sabato 9 marzo 2013

Stop ai test sugli animali per i cosmetici

Corriere della sera

Il divieto scatta da lunedì in tutti i paesi europei. E da luglio su rossetti e creme etichette più chiare

Cattura
Stop ai testi dei prodotti cosmetici sugli animali. Il divieto scatta da lunedì 11 marzo e, entro l'estate, le aziende produttrici saranno obbligate a fornire informazioni più dettagliate sulle etichette circa la data di scadenza e l'eventuale presenza di ingredienti «nano», cioè di dimensioni inferiori ai 100 micron.

DIVIETO EUROPEO - È il nuovo regolamento approvato dall'Europa sui cosmetici. Da lunedì in tutti i paesi della Ue, sarà vietato vendere anche quei prodotti i cui ingredienti sono stati testati sugli animali in paesi extra europei. E dall'11 luglio le aziende di cosmesi dovranno indicare la scadenza dei prodotti con un nuovo simbolo grafico, una piccola clessidra. Inoltre sulle etichette dovrà essere indicata l'eventuale presenza di nanomateriali, ingredienti di dimensioni inferiori a 100 micron usati soprattutto nei prodotti solari.

GLI ANIMALISTI FESTEGGIANO - Una decisione europea che verrà festeggiata lunedì in piazza a Roma dalla Lav la Lega antivivisezione, che organizzerà una manifestazione alle 12 in piazza del Pantheon. In quella occasione la Lav chiederà anche al ministero della Salute di ritirare le autorizzazioni in deroga concesse alla ditta Menarini-Rtc di Pomezia per otto cani beagle in arrivo dal Belgio.

Redazione online9 marzo 2013 | 18:15

I grillini cercano i portavoce su Internet

La Stampa

Un bando on line per gli assistenti parlamentari: «Onesti e volenterosi con la laurea e conoscenze hi-tech»


Cattura
Assistenti parlamentari cercasi: il Movimento Cinque Stelle lancia il bando sul proprio sito. E lo fa con un post della capogruppo `pro tempore´ alla Camera, Roberta Lombardi. La selezione avverrà attraverso il vaglio dei curricula che giungeranno all’indirizzo curricula@cinquestelle.it. «Il 15 marzo entreremo nelle aule parlamentari...non lasciateci soli», è l’appello della cinquestelle: «Cerchiamo persone che vogliano aiutarci a far uscire dal buio questo Paese da affiancare ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Persone pulite, trasparenti e oneste, competenti e volenterose. Un Parlamento Pulito prima di tutto dall’assunzione degli assistenti e di coloro che lavoreranno con i gruppi. Sceglieremo i migliori tra i curricula che riceveremo, perché vogliamo svolgere un lavoro eccellente». 

Ma se gli eletti, durante l’assemblea romana, hanno potuto dichiararsi interessati a seguire le materie più disparate, anche solo in virtù di «una passione» o di «un interesse», ai candidati assistenti parlamentari si richiedono lauree e profonde conoscenze delle materie. Ad esempio, agli aspiranti assistenti legislativi viene richiesta una «laurea in materie giuridico-economiche con indirizzo pubblico, una profonda conoscenza del diritto costituzionale e diritto parlamentare». Perché, spiega Lombardi, «questa figura seguirà i Portavoce nel lavoro delle Commissioni, preparerà proposte di legge, atti normativi ad hoc, proposte di emendamenti e rapporti sul lavoro delle commissioni».

Gli assistenti alla segreteria organizzativa dovranno essere laureati «in materie giuridico-economiche con indirizzo pubblico o esperienza comparabile», ma anche possedere «una forte capacità organizzativa e di gestione delle criticità». Questo assistente, infatti, «seguirà i gruppi nell’organizzazione dell’agenda dei Portavoce per i lavori parlamentari e per la comunicazione con i cittadini e gli attivisti». Non viene naturalmente trascurata «la conoscenza dei principali applicativi software di scrittura, database e fogli di calcolo, ed è indispensabile un’ottima conoscenza di Internet, i principali social network e della posta elettronica».

