giovedì 28 febbraio 2013

Senza seggio, «consolati» dai maxi-vitalizi I 200 privilegiati con doppia razione

Corriere della sera

Nel Lazio 40 assegni ai non rieletti. Formigoni al Senato con 450 mila euro di buonuscita

ROMA - Teodoro Buontempo avrà di che consolarsi. Trombato alle elezioni della Camera, il presidente della Destra porta a casa doppio vitalizio. Deputato per cinque legislature, si è ritrovato assessore della Regione Lazio nel momento in cui si cancellavano per legge i vitalizi (naturalmente dal giro successivo), ma estendendo contemporaneamente quel beneficio ai componenti della giunta. Avendo avuto Buontempo due vite politiche, ecco che gli spettano due vitalizi. Un'assurdità in piena regola, però mai corretta. Con il risultato che non soltanto ci sono in Italia almeno 200 ex politici cui spetta doppia razione, ma ancora adesso, dopo l'abolizione dei vitalizi in tutte le Regioni seguita all'indignazione popolare, c'è chi potrà cominciarne a godere. Come l'ex consigliere laziale dell'Udc Rodolfo Gigli, dal 2001 al 2006 deputato di Forza Italia.

Oppure l'ex capogruppo del Pd nella stessa Regione Esterino Montino, senatore ulivista per sette anni: il quale forse vi dovrebbe però rinunciare nel caso in cui fosse eletto sindaco di Fiumicino. O ancora l'ex vicepresidente Udc della giunta di Renata Polverini, Luciano Ciocchetti, deputato durante tre legislature, sia pure a corrente alternata: anche se per avere l'assegno della Camera gli toccherà probabilmente aspettare fino all'età di 60 anni, lui che ne ha 54. Il vitalizio della Regione, quello invece può scattare da subito. Perché applicando le vecchie regole ancora valide per consiglieri e assessori uscenti e grazie a una modifica furbetta introdotta in Parlamento che ha vanificato il limite dei 66 anni previsto dal decreto anti-Batman di Mario Monti, la pensione può scattare già a 50 anni. Dal che si deduce che gli ex consiglieri laziali non rieletti i quali potrebbero da subito incassare il vitalizio sono ben 40 su 71.

Nemmeno il presidente della Provincia di Caserta, Domenico Zinzi, classe 1943, finora deputato dell'Udc ed ex consigliere regionale della Campania, ha il problema dell'età. Ma l'incarico istituzionale che oggi ricopre, in una quantomeno antiestetica sovrapposizione di ruoli da quando è pure a capo della Giunta provinciale, gli impedirà di riscuotere immediatamente i due vitalizi cui avrebbe diritto? Boh... Sappiamo sicuramente che Zinzi è stato uno dei dieci ex consiglieri che grazie alla magia di una leggina campana approvata nel silenzio generale nel 2005 incassava sia il vitalizio regionale che l'indennità parlamentare. Rimasto fuori dalle liste alle ultime politiche, avrebbe lasciato il seggio in eredità al figlio Giampiero, se questi fosse andato oltre i primi dei non eletti.

Di certo, quello che l'amministrazione di Montecitorio non gli potrà negare è l'indennità di fine mandato. Ovvero la somma che dovrebbe servire al «reinserimento» nel mondo del lavoro, una volta terminato il mandato elettivo. Cifra non da buttar via, dopo sette anni di Parlamento. Ma nemmeno lontanamente paragonabile a quella che si porterà via dalla Regione Lombardia Roberto Formigoni, governatore per 18 anni, per il suo «reinserimento» non in una vita normale, bensì in Senato. Fra i 450 e i 500 mila euro lordi, secondo i primi approssimativi calcoli. Questo perché in Lombardia, come in Puglia, la buonuscita dei consiglieri si calcola in ragione di una annualità lorda per ogni mandato di cinque anni. Un meccanismo quasi due volte e mezzo più favorevole rispetto al tfr dei comuni mortali. Il salasso è discreto. Non meno di 5 milioni, se tutti i 43 non rieletti fossero stati in carica per il solo ultimo mandato. Ma non si scherza nemmeno nel Lazio, dove le buonuscite non sono altrettanto favorevoli. Qui parliamo di 3 milioni e mezzo. Tanti denari, forse, non li avevano mai sborsati prima, tenendo conto che questa volta la liquidazione spetterà alla stragrande maggioranza degli ex consiglieri.

E la stessa situazione, considerata l'entità del ricambio, si avrà anche alla Camera e al Senato. Dove le buonuscite, per quanto generose, potranno alleviare appena tante delusioni. Per esempio quella di un eccellente «trombato», qual è il leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro. Oppure quella di Gianfranco Fini, escluso dal Parlamento dopo trent'anni ininterrotti. Quanto spetta agli ex onorevoli? Per la sola ultima legislatura 46.814 euro. Ovvero, 9.362 euro per ogni anno di mandato. Chi ne ha fatti trenta, come Fini, che peraltro è stato per cinque anni presidente della Camera, avrà diritto a una somma dell'ordine di 300 mila euro. Tassata come il tfr. A Montecitorio precisano che l'assegno è «interamente finanziato dai contributi dei deputati senza alcun contributo a carico del bilancio della Camera»: il che non toglie, va però aggiunto, che si tratta pur sempre di soldi pubblici.

Fini potrà conservare per dieci anni, al pari dell'ex presidente del Senato e dei suoi predecessori, un ufficio a Montecitorio, da due a quattro collaboratori e la possibilità di utilizzare l'auto blu in determinate circostanze. Benefit spettanti per qualche anno ancora a Fausto Bertinotti, mentre li perderanno Pietro Ingrao, Irene Pivetti e Luciano Violante. E l'attuale terza carica dello Stato andrà a ingrossare la lista degli ex parlamentari pensionati. Elenco al quale già prima delle elezioni si potevano considerare iscritti politici di lungo corso come Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Quest'ultimo, uno dei pochi deputati che potranno ancora percepire il vitalizio prima di aver compiuto sessant'anni di età. Infatti il diritto spetta soltanto a chi abbia già riscosso l'assegno in passato, secondo le antiche regole, per poi vederselo sospendere per qualche ragione. Nel caso di Veltroni, cui il vitalizio era stato corrisposto nel 2001 a 46 anni di età, dopo l'elezione a sindaco di Roma seguita da un nuovo sbarco in Parlamento. E ora, che di anni ne ha 57, l'assegno verrà riattivato. Sono le regole...

Fra poco più di un anno toccherà anche a Francesco Rutelli, classe 1954. Mentre potrà passare immediatamente alla cassa Sergio D'Antoni. Insieme a Giorgio La Malfa, Calogero Mannino, Franco Marini, Pietro Lunardi, Margherita Boniver... E poi Marcello Dell'Utri, Giuseppe Ciarrapico, Cesare Cursi, Luigi Grillo, Giuseppe Pisanu, Tiziano Treu, Carlo Vizzini, Lamberto Dini, Adriana Poli Bortone, Diana De Feo, Ombretta Colli...


Ecco chi prende il vitalizio


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Sergio Rizzo
28 febbraio 2013 | 10:47

Monti paperone tra i leader Ma 30 volte meno di Berlusconi

Corriere della sera

Al terzo posto Veltroni, al quarto Alfano seguito da Di Pietro Casini è il leader col reddito più basso. Schifani batte Fini

È il presidente del Consiglio Mario Monti il secondo leader più ricco della politica italiana, ma ha dichiarato quasi un trentesimo del reddito di Silvio Berlusconi: 1.092.068 euro contro oltre 35 milioni. Tra i big del Parlamento si piazza al terzo posto Walter Veltroni con 235 mila euro dichiarati nel 2012 ( e relativo al 2011). Dopo il Cavaliere e il Professore, Angelino Alfano è il meglio messo tra i segretari di partito con 189,4 mila euro, seguito da Antonio Di Pietro (174,8 mila), uno dei grandi eslcusi dal Parlamento con il voto di domenica. Tra i presidenti di Camera e Senato, Renato Schifani batte Gianfranco Fini 222 mila euro a 157 mila.


