domenica 3 marzo 2013

Vaticano, dimissioni Ratzinger e profezie: senza il Papa è iniziata l'era dei demoni

Libero

Da Fatima a Malachia, per tutti i grandi veggenti la rinuncia del capo della Chiesa avrebbe gettato il mondo nelle tenebre: "La città dei sette colli cadrà"

di Caterina Maniaci


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Un fulmine colpisce la cupola di San Pietro, mentre finisce il giorno in cui papa Benedetto XVI annuncia al mondo la propria decisione di dimettersi. Una foto immortala il fatto e diventa, rapidamente, l’immagine-simbolo dell’evento storico. E anche il simbolo di una diffusa sensazione di cataclismi incombenti. Perché le dimissioni papali ben si associano a interpretazioni apocalittiche per il futuro prossimo venturo. E quindi stanno fioccando le citazioni di profezie, visioni premonitrici, interpretazioni cabalistiche e complottistiche. Vengono riesumate visioni terrificanti di un «Vescovo vestito di bianco», il Pontefice probabilmente, che arranca su un colle coperto di rovine e di cadaveri, su cui anche lui troverà la morte, così come si legge nelle descrizioni del terzo segreto di Fatima, rivelato dalla Vergine Maria ai tre pastorelli portoghesi nel 1917.

«Anche per la Chiesa verrà il tempo delle sue più grandi prove. Cardinali si opporranno a cardinali; vescovi a vescovi. Satana marcerà in mezzo alle loro file, e a Roma ci saranno cambiamenti». Questo si annuncia appunto nell’ultima profezia di Fatima e  la cronaca di oggi può facilmente creare nessi con quanto sta succedendo tra le mura vaticane. Un leitmotiv ricorrente in occasione di decesso di un Pontefice - ma già adattato ad un Papa dimissionario - è quello attribuito a San Malachia e perciò definito profezia di Malachia. Un elenco di 112 motti che sarebbero attribuibili ad altrettanti pontefici a partire da Celestino II. Benedetto XVI era il 111°. Il prossimo, quindi, esaurirebbe la lista, Pietro Romano. Dopo, più niente: nell’interpretazione millenaristica della lista, il prossimo Pontefice sarebbe quindi l’ultimo prima del secondo ritorno di Cristo e della successiva fine del mondo.

Nella profezia di Malachia si legge dunque che l’ultimo Papa, Petrus Romano, siederà sul soglio pontificio nel corso dell’ultima persecuzione della Chiesa. Al termine del suo papato, «la città dai sette colli cadrà, e il giudice tremendo giudicherà il suo popolo». Il giorno del giudizio, insomma. Qualcuno parla già del prossimo pontefice come «il papa nero», che nella profezie di Nostradamus sarebbe l’ultimo prima dell’apocalisse. Ma attenzione: in nessuna centuria di Nostradamus si parla del papa nero. E non c’è alcun riferimento a tale profezia nella lista di San Malachia. Quando poi è stato proprio un Pontefice ad avere visioni apocalittiche sul futuro della Chiesa non si può non rimanerne profondamente colpiti. Il  13 ottobre 1884 papa Leone XIII finì di celebrare la Santa Messa nella cappella vaticana. Poi restò immobile per almeno dieci minuti.

Ridestandosi da quel momento di immobilità, il Papa si precipitò verso il suo ufficio senza dare la minima spiegazione a chi era vicino a lui e che l’aveva visto divenire livido. Leone XIII compose immediatamente una preghiera a san Michele Arcangelo, dando istruzioni perché fosse recitata ovunque al termine di ogni Messa bassa. Successivamente il Papa darà la sua testimonianza raccontando (sinteticamente) di aver udito Satana e Gesù e di aver avuto una terrificante visione dell’inferno : «Ho visto la terra avvolta dalle tenebre e da un abisso, ho visto uscire legioni di demoni che si spargevano per il mondo per distruggere le opere della Chiesa ed attaccare la stessa Chiesa che ho visto ridotta allo stremo. Allora apparve San Michele e ricacciò gli spiriti malvagi nell’abisso. Poi ho visto San Michele Arcangelo intervenire non in quel momento, ma molto più tardi, quando le persone avessero moltiplicato le loro ferventi preghiere verso l’Arcangelo».

Significativo che nel 1994, Papa Giovanni Paolo II abbia chiesto che questa preghiera tornasse ad essere recitata, affinché  «la preghiera ci fortifichi per la battaglia spirituale... Papa Leone XIII ha ha certamente avuto un vivo richiamo di questa scena quando ha introdotto in tutta la Chiesa una speciale preghiera a San Michele Arcangelo. Chiedo a tutti di non dimenticarla e di recitarla per ottenere aiuto nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo». Il nove febbraio scorso Mjriana, una delle veggenti di Medjugorie, si trovava per un incontro a Trieste. Nel parlare dei contenuti del nuovo messaggio che la Madonna le avrebbe riferito, c’è anche questa frase: «Figli miei, quello che ho iniziato a Fatima, terminerò a Medjugorje, il mio cuore trionferà... questo tempo, è un tempo di decisioni. Cari figli, anche oggi in modo particolare vi invito a pregare per i miei sacerdoti, per i miei diletti, a pregare per i Vescovi e per il Santo Padre. Pregate, cari figli, per i miei pastori, pregate più che mai».