Si cercano poi un «direttore amministrativo con laurea in economia ed esperienza pregressa di contabilità, gestione dei flussi di cassa e dei flussi con la banca» e un «revisore dei conti: iscritto all’albo, è responsabile del bilancio dei gruppi parlamentari in coordinamento con la società di revisione esterna». Dopo aver vagliato i curricula, dalla prossima settimana, cominceranno gli incontri: «Il tempo stringe, se vuoi candidarti per lavorare in Parlamento puoi mandare il tuo curriculum vitae a curricula@movimento5stelle.it», conclude Lombardi. 

In Africa le origini dell'uomo. Una mostra svela realtà e falsi miti

La Stampa

"Homo Sapiens": la storia delle origini della specie, della sua evoluzione e di come ha poco alla volta popolato e addomesticato tutto il pianeta

claudio bressani


Cattura
È il racconto affascinante della storia più bella di tutte: la nostra storia, quella dell’uomo, delle sue origini, della sua evoluzione, di come ha poco alla volta popolato e «addomesticato» tutto il pianeta. A ripercorrere questa avventura in modo nuovo, unendo il rigore scientifico a una grande capacità comunicativa che la rende adatta a tutti, dai bambini agli studiosi, è «Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana», mostra aperta da questo weekend a Novara, nelle sale del complesso monumentale del Broletto. Curata da Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, sarà visitabile fino al 30 giugno. Entro quella data a Novara sperano di superare i 100 mila visitatori per rinnovare il successo delle prime due tappe, a Roma e Trento, dove complessivamente è stata vista da oltre 300 mila persone.

Il Dna in comune con il moscerino
La mostra affronta l’evoluzione della specie in modo nuovo: al piano verticale, cronologico, quello a cui siamo abituati, intreccia il piano orizzontale, cioé geografico, grazie anche al contributo delle tavole cartografiche elaborate appositamente dalla De Agostini, che proprio a Novara è di casa. I più piccoli possono ammirare le ricostruzioni tridimensionali ed imparare divertendosi con le diverse installazioni interattive e multimediali, scoprendo ad esempio quanto siamo «parenti» di un moscerino della frutta o di una banana, con cui abbiamo rispettivamente il 44,2% e il 50,4% del Dna in comune. I più grandi, oltre ai tanti reperti, possono apprezzare i contenuti dei pannelli informativi, scritti con esemplare chiarezza.

Vengono «smontati» una serie di falsi miti, luoghi comuni che hanno vasta presa tra la gente. Ad esempio che gli uomini primitivi fossero tutti di bassa statura, che l’evoluzione della specie sia stata un processo lineare, che l’uomo di Neandertal fosse un nostro progenitore rozzo e un po’ tonto. Tra le tante diffuse convinzioni errate, ce n’è una invece assolutamente vera: veniamo dall’Africa. E infatti la prima delle quattro sezioni s’intitola appunto «Mal d’Africa», il continente in cui inizia la storia, fin da prima della nascita della nostra specie. Ad accogliere il visitatore c’è lo scheletro e la ricostruzione del Ragazzo del Turkana, da un fossile di 1,8 milioni di anni fa trovato a Laetoli, in Tanzania: in realtà un bambino di 9 anni, di cui sorprende la straordinaria altezza e le gambe lunghissime, che ne fanno una vera e propria macchina per camminare.

L'estinzione dell'uomo di Neandertal
In questo periodo si verifica la prima diaspora, alcuni dei nostri progenitori lasciano il Corno d’Africa e iniziano ad espandersi sulla terra, secondo due direttrici principali: una verso l’Europa, fino alla penisola iberica, l’altra verso l’Asia, riuscendo a raggiungere a piedi anche le attuali isole dell’Indonesia perché all’epoca il livello dei mari era di circa 80 metri più basso dell’attuale.  Nei vari posti i gruppi di ominidi s’insediano e iniziano il loro sviluppo autonomo. La seconda sezione, «La solitudine è un’invenzione recente», racconta la nascita, ancora in Africa, 200 mila anni fa, della nostra specie, l’Homo Sapiens, che inizia a sua volta ad espandersi nel mondo.

Dove arriva incontra i pronipoti della prima ondata migratoria: in Europa i Neandertal che, ha stabilito il Dna, avevano pelle bianca, capelli biondi o rossi e occhi azzurri. Questi ultimi, dunque, non sono i nostri antenati ma, semmai, dei lontani cugini. E non erano neanche così stupidi, avevano ad esempio sensibilità artistica, come dimostrano tanti ritrovamenti. Ma l’Homo Sapiens era superiore e quasi certamente, a lungo andare, dopo essersi anche incrociato con i Neandertal, è stato la causa della loro estinzione.