BIG IN CLASSIFICA - Ecco la classifica dei redditi dei leader e dei presidenti delle Camere

BERLUSCONI 35.439.981
MONTI 1.092.068
VELTRONI 235.063
SCHIFANI 222.547
ALFANO 189.428
DI PIETRO 174.864
LA RUSSA 166.133
D'ALEMA 164.870
MARONI 162.164
BOSSI 161.542
MELONI 160.940
FINI 157.549
CESA 148.310
E. LETTA 141.697
BERSANI 137.973
BOCCHINO 125.592
CASINI 116.074

PIU' TASSE PER SILVIO - Nel 2011 Silvio Berlusconi ha visto ridursi il suo reddito imponibile dai 48 milioni 180mila euro del 2010 a 35 milioni 439mila euro, sui quali ha pagato 15 milioni 227mila euro di Irpef. L'anno precedente dai 48 milioni 901mila euro sono stati defalcati 13 milioni 459mila euro di oneri deducibili.

28 febbraio 2013 | 11:13

Quando Coppi fu tradito dalla Dama Bianca» Fausto , l'amore, e quella «vendetta» per gelosia

Corriere della sera

La biografia inedita: il Campionissimo fece allontanare dalla squadra il rivale Petrucci reo del flirt con Giulia Occhini

 CatturaUn campione sulla strada, anzi un Campionissimo. Ma con debolezze umane, terribilmente umane, nella vita di tutti i giorni. Roso dalla gelosia e vendicativo, al punto da mandar via dalla sua squadra quel coequipier colpevole di aver avviato una liaison dangereuse con la sua compagna. Questo, almeno, stando a quanto riporta una biografia choc su Fausto Coppi appena pubblicata in Belgio. Straordinarie vittorie, ma anche doping, corse vendute e comperate. E quel «triangolo» sentimentale. Appunto, lui: Fausto, il semidio vincitore di cinque Giri d’Italia e due Tour de France adorato e idolatrato dai tifosi di tutta Europa. E poi lei: la «Dama Bianca», Giulia Occhini, che per stare accanto al campione lasciò il marito, scioccando e scandalizzando un’Italia dove la parola divorzio sarebbe stata sdoganata soltanto una ventina d’anni più tardi, grazie a un referendum. E infine l’altro: Loretto Petrucci, grintoso sprinter toscano vincitore di due Milano-Sanremo consecutive nel 1952 e nel 1953.

IL RIVALE ALLONTANATO - La vulgata ufficiale racconta che dopo quella strepitosa doppietta il velocista - sorta di «meteora» del pedale perché poi non vinse più nulla - fosse entrato in rotta di collisione con il Campionissimo. Per la stagione successiva Petrucci pretese gradi da capitano e gregari al suo fianco. Fausto non gradì e lo fece mandar via dalla squadra. Ma di questo allontanamento la biografia su «Fausto Coppi»» - che è il titolo dell’elegantissimo volume di 164 pagine accompagnato ad un vasto repertorio di fotografie in gran parte inedite - dà una diversa e nuova motivazione: quella della gelosia dovuta a un tradimento sentimentale.

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LA BIOGRAFIA - Autore della biografia e dell’indiscrezione -gossip è un giornalista belga, Frederick Backelandt, 30 anni, redattore della rivista sportiva «Grinta», innamorato del ciclismo al punto da essere diventato campione del mondo nella gara che ogni anno disputano i giornalisti. Del Campionissimo, Backelandt è un tifoso sfegatato e il libro – che raccoglie, tra Belgio e Italia, decine di testimonianze di ex corridori, gregari, massaggiatori e giornalisti vicini a Fausto – è una testimonianza d’affetto mescolata a molti aneddoti che oggi guardiamo con indulgenza e nostalgia perché ricordo di un ciclismo eroico, ma in fondo non troppo lontani dagli scandali recenti che hanno travolto il pedale. Appunto: il doping, le vittorie vendute in gara. Ma anche le donne e il corollario piccante di quel tradimento.

PETRUCCI «NON GRATO» - «Fausto era un uomo di rare qualità: umile, disponibile, alla mano, nessun dubbio su questo. Ma come ogni grande campione del ciclismo – scrive il giornalista nella biografia – non amava avere accanto corridori ambiziosi che potessero fargli ombra. Alla fine del 1953 Loretto Petrucci venne dichiarato “persona non grata” alla Bianchi. Petrucci aveva osato sfidare Coppi vincendo due volte la Milano-Sanremo. Questa è la ragione ufficiale per cui il velocista venne allontanato dalla squadra. Ma diverse fonti indipendenti mi hanno confermato che coltivava una relazione segreta con la Dama Bianca e questa fu la ragione vera per cui Coppi non lo volle più accanto a sé».

FAUSTO ASSEDIATO DALLE TIFOSE - Backelandt non svela il nome di chi gli abbia raccontato della liaison e di questo segreto custodito per mezzo secolo nella pancia dei fedelissimi del Campionissimo. Certo non Petrucci - che oggi ha 83 anni - al quale il giornalista belga ha chiesto brutalmente se avesse avuto una storia proibita con Giulia Occhini, la «Dama Bianca» che Fausto conobbe sulle strade del Giro e per la quale lasciò la moglie Bruna Ciampolini, scuotendo lo Stivale con quella decisione presa tra passione folle, am0re per una donna e il coraggio di sfidare la morale imbalsamata di un Paese appena uscito dalle rovine della guerra. «Petrucci non mi ha risposto di sì - racconta Backelandt - ma nemmeno di no».

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Più probabile che la fonte sia stata uno dei gregari del Campionissimo. «Angeli» come Ettore Milano, Pino Cerami e Andrea Carrea. O magari come Gino Oriani, l’autista personale di Coppi, intervistato nella casa poco lontano dal Ghisallo dove vive ancora. Oriani racconta di come il Campionissimo fosse assediato dalle tifose, proprio come le groupies che oggi attendono i calciatori fuori dallo stadio per impalmarli. «Prima di una tappa dolomitica decisiva per una vittoria al Giro - è il ricordo - i dirigenti della squadra mi fecero fare la guardia davanti alla stanza d’albergo dove dormiva Fausto per evitare che la vincitrice del concorso di Miss Italia, Fulvia Franco, che alloggiava nello stesso piano, lo disturbasse».

TIFOSI ARRABBIATI - E poi certo, c’erano anche i tifosi inferociti proprio con la Dama Bianca, bella, bruna, sexy, colpevole di aver ammaliato il Campionissimo: svelato a quel punto nelle sue fragilità terrene, non più - o non solo - un eroe omerico, ma un uomo qualunque, incapace di sfuggire alle tentazioni della carne. Quale fosse il clima di quel periodo, lo descrive Riccardo Filippi, che di Coppi fu gregario fedele: «Quando lo scandalo esplose e la storia con Giulia Occhini divenne di pubblico dominio, piovvero sempre di più gli insulti dei tifosi che divennero improvvisamente ostili. Ricordo che in gara e negli allenamenti dovevamo pedalare tutti accanto a lui. Dovevamo proteggerlo come fossimo degli scudi».