Pantheon, il giallo del frontone più alto l'errore degli architetti

Il Messaggero
di Fabio Isman


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ROMA - C’è tanto da scoprire a Roma, che, spiegava l’archeologo Antonio Nibby (1792 - 1839), sostarvi tre giorni significa esservi passati, starci un mese vuol dire averla visitata, viverci per sempre rappresenta l’itinerario ideale. Forse, aveva ragione. Per esempio, quanti in piazza del Pantheon, oltre che al «più grandioso, più significativo e meglio conservato» dei monumenti romani antichi (lo diceva Armando Ravaglioli), dedicano un’occhiata ai muri degli edifici, o alla sua sommità?

Ci sono almeno tre lapidi, che definire eloquenti è poco; e spesso, queste piccole tavole in marmo raccontano incisa la storia di una città: solo nel Centro storico, se ne contano oltre novecento. In piazza, si vede poi il segno perfino d’un clamoroso errore degli architetti antichi. Una lapide è dei papi, invece le altre, successive all’Unità; la prima è proprio di fronte al tempio, e le altre, girando le spalle alla cupola che per 1.700 anni è stata la più grande del mondo (diametro 43 metri e mezzo, uno più di San Pietro), in piazza sulla destra. Infine, il dettaglio che rivela l’errore è proprio sopra il pronao dell’edificio dell’anno 27 avanti Cristo (che noi vediamo ricostruito da Adriano), dietro al timpano triangolare.

TAVOLINI La prima lapide è di Pio VII, il cesenate papa Chiaramonti: nel 1823, ordinava di abbattere le «ignobili taverne», che «occupavano» l’area davanti al monumento; così, indica la dicitura, «vendicava la deformità» inflitta al sito. E mostrava quanto, già in antico, si badasse al luogo e alla sua integrità, alla sua monumentalità. Allora, non si potrebbe pensare a una lapide per chi, adesso, liberi quella piazza dai tavolini e dalle mille brutture, che non di meno la deformano?

GARIBALDI
Accanto, altre due lapidi successive. Ricordano i soggiorni del musicista Pietro Mascagni nel 1890, e Ludovico Ariosto in marzo e aprile 1513, in un albergo che si chiamava del Montone, e poi del Sole. Da qui tuttavia, pur se nessuna lapide lo indica (e sarebbe ancor più significativa), si affacciò anche Garibaldi, che indossava non già i panni del conquistatore, ma ormai quelli del senatore del Regno, dopo l’unificazione del nostro Paese. L’apparizione al balcone, suscitò un autentico tripudio della folla. Ma in cambio l’eroe dei due mondi disse: «O Romani, vi esorto a essere seri». Tuttavia, anche se le fonti non sono univoche, non parrebbe che egli preconizzasse, oltre 150 anni fa, i tempi e i guai moderni: ma soltanto che la gente lo invocasse come un re; lui se ne sarebbe schermito in questa maniera, assolutamente «tranchant».

FRONTONE Dalla piazza, con qualche fatica per quanto è in alto ed anche nascosto dal frontone (alla cui base è la dicitura in cui se ne ricorda l’autore: Marco Vispanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto), si può anche apprezzare l’errore di un’epoca e di architetti antichi. Il Pantheon, dietro il pronao, mostra le tracce di un altro frontone, più elevato dell’attuale. L’archeologo Andrea Carandini ricorda: «Era il progetto originario; però, non furono trovate colonne sufficientemente alte; e quindi, la facciata del monumento fu ridotto di misura». Per questo, il tempio che ha «così poco sofferto, che ci appare come dovrebbero averlo visto alla loro epoca i Romani» (scrive Marie-Henri Beyle, detto Stendhal, nelle Passeggiate romane) è probabilmente il solo che vanti una tale eclatante singolarità.

«Il Pantheon è forse sul luogo dove i Romani credevano che Romolo fosse stato divinizzato», dice Paolo Carafa, docente alla Sapienza. Il mito ha due varianti: la morte in Senato, o la sparizione in Campo Marzio, quindi qui, durante una tempesta. Supportano la tesi di Carafa indizi intriganti: un bassorilievo e un racconto di Svetonio, che indicano e parlano proprio di questo tempio. Augusto, insomma, si fa divinizzare come il fondatore; e per questo costruisce una singolare «unità di luogo»: il tempio, con il progetto che poi deve essere variato. Nelle città è opportuno vagare con gli occhi in alto: si scoprono parecchi dettagli. Roma ne è piena; forse aveva proprio ragione Nibby: per un itinerario completo, serve una vita. O forse, nemmeno: un conoscitore come Silvio Negro ha infatti intitolato, nel 1962, un libro sulla città «Roma, non basta una vita».


