppo grande”. «È stata solo sfortuna».

EDITORE - Rampollo di una famiglia di proprietari terrieri prussiani, Ewald-Heinrich von Kleist è morto venerdì scorso, novantenne, nella sua casa di Monaco, a Grünwald, sulle rive dell’Isar. Dopo la guerra aveva dato vita ad una casa editrice e fondato la Conferenza della Sicurezza, un forum diventato con gli anni sempre più importante che riunisce nella città bavarese esperti di politiche di difesa e uomini di governo provenienti da tutto il mondo. Ma il suo nome è legato al complotto del 20 luglio 1944 e, pochi mesi prima, alla decisione di sacrificare la vita facendosi saltare in aria accanto al Führer. Il progetto fu accantonato, ma il suo coraggio rimase un esempio.

SOLDATO PER ROVESCIARE IL REGIME - Tutta la vita di von Kleist è stata una grande avventura nella storia del Novecento. Nel 1940 entrò nell’esercito tedesco («pensai che se non avessi giurato sarei andato a finire in prigione, e decisi che sarebbe stato meglio cercare di lottare con ogni mezzo per rovesciare il regime») e venne ferito nel 1943 sul fronte orientale. Suo padre, Ewald, oppositore di Hitler della prima ora, si recò nel 1938 in Inghilterra per convincere il governo britannico a modificare la politica di appeasement nei confronti del nazismo. Fu uno dei militari giustiziati dopo il fallito attentato organizzato da Stauffenberg.

Cattura1
L'ATTENTATO - Quel giorno il giovane von Kleist era pronto a trasportare la valigetta di esplosivo che avrebbe dovuto uccidere il Führer. Poi lo stesso Stauffenberg si incaricò di farlo personalmente. La bomba venne spostata all’ultimo momento e solo per un caso Hitler rimase soltanto lievemente ferito. Persero la vita tre ufficiali e uno stenografo. Anzi, proprio von Kleist, come ha raccontato in una recente intervista al giornalista della Rai Arcangelo Ferri, scoprì che il dittatore era ancora vivo. «Corsi da Stauffenberg e glielo riferii». Il sogno di un colpo di Stato rimase un sogno. La reazione del regime si dimostrò feroce. Stauffenberg fu fucilato. I partecipanti al complotto vennero processati e condannati a morte.

LIBERO DAL CAMPO DI CONCENTRAMENTO - Nei mesi successivi decine di persone collegate alla resistenza furono eliminate. Von Kleist si salvò per un colpo di fortuna. Venne interrogato e trasferito nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove rimase per due settimane. «Mi riportarono al quartier generale della Gestapo – è stato il suo racconto – e mi dissero che ero libero. Naturalmente rimasi sorpreso. Qualche giorno più tardi, mentre vagavo tra le macerie di Berlino, incontrai uno degli agenti della Gestapo che mi avevano interrogato. Mi disse di scappare di andare via dalla città. Così feci. Solo finita la guerra trovai il mio dossier delle SS e scoprii che mi avevano liberato per seguirmi. Volevano arrivare a un mio collega ufficiale che aveva partecipato al complotto. Grazie a quell’agente della Gestapo, non ci riuscirono e mi salvai la vita. In seguito lo rintracciai: volevo aiutarlo, ma era un uomo devastato dalle torture inflittegli dai russi. Morì poco dopo».

Paolo Lepri
 12 marzo 2013 | 21:59

Grillo starebbe studiando un corposo dossier molto critico su Prodi

Libero

Secondo formiche.net, sotto la lente dei grillini c'è una sentenza del 2008 della Corte di giustizia europea in cui Prodi licenziò due persone dalla schiena troppo dritta..


Cattura
Mentre Pierluigi Bersani tenta, disperatamente, di convincere Beppe Grillo ad un'improbabile alleanza, il comico genovese pensa a un'altra partita che come ha dimostrato il 'settennato' di Giorgio Napolitano è altrettanto, se non più, decisiva: quella per il Quirinale, arbitro inconstratato del caos politico-isitituzionale che negli ultimi due anni ha rischiato di travolgere l'Italia E una delle personalità più gettonate a presiedere Il Colle è Romano Prodi, la cui ambizione a ricoprire la carica è nota.

Secondo il sito d'informazione formiche.net, i grillini starebbero valutando la possibilità di sostenere la candidatura del Mortadella al Quirinale, ma venderanno cara la pelle. E' vero che, indiscrezioni di stampa, danno conto di un incontro tra Gianroberto Casaleggio e Romano Prodi, che sarebbe dovuto rimanere segreto e che l'ex-leader dell'Unione avrebbe organizzato per sondare la disponibilità dei grillini a votare una sua eventuale candidatura. Ma ora, si diceva, i grillini sarebbero in posseso di un corposo dossier molto critico nei confronti di Prodi. Si tratterebbe di una sentenza della Corte di Giustizia Europea, datata 8 lugio 2008, che rischia di travolgere qualsiasi velleità quirinalizia del'ex-presidente della Commissione europea.

Scrive il web magazine formiche.net: " Il direttore generale dell’Eurostat e uno dei direttori dell’Istituto tenevano la schiena troppo dritta (ad esempio, a proposito dell’ammissione della Grecia all’unione monetaria) e venne iniziata, dall’interno dell’eurocrazia, una campagna per sostituirli (una campagna che i tribunali penali di Francia e Lussemburgo trovarono prive di base), filtrando informazioni a giornali (i paragrafi 185-190 forniscono i dettagli) contro i due". Che c'entra Prodi? E' presto detto.

Riporta il sito: "Prodi in persona (paragrafo 297 della sentenza) lanciò accuse di infedeltà contro il direttore generale dell’Eurostat di fronte al Parlamento europeo il 24 settembre 2003 e lo lasciò, senza incarico, ad aspettare la pensione sostituendolo con un 'gabinettista di lungo corso', Michel van den Abeele, allora direttore generale del servizio traduzioni della Commissione europea". In pratica, Prodi avrebbe 'silenziato' gli oppositori alle politiche dell'Unione Europea, specie con riferimento all'entrata della Grecia nell'Euro. Mossa che, col senno di poi, si è rivelata tragica, per la Grecia e per la tenuta dell'euro. E, forse, anche per le ambizioni istituzionali di Romano Prodi.

Pertini studente, la sua tesi dispersa e ritrovata oggi diventa un libro

Corriere della sera

Il volume sulla cooperazione scomparve con l'alluvione. Discussa alla Cesare Alfieri di Firenze nel 1924 dal futuro capo di Stato. Un voto sotto la media e i suoi perché


Cattura
«La cooperazione deve compiere nel campo operaio un'opera benefica e utile sia alla causa dei lavoratori che all'economia nazionale, deve indicare la via del lavoro e non della violenza. Lotta di lavoro e non lotta di classe». È un passaggio della tesi su «La cooperazione» discussa da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze nel 1924. Era data per perduta durante l'alluvione del 1966 ma, ritrovata negli scantinati della biblioteca di Lettere, oggi è stata recuperata ed è un libro pubblicato da Ames e Legacoop Liguria.

IL VOLUME Il libro non è una mera copia anastatica di quella tesi, ma un testo critico realizzato da Sebastiano Tringali con la prefazione di uno dei maggiori docenti di storia contemporanea ed esperto di storia della cooperazione: il professor Paolo Fabbri dell'università di Roma 3 che offre anche due interessanti ipotesi sulla votazione ottenuta allora da Pertini per quella tesi, molto più bassa rispetto alla media dei voti raccolti negli esami: 84/110.