IL DOPING - Ma la biografia dedicata a Coppi contiene altri gossip, che però del ciclismo sono il sale. Ad esempio quell'accordo con il fuoriclasse belga Rik Van Steebergen di cui parla il connazionale Raymond Impanis: «Rik offerse a Fausto 100.000 franchi belgi in vista dell'arrivo della Roubaix del 1952. Van Steenbergen vinse la corsa, Coppi arrivò secondo. La sera stessa Coppi mandò qualcuno a prendere la somma. Cash». E poi il doping. È il gregario belga Roger Decock a «fotografare» una specie di istantanea: «Vidi Coppi fermarsi d'improvviso sulla salita del Ghisallo al Lombardia del 1956. Qualcuno dal ciglio della strada si avvicinò per fargli un'iniezione. Ricordo l'ago che attraversava i pantaloncini».

CAMPIONE BENVOLUTO - In ogni caso nel lungo ritratto che gli ha dedicato il giornalista belga Fausto emerge anche, e forse soprattutto, come un campione di umiltà, benvoluto dal gruppo. «Quando nel 1952 sull’Alpe d’Huez mi strappò la maglia gialla - sono le parole ancora commosse del coequipier Andrea “Angelo” Carrea, scomparso poche settimane fa - venne da me per scusarsi». E «bruciato» sul fil di lana da Coppi, apparso d’improvviso sul traguardo del Puy-de-Dôme, il belga Jan Nolten ancora oggi non riesce a prendersela con il Campionissimo: «Lui vinse, io persi. Ma ero contento lo stesso. Mi aveva battuto Coppi».


Alessandro Fulloni
@alefulloni27 febbraio 2013 (modifica il 28 febbraio 2013)

La sorella di Vendola a pranzo col giudice la vigilia del processo, atti a pg Cassazione

Il Messaggero

Nel mirino l'incontro alla vigilia dell'assoluzione del governatore pugliese nell'inchiesta sulla sanità


Cattura
ROMA - Un pranzo a due potrebbe inguaiare il giudice di Bari Susanna De Felice, che il 31 ottobre scorso ha assolto Nichi Vendola dall'accusa di abuso d'ufficio in relazione a un'inchiesta sulla sanità. Sarebbe avvenuto a ridosso di quel processo in un ristorante; e a far compagnia a tavola al magistrato barese ci sarebbe stata la sorella del governatore pugliese, Patrizia. La circostanza, tutta da verificare, è stata riferita da uno dei pm di quel processo, Francesco Bretone, alla Prima Commissione del Csm, che dopo averne discusso un po', ha deciso di inviare gli atti al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, titolare dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

Il pranzo.
Bretone è stato ascoltato il 12 febbraio scorso a Palazzo dei Marescialli insieme alla collega Desirè Digeronimo, al procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e al giudice Antonio Diella, presidente aggiunto dell'ufficio gip-gup di Bari. Lui e Digeronimo avevano chiesto di condannare a 20 mesi il leader di Sel. E dopo l'assoluzione del governatore in una missiva riservata al Pg Antonio Pizzi e al procuratore di Bari Antonio Laudati, avevano espresso dubbi sull'imparzialità del giudice De Felice, segnalando l'amicizia con la sorella di Vendola e sostenendo che per questo si sarebbe dovuta astenere.

La vicenda.
La notizia era finita sul Giornale e il Csm aveva deciso di intervenire: su richiesta dei consiglieri di Area, per verificare la sussistenza dei presupposti per un trasferimento d'ufficio di Digeronimo, e su sollecitazione dei consiglieri di Magistratura Indipendente e dei laici Guido Calvi (Pd) e Nicolò Zanon (Pdl) per approfondire nel suo complesso la vicenda. Vicenda di cui si sta interessando anche la procura di Lecce, che secondo Panorama (che oggi pubblica sul suo sito le foto di un altro pranzo del 2006 che ha visto allo stesso tavolo, ma in compagnia di altri invitati, Nichi Vendola e De Felice) ha già ascoltato Patrizia Vendola sui suoi rapporti con il giudice barese.

Il pm e il Csm.
Ai consiglieri del Csm Bretone ha riferito che a raccontargli del pranzo era stata una giornalista, informata a sua volta dell'accaduto da una collega,che sarebbe stata testimone oculare dell'incontro tra De Felice e la sorella del presidente della Regione. Ma il pm ha anche detto al Csm di non poter garantire sulla veridicità di quanto gli era stato comunicato. Accertamenti che i consiglieri hanno deciso di rimettere al Pg della Cassazione. Il giudice Diella ha confermato invece che De Felice aveva posto la questione della sua eventuale astensione dal processo sul governatore proprio per i suoi trascorsi con Patrizia Vendola, e lo aveva fatto sia con una nota indirizzata a lui, sia con colloqui avuti con altri magistrati dell'ufficio; ha raccontato che le disse che non riteneva necessario questo passo, ma ha riferito ai consiglieri che non toccava comunque a lui pronunciarsi sull'astensione della collega.

Vendola.
«Ciò che è certo è che chi non è riuscito ad ottenere la mia condanna in un processo regolare, sta cercando di costruire un processo mediatico. E questa non è giustizia»: così si difende Nichi Vendola. «Apprendo con sconcerto - dice Vendola - di quanto uno dei pm, pur con formula dubitativa, avrebbe riferito alla Prima Commissione del Csm». «Penso - commenta - che in un paese normale gli uomini delle istituzioni debbano essere i primi a garantire il funzionamento ineccepibile della giustizia. Mi sono sottoposto al processo che mi ha riguardato, rifuggendo da qualsiasi polemica anche quando questa sarebbe stata giustificata. Rispettare il proprio pubblico ministero significa rispettare la funzione della giustizia».

«No a processo mediatico».
Il presidente della Regione Puglia aggiunge che «se il pubblico accusatore riteneva però che il giudice avesse dovuto astenersi, avrebbe dovuto parlare al momento opportuno e non lo ha fatto». «Oggi - sottolinea - c'è una sentenza. Il pubblico ministero ha tutti i titoli per contestarla ma io ho il diritto come tutti i cittadini nelle mie medesime condizioni, di pretendere che questo avvenga nel processo e non in una singolare trama tutta mediatica che comprende gossip giornalistico e informazioni di terza mano. Ciò che è certo è che chi non è riuscito ad ottenere la mia condanna in un processo regolare, sta cercando di costruire un processo mediatico. E questa non è giustizia».

Mercoledì 27 Febbraio 2013 - 23:29
Ultimo aggiornamento: 23:30

Swatch, 30 anni di orologi: i pezzi storici a ruba su Ebay

Il Messaggero
di Giacomo Perra


Cattura
ROMA - Alzi la mano chi non ha mai avuto uno Swatch. Una moda, lunga 30 anni, che non è mai andata in soffitta. Era il 1982: Dallas, Texas, Stati Uniti. La Smh, società svizzera di microelettronica, presenta il suo primo prototipo di orologio in plastica a basso costo: è un pre-lancio,in attesa di quello ufficiale. Il distributore americano, tanto risoluto quanto impietoso, dimostra di non apprezzare: «Mi dispiace, ma il vostro prodotto non funzionerà mai». Sarà forse l’errore più grande della sua vita. Qualche tempo dopo, infatti, esattamente il 1 marzo del 1983, quel modello così bistrattato diviene uno dei dodici pezzi di una collezione destinata a fare la storia; quel giorno di trent’anni fa, in un’esposizione organizzata a Zurigo, nasce lo Swatch, un marchio che in appena tre decenni di vita ha rivoluzionato il settore dell’orologeria, diventando persino oggetto di culto.

