lunedì 4 marzo 2013

Io, "infiltrato", nel conclave al Saint John

Corriere della sera

Colletta per il conto al bar. Poi i romani saldano l'affitto della sala

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Acqua minerale, succo all'arancia, caffè, un paio di birre. Niente di più. Totale: 65 euro, pagati con una colletta tra parlamentari. Anzi, tra cittadini del Movimento Cinque Stelle - come preferiscono farsi chiamare - che, nel pomeriggio di domenica, si sono riuniti nel primo «conclave» tra eletti a Montecitorio e a palazzo Madama. Il posto prescelto è l'Hotel Sain John di Roma, zona Celio, già utilizzato dai «grillini» come base logistica durante la campagna elettorale. Questione di praticità: è comodo, è vicino alla stazione Termini e, pur essendo un «quattro stelle» elegante, pratica prezzi abbordabili. Qui una «doppia» viene offerta anche a 54 euro, contro cifre che ondeggiano attorno ai 100 euro degli altri alberghi nelle vicinanze. Ed ecco perchè il Saint John viene apprezzato dalla pattuglia grillina - tra cui molti precari e disoccupati - diretta in Parlamento.

L'ORA DEL BREAK - Sono le 17, deputati e senatori lasciano la sala conferenze al piano sotterraneo dell'albergo per un primo break e sciamano verso il bar della hall. I giornalisti che affollavano l'hotel nel frattempo sono stati fatti uscire, con maniere piuttosto ruvide, dai portavoce dei grillini spalleggiati dal personale della Secur Service, l'agenzia di sicurezza chiamata dal M5S. Adesso reporter, cameramen e fotografi sono tutti assiepati sul marciapiede di via Boiardo. Se il cronista di Corriere.it resta all'interno all'insaputa di tutti è solo per circostanze del tutto casuali che in

 qualche modo evitano «l'allontanamento forzato»: è infatti a Roma per un fine settimana di relax e ha prenotato una camera senza sapere del «conclave» grillino e soprattutto senza che nessuno del M5S lo riconosca come giornalista. Un cliente come tanti. Il «conclave» intanto è giunto al momento della pausa. Vengono servite bibite, bottiglie di minerale, caffè. Alcolici non se ne vedono, salvo un paio di birre. Da dietro al bancone il barman appunta con diligenza tutte le consumazioni, e a bassa voce si lascia sfuggire: «Questi mi sembrano un po' tirati». Con il «braccino», insomma. Sulle prime nessuno mette mano al portafogli o almeno così pare.

LA COLLETTA - Poi in effetti verso sera, quando i «cittadini-parlamentari» lasciano il Saint John, si apprende che durante il «conclave» si è discusso anche di come pagare il conto del bar. Appunto: democrazia diretta, una colletta tra parlamentari. Contante e spicci raccolti di mano in mano da un'attivista di Roma - così si definisce la signora Barbara, una sessantina d'anni portati con piglio sportivo - e infilati in una busta da lettere consegnata poi - ovviamente con rilascio di ricevuta - alla concierge del Saint John.

PAGANO I ROMANI - Ma c'è anche l'affitto della sala conferenze da saldare e qui si scopre che il conto se lo sono divisi i cittadini-parlamentari eletti nella Capitale. Il motivo lo spiega il deputato Stefano Vignaroli, tecnico video Rai, 36 anni: «Chi è giunto da fuori Lazio si è dovuto sobbarcare le spese di viaggio e di alloggio. Per questo a noi romani è sembrato giusto offrire loro il pagamento della sala».

IL CONCLAVE - Almeno stando a quanto raccontato dai «cittadini» del M5S, obiettivo di questo primo incontro domenicale è stato unicamente quello di conoscersi: gli eletti non si sono mai visti tra loro e non sanno nulla l'uno dell'altro. Per questo, in vista dell'imminente ingresso in Parlamento, diventa fondamentale organizzare l'attività in Aula. A partire da lunedì si affronteranno questioni come fiducia, consultazioni, nomina dei capigruppo e rapporti con la stampa.

IL FOGLIO NEL CESTINO - Ma forse in «conclave» si è discusso anche di altro, almeno stando a quanto si legge sugli appunti che qualcuno dei cittadini ha scritto su un foglio poi buttato in un cestino della sala conferenze. Una specie di «diagramma di flusso» che in testa pone la voce «comunicazione interna», poi quella riguardante «la comunicazione esterna». Seguono altre parole in successione: «soluzioni provvisorie», «mailing list», «riunioni dal vivo». Una volta «a regime», si affronteranno altre priorità. Il diagramma di flusso le dettaglia così: «segreteria», «commissioni», «staff».

PAGA GRILLO - A «conclave» finito i grillini, seminati i giornalisti, si dirigono finalmente a cena. Il ristorante non è troppo lontano dall'albergo, si chiama «il Tempio di Minerva» e sta in viale Manzoni, proprio accanto alla stazione Termini e qui Beppe Grillo è praticamente di casa. C'è venuto diverse volte, anche la sera del comizio conclusivo della campagna elettorale a piazza San Giovanni, quello del mezzo milione di persone ad ascoltarlo al freddo, sotto al palco. Quella volta, chiacchierando al tavolo con Casaleggio, il leader del M5S ha tirato l'alba, facendo pronostici sul risultato del voto «centrato in pieno», è il largo sorriso del titolare del locale. Quando quel venerdì si è trattato di pagare, si è però scoperto che una decina di candidati-cittadini erano già andati via senza lasciare

la loro parte di conto - a Roma si direbbe che hanno «fatto il vento - saldato da Grillo senza fare un piega, tirando fuori la sua carta di credito. Forse anche per questo domenica sera la quarantina di cittadini a cena è stata più attenta quando è arrivata l'ora di metter mano al portafogli. Cifre precise, pagamento alla romana. Ognuno ha fatto da sè, anche se stavolta il conteggio era facile: il menù fisso - primo, secondo, dessert e caffè - era offerto a 18 euro. Snobbati condimenti al ragù e piatti a base di carne: quasi tutti i grillini sono vegetariani. Piace però il vino. Qualcuno se ne è andato portandosi appresso una bordolese di rosso ancora piena. Ai cronisti che sostavano fuori dalla trattoria ha spiegato: «Sono un semplice attivista non eletto in Parlamento, a differenza dei cittadini che siedono in Parlamento un gesto come questo posso permettermelo».

Alessandro Fulloni
@alefulloni4 marzo 2013 | 9:11

Smartphone, Firefox Os e gli altri nuovi sistemi operativi in arrivo quest’anno

Corriere della sera



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Passateci una metafora adatta ai tempi. Se il Parlamento fosse simile al mercato degli smartphone, l’Aula sarebbe tutt’altro che bloccata. Saremmo in un sistema fondamentalmente bipartitico. Anzi, avremmo un’ampia forza maggioritaria, incarnata da Android ovvero da Google (69% nell’ultimo trimestre 2012, dati Canalys e Gartner). E un forte partito di opposizione, iOs ovvero Apple (20-22% a seconda delle stime). Poi ci sarebbero quelli che una volta chiamavano “cespugli”. Gruppi che sgomitano ma che a oggi faticano anche solo a guadagnare qualche seggio. Che tra loro si annidi il potenziale Movimento 5 Stelle in grado di scardinare il duopolio oggi vigente? Difficile a dirsi. Ma qualcosa si muove.

Al Mobile World Congress di Barcellona si è visto ad esempio Firefox Os. Una piattaforma tutta nuova che però vanta un nobile pedigree. L’origine infatti è nella Mozilla Foundation, l’organizzazione non profit che cura (tra l’altro) lo sviluppo del browser open source Firefox. Il software per navigare su Internet che, qualche anno fa, ha spezzato il monopolio dell’Internet Explorer di Microsoft, riscuotendo molto successo (oggi Firefox è usato dal 25% degli utenti italiani).
Firefox Os punta ad abbattere gli steccati tra il web e le app, puntando sul cloud e su Html 5, evoluzione del codice Html con cui sono scritte le pagine Internet.

Un sistema aperto, non necessariamente vincolato a uno store per installare nuovi software. “iOs di Apple ha 100 mila sviluppatori, Android di Google ne ha 400 mila. Ma ce ne sono 10 milioni che lavorano per il web ed è a loro che ci rivolgiamo” hanno detto durante la presentazione quelli di Mozilla. Il tutto con l’afflato etico che da sempre contraddistingue i piani della fondazione: “Non lavoriamo per guadagnare, lavoriamo per creare un beneficio alla comunità. E non sarà necessario chiedere il permesso a Mozilla per agire.

Non stiamo cercando di dirti quale contenuto puoi o non puoi avere” ha detto a Corriere.it Mitchell Baker, presidente di Mozilla, tirando un’evidente stoccata alla politica Apple (ma anche di Google). Il progetto è coraggioso ma a Barcellona si è capito che non è campato in aria. I partner privilegiati saranno gli operatori, con accordi già firmati in moltissimi mercati. Si partirà con i primi dispositivi nella seconda metà dell’anno, in Paesi quali Brasile, Messico, Polonia, Spagna e produttori di importanti come i cinesi di Zte e Huawei, i coreani di Lg, i francesi di Alcatel. Saranno smartphone di fascia bassa, intorno ai 100 dollari, ma Mitchell Baker guarda oltre il puro low cost:

“Siamo in grado di offrire le migliori prestazioni in qualsiasi fascia di prezzo”. In Italia ha mostrato interesse Telecom, ma è presto per parlare di prodotti con Firefox Os nel nostro Paese. Il sistema con il logo del volpino infuocato non è l’unica piattaforma alternativa ad Android-iOs. Ci sono intanto i big. Windows Phone 8 è una realtà: in Italia, grazie soprattutto ai Lumia di Nokia, Microsoft sarebbe già arrivata al 14% del mercato. E dovrebbe ricevere spinta proprio dai nuovi Lumia, scesi a prezzi abbordabili: il modello 520 mostrato a Barcellona starà sotto la soglia dei 200 euro. BlackBerrry 10 è invece la scommessa, difficile, dell’azienda canadese. Il primo modello, lo Z10, ha avuto una buona accoglienza (la nostra recensione), si attende il Q10 dotato di tastiera fisica.
Samsung invece svelerà nel corso dell’anno il suo sistema Tizen.

Benché il marchio coreano domini il mercato con i suoi smartphone Android (il 14 marzo a New York mostrerà l’atteso Galaxy S IV), vuole crearsi anche un “piano B”. Non si sa mai e comunque servirà per aggredire i mercati emergenti con telefoni veloci ma economici. Tizen è un sistema della famiglia Linux, da cui arrivano anche altri due progetti. Uno è Ubuntu for Phones, la distribuzione (ovvero versione) più famosa di Linux per pc che prova a fare il salto sugli smartphone. L’altra, nata dalla fine di MeeGo abbandonato da Nokia, si chiama Sailfish e lo porta avanti una società chiamata Jolla. Azzopparre i giganti Google e Apple sarà un’impresa disperata ma forse, in un mercato che quest’anno arriverà a oltre 800 milioni di smartphone, un posticino c’è per tutti.

Paolo Ottolina
twitter: @pottolina

Incompatibili e illegittimi ma gestiscono il potere

Corriere della sera

L'architrave del Potere da smantellare

Milena Gabanelli




Cosa potrebbe succedere se domattina una banca, un’assicurazione, o una società di revisione dovesse impugnare davanti al Tar i provvedimenti di vigilanza della Consob nell’ultimo anno e mezzo in quanto potenzialmente illegittimi? La possibilità non è peregrina, poiché il Direttore Generale Gaetano Caputi ha una collezione di incarichi incompatibili con il suo ruolo.