Cinque specie diverse sullo stesso pianeta
Per molti è una vera scoperta il fatto che in un periodo neanche tanto lontano, intorno a 40 mila anni fa, sulla terra la nostra specie ha convissuto con ben quattro diverse del genere Homo: il Neandertal appunto, l’Erectus, a Giava, il Floresiensis, nell’isola indonesiana di Flores, e una quinta specie i cui resti fossili sono stati da poco ritrovati in Siberia. Il Floresiensis era molto curioso: alto non più di un metro e con piedi enormi, sproporzionati. Si è estinto solo 12 mila anni fa. La nostra storia evolutiva non è dunque una linea retta ma un cespuglio, di cui l’Homo Sapiens è l’ultimo ramo rimasto.
Il pensiero astratto, l’arte, la musica
  La terza sezione, «I geni, i popoli, le lingue», racconta il grande balzo in avanti che abbiamo fatto dopo essere rimasti i soli uomini sulla terra: nascono il pensiero astratto, l’arte, la pittura, la scultura, la musica. Infine la quarta sezione, «Homo Sapiens la specie planetaria», illustra la colonizzazione di tutto il pianeta nel neolitico, quando l’uomo impara ad addomesticare la natura. La mostra si può visitare fino al 30 giugno tutti i giorni dalle 9 alle 19, tranne il lunedì quando apre alle 14, al Broletto di Novara, in via Rosselli 20. Biglietti a 9 euro (interi) e 7,5 (ridotti per over 65, under 26 e gruppi). Sotto i 6 anni e per i disabili è gratis. Le scolaresche pagano 4 euro. C’è anche una soluzione famiglia: due adulti e un figlio a 18 euro.


FOTOGALLERY


Al Broletto le testimonianze dell'Homo Sapiens

Corvette, appena nata già si spoglia: Stingray aperta, la prima volta in Europa

Il Messaggero

La famosa sportiva americana festeggia il compleanno svelando a Ginevra la versione cabrio della settima generazione. Il V8 di oltre 6 litri eroga 455 cv che spingono la due posti oltre i 300 km/h (0-100 in meno di 4 secondi).


Inconfondibilmente Corvette, una vera icona delle vetture sportive ame

GINEVRA - Per la nuova Chevrolet Corvette Stingray di settima generazione non c’è pace e, dopo il gran debutto al Salone di casa a Detroit, ecco già pronta la versione cabriolet chevedrà la prima volta i riflettori a Ginevra estendendo alla sua seconda patria i festeggiamenti per i 60 anni della sportiva americana per eccellenza.

Alla ricerca delle radici.
A fondare infatti la Chevrolet nel 1911 fu infatti lo svizzero Louis Chevrolet, una discendenza suggellata dal marchio a forma di croce e che rende la presentazione della versione cabrio della Stingray una piacevole opportunità oltre che un atto doveroso. Non a caso, anche il quartier generale di General Motors in Europa si trova nella Confederazione Elvetica, a Zurigo. Qui insomma, la storia conta e va onorata, soprattutto poi se si tratta di una scoperta.

Scoperta per tradizione.
Gli appassionati di Corvette sanno benissimo infatti che la prima generazione debuttò nel 1953 con carrozzeria aperta e tetto in tela. Dire dunque Corvette senza pensare alla versione dotata di tetto apribile è un vero controsenso, anzi anche la versione coupé e in un certo senso aperta poiché ha il tetto dotato della famosa T-Bar, ovvero con le due porzioni asportabili e riponibili nel bagagliaio. Se poi il tetto della nuova Corvette Cabrio sarà ancora in tela oppure sarà rigido come quello di una coupé-cabriolet, dalla Chevrolet non lo fanno sapere, ma la loro osservanza a certe tradizioni fa pensare che non ci saranno cedimenti alla moda. In ogni caso la struttura della Corvette – telaio in alluminio separato dalla carrozzeria in materiale composito – è ideale per ricavare una versione aperta perché non affida al tetto la porzione maggiore della propria rigidità strutturale che dunque non deve essere recuperata aggiungendo il peso dei rinforzi. Questo assicura anche per la cabrio un comportamento sportivo molto vicino alla coupé, anche grazie al peso ridotto.