E dire che, prima e dopo la sua messa in commercio, la creatura disegnata dai due ingegneri Elmar Mock e Jacques Muller e finanziata dal genio imprenditoriale di Nicolas George Hayek, a cui era stato assegnato l’onere di saggiare le prospettive di un investimento nel mercato degli orologi, oltre allo scetticismo americano, aveva dovuto subire anche le perplessità dei compatrioti: l’aneddotica racconta che Ernst Thomke, dal 1984 al 1991 Ceo di Swatch Group (il nome della società a partire dal 1998), non essendo rimasto soddisfatto dal primo schizzo del progetto, si rivolse a Mock con un perentorio: «Lei è pazzo, si rende conto?».

Lo stesso lancio del 1983, poi, non fu entusiasmante; eppure in fondo l’idea di partenza era vincente: sprofondata negli anni Settanta in una crisi nera causata dalla spietata concorrenza giapponese, che si reggeva sui prezzi modici, per riemergere dal baratro l’industria orologiera svizzera aveva bisogno di un prodotto economico e allo stesso accattivante come lo Swatch (il prezzo di uscita oscillerà tra i 39 e i 49 franchi svizzeri, meno di 50mila lire). Il successo, in effetti, per l’azienda elvetica non tarda a venire: già a metà degli anni Ottanta, grazie a una efficace campagna di marketing, a una qualità sempre più alta e a un’identità molto forte e difficilmente imitabile, l’orologio conquista gli Stati Uniti, dove addirittura, ironia del destino, vengono aperti dei negozi specializzati, i cosiddetti “Swatch-stores”.

Nel frattempo in Europa la Swatch-mania è già scoppiata: in Italia, ultimo paese europeo a distribuire il nuovo prodigio svizzero, deflagra nel 1986 e s’impone subito come caso mediatico. In breve da “brutto anatroccolo” l’articolo diviene status symbol mondiale, segno di riconoscimento da portare direttamente sui vestiti (come nel caso del Pop Swatch) o magari per legare i capelli a coda di cavallo. La produzione, col passare del tempo, comincia anche a diversificarsi e negli anni vengono commercializzati modelli scuba (subacquei), chrono, automatici e con la cassa in metallo, una varietà che, sposata con la fantasia del design, (a cui hanno contribuito tra gli altri Keith Haring e Mimmo Paladino) ha fatto la fortuna del gruppo.

Ancora oggi la febbre da Swatch (contrazione di “second”, secondo, e “watch”, orologio, giusto a ribadire l’immagine di novità che voleva rappresentare, in contrapposizione ai vecchi schemi), soprattutto in Italia, se non ai massimi storici, è comunque alta. Da anni è presente un club ufficiale, creato come in tanti altri Paesi dalla stessa azienda, che riunisce fan e appassionati; su Internet, inoltre, non si contano le manifestazioni d’interesse dei collezionisti, intenti a comprare o vendere pezzi pregiati e non. Ad esempio su e-Bay, una delle piazze più frequentate del commercio elettronico, al prezzo di 790 euro si può acquistare uno dei primissimi Swatch, il modello GB101 della collezione autunno/inverno 1983, o, ancora, con 199 euro si può portare a casa il modello “Black Magic” del 1984. Intanto la società fondata da Hayek, stroncato tre anni fa da un arresto cardiaco, non sembra conoscere grosse battute d’arresto: nel 2012, dopo aver sfornato nei decenni centinaia di milioni di realizzazioni (l’ultimo arrivato per celebrare e ripercorrere i 30 anni è lo Swatch Est. 1983), è sempre la leader mondiale del settore. Niente male per chi è partito da un semplice orologio che non avrebbe mai dovuto avere successo.



Mercoledì 27 Febbraio 2013 - 15:36    Ultimo aggiornamento: 18:35

L'elettricità le serve per respirare ma è morosa: la società vuole staccarla

Il Mattino

Dramma di una 52enne: il dispositivo la tiene in vita ma deve pagare 2.073 euro di bollette e non ha soldi


Cattura
ROVIGO - Sette giorni per vivere o morire. Un'esistenza precaria, disperata, flebile. Appesa ad un filo. Un apparecchio elettrico per la ventilazione meccanica è tutto ciò che le permette di respirare e sopravvivere. Eppure la minacciano di interrompere la fornitura di energia elettrica nella sua abitazione. La signora P.M., 52 anni e residente a Castelmassa, racconta la sua odissea. Una vicenda drammatica intrisa di dolore e povertà. «Sono affetta da insufficienza respiratoria cronica e necessito di un dispositivo per la ventilazione che mi tiene in vita. Dipendo da questo macchinario ben 12 ore su 24, ormai da tre anni»
.
Un'ischemia cerebrale l'ha resa invalida. Poi l'inferno e una sopravvivenza fatta di stenti. «La mia vita è cambiata all'improvviso - dice -. Lavoravo in un'impresa di pulizie a Badia Polesine. La malattia mi ha costretto ad un ricovero urgente protrattosi sei mesi. In seguito sono stata licenziata. Ho perso tutto: la salute e un'occupazione. Soffro anche di diabete ed ipertensione, per questo sono tenuta a sottopormi ad una terapia sperimentale e a continue cure. Devo assumere undici pastiglie al giorno. Lo stesso respiratore mi crea problemi cardiaci». La donna condivide lo stesso tetto con il figlio ventottenne, disoccupato.

Il giovane sta frequentando i corsi serali per terminare gli studi di perito agrario ed ampliare le probabilità di reperire un impiego, divenuto quasi un miraggio di questi tempi. Tali condizioni di grave disagio economico hanno reso impossibile il pagamento da parte della famiglia di un paio di bollette dell'energia elettrica, dell'ammontare di 868 euro e di 1205 euro. La società Gdf Suez Energie Spa, lo scorso dicembre, ha così informato la signora che in caso di mancato pagamento delle fatture risalenti ai mesi di aprile ed ottobre dello scorso anno, entro sette giorni dal ricevimento della missiva, avrebbe provveduto, senza ulteriori comunicazioni, all'interruzione della fornitura di energia elettrica.

Ancora una volta insorge la Lega Consumatori provinciale che denuncia il caso. «Quello posto in essere dalla società Gdf Suez - tuona la responsabile pratiche Erika Zanca - è un comportamento vessatorio ed illegittimo. Esso viola norme di legge e costituzionali a tutela delle persone disabili. In conformità alla normativa sul sisma, l'importo totale dovrebbe inoltre essere spalmato su un periodo minimo di 24 mesi senza interessi a carico dell’utente. Non è prevista alcuna figura della società che funga da conciliatore. A disposizione dell'utenza soltanto operatori callcenter che rilasciano informazioni sommarie». Ad occuparsi della vicenda anche i servizi sociali del comune di Castelmassa.

Nel frattempo P.M. continua la sua battaglia per la vita. «Sono in attesa di sapere se mi verrà riconosciuto il diritto a godere di una pensione di invalidità - aggiunge in lacrime la signora - In questi ultimi anni i miei genitori hanno provveduto al mantenimento mio e di mio figlio grazie ai loro ultimi risparmi. Ma ora non posseggono più alcunché. Staccare la spina del respiratore anche solo per tre giorni significherebbe far precipitare i valori dell'ossigeno. Sarei esposta al rischio di un'ulteriore ischemia e quindi alla morte».


giovedì 28 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

Perché lo Stato paga gli interessi sui beni confiscati alle mafie?