L’art 2 della legge 216/74 dice: «Al personale in servizio presso la Commissione è in ogni caso fatto divieto di assumere altro impiego o incarico o esercitare attività professionali, commerciali o industriali». La Consob è l’unica autorità ad avere per legge l’ordinamento della Banca d’Italia. Vi immaginate Visco o Saccomanni collezionare incarichi? Bene, Gaetano Caputi, stretto collaboratore di Tremonti nei governi Berlusconi, nel 2001 diventa Professore Ordinario alla scuola superiore dell’economia e delle finanze (quella scuola dove insegna anche Marco Milanese, e i cui docenti sono stati parificati ai professori universitari per decreto).

In data 6 aprile 2011 Caputi viene nominato Segretario Generale della Consob, e quindi questo incarico, secondo legge, lo dovrebbe perdere. Invece risulta che nel frattempo ne ha accumulato altri: dal 24 settembre 2009 è componente della Commissione di garanzia per l’attuazione della Legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Vuol dire che il Prof. Caputi, oltre ad essere l’interfaccia fra i sindacati e i soggetti vigilati, da una parte è la naturale controparte dei dipendenti della Consob in caso di contrasti sindacali che possono sfociare anche in mobilitazioni ed in scioperi all’interno dell’Istituto, e dall’altra, come componente della Commissione sul diritto di sciopero, è chiamato ad accertarne all’interno le irregolarità, ed a comminare le relative sanzioni.

Inoltre è stato fino a maggio 2012 consigliere della Difesa Servizi S.p.A, che tra le altre cose bandisce gare cui partecipano società quotate, cioè soggetti vigilati della Consob. Nel 2011 risultava socio della Geco s.r.l., e fondatore della Glm, società private che dispensano consulenze anche in materia di riciclaggio (231/2007), che come noto riguardano una lunga lista di soggetti vigilati della Consob. La notizia però è trapelata sulla stampa e in tempo reale ha prima ceduto le quote di queste società alla moglie, e poi liquidate.

Un’avidità che non gli ha impedito di proseguire la carriera visto che, a luglio 2011, Caputi cumula a quello di Segretario Generale l’incarico di Direttore Generale che poi assumerà a Settembre dello stesso anno, con un emolumento di base di circa 300.000 euro, ma in molti sostengono arrivi a 400.000 euro, a cui si sono aggiunti i 180.000 euro per l’attività di professore, e 90.000 come componente della Commissione di garanzia sullo sciopero. Non è invece noto il compenso percepito come consigliere della Difesa Servizi Spa.

Il problema è che il dipendente Consob può fare una cosa sola! Vegas, messo sotto pressione, in violazione della legge, cambia l’ordinamento interno, in modo che Caputi possa rimanere Professore fuori ruolo alla scuola superiore dell’economia e delle finanze, e pensa di risolvere la questione vietando a Caputi di percepire l’emolumento della Commissione sullo Sciopero. Ma Caputi non rinuncia a nulla ed ha impugnato il provvedimento davanti al Tar.

La Federconsumatori, preoccupata dell’inefficacia della vigilanza Consob e delle ricadute per il pubblico risparmio, intima al Presidente e ai commissari di risolvere questa incompatibilità (anche se ha cambiato le regole interne, la legge dice che non puoi avere “nessun” incarico) e chiede di vedere gli atti della nomina di Caputi. La Consob ne nega l’accesso, in fondo la trasparenza è un optional ed è meglio non vederci chiaro. Federconsumatori ricorre al Tar, vedremo come si pronuncerà nell’udienza prevista il 6 marzo.

C’è un incarico che però è sfuggito alla Federconsumatori, ma del resto come poteva saperlo visto che non sono disponibili informazioni in chiaro? Nel 2001 Caputi diventa componente della Commissione consultiva per le infrazioni in materia valutaria e di lotta al riciclaggio presso il ministero delle Finanze. In questa Commissione, composta da 4 membri più un segretario, l’incarico è di 3 anni, ma il nostro Caputi oggi è ancora lì, a ricoprire una funzione non solo illegittima, ma anche incompatibile con il suo ruolo in Consob.

Cosa fa questa Commissione? Dispensa pareri obbligatori al ministero dell’Economia in merito ai provvedimenti sanzionatori relativi ad operazioni sospette, esportazione di contante, infrazioni valutarie, omesse segnalazioni, che provengono dall’Unità di Informazione Finanziaria, da Bankitalia, dalla Guardia di Finanza, dalla Consob, dalla Dia. Decide in pratica se è opportuno che il ministero dell’Economia archivi, o sanzioni, e in quale misura.

Caputi quindi in qualità di Direttore Generale Consob potrebbe trovarsi a segnalare questioni da sanzionare su una società di revisione o un intermediario per questioni di riciclaggio o operazioni sospette, e dall’altra parte dover valutare se il tal soggetto merita la sanzione e quanto. Da anni l’Uif chiede di conoscere quanti provvedimenti siano andati a buon fine, quali archiviati, quante sanzioni sono state irrogate e per quale ammontare. La risposta non è mai arrivata. Qual è quindi l’utilità di questa Commissione? Non pare quella di snellire l’azione amministrativa, molto più probabile il contrario, perché magari l’illuminato parere arriva fuori tempo massimo.

In questa mansione “illegittima” Caputi si trova in compagnia di un altro collezionista di incarichi: Pasquale de Lise, nominato da Tremonti Presidente della Commissione a Giugno 2010, mentre era Presidente del Consiglio di Stato. De Lise, in 50 anni di attività, ha ricoperto tutti i ruoli apicali della giustizia amministrativa: è stato Capo Gabinetto presso il ministero del Bilancio, della Programmazione economica, dei Trasporti, per 3 volte al ministero del Tesoro; Capo Ufficio Legislativo di una infinita lista di Ministeri, è stato membro di tutte le Commissioni che contano, ha espresso pareri per la riforma del sistema delle Autorità indipendenti e le riforme istituzionali. Presidente di sezione della Commissione tributaria regionale del Lazio,

Presidente della Commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per l'attuazione delle Direttive comunitarie che ha redatto il codice dei contratti pubblici. Giudice del Tribunale supremo militare, componente del Comitato per la pensioni privilegiate ordinarie, componente del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ha collezionato tutte le più prestigiose onorificenze al merito.
Oggi il pensionato de Lise, a 76 anni, oltre a valutare chi sanzionare e chi no, è ovviamente Presidente emerito del Consiglio di Stato, Presidente della Commissione di garanzia per la giustizia sportiva presso la Federcalcio, componente del Comitato etico dell’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni, della Commissione scientifica consultiva sul Codice della Pubblica Amministrazione.

Cambiano i partiti, cambiano i governi, ma questi apparati dello Stato, formati da individui sconosciuti alla maggior parte della popolazione, sono sempre lì, sempre gli stessi, in spregio alle incompatibilità previste dalla legge e dal buon senso. Sono questi inamovibili Direttori Generali, Segretari di Stato, Presidenti di Commissioni, che impediscono la costruzione di uno Stato moderno, efficiente, affidabile. È questa l’architrave del Potere da smantellare.

Milena Gabanelli
3 marzo 2013 (modifica il 4 marzo 2013)

Hacker attaccano il sito della petizione a Grillo

Corriere della sera

Change.org «bucato» dai pirati. Il sito aveva ospitato l'appello di Viola Tesi al leader del M5s per la fiducia a Bersani

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Hacker all’attacco contro la petizione rivolta a Beppe Grillo. Lo denuncia lo stesso sito, Change.org, che da qualche giorno ospita la petizione lanciata da Viola Tesi, un appello rivolto al leader del Movimento 5 stelle di accettare le proposte del segretario del Pd Pierluigi Bersani per un governo comune del Paese. Oltre centocinquantamila le firme raccolte in pochi giorni.

OLTRE 40 MILA CONDIVISIONI - «Ad oggi è la petizione che ha registrato il più alto livello di crescita sul nostro sito», dice Salvatore Barbera, direttore delle campagne di Change.org, spiegando in che modo gli hacker hanno preso d’assalto la petizione. «C’è stato un attacco spam su larga scala. Uno spammer che ha cercato di pubblicare migliaia di firme false all’interno della petizione, ma il nostro team di ingegneri ha intercettato e respinto l’attacco». La petizione di Viola Tesi, elettrice grillina che ha fatto parto del movimento dei Pirati, non è stata accolta da Beppe Grillo. «Ma ha suscitato un enorme dibattito e un grandissimo riscontro in termini di adesioni e visibilità», aggiunge Salvatore Barbera, specificando che la petizione è stata condivisa s Facebook quasi 50 mila volte (43.972, per la precisione).

Alessandra Arachi4 marzo 2013 | 12:38

Crescono le truffe per chi cerca un lavoro Le più frequenti e un decalogo per difendersi

La Stampa

Walter Passerini

Richieste di denaro in cambio di un posto. Proposte di affari, banche dati e corsi fasulli. L'odissea di chi va alla ricerca di una occupazione


Pensava di avere finalmente trovato un lavoro, ma la sua è stata un'odissea conclusa, per fortuna, "solo" con una perdita di tempo, di denaro e un grosso spavento. Una ragazza pratese di 29 anni, dopo avere risposto ad un annuncio on line per un posto da impiegata, è stata ricontattata per un colloquio. Le viene dato un appuntamento per il giorno dopo, per una giornata di osservazione, e qui comincia un viaggio tra Prato, Lucca e le colline toscane, per trovarsi poi a dover vendere porta a porta forniture d’energia di società italiane e francesi. La ragazza chiede di essere riportata indietro, ma la sua richiesta viene rifiutata e viene lasciata a un chilometro da una piccola stazione ferroviaria di un paese sperduto, da cui a sue spese fa un mesto ritorno a casa.

Qui il giorno dopo va dai carabinieri, informandoli della truffa. I quali le dicono che non è la prima segnalazione ricevuta. In aumento. Le truffe sono in netto aumento. C’è chi propone un posto di guardia giurata, con tanto di divisa, come è successo a Napoli nel novembre scorso, in cambio di una stecca dai sette ai 15mila euro, che ha ripagato chi ci è cascato con uno stipendio con assegni falsi o inesigibili; e c'è chi propone un posto di lavoro all'estero, in cantieri del Nordafrica, per esempio, con un modesto pagamento di 300 euro, come è successo qualche giorno fa in Liguria, usando moduli contraffatti di note aziende ignare, per pagare visite e pratiche burocratiche per un lavoro che non c’è. E che non ci sarà mai. 

Gli esempi sono tanti, troppi, e accendono un riflettore su uno dei comportamenti più vigliacchi e inaccettabili: tradire la fiducia, la buona fede e il bisogno di chi cerca disperatamente un lavoro. La tendenza Ttt (Truffe, trappole e tranelli spa) è in netta crescita. Le cronache ne sono piene. Spesso tutto parte da un annuncio a pagamento su giornali e periodici oppure sempre più spesso su internet. Si cercano autisti, camerieri, operai, tecnici. Si cercano anche piloti, come è successo a un giovane dell’area torinese: selezionato da una scuola di volo inglese, ha inviato 500 euro per le spese di viaggio e soggiorno, ma quando si è presentato all’indirizzo previsto non ha trovato nessuno. 

Le più diffuse. Il termometro delle truffe rivela che molti pacchi, doppi pacchi e contropaccotti, come insegna “Totòtruffa 62”, film di grande chiaroveggenza del 1961, vengono oggi confezionati grazie alla rete, popolata da truffatori di professione. Ci cascano aspiranti postini, giovani neo-laureati, professori precari o senza cattedra. Si allungano anche le liste delle truffe più diffuse. Ai primi posti ci sono le richieste di denaro in cambio di un posto di lavoro, per pagare spese burocratiche o per ungere le ruote a fantomatici potenti; o l’iscrizione a un corso di formazione a pagamento, che garantisce un lavoro che non c’è. Inutile ribadire che il lavoro non ci compera, ma si costruisce.