Ancora small block.
In attesa di dati più completi anche per la coupé, saranno sicuramente confermati quelli relativi alla meccanica e al motore. Quest’ultimo è il nuovo V8 “small block” che, nonostante innovazioni come l’iniezione diretta, il variatore di fase e la disattivazione selettiva dei cilindri, mantiene la distribuzione con albero a camme centrale e 2 valvole per cilindro oltre che la cilindrata di 6,2 litri. Eroga 455 cv e 610 Nm di coppia inoltre è corredato, in alternativa al tradizionale cambio automatico a 6 rapporti, di una nuova trasmissione manuale a 7 rapporti in abbinamento con l’Active Rev Matching, un dispositivo che adatta il regime del motore durante le cambiate, sia quando si sale di marcia sia un scalata. Inedito per la Corvette anche il Driver Mode Selector che consente di selezionare 5 modalità di guida (Weather, Eco, Tour, Sport e Track) agendo su 12 parametri. Tra conferme e novità anche la plancia che, insieme all’head-up display presenta anche la strumentazione completamente digitale su schermo LCD.

Andare forte a buon mercato.
La Corvette coupé e cabrio dovrebbero avere prestazioni molto simili con una velocità massima superiore ai 300 km/h e un’accelerazione da 0-100 km/h inferiore ai 4 secondi a fronte di consumi inferiori del 10% rispetto a quelli attuali, dunque sotto la soglia di 9 litri/100 km. Arriveranno insieme sul mercato americano il prossimo settembre per affacciarsi poi in Europa già entro la fine dell’anno. Naturalmente il pezzo forte sarà il rapporto imbattibile tra prezzo di listino, efficienza, cavalli e prestazioni che potranno essere esaltate ancora di più con il pacchetto Z51 il quale integra il differenziale posteriore a controllo elettronico, la lubrificazione a carter secco e gli ammortizzatori magnetoreologici.

FOTOGALLERY

Chevrolet Corvette Stingray Convertibile



Chevrolet Corvette C7



Chevrolet Corvette Storiche



Chevrolet Corvette C7



Chevrolet Corvette 427



Chevrolet Corvette Z06 Centennial Edition

Conclave: solo a fine maggio monete sede vacante

La Stampa

vatican

Le immagini (fronte-retro) delle tre monete che il Vaticano coniera' per la Sede Vacante. Visti i tempi tecmici di produzione la serie di monete e' attesa per fine maggio. Si tratta di una moneta bimetallica da 2 euro (e' mostrata solo la faccia ''nazionale'' perche' l'altra e' quella comune a tutte le monete da 2 euro in circolazione in Europa), di una moneta d'argento da 5 euro e di una moneta d'oro da 10 euro. I simboli sono quelli tradizionali : lo stemma della Camera Apostolica e la colomba dello Spirito Santo.


123
45

La romana prigioniera a Salò: «Sto per morire»

Il Messaggero
di Laura Larcan

Ritrovate lettere inedite dell’amante di un capo dei partigiani


Cattura
ROMA - «Mammina cara, il giorno 4 sono stata fermata a P. e dopo due giorni di prigione mi portarono a C. per interrogarmi, ho detto tutto ciò che sapevo, che vuoi, volevano di più, ma per disgrazia il più importante non lo so, e perciò sono condannata a morire». Parole lucide e disincantate, devote agli affetti materni nel momento estremo di un addio.

DAL CARCERE DI SALO’
Era il 7 ottobre del 1944, e proprio con queste parole una giovane romana compone la sua «ultima» lettera in attesa di esecuzione da parte dei repubblichini di Salò. Una «voce» di donna di Roma, sullo sfondo della Seconda guerra mondiale, che emerge tra i documenti inediti del ’900 rinvenuti nei depositi dell’Archivio di Stato, e che oggi sarà presentata in occasione della Festa della Donna all’Archivio di corso Rinascimento. Una carta sconosciuta, emersa tra i faldoni degli atti dell’ultima guerra, che schiude una vicenda umana (di cui non possono essere pubblicati ancora i nomi perchè non sono scaduti i 70 anni dalla conclusione del processo). Insieme alla lettera alla madre, è stata rinvenuta anche la missiva all’amante, capo della resistenza. Come scrive ai suoi familiari, non le importa di essere condannata a morte, «muoio innocente». Ha avuto un amante scomodo e per questo «non c’è alcun perdono». E un passo ha colpito le ricercatrici, Marina Caffiero docente di Storia moderna dell’Università la Sapienza e Manola Ida Venzo dell’Archivio. «Mammina non maledire chi mi ha ucciso, è il loro dovere, anzi prego affinchè non debba più continuare la guerra».