Corriere della sera
Luca Chianca

Suggerimenti al governo che si insedierà: smettere di pagare alle banche gli interessi sui mutui relativi ad immobili sequestrati ai delinquenti


L'obiettivo di confiscare un bene alle mafie è quello di restituirlo alla collettività, sottraendolo alla criminalità organizzata. Un'idea semplice: le mafie possono essere sconfitte non solo sul piano militare ma anche, e soprattutto, su quello economico. Troppo spesso però, a causa delle lacune del nostro sistema normativo, gli strumenti non sono adeguati. Secondo Dario Caputo, dell'Agenzia Nazionale dei beni confiscati, «su un totale di confische pari a 12mila immobili, l'80 per cento presenta gravami», tra cui i crediti garantiti da ipoteca che di fatto bloccano la destinazione per uso sociale del bene confiscato.

Dal momento del sequestro, alla confisca definitiva, passano dai 5 ai 7 anni. Durante questa fase, chi paga il mutuo acceso dal mafioso? Solitamente nessuno e così, con il tempo, crescono gli interessi di mora per il mancato pagamento delle rate. Durante il processo, il credito vantato dalla banca si trasforma in una sofferenza, fino a quando, a seguito di una sentenza definitiva di confisca, il debitore diventa lo Stato che, se il creditore è in buona fede, deve pagare.

Fino al 2012 in Italia mancava una normativa che regolamentasse la questione sulle ipoteche sui beni confiscati. Così, in tutta fretta, a fine dicembre durante le vacanze di natale, qualche concetto in più è stato introdotto nella Legge di stabilità, ma neanche gli esperti più attenti ne hanno capito l'effettiva applicazione.


MULTIMEDIA

Gli appartamenti confiscati alla malavita che il Comune di Roma non usa
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«Roma città aperta»
«Roma città aperta»
Beni confiscati alla mafia Il Campidoglio ne assegna nove
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Luca Chianca
luca.chianca@reportime.it
28 febbraio 2013 | 9:35

I giudici d'appello assolvono Google: no a filtro sui video, in gioco la libertà

Il Messaggero

Pubblicata la motivazione della setenza dei giudici di Milano che hanno ribaltato la il verdetto di primo grado


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MILANO - Da un lato, un giudice spiega che il mondo virtuale del web non può essere una «sconfinata prateria» dove «tutto è permesso e niente può essere vietato». Dall'altro, una Corte, invece, sostiene che non si può chiedere a un gestore di servizi internet di effettuare una «verifica preventiva di tutto il materiale immesso dagli utenti», perchè si rischierebbe di comprimere la «libera manifestazione del pensiero». Si può sintetizzare così la differenza di 'vedute' tra magistrati che ha portato prima alla condanna e poi all'assoluzione di tre manager di Google, finiti 'alla sbarra' perchè, nel 2006, era stato caricato nella sezione 'video' del famoso motore di ricerca un filmato che ritraeva un minorenne disabile insultato e vessato dai compagni di scuola di un istituto tecnico di Torino.

Nel 2010 i tre responsabili del 'colosso' americano erano stati condannati a 6 mesi (pena sospesa) per violazione della privacy, con un verdetto che aveva fatto il giro del mondo, anche perchè si trattava del primo processo, a livello internazionale, ai dirigenti di un provider di internet per la pubblicazione di contenuti sul web. Una sentenza che venne duramente criticata persino dall'ambasciata statunitense a Roma e dalla stampa 'a stelle e strisce' che aveva parlato di un 'regalo' a regimi come quello iraniano e cinese, contrari all'internet libero. Lo scorso dicembre, però, la prima sezione della Corte d'Appello di Milano ha 'ribaltato' il giudizio, assolvendo i tre manager «perchè il fatto non sussiste» e confermando anche il proscioglimento per un quarto dirigente che rispondeva solo di diffamazione, accusa già caduta in primo grado.

E oggi i giudici (Malacarne-Arienti-Milanesi) hanno depositato le motivazioni della sentenza che, in sostanza, ha accolto la linea difensiva degli avvocati Giulia Bongiorno, Giuseppe Vaciago e Carlo Blengino secondo cui Google non aveva, in base all' ordinamento, alcun obbligo nè di controllo preventivo sui contenuti caricati in Rete, nè informativo in relazione al trattamento dei dati personali. Il giudice di primo grado, Oscar Magi, oltre a sottolineare il rischio di un internet «prateria» senza regole, aveva evidenziato, infatti, come l'informativa sulla privacy, che apparve quando i ragazzi caricarono il video, era «talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace».

Per i giudici d'appello, invece, spettava alla ragazza che caricò quelle immagini sul web «l'obbligo di acquisire il consenso al trattamento dei dati personali», sulla base anche di una sentenza della Corte di Giustizia Europea. Sul punto il collegio segnala anche un 'vuoto legislativo': non ci sono norme che impongono all'internet provider «di rendere edotto l'utente circa l'esistenza ed i contenuti della legge della privacy». Dal punto di vista più generale, poi, i giudici si spingono oltre, chiarendo che «non può essere ravvisata la possibilità effettiva e concreta di esercitare un pieno ed efficace controllo sulla massa dei video caricati da terzi, visto l'enorme afflusso di dati». Google, dunque, non poteva mettere alcun «filtro preventivo».

E questo sia per «la complessità tecnica di un controllo automatico», sia perchè si tratterebbe di una «scelta da valutare con particolare attenzione in quanto non scevra di rischi» per i suoi riflessi sulla «libera manifestazione del pensiero». Infine, il collegio 'respinge al mittentè anche la tesi dell'accusa di un presunto profitto legato a quel video, 'cliccatissimo'. Google Video, scrive la Corte, era un «servizio gratuito» e a quelle immagini non erano stati associati «link pubblicitari». E se per il giudice di primo grado attorno a quel caso, nato da un'inchiesta dei pm Alfredo Robledo e Francesco Cajani, c'era stato anche «molto rumore per nulla», la Corte d'Appello, dal canto suo, mette in luce la complessità della «questione» del «governo di internet».


Mercoledì 27 Febbraio 2013 - 19:12
Ultimo aggiornamento: 19:13

Non paga gli alimenti all'ex marito Arrestata, sconterà un mese in carcere

Il Mattino

Doveva versare ogni mese 250 euro e la metà del mantenimento dei due figli. Caso rarissimo in Italia


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Non paga gli alimenti all’ex marito, arrestata. Dovrà restare un mese in carcere. Caso giudiziario probabilmente con pochissimi precedenti in Italia. Una donna di 41 anni, anconetana, si trova da stasera rinchiusa nel carcere femminile di Villa Fastiggi in esecuzione di un provvedimento definitivo del Tribunale. Dal 2006, stando alle prime notizie trapelate, non pagava gli alimenti al suo consorte. Una somma di 250 euro al mese. Una vicenda delicata che vede coinvolti anche i due figli della coppia, minorenni, motivo per cui il Messaggero non riporta le generalità dell’arrestata.

Lei sarebbe stata insolvente anche del 50% delle spese previste per il mantenimento dei bambini. L’anconetana dovrà restare dietro le sbarre per un mese, in base all’ordinanza del Tribunale. Un caso quasi unico in Italia dove le cronache giudiziarie si sono spesso trovate a parlare di arresti di padri e mariti insolventi e quasi mai di madri e mogli. La vicenda ha inizio nel 2005, quando la coppia decide di separarsi. Lei se ne va di casa. I bambini sono piccoli, interviene il tribunale del Minori. I figli vengono affidati al padre. La famiglia si divide.

Tra moglie e marito inizia la guerra degli alimenti. Stando alle prime notizie trapelate dal carcere è la moglie che deve versare una somma, tutti i mesi, all’ex marito. In tutto 250 euro. Ma la 41enne, anche per difficoltà economiche, non adempie all'obbligo e così il padre dei suo figli la denuncia, nel 2006. Non solo non arriva l’assegno al coniuge ma anche quello per le spese che l’ex marito affronta per la crescita dei bambini.