Seguono una miriade di offerte di lavoro a domicilio: dall’assemblaggio di piccoli congegni all’etichettatura di lettere e pacchetti. Qui vengono richieste poche decine di euro, per ricevere inutili kit e scoprire amaramente che è stata solo una perdita di tempo, e di denaro. Un’altra trappola diffusa è quella di pagare per entrare in finte banche dati, che offrono lavoro in cambio del curriculum: qui si scopre che la sedicente banca non ha l’autorizzazione a operare nell’intermediazione ma, soprattutto, non ha alcuna proposta di lavoro da offrire e nessuna azienda da aiutare nella selezione del personale. Per i più giovani, molto attratti da cinema, moda e pubblicità, c’è il magico incontro con il book: un servizio fotografico a proprie spese, di qualche migliaio di euro, per entrare nel dorato mondo dei balocchi perduti. 

Proposte d’affari. Per i più intraprendenti il tranello sono le più improbabili proposte d‘affari: diventare socio di un’azienda che distribuisce misteriosi prodotti brevettati; entrare in una catena distributiva di miracolosi elisir o di soluzioni per capelli; trasformarsi in associati in partecipazione in un business che non c’è. L’esborso è a fondo perso e non farà lievitare guadagni né verrà compensato da futuri stipendi. Linee telefoniche a pagamento, che fanno restare appesi a salati tassametri; società di multilevel marketing, che in realtà sono catene di Sant’Antonio (vince chi resta al vertice della piramide, perdono tutti gli altri); borse di studio, stage gratuiti o sottopagati e periodi di prova infiniti e senza stipendio chiudono questa allegoria della cattiveria, che approfitta di chi è in difficoltà e ha bisogno. 

Difendersi. Ci si può difendere rivolgendosi agli ispettori del lavoro o ai carabinieri del lavoro. Ma il più delle volte è troppo tardi. Ci si può difendere informandosi e usando prudenza, suggeriscono le associazioni dei consumatori; come l’Adiconsum, per esempio, e il Movimento di difesa del cittadino, che proprio nei giorni scorsi hanno pubblicato una guida alle truffe e un decalogo per non cascarci (www.adiconsum.it). Se le conosci le eviti. Perseverare è diabolico. 

L’Etiopia assetata scava a mano i pozzi nel deserto

La Stampa

È la quarta volta in un decennio che la siccità ritorna e non ci sono soldi per arrivare alle falde profonde. Le prime gocce ottenute dopo ore vanno alle capre, poi gli uomini

giordano cossu
Gogti (Etiopia)


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Sulla pista sterrata per Gogti, nell’arida regione somala al confine tra Etiopia e Somaliland, due ragazzi sono seduti davanti alla buca di qualche metro che hanno scavato loro stessi per 3 ore nel letto di un fiume in secca. Sembra una di quelle buche fatte in spiaggia, nel cui fondo si raccoglie un po’ d’acqua, ma in questo caso non è un passatempo: i ragazzi cercano acqua da bere. E non sono i soli.

A gennaio la regione è stata di nuovo classificata come in stato di «crisi» alimentare, lo stadio precedente a quello di «emergenza»: in una zona sensibile come questa, dove l’84% della popolazione pratica agricoltura e pastorizia di pura sussistenza e pertanto basata sulle piogge, l’impatto del cambiamento climatico e della variabilità delle precipitazioni è tragico: negli ultimi 30 anni si contano almeno 8 carestie causate dalla siccità, di cui la metà nell’ultimo decennio. Dell’acqua delle ultime piogge non c’è traccia: si è persa già da mesi nel sottosuolo.

Pochi chilometri più in là, la scena si ripete ancor più drammatica: in una buca più grande e profonda circa 8 metri, tre uomini lavorano per portare l’acqua in superficie. Uno di loro, con i piedi nell’acqua e quasi invisibile nel punto più profondo, riempie una latta di acqua fangosa e la lancia in alto al suo compagno a metà della buca, che la prende al volo. Questo a sua volta la lancia verso l’uomo sul bordo del pozzo, facendo attenzione a non rovesciarla. Una catena di montaggio resa ancor più infernale dal calore e dall’aridità: nella distesa di sabbia in superficie rumoreggia un gregge di capre e la polvere costringe una donna a coprirsi il viso con il velo. I primi a bere l’acqua marrone che esce dal pozzo? Le capre assetate, ovviamente. Poi toccherà agli uomini.

Il fabbisogno giornaliero di una famiglia è di almeno 40 litri per la pura sussistenza, e sono le donne a coprire ogni giorno i chilometri necessari per riempire le taniche, in spalla o con il mulo. Ma in questo momento critico, tutti si adoperano per la ricerca e si pongono la stessa domanda: come imbrigliare la risorsa più preziosa? «La regione Somala è la più arretrata in Etiopia» si lamenta Fuad Alamirow, direttore del DGMDA,una ong locale scaturita dalla collaborazione con un padre salesiano. «Fino a 20 anni fa qui si combatteva contro il governo centrale.

La devolution ha permesso di risolvere i conflitti, ora nessuno vuole l’indipendenza, ma è tuttora una zona senza servizi, primo tra tutti l’acqua: nel 2011, su 51 distretti in emergenza siccità in Etiopia, 44 erano qui». «La gente scava a mano pozzi del genere» conferma Filippo Ortolani, Emergency coordinator per l’Africa Centrale ed Orientale di Oxfam Spagna, «ma sono dei punti raccolta pericolosi: spesso ci sono infiltrazioni dalle latrine, e diventano fonti di malattie».

A Darwanaji, piccolo villaggio del distretto di Awbarre, il pozzo si sta esaurendo. L’acqua viene pompata con un generatore, ma bisogna aspettare ore prima che si riempia di nuovo. Il capo della comunità, Abib Abdi Moumim, alto e carismatico malgrado il bastone per camminare, sa che il problema può solo peggiorare: «Nel 2012 le piogge sono state di nuovo scarse, sono 3 anni che l’acqua è sempre di meno. Abbiamo bisogno di un pozzo più profondo, in quello attuale l’acqua sarà finita entro marzo». Come uscirne? «Bisogna colmare il divario tra il mondo dell’umanitario e quello dello sviluppo: i fondi arrivano dopo l’emergenza invece di prevenirla» conclude Oxfam. Allo stesso tempo, le strategie per prevenire i rischi variano da un’organizzazione all’altra malgrado gli sforzi del governo per dirigere gli interventi. 

Una donna ci ferma e dice che ha sete. Poi mima il gesto di passarsi le mani sul viso, per dire che non può neanche lavarsi la faccia con la poca acqua che trova. «Ormai sono 10 anni che c’è siccità da queste parti. I pozzi poco profondi costano poco ma si seccano troppo rapidamente. Molto meglio trivellare un pozzo profondo che può durare anche 40 o 50 anni» afferma Lorenzo Vecchi, coordinatore del VIS a Jijiga, capoluogo della regione. È proprio da un pozzo di questo tipo, quello di Dodoti, che arriva oggi l’acqua tutti i giorni con i camion a Gogti, comunità di 5000 anime, 100 chilometri piste sterrate da Jijiga, in attesa dell’apertura del nuovo pozzo di 140 m. «Portare l’acqua col camion costa 4,500 € al mese, non è sostenibile» conferma Fuad.

A dicembre il cielo regalò due giorni di pioggia inaspettati e la gente di Jijiga scese in strada a festeggiare. Ma da qui alle piogge di luglio, per gli uomini che scavano buche e le donne che marciano 5 chilometri alla ricerca di acqua, ogni giorno è troppo tardi.

Casaleggio, il guru di Grillo che vuole ricreare il mondo

Giancarlo Perna - Lun, 04/03/2013 - 08:19

Ex manager informatico, Casaleggio considera la Rete uno spartiacque tra  due civiltà e preannuncia un nuovo ordine del pianeta nel 2054

Che i politici si lasciassero ispirare da santoni era fenomeno noto: dall'influsso di Rasputin sugli zar; a quello di La Pira su Fanfani; a Fagioli, lo psichiatra, che si intortava Bertinotti. Ma Gianroberto Casaleggio, guru del neo-politico Beppe Grillo, è di un altro pianeta.


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È il primo visionario postmoderno che smanetta da dio, si è consacrato a internet e si ritiene precursore della rivoluzione politica in marcia, di cui il grillesco M5S è un'anticipazione. Gianroberto è stato il creatore del blog di Grillo nel 2005 e l'artefice del grande successo di quel sito. Ha innescato dibattiti via web, convogliando opinioni verso obiettivi politici, tipo No Tav, la «decrescita felice», il telelavoro, il grillismo insomma, orientando gli umori con interventi suoi o di propri adepti (i cosiddetti influencers) e stroncando con durezza chi usciva dal solco tracciato. Comunque, tutto rigorosamente in Rete. Ed è questa la differenza tra lui e i santoni suoi predecessori.

Anni fa, mi occupai di Massimo Fagioli, lo strizzacervelli romano che si era impossessato della psiche di Fausto Bertinotti (allora presidente della Camera), sottoponendolo con i compagni di Rc a suggestive introspezioni collettive in un palazzo di Trastevere. Fagioli, in un silenzio religioso in cui pareva aleggiare lo spiritosanto, diceva cose tipo: «Stiamo cercando qualcosa che è grande: realtà umana, identità, socialismo, libertà. Mai, prima d'ora, con socialismo e libertà erano state messe parole come rapporti interpersonali». Non ci si capiva un tubo, ma c'era qualcosa di familiare. Termini come socialismo e realtà umana, avevano il sapore dei libri che avevamo letto. Umanizzare la politica era vasta cosa, ma ci poteva stare. Insomma, il prof. Fagioli appariva fuori di sé, ma direi in modo classico come altri veggenti della Storia, da Efimovic Rasputin, appunto, a Giorgio La Pira.

Il fumo che vende Casaleggio è invece così nuovo da spiazzare. Già che usi il web - sul quale navighiamo un po' tutti ma con circospezione - dà la vertigine. Raddoppiata però dai toni mistici di Gianroberto che inneggia alla Rete con accenti così profetici che ti verrebbe d'istinto chiamare il 118. Questo sciamano informatico considera la Rete spartiacque tra due civiltà: la preistoria dei libri e dei giornali «specie estinte» (infatti, un vero grillino neanche sa dove siano di casa) e il domani «tutto Rete, interconnessioni, intelligenza collettiva». Per capire Casaleggio, peschiamo nell'opera sua. Da uno scritto: «L'Uomo è Dio (le maiuscole sono casaleggiesche, ndr), è ovunque e chiunque. Conosce ogni cosa: questo è il nuovo mondo di Prometeus. Tutto ciò è iniziato con la Rivoluzione dei Media e con Internet alla fine del secolo scorso». Come con Fagioli, non si capisce un piffero. In aggiunta, però, ogni parola suona estranea: ovunque, chiunque, il titano, l'Uomo che è Dio. Ma di che parla?