MADRE E AMANTE
Cambiano i toni nella missiva al suo uomo: La «compassione» lascia il posto alla rabbia verso un compagno che non le è stato fedele: «Domani all’alba sarò fucilata, ma non m’importa. Per te certo era quello che aspettavi, così ti sei liberato dall’ostacolo infame della mia vita». La donna non sarà uccisa, però, dalle carte processuali si capisce che la condanna sarà trasformata in detenzione. «Queste lettere sono fonti che recano un rilevante apporto alla ricostruzione della storia generale del nostro paese - racconta Marina Caffiero - Durante la guerra, molte donne scelsero la via dell’opposizione al fascismo, esponendosi alla sorveglianza politica e all’arresto, costrette spesso ad espatriare.

Dopo l’8 settembre le donne furono direttamente impegnate nella Resistenza nei vari livelli dell’organizzazione clandestina, partecipando alle azioni armate o come staffette, o come fiancheggiatrici di mariti e fratelli, o nella cura dei feriti». Nella Resistenza, come scrisse Ada Gobetti, la donna fu presente ovunque: «Anche quelle non impegnate attivamente nella lotta armata misero in campo una resistenza civile combattendo una dura lotta per sopravvivere - evidenzia Manola Ida - Fu resistenza civile, quella di Teresa Gullace, la popolana romana che cade vittima del fuoco tedesco mentre insieme ad altre donne reclamava la liberazione dei propri uomini reclusi nel carcere di Regina Coeli.

La sua figura sarà immortalata da Anna Magnani in Roma città aperta». Insieme alle lettere della donna di Salò, l’Archivio offrirà oggi testimonianze di altre «voci» della Roma del conflitto. La denuncia di R. F. contro coloro che avevano segnalato ai tedeschi il nascondiglio di suo padre, ebreo, condannandolo così a morire nello sterminio delle Fosse Ardeatine.


Venerdì 08 Marzo 2013 - 12:30
Ultimo aggiornamento: 16:17

Giochi: Monopoli, 80 anni da record. Nuove versioni, c'è anche Google Maps

Il Messaggero
di Giacomo Perra


Cattura
ROMA - Ottant’anni e non sentirli: era il 7 marzo del 1933 e grazie all’intuito e alla scaltrezza di Charles Darrow, ingegnere di Philadelfia disoccupato a causa della Grande Depressione, negli Stati Uniti nasceva il Monopoli, il gioco da tavolo che ha stregato generazioni di ragazzi e che ancora oggi è uno dei passatempi preferiti di milioni di persone nel mondo. In realtà, a dire il vero, quella di Darrow era solo una versione riveduta e corretta: in America, infatti, il Monopoli circolava già dall’inizio del Ventesimo secolo, anche se molti non sembravano ricordarlo.

Il nome era diverso (si chiamava The Landlord’s Game) e a brevettarlo nel 1904 era stata tal Elizabeth Magie, coinvolta così tanto dalla teoria dell’imposta unica dell’economista Henry George da pensare di creare un gioco per farla conoscere meglio ai suoi compatrioti. Modificato leggermente e coperto da un nuovo copyright nel 1924, The Landlord’s Game divenne sempre più somigliante all’attuale Monopoli (incominciò a essere denominato Auction Monopoly) finché, dopo varie copiature e altrettanti cambiamenti alle regole, una delle sue tanti varianti giunse alla vista di Darrow che ne disegnò una nuova versione: fu la sua più grande fortuna.

