mercoledì 6 marzo 2013

Carne di cavallo anche nel Ragù Star

Corriere della sera

Sequestrate 300mila confezioni. L'azienda: usata carne macinata congelata proveniente dalla Romania


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MILANO - Dopo le lasagne Findus, i ravioli e i tortellini Buitoni e le polpette dell'Ikea, è la volta del Ragù Star. Anche lì è stata trovata carne di cavallo non dichiarata in etichetta. Lo fa sapere il Ministero della Salute, dopo che alcuni tipi di ragù sono risultati positivi agli esami del Dna per la presenza di carne equina. L'azienda aveva già bloccato i prodotti per dei controlli interni e aveva avviato il ritiro dal mercato delle confezioni.

I PRODOTTI - Si tratta di quattro sughi: il Gran Ragù con verdure (lotto LH 044 - scadenza 13.02.2016), il Ragù Bolognese (lotto LH 045 - scadenza 14.02.2016), il Gran Ragù Classico (lotto LH 035 - scadenza 04.02.2016) e il Gran Ragù Classico (lotto LH 032 - scadenza 01.02.2016). Tutti prodotti dalla Star Stabilimento Alimentare Spa di Agrate Brianza. I carabinieri del Nas hanno sequestrato 300mila confezioni per violazione dell'articolo 515 del c.p. (frode commerciale) e stanno procedendo agli accertamenti sulla filiera. Nei Ragù sotto accusa - secondo l'azienda - sono state utilizzate partite di carne macinata congelata proveniente dalla Romania e acquistate dal fornitore francese GEL ALPES di Saint Maurice - Manosque, già posto sotto attenzione da parte delle autorità transalpine.

 

Video : cavallo trovata in alcuni ragù

 

Redazione Salute Online6 marzo 2013 | 18:45

L'ultima crociata del sindaco di New York stop alla musica troppo alta degli Mp3

Il Mattino


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NEW YORK - Michael Bloomberg, il sindaco di New York, vuole che i suoi concittadini ci sentano forte e chiaro e si prepara ad una nuova battaglia, quella contro la musica troppo alta ascoltata dai newyorkesi dai loro iPod e iPhone. Nonostante il suo terzo mandato sia in scadenza a fine anno, l'attivissimo primo cittadino della Grande Mela non è per nulla intenzionato a starsene con le mani in mano. Così, dopo essere passato alla storia per le sue crociate contro fumo, il cibo 'spazzaturà e le bibite extralarge, ora è la volta della musica a volume troppo alto ascoltata con cuffie e cuffiette.

Il New York Post rivela che una squadra dell'assessorato alla Sanità sta per lanciare una campagna sui social media per mettere in guardia i giovani sul rischio di perdere l'udito se il volume supera un certo limite. La campagna da 250mila dollari sarà finanziata attraverso il fondo per la salute pubblica. Secondo gli esperti, il volume degli mp3 raggiunge i 115 decibel contro una soglia di 85 considerata «di sicurezza». Dal 1988 al 2006 la perdita di udito tra gli adolescenti negli Stati Uniti è aumentata del 30%, secondo i dati pubblicati da una recente inchiesta ufficiale.

mercoledì 6 marzo 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 18:06

Il movimento 5 Stelle e quell'uso (a bassa tecnologia) della Rete

Corriere della sera

Il Movimento comunica su Internet con un blog e un sito di 12 anni fa Ma evita le interazioni del «web 2.0»

Si continua a ripetere che all'origine della vittoria del Movimento 5 Stelle ci sia un uso sapiente dalla Rete, affermazione significativa dell'arretratezza tecnologica dell'Italia. Il successo di Beppe Grillo nasce e si consolida sul blog, strumento che - pur nella sua resistenza - appartiene a una fase iniziale di Internet. Dal 2005 - anno di fondazione di www.beppegrillo.it - a oggi, mentre il web si adattava alle dinamiche di scambio e interazione tipiche dei social network, il blog è rimasto fedele a se stesso, diventando contenitore dei temi caldi del movimento e - per usare le parole del docente di Harvard Cass Sunstein - «cassa di risonanza» delle opinioni dei suoi lettori.

Invece di aprirsi alle diversità e al confronto - caratteristiche imprescindibili del web sociale - il Movimento 5 Stelle si è chiuso a doppia mandata nell'universo del leader. Il progetto di Grillo e Casaleggio ricorda quello dei colossi del web Google e Facebook, che lavorano per creare una dimensione esclusiva di navigazione online dove tutta l'attività dell'utente si svolge dentro il perimetro del mondo di valori, idee, contenuti e servizi costruito su misura per lui.

Su Twitter, il popolare social da 140 caratteri, lo stesso Grillo - che ha più di un milione di follower - segue quasi esclusivamente esponenti del Movimento che, a loro volta, lo usano per comunicare in maniera unidirezionale e creare una contrapposizione tra Noi - il movimento - e Loro - tutti quelli che non ne fanno parte. La strategia 5 Stelle su Internet, lungi dall'essere centrifuga, trasparente, conflittuale e diffusa - come la Rete stessa è -, finisce con l'essere centripeta e partigiana: con un centro che diffonde i messaggi senza rispondere a critiche e commenti.

In un'intervista-video a Blogosfere Roberto Casaleggio, cofondatore del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato che sogna di disegnare una piattaforma stile Reddit, il sito di social news che permette ai lettori di votare gli articoli migliori, costruendo così una propria gerarchia dell'informazione. Se realizzato, il progetto porterebbe a un ulteriore passo avanti nella «cinquestellizzazione» del web.

L'approccio a «bassa tecnologia» del movimento, esploso lunedì durante la prima assemblea romana quando - dopo un'ora - è caduta la connessione della diretta video, si ritrova nella scelta degli strumenti: da Meetup, sito del 2001 che consente di organizzare incontri tra gli iscritti, alla piattaforma per raccogliere voti e proposte, in fase di perenne sperimentazione. La prima app ufficiale è stata lanciata agli inizi di febbraio e, puntando su giochi tipo «la classifica del migliore attivista», rischia di essere più uno strumento di marketing virale che un tool per organizzare il lavoro.

Alle Parlamentarie indette per selezionare i candidati del Movimento hanno partecipato 20 mila utenti. Meno degli abitanti di Pompei. Certo, Internet ha rappresentato un potente mezzo per organizzare gli attivisti e Casaleggio è, al momento, l'unico ideologo da cui aspettarsi sorprese sul versante della tecnologia e dell'innovazione. Ma, come insegna l'esperienza di Barack Obama, usare la Rete significa innanzitutto rispettare la sua natura: aperta, fluida, trasparente. L'opposto di quanto accade oggi in casa 5 Stelle.

Serena Danna
serena_danna 6 marzo 2013 | 12:25

Tra Gasparri e Del Val, fu eletto papa Ratti

La Stampa

vatican

1922 il Conclave della svolta che riavvicinò il Vaticano verso l’Italia

Marco Tosatti
Roma

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E’ stato il più lungo e difficile Conclave del secolo scorso; per certi versi analogo a quello che ha visto stretti in un abbraccio mortale Siri e Benelli nel 1978, e da cui poi è uscito il papa polacco. I duellanti si chiamavano, in questo caso, Rafael Merry del Val, spagnolo, e Pietro Gasparri.

Il conclave si aprì il 2 febbraio del 1922, ma a dispetto dell’ampliamento del Collegio cardinalizio voluto e praticato da Benedetto XVI, gli effetti di questa misura si fecero sentire solo parzialmente. Sette porporati americani non riuscirono a giungere entro i dieci giorni del tempo di attesa (viaggiavano per nave) e questo fa capire meglio anche le regole successive, di ampliamento a quindici e venti giorni del termine ultimo per entrare in Conclave.

Per la prima volta in vari secoli ci fu la concreta possibilità che sul soglio di Pietro salisse un non-italiano, eventualità che però si sarebbe avverata solo sessantasei anni più tardi.
Il 3 febbraio si ebbe il primo scrutinio, esplorativo: Rafael Merry del Val fu subito in testa con 12 voti, seguito da Pietro Maffi con 10, Pietro Gasparri con 8, Achille Ratti con 5, Pietro La Fontaine, patriarca di Venezia con 4, e Willem Marinus van Rossum con 4.

Ma nel corso dei giorni il duello si modificò: non più Merry del Val contro Gasparri, ma Gasaprri, in vantaggio, contro La Fontaine, 22. Uno stallo. Ma intanto saliva Achille Ratti, arcivescovo di Milano, con 27 voti. Secondo il cardinale Friedrich Gustav Piffl, Gaetano De Lai, nemico di Gasparri, quando si accorse che l'elezione di Merry del Val era ormai impossibile, avrebbe avvicinato Achille Ratti promettendogli i voti del proprio gruppo se egli, una volta papa, non avesse scelto Gasparri quale suo segretario di stato.

Infine il 6 febbraio avvenne la svolta: gli elettori di La Fontaine di fronte alla situazione di impasse votarono Ratti, che divenne così Pio XI. E come primo gesto, senza neanche attendere un giorno, confermò Pietro Gasparri come Segretario di Stato. Ma un altro gesto fu importantissimo, perché dette un segnale importante al mondo della politica e della diplomazia. Un prelato della Casa pontificia, dopo la fumata bianca, comunicò a quelli che aspettavano in San Pietro che il Papa avrebbe impartito la sua prima benedizione dalla loggia esterna della basilica.

L’ultima volta che un pontefice aveva compiuto questo atto era stato nel 1846, all’elezione di Pio IX. Le campane di San Pietro cominciarono a suonare a distesa, e il loro canto fu ripreso subito da tutte le chiese di Roma. Il pontefice stesso aveva comunicato la sua intenzione al Collegio subito dopo l’elezione. Voleva rivolgersi, simbolicamente, a Roma e all’Italia, “potenza occupante” oltre che al mondo intero, per fare capire che i tempi erano maturi per la riconciliazione che sarebbe avvenuta sette anni più tardi. Grazie al cardinale Friedrich Gustav Piffl, che ha tenuto un diario dei conclavi del 1922 e del 1914, sappiamo molte cose.