IL CORAGGIO DI PERTINI Sandro Pertini, che nel '24 aveva 28 anni, era già laureato alla facoltà di Giurisprudenza di Modena ed era stato ammesso al terzo anno di corso presso l'Istituto di scienze sociali «Cesare Alfieri». Il 2 dicembre, dopo aver superato otto esami in soli sei mesi, Pertini ebbe il grande coraggio di saltare sei esami e chiedere la discussione della tesi. Finì davanti a una commissione di super-esperti come l'economista Giovanni Lorenzoni, il direttore dell'Alfieri professore di politica e legislazione economica Riccardo della Volta e Piero Marsili Libelli, economista di formazione cattolica. E infine, Olinto Marinelli, il più importante geografo dei tempi, che liquidò Sandro Pertini al'esame di Geografia con un 18. Senza contare che allora nel cda dell'Alfieri sedevano fior di fascisti. Scrive Fabbri che probabilmente Pertini scontò il coraggio di discutere la propria tesi prima di aver concluso l'iter degli esami, ma sottopone ai lettori anche l'ipotesi di un giudizio politico.

L'IMPEGNO POLITICO «Pertini - scrive Fabbri - quando arriva a Firenze ha già un passato di militante socialista ed è iscritto a Italia Libera», il movimento che è stato radice e humus di «Giustizia e libertà». «L'allora direzione generale di Pubblica sicurezza - scrive Fabbri - ne conosce certamente i movimenti». Ma lo stesso studioso attribuisce scarsa fondatezza a quest'ultima ipotesi: certo è che Pertini aveva fretta di laurearsi e la tesi del giovane studente, pur essendo di »ampia capacità di sintesi«, soffre di »ingenuità di interpretazione«. Una tesi, scrive Fabbri, »passibile di critiche dal punto di vista espositivo, scientifico e financo lessicale«. Da non meritare l'alloro della lode ma nemmeno da esser relegata tra quei lavori tanto inqualificabili da meritare la votazione di 84/110. Un piccolo giallo che aumenta la curiosità di affrontare il libro pubblicato da Ames e Legacoop con riconoscenza per avere di nuovo fruibile un testo di grandi intuizioni democratiche.

12 marzo 2013

A Pasqua una cometa e quattro asteroidi

Corriere della sera

Se il cielo resterà sereno Pan-Starrs sarà visibile martedì e mercoledì al tramonto anche a occhio nudo

Cattura
Tra cometa e asteroidi sono giorni di gran traffico intorno alla Terra. Nei nostri cieli è arrivata la cometa Pan-Starrs e martedì 12 e mercoledì 13 marzo, dopo il tramonto, saranno le serate più indicate per ammirarla guardando a ovest. Domenica 10 è passata vicino al Sole e dunque ora si sta allontanando. Quindi nelle due serate è più facile individuarla non lontano dalla Luna crescente.

PAN-STARRS - Le fotografie finora scattate con gli strumenti mostrano una discreta coda, ma se il cielo si mantiene sereno sarà possibile osservarla anche a occhio nudo. Pan-Starrs (C/2011 L4) era stata scoperta il 6 giugno 2011 con il telescopio Pan-Starrs 1 di 1,8 metri di diametro installato alle Hawaii sulla vetta del vulcano Haleakala, strumento impegnato nella caccia di oggetti che si avvicinano pericolosamente alla Terra. Infatti il nome assegnato al nuovo astro con la coda è l’acronimo di Panoramic Survey & Rapid Response System.

Cattura3
SPETTACOLO - Indagandola mentre si avvicinava, si è capito che poteva essere fonte di spettacolo perché la sua attività stimolata dal Sole l’avrebbe resa facilmente visibile sia pure bassa sull’orizzonte. Nelle scorse settimane le sue doti sono state apprezzate nell’emisfero australe, ma ora transita nel cielo boreale e quindi appare ai nostri occhi. Mentre continuerà nel suo viaggio di ritorno verso le profondità cosmiche da dove è giunta - si ritiene - per la prima volta, si mostrerà nella sua magnificenza. L’effetto spettacolare, tuttavia, si attenuerà giorno dopo giorno perché il suo corpo di polveri e ghiaccio lentamente tornerà nello stato di quiete privo dell’azione stimolante dei raggi solari.

Cattura2
PASQUA - Comunque dovremmo poterla seguire sino alla fine del mese e per questo è stata battezzata la «cometa di Pasqua». Ma in queste settimane ad accompagnare, in un certo senso, la Pan-Starrs nelle vicinanze Terra-Luna ci sono anche vari asteroidi di taglia diversa e alcuni di recente individuazione.

ASTEROIDI - Il 10 marzo poco più lontano della Luna (1,2 distanze lunari) è passato l’asteroide 2013 Enzo del diametro di 7 metri. Il prossimo 18 marzo transiterà un corpo oltre tre volte più grande (23 metri), il 2007 EO88 a 4,4 volte la distanza della Luna. Il 22 marzo sarà la volta di 2013 ES11, che con la sua consistente massa e un diametro di 94 metri volerà a 6,4 volte la distanza della Luna. E anche in aprile avremo un passaggio relativamente ravvicinato (3,9 distanze lunari) con l’asteroide 2010 GM23, anch’esso abbastanza consistente dato il diametro di 50 metri. Insomma il cielo primaverile è quest’anno più animato del solito.



Spazio, asteroide di 100 metri passa accanto alla Terra (10/03/2013)

Giovanni Caprara
11 marzo 2013 (modifica il 12 marzo 2013)

Si seppelliscono anche gli embrioni» Il sindaco: il Cimitero serve a questo

Corriere del Mezzogiorno

Polemica tra il sindaco di Monopoli e la direzione Asl «Noi non torniamo indietro, più libertà per la donna»


Cattura
MONOPOLI — Il 23 marzo si attendono nuove sepolture in quella parte del cimitero di Monopoli destinata ai bambini mai nati. L’iniziativa, supportata dall’amministrazione comunale e che ha visto un protocollo tra la Asl e l’associazione Movimento per la Vita, continua però a far discutere. Il sindaco Emilio Romani ha spiegato come ci sia un atto sottoscritto che consente di procedere con la sepoltura non solo dei feti oltre i 90 giorni, ma anche degli embrioni abortiti nelle primissime settimane di gravidanza. Una scelta, quest’ultima, che per i politici locali è un ampliamento della libertà della donna. «Se qualcuno ha cambiato idea - ha puntualizzato Romani alludendo alla direzione della Asl e all’ambiente ospedaliero del San Giacomo - deve avere l’onestà di dirlo, ma se si vogliono creare solo problemi, si stia attenti perché quando un ente prima autorizza e poi non è consequenziale o revoca l’atto, oppure ostacolarne l’applicazione diventa un reato. Si tratta di abuso di potere».

Così mentre Romani, supportato da Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita, e da Grazia Satalino, responsabile della sezione monopolitana dell’associazione, intende andare avanti, dall’ospedale arrivano altre notizie. Si era parlato nei giorni scorsi di una revoca del protocollo, revoca che all’amministrazione non risulta affatto. Alessandro Sansonetti, direttore sanitario del San Giacomo, parla di una «delibera che è stata male interpretata dall’associazione. Si continuerà a fare come si è sempre fatto, seppellendo solo i feti oltre i 90 giorni. Il prodotto abortivo prima dei tre mesi - dice - è irriconoscibile e non si seppellisce. La Asl ha autorizzato solo il cimitero, che poi evidentemente si vuole usare per altri scopi. Tra l’altro - conclude - la legge consente la sepoltura dei feti e non degli embrioni».

Maria Luisa Saponara
11 marzo 2013

I violini superstar in partenza per New York

Corriere della sera

Da Cremona e dal Conservatorio di Milano una serie di strumenti dal valore inestimabile


Cattura
Violini, viole, violoncelli, strumenti musicali preziosissimi creati dalle mani sapienti dei maestri italiani prendono il volo verso la Grande Mela, dove dal 15 al 17 marzo si svolgerà «Mondomusica New York» (www.mondomusicanewyork.it, manifestazione organizzata da CremonaFiere, per presentare al pubblico americano la migliore liuteria contemporanea. Alcuni dei pezzi che saranno esposti al Metropolitan Pavilion e all’Altman Building nel cuore di Manhattan sono stati estratti martedì mattina, con la massima precauzione, da una maxi teca che li custodisce nel Conservatorio di Milano e affidati agli strumentisti che li suoneranno: il violinista 24enne Lorenzo Gentili Tedeschi, il violista Roberto Tarenzi e il primo violino della Scala Francesco De Angelis, tutti membri del Quartetto Verdi, che si esibirà al Metropolitan di New York.