Domenica 03 Marzo 2013 - 09:39
Ultimo aggiornamento: 11:32

Acca Larentia ripartono le indagini Le nuove tecniche sui reperti

Il Messaggero
di Valentina Errante


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ROMA Era il 7 gennaio del ’78 e i ragazzini morivano per strada. Era il pomeriggio di una ”strage” senza responsabili, come altre ce ne sarebbero state: per le cronache e la memoria si chiamò ”Acca Larentia”. Adesso le indagini sono state riaperte. La procura di Roma e la Digos hanno recuperato i vecchi reperti e sperano di identificare chi ha ucciso Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, 19 e 18 anni, attivisti del Fronte della gioventù. L’altro militante, Stefano Recchioni, 19 anni, avrebbe perso la vita alcune ore più tardi, freddato da un carabiniere negli scontri con le forze dell'ordine che seguirono i due delitti: sarà il punto di non ritorno del terrorismo nero.

LE RIVENDICAZIONI

I nuovi esami sui volantini e sul nastro di rivendicazione sono partiti in gran segreto due mesi fa. Il pm Erminio Amelio, titolare del fascicolo sull’omicidio di Valerio Verbano, giovane attivista di segno opposto ucciso nell’80, dopo avere sentito come testimoni decine di vecchi militanti rossi e neri ha deciso di ripartire con questa nuova inchiesta. La Digos sta lavorando sui due volantini che hanno rivendicato la strage.

Il primo dei «Nuclei armati di contropotere territoriale» e il secondo, politico, per chiarire la linea del «movimento». Con le nuove tecniche scientifiche potrebbero essere rilevate impronte invisibili nel ’78. Ma è soprattutto dalla rivendicazione audio che gli investigatori sperano di ottenere risultati. E’ un nastro registrato, lasciato vicino a una pompa di benzina ad alcuni giorni dall’agguato, ad attribuirsi la titolarità della strage: «Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larentia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga».

Una voce contraffatta, registrata su una vecchia cassetta. Quel nastro adesso è stato affidato agli esperti della scientifica per essere ”bonificato” e confrontato, attraverso una perizia fonica, la voce con quella di alcuni ex militanti rossi.

IL VECCHIO PROCESSO
  Le indagini non hanno portato a nulla fino all’88, quando in un covo delle Br, a Milano, è stata ritrovata la mitraglietta Skorpion usata in via Acca Larentia e in altri tre omicidi: quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli. Sotto accusa erano finiti gli ex militanti di Lotta continua Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari, Francesco de Martiis e Daniela Dolce, sfuggita alla cattura. Scrocca si è suicidato in cella, gli altri sono stati assolti per insufficienza di prove.


Domenica 03 Marzo 2013 - 09:23
Ultimo aggiornamento: 10:22

Dati personali dei lavoratori e dei pazienti: il Garante fissa i paletti

La Stampa


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Il Garante per la protezione dei dati personali ha dato conto dei recenti interventi attuati a tutela della privacy e della sicurezza dei dati dei cittadini. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, l’accesso va limitato e controllato. L’accesso alle informazioni relative a dati dei dipendenti acquisiti nel protocollo informatico deve essere limitato al solo personale specificamente incaricato della gestione dei dati stessi. L’intervento del Garante ha origine dalla segnalazione di un dipendente di un ente aeroportuale, confermata dalle verifiche svolte: un ampio numero di dipendenti poteva venire a conoscenza di dati personali, quali permessi, contestazioni disciplinari riferite a propri colleghi. E’ stato accertato che non erano stati individuati e configurati i profili di autorizzazione che limitassero l’accesso al solo personale incaricato del trattamento di questi dati. L’Autorità ha quindi prescritto all’ente di conformarsi alla normativa configurando opportunamente il protocollo informatico.

Il Garante ha poi richiamato alcune amministrazioni sanitarie alla corretta applicazione delle novità normative introdotte dalla legge n. 134/2012 (conversione del c.d. decreto Sviluppo), vietando la diffusione online dei dati sulla salute dei pazienti. La questione era stata sollevata da alcune aziende sanitarie, che chiedevano in particolare se l’articolo 18 della legge obbligasse a pubblicare su internet anche dati dei pazienti quali ad esempio indennizzi per danni irreversibili come il contagio da epatite o Hiv. Per quanto riguarda le persone fisiche, l’articolo citato prevede la pubblicazione online solo dei dati di chi riceve «corrispettivi o compensi» dalla P.A.; in ogni caso la norma va interpretata alla luce dei principi fondamentali in materia di protezione dei dati personali, previsti dalle disposizioni comunitarie alle quali anche il legislatore nazionale deve adeguarsi. Il Garante ha ribadito, inoltre, che il Codice della privacy vieta la diffusione di dati idonei a rivelare lo stato della salute di una persona.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Gli ultimi passi di Salgari nel bosco di villa Rey