Piffl aveva ordinato che il diario fosse bruciato alla sua morte; come spesso accade, l’ordine non fu eseguito, e uno studioso Max Liebmann poté pubblicarlo. Da questo sappiamo che al quattordicesimo scrutinio la situazione fu la seguente: Achille Ratti, 42 voti (eletto papa). Pietro La Fontaine, 9 voti. Camillo Laurenti, 2 voti.Gaetano De Lai, 1 voto.

Il compagno Pisapia licenzia la ballerina che critica la Scala

Luca Fazzo - Mer, 06/03/2013 - 07:44

Allontanata per aver scritto un libro-denuncia sull'anoressia: il tribunale dà ragione al teatro. E il sindaco non si oppone

Milano - Nella città più democratica e tollerante d'Italia, c'è una giovane donna che ha perso il posto di lavoro per avere espresso le sue opinioni in un libro.


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C'è un sindaco che siede al vertice dell'azienda che ha licenziato la donna. E c'è un tribunale che solo tra un mese - a più di un anno dal licenziamento - dovrà prendere la decisione definitiva: ma già adesso un giudice dello stesso tribunale ha scritto in una ordinanza che secondo lui hanno fatto bene a licenziare il lavoratore. Tra poco più di un mese ci sarà la causa vera e propria. E anche se la donna licenziata giustamente non ha perso le speranze e la voglia di battersi, si può essere ragionevolmente pessimisti.

È questa la conclusione cui si avvia la vicenda di Mariafrancesca Garritano, ballerina della Scala, licenziata in tronco dal glorioso teatro per avere osato scrivere in un libro che l'anoressia è una piaga che infesta i corpi di ballo. La verità, vi prego, sulla danza, era il titolo del libro. Oltre a stime allarmanti sulla diffusione della malattia (una danzatrice su cinque, diceva) forniva un ritratto impietoso dei rapporti umani e di lavoro dietro i sipari: «Storie di corruzione, di minacce e di compromessi, per mantenere il proprio posto sul palco». Di fronte a queste accuse, il mondo ufficiale della danza aveva reagito in modo sdegnato, ma dalla «base» si erano levate molte voci a sostegno della ballerina e del suo pamphlet.

Questo non aveva impedito che la direzione della Scala passasse alle maniere forti: licenziamento in tronco per motivi disciplinari. Che un teatro pubblico cacciasse su due piedi un suo dipendente reo di avere manifestato il suo pensiero era sembrato abbastanza singolare. Ma c'era la speranza che ad aggiustare le cose arrivasse il massimo esponente dell'ente scaligero: il presidente della Scala, che per statuto è il sindaco di Milano. Cioè Giuliano Pisapia, uno da sempre schierato dalla parte dei lavoratori. Ma Pisapia si limitò a una battuta anodina nell'imminenza dei fatti: «Ho letto sui giornali del licenziamento e nel prossimo consiglio di amministrazione porrò il problema, mi informerò. Io so per certo che la Scala su questo tema è molto attenta». Poi più niente.

La Scala è andata avanti per la sua strada, schierando il suo poderoso ufficio legale a sostegno del licenziamento. La Garritano è a spasso. Ha scritto a Pisapia per sottoporgli la proposta di un progetto preparato insieme all'Università Statale sulle difficoltà nutrizionali dei ballerini: «Ma non mi ha neanche risposto». La danzatrice sperava nella sentenza. Ma dal giudice arriva l'ordinanza che dà ragione al teatro, perché le sue affermazioni avrebbero avuto un impatto «di oggettiva gravità» sull'immagine della Scala.

La Garritano non ha smesso di danzare. Con la Provincia di Milano sta lavorando al progetto «Mi nutro di arte» proprio sul tema dell'anoressia, e andrà in scena il 15 marzo al teatro Leonardo nell'ambito della Giornata del fiocco lilla. Ma non ha smesso di sperare che prima della prossima udienza la Scala e il Comune di Milano ci ripensino, e riconoscano che anche il dissenso ha il diritto di ballare sulle punte.

Mirafiori: 70 anni fa rivolta operaia Lo sciopero che portò alla Resistenza

La Stampa

La protesta in una città piegata dai bombardamenti e dalla fame: 164 operai furono arrestati
marina cassi


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Settant’anni fa a Torino - in una città la cui classe operaia mai è stata fascista, piegata dai bombardamenti, dalla fame, dalla paura - si verificò «il primo atto di resistenza di massa di un popolo assoggettato a un regime fascista autoctono» come lo storico inglese Tim Mason ha definito gli scioperi del marzo del ’43.

Identità collettiva
Nell’immediato dopoguerra quel moto diventerà mito e monumento. Ma sicuramente - come ha analizzato Claudio Pavone - «sotto un regime interno che aveva nella sua storia e nella sua ispirazione più profonda il divieto dello sciopero gli scioperi esaltano il carattere di affermazione della identità collettiva, di strumento di liberazione, di scoperta dell’azione diretta». La storia del loro svolgimento è stata narrata all’infinito da testimoni diretti come Umberto Massola - che di quei giorni diverrà l’esegeta anche con il suo libro «Marzo’43, ore 10» - Leo Lanfranco, Vito Damico e tanti altri ed è tuttora ammantata da un velo di leggenda. Lo sciopero viene fissato per venerdì 5 marzo 1943: la sospensione del lavoro deve avvenire alle 10, al suono, come ogni giorno, della sirena d’allarme. 

La sirena non suona
Ma nel cuore industriale della città, a Mirafiori, la sirena non suona perchè la direzione è stata preavvertita. Ma il contrattempo non ferma la lotta. All’officina 19 la fermata parte comunque pochi minuti dopo. Nel settore aeronautico della Fiat Augusto Bazzani racconta: «Il segnale non è azionato, ma gli operai smettono di lavorare e vanno verso l’uscita. Il caporeparto li richiama, non è degnato neppure di uno sguardo». E alla Fispa Carlo Peletto narra: «Noi abbiamo scioperare l’8 marzo. Non avevamo la sirena; si decise che il segnale lo avrei dato io fermando il mio tornio e girandomi verso i compagni di lavoro. Fermai le macchine, mi girai e incrociai in un sol colpo gli occhi di tutti che mi puntavano: dopo pochi secondi tutte le macchine erano ferme».

Un evento simbolico
In realtà - come ricordano molti storici - la grande capacità dell’organizzazione comunista fu quella di veicolare in città la notizia della riuscita della manifestazione di Mirafiori, simbolo della resistenza operaia, tanto che il lunedì successivo, 8 marzo, lo sciopero riprese e si diffuse in gran parte delle fabbriche torinesi. E poi come per osmosi raggiunse il resto del Piemonte e arrivò a Milano. Come ricorda Roberto Finzi nel suo libro «Marzo 1943 - Un seme della Repubblica fondata sul lavoro» (Clueb, Bologna) quell’anno è un anno si svolta: il 2 febbraio i sovietici vincono a Stalingrado, il 9 febbraio gli americani a Guadalcanal. Le sorti della guerra «si invertono in Europa come in Oriente».

La caduta del fascismo
E per l’Italia sarà l’anno della caduta del fascismo, dell’invasione nazista, della repubblica di Salò. E della nascita della Resistenza di cui sicuramente gli scioperi del marzo - che dureranno fino a metà mese e coinvolgeranno secondo una ovvia stima per difetto del regime 40 mila operai - sono l’inizio. Gli operai chiedono una indennità di carovita e il pagamento a tutti delle 192 ore di sfollamento. Rivendicazioni economiche che si intrecciano ormai alla ripulsa della guerra e del fascismo. Un intreccio di spontaneità e di organizzazione comunista come analizzato da Claudio Dellavalle. Scioperi che vengono pagati com 164 arresti e 37 deferiti al tribunale speciale. Ma il fascismo ha ormai imboccato la sua lunga agonia. 

Il centro ufologico mediterraneo «Foto di un Ufo a Villaggio Coppola»

Il Mattino


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CASERTA - Un nuovo avvistamento di un Ufo segnalato dal Cufom, il centro ufologico mediterraneo, diretto da Angelo Carannante. Stavolta lo scenario è Pineta Grande a Castel Volturno. «Certo - dice Carannante - quando il testimone ha visto la foto è rimasto a bocca aperta. Parliamo dell'ufo di Castelvolturno, un oggetto volante non identificato che un uomo ha immortalato nei cieli di Coppola Pinetamare, cioè al Villaggio Coppola, frazione del comune di Castelvolturno in provincia di Caserta.

Non perdendosi d'animo ha contattato il Centro Ufologico Mediterraneo (C.UFO.M.), i cui membri hanno giudicato la foto senz'altro molto interessante ed il caso certamente da indagare. Nella fotografia si vede la punta di un ufo che, rapportato agli edifici circostanti, appare decisamente enorme. Si sono valutate tutte le opzioni: dal dirigibile, alla mongolfiera, dall'aquilone, alla cabina di un elicottero che magari si scorgeva solo per una parte, fino ad arrivare addirittura a qualche difetto fotografico o anche ad un volatile.

Tutte le ipotesi citate sembrano non reggere. Le indagini sono riassunte sul sito www.centroufologicomediterraneo.it con una meticolosa analisi della foto del socio Carmine Silvestri supportato da Biagio Fusco e da cui si può accedere a "Cufomchannel" di youtube dove è postato un video trailer con un sottofondo musicale della socia Paola Tascione. Il filmato mostra suggestive immagini.

Sul citato sito è disponibile nella sezione “avvistamenti online” anche un report di tutti gli avvistamenti pervenuti al CUFOM con immagini inedite. Il testimone è persona degna della massima stima e ha l'hobby della fotografia. Quest’ultima è stata giudicata autentica, per cui l'oggetto giallo che si vede continua a restare un ufo. Novità in merito ad eventuali novità sul caso saranno comunicate tempestivamente.