LE CUSTODIE - Dopo un controllo accurato, gli strumenti sono messi in apposite custodie che mantengono la giusta temperatura e umidità per il viaggio. Gli strumenti viaggiano a fianco degli strumentististi: impensabile abbandonarli al gelo della stiva. Il violoncello occupa un posto a parte, come un passeggero (pagante). Ovviamente queste opere d’arte sono protette da coperture assicurative specifiche, quando non è necessaria anche una scorta armata, come avviene per un preziosissimo Stradivari del 1715 custodito nel Museo del Violino di Cremona.

GLI STRUMENTI - Dal Conservatorio di Milano partono tre strumenti: una viola dei fratelli Antonio e Gerolamo Amati del 1597 fatta con una bella tavola di abete, caratterizzata da grandi fori armonici e dal un retro che ha conservato un bellissimo colore marrone-rosso; un violino di Landolfi del 1757 di dimensioni medio-piccole con la parte posteriore in acero italiano, un'eccellente filettatura e la bellissima vernice arancio-marrone, sul dorso dorato, che aumenta il livello della manifattura; un Guadagnini di grande manifattura, anch’esso del 1757, che ha in realtà un’etichetta fittizia non riconducibile al vero artigiano che l’ha fabbricato.

AMATI E STRADIVARI - Dalla Fondazione Pro Canale parte alla volta di New York anche un cello di Rogeri del 1717, considerato modello ideale per le sue proporzioni. Uno strumento che è stato anche «protagonista» di un fumetto di Guido Crepax, dal titolo «Pietro Giacomo Rogeri». E ad impreziosire l’esposizione, dalla collezione del Comune di Cremona un violino Amati del 1566 e uno Stradivari del 1715, dal valore inestimabile (e infatti viaggia sotto scorta armata).

SPARTITI ORIGINALI - Tra i documenti e i pezzi che saranno esposti a New York, dal museo e dalla Biblioteca del Conservatorio di Milano partono spartiti originali e carteggi di Giacomo Puccini e Giuseppe Verdi. Fra questi spicca la prima copia del Falstaff stampata dall’editore Giulio Ricordi, con le correzioni autografe dello stesso Verdi: un libro che esce per la prima volta dal Conservatorio di Milano. Quando Giulio Ricordi finì di stamparlo dalla sede della sua casa editrice, nella centralissima via degli Omenoni, lo portò brevi manu al maestro Verdi, che nelle stanze del Grand Hotel et De Milan lo corresse e lo portò alla Scala per la prima prova. Quello fu un tragitto di 500 metri; ora lo aspetta un volo transoceanico di oltre 6200 chilometri.

CREMONA - Ma Mondomusica New York non è solo questo, il programma prevede anche concerti, masterclass, seminari, oltre a 200 espositori da tutto il mondo tra liutai e archettai in rappresentanza di 17 Stati USA e 13 altri Paesi. Nel mondo ci sono circa 7300 artigiani liutai di cui ben 156 a Cremona, una concentrazione che non si trova in nessun’altra città del mondo. Con «Mondomusica New York» si spera di aprire una finestra sull'immenso mercato americano.

Redazione Milano online12 marzo 2013 | 16:46

Conclave, orari e segreti per non perdere la fumata

Il Messaggero
di Luca Lippera

Romani e stranieri con gli occhi puntati sul tetto della Sistina


Cattura
Da che parte bisogna guardare? A che ora conviene andare? Quante saranno le fumate oggi? E quante domani, sempre che il Papa non venga eletto già al primo colpo? Centinaia di romani e di turisti, dalle cinque di questo pomeriggio, saranno in piazza San Pietro per cogliere l’attimo che potrebbe annunciare al mondo che il Conclave ha scelto il successore di Benedetto XVI. Il comignolo da cui uscirà il fumo - bianco o nero a seconda dell’esito - è sul tetto della Cappella Sistina, che rimane in alto a destra per chi guarda frontalmente la Basilica. I cardinali entreranno nella grande sala affrescata da Michelangelo attorno alle quattro e mezzo, dopodiché giureranno e inizieranno a votare. Il segnale, qualunque esso sia, dovrebbe arrivare attorno alle sei.

Oggi, se tutto andrà come si prevede - non si sa mai - ci saranno un solo scrutinio e una sola fumata. Da domani, stando al programma diffuso nei giorni scorsi dal Vaticano, due votazioni e due fumate al giorno: attorno alle undici del mattino e, di nuovo, alle sei di sera. Ma essendoci di mezzo le liturgie e le movenze felpate della Curia c’è sempre un qualche margine di incertezza. Già ieri alcuni fedeli erano in piazza San Pietro e aspettavano pregando. L’attesa odierna, però, potrebbe andare delusa. Sono in molti a ritenere che ci vorrà più di una votazione per avere la fumata «giusta».

LA VISUALE MIGLIORE

Una cosa va tenuta presente: il comignolo della Cappella Sistina, rispetto all’enormità della basilica di San Pietro, è molto piccolo. Bisogna essere almeno al centro della piazza, attorno all’obelisco, per cogliere a occhio nudo il colore del fumo. Da via della Conciliazione occorre un canocchiale. Le immagini viste tante volte alla tv ingannano, perché le telecamere «stringono» sull’obbiettivo ingrandendolo decine di volte. Un discorso diverso va fatto per le terrazze delle case a Borgo Pio. «Da parecchi tetti si vede il camino - dice un residente - ed è più facile distinguere il fumo perché sullo sfondo c’è solo il cielo. Ma in questa storia ci sono tantissime varianti: il vento, ad esempio, può confondere le idee e le stesse condizioni meteorologiche hanno un peso. Se le nuvole oscurano il cielo, le sfumature cambiano».

QUESTA SERA PIOGGIA

Per oggi e domani pomeriggio su Roma è prevista pioggia debole. I tantissimi turisti, e i curiosi che arriveranno da tutta la città, soprattutto da Borgo, da Prati, dal Gianicolo e della zona di via Gregorio VII, dovranno fare i conti anche con questo. «Ovviamente - dice un ambulante in via della Conciliazione - la stragrande maggioranza delle persone guarderà l’avvenimento alla tv. Si sa che il centro televisivo Vaticano ha puntato un faretto e una telecamera verso il camino per far vedere anche una fumata notturna.

Ma vedere con i propri occhi è tutta un’altra cosa». Secondo le previsioni, la «temperatura» comincerà a salire domani. Lo scrutinio di oggi, stando ai pronostici, non dovrebbe concludersi con l’elezione. Le votazioni, negli ultimi undici conclavi, dal 1846 (Mastai Ferretti, Pio IX) al 2005 (Ratzinger, Benedetto XVI), non sono mai durate più di cinque giorni. Per l’elezione di Giovanni Paolo II, nel 1978, furono necessari otto scrutini. Per Bendetto XVI ne bastarono quattro. La fumata bianca arrivò alle 17.56 del 19 aprile 2005.

Ladro inseguito da carabinieri in borghese chiama il 112: «Aiuto, ci sono dei malviventi»

Il Messaggero


Cattura
REGGIO EMILIA - Durante l'orario di lavoro ha nascosto, tra gli scatoloni stoccati sul retro del supermercato dove lavorava, un televisore che poi ha caricato in macchina: sorpreso da carabinieri in borghese, che si erano appostati nei pressi, è fuggito, inseguito dall'auto civetta dei militari.

Credendo di essere seguito da malviventi, ha chiamato il 112 chiedendo aiuto ma l'operatore, che era a conoscenza dell'inseguimento, gli ha intimato di fermarsi, spiegando che a seguirlo erano proprio i militari che l'avevano sorpreso mentre rubava.

È finita così in caserma la nottata brava del dipendente infedele, un ventenne reggiano denunciato dai carabinieri di Brescello alla Procura di Reggio Emilia con l'accusa di furto aggravato.