Ed è ancora niente. In un video in inglese rintracciabile su YouTube e prodotto dall'azienda del Nostro, la Casaleggio Associati, Gianroberto fa un vaticinio così vaneggiante da auspicare l'intervento di un esorcista. È il preannuncio di un Nuovo Ordine Mondiale, detto «Gaia» (dal nome dato alla Terra, «pianeta vivente», nella letteratura fantascientifica di cui Casaleggio è cultore): nel 2018 il Mondo sarà spaccato in due blocchi, Democrazia diretta e libero accesso a Internet a Ovest, dittatura con poco internet in Cina, Russia e MO; nel 2020 scoppierà la Terza Guerra mondiale; durerà vent'anni e i simboli dell'Occidente saranno distrutti (i nostri pregiudizi religiosi, umanistici, nazionali, ecc.); nel 2040 vincerà la Rete; nel 2047, tutti avremo una nostra identità su Google e nel 2054 ci sarà la prima elezione mondiale via web per un governo, Gaia, che ci darà (si presume) la felicità. Ora che sappiamo l'essenziale sul cervello di Gianroberto, affrontiamo ciò che ne resta, anche se il personaggio è piuttosto segreto. Non gli piace, infatti, rispondere a domande e, per alimentare il mistero, comunica con videomessaggi sul Web.

Cinquantanovenne, milanese, Casaleggio è perito informatico (iscritto a Fisica, ha dato una manciata di esami prima di rinunciare), con lunga esperienza di manager nel settore. Ha lavorato nella Olivetti di Colaninno, poi in joint venture con Telecom, diventando ad di Webegg, azienda di marketing internettiano. Ottimo tecnico ma amministratore faraonico, ridusse i bilanci un colabrodo. Nei locali della società, fece costruire costose stanze a forma di uovo (l'egg della sigla aziendale) in cui riunirsi per percepire il futuro. Organizzava, inoltre, per dipendenti, amici e parenti voli al seguito delle coppe europee di calcio. Per tacere, come si racconta, delle trasferte al Castello di Belgioioso (Pavia) per convenire attorno a una tavola rotonda, in omaggio a Re Artù di cui si sentiva emulo.
Il Gianroberto di oggi - chioma fluente e occhialoni alla John Lennon - è nato invece nel 2004, quando si mise in proprio con la Casaleggio Associati (strategie di Rete), casa madre in Via Moroni, accanto alla Scala. Un giorno, Grillo gli telefonò dopo avere letto cose sue in Rete per fissare un incontro, avvenuto a Livorno dopo uno spettacolo del comico.

Divennero inseparabili e Gianroberto, considerato da alcuni massone (lui, però, nega) fu ribattezzato «piccolo fratello» di Beppe. Casaleggio ha convertito l'attore alla Rete per la quale aveva idiosincrasia, considerandola la quintessenza di quella insensata accelerazione, tipo Alta velocità, che guasta siesta e pennichelle, sale della vita (prima della conversione, Grillo, durante le recite spaccava ritualmente un computer sul palco). Insieme hanno preso tutte le successive iniziative grilline: oltre al blog, i Vaffa Day (2007) e la fondazione di Cinque Stelle (2009). C'è chi dice che Grillo sia plagiato e che dietro di lui ci sia sempre l'altro. Casaleggio, con una lettera al Corsera, ha spiegato di non essere «dietro» a Grillo ma al «suo fianco». Molti grillini, comunque, lo detestano. Uno per tutti, Giovanni Favia, il consigliere regionale emiliano cacciato nel 2012 dal M5S, lo ha definito «spietato e vendicativo», un despota che mentre straparla di democrazia, la calpesta all'interno del movimento.

In effetti, le contraddizioni di Casaleggio sono legione. Si va dai rapporti economici della sua azienda con le multinazionali Usa - JP Morgan, PepsiCo, Marriot, eccetera - che a parole denuncia come peggio del peggio, all'utilizzo del Frecciarossa Roma-Milano (lo ha beccato Paolo Bracalini che ne ha scritto su questo giornale) quando invece si dichiara nemico dell'Alta velocità. Insomma, tira anche lui a campare: santone sì, santo no.

Primo caso di guarigione di neonato affetto da Hiv

La Stampa

La bambina è stata curata solo con antiretrovirali, si tratta però di guarigione “funzionale”

Washington


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Ricercatori americani hanno annunciato il primo caso di guarigione al mondo di un bambino nato con l’Hiv, trasmesso da madre sieropositiva non curata, alimentando così le speranze di cura contro la pandemia. Gli scienziati hanno però tenuto a sottolineare che si tratta di una “guarigione funzionale”, piuttosto che di una guarigione completa: il virus non è stato infatti completamente debellato, tuttavia la sua presenza è tanto ridotta da consentire al sistema immunitario dell’organismo di tenerlo sotto controllo senza dover ricorrere ai farmaci antiretrovirali. 

Il solo caso di guarigione completa noto fino ad oggi era quello dell’americano Timothy Brown, noto come il “paziente di Berlino”. Brown venne considerato guarito da Hiv e leucemia dopo un trapianto di midollo osseo ricevuto da un donatore con una rara mutazione genetica, che aveva impedito al virus di penentrare nelle cellule. Il trapianto era stato eseguito per la cura della leucemia. Nel caso presentato alla conferenza in corso ad Atlanta, in Georgia, la bambina è stata trattata solo con farmaci antiretrovirali, somministrati però meno di 30 ore dopo la sua nascita, ossia molto prima di quello che avviene normalmente con i neonati ad alto rischio contagio. Secondo i ricercatori, proprio questo genere di cura aggressiva potrebbe spiegare la “guarigione funzionale”, che avrebbe bloccato la formazione delle cosiddette cellule dormienti, che spesso portano nuove infezioni in pazienti che hanno terminato solo da poche settimane la cura con antiretrovirali. 

«Fare una terapia antiretrovirale ai neonati potrebbe aiutare a ottenere una guarigione a lungo termine senza antiretrovirali, impedendo al contempo la formazione di queste cellule dormienti» ha detto la ricercatrice Deborah Persaud, del Johns Hopkins Children’s Center di Baltimora, in Maryland. 
Illustrando il caso, Persuad ha sottolineato che è la prima volta che si ottengono questi risultati in un bambino, infettato dalla madre e la cui cura è iniziata anche prima di conoscere l’esito delle analisi del sangue. I successivi test hanno quindi evidenziato una progressiva diminuzione della presenza virale nel sangue della neonata fin dal 29esimo giorno dopo la nascita. La bambina è stato trattata con farmaci antiretrovirali fino ai 18 mesi, quando i medici hanno smesso di seguirla per 10 mesi. In questo periodo non ha assunto alcun farmaco. I medici hanno quindi condotto nuovi test che non hanno evidenziato la presenza dell’Hiv. 

«Il nostro prossimo passo sarà scoprire se è stata una risposta altamente insolita a una terapia precoce con antiretrovirali oppure qualcosa che si può ripetere con i neonati al alto rischio»ha concluso Persaud. La ricerca è stata finanziata dal National Institutes of Health e dall’American Foundation for AIDS Research.

Mughini: l'Italia si salva solo con un bel vaffa a Grillo e grillini

Libero

Al Movimento 5 Stelle i voti non basteranno perché arrivato in Parlamento comincia il bello: devono dimostrare di saper fare politica...

di Giampiero Mughini


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In politica i voti non fanno il monaco. Anche quando sono tanti, tantissimi, un numero strabiliante se pensi che sono stati ottenuti a forza di mandare messaggi sul web, senza spendere una lira, di certo senza avere avuto alcun contributo estratto dai soldi pagati dai contribuenti. Certo che sono tantissimi i voti affluiti al movimento di Beppe Grillo, voti arrivati da tutte le latitudini politiche, da tutte le delusioni, da tutte le rabbie, da tutti i vaffanculo. Voti ottenuti da pirotecniche prestazioni di quello che è con Adriano Celentano il maggiore showman in un Paese di pagliacci non professionisti. Voti ottenuti da quanto erano allo stato di coma i partiti tradizionali, da quanto era al di sotto di ogni sospetto la buona parte della classe dirigente di quei partiti.

Voti che hanno aperto la strada del Parlamento a oltre 150 tra deputati e senatori del Movimento 5 Stelle, la più parte giovani e giovanissimi al loro debutto nella vita politica. Auguri. Solo che adesso comincia il bello. Tutto il resto è stata finora una passeggiata, mera coreografia. Leggo dell’attuale sindaco di Parma, per l’appunto un grillino quanto di più doc, che si sta comportando bene. Nel senso che non fa danni alla comunità. A cominciare dal fatto che si è guardato bene dall’attuare uno solo dei reboanti annunci fatti in campagna elettorale. E dunque? E dunque ora la parola passa alla politica, al saper fare in politica, al saper «trattare» in politica.  È  quello «il monaco».

Esattamente il contrario di quanto Grillo sta vociando e minacciando. «Non siamo in vendita» dice, e ci mancherebbe altro. «Non facciamo alleanze» dice, ed è una stupidaggine talmente stupida da lasciarti a bocca aperta. Che altro si fa in politica se non delle alleanze, che è altro è la democrazia se non la convergenza di forze che hanno storie e identità diverse? Ce lo possiamo permettere di stare ancora a ricordare l’abc imparato alla terza elementare, e questo nel momento in cui il Paese è al dramma e al rovinìo? Eppure è così. Pier Luigi Bersani si era presentato col cappello in mano e l’ineffabile Grillo lo ha sfanculato.

E anche se sul fatidico web molti grillini dissentono dal loro capo carismatico. E qui siamo a un altro ingorgo della faccenda. Il Movimento 5 Stelle è un movimento reale, ciascuno con la sua storia e identità e collocazione regionale e valenza professionale? Oppure è una proprietà virtuale di Grillo e del suo «consigliori» Gianroberto Casaleggio, uno che tra parentesi è un personaggio letterario mica male, degno di figurare in un qualche eccellente romanzo «noir» francese? Se fosse buona la seconda che ho detto, staremmo in un bell’impiccio. Già abbiamo avuto a che fare, e per quasi 20 anni, con una forza politica che non era un partito e bensì una proprietà, dico il Polo delle libertà guidato da Silvio Berlusconi. Un partito è una realtà dove c’è un’articolazione delle idee, dei personaggi guida, delle opzioni politiche possibili.

Nulla di tutto questo nella storia della coalizione di centro-destra che pure aveva vinto ben tre elezioni politiche. E a non dire dell’ultimissima campagna elettorale, quando gli unici segni di vita che provenivano dalla coalizione di centro-destra erano il risultato della respirazione bocca a bocca costituita dagli exploit televisivi e massmediatici di Berlusconi. Con Grillo pare di essere di nuovo a quello. A uno che parla e straparla con voce sempre rauca a nome e per conto dei milioni di elettori che lo hanno premiato, e a nome e per conto di quei ragazzi molto simpatici che lo rappresenteranno in Parlamento. Molti dei quali, tra l’altro, loro sì muniti di lauree e master e studi universitari. E ammesso che gli studi universitari abbiano mai pesato qualcosa nel determinare il valore di un destino politico. Non mi pare avessero chissà quali curriculum universitari tipini come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, Bettino Craxi e François Mitterrand, e a non dire di Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

Torniamo al sodo. Se per tenere in moto la macchina della politica italiana  -  ovvero della governabilità minimale ed elementare del Paese - siano indispensabili i voti grillini. Detto così in generale, ovvio che no. Ci sono almeno tre forze politiche consistenti, il Pd di Bersani ma anche di Matteo Renzi, quel che resta della coalizione di centro-destra, quel buon dieci per cento di montiani o moderati o centristi o come altro li volete chiamare, che in punto di aritmetica potrebbero dare la maggioranza a un governo serio, responsabile, capace di non promettere nulla e invece fare le due o tre cose possibili a che la situazione economica non precipiti. Un governo di cui dovrebbero far parte ministri dai coglioni quadri, e non è che ce ne siano a bizzeffe. Di certo un governo che dovrebbe scalciare via le contese sul nulla di cui è stata fatta la nostra storia politica recente.