Questo nuovo avvistamento è uno dei più interessanti del 2013.
Il CUFOM resta aperto ad eventuali soluzioni del caso e sta tutt’ora, vista la grande qualità dell’avvistamento, ma anche per mero scrupolo d’indagine, effettuando tramite suoi inquirenti verifiche sul posto dell’avvistamento per dirimere altri dubbi su modi e tempi della foto che immortala l’ufo».


martedì 5 marzo 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: mercoledì 6 marzo 2013 09:09

Polillo: "Il fascismo fece cose positive, Mussolini bene fino al 1935"

Sergio Rame - Mer, 06/03/2013 - 17:18

Il sottosegretario all'Economia: "Mussolini governò bene fino al 1935". E sulle leggi razziali: "Sono la conseguenza dell'alleanza con la Germania"

Dopo le parole di Silvio Berlusconi su Benito Mussolini, lo scorso 27 gennaio giorno della Memoria, e le frasi sul "fascismo buono" di Roberta Lombardi, neo capogruppo del Movimento 5 Stelle a Montecitorio, oggi tocca a Gianfranco Polillo, sottosegretario uscente al ministero dell’Economia, affrontare il tema spiegando che, durante il Ventennio fascista, sono state attuate numerose riforme positive per il Paese.


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Ospite del programma di Radio2 Un giorno da pecora, Polilo ha dato il suo giudizio su quanto fatto dal Duce. "Ricordate che diceva Togliatti del fascismo? - ha chiesto il sottosegretario all'Economia - diceva che c’era un controllo del governo autoritario, però c’era un grande consenso nel paese. Se lo diceva Togliatti...". Polillo ha infatti sottolineato come il fascismo abbia avuto un impatto positivo per gli italiani, soprattutto nei primi anni di governo Mussolini. "Come tutti i governi ha fatto delle cose bene e delle cose sbagliate", ha continuato segnando come spartiacque il 1935 ed entrando nel merito delle misure positive attuate da Mussolini. "Per esempio, si è inserito in tutta quella che è stata l’elaborazione politica degli anni Trenta: Roosvelt, il keynesismo - ha spiegato - ha creato le basi del welfare in Italia, questa è stata una cosa estremamente positiva". E ancora: "Ha favorito il processo di conversione industriale, ha avuto una grande attenzione a quelli che erano gli aspetti del futurismo, che non era solo arte ma anche scienza".
 

Per Polillo, invece, "le cose disastrose sono state l’entrata in guerra con la Germania, la sottovalutazione e il non aver capito quella che era la forza dell’America". Per quanto riguarda le leggi razziali, a detta del sottosegretario all'Economia, è tutto "consequenziale all’alleanza con la Germania". Insomma, per Polillo alcune cose positive sono state fatte, poi il negativo "è iniziato intorno al 1935".

Gli oracoli di Beppe

Paolo Bracalini - Mer, 06/03/2013 - 07:48

I grillini parlano col contagocce ai giornalisti, ma dai Fo a Becchi spuntano i mediatori che interpretano il Verbo del movimento. Il leader però scarica i gli ambasciatori

Siccome parlano o troppo chiaro come Grillo («facce di culo siete morti viventi») o troppo poco come Casaleggio che, come il Ferribotte dei Soliti ignoti, tende al mutismo («ma ogni parola è una sentenza»), qui servono gli interpreti, i traduttori istantanei, i mediatori culturali tra noi, che ancora non abbiamo capito niente, e loro che sono troppo avanti.


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Mettici poi che in Italia si sprecano le medaglie d'oro nel salto sul carro del vincitore, ed ecco spuntare da ogni angolo i portavoce dei portavoce del Movimento cinque stelle, persino in Rai, dove anche l'usciere è entrato grazie ai partiti (quelli morti), figuriamoci i giornalisti. Un campionario cultural-umano interessante, che varia dallo scienziato vagamente pazzo all'economista alternativo, dai Fo padre e figlio al blogger complottista fino all'ultimo esegeta del Verbo grillino, il Cappellaio matto.

Costui è un cantante di Roma, già fondatore di un «meet up» del movimento (non chiamatelo sezione o circolo) che a In Onda ha fatto venire i brividi a Paolo Mieli rispondendo, ovviamente sempre «a titolo personale», al domandone della settimana: ma Grillo si alleerà con la sinistra? Il Cappellaio matto assicura di no, e il perché lo ha illustrato anche in strofe, chitarra in mano: «Se ti aspetti dei risvolti/ non contarci caro mio/sono tutti la stessa salsa/ e non lo dico solo io/tra banchieri e grandi manager/ con sorrisi irriverenti/ scavan fosse assai profonde/ dove buttare noi perdenti». Poi c'è Claudio Messora, professione «blogger» o «influencer». Anche lui legge gli aruspici di Grillo-Casaleggio, formulando nuovi assetti istituzionali («Il premier Monti potrebbe andare in prorogatio e il peso delle riforme passerebbe al Parlamento che...»).

A onor del vero questa cosa della prorogatio arriva da un altro esegeta del Movimento, il professor Paolo Becchi, filosofo del diritto, barba lunga modello Platone, anche lui ligure come il Maestro, un testimone di Genova del credo grillino, un po' sopra le righe (alla Zanzara disse: «Se incontro Monti gli sputo in faccia. Ci vuole la rivoluzione anche con le armi»). Becchi viene intervistato per avere lumi su cosa farà Grillo e cosa è meglio che facciano Napolitano e l'Ue. Il filosofo Becchi si è incaricato di trovare la soluzione, per parte M5S, al nodo istituzionale.

È semplice, spiega Becchi, basta mandare avanti «il governo dimissionario in prorogatio per gli affari correnti mentre i partiti inscenano uno o più tentativi di mandato esplorativo aprendo le consultazioni per un tempo indeterminato». Il problema è che non sappiamo se sia il pensiero di Grillo e Casaleggio, perché gli interpreti parlano per loro, ma loro zitti (anche se Grillo ha già fiutato i furbi, fulminati da un post: «Leggo e ascolto con stupore presunti “esperti” discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S. Queste persone sono ovviamente libere di farlo, ma solo a titolo personale. I contributi sono sempre bene accetti, ma non l'utilizzo del M5S per promuovere sé stessi»).

Poi ci sono i Fo, padre e figlio. Dario Fo, candidato da Grillo al Quirinale, da dieci giorni fa da addetto stampa al comico, annunciando la decisione di fare un governo col Pd, anzi no, ma «credo che il dialogo sia ancora possibile». Il figlio, Jacopo Fo, invece interviene a sprazzi, quando il Nobel ha da fare, tipo ieri che ha difeso la capogruppo M5S per la gaffe sul fascismo («Dice una cosa condivisibile, il fascismo all'inizio era altra cosa e poi ha degenerato»), e già che c'è ha proposto una cattedra di Economia al Maestro Grillo.

Tuttavia l'economista di fiducia c'è già, si chiama Mauro Gallegati, studia l'abolizione del contante e a differenza di Stiglitz pare abbia davvero rapporti con Grillo. Diverso il caso dei giornalisti «grillologi», come Andrea Scanzi del Fatto, che ha raccontato il Grillo politico (la biografia per Rizzoli Ve lo do io Beppe Grillo) e la galassia M5S in tempi non sospetti. Ma ben altri autonominati portavoce del M5S e grillologi dell'ultima ora sono in fermento, per rilasciare un'intervista e spiegarci il significato recondito dietro a quel «faccia di culo sei uno zombie», facilmente equivocabile. Perché Grillo e Casaleggio non parlano, loro sì e anche parecchio.



M5S a Palazzo: il decalogo anti dolce vita

Tutti i privilegi e i simboli del potere da evitare per non omologarsi alla casta

Fabrizio De Feo - Mer, 06/03/2013 - 07:48


Roma - Schiena dritta e ferma resistenza contro la dolce vita romana. Guardia alta contro i richiami e le tentazioni del potere. Orecchie tappate contro le sirene e le seduzioni di Sua Maestà, il Privilegio.
Per i 163 marziani grillini approdati in Parlamento è già iniziata l'operazione «salviamoci l'anima». La truppa parlamentare del M5S sa benissimo di essere nel mirino, di essere chiamata a una prova delicatissima: incarnare una discontinuità sostanziale e formale rispetto al passato. Un compito costellato di trappole e di esami quotidiani per una avanguardia inesperta. Qual è allora il codice di condotta, il vademecum da adottare per dribblare le pozzanghere e le macchie d'olio che hanno fatto scivolare tutti i grandi moralizzatori alternatisi in Parlamento? Considerato che la prima grande prova dell'abbattimento della retribuzione non è risultata gloriosa (grazie ai rimborsi viaggeranno a più di 10mila euro netti mensili) qualche suggerimento potrebbe essere utile.

Il primo consiglio è guardarsi dall'assumere parenti, mogli, mariti (o amanti) come assistenti parlamentari. Una prassi diffusa su cui sono caduti in molti in passato. Il secondo è la scelta attenta dell'abitazione. I grillini sarebbero orientati ad adottare il «co-housing» - la coabitazione allargata - evitando il centro e dirigendosi verso il quartiere di San Giovanni. Di certo nella riunione romana si è parlato di monitoraggio di soluzioni low cost. Qualcuno, però, con aria disincantata è pronto a fare il conto alla rovescia per verificare quanto ci metteranno ad approdare all'Hotel Nazionale, accanto a Montecitorio. Terzo consiglio: la scelta dei ristoranti. Per i nuovi arrivati è buona regola evitare i luoghi simbolo della Prima Repubblica, quindi «il Bolognese», «Fortunato», «I due ladroni».

Ma anche quelli gettonati dai parlamentari della Seconda come «l'Assunta Madre», «ilSanLorenzo», il ristorante di Filippo La Mantia all'Hotel Majestic, «l'Imàgo» dell'Hotel Hassler o «l'Osteria del Sostegno». Il quarto consiglio, banale e già fin troppo rispettato, è quello di non fidarsi troppo dei giornalisti (ma anche di non maltrattarli troppo perché i riflettori puntati, si sa, hanno autonomia limitata). Così come - quinto punto - è bene non concedersi troppo a foto di gruppo in piano bar e simili, come lo scandalo Lazio insegna.