Nel 1935, non prima di averlo commercializzato a sue spese in un grande magazzino di Philadelfia, l’ingegnere riuscì a cederlo alla Parker Brothers che, preoccupata di difendere il suo copyright, decise di acquistare anche i diritti di The Landlord’s Game e di Finance, un altro gioco simile venduto a partire dal 1932, che riportava sulla mitica plancia le vie della città di Indiana. La leggenda di Darrow inventore del board game più popolare dell’Universo durò fino agli anni Settanta quando, in seguito a una causa intentata dalla Parker Brothers a Ralph Anspach, creatore dell’anticapitalistico Anti-Monopoly, molti testimoni ricordarono di avere già giocato a Monopoli prima degli anni ’30. Nel frattempo Charles Darrow era morto, carico di denaro e di gloria. Otto decenni dopo la “sua” invenzione ha all’attivo più di un record ed è ancora indiscutibilmente al top: nel giorno del settantesimo anniversario la Hasbro, la multinazionale statunitense che produce il Monopoli dal 1991, stimò in 750 milioni il numero complessivo dei giocatori a partire dal 1935, anno del primo lancio ufficiale.

Fenomeno di costume esportato ormai in tutto il mondo ma bandito a Cuba e in Urss, almeno fino alla caduta del regime sovietico, per il suo profilo davvero poco in linea con il socialismo di Fidel e di Kruscev, in Italia arrivò nel 1936 per merito della Editrice Giochi e del suo fondatore, Emilio Ceretti, giornalista e impiegato della Mondadori che propose di tradurre e contestualizzare la toponomastica presente nella pubblicazione a stelle e strisce (a lui si devono, tra gli altri, i fortunati Parco della Vittoria e Viale dei Giardini). Ceretti, però, fu costretto dal regime fascista a italianizzare il marchio; dall’americano Monopoly (“monopolio” in italiano) si passò così al nostro Monopoli, plurale con l’accento sulla terzultima sillaba per non alterare la pronuncia inglese, nome cambiato nel 2009 per la scelta della Hasbro, divenuta distributrice nel nostro Paese, di imporre la denominazione originale.

Variazioni sul tema. Tra un’edizione e l’altra (non si contano quelle speciali, tra cui non si possono non citare l’”Euro”, commercializzata per omaggiare l’introduzione della moneta unica europea e la “150° d’Italia”, dedicata nel 2011 al centocinquantesimo anniversario della Repubblica italiana) il Monopoli ha dimostrato di sapersi tenere al passo coi tempi, anche tecnologicamente parlando: dal 9 settembre 2009 in rete è presente Monopoly City Streets, che utilizza le cartine di Google Maps al posto dei tradizionali quadrati con i nomi delle vie. Un segno delle mode che cambiano; a cambiare, però, non è mai stata la fantastica illusione di essere milionari per una sera: per questo il Monopoli è sempre il Monopoli, anche a ottant’anni di distanza.


Sabato 09 Marzo 2013 - 10:21

L’Enigma Pistorius e la disabilità: è giusto come la raccontiamo?

Corriere della sera

Screen 2012.7.16 15-24-55.7

di Claudio Arrigoni


Cattura
La vita futura di Oscar Pistorius la scriverà un giudice di un tribunale sudafricano. Quella passata, dalla sua storia alle imprese sportive paralimpiche e olimpiche alla questione giudiziaria, la potete leggere su “Enigma Pistorius – Ascesa e caduta dell’uomo che correva contro il destino”, in edicola da oggi insieme al Corriere della Sera. Una lettura che certamente aiuta a capire meglio perché la notizia di quel giorno di San Valentino abbia scosso il mondo. Non era solo quella di un atleta che, in circostanze pur da verificare, aveva sparato e ucciso la propria fidanzata. Era qualcosa di più: quell’uomo non era semplicemente uno sportivo, era diventato un simbolo.

Non riguardava un atleta sudafricano che aveva corso all’Olimpiade. Era un atleta del mondo. Trascendeva la propria nazionalità. Usciamo dall’Italia, Pistorius era di casa qui. Prima però chiarisco subito che la vera grande vittima è Reeva, la povera donna uccisa. Lo scrivo (anche se non dovrei, mi pare superfluo, come si può pensarla diversamente?) per evitare che qualcuno, come è successo e speriamo non accada, rimarchi il fatto che ci si dimentichi che è morta.