Non ce le possiamo permettere quelle polemiche e quei penosi faccia a faccia televisivi. I disoccupati aumentano ora per ora, le imprese falliscono una dopo l’altra, le saracinesche di infiniti negozi restano chiuse al mattino, quello che una volta chiamavamo «ceto medio» arriva a fine mese lacerato e contuso. Certo non dipenderà dai «niet» di Grillo se la macchina politica italiana arrancasse fino a stopparsi. Sarà a quel punto la storia a dare il suo giudizio di una classe politica che ha portato l’Italia a una guerra e l’ha persa. Né più né meno che la guerra dichiarata da Benito Mussolini nel giugno 1940. Ovvio poi che se il governo che io auspico si comportasse in maniera cialtrona e rumorosa e contraddittoria, allora si va di nuovo alle elezioni. E in quel caso di simpatici grillini ne arriveranno magari il doppio. Non so se a quel punto la penisola che sta ben dentro il Mediterraneo e sulla quale è maturata tanta parte della storia e della cultura del mondo, avrà ancora nome Italia.

O'Brien ammette e chiede scusa per aver molestato sessualmente quattro giovani sacerdoti

Libero


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Alla fine ha ammesso le sue responsabilità, il cardinale Keith O'Brien. Ormai ex primate di Scozia ed arcivescovo di St.Andrews e Edimburgo è stato accusato da quattro sacerdoti di comportamenti "inappropriati". O'Brien, 74 anni, che si è dimesso il 25 febbraio scorso, due giorni dopo lo scoppio dello scandalo e ha rinunciato a partecipare al conclave, ha riconosciuto che, la sua condotta sessuale, "è scesa al di sotto degli standard che ci si dovevea aspettare da me come prete, arcivescovo e cardinale". O'Brien ha chiesto scusa, "a quanti ho offeso", e alla, "chiesa cattolica e agli scozzesi".

Una settimana fa l'Observer aveva riferito delle accuse da parte di tre preti e un ex prete, fatte pervenire al nunzio apostolico in Gran Bretagna, l'arcivescovo Antonio Mennini, prima che Benedetto XVI annunciasse la sua decisione di dimettersi da pontefice l'11 febbraio scorso. Accuse che O'Brien aveva subito respinto, facendo sapere che avrebbe chiesto assistenza legale. Poco più di 24 ore dopo le dimissioni dalla guida della diocesi e l'annuncio della rinuncia a recarsi a Roma per scegliere il nuovo papa. Dimissioni subito accettate in Vaticano, ricordando inoltre che O'Brien avrebbe compiuto 75 anni questo mese, età in cui le dimissioni sono attese. O'Brien sarebbe stato l'unico rappresentante della chiesa cattolica britannica al conclave. Aveva già 'fatto notizia' con un'intervista alla Bbc in cui dichiarava che a suo avviso i preti dovrebbero potersi sposare se lo desiderano.

Il vostro caffè contrasta fame e povertà?

La Stampa

La campagna Oxfam “Scopri il marchio” analizza le politiche sociali e ambientali delle grandi industrie alimentari

roberto giovannini

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Nessuna delle 10 grandi multinazionali del cibo è oggi leader nella lotta alla fame e alla povertà, anche se alcune come ABF, Kellogg’s e Mars si dimostrano decisamente più indietro di altre come Nestlé, Unilever e Coca-Cola. A rilevarlo è «Scopri il Marchio», la campagna lanciata da Oxfam per analizzare le politiche sociali e ambientali delle multinazionali dell’alimentare. 

Nato nel quadro della campagna COLTIVA, il rapporto di ricerca classifica le politiche adottate dalle 10 maggiori aziende del settore alimentare su 7 tematiche precise: il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei contadini impiegati nella loro filiera nei paesi in via di sviluppo; l’attenzione alla tematica di genere; la gestione della terra e dell’acqua utilizzate nel processo produttivo; le politiche di contrasto al cambiamento climatico; la trasparenza adottata dall’azienda nella propria attività. Altre politiche, seppur fondamentali (come la politica sulla nutrizione o sulla lotta all’obesità, le politiche di riduzione dei rifiuti solidi, la politica finanziaria) non sono state invece oggetto di valutazione specifica.

Sulla base di questi temi, la pagella-Scopri il Marchio ha evidenziato come alcune aziende (ABF, Kellogg’s, Mars) siano nettamente più indietro di altre. Tuttavia, nessuna di queste aziende è oggi leader nella lotta alla fame e alla povertà. «Oxfam ha analizzato per un anno e mezzo le politiche delle 10 più grandi aziende alimentari del mondo. Abbiamo scoperto che alcune aziende si sono assunte degli impegni importanti, che meritano un riconoscimento. Tuttavia, nessuna delle 10 maggiori aziende del cibo sta tutelando abbastanza i milioni di uomini e donne che producono e coltivano le loro materie prime, né la terra, l’acqua e l’aria da cui dipende ciò che mangiamo ogni giorno. Eppure le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo guadagnano, complessivamente, un miliardo di dollari al giorno: hanno tutta l’influenza economica, sociale e politica necessaria per fare la differenza nella lotta alla fame e alla povertà globale», spiega Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne e Cittadinanza Attiva di Oxfam Italia.

L’idea di Oxfam, dice Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, è dare ai consumatori i mezzi per capire chi produce i loro prodotti preferiti, e per chiedere alle aziende di fare dei passi concreti per migliorare le cose. La prima iniziativa pubblica di «Coltiva - Scopri il Marchio» è la richiesta ai tre giganti del cioccolato – Nestlé, Mondelez e Mars – di proteggere di più le donne che lavorano nella filiera del cacao, realizzando un piano di azione per affrontare il problema della diseguaglianza femminile e promuovendo il loro accesso al credito, alla formazione e a migliori opportunità lavorative. «Non chiediamo ai consumatori di smettere di comprare i prodotti che amano - conclude Barbieri - ma di sollecitare le aziende a comportarsi in modo da restare all’altezza delle loro aspettative. E’ l’enorme potere che abbiamo tutti noi: il potere di tante piccole azioni che contribuiscono a un grande cambiamento».




La classifica delle “10 Sorelle del Cibo”
La Stampa

La graduatoria stilata da Oxfam
roberto giovannini


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La pagella-Scopri il marchio è il risultato di una analisi durata diciotto mesi ed è stata elaborata a partire da dati pubblici sulle politiche di ciascuna azienda. Le aziende hanno collaborato nel fornire i dati necessari per questa classifica, che verrà costantemente aggiornata se le aziende dovessero modificare le proprie politiche. Sui temi specifici, il rapporto di Oxfam «Scopri il Marchio» evidenzia: Donne: Alcune imprese hanno riconosciuto i diritti delle donne e i loro bisogni, ma nessuna ha intrapreso misure concrete per eliminare la discriminazione delle donne coinvolte nella loro catena produttiva; 

· Terra: Nessuna delle 10 Sorelle del cibo ha dichiarato guerra al land grabbing, nonostante tutte loro acquistino materie prime – olio di palma, soia, zucchero – spesso oggetto di fenomeni di accaparramento di terra e acqua a scapito di comunità locali; Trasparenza: Se è vero che Nestlé e Unilever sono più aperte riguardo ai paesi da cui provengono le loro materie prime, né queste aziende né tutte le altre forniscono sufficienti informazioni riguardo ai propri fornitori, e questo rende molto difficile verificare quanto gli impegni in materia di sostenibilità e responsabilità sociale siano effettivamente attuati;

· Acqua: tutte le aziende esaminate stanno complessivamente aumentando la loro efficienza rispetto al consumo di acqua, ma la maggior parte non ha adottato politiche che limitano il proprio impatto sulle risorse idriche locali. Solo Pepsi si è impegnata a consultarsi con le comunità locali, mentre Nestlé ha sviluppato delle linee guida per i propri fornitori sulla gestione dell’acqua; Cambiamenti climatici: Tutte le aziende hanno intrapreso alcuni passi per ridurre le emissioni di gas serra, ma solo Mondelez, Danone, Unilever, Coca Cola e Mars pubblicano rapporti sulle emissioni associate alla propria produzione di cibo, e solo Unilever ha assunto l’impegno di dimezzare il proprio impatto sull’effetto serra entro il 2020.

Nessuna delle 10 sorelle del cibo ha ancora sviluppato delle politiche volte ad aiutare i contadini della propria filiera di produzione a rovesciare gli effetti del cambiamento climatico. Sostegno ai piccoli produttori: Nessuna delle aziende esaminate si è ufficialmente impegnata a retribuire un salario equo ai braccianti o a stipulare accordi di commercio equo con i produttori agricoli. Solo Unilever ha adottato linee guida specifiche che favoriscono il rifornimento da produttori di piccola scala.

Smartphone: come evitare che la batteria si scarichi

La Stampa

La chimica non segue la legge di Moore, in attesa di novità conviene ottimizzare i consumi.

valerio mariani


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Il vero motivo per cui le batterie degli smartphone sono inadeguate? Lo sintetizza molto bene tale Farhad Manjoo, autore un anno fa di un post sul sito Pandodaily: “le batterie degli smartphone non seguono la legge di Moore”. Al contrario di ciò che succede nella tecnologia del silicio, la chimica delle batterie non riesce a stare al passo delle richieste degli utilizzatori, con grande frustrazione da parte loro, visto che una maggiore durata della batteria è considerata in tutti i sondaggi come il primo desiderio. 

Una struttura, quella delle batterie che conosciamo, che ormai ha dato tutto ciò che poteva, raggiungendo, nel caso delle batterie ricaricabili agli ioni di Litio presenti in tutti gli smartphone, il massimo in termini di efficienza rapportata alle dimensioni e al peso. Fino a quando non si riuscirà a sfruttare meglio la tabella periodica degli elementi di Mendeleev, con tecniche di preparazione delle batterie totalmente nuove, che sfruttino materiali e composizioni diverse, non ci saranno speranze. E ci vorranno ancora un paio d’anni prima che ciò accada.

Nel mentre la tecnologia non si ferma, gli smartphone più cari sul mercato hanno una potenza di calcolo maggiore dei computer che hanno gestito lo sbarco dell’uomo sulla Luna, e ciò che noi gli richiediamo ricade sempre e comunque sulla fonte di energia, la batteria ricaricabile. 
Le batterie ricaricabili agli ioni di Litio hanno raggiunto il livello di qualità massimo che gli si possa fisicamente richiedere. Si è riusciti (quasi) a eliminare l’effetto memoria che le faceva decadere rapidamente, si è riuscito a impedire lo scoppio successivo al surriscaldamento, si sono realizzati form factor che hanno ridotto di molto le dimensioni degli smartphone, si è raggiunto il livello di autonomia massimo e la possibilità di ricaricarle anche non totalmente scariche senza danneggiarle. 

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Ma la tecnologia va avanti, mettendo alla prova le batterie e impedendogli di resistere per più di una decina di ore di utilizzo standard. Tutte indistintamente. Dalla batteria, da 1800 mAh o 2100 mAh che sia, non sostituibile dell’iPhone 5, a quella, fortunatamente sostituibile, del nuovo Z10 di BlackBerry, a quella del Microsoft Surface Rt, il tablet appena presentato dalla casa di Redmond che sembra avere problemi di autonomia. Ma perché la batteria di uno smartphone dura appena una giornata? Vediamo i 5 motivi principali e gli eventuali rimedi.