La sesta raccomandazione ha un sapore pleonastico-retrò: evitare la frase «sono un parlamentare della Repubblica» in luoghi pubblici. Lo sberleffo romano - grillino, leghista o comunista che tu sia - è sempre in agguato. Il settimo consiglio riguarda la mobilità. Scegliete i mezzi pubblici, la bici o l'auto ma in quest'ultimo caso evitate di lasciarla in seconda fila su Piazza Montecitorio. L'ottavo consiglio è quello di rinunciare a farvi spuntare i capelli nella Barberia low cost dietro l'aula, additata ormai a simbolo della casta. Nono comandamento: scegliete una banca diversa dalla filiale di Montecitorio del Banco di Napoli e rifuggite dalle condizioni di favore concesse. Infine, al decimo posto, il vademecum della sobrietà consiglia un gesto davvero rivoluzionario: mettere mano al portafoglio per andare allo stadio. Piccoli accorgimenti per evitare di diventare casta. Almeno in tempi più brevi del previsto.



Quei guru travolti dai marziani a 5 stelle

Lo scouting è cominciato, ma non è quello di Bersani. È altro. È quello dei custodi della "cultura ufficiale"

Vittorio Macioce - Mer, 06/03/2013 - 07:47


Lo scouting è cominciato, ma non è quello di Bersani. È altro. È quello dei custodi della «cultura ufficiale», l'unico sacro libro con cui leggere il mondo. Non ci possono essere variazioni, sfumature, strade laterali. Non ci sono cani sciolti, viandanti solitari, non c'è cittadinanza per chi viaggia in direzione ostinata e contraria. È stato sempre così, certo. Ma adesso sembra peggio. È questa cappa grigia che ti sommerge di silenzio o ti sbatte fuori se non onori quei libri, quei miti, quei personaggi, quella storia.

Se scantoni spuntano i sacerdoti, i censori, gli ottimati del mos maiorum, e ti puntano il dito sui giornali, si sdegnano in tv, ti inseguono con i loro tweet di massa, si indignano, si stracciano le vesti gridando bestemmia, smacchiano il tuo nome. Questo accade se non pensi come prescrive il libro sacro. Ora sulla scena sono arrivati i parlamentari del Movimento cinque stelle. Nessuno sa bene chi sono.

La cosa più facile è raccontare come marziani, con le loro presentazioni da alcolisti anonimi, preoccupandosi se per andare a Montecitorio si mettono la cravatta oppure no, ridendo del loro spaesamento, ma soprattutto cercando di capire che schiatta sono, guardandoli in faccia uno ad uno per valutare se sono digeribili oppure no, se stanno tra i santi o tra gli assassini, a chi stringere la mano e chi marchiare con una lettera d'infamia.

Non saranno tutti barbari, pensano i sacerdoti. Ecco. Facciamo lo scouting: lei sommersa, tu salvato. Questo accade ogni volta che sulla scena appaiono gli uomini nuovi. È storia antica. L'aristocrazia dei senatori romani muoveva con disprezzo l'angolo della bocca allo stesso modo. Il motivo è sempre lo stesso: non mi fido. Non mi fido perché disorienti il mio mondo, perché metti a rischio certe gerarchie ben stabilite, perché sgomenti le certezze su cui hanno costruito la vita. È la paura di tutti i conservatori.

È accaduto, quasi per contrappasso, che negli ultimi trent'anni i più irriducibili conservatori siano gli stessi che da giovani si scamiciavano da rivoluzionari. E hanno trasmesso questa religione ai loro figli, nipoti, parenti, amici, discepoli. La cosa peggiore è che con gli anni hanno perso la capacità di leggere i mutamenti. Vivono una retrovita, dove tutto ciò che vale la pena di onorare è successo più o meno mezzo secolo fa. Il dubbio ogni tanto è che i marziani siano loro.

È gente che va in giro con mappe e navigatori satellitari vecchi. Si perdono e non sanno perché. Martedì si sono accorti di Roberta Lombardi, capogruppo alla Camera dei cinquestelle. Sul suo blog hanno letto un commento sul fascismo. «Prima che degenerasse il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Si riferiva al fascismo delle origini, al programma del '19, al sansepolcrismo. Qui, da libertario, non cambia molto.

Non esiste un fascismo buono e uno cattivo. Quel programma «rivoluzionario» è più rosso che nero, ma ha la stessa vocazione illiberale. Il fascismo arriva al potere con la violenza e non grazie all'altissimo senso dello Stato, certo. Però basta davvero un frammento di discorso sulla storia per lapidare una persona? Seriamente. Basta un commento? Pietro Nenni nel 1919 fonda i Fasci di Bologna e scrive sul Popolo d'Italia. Fascista anche lui? O qualcosa nel '21 è cambiato? La realtà è che dei cinquestelle sappiamo poco o nulla e forse prima di dare verdetti dovremmo aspettare e del fascismo ancora si fa fatica a parlare. Chi lo tocca senza precauzioni finisce a testa in giù.

Chi non lo fa lavorare è peggio di Giannino

Vittorio Feltri - Mar, 05/03/2013 - 14:24

L'ex leader di "Fare" l'ha fatta grossa. Ora vuol tornare a Radio 24, ma il Cdr si oppone per la falsa laurea.  Cioè un titolo inutile

Oscar Giannino condannato alla disoccupazione dai colleghi: è una notizia che non può essere sepolta sotto uno strato di indifferenza. Per comprenderla, occorre darle un contorno.


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Il giornalista, noto per la preparazione in campo economico e per l'abbigliamento eccentrico, prima di partecipare alla campagna elettorale, e per vari anni, aveva condotto un programma di successo (su Radio24, emittente collegata al quotidiano Il Sole 24 Ore) intitolato Nove in punto. Dal quale si era momentaneamente sospeso per impegni appunto politici. Sappiamo come l'esperienza partitica di Giannino si sia conclusa con un nulla di fatto, poiché la lista Fare per fermare il declino non ha superato alla Camera lo sbarramento del 4 per cento. Per cui Oscar ha chiesto all'editore il reintegro in radio, pronto a riprendere la trasmissione che aveva consolidato la sua popolarità.

Il quale editore, sentito il parere favorevole del direttore, ha risposto positivamente.
Ma c'è un ma. Appreso del ritorno al microfono del collega, i signori del Comitato di redazione (sindacato interno all'azienda) si sono opposti, scrivendo un comunicato per dire che l'iniziativa è da bocciare per motivi di opportunità. Qui bisogna interpretare e, quindi, ricordare la spiacevole vicenda del master e delle lauree millantate dal valente commentatore. In effetti, a questa roba allude il Cdr, e allora serve parlare chiaro.

Tutto ciò che si può rimproverare al millantatore è di non avere detto la verità a proposito del suo curriculum. Grave? Per un aspirante politico, sì. Gravissimo. Se un parlamentare in pectore comincia a mentire prim'ancora d'essere eletto, c'è il rischio che ci prenda gusto e seguiti a raccontare balle anche nell'esercizio delle funzioni pubbliche. Qualora polemizzasse con Silvio Berlusconi, non sarebbe credibile.

Invece, un giornalista collaudato che ha ottenuto ascolti importanti, ha scritto centinaia di articoli (improntati ad autorevolezza), ha ricevuto applausi da esperti economisti, è stato giudicato abile e arruolato dai lettori di parecchie testate (per le opere, e non per i pezzi di carta) non merita ostracismo solo perché si è compiaciuto di attribuirsi titoli accademici mai conseguiti. Addirittura, bandirlo dalla categoria degli scribi, poi, è assurdo, crudele e controproducente: in fondo la bravata di Giannino, se valutata freddamente, e non sulla base dei soliti luoghi comuni moralistici, è un peccato veniale. Non è una tragedia, bensì una guasconata.

Impedire a quest'uomo geniale di lavorare e di guadagnarsi con onestà la pagnotta, come fa da decenni, è una mascalzonata sindacale. Se inoltre l'editore e il direttore si piegano alla volontà perfida del Cdr, le mascalzonate diventano due. D'altronde, se gli alberi si giudicano dai frutti, le persone si giudicano dalle opere: e quelle di Oscar sono di cospicuo spessore scientifico e culturale. Non buttiamole al macero. Sarebbe un'ingiustizia. Chissenefrega delle lauree.

Mi domando piuttosto perché Giannino tenesse tanto a dire che ne possedeva un paio. Anche se le avesse avute davvero, che cosa avrebbero aggiunto alla sua preparazione? Nulla. Come nulla gli toglie il fatto di non averne neanche mezza. Un tipo fuori dagli schemi banali del conformismo, quale lui è, non necessita di pergamene per essere se stesso, un personaggio. Forse lui non lo sa, eventualmente glielo dico io: gli autodidatti che hanno contribuito a migliorare l'umanità sono numerosi, specialmente in Italia, e spesso hanno mutato il corso della storia.

Gli fornisco qualche esempio che lo solleverà da un gratuito senso di inferiorità, ammesso che ne soffra. Guglielmo Marconi, che ha cambiato il mondo, non era neanche diplomato. Benedetto Croce, l'ultimo (dopo Giovanni Gentile) filosofo di cui andiamo orgogliosi, l'università la vide col binocolo. Gabriele d'Annunzio, idem. Eugenio Montale, premio Nobel, era ragioniere, mai messo piede in facoltà. Salvatore Quasimodo, altro Nobel, perito, zero lauree. Grazia Deledda, Nobel anch'essa, terza media.

Alberto Moravia, quinta ginnasio. Italo Svevo, l'unico scrittore di respiro internazionale (come Joyce e Proust), perito contabile: studiò in Austria. Credo sia sufficiente per rincuorarti, caro Oscar, ma potrei proseguire nell'elencazione. Lo dico a te, ma lo dico soprattutto ai sindacalisti che ti osteggiano per inesistenti motivi di opportunità, e lo dico ai tuoi editore e direttore. Piantiamola lì con questa sciocchezza dei certificati di studio che interessano solo chi, non sapendo fare niente, li deve esibire per darsi arie di sapere tutto.