Martedì 12 Marzo 2013 - 16:03
Ultimo aggiornamento: 16:44

Dai bistrot alle chiatte sulla Senna I 120 luoghi del commissario Maigret

La Stampa

Cosa resta della Parigi frequentata dal celebre protagonista dei romanzi di Georges Simenon

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


Cattura
I romanzi di Georges Simenon hanno due protagonisti: il commissario Maigret e Parigi. I 75 romanzi e i 28 racconti polizieschi nei quali Jules Maigret indaga sono anche un monumento letterario alla città, che pure ne ha avuti molti: forse uno dei più belli, certamente uno dei più completi. Del resto Simenon, nato a Liegi, era arrivato a Parigi nel 1922 e se ne era innamorato subito, anche se poi ci visse soltanto fino al ‘38.

La sua Parigi rimane intatta durante tutta la saga del commissario, dal 1930 al ‘72, fuori dal tempo, immota in un bianco e nero da fotografie di Doisneau, una Parigi di bistrot, case chiuse, balli popolari, chiatte sulla Senna e stazioni con ancora le locomotive fumanti. E dire che nei meravigliosi sceneggiati Rai, in bianco e nero anche loro, con il grande Gino Cervi nei larghi panni del commissario (secondo Simenon, di tutti gli attori che avevano impersonato il suo personaggio era Cervi quello che gli si era «più avvicinato») e la non meno brava Andreina Pagnani come madame Maigret, Parigi non si vedeva quasi mai, perché per risparmiare erano girati in studio... 

Però quella Parigi, la Parigi di Simenon, è ancora tutta lì (o quasi), come dimostra un volumetto di Michel Carly, grande simenonologo, «Maigret - Traversées de Paris», ovvero «I 120 luoghi parigini del commissario». A cominciare dalla casa: il commissario abita con la signora Maigret al 132 di boulevard Richard-Lenoir, un vialone che risale da piazza della Bastiglia verso nord.

Per la verità, se il nome del boulevard è citato nei romanzi per ben 187 volte (Carly è pignolissimo), il numero civico appare solo in uno, «Maigret et son mort» pubblicato nel ‘48, in italiano «Ben tornato, Maigret» o «Il morto di Maigret», a seconda del traduttore e dell’editore. Ma allora non si capisce perché Maigret, le rare volte che prende il metro, non lo faccia alla fermata di Oberkampf invece che alla Bastiglia, e soprattutto perché sua moglie vada a fare la spesa lontano quando, proprio sotto casa, c’era e c’è uno dei più colorati e appetitosi mercati parigini.

I Maigret vivono lì, in affitto, dal 1912, cioè da quando si sono sposati (ricordiamo che il commissario è nato nel 1887). A parte un breve periodo durante il quale devono traslocare perché il proprietario ha deciso «finalmente» di restaurare il palazzo. E allora il poliziotto più famoso di Francia trasloca in place des Vosges. E questo è possibile solo nei romanzi, o almeno in quelli d’epoca. Adesso la splendida place des Vosges è uno degli indirizzi più chic e di conseguenza cari di Parigi.

Lì abitano star del cinema, ministri ed ex tali, grandi chef e, almeno finché la moglie non si è decisa a sbatterlo fuori, Dominique Strauss-Kahn. Ma Simenon la conosceva bene, perché nel 1923 la piazza, non così esclusiva e anzi ancora malandata come tutto il Marais oggi alla moda, era stato il suo primo indirizzo parigino: prima, aveva sempre vissuto in piccoli hôtel un po’ equivoci. Simenon stava al 21 (Dsk, per la storia, al 13) e aveva come vicino di casa, guarda caso, un certo... Paul Maigret.

Poi, naturalmente, il 36, Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, dove il signor commissario ha l’ufficio al secondo piano, con la stufa di ghisa che ha ottenuto di conservare dopo l’installazione del riscaldamento centralizzato. Tutto è descritto con precisione: lo scalone polveroso, il lungo corridoio, la sala d’aspetto dove i sospetti attendono l’interrogatorio di Maigret (ma lui trasuda una tale umanità che alla fine confessare è un sollievo), gli uffici vecchiotti. Qualche anno fa, però, la Brigata omicidi ha traslocato altrove.

Invece la brasserie Dauphine dove Maigret va a mangiare o dalla quale si fa portare un gran vassoio di panini e «demi», i boccali di birra, non esiste. O almeno non è mai esistita con questo nome. C’era invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, che c’è ancora anche se ha cambiato nome. Simenon, peraltro, ci si fece fotografare bevendo, anche lui, un «demi». Accanto, al numero 15 della place Dauphine, una targa ricorda che vissero lì Yves Montand e Simone Signoret.

 E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano... Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio. 

Travaglio contro Giuliano Amato, ma copia Giordano su Libero

Libero

Editoriale sul Fatto: "L'ex ministro deve vergognarsi perché ogni mese ritira una pensione da 31mila euro dopo aver tagliato quelle degli altri e perché era il consigliere di Craxi?". Copiacarbone...


Cattura
Il 5 marzo Mario Giordano su Libero spiegava perché Giuliano Amato dovrebbe vergognarsi. Tra l’altro «perché prende 31 mila euro al mese  (...) dopo aver tagliato le pensioni agli italiani;  perché è stato il principale consigliere economico e politico di Craxi; perché  è stato due volte premier, due volte ministro del Tesoro, una volta ministro dell’lnterno e presidente dell’Authority del mercato; perché (...) nel 2012 è stato nominato da Monti consulente per i tagli ai costi della politica e non ha fatto nulla per tagliarli davvero».

Ieri Marco Travaglio sul Fatto: perché Amato dovrebbe vergognarsi? «Perché ogni mese ritira una pensione da 31 mila euro dopo aver tagliato quelle degli altri? Perché era il consigliere di Craxi? Perché è stato due volte premier, due volte ministro del Tesoro, una volta dell’Interno e presidente dell’Antitrust? Per essere il consulente di Monti per il taglio degli sprechi senza cavare un ragno dal buco?». Libero non era citato. Ma almeno Travaglio ha dimostrato che non copia solo le carte delle procure.



Articoli correlati

Giordano: Amato re della Casta.   Ecco perché si deve vergognare

Giordano: Amato re della Casta. Ecco perché si deve vergognare

Gli algoritmi? Hanno bisogno di un “aiutino” umano

La Stampa

Da Google a Twitter, tutti assumano persone che permettono di raffinare le ricerche, interpretando ambiguità, contesti e metafore

claudio leonardi


Cattura
Internet è da tempo il regno degli algoritmi: sono loro che organizzano le risposte di Google alle nostre domande, che permettono ai computer di battere i più grandi campioni di scacchi, che ci suggeriscono libri e film in base alle nostre ricerche, e molto altro ancora. 

Eppure, anche in questo imperioso trionfo del software sembra che sia rimasto un piccolo spazio per l’uomo. Ebbene sì, il più avanzato degli algoritmi ha, sempre più spesso, un suggeritore umano, che gli permette di affinare le proprie scelte. Non è un dettaglio: per molti giovani è diventato un vero e proprio lavoro. Un computer, infatti, per quanto potente, tende a dare interpretazioni letterali: sfumature, metafore, linguaggio figurato possono sfuggirgli, e qui entra in campo l’uomo.

Tutte le aziende più note usano protocolli di questo genere. Google, secondo i dati riportati , avrebbe assunto circa 1.500 tecnici addetti al perfezionamento della ricerca, con una forma contrattuale che prevede il lavoro da casa. A loro uso e consumo BigG ha perfino pubblicato un manuale di 160 pagine , una lista di istruzioni per orientare i “valutatori” di Mountain View. “C’è stato un cambiamento nel nostro modo di pensare”, ha dichiarato Scott Huffman, ingegnere responsabile della qualità della ricerca di Google: “I nostri ingegneri sviluppano l’algoritmo, e gli esseri umani ci aiutano a vedere se una modifica suggerita è davvero un miglioramento”.