La Stampa

Ritrovato il luogo esatto in cui lo scrittore si uccise nel 1911
maurizio ternavasio


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Il suo corpo, come scriveva la «Stampa» del 26 aprile 1911, fu ritrovato «nella parte più elevata delle colline di Valle San Martino, in un fittissimo bosco, di proprietà Rey, presso la strada del Lauro». Non è stato facile stabilire il punto preciso nel quale Emilio Salgari decise di togliersi la vita. Ma i vecchi del luogo la sanno lunga, quella triste storia è stata tramandata di generazione in generazione. Ci indicano la porzione di bosco da tempo cintata, ci parlano di «una specie di scoglio del mar dei Sargassi», unico pietrone (dissepolto per l’occasione) di quel crepaccio «sul quale a metà degli anni Dieci era stata posizionata una targhetta nera di ferro che riportava la scritta “Qui morì Emilio Salgari”», poi trafugata.

Le ultime ore
Era uscito di casa poco prima delle 8, dopo aver salutato i quattro figli. Era martedì 25 aprile 1911. Salgari aveva deciso che quella mattina si sarebbe ucciso. Prostrato dalla malattia mentale della moglie Ida, da qualche giorno ricoverata in manicomio, e dall’indigenza, nonostante i milioni di libri venduti che avevano arricchito solo i suoi editori. Per quell’ultima passeggiata verso i boschi di Val San Martino, il quarantanovenne scrittore si era vestito con l’abito grigio della festa.

Verso la collina
Lascia il portone di corso Casale 205 a passo lento, intanto fa il bilancio della propria vita. Alle 8 spaccate è all’angolo con via Monteu da Po, la breve perpendicolare della strada per Casale che inizia di fronte alla chiesa Madonna del Pilone. Eccolo attraversare in diagonale i prati in leggera salita, inframmezzati da qualche terreno coltivato e da pochi edifici, tra cui il Famulato Cristiano al 44 di quella che ora è via Lomellina. Poi attraversa strada Valpiana, in cui s’intravede appena, sulla sinistra, la vecchia villa Momigliano.

Man mano che sale, respiro affannato e fiato corto, gli orti e gli alberi si fanno più frequenti. Svolta a destra sull’attuale corso Kossuth, oltrepassa largo Tabacchi che allora non era neppure accennato, e punta in direzione di villa Rey. Ora sotto i suoi piedi c’è un piccolo sentiero, più o meno corrispondente con via Guinicelli, che ad un certo punto interseca la soltanto abbozzata strada del Lauro, tanto verde e un’unica casa, quella al civico 36. Passando accanto guarda al suo interno, immaginando che lì potesse svolgersi una vita normale. Un po’ di buon umore, qualche soldo per dar da mangiare ai figli e una moglie felice e sorridente.

Nel luogo del picnic
Poco dopo è di nuovo ora di girare a destra. C’è un altro sentiero (adesso si chiama Lauretta) sempre più fitto, sempre più in salita, sempre più selvaggio. Mancavano solo le liane. Lui lo conosceva bene: è da lì che la famiglia Salgari passava in processione, con i figli più piccoli in braccio e il cestino del pic-nic trasportato a turno dai più grandi, per andare a godersi un po’ di aria buona il giorno di Pasquetta. Ciò che aveva fatto soltanto otto giorni prima. Al fondo, l’ennesima biforcazione. Lui tiene la destra, e si arrampica lungo una piccola sorgente, di solito emblema di vita, ma che quel giorno era sinonimo di morte. Si fa largo tra le betulle, raggiungendo un pianoro, ora segnato dalle tracce notturne dei cinghiali, animali selvaggi quasi quanto le tigri e gli elefanti partoriti dalla sua fervida fantasia. Poi s’inerpica ancora più in alto, verso il culmine del bosco.

Il «burroncello»
Volgendo le spalle alla lugubre sagoma di Villa Rey, s’accende l’ultima sigaretta, un classico della letteratura che qui invece è realtà. Poi riprende il cammino – questa volta sono pochi passi in discesa - e, in una impervia radura schermata dagli alberi e dagli arbusti al fondo di un «burroncello» che sembrava quasi una delle foreste tropicali che facevano da sfondo ai suoi racconti, depone, ben piegata, la giacchetta. Guarda per l’ultima volta il sole, che si fa largo con fatica attraverso i rami. Nella sua testa tanta confusione. Ma ormai è tardi per cambiare idea. Tira fuori un rasoio, si slaccia camicia e gilet, e s’incide prima l’addome e poi la carotide. Alle 8,30 l’ultimo respiro accanto all’unico grande sasso del bosco.