Celentano: «Ecco perché Grillo ha vinto»

Corriere della sera

La storia di una bimba affetta da una malattia degenerativa e il blocco delle cure che la tengono in vita
di ADRIANO CELENTANO


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«Signor ministro Balduzzi del ministero della Salute, l'altra sera ho avuto modo di vedere il programma Le Iene e ho provato un senso di schifo e di vergogna nel sentire, sullo sfondo di una sua foto, il freddo comportamento da lei espresso attraverso il filo del telefono, dove era chiaro che lei facesse finta di non sentire colui che dall'altra parte del filo, il bravissimo Giulio Golia, tentava con ogni mezzo di stanarla dalla finzione. Ma lei niente da fare».

Marco Occhipinti, autore e giornalista del programma Le Iene , aveva dato a Golia l'incarico di indagare sulla drammatica storia della piccola Sofia, una bambina di tre anni affetta da una malattia degenerativa che la sta portando alla morte in seguito a un atto scellerato da parte del pm Guariniello e del ministero della Salute che, in modo ancor più degenerativo della malattia stessa, ha bloccato l'UNICA cura in grado di migliorare le condizioni della piccola Sofia.

Vengono chiamate «cure compassionevoli» del metodo Stamina, messo a punto dal professor Davide Vannoni che da qualche anno somministra cure con le cellule «staminali adulte» in casi disperati come quelli di Sofia. E lo fa presso una struttura pubblica all'avanguardia: gli Spedali Civili di Brescia. Le «cure compassionevoli» sono terapie non ancora sperimentate a sufficienza, ma che la legge consente quando non ci sono altre cure possibili riconosciute. In seguito a una inchiesta del pm di Torino, il ministero della Salute blocca le CURE compassionevoli perché ritenute potenzialmente pericolose.

Ma nonostante il blocco del ministero della Salute, i giudici di tutta Italia, in più di 20 casi, consentono le «cure compassionevoli» con le staminali del metodo Vannoni. Così, dopo aver vinto i ricorsi, bambini affetti dalla stessa malattia ricevono le infusioni di cellule staminali e cominciano a stare meglio. Ma questo purtroppo non vale per Sofia: dopo la prima infusione, il tribunale di Firenze, nonostante il parere contrario della maggioranza dei giudici, ha ritenuto di bloccare le altre quattro che Sofia avrebbe dovuto assumere. Il blocco delle «cure compassionevoli» può avere conseguenze davvero drammatiche.

«A 25 giorni circa dalla diagnosi di cecità assoluta e paralisi totale, circa 40 giorni dopo l'infusione - raccontano la madre e il padre della bambina - Sofia smette di vomitare (accadeva anche 10 volte al giorno) e comincia a muovere le braccia. Migliora nella deglutizione - continua la madre - il che ci faceva ben sperare di toglierle l'alimentazione forzata per via endovenosa. L'oculista che l'ha rivisitata ha riscontrato un improvviso miglioramento dell'attività pupillare oltre al fatto straordinario - aggiunge il padre - di ricominciare ad evacuare da sola, cosa che non accadeva ormai da circa un anno e mezzo».

«All'inizio di febbraio - continua implorante la madre - Sofia non ha potuto assumere la seconda infusione e così alcuni dei miglioramenti, soprattutto la deglutizione che è particolarmente importante per la sua sopravvivenza e anche il vomito, hanno ricominciato a peggiorare». Golia non si dà pace. Fa un altro tentativo. Rifà il numero del «ministero della Salute» e una voce, che non è il ministro Balduzzi, dal tono quasi seccato e tuttavia apprezzabile, se non altro per non aver finto, sostiene che «il ministro della Salute non parla perché ci sono delle indagini in corso». «Indagini - dice la madre di Sofia - che durano da quattro anni. Uno stallo che se durasse ancora solo qualche mese, temo che non ci sarà più bisogno di chiedere aiuto». Mi domando se le Iene, quelle «VERE», non siano alla Sanità. E se non saranno storie come questa uno dei tanti motivi per cui Grillo ha vinto.

Domani pubblicheremo un intervento della Fondazione Telethon sulla vicenda

6 marzo 2013 | 8:10

La crisi Rcs e l'acquisto di Recoletos Come abbattere un bilancio in utile

Corriere della sera

L'operazione che fece sborsare al gruppo italiano 1,1 miliardi

La prossima riunione del Consiglio di amministrazione di Rcs Media Group è fissata per l’8 marzo. In quella occasione i consiglieri saranno chiamati a discutere, tra l’altro, di aumento di capitale, indebitamento ed equilibri finanziari. Il Comitato di redazione, con l’aiuto dei giornalisti del Corriere della Sera, ritiene utile raccontare alle lettrici e ai lettori l’operazione Recoletos, cioè la storia dell’acquisizione che ha portato l’indebitamento di RcsMediaGroup a circa 880 milioni di euro. Una montagna di debiti che rischia di soffocare ogni piano di rilancio e che, dunque, rende urgente e indifferibile un adeguato aumento di capitale. Fino al 2006 il gruppo Rcs era una società in attivo, con un utile netto di 219 milioni e indebitamento praticamente zero. E’ in quel momento che prende forma il progetto di acquisire il gruppo spagnolo Recoletos, che pure non sembrava certo una «magnifica preda».

OPPORTUNITA' - La società spagnola era controllata dall’inglese Pearson, (casa editrice del Financial Times) che, già nel dicembre 2004 era in cerca di compratori. Ma Recoletos rappresentava un’opportunità per una parte della finanza iberica e italiana. L’idea era di rilevare un’azienda con 272 milioni di euro di debiti, rifarle il make-up e rivenderla a qualche gruppo in salute realizzando una grossa plusvalenza. In prima battuta Recoletos fu comprata dalla finanziaria Retos Cartera, il cui azionariato era così composto: il fondo di private equity americano Providence (25.5%); Financial Retos Partners (23.18%); Solter Investments (12.5%); Mercapital (7.5%); Investindustrial (5%) di Andrea Bonomi (ora consigliere di amministrazione Rcs); KutXa (5%); Caja Navarra (5%); Sociedad de administracion de valores immobiliarios (2.32%) e il gruppo bancario Banesto (2%). Un'altra quota, pari al 12% circa del capitale, era in mano al finanziere Jaime Castellanos (presidente di Lazard Spagna) e a Joaquin Guell, allora direttore finanziario di Recoletos e oggi vicepresidente di Lazard Spagna.

«POTENZIALMENTE ILLIQUIDA» - Un rapporto della European Equity Research del gruppo Santander (15 dicembre 2004) significativamente intitolato Bye Bye Recoletos, che recava in copertina l’indicazione «Accept Bid», («Accettare l’offerta»), segnalava che il prezzo pagato dal veicolo di investimento Retos Cartera, 941 milioni di euro, implicava già un rialzo del 19% rispetto ai valori di mercato precedenti. Il documento, inoltre, suggeriva di accettare l'offerta di Retos Cartera, poiché non c’erano «offerte alternative». Infine, il rapporto definiva Recoletos una società «potenzialmente illiquida». Perché allora Retos Cartera voleva acquisirla? Evidentemente l’obiettivo era rivenderla con una plusvalenza. Retos Cartera comprò a fine 2004 per 743 milioni di euro il 79% di Recoletos (941 il valore presunto del 100%), quindi la maggioranza assoluta del gruppo spagnolo, che Rcs acquisirà nel 2007 a 1,1 miliardi per il 100% con un perimetro aziendale ridotto (non c’è la testata free press Què).

PREZZI ELEVATI - La Rcs, dunque, con una scelta discutibile, versa 1,1 miliardi per acquistare il 100% di una società, quando per il controllo naturalmente basta il 51%. Già nel 2003 Rcs aveva deciso di aumentare la quota nel quotidiano El Mundo (in cui era presente dal 1999) salendo dal 52% all’82%, grazie all’acquisto di un ulteriore 30% del capitale dal finanziere Jaime Castellanos, pagando un prezzo molto più alto rispetto a quello sostenuto dallo stesso Castellanos. L’advisor di Castellanos fu la finanziaria Lazard Italia, guidata da Gerardo Braggiotti, ex direttore di Mediobanca. Castellanos e Braggiotti, due figure che ritroveremo nell’operazione Recoletos.

(La storia continua nel prossimo comunicato)
Il Comitato di Redazione5 marzo 2013 (modifica il 6 marzo 2013)

Giorgio Bocca testimone dell'ultima condanna a morte in Italia

Enrico Silvestri - Dom, 03/03/2013 - 19:50

Il famoso giornalista fu uno dei pochi testimoni della fucilazione di Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D'Ignoti. Colpevoli di aver ucciso 10 persone durante una rapina, vennero giustiziati all'alba del 4 marzo a Torino. Fu l'unica sentenza di quell'anno poiché il 1° gennaio la nuova Costituzione cancellava la pena capitale.

Poligono militare delle Basse di Stura, periferia di Torino, il funzionario di polizia abbassa il braccio, trentasei moschetti fanno fuoco all'unisono. A pochi passi, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D'Ignoti cadono fulminati dalla scarica.


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Solo le 7.41 del 4 marzo 1947 è l'ultima condanna capitale della storia italiana, la pena di morte infatti sarà definitivamente cancellata dalla Costituzione che entrerà in vigore il 1° gennaio dell'anno dopo. E proprio in previsione di questa scadenza, nel corso del 1947 tute le condanne a morte erano state sospese. Eccetto quella di La Barbera, Puleo e D'Ignoti, il loro crimine era stato troppo orribile, il Paese troppo scosso. E la loro domanda di grazia fu inevitabilmente respinta dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola.

Il 20 novembre del 1945 i tre, insieme a un quarto complice, Pietro Lala alias Francesco Saporito, avevano infatti massacrato con feroce determinazione dieci persone, colpite a bastonate e gettate ancora vive in un pozzo per un lunga agonia. Una rapina che fruttò ai quattro 100mila lire, qualche gioiello e dei salami che i quattro divorarono per strada dopo il colpo. Dopo qualche incertezza iniziale, le indagini imboccarono la pista giusta e permisero ai carabinieri di arrestare tre dei quattro assassini: Lala-Saporito, l'organizzatore del colpo, era già morto, ucciso in un regolamento dei conti.