Inizia una battaglia legale culminata ieri con il provvedimento dell'arresto di lei per insolvenza. Dopo la notifica dell’atto la donna è stata portata dalla Polizia nel carcere femminile pesarese.
giovedì 28 febbraio 2013 - 09:09

Pentole radioattive in negozio l'ultimo regalo dell'India

Bepi Castellaneta - Gio, 28/02/2013 - 10:51

Una ditta pugliese le importa dall'Asia. Ma i test di laboratorio  hanno scoperto veleni che si sprigionano al contatto col fuoco

Pentole e pentolini, cucchiai e cucchiaini, forchette e coltelli, padelle e scolapasta e altri utensili da cucina: tutto prodotto in India a basso costo attraverso la fusione nella lega d'acciaio del cobalto 60, materiale decisamente più economico ma soprattutto radioattivo che adesso viene cercato in mezza Italia dopo l'approdo nel porto di Taranto.


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Timori che si allungano da Nord a Sud, e hanno innescato una caccia a quelle stoviglie venute dall'altra parte del mondo e finite da queste parti. La verità è che da tempo per lo Ionio passa un po' di tutto, come se questa ampia fetta di mare fosse una specie di nastro trasportatore che traghetta in Occidente pezzi decisamente consistenti del colossale bazar del falso allestito in terre lontane.

Un campionario vario quanto inquietante: qui in passato sono arrivati cosmetici ricavati non si sa bene come, prodotti alimentari provenienti dall'estremo Oriente ma taroccati e spacciati in Europa come fiori all'occhiello del made in Italy; e poi ancora: giocattoli realizzati con pericolose vernici tossiche e senza le precauzioni imposte dall'Unione Europea, occhiali da sole dagli allegri colori sgargianti che tutto fanno tranne che proteggere gli occhi, persino gel igienizzante che secondo l'etichetta dovrebbe prevenire eventuali infezioni e che invece era tutt'altro che un toccasana visto che poi è risultato contraffatto in Cina.

Ma adesso, come se non bastasse, l'ultimo capitolo di questa rischiosa catena commerciale a livello internazionale in cui non sono contemplate regole né misure di sicurezza riguarda le stoviglie da cucina low cost al cobalto 60: un materiale che spesso si trova in vecchi rottami in ferro e può rivelarsi pericoloso solo se viene ingerito o se si rimane esposti alle sue radiazioni per parecchio tempo. Il carico di utensili da cucina era destinato a un'azienda di importazione della provincia di Taranto, che comunque era all'oscuro di tutto e sta collaborando con le autorità sanitarie. Lo sbarco è avvenuto il 21 dicembre dell'anno scorso. A quel punto sono state seguite tutte le procedure internazionali di sicurezza.

Due campioni dei prodotti sono stati prelevati dagli agenti dell'Ufficio di sanità marittima ed europea del ministero della Salute (Usmaf) e sono stati inviati all'istituto zooprofilattico sperimentale di Foggia: l'1 febbraio sono arrivati i risultati ed è scattato l'allarme. I tecnici hanno imposto lo stop, è stata fatta un'ispezione nella ditta importatrice e sono stati trovati 700 colli ancora sistemati nei magazzini. Sulla merce venuta dall'India e contaminata dal cobalto – anche se la presenza non è eccessiva - sono state rilevate fonti di radioattività: è stato disposto il sequestro, la zona è stata isolata. Un bel sospiro di sollievo. Ma a quanto pare non definitivo. Perché una parte del carico aveva già preso il volo e sarebbe ancora in giro per l'Italia, oltre che a Malta e in Montenegro, perché i documenti erano in regola ed era stato quindi concesso il nullaosta alla commercializzazione. Il rischio è che il materiale possa essere finito sugli scaffali di diversi punti vendita.

Per questo il primo passo degli ispettori dell'Asl è stato spulciare i documenti con gli ordinativi in modo da risalire ai luoghi di destinazione; nello stesso tempo, dagli uffici dell'assessorato regionale alla Sanità è stato diramato un allarme alle aziende sanitarie locali competenti per le zone interessate. La situazione è tutt'altro che semplice, anzi è decisamente complicata perché le località sono parecchie: Milano, Palermo, Firenze, Napoli, Recanati, Viterbo, Arezzo, Prato, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Oristano, Padova e Verona. E proprio in quest'ultima città sono stati trovati 24 colli, che sono stati riportati in Puglia con spese a carico della società di importazione.

Il caso però è ancora aperto. E nel corso di una riunione che si è tenuta nei giorni scorsi nella prefettura di Taranto è stato fatto il punto della situazione ed è stato ricostruito quanto accaduto. Nel frattempo i controlli vanno avanti a ritmo serrato con l'obiettivo di rintracciare tutte le stoviglie radioattive finite sul territorio italiano; inoltre a breve, seguendo le direttive del ministero dell'Ambiente, dovrebbe essere messo a punto un decalogo con le procedure da seguire per lo smaltimento del carico sequestrato. Che potrebbe anche far ritorno in India, grande esportatore di acciaio e uno dei maggiori produttori di cobalto 60. Insomma, la corsa contro il tempo per spazzare via le ombre di quelle radioattive pentole low cost va avanti.

D'Alema: impegno con 5 Stelle e Pdl

Corriere della sera

«A loro la presidenza delle Camere. Ora dobbiamo salvare il Paese. No all'ipotesi di un governissimo. Neanche Grillo può volere che si precipiti verso le urne. Monti? Dialogo con chi è indispensabile»

Presidente D'Alema questo voto ha messo in agitazione tutti. «La situazione dell'Italia era già grave prima, ma questo voto rischia di approfondire la crisi e renderla drammaticamente irreversibile, come si vede anche dalla prima sia pur contrastata reazione dei mercati finanziari. Viceversa, potrebbe rappresentare l'occasione per una svolta positiva».



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In che senso? «Nel senso che forze che si sono aspramente contrapposte potrebbero assumere una comune responsabilità e farlo in modo nuovo rispetto alla politica tradizionale».

Voi del Pd siete stati colti alla sprovvista. Pensavate di vincere.
«Non posso dire di essere tra quelli che sono stati presi di sorpresa. Non è stata colta la drammaticità della frattura tra cittadini e sistema politico che è emersa nel corso della campagna elettorale e che certamente viene da lontano».
Il voto grillino ha rappresentato una bella botta per voi . «Si è pensato che i grillini pescassero solo a destra e questo è stato vero, in una certa misura, almeno all'inizio; ma poi a un certo punto una parte dell'elettorato del centrosinistra si è volto in quella direzione, tant'è che il voto per Grillo ha in parte prosciugato Sel e ha colpito fortemente noi per diverse ragioni: forse più per angoscia sociale nel Mezzogiorno e più per protesta contro la politica tradizionale nel resto del Paese. La spinta al cambiamento è stata per lo più intercettata dal Movimento 5 Stelle: è un dato con cui dobbiamo fare i conti. Però adesso vorrei soffermarmi sui dati più immediati».

Ossia?
«È chiaro che siamo di fronte a un voto che segna la fine di un'epoca, tuttavia il Paese deve essere governato. Non è che possiamo fare un convegno culturale, c'è una priorità: salvare il Paese e trovare una soluzione che passi attraverso un'assunzione di responsabilità da parte delle forze principali. Questo significa, innanzitutto, Movimento 5 Stelle, centrodestra e noi».