Ma il motore di ricerca si appoggia alle persone anche in un altro modo. Qualche mese fa, ha cominciato a presentare un riassunto di informazioni sul lato destro di una pagina di ricerca, quando un utente digitato il nome di una persona o di un luogo noti, come “Barack Obama” o “New York City”. Queste sintesi attingono a database quali la Wikipedia, la CIA World Factbook e Freebase, la cui società madre, Metaweb, Google ha acquisito nel 2010. Tutti database compilati dai vecchi, analogici, esseri umani.

E BigG non è sola in questa nuova forma di collaborazione uomo-macchina. Anche lo strumento di riconoscimento vocale di Apple, Siri, segue questo schema e lo stesso dicasi per il celebre Watson di Ibm, noto per aver battuto i più grandi campioni del gioco a quiz americano Jeopardy. In entrambi i casi, gli algoritmi hanno bisogno di un “aiutino”. Perfino Twitter ha messo sotto contratto un piccolo esercito di lavoratori a contratto, che la società definisce giudici, che hanno il compito di interpretare il significato e il contesto di termini la cui frequenza aumenta improvvisamente, magari disorientando il programma.

Un esempio? Quando Mitt Romney, lo sfidante di Obama alle ultime presidenziali, citò il taglio di fondi governativi per l’emittenza pubblica lo scorso autunno, menzionò Big Bird, uno dei pupazzi protagonisti di uno celeberrimo show per i più piccoli noto come Sesame Street. I giudici umani capirono dunque che in quel periodo la parola “Big Bird” era un commento politico e non un riferimento al programma Tv.

Anche Watson, il “geniale” computer di Ibm, è usato per scopi ben più utili che i giochi a quiz. Per esempio, è usato per diventare un sostegno ai medici per le loro diagnosi. Argomento delicato, su cui anche in questo caso si è scelto di dare uno staff umano di sostegno ai pur potenti algoritmi Ibm. Watson è stato infatti alimentato con testi medici, articoli scientifici e numerose cartelle cliniche digitali private dei dati personali di identificazione e, tuttavia, è lui, spesso, a dover chiedere aiuto.
Come si spiega sul New York Times , il computer imbattersi in una domanda di questo tipo:

“Quale condizione neurologica controindica l’uso di bupropione?” Il software può avere bupropione, un antidepressivo, nel proprio database, ma inciampa sul senso del termine “controindica”. Ecco che i medici gli confermano che la parola significa “non usare”, permettendo a Watson di fare il suo compito e spiegare che la condizione neurologica che si sta cercando è “disturbi convulsivi”.
Per ora, insomma, gli algoritmi hanno accelerato e semplificato operazioni prima impensabili, ma proprio perché si sono guadagnati sul campo un ruolo fondamentale nella vita online e off-line, sulla via della loro crescita, almeno per un po’, hanno ancora bisogno degli uomini. 

Sondaggio 75 anni dopo l’Anschluss “Con Hitler non era poi così male”

La Stampa

Il quotidiano austriaco Der Standard presenta i risultati di un’indagine condotta in occasione dell’anniversario dell’annessione dell’Austria alla Germania

francesca sforza


Cattura
Era il 12 marzo 1938: sono passati esattamente 75 anni da quando 200 mila soldati, SS e agenti della Gestapo tedesca entrarono in Austria per sancire l’«Anschluss», l’annessione alla Grande Germania. Vent’anni prima, nel 1918, il governo provvisorio della repubblica austriaca aveva già dichiarato l’Austria tedesca parte integrante del nuovo Reich tedesco, ma l’annessione - che trovava il favore in ampi strati della popolazione - venne prima impedita dall’Intesa, poi vietata dal trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye. Un primo tentativo di putsch fallì nel il 25 luglio 1934 proprio per l’opposizione franco-italiana, ma quattro anni dopo la congiuntura internazionale e l’iniziativa politica dell’Asse Roma-Berlino portarono invece alle dimissioni del cancelliere Schuschnigg e all’occupazione dell’Austria da parte delle truppe tedesche. Il 13 marzo una legge proclamava l’annessione del paese al Reich, approvata il 10 aprile da un plebiscito con il 99,73% di consensi. 

Questa la storia, a cui se ne aggiunge un’altra, che segna oggi l’anniversario di quell’inglorioso capitolo di storia, in cui, è bene ricordarlo, trovarono l’esilio, l’internamento e la morte migliaia di ebrei e rappresentanti della migliore borghesia austriaca. Un sondaggio condotto dal giornale viennese Der Standard su ciò che resta di quell’esperienza nella visione degli austriaci presenta qualche dato: il 42 per cento degli intervistati (circa 500persone attentamente selezionate dall’istituto demoscopico Linzer Market, precisa il quotidiano ) ha sostenuto che «non si stava poi così male durante il nazismo», mentre il 54 per cento è convinto che se il partito nazista tornasse legale, «molto probabilmente» otterrebbe diversi seggi in Parlamento. Il 39 per cento dichiara inoltre «possibile» un ritorno di atti antisemiti nel Paese, e il 61 per cento si augura il ritorno al potere di «un uomo forte». Il 57 per cento è tuttavia ancora convinto del contrario: «Sotto Hitler non c’è nulla di positivo da ricordare».

La produzione di vetture ecocompatibili causa maggiori emissioni di anidride carbonica di quelle "normali"

Valerio Boni - Mar, 12/03/2013 - 07:41

L'Italia si appresta ad avviare una nuova fase di incentivi riservata ai cosiddetti veicoli ecocompatibili, che scontenterà molti per come è stata concepita, e dal resto del mondo fioccano studi che incrinano l'integrità delle auto a emissioni zero.



Cattura
Dall'Università delle Scienze di Norvegia sono infatti rimbalzati, negli Usa, i risultati di uno studio che analizza in modo più imparziale l'impatto sull'ambiente di una vettura elettrica. In sostanza, non è corretto considerare come quintessenza dell'ecocompatibilità un veicolo solo perché non emette alcun tipo di gas quando è in movimento. Bisogna infatti considerare l'intero ciclo vitale, dalla costruzione allo smaltimento di ogni componente.

Il rapporto specifica che per la costruzione di una vettura a emissioni zero i siti produttivi emettono maggiori quantità di rifiuti tossici, a partire dalle emissioni di CO2, rispetto a quanto avviene per un modello alimentato a benzina o a gasolio. In più, la produzione di motori elettrici e delle batterie necessarie per la loro alimentazione richiede l'impiego di materiali potenzialmente tossici come nichel, alluminio e rame.

L'ultimo aspetto riguarda l'impiego dell'energia per dare movimento a questi veicoli. Si dice che siano a impatto zero sull'ambiente, ma questo è vero solo quando si muovono sulle strade. Quando invece sono collegati alla rete elettrica per la ricarica, consumano e inquinano come qualunque elettrodomestico, visto che attingono da un circuito alimentato in parte da combustibili fossili. E tutto questo, secondo lo studio, non può essere trascurato.

In America il Journal of Industrial Ecology ha a sua volta recentemente analizzato l'intero ciclo di vita di un veicolo elettrico, partendo dall'impatto tutt'altro che «verde» dell'estrazione del litio, indispensabile per realizzare le batterie dell'ultima generazione. Di conseguenza, circa la metà delle emissioni di anidride carbonica disperse nell'ambiente pesa su un'auto definita a emissioni zero, già prima della sua commercializzazione.

Mentre per un veicolo classico, il bilancio si ferma al 17 per cento. Si può pertanto dire che quando si acquista una quattro ruote elettrica, si parte con un debito equivalente alla quantità di CO2 che disperderanno nell'ambiente le centrali per fornire le ricariche necessarie per percorrere circa 130mila km. I conteggi vanno anche oltre, considerano che la vita media di un veicolo elettrico non vada oltre le 50mila miglia, vale a dire 80mila km, quindi il bilancio va rivisto.