Nel dopo guerra Lala, pregiudicato di 21 anni, nato Mezzojuso in provincia di Palermo, sta battendo in lungo e largo il Piemonte in cerca di lavoro. Trova un impiego stagionale nell'azienda colonica di Villarbasse, in provincia di Torino, di proprietà dell'avvocato Massimo Gianoli, 65 anni. Scoperto come l'uomo sia più che benestante, e solito tenere grosse somme in casa, convince tre compaesani, D'Ignoti, 31 anni, Puleo, 32, e La Barbera, 36, ad assaltare l'abitazione. Qui vengono sorpresi oltre a Gianoli l'affittuario Antonio Ferrero e sua moglie Anna, Renato Morra, genero dei Ferrero, il bracciante Marcellino Gastaldi, le domestiche Teresa Delfino, Rosa Martinoli e Rosina Maffiotto.

A loro si aggiungeranno successivamente Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, mariti di Maffiotto e Martinoli, arrivati a cercare le donne che tardavano a tornare a casa. La moglie di Renato Morra, Annina, invece si salverà perché in ospedale a Rivoli, dove ha appena dato alla luce un bambino. La strage è scatenata inconsapevolmente da Teresa Delfino che riconosce Lala nonostante sia mascherato e gli urla in faccia il suo nome. Da qui la mattanza da cui si salva solo un bimbo di tre anni, il figlio del fittavolo, che non poteva certo capire cosa stesse succedendo. A una a una le vittime vengono portate in cantina, tramortite con un bastone e gettate nella cisterna piena d'acqua.

La sparizione delle dieci persone non può certo passare inosservata, si cerca ovunque, si battono le campagne e finalmente il 28 novembre i loro corpi non vengono scoperti nella cisterna. Dopo quattro mesi di indagini, e una serie di arresti ingiustificati tra cui il fratello di Renato Morra e un ex partigiano noto per il suo carattere violento, i carabinieri guidati dal giovane sottotenente Armando Losco risalgono al D'Ignoti. I militari trovano infatti i resti di una tessera annonaria con il numero ancora leggibile da cui risalgono al suo nome. Rintracciato a Torino, l'uomo confessa e fa i nomi dei tre complici, nel frattempo riparati in Sicilia. Uno però è già morto, è Lala, ucciso in circostanza mai completamente chiarite, con ogni probabilità un regolamento di conti tra balordi.

In attesa del processo i tre vengono rinchiusi prima al carcere di Venaria Reale, poi alla «Nuove» di Torino. Il 5 luglio 1946 si conclude il dibattimento: condanna a morte, pena confermata dalla Cassazione il 29 novembre. Ormai si tratta di sbrigare le ultime formalità e fissare l'esecuzione, prevista ormai per i primi del 1947. Ma in quell'anno tutte le condanne a morte di fatto sono sospese, l'Assemblea Costituente sta redigendo la nuova Costituzione italiana che abolirà la pena di morte. Il delitto dei tre balordi era stato però troppo efferato e aveva particolarmente scosso l'opinione pubblica. Per cui quando sul tavolo del presidente della Repubblica giunge la domanda di grazia, De Nicola non esita a respingerla.

All'alba del 4 marzo 1947 Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti escono dalle loro celle accompagnati dal cappellano militare. Arrivati al poligono di Basse di Stura, vengono fatti sedere a cavalcioni su tre sedie, bendati, legati mani e piedi, la schiena rivolta al plotone d'esecuzione. A qualche passo di distanza 36 poliziotti armati di moschetto, 18 dei quali caricati a salve in modo che nessuno sappia se veramente ha ucciso. D'Ignoti mormora le preghiere, gli altri fumano l'ultima sigaretta. Nessun ordine viene dato alla voce, ma al cenno dell'ufficiale gli agenti si dispongono in doppia fila a sei metri di distanza.

Prima che venga dato il segnale La Barbera e Puleo avrebbero anche gridato «Viva la Sicilia, via Finocchiaro Aprile», per la cronaca famoso leader del movimento separatista isolano. Poi l'ufficiale abbassa il braccio e parte la scarica. I tre, fulminati, ciondolano senza vita dalle sedie, mentre il sacerdote passa a chiudere loro gli occhi. Ai giornalisti accreditati il compito di raccontare gli ultimi atti di vita degli assassini. Tra loro un ragazzo poco più che ventenne, un certo Giorgio Bocca, redattore della Gazzetta del Popolo di Torino.

Ritrovato in Afghanistan un soldato Urss, era disperso da 33 anni

Corriere della sera

Le associazioni dei reduci di guerra russe sostengono che vi siano più di 200 soldati sovietici ancora dispersi nel Paese
 CatturaL'incredibile scoperta è avvenuta casualmente qualche giorno fa, ma è stata comunicata solo martedì da Eson Khasanov, presidente della sezione regionale di Samarcanda dell'Associazione Uzbeka dei reduci di guerra. Proprio dalla leggendaria città situata lungo l'antica «Via della seta» proviene Bakhritdin Khakimov, soldato del 101esimo reggimento di fanteria di stanza nella provincia occidentale di Herat, in Afghanistan.

LA VICENDA - Nel 1980, poco tempo dopo l'inizio della campagna sovietica nel Paese, Khakimov venne gravemente ferito durante uno scontro a fuoco e pur essendo un nemico fu subito soccorso da alcuni autoctoni. Nonostante le gravi condizioni, il soldato riuscì a guarire grazie alla cure di un anziano capo tribù locale, esperto erborista. In seguito Khakimov, che da quel momento in poi si fece chiamare Sheikh Abdullah, decise di seguire le orme del suo salvatore diventando lui stesso un erborista e vivendo da semi-nomade in Afghanistan fino ai nostri giorni.

L'Associazione Uzbeka dei reduci di guerra ha condotto le ricerche per anni fino a quando, qualche giorno fa, Khakimov è stato riconosciuto in una foto dal fratello. Sarebbe stato infatti impossibile identificarlo altrimenti, poiché l'uomo era sprovvisto di qualsiasi documento. Dopo 33 anni, dunque, l'ex soldato sovietico verrà accolto nella sua «nuova» patria: l'Uzbekistan, un Paese che alla sua partenza non esisteva. Al suo arrivo però sarà presente solo il fratello, essendo i genitori e la moglie morti da tempo.

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ALTRI DISPERSI - Le varie associazioni dei reduci della guerra in Afghanistan sostengono che vi siano più di 200 soldati sovietici ancora dispersi nel Paese, metà dei quali russi. Fino ad ora ne sono stati trovati 29, sette dei quali hanno preferito rimanere a vivere sul posto. Ma le ricerche continuano.


Silvio Majorino5 marzo 2013 | 21:10

Giordano: "E' il re della Casta. I sette motivi per cui si deve vergognare"

Libero

Dai 31mila euro al mese tra pensione e vitalizio, ai mancati tagli e fino all'orribile trasmissione in televisione

di Mario Giordano



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Giuliano Amato dice che lui non fa parte della Casta. Che è un po’ come se Toro Seduto dicesse che non fa parte degli indiani Sioux. O come se Paperino dicesse che a Paperopoli lui non c’è mai stato. Che ci volete fare? La spudoratezza ormai non ha più limiti e dunque ieri mattina ci è toccato anche questo: abbiamo letto una sentita missiva del dottor Sottile a Repubblica, in cui  il medesimo si lamenta perché il Paese non  viene scosso da fremiti di entusiasmo all’idea di un suo possibile ritorno a Palazzo Chigi.

Naturalmente lui non aspira a nessun governo (per carità, ci mancherebbe), naturalmente lui non sogna nessuna poltrona (per carità, si sa che da Craxi in poi ha passato una vita a disdegnarle tutte), però ecco ci rimane male perché, nel sollevare qualche dubbio sulla sua nuova ascesa, osano dire che lui fa parte della casta. Ma come si permettono? Lo sanno tutti che ha lavorato per una vita alle fonderie Breda, lo sanno tutti che non ha mai avuto non dico un’auto blu, ma nemmeno un taxi pagato dai contribuenti, lo sanno tutti che nei palazzi del potere non è entrato nemmeno col mocho vileda per fare le pulizie. E dunque non potrebbe essere la giusta risposta al grillismo? Non potrebbe rappresentare il nuovo che avanza in politica? Non potrebbe diventare il volto giovane e autorevole capace di interpretare il cambiamento istituzionale?

Questo è quello che lui pensa, e per l’amore del cielo, noi ne prendiamo atto: è chiaro che ognuno può illudersi come vuole. Giuliano Amato può anche credere di essere affascinante come George Clooney, televisivamente efficace come Bonolis e più veloce di Usain Bolt nei cento metri piani. Però c’è un limite a tutto, anche all’autostima. E all’illusione. Siccome noi, in fondo, in questi anni ci siamo affezionati a Giulianetto nostro perché i soldi in banca nessuno è mai stato in grado di portarceli via come ha fatto lui, nottetempo e  sorridendo, vorremmo dargli una mano. Che possiamo farci? Siamo buoni. Abbiamo visto che rivolge un appello a tutti noi, suoi devoti seguaci: «Non faccio parte della casta, ditemi perché dovrei vergognarmi», domanda. E dunque non possiamo trattenerci dall’aiutarlo. Dobbiamo rispondergli.  Scusate, ma è più forte di noi.