E’ solo che qui su InVisibili non affrontiamo il caso giudiziario (lo fa bene Michele Farina in “Enigma Pistorius”) e vogliamo porre qualche riflessione nata da quel che è accaduto. Fuori dall’Italia, allora. “E’ una tragedia per Oscar, è una tragedia per milioni di persone che guardavano a lui”: è l’opinione di Michael Sokolove, il reporter del New York Times che ha scritto su Pistorius un importante e documentato articolo per NY Times Magazine lo scorso, dopo essere stato da lui in Sudafrica. Milioni di persone: è vero. Viene da porsi qualche domanda sulla comunicazione, alla quale forse è impossibile dare una risposta. E anche quelle che si danno risentono di ciò che è successo.

1
Oscar Pistorius era prima di tutto un atleta. Con una caratteristica: la disabilità che gli giungeva da non avere la parte terminale delle gambe. Ha raggiunto risultati impensabili, che lo hanno posto un gradino sopra gli altri: un fenomeno. Forse anche di più. E’ stato descritto come una persona diversa dalle altre, non perché avesse una disabilità, ma perché era in grado di fare cose che altri non riescono a fare.

E, aggiungo, che altri probabilmente mai sarebbero riusciti a fare. Sono fra questi: dalla prima intervista che feci a Oscar nel 2004, sono il giornalista che più ha scritto su di lui. Una cosa comune nello sport: i grandi campioni vivono di questa luce. Ma perché nello scrivere e raccontare lo sport paralimpico ci si è adeguati al modello dello sport olimpico? Forse questo aspetto merita una riflessione. Non sto dando una risposta (è giusto/è sbagliato), perché non la ho. Solo portando un elemento di riflessione.

Capita che le persone con disabilità che mostrano di avere abilità vengano raffigurati come super uomini. In inglese hanno coniato un termine: Super Crip. Potremmo tradurlo in “Super Zoppi”, ma non è il significato letterale quello giusto. Per chiarire meglio cosa si intenda con queste parole, ecco cosa ne scrive Silvia Galimberti, giornalista, in una tesi di laurea dedicata alla comunicazione e al linguaggio partendo dall’esperienza paralimpica:

“Con il termine super-crip nella lingua anglosassone si intende la persona con disabilità che si conforma ai modelli dominanti, aspira alla cosiddetta “normalità” e, per fare ciò, agisce in maniera eroica. Deriva dal termine inglese cripple, che significa zoppo, utilizzato in accezione metaforica. Non esiste un’espressione equivalente in italiano: si potrebbe tradurre come ‘persona eroica con disabilità’ o ‘eroe della disabilità’ (disabled hero)”. Dobbiamo ripensare il modo in cui raccontiamo la disabilità e le sue storie?

Fra le varie riflessioni che ho letto sulla vicenda, questa viene da un blog femminista statunitense, non specifico quindi sulla disabilità: “Per raccontare della disabilità e di chi la vive, portiamo esempi che siano fonte di ispirazione o storie che ispirino sentimenti di pietà. I disabili non possono essere persone comuni, gente normali”. O ancora, Bad Cripple, uno dei bloggers americani “arrabbiati” sul modo in cui viene trattato il tema disabilità: “Abbiamo adorato Oscar Pistorius, Helen Keller, Franklin Roosevelt, Christopher Reeve e altri che hanno ‘superato’ una data disabilità. Si tratta di una cortina di fumo che oscura i veri ostacoli che incontrano ogni giorno le persone con disabilità”. Estremizzazioni, certo. Sulle quali vale la pena anche fermarsi a pensare.

La tragedia di Reeva umanizza Oscar Pistorius. Non cancella quello che ha fatto nel riconoscimento dello sport paralimpico, delle persone con disabilità, dei loro diritti. Saper scindere questi aspetti e umanizzare il simbolo: non è facile, ma è la strada giusta. Lo dobbiamo alle persone, milioni, che guardavano a lui.

Chavez, il caudillo amato dai radical chic

Marcello Veneziani - Gio, 07/03/2013 - 08:37

Non chiamatelo dittatore Hugo Chavez. Fu eletto a furor di popolo per quattro volte, non c'era clima poliziesco di terrore in Venezuela e non c'erano il carcere o i campi di concentramento per i suoi avversari


Non chiamatelo dittatore Hugo Chavez. Fu eletto a furor di popolo per quattro volte, non c'era clima poliziesco di terrore in Venezuela e non c'erano il carcere o i campi di concentramento per i suoi avversari.