Lte. La rete 4G è una gran bella cosa, permette una velocità di scaricamento di 326,4 Mb/s e di upload di 86,4 Mb/s, a spanne valori quasi dieci volte maggiori del 3G. Ma è la maggiore imputata del consumo di batteria al punto che i produttori stessi non sono così contenti da doverla adottare. Il consiglio è di impostare il telefono in modo che usi solo reti 2G e/o 3G, perché nel caso di settaggio massimo, il telefono cercherà continuamente l’accesso alla rete 4G. Stesso discorso vale per il ricevitore WiFi e bluetooth, attivarli solo al momento del bisogno. Display. Gli schermi da 4 pollici in su, con risoluzione e luminosità eccezionale, full HD e chi più ne ha più ne metta contribuiscono anche loro al consumo della batteria.

Meglio evitare di svegliare il telefono ogni dieci minuti per quello che ormai è più che altro un tic che reale esigenza. Applicazioni. Il dito è puntato anche sulle App, per fare un esempio quelle che sfruttano la geolocalizzazione. Non tanto sul loro utilizzo ma sul lavoro di erosione che possono fare quando lo smartphone è a riposo. A causa di una progettazione spesso superficiale, alcune app continuano a lavorare in sordina anche quando dovrebbero dormire. Consiglio? Leggere sempre le recensioni delle App che si scaricano, eliminare quelle non utilizzate e costruirsi un bouquet essenziale.

Multimedia. Scattare foto, ascoltare musica, usare YouTube, caricare le pagine web troppo ricche e ascoltare brani e radio in streaming rappresentano un lavoro eccezionale per la batteria, meglio non abusare delle applicazioni multimediali dello smartphone o, almeno, essere coscienti delle conseguenze. Processore. Bello avere uno smartphone quad-core, bellissimo. Ma ricordiamoci che, quasi sempre, il produttore dello smartphone non ha pensato a una batteria altrettanto performante. Forse un dual-core è più che sufficiente per gli usi comuni.

Ultimo consiglio? Portarsi sempre dietro il caricabatteria o una batteria di ricambio, in attesa che la chimica si dia una mossa. I centri di ricerca coinvolti lavorano essenzialmente nella stessa direzione: trovare una valida alternativa ai materiali classici che compongono la struttura di una batteria che prevede che una soluzione elettrolitica trasporti gli ioni di Litio dalll’anodo al catodo. 
Si pensa a sostituire la soluzione elettrolitica, a sostituire i poli stessi oppure a tentare con nuovo materiale, per esempio il buon vecchio caro silicio. Tutti gli esperimenti sono ancora tali, prima di vedere qualcosa ci aspettano ancora un paio di anni di frustrazione. 

Scatto e condivido: il ritorno (discusso) della Polaroid

Corriere della sera


Prima c'era una foto istantanea da condividere in pochi minuti con gli amici intorno a noi. Poi è arrivato uno scatto ancora più rapido da condividere con tutto il nostro mondo virtuale. Adesso il filo rosso tra la vecchia Polaroid e Instagram si rafforza: l'italiana Socialmatic ha firmato un accordo con la Polaroid per produrre la versione digitale e sociale della OneStep, la celebre fotocamera con pellicola autosviluppante degli anni Ottanta.


La Polaroid Socialmatic Camera potrà scattare, modificare, condividere e stampare direttamente le foto utilizzando la tecnologia Zink (zero-Ink, nessun inchiostro) che stampa utilizzando una carta particolare, fatta di pigmenti cristallini. Socialmatic aveva già costruito l'anno scorso un prototipo della fotocamera che aveva uno schermo touch da 4,3 pollici, obiettivi intercambiabili, Wi-Fi, Bluetooth e 16 GB di memoria interna, ma il prodotto definitivo dovrebbe arrivare sugli scaffali dei negozi nei primi tre mesi dell'anno prossimo.

, che nel 2008 ha annunciato la cessazione della produzione di pellicole istantanee, fa già discutere gli «instagramers» e non solo. Il marchio fondato nel 1937 da Edwin H. Land a Minnetonka, nel Minnesota, negli ultimi anni è morto e risorto più volte, fino all'ultima trasformazione, quella del 2010, quando Lady Gaga ha preso in mano la direzione creativa. Sotto l'occhio della popstar è stata lanciata nel mercato, un anno fa, la Polaroid GL10 Instant Mobile Printer, una stampante che permette di stampare una foto in formato standard in un minuto. Ma ora l'idea è quella di avere una macchina in grado di scattare una foto, permettere all'utente di applicare i filtri di Instagram e poi condividerla, in due modi: sul web via Wi-Fi e con chi gli sta accanto con la stampa diretta.

«Le foto realizzate con Instagram hanno una qualità eccellente e la persona che scatta si affida ad un mezzo tecnico straordinario», osserva il fotografo Maurizio Galimberti, autore di ritratti-icona tridimensionali realizzati con la tecnica del mosaico di più Polaroid. «Ma temo che a queste nuove macchine manchi il linguaggio delle vecchie Polaroid». Dal primo scatto da bambino, alla Rinascente nel 1968, al ritratto-mosaico di Johnny Depp pubblicato sul Times, che nel 2003, lo ha consacrato come artista di fama mondiale: negli anni Galimberti si è affidato sempre al mezzo tradizionale, con immagini manipolate, in fase di stampa, come una pittura.

«Nelle macchine digitali manca quell'aggressività che c'è in uno scatto tradizionale: c'è un approccio più superficiale, ma sicuramente più semplice. Con le vecchie Polaroid bisogna improvvisarsi guidatori esperti di un mezzo povero, ma che il conducente poteva trasformare in una Ferrari». Sognatori, visionari, collezionisti: tra gli estimatori delle vecchie Polaroid ricorda anche il regista Marco Ferreri, Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra. «Mi raccontava di aver fotografato tre monaci missionari in Uzbekistan che, con la Polaroid in mano, gli avevano domandato stupiti: "Perché vuoi fermare il tempo?". Mi dispiace perdere questa poesia».

Video
Michela Proietti
4 marzo 2013 | 10:12

E Grillo prova a «intestarsi» il disagio sociale

Corriere della sera

La proposta lanciata in campagna elettorale dal M5S è il modello «top down» e tende ad azzerare gli organismi intermedi di ascolto e di canalizzazione del consenso

Anche per la società di mezzo fare i conti con i recenti risultati elettorali non sarà facile. Perché mentre la politica tenterà di costruire nuovi/più complicati equilibri politici e di assicurare una governabilità seppur a tempo, l'associazionismo e la rappresentanza si dovranno misurare con i mutamenti indotti nella dialettica sociale dal successo del Movimento 5 Stelle. Si è ripetuto in questi mesi che la profondità della crisi non si era (fortunatamente) sommata a un'esplosione di conflitto sociale e che gli italiani avevano saputo sviluppare una grande capacità di adattamento alla riduzione di taglia della nostra economia. Più che riempire le piazze avevano saputo stringere la cinghia o tutt'al più sviluppare la contrattazione aziendale. Ma tutto il potenziale che non si è espresso in termini di conflitto sociale aspro, anche solo con le forme che abbiamo conosciuto nel Novecento o che possiamo osservare nelle cronache greche e spagnole, alla fine è sfociato in un clamoroso caso di conflitto politico che ha portato un movimento outsider a scalare il Parlamento.

L'Opa lanciata da Beppe Grillo è riuscita e, vista dal basso, c'è il rischio che in virtù di quest'operazione gli venga intestata de facto la totalità della rappresentanza del «disagio» sociale. La prima dimostrazione che per sindacati, Confindustria, Rete Imprese Italia, cooperative sarà arduo difendere gli spazi di protagonismo che avevano tradizionalmente occupato viene anche dal dibattito di questi giorni. Le priorità programmatiche individuate per costruire gli equilibri di governo poggiano quasi integralmente su misure che attengono alla riforma della politica e relegano più indietro i temi dell'economia reale e della crescita. Negli ultimi giorni di campagna elettorale Grillo si era lanciato in un attacco ai corpi intermedi di non facile decrittazione.

È parso di capire che ce l'avesse esclusivamente con i sindacati confederali più che con le organizzazioni della rappresentanza d'impresa, visto che in Veneto una piccola sigla aveva radunato per lui un parterre di artigiani e a Parma l'assessore alle Attività produttive viene da un'altra associazione di Pmi. Quale che sia l'interpretazione giusta della sua sparata, Grillo ha però voluto ribadire un'idea della democrazia in cui sembra esserci poco spazio per la società di mezzo. La sua è una proposta top down e tende ad azzerare gli organismi intermedi di ascolto e di canalizzazione del consenso. Se pensiamo come in campagna elettorale la Cgil avesse reinvestito moltissimo sulla nascita di un governo amico, e come già fossero in corso timidi tentativi per aggiungere al blocco laburista un'interlocuzione privilegiata con la Confindustria, si capisce facilmente qual è la portata della discontinuità che le parti sociali si trovano davanti. Equivale a un cambio di paradigma.

Grillo per la Cgil è un avversario più temibile della stessa «bestia nera» Maurizio Sacconi, che pure aveva puntato ad isolarla, perché la pressione del Movimento 5 Stelle agisce anche dall'interno. E' un cavallo di Troia parcheggiato nella cittadella della rappresentanza sociale. E qui si inserisce un altro tema con il quale confrontarsi, l'evoluzione della Rete. Per come ha saputo usarla il duo Casaleggio-Grillo assomiglia non solo a uno straordinario strumento di comunicazione ma anche a una sorta di infrastruttura del consenso. Rete e società civile tendono a rispecchiarsi l'una nell'altra e con il tempo cercano di assomigliarsi. Se pensiamo al sostanziale analfabetismo digitale della società di mezzo non possiamo non cogliere la preoccupante asimmetria delle forze in campo.

Quando a suo tempo un altro partito outsider, la Lega Nord, volle sfidare il sindacato anche «dal basso» mise in campo il Sin.pa. di Rosi Mauro e un insieme di associazioni raccogliticce. Poca roba e sappiamo come è andata a finire. Stavolta la competizione si presenta più ardua e se, di conseguenza, la rappresentanza vorrà resistere dovrà chiedere non solo la riforma della politica ma anche implementare la sua. Sarebbe maramaldesco elencare, qui e adesso, tutti i vizi e le pigrizie della società di mezzo ma di lavoro da fare ce n'è a volontà. Si tratta decidere solo da dove cominciare.

Dario Di Vico
@dariodivico4 marzo 2013 | 8:43

Red District, viali di puttane, escort… Ma noi restiamo a guardare lo zoo?

Corriere della sera

di Sara Gandolfi


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Sono appena tornata da Amsterdam. Da brava turista, ho fatto il giro del quartiere a luci rosse. E mi ha fatto impressione. Perché erano tutte extracomunitarie, molte un po’ sfatte e tutt’intorno giravano branchi di uomini molto diversi fra loro ma tutti con gli sguardi eccitati, affamati. Il giorno dopo sono andata allo zoo e ho provato lo stesso fastidio. Anche lì animali in gabbia o sottovetro. Alcuni si avvicinavano al turista in cerca di un cenno, altri avevano capito l’antifona e non alzavano neppure il muso.

Però avevano gli stessi occhi stanchi e annoiati delle donne del Red District. Mi sono chiesta più volte come sia possibile che nella ricca e civilissima Amsterdam, dove il giorno prima avevo visto danzare decine di donne e uomini insieme in piazza Dam contro la violenza sulle donne (per l’appuntamento del One billion rising), si potesse permettere uno zoo umano come quello che circonda la Oude Kerke, la Vecchia chiesa del centro. Non ho trovato risposte se non che forse quelle puttane, reiette della societa’, stanno meglio delle ragazzine dell’Est che si prostituiscono al freddo nei nostri viali, seguite e forse imprigionate da aguzzini spietati. La società non ha davvero più nulla da dire sul tema?