Ecco dunque in sintesi almeno 7 motivi per cui Giuliano Amato dovrebbe vergognarsi:

a) Dovrebbe vergognarsi perché prende 31mila euro al mese fra pensione Inpdap (22mila euro) e vitalizio da parlamentare (9mila euro) come finalmente ammette lui stesso nella medesima lettera;
b) Dovrebbe vergognarsi ancor di più perché quei 31mila euro al mese di pensione li prende dopo aver selvaggiamente tagliato le pensioni agli italiani;
c) Dovrebbe vergognarsi perché è stato il principale consigliere economico e politico di Craxi e non si è mai accorto dello sfascio e dei furti della prima Repubblica (forse dormiva?), salvo poi tradire Bettino all’ultimo;
d) Dovrebbe vergognarsi perché da sempre fa parte della classe dirigente che negli ultimi decenni ha consentito l’esplosione dei costi della politica e degli annessi privilegi;
e) Dovrebbe vergognarsi perché nonostante questo, nel 2012 è stato nominato da Monti consulente per i tagli ai costi della politica e non ha fatto nulla per tagliarli davvero;
f) Dovrebbe vergognarsi perché negli ultimi mesi si è fatto dare uno spazio Rai (pagato dai contribuenti) e ha mandato in onda una delle trasmissioni più brutte che siano mai state viste in Tv;
g) Dovrebbe vergognarsi perché uno che è stato due volte presidente del Consiglio, due volte ministro del Tesoro, una volta ministro dell’Intero e presidente dell’Authority del mercato non può dire «non faccio parte della casta».

Ce ne sarebbero anche altri di punti, ma non vogliamo esagerare. Speriamo che sia sufficiente per convincere Amato che, con tutto il rispetto per  il nonno muratore, il professor Lavagna suo maestro e la American Academy of Arts and Sciences, forse ecco, come segno di novità in politica la sua candidatura alla presidenza del Consiglio o, peggio mi sento, alla presidenza della Repubblica non è quel che si dice una grande idea. Per carità: è bello sentirsi sempre giovani dentro, è bello avere una così alta concezione di sé da superare gli ostacoli dell’evidenza, però, come dicevamo, non bisogna esagerare. Perché oltre un certo limite si smette di essere ridicoli e si diventa patetici.

Per altro, ci sia permessa un’ultima notazione: nella sua lettera a Repubblica Amato, dopo aver ammesso di prendere 31mila euro al mese di pensione,  sostiene di sentirsi a posto con la coscienza perché 9mila li gira a una comunità di assistenza. Bene: siccome gli vogliamo proprio bene, vogliamo dargli l’ultima occasione di fare bella figura. Dunque ci ascolti: dica in quale comunità versa i soldi e soprattutto esibisca le ricevute dei versamenti che come dice lui sono già stati effettuati nei mesi scorsi. Non è una bella opportunità? Sia chiaro: se esibisce le prove dei versamenti, non è che smette di essere casta e diventa di colpo un buon candidato a Palazzo Chigi o al Quirinale. Però, almeno, potrebbe smettere di vergognarsi, almeno un po’.

Uno scatto avanti nel lusso digitale: click per Leica

Pubblicato il 5 marzo 2013 da Paola Perfetti

La storica azienda leader nelle macchine fotografiche e fotocamere dà il benvenuto al nuovo modello Leica M


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Si avvicina l’8 marzo: donne alla lettura, state già pensando di immortalare con tutti i giusti “parametri” la vostra festa? Oppure, siete in procinto di programmare le vacanze di Pasqua ed è giunto per voi il momento di rinnovare l’equipaggiamento fotografico? Va bene che smartphone e tablet di ultima generazione sanno il fatto loro, ma per i patiti del genere Leica resta uno dei marchi over the top.
Ora, la buona nuova è che, con l’anno nuovo, il marchio ha fatto un regalo ai suoi ammiratori. La cattiva è che ha un costo…”Leica”. Ma, che importa? Se parliamo di un alto di gamma non possiamo che puntare in alto; quindi, chi ama l’eccellenza, qui non potrà che vederci un termine di investimento. Uno? Almeno tre.

Il primo. Leica M, questo il suo nome, entra nella storia. La serie “M”, un “cult” del marchio tedesco, oggi rinnova la sua linea a tre anni di distanza dall’ultimo lancio (i più bravi si ricorderanno che si trattava di una Leica M9).

La seconda. Leica M è una fotocamera a telemetro dotata di un nuovo sensore CMOS LEICA MAX da 24Mp (pieno formato 35 mm) progettato e messo a punto esclusivamente per la nuova Leica M dall’Azienda belga CMOSIS con una risoluzione di alti valori ISO (fino a ISO 6400). A disposizione, Live View e mirino elettronico esterno con funzioni di focus peaking, Display TFT da 3” con 920.000 pixel, protezione in vetro Corning Gorilla, processore Leica Maestro per l’elaborazione veloce delle immagini e – tanto per gradire – pure registratore di filmati in HD a 25fps, utilizzabile anche in microfono stereo per l’esterno.

La terza. Questo nuovo gioiellino si pone come l’ultimo ritrovato dell’innovazione e del perfezionamento della moderna tecnologia digitale. Cosa aggiungere? Ah, che è già disponibile alla vendita nei negozi specializzati Leica: la Leica M è stata prodotta in versione nera oppure cromata.
Detto questo, foto ricordo per le signore oppure prezioso cadeau per i mariti che staranno a casa? Fate vobis

Sordi, tre indagati per circonvenzione d’incapace

Il Messaggero
di Valentina Errante


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ROMA - Alla fine sono tre i nomi iscritti sul registro degli indagati per la presunta circonvenzione di incapace ai danni della sorella di Alberto Sordi. A gennaio la donna, che ha 95 anni, aveva firmato una procura generale al “fedele” autista, dandogli di fatto mano libera sul suo patrimonio. Per la magistratura, Artadi, il notaio Gabriele Sciumbadi, che ha redatto l’atto, e l'avvocato civilista Francesca Piccolella, che ha curato la pratica, avrebbero agito in concorso ai danni della signorina Aurelia.
Ieri intanto in procura il pm ha continuato a sentire testimoni. In particolare il delegato della banca Generali, una delle due aziende di credito che lo scorso febbraio ha segnalato alla magistratura l’anomalia di quella procura generale: un “affidavit” che dava all’autista libero accesso all’immenso patrimonio lasciato in eredità dall’attore alla sorella.

LE ACCUSE Secondo il pm Eugenio Albamonte, titolare del fascicolo, Artadi, Sciumbati e Piccolella avrebbero fatto ciascuno la propria parte nella circonvenzione dell’anziana donna, titolare di un patrimonio immenso. Le iscrizioni sul registro degli indagati sono anche un atto dovuto in vista dell'incidente probatorio che sarà indispensabile per stabilire con certezza e su base scientifica se Aurelia sia capace di intendere e di volere o se la firma su quell’atto sia stata apposta sulla base di una sorta di inganno.

Secondo Albamonte sarebbe stato l’avvocato Francesca Piccolella a fornire indicazioni utili all’autista, per fare in modo che la firma dell'anziana donna sulla procura fosse giuridicamente inattaccabile. L’atto, poi, è stato predisposto e sottoscritto da Aurelia, a gennaio, a Roma, nello studio del notaio Sciumbati. Lo storico autista di Sordi e attuale collaboratore di Aurelia, a febbraio si era così presentato in due banche, alla Popolare di Sondrio e alla banca Generali, depositando la procura. Circostanza che aveva allarmato i direttori e dato il via alle indagini.

Negli ultimi tre anni, Arturo Artadi aveva avuto accesso a un solo conto destinato alle spese ordinarie di casa Sordi. Ma quel deposito, nel quale ogni mese finiscono circa 30mila euro, era “controllato”, l’autista poteva operare solo in co-delega con Antonio Chinni, figlio della segretaria di Albertone. Firme congiunte, contrariamente a quanto gli consente di fare la procura generale che gli dà accesso all’intero patrimonio Sordi, senza alcun vincolo. Nella ricostruzione della vicenda è stata fondamentale la testimonianza di Chinni.

Il figlio della segretaria di Albertone ha riferito al pm come da circa un anno fosse stato progressivamente escluso dalla co-delega e di non essere neppure stato informato della procura. Artadi, invece, davanti ad Albamonte, ha rivendicato la propria buona fede, sostenendo che la decisione di affidargli una procura fosse maturata nel solo interesse dell'anziana donna. E anche Sciumbati ha garantito al magistrato: Aurelia era nel pieno delle sue facoltà.

LA PERIZIA
Gian Luigi Lenzi, professore alla Sapienza e neurologo di Aurelia Sordi, ha visitato l’anziana donna circa un anno e mezzo fa. Anche il medico è stato sentito in procura e, davanti al pm, ha definito lo stato della paziente «non del tutto compromesso, ma a rischio degenerativo con il passare del tempo». Così, il magistrato, per accertare quale sia l’effettiva condizione della donna ha deciso di disporre una perizia in sede di incidente probatorio, in modo da cristallizzare l’accertamento che costituirà una prova, in vista di un eventuale processo.

La decisione di iscrivere i nomi di Artadi, Piccolella e Scimbati è diventata così indispensabile, proprio per procedere all’accertamento e consentire agli indagati di partecipare nominando propri consulenti tecnici. Il magistrato ha già chiesto al gip, che adesso nominerà degli specialisti, la perizia, che dovrà stabilire se la novantacinquenne Aurelia Sordi sia o meno capace di intendere e di volere o comunque se sia nel pieno delle sue facoltà.