Ma anche considerando che si possa arrivare a 150mila km, il vantaggio per l'ambiente si ridurrebbe al 24 per cento rispetto alle auto che guidiamo ogni giorno. Quindi ben lontano dalle emissioni zero. Le analisi sul reale impatto potrebbero rallentare l'esplosione di un mercato che negli Stati Uniti n(ma anche da noi) non è mai veramente decollato. L'anno scorso si è chiuso con 14.287 veicoli venduti, e nel 2013 si potrebbero superare i 30mila.

Ma difficilmente sarà possibile raggiungere la soglia del milione di auto elettriche, obiettivo di Obama entro il 2015. In Italia le cose non vanno meglio, con le vendite che incidono in modo ancora irrilevante sul totale. Sono raddoppiate, è vero, in un anno che ha visto una forte contrazione. Però si è passati dallo 0,02 allo 0,04 per cento, che su 1,4 milioni di auto vendute significa circa 520 esemplari.

L'aiuto allo sviluppo sarebbe dovuto arrivare dagli incentivi che saranno varati a partire dal prossimo 14 marzo: 40 milioni di euro per l'acquisto delle vetture meno inquinanti. Ma per i privati lo stanziamento si limita a 4,5 milioni di euro: circa 3.800 pratiche, che si esauriranno molto presto.

E’ la foto simbolo del dolore palestinese ma l’Onu rivela che a colpire fu un razzo di Hamas

Corriere della sera
di Monica Ricci Sargentini


Cattura
La foto è di quelle che non si dimenticano: Jihad Misharawi, che lavora nella Striscia di Gaza per l’emittente britannica Bbc, piange disperato mentre abbraccia il piccolo Omar, il suo bimbo di 11 mesi morto a causa di un bombardamento durante gli otto giorni di guerra a Gaza alla fine del 2012 quando Israele lanciò una rappresaglia durata 8 giorni  per fermare il lancio di razzi da Gaza verso il sud (Sderot, Beersheva) e il centro di Israele (Tel Aviv,Gerusalemme).

L’immagine era diventata il simbolo della crudeltà dell’esercito israeliano considerata responsabile del raid sul quartiere di Zeitun che aveva distrutto la casa di Misharawi quel 14 novembre del 2012. I media di tutto il mondo avevano riportato la notizia e anche Human Rights Watch aveva puntato il dito contro lo Stato ebraico.

Ora si scopre che probabilmente la verità era un’altra. Un rapporto del 6 marzo dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani rivela, senza fare nomi e cognomi, che il piccolo Omar al-Masharawi  è morto “probabilmente a causa di un razzo palestinese che mancò Israele”.  Un danno collaterale come viene chiamato in gergo militare che i palestinesi devono aver messo nel conto.  ”La maggior parte dei razzi sparati non sembrano essere stati indirizzati verso bersagli militari – si legge nella relazione.

L’aggravante è che questi lanci avvengono da zone popolate e mettono gli abitanti di Gaza in pericolo”. Come è infatti accaduto al piccolo Omar. Hamas non ha fatto commenti sul rapporto, così come la Bbc. Matthias Behnke, capo degli uffici dell’Alto Commissariato Onu nei Territori, ha spiegato alla stampa che “non poteva affermare  senza ombra di dubbio” che la morte del piccolo fosse stata causata da un razzo palestinese ma che le informazioni raccolte sul posto sentendo i testimoni oculari portavano a quella conclusione.

A supporto di questa tesi c’è il fatto che i razzi venivano lanciati da una postazione non lontana dalla casa di al-Masharawi. E i danni riportati dall’abitazione sono, secondo Behnke, molto diversi da quelli che avrebbe prodotto un missile israeliano. I testimoni hanno raccontato che il tetto della casa è stato colpito da una palla di fuoco, un’immagine che fa pensare ai frammenti di un razzo. Per il Centro Palestinese dei diritti umani di Gaza è ancora Israele la responsabile della morte di Omar.

Il rapporto critica anche Israele oltre ad  Hamas e agli altri gruppi palestinesi per “non aver rispettato in molti casi il diritto internazionale umanitario”. Negli scontri di quei giorni morirono 160 residenti di Gaza e 6 abitanti di Israele.  Più di cento civili persero la vita perché vicini al bersaglio designato.  Forse, si domanda l’Alto Commissariato, ” l’esercito non ha preso tutte le misure necessarie per verificare che gli obbiettivi fossero militari”.

Auto di lusso e maleducazione, evitiamo la stigmatizzazione

Corriere della sera

La lettera del direttore generale di Porsche Italia sull'articolo di cronaca firmato da Andrea Kerbaker


Egregio Direttore,

Ho letto con attenzione l'articolo pubblicato da corriere.it a firma di Andrea Kerbaker in relazione ad uno spiacevole fatto di maleducazione stradale, uno dei tanti che purtroppo caratterizzano la nostra mobilità quotidiana. Ne é nata una riflessione che desidero condividere con lei e i suoi lettori. Grazie all'attenzione dei media, è assai aumentata la sensibilità collettiva verso numerosi fenomeni che non sempre costituiscono fatti di rilievo penale, ma rappresentano un malcostume diffuso, meritevole di disapprovazione.

Fenomeni quali l'evasione fiscale, l'abuso nell'approfittare dei privilegi connessi a cariche pubbliche a tutti i livelli, l'eccesso e l'improprio utilizzo di status-symbol da parte di malavitosi e di talune persone che hanno acquistato recente notorietà e agiatezza hanno creato, grazie all'attenzione dei giornali, un comune sentimento di condanna sociale, pienamente condivisibile.

Anche tale fenomeno presenta tuttavia degli effetti negativi, quando la denuncia diviene una sistematica istigazione all'odio sociale, tanto più alimentato da fenomeni paralleli come l'attuale crisi economica e una normazione fiscale (l'imposta sul lusso) che, unita alla "spettacolarizzazione" degli accertamenti fiscali, alimenta l'idea che le differenze di ricchezza nascano dal ladrocinio.

Sempre più frequentemente, in numerosi titoli e articoli, vengono associati i fenomeni che ho descritto al possesso e all'utilizzo di vetture Porsche, ciò nonostante la più parte dei clienti Porsche siano persone rispettabilissime, evitino comportamenti di tal fatta e non meritino di essere negativamente etichettati nel sentire comune.

Purtroppo anche l'articolo pubblicato ieri online a nome di Andrea Kerbaker, è un perfetto esempio di come si sia voluti andare oltre il semplice fatto di cronaca, e attraverso la stigmatizzazione di un singolo e riprovevole atteggiamento si sia operato per estensione l'abbinamento tra possessore Porsche e maleducazione. Se la signora in questione avesse avuto un'altra vettura, sarebbe stata egualmente stigmatizzata? Sarebbe uscito l'articolo?

Posso comprendere che, per "fare notizia", nel riportare i fatti di cronaca si "catturi" maggiormente l'interesse attraverso la citazione di un marchio celebre quale "Porsche", ma la professionalità dei giornalisti ben potrebbe evitare il riferimento diretto al marchio, riferendo invece il possesso di "un'auto di lusso", "un'auto sportiva", "una supercar", tutte immagini che rappresentano facilmente nell'immaginario collettivo la situazione, senza creare sistematiche e ingiuste associazioni negative tra malaffare e il marchio che rappresento in Italia.

l giornalisti sono maestri e, pur riferendo circostanze vere, sapranno usarle con un contesto narrativo atto a evitare nel lettore conclusioni spregiative verso il marchio Porsche. Porsche in Italia ha sempre goduto di estimatori e clienti a partire da chi riesce (riusciva?) a realizzare il sogno di una vita comprando una vettura usata al costo di una normale vettura di media cilindrata, fino ai più fortunati che possono permettersi le più belle vetture di nuova produzione.

Tale parco circolante rappresenta e alimenta un indotto di persone che vivono e lavorano di tale mercato: sono centinaia i lavoratori alle dirette dipendenze di Porsche in Italia, sono oltre ottocento quelli dei singoli concessionari, officine autorizzate, società di leasing che orbitano nella rete Porsche in Italia; superano diverse migliaia i lavoratori di imprese satelliti che lavorano anche per Porsche o semplicemente sulle Porsche senza essere legati alla Casa: meccanici, officine, assicuratori, gommisti, carrozzieri, società di vigilanza...