Un luogo ora cintato dai cancelli delle poche case costruite intorno dove, a parte qualche cercatore di funghi, non s’avventura più nessuno. Quasi dieci ore più tardi, sono ormai le 18, la lavandaia Luigia Quirico, salita lassù per far legna, intravede vicino all’apice del bastione costruito nel 700 di fronte all’ingresso carrabile di Villa Rey le sembianze di un corpo sdraiato sul fianco. Spaventata, va in cerca di soccorsi. Dalla frazione San Martino arriva la guardia Giuseppe Pappalardo. Si avvicina al cadavere, adagiato sull’erba striata di rosso. Nelle sue tasche la ricevuta, firmata cav. Emilio Salgari, del pacco di manoscritti inviati qualche giorno prima all’editore Bemporad di Firenze.

L’addio
Quella sera a casa i figli avrebbero trovato poche righe sul tavolo: «Sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni dei miei ammiratori che per tanti anni ho divertiti ed istruiti provvederanno a voi. Fatemi seppellire per carità, essendo completamente rovinato». 

Livia Turco: «Pensione fra 2 anni Assunta dal partito»

Corriere della sera

ROMA


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Ha trovato lavoro, onorevole Livia Turco?
«Dopo il 15 marzo tornerò al Pd da funzionario, come è normale che sia. Tutti gli ex parlamentari tornano alla loro professione».

Normale? E il vitalizio?
«Quell'istituto vergognoso è stato abolito, anche grazie al voto del Pd. Tra due anni, quando ne compirò 60, io prenderò la pensione. Come tutti».

Come tutti, no. Quanti fortunati prendono 9.000 euro al mese?
«Non sono novemila, ma cinque o giù di lì».

Le sembrano pochi? «No, ma non vedo perché dovrei sentirmi in imbarazzo dopo aver lavorato una vita».

Ventisei anni di Parlamento.
«Rinunciai a insegnare per la politica e lo dico con orgoglio. E ora, avendo acquisito grande esperienza sui temi sociali e dell'immigrazione, mi piacerebbe cercarmi un lavoro».

Però la riassumono al Pd, dove non mancano i precari. «Era il mio lavoro da sempre e non so quanto prenderò di stipendio».

Non si sente un'esodata di lusso?
«Ho lavorato duro e sono una persona onesta, non mi sento in colpa. Ho pagato i contributi e non mi sono arricchita, visto che da sempre verso al partito la metà dello stipendio, come i grillini».

Ma i 5 stelle ridanno i soldi allo Stato...
«Io invece difendo il finanziamento pubblico, purché sia trasparente. Se si vuole fare politica popolare i soldi servono per la struttura, dalle scuole di formazione all'attività dei circoli».

Monica Guerzoni
3 marzo 2013 | 8:43

Una cassetta di sicurezza è l'ultimo trucco anti-Cav

Luca Fazzo - Dom, 03/03/2013 - 07:54

I pm di Napoli hanno chiesto al Parlamento il permesso di aprirla, così le carte sono finite in pasto ai giornali

Milano - Stavolta Silvio Berlusconi non ha potuto gridare alla fuga di notizie. Non ha potuto lamentarsi della pubblicazione sui giornali di materiale coperto dal segreto istruttorio.


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Tutto, o quasi tutto, quello che nelle ultime 48 ore è apparso sui giornali in relazione all'inchiesta della procura di Napoli sui rapporti tra il Cavaliere e il senatore Sergio De Gregorio era di pubblico dominio per un motivo assai semplice: si tratta del materiale contenuto nella richiesta di autorizzazione a procedere inviata dai pm partenopei alla Camera dei deputati. Cento pagine tonde tonde che raccontano per filo e per segno i risultati raggiunti dall'inchiesta napoletana, elencando uno per uno gli elementi che portano il pm Woodcock e i suoi colleghi ad accusare Berlusconi di corruzione e di finanziamento illecito per avere comprato con tre milioni di euro il passaggio di De Gregorio nelle file del centrodestra.

Di fatto, l'intero contenuto dell'inchiesta è stato portato alla luce il giorno stesso in cui si è saputo della sua esistenza. Ma perché i pm si sono rivolti a Montecitorio? In teoria, avrebbero potuto limitarsi a notificare a Berlusconi l'invito a comparire, e a quel punto solo il Cavaliere avrebbe saputo ufficialmente dell'indagine, e comunque sarebbero stati messi in circolazione molti meno dettagli di quello che è avvenuto trasmettendo gli atti alla Camera. Un minuto dopo essere arrivati in Parlamento, le cento pagine erano già nelle redazioni dei giornali, e due minuti dopo venivano sparate nell'orbita del web.