Martedì 05 Marzo 2013 - 09:28
Ultimo aggiornamento: 18:13

Influenza, dal cibo alla vitamina C: i 10 falsi miti su come si combatte

Il Mattino


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ROMA - Arriva dalla Simg (Società Italiana di Medicina Generale) il decalogo delle credenze popolari da sfatare, riguardo ai metodi per prevenire e combattere l'influenza. Che se si è vaccinati non si prenderà mai o che il brodo di pollo fa passare il raffreddore: sono solo alcuni dei luoghi comuni tramandati di generazione in generazione ma in realtà privi di fondamento scientifico. Ecco i 10 falsi miti su cui si fa chiarezza:

1. Mangiare sano aiuta a prevenire il contagio: non è vero. Sebbene una corretta alimentazione sia buona norma da seguire in generale, è del tutto ininfluente sulla febbre.
2. La vitamina C accelera il processo di guarigione: non è vero anche perché il nostro corpo non può assimilare più di un determinato quantitativo di questa vitamina.
3. Il sonno fa bene ai bambini con l'influenza: è vero ma è un sonno che va monitorato in termini di respiro. Se affannato, può essere campanello d'allarme per altri disturbi.
4. Dopo tre giorni un bambino non è più contagioso: non è vero, dipende dal virus in questione.
5. Senza vomito o diarrea non si può parlare di influenza: non è vero. L'influenza è principalmente una malattia respiratoria perciò può presentarsi anche senza questi sintomi.
6. Non asciugarsi bene i capelli espone maggiormente all'influenza: non è vero. Per quanto uscire con i capelli bagnati non sia consigliato soprattutto d'inverno, l'influenza è un virus che colpisce indipendentemente da questo.
7. Non coprirsi abbastanza significa rischiare di più: non è vero. E' più che altro la forte escursione termica (il passaggio violento dal caldo al freddo e viceversa), a facilitare il contagio.
8. Lavarsi spesso le mani previene il proliferarsi del virus: è vero, ma vale per qualsiasi malattia e infezione di tipo virale.
9. Nutrirsi per forza 'affama l'influenza': non è vero. La cosa veramente importante è idratarsi bene per sopperire alla perdita di liquidi che si verifica. Sì all'introduzione nella dieta di sodio e potassio con banane, zuppe e succhi di frutta.
10. Gli anziani sono soggetti ad ammalarsi più facilmente: non è vero anzi forse vivendo in ambienti chiusi per la maggior parte del tempo sono meno esposti al virus. L'unico problema è che una volta contagiati, potrebbero avere complicazioni più serie rispetto ai giovani.

 
martedì 5 marzo 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 18:06

Groupon segnalata all'Antitrust: "Clausole vessatorie e scorrette"

Libero

L'associazione dei consumatori Altroconsumo "minaccia" il sito di shopping on-line: "Sia più trasparente o lo porteremo in tribunale"


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Acquistare online conviene, ma non sempre. E' quel che sostiene l'associazione di consumatori Altroconsumo, che ha segnalato all'Antitrust Groupon, uno dei leader dell'e-commerce, per "clausole vessatorie e pratiche commerciali scorrette".

Come funziona Groupon -  Nell'era di Internet e della digitalizzazione, lo shopping on line si è consolidato come canale commerciale sempre più sfruttato e conveniente. Groupon, come i concorrenti Groupalia e Letsbonus, è divenuto in poco tempo una vera e propria tendenza. Si tratta di gruppi di acquisto che permettono ai consumatori iscritti di accedere, pagando un prezzo ridotto, al famoso coupon (buono sconto) impiegabile in ristoranti, centri benessere, negozi e chi più ne ha più ne metta. 

Le accuse di Altroconsumo - Il rovescio della medaglia vuole che spesso, una volta acquistato il coupon, l'offerta non sia soddisfacente in più termini. Gli esempi più comuni sono legati ai problemi di date (impossibilità ad usufruire del buono sconto quando si desidera) oppure all'overbooking (circostanza in cui si verifica un eccesso di prenotazioni che rende l'offerta inutilizzabile). Nel 2012 sono state 563 le segnalazioni giunte ad Altroconsumo, che ha quindi segnalato Groupon all'Antitrust.

Il problema riguarda l'assunzione di responsabilità che si verifica in caso di prestazione non esauriente. Se accade che il coupon non sia utilizzabile, chi deve occuparsi del rimborso? I consumatori si rivolgono spesso direttamente al sito internet che però li rimanda all'azienda partner: per esempio nel caso si tratti di un biglietto aereo Groupon invita a interpellare direttamente la compagnia aerea che, a sua volta, dice di rivolgersi nuovamente alla ditta mediatrice.

Ed ecco che si entra nel circolo vizioso. Risultato? Il consumatore non ottiene alcun rimborso per le prestazioni precedentemente pagate ma di cui non ha mai usufruito. Altroconsumo attraverso un comunicato stampa (disponbile a questo indirizzo) rende noto che se le prestazioni non corrispondono a quelle pubblicizzate il responsabile è il gestore del sito internet, Groupon, in quanto è intrinseco nel suo ruolo di intermediario la valutazione di qualità e l'affidabilità di un'azienda partner.

Se il coupon è un flop il consumatore ha diritto ha ricevere un totale risarcimento monetario quindi non necessariamente spendibile all'interno del sito stesso. Nella segnalazione all'Antitrust si pone l'accento sulle pratiche improprie e sulla scorrettezza di alcune clausule contrattuali. L'associazione consumatori richiede a Groupon l'attuazione di una maggiore trasparenza onde evitare una comparazione in tribunale.

Olocausto, uno studio choc rivela: "Uccisi 15-20 milioni di ebrei"

Chiara Sarra - Mar, 05/03/2013 - 16:41

Per il Museo dell'Olocausto di Washington i campi di concentramento erano solo una parte della strategia nazista: oltre 42mila strutture per sterminare gli ebrei

Altro che sei milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento nazisti. Secondo il Museo dell'Olocausto di Washington, i morti sarebbero molti di più: "da 15 a 20 milioni" uccisi nelle oltre 42mila strutture tra campi tedeschi e quelli creati da "regimi fantoccio europei, dalla Francia alla Romani".

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Lo studio, anticipato dal quotidiano inglese The Independent, verrà pubblicato tra qualche anno e si propone di far luce su alcune delle pagine più nere della storia d'Europa. Considerando oltre ai "classici" campi di concentramento, anche gli impianti dove si producevano scorte militari, i ghetti, i campi di prigionia, i bordelli per i soldati tedeschi, le "case di cura" e le strutture in cui le donne ebree erano costrette ad abortire, ecc. vengono fuori cifre da capogiro: solo a Berlino si condano 3mila campi e ghetti.

''Il numero è così più alto di quanto originariamente pensato'', ha detto Hartmut Berghoff, il direttore del museo: ''Sapevamo anche prima che la vita nei campi e nei ghetti era orribile, ma i numeri adesso sono incredibili''.  "I siti dell'Olocausto erano ovunque", ha aggiunto Martin Dean, coautore della ricerca, "Non si può più pensare adesso che un tedesco dell'epoca fosse ignaro di quanto stava succedendo''. Una scoperta che rischia anche di far riaprire migliaia di cause. Familiari e sopravvissuti, non risarciti perché detenuti in campi non riconosciuti, potranno infatti chiedere nuovamente i danni.

L'Inghilterra si ritira dalla Germania 68 anni dopo la fine della guerra

Il Messaggero
di Luca Lippera

Sul territorio di Berlino ci sono ancora 15 mila soldati: tutti a casa in sei anni, le basi tornano ai tedeschi


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ROMA - La Gran Bretagna, ufficialmente in nome del risparmio, si appresta a chiudere tutte le basi militari presenti in Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Insomma: si ritira, sessantotto anni dopo aver sconfitto Hitler e il delirio nibelungico del Nazismo.

Il ministero della Difesa di Londra, secondo la stampa britannica, sta per annunciare che i circa 15 mila soldati inglesi dislocati sul territorio di Berlino - benché se ne parli poco, sono ancora lì, eredi dell’esercito di occupazione - «torneranno a casa entro il 2019 con quattro anni di anticipo».

Le caserme e le attrezzature verranno riconsegnate alle autorità tedesche e a quel punto le uniche basi militari straniere tra il Reno e la Mosella, i fiumi che segnano due dei confini naturali della Germania, saranno quelle americane. La presenza delle forze armate britanniche fu giustificata, dopo la fine del conflitto, nel 1945, con l’esigenza di assicurare la «stabilità della Germania» e con quella di «costituire un deterrente» alla possibile avanzata dei sovietici da Est.

Si stava profilando la Guerra Fredda e Berlino era la capitale dello spionaggio. L’armata del Reno - il nome dato alle truppe d’occupazione del Regno Unito - fu dislocato in tutto il Paese. Ora si profila l’ammainabandiera. Torneranno sotto il controllo della Bundeswher, l’esercito tedesco, anche le basi di Celle, nella Bassa Sassonia, e di Munster, vicino al confine con l’Olanda.

Il piano di ritiro, che inizierà nel 2016, ha innescato a Londra una discussione che forse nasconde più di quanto non si intraveda dalle parole. C’è innanzitutto guerra sui numeri. Il Governo, fondato sull’accordo tra conservatori e liberali, ha fatto sapere attraverso il ministero della Difesa che il rientro dei soldati permetterà un risparmio di 240 milioni di sterline ogni anno.

Ma l’opposizione laburista fa notare che serviranno comunque soldi per mantenere i militari in patria e che anzi ci sarà da investire per fornire loro alloggi, attrezzature e case. La verità è che l’accanito dibattito sulle cifre, probabilmente, non è solo un dibattito sulle cifre. Lasciare la Germania per sempre, per la nazione che fu guidata da Churchill, non è come bere una tazza di tè.


Martedì 05 Marzo 2013 - 21:05
Ultimo aggiornamento: 21:08

Tetris e Pacman conquistano il MoMa di New York

Il Mattino

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Non è solo un gioco da ragazzi, i videogame diventano pezzi da museo da ammirare e comprendere. E' il tempio dell'arte contemporanea, il Museum of Modern Art di New York, sdoganare i giochini da bar e da consolle che per anni sono stati accusati di essere i responsabili dell'appiattimento culturale. Al MoMA è stata organizzata una esposizione che prende in considerazione anche 14 videogame che dagli anni Ottanta a oggi hanno segnato la storia del genere.

Da Tetris a Super Mario.
Ci sono Tetris, Pac Man, Sim City, Super Mario e Another World. Ma la collezione di software originali è destinata ad ampliarsi. I titoli sono stati classificati per estetica, organizzazione dello spazio e del tempo, l architettura, il tipo di comportamenti che stimolano."Nel mondo ci sono molte persone che fanno cose interessanti senza rendersi conto che questa è arte. Il nostro lavoro e dire a questi designer che quello che stanno facendo è importante e culturalmente rilevante, e per questo noi vogliamo celebrare questi artisti" spiega il Paul Galloway direttore del centro studi del dipartimento di architettura e design.L'esposizione permette ai visitatori ci cimentarsi con i giochi del passato e capire come è nata l'idea.

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martedì 5 marzo 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 18:06