Tutti questi soggetti vedono ingiustamente erodersi le loro possibilità di continuare a svolgere il loro lavoro ad ogni articolo di "Porsche" associata con malaffare, arroganza o evasione: la condanna sociale verso il possessore di una Porsche, il preconcetto che sia un evasore, la visibilità negativa creata da frettolosi accostamenti giornalistici fa sì che il potenziale acquirente e utilizzatore di una Porsche si astenga dall'acquisto o "si liberi" della vettura, nel timore di scontare l'odio sociale

alimentato dai media o perché vessato da un inefficace sistema di imposizione fiscale (è di pochi giorni addietro il bilancio, ad un anno dalla sua introduzione, della tassa sul lusso pubblicato dal Sole 24 Ore: il gettito ottenuto dall'erario è meno di un terzo di quello atteso; nel contempo nel 2012 si è verificata una esportazione verso altri Paesi di oltre 200 Porsche usate alla settimana, con una riduzione del parco circolante in Italia mai vista prima).

In sintesi: associare "Porsche" al malaffare, all'evasione o anche alla mera maleducazione crea odio sociale e un ingiusto danno morale ed economico. Il fenomeno potrebbe essere evitato semplicemente riferendo i fatti senza uno specifico riferimento al marchio. Auspicando che anche lei, Direttore, possa condividere il mio pensiero, spero che possa estenderlo a tutti i suoi collaboratori.

Sarò lieto, se ritiene, di ospitarla nella nostra sede per conoscerci, presentarle di persona quanto sopra accennato, farle conoscere le persone che lavorano nel nostro mondo e la loro serietà umana e professionale, che con questa mia desidero tutelare ancor prima delle vendite.

Con stima, cordialmente

Pietro Innocenti
Porsche Italia S.p.A. Direttore Generale11 marzo 2013 | 20:52

La memoria lunga del fisco: la multa arriva dopo 52 anni

La Stampa

Il titolare è morto nel 1987, pagheranno gli eredi
antonella mariotti

SAN MAURO


Cattura
Attilio Befera, presidente di Equitalia, frequentava il liceo. Il presidente Giovanni Gronchi stava per inaugurare le celebrazioni per il primo secolo della Nazione, i Beatles sognavano il primo disco suonando per gli avventori di un locale di Amburgo, nella Juventus giocavano John Charles, Omar Sivori e Giampiero Boniperti. Era il 1961 e il signor Giuseppe Alberto, classe 1920, ristoratore di mestiere, compilava la sua dichiarazione delle tasse. Correttamente, secondo lui. Con qualche errore, secondo il Fisco.

Il contenzioso
Come succede in questi casi, da una parte scattano gli accertamenti, dall’altra si risponde con i ricorsi. Anni di schermaglie poi, nel 1972, tutto si blocca. Il signor Alberto, probabilmente, pensa di aver avuto ragione, e si dimentica della sua piccola lite con il fisco. Quindici anni dopo muore, e nessuno dei suoi figli - com’è naturale - si ricorda più di quella vecchia lite con il Fisco.
Oblio totale, fino a quando a tre dei quattro figli di Giuseppe Alberto arriva una lettera di Equitalia. Dentro la busta, una richiesta di saldo per quella vecchia tassa non pagata a sufficienza nel 1961. Più altre contestazioni per gli anni dal ’62 al ’65. Più gli interessi di mora. Totale 1.014 euro e 53 centesimi, da pagare subito.

Wilma Alberto, la figlia del signor Giuseppe, abita a San Mauro, ha un marito e un figlio:
«Pagheremo perché non possiamo far altro, non ci sono più i tempi per fare un ricorso», spiega con il fratello Franco. Perché la cartella è arrivata a trenta giorni dalla scadenza definitiva, e guarda caso sei mesi prima del colpo di spugna che dovrebbe azzerare i piccoli debiti dei cittadini con lo Stato: le multe sotto i duemila euro saranno cancellate. «Ci viene da pensare che l’abbiano fatto apposta - commenta Franco Alberto - Alla Commissione tributaria ci hanno detto che di queste mini multe ne stanno arrivando tantissime...».

Settant’anni fa
I due fratelli hanno ricostruito tutta la storia di questa multa che arriva dal passato. Una storia che comincia nel 1954, quando Giuseppe Alberto lascia Paesana, il paese del Cuneese dove viveva, per venire a Torino. «Qui mio padre apre un ristorante - racconta Wilma -, ma dopo sei anni decide di venderlo per comprare un bar in corso Principe Oddone. Forse è proprio da quella vendita, regolarmente dichiarata, che parte l’accertamento». E infatti la prima multa del fisco arriva alla fine degli anni Sessanta e il padre di Wilma e Franco fa ricorso. «Noi eravamo giovani - raccontano i due fratelli -. Papà non ci ha mai detto nulla di questa vicenda».

Il ricorso, però, si blocca contro un ostacolo burocratico. «Il Garante del contribuente - raccontano i figli - ci ha spiegato che mio padre non ha seguito le norme previste dall’articolo 44 del Dpr 26/10/1972». Qualsiasi cosa significhi, nessuno di preoccupa di comunicarlo a Giuseppe Alberto, e sulla vicenda cade l’oblio. Fino al 2011, quando qualcuno all’agenzia delle Entrate tira fuori quella vecchia pratica dattiloscritta e decide di mandarla avanti. Trentanove anni dopo il ricorso, mezzo secolo dopo la tassa (forse) pagata male.

la legge
Oggi, Wilma e Franco Alberto sono espertissimi di questioni fiscali. «Già trovare la sede della Commissione Tributaria Centrale, Collegio numero 3, strada Antica di Collegno 259, che ha emesso l’ordinanza, è stata una mezza impresa», dicono. «Lì ci hanno spiegato che nel 1972, “nel momento del trasferimento da commissione distrettuale di Torino a commissione tributaria I e II grado 72 occorreva fare istanza di riassunzione per continuare la discussione”. Per questo su quella sanzione non è scattata la prescrizione».

Chiaro no? L’unica cosa certa è che adesso bisogna pagare quei mille euro. Un dovere reso più amaro da un altro particolare: Franco Alberto, 63 anni, è un invalido al quale è stata appena tagliata la pensione: «Sono un trapiantato di cuore e pare che all’Inps abbiano perso i documenti che, dopo la visita di controllo, dichiaravano che io avevo ancora diritto all’assegno... Ora prendo 300 euro al mese, e non so proprio come pagare la mia parte di multa».
antonella.mariotti@lastampa.it

Hater», il social per dire cosa «odiate»

Corriere della sera

Da pochi giorni è disponibile l'applicazione per iPhone che è l'esatto contrario del «Like» di Facebook
 
Cattura
MILANO - Alla faccia dei Like e dei retweet, delle condivisioni e dei cuoricini su Instagram: da venerdì scorso si può dare sfogo alla propria disapprovazione con un'applicazione per smartphone. Hater, questo il nome dell'app, è disponibile gratuitamente per iPhone e sbarcherà nel giro di un paio di mesi anche su Google Play, il negozio digitale per sistema operativo Android.

Il funzionamento è semplice e strizza l'occhio al meccanismo a cui siamo abituati in versione buonista: una volta completata la registrazione, si possono scattare e condividere con la comunità fotografie di ciò che si odia o mal sopporta. L'app consente anche di applicare dei filtri agli scatti, azione che Instagram ha reso irrinunciabile. E, altra similitudine con l'app acquistata da Facebook lo scorso aprile, si possono seguire gli utenti dal pollice verso più stimolante e commentare quanto pubblicato dagli altri.

Nel caso in cui l'oggetto della propria disapprovazione non sia a portata di fotocamera, si può effettuare una ricerca in Rete e condividere con la community la propria sentenza. Ci si può esprimere attraverso il proprio profilo o mediante quello di un alter ego costruito in fase di registrazione. Il tutto può essere riversato facilmente su Twitter e su Facebook o inviato via mail o con un sms.