Eppure la Procura avrebbe potuto continuare tranquillamente a indagare su Berlusconi senza bisogno del permesso della Camera, perché l'autorizzazione a procedere non è più necessaria da molti anni. Woodcock e i suoi colleghi hanno però ritenuto di dover compiere a tutti i costi e urgentemente due atti che invece hanno bisogno dell'ok di Montecitorio: aprire una cassetta di sicurezza intestata a Berlusconi, e acquisire i tabulati telefonici di una sua utenza milanese. In realtà, secondo quanto ha affermato Niccolò Ghedini, la cassetta appartiene al Pdl, che è disposto a consegnarne il contenuto ai pm senza tante formalità. «Bastava chiedere», dice Ghedini. E i tabulati telefonici (relativi a solo a 38 giorni, tra fine 2011 e inizio 2012) sono un dato intangibile e ben custodito, che i pm avrebbero potuto acquisire più in là senza bisogno di scoprire così in fretta le loro carte.

E allora? La sostanza è che la procura di Napoli un risultato lo ha comunque ottenuto: ha rivelato i contenuti dell'indagine per interposto Parlamento, mettendosi così al riparo da qualunque accusa di violazione del segreto istruttorio. Solo i pm di Napoli sanno se si sia trattato unicamente di un effetto collaterale, più o meno messo nel conto. Di certo c'è che la vicenda ha un precedente storico che ben avrebbe potuto mettere i pm sul l'avviso di quanto sarebbe accaduto mandando gli atti alla Camera,

ed anche questo riguarda Berlusconi: la richiesta di autorizzazione a perquisire un ufficio di Giuseppe Spinelli, ragioniere di fiducia del Cavaliere, inviata a Montecitorio nel gennaio 2011. La richiesta venne respinta, e l'indagine andò avanti lo stesso, tanto che Berlusconi venne rinviato a giudizio ed è sotto processo. Ma appena arrivati sul tavolo della Giunta per le autorizzazioni a procedere, gli atti milanesi erano stati presi d'assalto dai cronisti. La stessa scena si era ripetuta poche settimane dopo, quando Ilda Boccassini aveva inviato 400 pagine di integrazione. E, inevitabilmente, si è ripetuta adesso con le carte di Napoli.

Io, vittima per sempre della giustizia politica"

Giovanni Terzi* - Dom, 03/03/2013 - 07:54

L'ex assessore milanese fu arrestato nel 1998 e scagionato dopo tre mesi di carcere

Mai più libero. Osservo con attenzione quasi maniacale ogni evento legato alla Giustizia, lo osservo da quel 13 ottobre del 1998 quando alle sei di mattina vennero a «catturarmi», così era scritto nell'ordinanza di custodia cautelare, a casa.


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Avevo, all'epoca dei fatti, poco più di trent'anni, un figlio di cinque che, presente all'arresto, passò qualche anno a nascondersi sotto il letto ogni qualvolta il campanello suonava. Passai tre mesi in carcere fin quando una sentenza della Suprema Corte della Cassazione mi liberò ritenendo errata la tesi accusatoria e stigmatizzando come «delirio di onnipotenza» gli atti fatti dalla Procura di Milano. Tre mesi che furono suddivisi tra isolamento giudiziario ad Opera e massima sicurezza nel carcere speciale di Novara.

Ricordo gli occhi lucidi di mio padre alla prima visita in carcere ad Opera, ricordo il suo sguardo triste e stanco quando, spostato al carcere di Novara, veniva di sabato a trovarmi in treno per portarmi conforto. In quei tre mesi di carcere mio padre si ammalò, una ciste visibile appena sotto l'orecchio, divenne sempre più grande. Era un tumore. Quando uscii dal carcere, mio padre fu operato ma non ci fu più nulla da fare. Da lì a poco morì e non riuscì mai a vedere la mia definitiva assoluzione dal reato di corruzione così come non vide mai la nascita del suo secondo nipote, Giulio Antonio.

Di questo la responsabilità, da cristiano, non è della Provvidenza ma della Giustizia che sommariamente aveva costruito un impianto accusatorio senza senso pensando che il carcere preventivo potesse diventare uno strumento per recuperare prove e notizie che avallassero le loro tesi. Così da quel 13 ottobre del 1998 io non mi sono mai più sentito un uomo libero. Ogni qualvolta vedo un blindato della polizia penitenziaria mi viene in mente quando mi legarono mani e piedi per trasferirmi dal carcere di Opera a quello di Novara.

Quando sento un campanello suonare penso che possa essere ancora per me; per portarmi via.
Ma soprattutto ho dentro il cuore lo sguardo di mio padre al colloquio in carcere che mai saprò interpretare correttamente.  È la giustizia, con la “g” minuscola, che tende a costruire tesi accusatorie e dispensare avvisi di garanzia e richieste di custodia cautelare con una facilità disarmante. È quella Giustizia che viene utilizzata dai tuoi nemici quando hanno voglia di farti fuori da qualsiasi momento della vita civile, sociale, politica. Intanto nulla cambia e le vittime di malagiustizia sono state, nel 2011, 2369 con una spesa dello Stato di circa 40 milioni di euro.