E Monti?
«Naturalmente, non sottovaluto il ruolo del centro di Monti, ma occorre rivolgersi alle forze che, per il peso del consenso ricevuto, sono indispensabili a garantire la governabilità del Paese. Mi dispiace che Monti abbia fatto una campagna elettorale come se i problemi del Paese fossero rappresentati da una sinistra non abbastanza riformista, non vedendo che razza di ondata stava per abbattersi sul Paese. Una violenta reazione di matrice populista, con un duplice segno: di critica all'Europa e anche al sistema politico italiano. Attenzione, entrambe le critiche hanno un fondamento, sono le risposte che non sono convincenti. In mezzo a tutto questo sommovimento, Monti pensava di fare l'ago della bilancia, quando invece il problema era fare argine alla destra e al populismo».

Tornando all'assunzione di responsabilità, che cosa vuol dire?
«Significa innanzitutto far funzionare le istituzioni. Parliamoci chiaro: nessuno può avere interesse a precipitare il Paese verso nuove elezioni, che sarebbero un drammatico choc. Neanche il Movimento 5 Stelle, che ha ottenuto un successo e che ragionevolmente credo voglia dimostrare la capacità di generare cambiamenti positivi per l'Italia».

Ma Grillo all'apertura di Bersani ha risposto picche. «È presto per valutare le posizioni che alla fine verranno prese. Mi pare di vedere una certa difficoltà e anche, inevitabilmente, una tendenza a fare tattica. Mi pare anche che questa posizione di Grillo incontri qualche perplessità nel suo stesso mondo. Vedremo...».

Quindi cosa propone?
«Voglio essere assolutamente chiaro: c'è qualcosa che non può esser fatto nel modo più assoluto e cioè offrire al Paese l'immagine di partiti che cominciano le trattative per un qualche governissimo. È tale il fastidio verso la politica e i suoi riti che una cosa del genere non potrebbe mai funzionare. Quando parlo di assunzione di responsabilità mi riferisco alla possibilità che ciascuno, mantenendo la propria autonomia, possa confrontarsi in Parlamento alla luce del sole. Il primo problema è il funzionamento delle istituzioni e ritengo che le forze politiche maggiori debbano essere tutte coinvolte. E che quindi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle vadano le presidenze delle due assemblee parlamentari, ovviamente sulla base della proposta di personalità che siano adeguate a ruoli istituzionali di garanzia».

E poi? «Poi il Parlamento, e questo appello è rivolto ovviamente a tutti, deve consentire che il governo possa funzionare ricevendo il voto di fiducia. Il modello siciliano adombrato da Grillo può essere una buona idea, ma c'è una differenza istituzionale: in Sicilia il presidente è eletto dal popolo, a livello nazionale il capo del governo, se non riceve la fiducia del Parlamento, non può governare. Quindi, il confronto caso per caso finisce prima di cominciare. Dunque, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza ammucchiate e senza pasticci. Non dico che bisogna eliminare in modo artificioso le differenze che restano profonde, ma per una volta si può tentare di farne un elemento di ricchezza e di confronto e non necessariamente di scontro pregiudiziale, che rischierebbe di paralizzare le istituzioni e produrrebbe un danno difficilmente rimediabile al Paese».

Quindi niente governissimo Pd-Pdl? «Esatto. Sono d'accordo con Bersani. A questo punto, il sistema politico-democratico è chiamato a una prova cruciale: se è in grado o meno di fare le riforme che tante volte ha annunciato e che sin qui non è stato capace di fare. E il sistema politico-democratico comprende, oggi, anche Grillo che, a mio parere, non può chiamarsi fuori».

E allora?
«La nostra è una proposta di radicale cambiamento che dovrebbe interessare innanzitutto le forze che vogliono il cambiamento. Allora dobbiamo fare una legislatura costituente. Dobbiamo dimezzare il numero dei parlamentari, ridurre quello degli eletti, riformare radicalmente la struttura amministrativa del Paese, mettere mano ai costi della politica, combattere la corruzione, varare una seria legge sul conflitto di interessi. Poi io sono anche dell'opinione che occorra una nuova legge elettorale. In una situazione frammentata come quella italiana l'unica soluzione sarebbe il doppio turno alla francese».

C'è chi dice che non abbia senso senza il presidenzialismo.
«Non demonizzo l'elezione diretta del presidente della Repubblica, che può anche servire a rafforzare l'unità del Paese. Si potrebbe fare un referendum di indirizzo sulla forma di governo, impegnando il Parlamento a seguire la decisione popolare».

E che altro si dovrebbe fare?
«Bisogna aggredire il tema del debito, facendo un'operazione sul patrimonio pubblico: valorizzazioni e dismissioni intelligenti, quindi non quelle industriali. E poi, ciò che è fondamentale è imprimere una svolta nel senso della crescita, del lavoro e della giustizia sociale. Non dimentichiamoci, infatti, che una chiave di lettura di questo voto è la disperazione sociale. La gente non ce la fa e comprensibilmente è esasperata verso tutti. Il voto dovrebbe mettere in allarme pure le tecnocrazie di Bruxelles, perché parla anche di loro: ci vuole un governo che abbia un mandato forte per fare valere queste ragioni anche in Europa. Il punto non è "Europa sì", "Europa no", ma "Europa come"».

E il reddito di cittadinanza? «Ma chi può essere contrario al reddito di cittadinanza? Il problema è quello di trovare i soldi... Certo, se il Paese brucia un'enorme quantità di risorse in una crisi politica senza sbocchi ce ne saranno molte di meno anche per il reddito di cittadinanza».

Ma chi dovrebbe guidare questo governo? Bersani?
«Lo guiderà il partito che ha la maggioranza relativa al Senato e quella assoluta alla Camera. E che ha espresso come candidato premier Bersani».

Maria Teresa Meli
28 febbraio 2013 | 7:57

Addio al pianista che scaldò il cuore dell’Unione Sovietica

La Stampa

Morto l’americano Van Cliburn, primo occidentale a vincere il premio Tchaikovsky a Mosca nel pieno della Guerra Fredda


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Van Cliburn, il pianista americano che negli anni più gelidi della Guerra Fredda fece sciogliere il cuore dell’Unione Sovietica, è morto a 78 anni nella sua casa vicino a Fort Worth. Cliburn, al cui nome è intitolato un celebre concorso pianistico, era malato di cancro. Il pianista divenne famoso sulla scena internazionale nel 1958 in una congiuntura inedita di musica, media e politiche della Guerra Fredda quando, nella sorpresa generale, vinse il primo concorso internazionale Tchaikovsky a Mosca.

La competizione doveva essere una vetrina per i virtuosismi dei colleghi sovietici e il giovanissimo texano dinoccolato dai capelli riccioluti trionfò contro ogni aspettativa finendo sulle prime pagine di giornali e riviste e sui piccoli schermi delle nuovissime televisioni. Time Magazine lo definì «il texano che ha conquistato la Russia». La scelta della giuria del Tchaikovsky era apparsa all’epoca così audace che per assegnare il premio a Van Cliburn fu necessario l’imprimatur di Nikita Krusciov.
Ma il 23enne pianista aveva gia incantato le platee moscovite.

Negli anni a venire i suoi ripetuti ritorni in Russia vennero salutati da folle in adorazione. Cliburn divenne di fatto un ambasciatore di pace tra le due superpotenze rivali. «Suonava e assomigliava a un angelo», disse di lui il pianista Andrei Gavrilov: «Nulla a che vedere con l’immagine del capitalista cattivo che era stata descritta per noi dal governo sovietico».

Tornato a casa Cliburn ricevette l’onore di una parata a Wall Street e ispiro decine, se non centinaia di giovani musicisti in erba. «Avvicinò alla musica classica milioni di persone chje non l’avevano mai ascoltata», lo ha ricordato HRichard Rodzinski, ex direttore esecutivo della Van Cliburn Foundation: «La sua straordinaria popolarità, con il primo disco da lui registrato diventato best seller, lo rese più famoso di qualsiasi altro interprete musicale in America, ancor più di Leonard Bernstein».