In un mondo in cui le donne possono dire sì, forse le donne possono tornare donne. Con un lavoro vero. Forse non ha alcun senso che ci siano ancora donne che non possono dire no. Soprattutto quelle che non hanno scelto di fare il mestiere più’ antico del mondo.Comunque ecco alcune cifre.
Ad Amsterdam lavorano circa un migliaio di prostitute, di cui alcune centinaia dietro le vetrine del Red Light District. Le altre lavorano in club, bordelli, a casa o per servizi escort. In totale la città ha circa 400 “finestre”, la maggior parte lungo il Wallen nel Quartiere rosso.

Uso il termine “lavorano” perché ad Amsterdam la prostituzione è legale dal 1811 e viene considerata appunto come un lavoro. Dal 2000 è stato abolito anche il divieto di organizzare e gestire bordelli. Unico limite è che le prostitute devono essere maggiori di 18 anni e i clienti di 16. Le prostitute hanno un sindacato (De Rode Draad) anche se quasi nessuna aderisce. In realtà, però, prostitute e bordelli fanno fatica sia a stipulare un’assicurazione sia ad ottenere prestiti.

La maggior parte delle prostitute del Red District non ha protettore. E’ il boss di se stessa. Affitta una stanza per il giorno (85 euro) o la notte (115 euro) e si mette a “lavorare”. Il Red District è sorvegliato sia dalla polizia, presente in forze per tutto il giorno, sia dagli Hell’s Angels che tengono il quartiere “pulito”. All’interno di quasi tutte le stanze, in caso di bisogno, c’è un bottone che innesca un allarme e una luce all’esterno, proprio per richiamare l’attenzione di polizia e Hell’s Angels. Ciò non impedisce che fin dalle prime ore del pomeriggio la zona sia battuta da gruppi di uomini ubriachi e vocianti.

Una volta le prostitute erano in maggioranza thailandesi, poi è stato il turno delle sudamericane, ancora molto presenti ma ormai surclassate dalle europee dell’Est.

Il prezzo si aggira sui 50 euro per 15-20 minuti di sesso orale e rapporto completo (entrambi con il condom). Scende a 30 euro se ci si limita a una delle due pratiche. Per altro, bisogna contrattare un prezzo extra. Quasi nessuna accetta di baciare. Una recente inchiesta svolta da funzionari del Comune ha tratteggiato il cliente tipo: nella stragrande maggioranza dei casi è straniero, tra i 25 e i 45 anni, dei più svariati ceti sociali. Ogni anno circa 200.000 uomini visitano le prostitute del Red District.

In Italia, secondo le ultime stime del Gruppo Abele, ci sono 70mila prostitute – per metà straniere e per il 20% minorenni – per nove milioni di clienti: un business illegale che frutta cinque miliardi di euro l’anno. Dati in linea con quelli di “Escort Italia” che si batte per la regolarizzazione del mercato del sesso.

Nel 1859 venne per la prima volta autorizzata, con un decreto voluto da Camillo Benso di Cavour, l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia; l’anno successivo il decreto fu trasformato in legge con l’emanazione del “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione”. Aprirono le cosiddette “case di tolleranza”, perché tollerate dallo Stato, che ne fissava addirittura con legge tariffe – dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per quelle popolari – e norme, come la necessità di una licenza e l’obbligo di effettuare controlli medici per evitare il diffondersi di malattie veneree. Le persiane sarebbero dovute restare sempre chiuse, da qui i bordelli presero il nome di “case chiuse”.

Il 20 settembre 1958, a seguito di un lungo dibattito nel Paese, è stato introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione e le case di tolleranza sono state chiuse con la cosiddetta legge Merlin, scritta da Angelina Merlin del Partito Socialista. La legge punisce lo sfruttamento della prostituzione o lenocinio e anche il favoreggiamento.

Le puttane, e i loro protettori-aguzzini, continuano però a popolare i nostri viali, le nostre piazze, le nostre coscienze di donne moderne.

La maschera e le macerie

Corriere della sera


Beppe Grillo sembra affezionato alla parola «macerie». L'ha usata più volte, per descrivere la situazione italiana attuale e quella che verrà. In una intervista alla Bbc sostiene che «destra e sinistra si metteranno insieme e governeranno un Paese di macerie di cui sono responsabili». Ma durerà poco, prevede: un anno, al massimo. Poi «ci saranno nuove elezioni e una volta ancora il Movimento 5 Stelle cambierà il mondo».

In attesa di cambiare il mondo, vien da dire, proviamo a cambiare l'Italia? La demolizione talvolta è necessaria, per poter ricostruire; e Grillo certamente non s'è tirato indietro, quando si trattava di manovrare la benna. L'hanno aiutato, nell'operazione, i partiti tradizionali, incapaci di recepire la richiesta - anzi, la supplica - di cambiamento che saliva dalla Nazione. Abbiamo cominciato vent'anni fa, con il voto alla Lega iconoclasta e il plebiscito nei referendum di Mario Segni; poi l'apertura di credito verso Silvio Berlusconi e la speranza nell'Ulivo nascente. Ogni volta, all'illusione, è seguita la delusione.

Perché non finisca così anche stavolta - il tempo passa, la stanchezza cresce, l'Italia scivola indietro in ogni classifica internazionale - il Movimento 5 Stelle deve fare la sua parte. Nessuno può imporgli di governare; nessuno deve suggerirgli se allearsi e con chi allearsi. Ma tutti possiamo ricordargli questo: non ha solo diritti, ormai. Ha anche qualche dovere. Incassare il successo elettorale significa legittimare le regole e le istituzioni attraverso cui quel successo è arrivato. Opposizione, governo, appoggio esterno: il Movimento ora deve cambiare passo. Non è tollerabile giocare con il futuro del Paese, che è il futuro di tutti. Siamo legati all'Europa, abbiamo obblighi precisi. L'incertezza ha un costo, e lo stiamo già pagando. Se la strategia di Grillo è aumentare quest'incertezza, far crescere quei costi, provocare altre macerie economiche e politiche, lo dica. Chi ci rimarrà sotto, almeno, saprà chi ringraziare.

Sono materie, queste, su cui il leader - non eletto, ricordiamolo - ha il dovere di consultare i suoi 163 parlamentari (109 deputati, 54 senatori). Non sono automi; non li può «cacciare a calci», come ieri ha minacciato di fare «se cambiano casacca» (alla faccia dell'articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»). Hanno in media 39 anni (32 alla Camera, 46 al Senato); le donne sono il 36 per cento; i laureati l'88 per cento. Molti appartengono alla generazione Erasmus, che conosce e rispetta l'Europa. È difficile credere che vogliano le macerie, come biglietto da visita internazionale.

Per finire, una preghiera. Il Movimento 5 Stelle è ormai un protagonista della vita italiana. Deve mostrarsi e spiegarsi in Italia. Le riunioni segrete e le mascherate - letterali - del capo possono far sorridere, all'inizio; ma poi diventano patetiche. L'insulto come metodo di discussione non è liberatorio: è imbarazzante e volgare. L'abitudine a parlare solo con i media stranieri non è sofisticata, ma provinciale. Sapere quali sono le intenzioni di un sesto del Parlamento italiano leggendo le anticipazioni di un'intervista di Beppe Grillo alla rivista tedesca Focus è umiliante: per lui, per noi, per tutti.

Beppe Severgnini
@beppesevergnini4 marzo 2013 | 7:52

Rai, lettere anonime ai vertici «Al Tg1 stipendi gonfiati»

Corriere della sera

Esposto Dalla Rai è partito un esposto verso Palazzo di Giustizia. Nessun documento, invece, verso piazzale Clodio

ROMA - I corvi tornano a volteggiare su viale Mazzini: si ripete l'antico rito aziendale delle lettere anonime. Due missive senza firma hanno raggiunto due mesi fa il presidente Anna Maria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi. Una terza è stata spedita alla Procura della Repubblica di Roma sotto forma di esposto ma con un testo in tutto simile alle due lettere Rai.

Materia rovente: ipotetiche irregolarità sulla concessione delle indennità notturne, festive e di orario straordinario a un gruppo di redattori (una trentina, ma la stima è incerta) da parte di non meglio identificati vertici del Tg1, con ogni probabilità capi redattori o vicedirettori. In sostanza, alcuni redattori del principale tg della Rai avrebbero ricevuto pagamenti per turni notturni, per giornate festive o per orari straordinari mai veramente svolti.

Come ha anticipato ieri il Fatto, della vicenda si sta occupando il procuratore capo di Roma, Luigi Pignatone, che ha affidato il caso al procuratore aggiunto Francesco Caporale, da cui dipende il pool dei reati contro la pubblica amministrazione: la Rai è un'azienda pubblica, anche se di diritto privato. Qualsiasi ipotetica malversazione si tradurrebbe, appunto, in un reato contro l'amministrazione pubblica. Dalla Rai, per ora, è partito un esposto verso Palazzo di Giustizia, come assicurano fonti ufficiali della tv pubblica. Nessun passaggio di fascicoli, invece, tra viale Mazzini e piazzale Clodio.

Tutto si sarebbe svolto sotto la direzione pro tempore di Alberto Maccari (che a suo tempo inviò lettere di richiamo allo scrupoloso rispetto delle regole in materia di notturni e festivi) e in parte sotto la direzione di Augusto Minzolini. L'attuale direttore, Mario Orfeo, è stato avvisato dai vertici Rai dell'indagine interna e ha rinforzato i controlli. Fonti ufficiali Rai ieri hanno smentito che, in questa vicenda, ci sia un capitolo legato anche alle note spese. In base alle due lettere, i vertici di viale Mazzini hanno deciso un audit interno, cioè un'ispezione aziendale affidata alla struttura diretta da Marco Zuppi. L'indagine, stando sempre a ricostruzioni informali che circolano a viale Mazzini, avrebbe registrato decine di irregolarità. Comunque non di grandi dimensioni né su cifre colossali. Ma la Procura non ha ricevuto nulla dalla Rai: almeno per ora, e finché non ci saranno richieste da parte della magistratura, viale Mazzini limiterà la questione all'ambito aziendale.

Secondo gli accordi, i giornalisti Rai non hanno cartellini né firme di ingresso: qualsiasi variazione di orario (notturno, festivo, straordinario) viene registrato su un foglio a parte rispetto a quello delle normali presenze, e controfirmato da un responsabile di turno. Secondo il «corvo» molte presenze notturne, festive o straordinarie sarebbero state fittizie o addirittura false. Impossibile conoscere i nomi dei giornalisti coinvolti: la Rai ritiene ancora aperto l'iter dell'audit interno e giudica assolutamente prematuro immaginare qualsiasi provvedimento disciplinare.

Molto preoccupato il sindacato interno dei giornalisti Rai, cioè l'Usigrai. Ieri l'esecutivo ha così commentato la vicenda: «L'Usigrai è sempre stata e sempre sarà dalla parte delle regole. Quindi se qualcuno ha commesso illeciti è giusto che venga sanzionato. Siamo i primi a chiedere chiarezza e trasparenza. E proprio sul tema degli orari e dell'organizzazione del lavoro, chiediamo quella chiarezza da tempo. Ma non possiamo accettare che si metta in moto la macchina del fango. Se è vero che esiste una indagine, si lasci lavorare la magistratura con serenità. Non vorremmo che qualcuno avesse interesse a gettare discredito sull'intera Rai, dove quotidianamente lavorano in maniera sera e professionale, nel pieno rispetto delle regole, centinaia di colleghe e colleghi».