Cattura
Anzi, quel che spaventa nel suo Venezuela è l'opposto, l'eccesso di insicurezza e corruzione, disordine e delinquenza.
In un fine settimana in cui mi trovai a Caracas, furono uccise per rapine e malavita un'ottantina di persone ed era la media stagionale. Per fare i tre metri dal taxi all'hotel era necessaria la scorta armata, e molti alberghi avevano porte sprangate e finestre con le grate anti-rapina. Il caos regnava sovrano ed era curiosa in tv la propaganda dei regimi altrui, come quello di Castro, che dittatore lo era. Però al pueblo e ai miserabili Hugo piaceva, ha dato loro casa e sanità, aiuti, scuole e amor patrio.

Che Chavez non piacesse agli Usa è noto e che magari avessero tentato di liberarsene è probabile, ma l'accusa che gli abbiano inoculato la malattia è un po' creativa. Serve a sostenere che il lìder maximo, di suo, è immortale anche se fa una vita sregolata; solo le forze oscure dell'imperialismo possono averlo ucciso, non il cancro. È curioso vedere quanto un lìder così pacchiano, che fu paracadutista e militarista, golpista e nazionalista, sia così amato da attori e intellettuali radical chic. Chavez non fu dittatore comunista, ma un caudillo populista che mixò nazionalismo, socialismo e folclore indio in salsa sudamericana. Un grillino? No, un grillone, anzi una cigarra (cicala).

L'ultimo saluto a due marinai del Monitor

Corriere della sera

La nave, prima corazzata della storia, affondò nel 1862 durante la Guerra civile americana. I resti sepolti nel cimitero di Arlington

Cattura
WASHINGTON - Battaglia, coraggio e inventiva. C’è tutto questo nella storia del Monitor, il battello corazzato nordista affondato nel 1862. E, venerdì 8 marzo, nel cimitero militare di Arlington (Washington), saranno sepolti due marinai dell’equipaggio. Un tributo postumo. I resti sono stati recuperati nel 2002 all’interno della torretta blindata e sono stati al centro di lunghe analisi nella speranza di identificarli. Gli esperti, dopo aver ricostruito i possibili volti, hanno indicato i nomi di due marinai come i probabili caduti. Uno potrebbe essere William Bryan, un emigrato scozzese arruolatosi con il Nord, l’altro Robert Williams. Ma ci vorrà ancora del tempo per averne la certezza.


L'equipaggio del Monitor: le due salme recuperate potrebbero essere quelle dei due marinai indicati dalle frecce rosse
L'equipaggio del Monitor: le due salme recuperate potrebbero essere quelle dei due marinai indicati dalle frecce rosse


PAGINA NUOVA - Il Monitor, durante la guerra di secessione americana, è stato protagonista della famosa battaglia di Hampton Roads - 8 marzo 1862 - contro la corazzata sudista Virginia, famosa perchè fu il primo scontro tra due navi blindate. Uno scontro feroce che ha aperto una pagina nuova nella storia della marineria militare. Qualche mese dopo l’unità nordista, famosa per il profilo basso e la torretta girevole, è affondata durante una tempesta davanti a Cape Hatteras, Carolina del Nord, zona nota per il mare burrascoso. Era il 31 dicembre del 1862.

ULTIMO SALUTO - A partire dagli anni ’90 sono state condotte diverse missioni che hanno portato al recupero di parte della nave. Quindi nel 2002 sono stati trovati i resti dei due marinai e altri oggetti. Oggi, finalmente, l’ultimo saluto ad Arlington. La cerimonia ricorda quanto è avvenuto nel 2004 con le spoglie dei marinai dell’Hunley, il sottomarino sudista affondato nel 1964 durante la prima e ultima missione. L’unità, che aveva un motore azionato a mano, riuscì a distruggere la nave nemica Housatonic ma poi affondò. I resti di otto marinai, dei quali è stato ricostruito il volto, sono stati sepolti a Charleston. twitter

Guido Olimpio
@guidoolimpio8 marzo 2013 | 20:23