Il bancomat che si attiva con lo sguardo

Corriere della sera

Una ditta milanese, la SR Labs, ha sviluppato una nuova tecnologia che potrebbe essere utile anche ai disabili


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C’è chi ha lo sguardo «magnetico». Ma in questo caso, se l’idea andrà in porto, non occorreranno carismi particolari: basterà un'occhiata «normale». Una ditta milanese, la SR Labs, ha sviluppato uno sportello bancomat che funziona con lo sguardo. Per comporre il codice pin, infatti, basta fissare uno dopo l'altro i numeri sullo schermo, senza toccare la tastiera. Ma ci vorrà tempo prima di vedere la nuova tecnologia applicata ai tradizionali bancomat, spesso a rischio clonazione e truffe. Il progetto, infatti, è in fase sperimentale e l’azienda è in trattativa con alcuni istituti di credito per provare questa nuova soluzione.

DISABILI - L’applicazione sarebbe molto comoda per i disabili e al contrario dei sistemi di riconoscimento personale (identificazione delle impronte digitali o scansione della retina) non memorizza i dati dell'utente, ne rivela esclusivamente i movimenti, salvaguardando la privacy. «La nostra più che decennale esperienza nella progettazione di sistemi comandati con lo sguardo - spiega Gianluca Dal Lago, amministratore delegato di SR Labs - ci dà la consapevolezza di poter dare un grande contributo alla sicurezza dei sistemi bancari e alla tranquillità delle persone, in particolare degli anziani. L'iBancomat è un'importante opportunità anche per molte categorie di disabili, che potrebbero così usufruire del servizio in maniera autonoma».

UNO O DUE SECONDI A NUMERO - Il funzionamento, secondo quanto afferma la ditta milanese, è semplicissimo: la persona compone il codice segreto guardando i numeri (per uno o due secondi a numero) della tastiera virtuale che appare sullo schermo del bancomat. Non essendoci movimento delle mani, è vanificato ogni tentativo di filmare o registrare la sequenza dei tasti premuti, come accade quando i malviventi vogliono clonare i bancomat per prelevare a sbafo a scapito dei clienti. Una volta ottenuto l'accesso al conto, è possibile continuare le operazioni nel modo tradizionale oppure continuare ad agire selezionando le scelte con lo sguardo. Qualcuno lo adotterà? Potremo provarlo presto? Certo, in molte occasioni farebbe comodo. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di usare il «potere» dello sguardo?

Ferdinando Baron
27 febbraio 2013 | 20:19

L’eroe di guerra della Raf vende le medaglie per pagarsi l’ospizio

La Stampa

Inghilterra, la famiglia Burbridge conta di incassare 120 mila sterline per 6 anni di cure: «Costretti a farlo»


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E’ stato uno dei più grandi piloti della Raf nella battaglia d’Inghilterra, ha abbattuto 21 aerei nemici, record imbattuto persino da John “occhi di gatto” Cunningham che si diceva vedesse nella notte. Gli hanno dato sei medaglie al valore che lui, finita la guerra, ha messo nel cassetto per diventare predicatore dopo aver studiato a Oxford. Adesso a 92 anni, la moglie Barbara morta da poco, ha l’alzheimer e la famiglia per pagargli le cure è costretta a mettere all’asta le decorazioni. Contano di incassare 120 mila sterline, circa sei anni di cure.

Il comandante di stormo Bransome Burbridge era stato obiettore di coscienza prima di diventare uno dei più celebri eroi dell’aria inglesi. Nonostante fosse un cacciatore micidiale, la sua vena religiosa gli imponeva di sparare, quando possibile, ai motori piuttosto che agli uomini. Abbattè quattro aerei nemici in una sola notte e salvò molte vite tirando giù tre terribili V1, i missili di Hitler. La sua impresa più memorabile fu nel novembre del 1944 nel cielo di Berlino: con soltanto duecento pallottole eliminò tre caccia-bombardieri Junker 88 e un caccia Messerschmitt. L’altro giorno l’associazione veterani ha criticato i politici di aver dimenticato la gratitudine che il paese deve al comandante Burbridge e ai suoi contemporanei. 

Dice il figlio Paul, 59 anni, direttore artistico a York, nel Nord dell’Inghilterra: “Siamo riluttanti alla vendita ma crediamo che sia la cosa giusta. Valutiamo più lui delle sue medaglie . Mio padre non parlò mai molto delle sue esperienze di guerra. Fu soltanto quando mio figlio dovette fare una ricerca a scuola che papà raccontò compiutamente la sua storia e ci fece vedere i suoi documenti di servizio”.
Le imprese belliche di Burbridge sono raccontate in un recente libro di Gillian Warson: “Wings and a Prayer”, titolo che si rifà a una canzone americana celebre durante l’ultima guerra dove un aereo rientra gravemente danneggiato volando su “un ala e una preghiera”. I due estremi della vita del comandante Burbridge.

All'asta il Nobel del «papà» del Dna

Corriere della sera

La famiglia di Francis Crick mette all'incanto medaglia e assegno: «Non deve restare in una cassetta di sicurezza»

Francis Crick e James Watson con la celebre struttura elicoidale del Dna (Reuters)Francis Crick e James Watson con la celebre struttura elicoidale del Dna (Reuters)
A sessant'anni dalla scoperta della doppia elica del dna, che fece guadagnare a Francis Crick e James Watson il Nobel per la Medicina nel 1962, la famiglia di Crick ha deciso di mettere all'asta il premio, completo di medaglia, diploma e altri cimeli. È la prima volta che un premio Nobel finisce in una vendita pubblica, come spiega il quotidiano inglese The Independent.


Il Nobel di Crick (Afp)Il Nobel di Crick (Afp) 

IL PREMIO - Lo scienziato del Laboratorio di biolegia molecolare di Cambridge è morto nel 2004 all'età di 88 anni, e la medaglia d'oro del Nobel, da 23 carati, che ha incise le due iniziali e la data del premio, è rinchiusa in una cassetta di sicurezza in California dalla morte della sua vedova nel 2007. La nipote, Kindra Crick, spiega che la famiglia «è stata in difficoltà nel decidere cosa fare del Nobel. Non volevamo che stesse in un deposito. Vogliamo renderlo disponibile a qualcuno che possa prendersene cura e anche metterlo in mostra. Questa è una parte della storia della scienza e c'è un selezionato gruppo di persone che vorrebbe comprarlo e metterlo in mostra, cosa per noi difficile. Speriamo possa ispirare la prossima generazione di scienziati».


L'assegno del Nobel 1962 (Reuters)L'assegno del Nobel 1962 (Reuters) 

IL TESORO NASCOSTO - Anche quando era in vita, Crick tenne il riconoscimento «al sicuro». I figli non ricordano di averlo visto dopo la cerimonia, e la nipote Kindra giura di non averlo mai visto. La base d'asta iniziale per medaglia e diploma è di 500mila dollari, ma alcuni stimano che la cifra potrebbe arrivare anche a 5 milioni all'asta prevista a New York in aprile. Parte del ricavato servirà a finanziare il Francis Crick Institute, che aprirà a Londra nel 2015

(fonte Ansa).




La ricerca in Italia? Meglio fare il lampredotto (31/01/2013)


Nobel per l'Economia a Roth e Shapley (15/10/2012)


Nobel per la fisica ai papà degli orologi atomici (09/10/2012)

Redazione Online27 febbraio 2013 | 19:03