Paolo Conti
4 marzo 2013 | 7:54

Macché senatori comprati Prodi fu abbattuto dai pm

Mariateresa Conti - Lun, 04/03/2013 - 08:18

Altro che senatori comprati. Furono le inchieste contro Mastella a chiudere la legislatura

Altro che compravendita di senatori per sabotare il governo di centrosinistra. Altro che «mercato delle vacche», per dirla alla Grillo, per far cadere Romano Prodi.


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Altro che «Operazione libertà», per dirla con l'ex senatore Sergio De Gregorio, che ai pm di Napoli è andato a dire (smentito dal Cavaliere) di avere ricevuto tre milioni di euro da Silvio Berlusconi per passare da Idv al centrodestra e buttare giù il Professore. Mario Monti, il Prof dei giorni nostri, all'epoca non esisteva. A far precipitare l'esecutivo di centrosinistra, cinque anni fa, furono i pm. I pm della procura di Santa Maria Capua Vetere che il 16 gennaio del 2008, di buon mattino, notificarono un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per la moglie dell'allora Guardasigilli Clemente Mastella, Sandra Lonardo. Gli stessi pm che, nel pomeriggio, lasciarono filtrare che nell'inchiesta che coinvolgeva oltre Lady Mastella vari esponenti dell'Udeur, era indagato anche il leader del partito in persona, che poi altri non era che il ministro di Giustizia in carica.

Fu così che, otto giorni dopo, dimessosi Mastella, Prodi si presentò alle Camere per chiedere la fiducia. E fu così che, al Senato, dove i numeri erano risicatissimi, Prodi cadde. Un fatto riconosciuto, all'epoca, quello della caduta per via giudiziaria del governo per l'assalto a tutto campo, familiari inclusi, al ministro di Giustizia. Ecco cosa affermava Mastella a maggio di quell'anno, governo del Cavaliere appena nato dopo la vittoria Pdl alle Politiche di primavera: «Credo che in questo momento – diceva l'ex Guardasigilli, alla sua prima uscita pubblica dopo l'uragano che aveva sconvolto la vita della sua famiglia – ci sarà sobrietà da parte del presidente Berlusconi nel rapporto con i magistrati. Non credo che si arriverà alla separazione delle carriere in magistratura. D'Altronde Berlusconi deve ringraziare quattro magistrati di Santa Maria Capua Vetere se ora è al governo».

I primi scossoni per il governo Prodi, in verità, c'erano stati qualche mese prima, a ottobre del 2007. E sempre di scossoni giudiziari si trattava, visto che erano legati alle indiscrezioni su Why Not, la celeberrima inchiesta poi finita in flop dell'allora pm, oggi leader politico nonchè sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Ma fu l'arresto di Lady Mastella, mentre il leader Udeur era il ministro di Giustizia in carica, a far precipitare la traballante baracca dell'esecutivo di centrosinistra. Tutto comincia il 16 gennaio del 2008. Alle 9 e 31 le agenzie di stampa battono la notizia choc: arresti domiciliari per la signora Sandra Lonardo, moglie del Guardasigilli, con l'accusa di tentata concussione. «Mi dimetto – annuncia Mastella alla Camera – tra l'amore per la mia famiglia e il potere scelgo il primo». Nel pomeriggio il colpo finale: nell'inchiesta c'è anche il Guardasigilli.

Prodi respinge le dimissioni, ma Mastella, il 17 gennaio, le conferma, annunciando un appoggio esterno dell'Udeur. Il 18 gennaio il Professore assume l'interim del ministero di via Arenula. L'Udeur chiede alla coalizione sostegno alla relazione di Mastella, che stigmatizzava il comportamento della magistratura. Da Idv un secco no. Il 23 gennaio comincia la conta. Prodi incassa la fiducia alla Camera, il giorno dopo affronta il Senato. E arriva il “pollice verso”: 156 sì, 161 no, un astenuto. Sin qui la cronaca, di quegli otto giorni convulsi. Oggi l'inchiesta della procura di Napoli e le dichiarazioni dell'ex senatore De Gregorio, sembrano voler riscrivere questa storia. La storia di un governo di centrosinistra abbattuto non dai cambi di casacca, ma dagli amici in toga. Dalla procura di Santa Maria Capua Vetere che ha messo con le spalle al muro il ministro di Giustizia, costringendolo alle dimissioni.

Quella spia fascio comunista a servizio (stampa) del Pci

Marcello Veneziani - Lun, 04/03/2013 - 08:29

Il giornalista Lando Dell'Amico per la prima volta racconta in un libro le manovre di Togliatti per reclutare intellettuali tra gli ex repubblichini

Quando Bersani ha annunciato lo scouting per traghettare i parlamentari grillini a sostenere la sinistra, aveva un precedente illustre. Un altro leader della sinistra, Togliatti, aveva teorizzato e compiuto la stessa strategia nei confronti dei fascisti.


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Non sto parlando del cosìddetto entrismo, ovvero la strategia di infiltrarsi nelle organizzazioni fasciste, né del suo appello ai fratelli in camicia nera del '36 e poi del ruolo avuto da Togliatti nell'estate del '39 per conto del Comintern per convincere i compagni francesi e italiani sulla validità del Patto Molotov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin. Parlo della giovane repubblica italiana, la democrazia antifascista, anche se le linee di quella strategia erano già state tracciate da Togliatti al tempo del fascismo. Ho tra le mani una sorprendente testimonianza di Lando Dell'Amico, personaggio strano, «spione» e avventuriero del giornalismo e delle idee. Di lui me ne parlò la prima volta Enrico Landolfi, socialista venuto dalla sinistra neofascista, poi convertito al Psi e infine a Bertinotti. Di Dell'Amico nel suo ruolo di cerniera tra comunisti e neofascisti ne parlai pure con Giano Accame e perfino, una volta con Augusto del Noce.

Ma di lui e del suo ruolo di traghettatore tra il Msi e il Pci ne hanno scritto anche personaggi importanti del Pci, come Ugo Pecchioli ed Emanuele Macaluso, storici come Paolo Buchignani in Fascisti rossi e giornalisti come Piergiorgio Murgia in Ritorneremo, più vari autori che si sono occupati di spionaggio, da De Lutiis a Gianni Cipriani. Dell'Amico ebbe una precoce esperienza nella Repubblica sociale e nel dopoguerra fu caporedattore di un giornale di frontiera tra il rosso e il nero, Il pensiero nazionale, diretto da Stanis Ruinas. Il giornale di sinistra fascista, scrive Dell'Amico, fu finanziato dal Pci. Scavalcando Ruinas, idealista refrattario, Dell'Amico era stato chiamato alle Botteghe Oscure - racconta ne

La leggenda del giornalista-spia, che esce ora da Koiné (pp.375, E.18) - da Giancarlo Pajetta, responsabile di stampa e propaganda del Pci, con l'imprimatur di Togliatti per «una capillare azione di avvicinamento in funzione antiNato della base giovanile neofascista», e per lavorare a fianco di due giovani dirigenti comunisti, Ugo Pecchioli ed Enrico Berlinguer, che poi accuserà Dell'Amico di «fascistizzare il partito». Lo scoutismo di Bersani allora fu chiamato da Togliatti Operazione Caronte: il «dimonio» in questione era proprio Dell'Amico che avrebbe dovuto traghettare i neofascisti all'altra riva comunista. Il linguaggio muta non solo perché mutano i tempi: Togliatti era uomo di lettere, Bersani uomo di coop. Dell'Amico, 26 anni, diventò «consulente di Pajetta» per la propaganda in ambito neofascista. Della sua opera di Caron Dimonio, Dell'Amico scrisse su Il Mondo di Pannunzio e addirittura su Le Figaro, grazie a due padrini d'eccezione: Ignazio Silone e Raymond Aron.

Erano gli anni in cui Togliatti apriva ai fascisti e ai sindacalisti venuti dal fascismo. Dopo aver amnistiato i fascisti da Guardasigilli, Togliatti fece scrivere Malaparte sull'Unità con lo pseudonimo di Gianni Strozzi e poi apertamente, fino a mandarlo come inviato in Cina. Di particolare interesse è il colloquio che Dell'Amico ebbe con Togliatti alla presenza di Pajetta. È riportato un virgolettato togliattiano sorprendente, non so quanto attendibile. Togliatti dice che si oppose all'ossessione persecutoria verso i neofascisti di Mario Berlinguer e Piero Calamandrei, poi consegna a Dell'Amico un fascicolo che documenta le sue aperture ai giovani venuti dal fascismo, elogia Mussolini giornalista, incoraggia il dialogo che Dell'Amico ha avviato tra i comunisti e il giovane Pino Rauti. Anche Ingrao, venuto dal fascismo e approdato al Pci, apre ai neofascisti sul settimanale dei giovani comunisti, Pattuglia.

Togliatti rassicura il neofascista Lando: «Stai tranquillo, con noi si diventa tutti intelligenti». E sulla premiata ditta Riciclaggi del Pci, Togliatti paragona la sorte di Gentile e Volpe che non furono mai razzisti, difesero anzi ebrei e antifascisti, e furono poi, l'uno ammazzato col plauso del Pci e l'altro epurato dalla cattedra; e Delio Cantimori che era stato a suo dire filonazista, dissentendo da Gentile che non volle pubblicare le sue voci antisemite sull'Enciclopedia italiana; ma fu redento dal nazismo e dal razzismo e salvato da Togliatti per «la sua adesione religiosa al Pci». Peraltro fu proprio Cantimori, neofita del Pci a censurare le opere di Nietzsche «protofascista» presso Einaudi... Un allievo di Cantimori fu Renzo de Felice. Di lui Dell'Amico racconta che fu allontanato dalla Fgci dal segretario Berlinguer per «gravissima deviazione ideologica» perché in un articolo censurato dal Pci, accusò Hitler di aver tradito Stalin in quell'alleanza a suo dire necessaria per sconfiggere «l'America capitalista e imperialista».

De Felice fu presentato a Dell'Amico da Pecchioli e militò nel suo movimento giovanile dei partigiani della pace. De Felice, racconta Dell'Amico, fu arrestato nel '52 per aver lanciato volantini su un corteo e fu scarcerato poche ore dopo, grazie a lui e a un poliziotto che poi sarebbe diventato famoso, Federico Umberto D'Amato. Dell'Amico racconta che molti anni dopo, lo storico ormai affermato si ritrovò a cena all'Hilton con lui e D'Amato «per una rimpatriata e per un sia pur tardivo ringraziamento». Nel '52 Pajetta aveva emanato una circolare riservata alle federazioni per conquistare al Pci «la gioventù monarchica e fascista». Nel frattempo Dell'Amico si era infiltrato nel Msi. Almirante, con cui ebbe poi un aspro carteggio, lo nominò primo segretario del raggruppamento studenti e lavoratori.

Poi Dell'Amico ruppe col Pci, pubblicò Il mestiere di comunista, e vagò tra giornalismo, servizi segreti, partiti e poteri. Nel suo libro-confessione racconta i suoi rapporti con Enrico Mattei e i petrolieri, con Fanfani in funzione anti-Pacciardi, con Saragat e De Lorenzo, i golpe e le stragi, l'Intelligence e Gelli, il ruolo della sua agenzia di stampa Repubblica. Un personaggio che ha attraverso la storia della repubblica italiana, i suoi retroscena e le sue fogne. Pubblicando ora con la prefazione di suo figlio Ugo questo libro-documento, in cui non mancano inesattezze, Dell'Amico cerca un filo conduttore al suo ruolo di Caron Dimonio nel suo lungo viaggio attraverso il neofascismo, il comunismo, la socialdemocrazia, i petroli, i poteri e i misteri della repubblica italiana. E ci offre uno spaccato delle viscere italiane, dove il cibo dell'ideologia in parte nutriva la politica, in parte finiva negli escrementi della storia.