A nulla serve il riconoscimento economico per ingiusta detenzione (io ricevetti dallo Stato circa 30mila euro) perché la ferita per chi ingiustamente è stato accusato non è rimarginabile. La mia è la condizione privilegiata di una persona che ha avuto al suo fianco amici, parenti e che ha potuto ricostruire la propria dignità sociale anche grazie all'aiuto di persone che non hanno mai smesso di credere in me. Il nostro Paese purtroppo è colpito da una doppia ingiustizia che costruisce spesso due vittime, sia chi ingiustamente è accusato di un reato sia le famiglie vittime del reato stesso che non avranno mai il vero colpevole. A questo la politica ha l'obbligo di dare delle risposte legislative in caso contrario ogni nuovo parlamentare deve ritenersi complice delle morti di malagiustizia che ogni anno purtroppo ci sono.

Twitter @terzigio

Parma, Pizzarotti flop: l'inceneritore acceso tra un mese

Libero

Lo annuncia la Iren multiutility. Già iniziata la fase preliminare. Il sindaco ci aveva fatto un'intera campagna elettorale: ha mentito


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La bolla grillina inizia a sgonfiarsi? I segnali arrivano proprio dalla roccaforte del M5s: Parma. Dove Federico Pizzarotti, il primo sindaco a Cinque Stelle, ha stracciato, contro ogni attesa della vigilia, Vincenzo Bernazzoli, candidato del Pd. Come ha ottenuto questo successo? Cavalcando quasi esclusivamente un unico tema: quello del no all'inceneritore, progetto che era stato già approvato dall'amministrazione uscente. Ci credeva, Pizzarotti, ci credevano i grillini, hanno finito per crederci anche i cittadini parmensi.

Consapevolezza - La realtà però è un'altra. Ed è piombata come un fulmine sulla città emiliana. Come ha comunicato la multiutility Iren, che gestisce il Polo ambientale integrato di Parma, sono infatti iniziate le "attività tecniche complementari alla messa a punto del sistema impiantistico del Pai che verranno effettuate a caldo attraverso la combustione di solo gas metano". Terminate queste attività preliminari l'altoforno inizierà a bruciare. Ossia tra un mese, giorno più, giorno meno. L'inchiesta della Procura e il ricorso in Cassazione dell'aministrazione parmense avevano ancora lasciato un minimo di speranza in chi ancora credeva che fosse possibile bloccare i lavori. Entrambe le mosse, però, sembrerebbero dei palliativi adottati da Pizzarotti, in realtà consapevole dell'impossibilità di bloccare la tanto odiata opera.

Altro che cadavere... - E che Pizzarotti fosse "consapevole" dell'impossibilità di proseguire lo si capisce dallo strano 'no' che il sindaco di Parma avrebbe opposto ad Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, due avvocati che avevano proposto a Pizzarotti una diffida nei confronti della società, che gli avrebbe permesso di mettere i sigilli ai cantieri entro 60 giorni, appigliandosi ad un permesso di costruzione scaduto da due anni che renderebbe l'opera abusiva. Pizzarotti non ne ha però approfittato, deludendo i due avvocati che hanno sottolineato come “il sindaco in campagna elettorale aveva detto che avrebbe smontato l’impianto pezzo per pezzo e Grillo aveva addirittura detto che per accenderlo avrebbero dovuto passare sul cadavere del sindaco". Che poi è lo stesso motivo per cui i cittadini di Parma lo hanno votato e per cui, forse, la prossima volta non lo voteranno.

In coda per il "reddito di cittadinanza" Gli elettori: "Grillo ce l'ha promesso"

Libero

In fila per avere i 1000 euro che Beppe ha assicurato a chi ha votato per il M5S. A Palermo centralini intasati di un patronato, la gente chiede: "Dove posso ritirare i soldi?"


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Tra i venti punti del programma a Cinque Stelle di Beppe Grillo, uno ha davvero sedotto gli elettori, soprattutto quelli siciliani: "Il reddito di cittadinanaza". In Sicilia il M5S è stato il partito più votato. Dopo lo spoglio, ora i siciliani vogliono risposte da Beppe. Anzi vogliono il reddito di cittadinanza. La cifra promessa era di 800-1000 euro.

Così a Palermo racconta BlogSicilia, decine di persone avrebbero telefonato a un patronato del quartiere di Borgonuovo chiedendo "come fare e dove andare per ricevere il freddito di cittadinanza promesso da Beppe Grillo a tutti i suoi elettori". Un esponente del Pd palermitano, Giovanni Tarantino racconta: "Le persone chiamano – spiega Tarantino – e chiedono dove presentare la domanda per i mille euro dato che sono disoccupate". Insomma anche Beppe ha la sua coda da promessa elettorale. Un pò come le presunte file agli uffici postali nell'attesa del rimborso dell'Imu promesso da Silvio Berlusconi. Peccato che per il Cav si siano mossi pm, accuse di voto di scambio e tante critiche da sinistra. Per Grillo non c'è nessuna accusa. Ma le code sono le stesse per l'Imu.