2A finire nel mirino degli utilizzatori della prima ora sono il traffico del lunedì mattina, la giovane popstar Justin Bieber e i fast food. Brad Pitt in versione Chanel 5 ha ottenuto 9 attestati di disapprovazione e, ovviamente, ce n'è anche per il Like di Facebook. "Io odio Facebook in generale", ha scritto l'utente nella descrizione. In dieci hanno sottoscritto l'affermazione.

«È la risposta a tutto ciò che offrono i social media, dove puoi solo dire che ti piace qualcosa», ha spiegato a Mashable il fondatore di Hater, Jake Banks. «Non voglio fingere di essere quello che non sono. Voglio essere vero e dire 'sono imbottigliato nel traffico e odio questa cosa'», ha aggiunto. "Express yourself" (esprimi te stesso) è infatti la dichiarazione di intenti che compare sotto il titolo dell'applicazione. Non si tratta (solo) di dare sfogo alla propria frustrazione, ha tenuto a chiarire Banks, ma di sottolineare gli ambiti in cui si vorrebbe intervenire per cambiare e migliorare ciò che ci circonda: più avanti verrà dedicata un'area apposita a questo aspetto, chiamata Hate For Good.

3Il fondatore di Hater è anche pronto a trasformare il pollice verso, se dovesse ottenere il successo sperato, in un marchio per una linea di abbigliamento. Mentre Zuckerberg capitalizza la nostra ossessione da condivisione, Banks prova a far fruttare il disagio, insomma. E non è il primo a puntare su questo aspetto. Il docente dell'Università del Texas Dean Terry ha lanciato un'applicazione per collegare il proprio profilo Facebook a quello di chi si detesta, si tratti di singoli utenti o pagine di vip, per monitorane l'attività senza essere costretti a suggellare il rapporto con la zuccherosa amicizia in blu. La soluzione si chiama EnemyGraph. E Justin Bieber è fra i più citati anche in questo caso.


Martina Pennisi
11 marzo 2013 | 17:04

La polizia ha ignorato per 50 anni gli abusi della star Jimmy Savile»

Corriere della sera

Un rapporto riservato svela la lunga (e colpevole) catena di errori e sottovalutazioni da parte di Scotland Yard

Cattura
Per 50 anni Scotland Yard ha di fatto ignorato tutte le denuncie di abusi sessuali, la maggioranza su minori, contro il popolarissimo presentatore della Bbc, Jimmy Savile. È quanto emerge da un rapporto riservato degli «affari interni» della polizia britannica, Her Majesty's Inspectorate of Constabulary (HMIC), che ha anche lanciato l'allarme che quanto accaduto con Savile possa ripetersi di nuovo.

L'Hmic ha scoperto che a partire dalla prima denuncia, nel 1964, negli archivi ci sono tracce di sole 5 indagini e di due prove contro Savile. Il presentatore radiotelevisivo, morto a 84 anni nell'ottobre 2011 , ora è accusato di almeno 214 casi di violenze sessuali (inclusi 34 stupri o sei assalti sessuali. Secondo il rapporto, Scotland Yard non ha mai preso sul serio le accuse contro Savile, che così ha continuato indisturbato a perpetrare i suoi crimini per decenni, fin dal 1955.

«DIMENTICHI QUANTO È ACCADUTO» - A una vittima di sesso maschile che provò a denunciare di essere stato stuprato nel 1963, la polizia rispose: «Dimentichi quanto è successo». Un altro ragazzo disse che la sua fidanzata aveva subito un'aggressione sessuale durante le registrazioni di «Top of the Pops», lo show musicale che ha reso famoso Savile. A lui un agente disse che poteva essere «arrestato per questo tipo di affermazioni».

Il presentatore con l'immancabile sigaro, idolo di programmi per bambini, è stato anche un grande benefattore: ha corso circa 200 maratone per raccogliere fondi, racimolando decine di milioni di dollari in beneficenza soprattutto per cure mediche. Questo fatto spinse qualcuno a dargli le chiavi delle stanze di ospedale dove alcune vittime hanno raccontato di essere state abusate. Intanto Savile, per le sue opere filantropiche, veniva nominato cavaliere dalla Regina Elisabetta (nel 1971) e anche da Papa Giovanni Paolo II (Cavaliere dell'Ordine di San Gregorio Magno, nel 1990). Tra le prede del personaggio tv, il 63% erano donne, di cui il 18% sotto i 10 anni, e circa il 40% maschi, di cui il 10% minori di 10 anni. L'ultima aggressione risale a soli due anni prima della morte.

Redazione Online12 marzo 2013 | 4:20

Il sottotetto è di tutti: il condomino non può trasformarlo a suo piacimento

La Stampa


Cattura
L’utilizzo della cosa comune da parte del condomino non può alterare il rapporto di equilibrio tra tutti i comproprietari: il singolo non può mai attrarre la cosa comune o una parte di essa nella propria disponibilità sottraendola in tal modo alla possibilità di godimento degli altri condomini. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza 23448/12. Un condominio viene accusato di aver occupato abusivamente una porzione di sottotetto, separandola dalla restante parte con un tramezzo, aprendovi un lucernaio ed erigendovi un comignolo. La Corte d’appello dichiara che il sottotetto è da ritenersi di esclusiva proprietà del condominio, pertanto le opere eseguite dal condomino sono da demolire.

La questione è posta all’attenzione dei giudici di legittimità. Il ricorrente contesta anzitutto l’asserita condominialità del sottotetto, a suo dire affermata senza tener conto della CTU e della consulenza di parte; il giudice di appello avrebbe dovuto considerare le caratteristiche originarie del locale in oggetto e inoltre non avrebbe dovuto limitare la sua attenzione alla porzione di sottotetto sovrastante l’abitazione della ricorrente. A giudizio degli Ermellini, però, la Corte territoriale ha correttamente rilevato che il CTU aveva valorizzato solo alcuni elementi secondari, concludendo infine che il sottotetto non potesse avere altra destinazione che fungere da camera d’aria per gli appartamenti sottostanti.

Le risultanze fotografiche e della consulenza di parte mostrano invece che il locale assolveva anche alla funzione di accesso al tetto nonché di passaggio dei cavi delle antenne e degli sfiati delle cucine; date le sue caratteristiche, il sottotetto poteva anche essere usato da tutti i condomini come ripostiglio o stenditoio: l’altezza, infatti, non impediva il normale transito di una persona se non negli spazi prossimi alle parti spioventi né poteva ritenersi un inconveniente insuperabile la mancanza del massetto. Secondo la S.C. è evidente che tale valutazione ha riguardato il sottotetto globalmente considerato: le conclusioni riguardanti la sua natura comune sono state affermate avendo riguardo per le caratteristiche strutturali e funzionali unitariamente considerate.

Con una seconda censura, il ricorrente assume che i giudici di merito avrebbero erroneamente ritenuto che egli avesse alterato la destinazione del locale nella porzione occupata, restringendo la possibilità di uso del bene per gli altri condomini: da un lato, essendo il condomino proprietario anche della porzione di sottotetto sovrastante il suo appartamento, egli avrebbe agito nel suo pieno diritto; dall’altro non si comprende in che modo e in quale misura la trasformazione adottata comporterebbe pregiudizio per gli altri condomini.

Anche tale doglianza è tuttavia ritenuta infondata dagli Ermellini: ai sensi dell’art. 1102 c.c., infatti, sono legittimi sia l’utilizzazione della cosa comune da parte del singolo con modalità particolari e diverse rispetto alla sua normale destinazione, purché nel rispetto delle concorrenti utilizzazioni degli altri condomini, sia l’uso più intenso della cosa, purché non sia alterato il rapporto di equilibrio tra tutti i comproprietari: il singolo non può mai attrarre la cosa comune o una parte di essa nella propria disponibilità sottraendola in tal modo alla possibilità di godimento degli altri condomini, come è avvenuto invece nel caso di specie a causa delle modifiche apportate dal ricorrente al locale. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it