La fotocamera di Instagram adesso diventa "reale"

Redazione - Sab, 02/03/2013 - 17:27

L’italiana Socialmatic ha firmato un accordo con la Polaroid per produrre la versione digitale e sociale della OneStep


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La fotocamera icona di Istagram esce dalla virtualità ed entra nella realtà. L'icona della famosissima app gratuita per scattare foto, applicare filtri, e condividerle sui social network, sta per diventare una realtà. L’italiana Socialmatic ha firmato un accordo con la Polaroid per produrre la versione digitale e sociale della OneStep, la fotocamera con pellicola autosviluppante degli anni ’80, riprodotta nell’icona.

La Polaroid Socialmatic Camera potrà scattare, modificare, condividere e stampare direttamente le foto. Per quanto riguarda la capacità di stampa, Polaroid, che ha abbandonato le pellicole autosviluppanti di tipo analogico tre anni fa, potrebbe utilizzare la tecnologia zInk (zero-ink, nessun inchiostro) che si affida a una piccolissima stampante a colori, incassata nella scocca, e che stampa utilizzando una carta particolare, fatta di pigmenti cristallini. Non è chiaro invece se la nuova camera avrà un collegamento preferenziale o meno con Instagram. La Socialmatica Camera sarà prodotta da C&A Marketing build e dovrebbe arrivare sugli scaffali dei negozi nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

La Turchia rivuole i bambini adottati da gay e cristiani

La Stampa

Ankara chiede all’Olanda la restituzione di un bimbo di 9 anni affidato a due lesbiche

marta ottaviani
istanbul


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Fra Turchia e Olanda sta per scoppiare un caso diplomatico-legale senza precedenti e di mezzo c’è la sorte di un bambino di 9 anni, dato in adozione a una coppia di lesbiche olandese. Yunus, questo il nome del bimbo, era stato tolto alla famiglia di origine quando aveva appena sei mesi. I genitori naturali erano stati accusati di averlo gettato per terra e il giudice aveva quindi disposto che venisse dato in adozione. Ma adesso Ankara è pronta a lottare con ogni mezzo per riaverlo indietro e la «crociata» non riguarda solo i bimbi dati a coppie gay.
A chiarire il concetto e dare l’input ai suoi perché agiscano in fretta è stato il premier islamico-moderato 

Erdogan in persona: i minori affidati a coppie gay e cristiane devono tornare in Turchia. Non importa se nel frattempo si sono costruiti una nuova vita, dopo un inizio pieno di dolore e privazione affettiva. Su tutto predomina la conservazione dell’identità nazionale e quindi un bambino turco non può crescere con genitori stranieri e in una famiglia non tradizionale. Il vicepremier Bekiz Bozdag, uno degli uomini di maggiore fiducia del primo ministro, si sta occupando del caso attivamente.

Stando ai media turchi, Ankara sarebbe in procinto di prendere contatti con il governo olandese. La Turchia potrebbe anche decidere di rivolgersi alla legge citando violazioni dei diritti umani e il danno psicologico inferto al bambino. Ayhan Sefer Ustun, presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, ha spiegato: «Noi non condanniamo quella cultura, ma il bambino è stato affidato a persone di una cultura diversa, a una coppia di lesbiche. Se è stato tolto alla famiglia di origine per una motivazione giusta, dovrebbe essere affidato a una famiglia più vicina alla sua cultura». Il che significa coppie tradizionali e musulmane.

Non è la prima volta che in Turchia si dibatte su questo tema, segno che si tratta di una strategia premeditata. Nel novembre scorso il vicepremier Bekir Bozdag aveva espresso tutta la sua preoccupazione per i bambini turchi dati in adozione a famiglie cristiane. Bozdag aveva detto al quotidiano «Hurriyet» che erano oltre quattromila i minori figli di coppie turche con problemi sociali affidati a famiglie non musulmane. In quell’occasione il vicepremier aveva parlato di «casi inappropriati di assimilazione culturale e religiosa». «In Europa – aveva spiegato – ci sono quattromila bambini tolti ai loro genitori e dati a famiglie cristiane. Vediamo un enorme dramma di assimilazione su larga scala».

Il vicepremier non aveva fatto riferimenti diretti a Paesi o situazioni particolari, ma aveva parlato di servizi sociali attivi in diverse nazioni. Sempre in quell’occasione, Bozdag aveva detto che i minori in questione dovrebbero essere adottati da famiglie turche. Non solo. I genitori del minore dovrebbero avere voce in capitolo nella scelta della coppia alla quale verrà affidato il figlio. Il governo Erdogan è da anni sotto la lente di ingrandimento degli osservatori internazionali. Il premier è stato più volte accusato di portare avanti un tentativo di islamizzazione strisciante nel Paese. L’aspetto demografico, poi, sembra diventato una vera e propria ossessione per il primo ministro, che più volte ha chiesto alle donne turche di fare almeno tre figli