lunedì 25 febbraio 2013

Leccate la matita», «No, non fatelo» La penna che manda in tilt i Grillini

Corriere della sera

Panico in rete per eventuali brogli ai danni del Movimento. C'è chi consiglia di bagnare la matita con la saliva. Piazza: «Così invalidate il voto»

 



BOLOGNA - Alla faccia di un boom quasi scontato, nel Movimento Cinque Stelle c'è qualcosa che rovina queste ore di attesa. Così in rete, luogo d'elezione del M5S, stanno impazzando i consigli più disparati per evitare brogli, sconfiggere complotti e vincere le elezioni. In questo caso a dare il là alla discussione è Matteo Dall'Osso, candidato a Cinque Stelle per la Camera dei Deputati. Il futuro parlamentare (è in lista in terza posizione) suggerisce, sulla sua pagina Facebook, un singolare stratagemma. «Prima del voto - scrive il candidato - bagnatevi la mano con la saliva, umettate la matita e poi votate, solo così il vostro voto sarà indelebile...M5S e vinciamo noi...». Dall'Osso poi si fa prendere la mano e verga: «Il voto è valido solo se la matita è stata umettata». Citando una sentenza del Consiglio di Stato conclude: «In ogni modo le inventeranno tutte per annullarci il voto e se fate il segno con la matita in modo leggero poi si cancella».



PIAZZA - Dall'altra parte della barricata c'è il consigliere comunale bolognese, Marco Piazza, l'uomo che lungo la via Emilia ha organizzato le Parlamentarie e seguito la composizione delle liste 5 Stelle. Piazza sulla saliva la pensa diversamente dal suo collega di Movimento. Niente bavetta sulle schede, è il suo diktat. «Per avere la certezza assoluta che la matita sia davvero copiativa e il segno effettivamente indelebile, alcuni votanti “ciucciano la matita” (la bagnano/umettano con la saliva)», scrive (sempre su Facebook) Piazza. «Le matite indelebili (che devono essere usate nei seggi), - aggiunge Piazza - se bagnate, lasciano un caratteristico tratto tendente al violaceo con delle piccole sbavature. Ho concreti motivi di ritenere che molti elettori a questo giro faranno questa verifica». Da lì il consiglio agli elettori del militante 5 Stelle: «Attenzione!! le schede macchiate o con segni di riconoscimento sono invalide. Se pertanto vi capitasse di macchiare involontariamente la vostra scheda fatevene dare un'altra».

LA CONFERMA - Sta di fatto che il panico della matita ciucciata si è già diffuso in rete. E chissà quanti elettori 5 Stelle nel segreto della cabina metteranno un po' di saliva sulla scheda. Dall'Osso dal canto suo conferma l'opinione: «La matita copiativa in dotazione alle urne elettorali è completamente cancellabile (provato su carta semplice) a meno che non sia umettata, si sbiadisce leggermente, ma rimane». Mah.

Redazione online24 febbraio 2013

Anzio, Storace e M5s denunciano: «Presidente di seggio ha rubato le schede elettorali»

Corriere della sera

Lite nella sezione sabato. Moduli verdi nella sua borsa: contestata, la donna li fa a pezzi. Domenica voto regolare


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ROMA - Fa il giro del web la vicenda, denunciata dal Movimento 5 Stelle e dal leader de La Destra, Francesco Storace, della presidente di seggio che secondo l'accusa sarebbe stata sorpresa a nascondere schede elettorali per il voto regionale ad Anzio, in provincia di Roma. Ma i particolari della vicenda, emersi domenica, sembrano smontare il presunto «caso». Quel che è accaduto, spiegano testimoni, è che sabato pomeriggio il rappresentante di lista di M5S avrebbe notato su un tavolo la borsa della presidente di seggio, aperta, con dentro due schede verdi. Alle sue immediate contestazioni la donna, 47 anni, avrebbe risposto che le schede erano state prelevate perchè deteriorate: andavano tolte di mezzo - avrebbe detto - perchè non si confondessero con le altre.

                    Video : La denuncia dei «grillini» sulle schede di Anzio

FATTE A PEZZI - Ne sarebbe comunque seguito un alterco e la presidente, in preda ad una crisi di nervi, avrebbe preso le due schede e le avrebbe fatte a pezzi. A quel punto sono intervenuti gli agenti di servizio al seggio, uomini del commissariato di Anzio-Nettuno guidati dal dirigente Fabrizio Mancini - che hanno recuperato i pezzetti delle schede e li hanno trasmessi con un verbale alla Procura di velletri. Sabato in serata la presidente ha dato le dimissioni e le autorità competenti hanno provveduto alla nomina di un nuovo presidente di seggio. Domenica le operazioni si sono svolte regolarmente. «Non è stata sporta alcuna denuncia», precisa la Polizia. E la Digos non si sta occupando del caso.

STORACE - Ricorre all'ironia, Francesco Storace, candidato alla presidenza della Regione Lazio che su Twitter scrive: «Pizzicata presidente di seggio ad Anzio che rubava schede per le regionali. Immagina a quale partito le doveva indirizzare. Penoso». La denuncia dell'accaduto è arrivata anche da Maurizio Brugiatelli, responsabile cittadino La Destra di Anzio, che sostiene: «La presidente di seggio in questione è una veterana iscritta e militante del Pd».

MANDIAMOLI A CASA - Cresce il numero di tweet e post dedicati all'argomento e la cosa comincia a diffondersi anche sulle pagine ufficiali dei partiti e dei candidati. Dopo le segnalazioni condite di sarcasmo di Francesco Storace, c'è chi, commentando la vicenda sul social network, prende a prestito lo slogan di Beppe Grillo: «Mandiamoli a casa!».

Rinaldo Frignani
24 febbraio 2013 | 16:27

Ecco dove mettono la croce i ricchi che amano la sinistra

Fabrizio Rondolino - Dom, 24/02/2013 - 07:58

Adesso le star per fare sapere le loro idee politiche puntano su giornali e comparsate tv. Sul Fatto l'ultima galleria delle preferenze chic 

Il voto è segreto, ma non per tutti e non sempre. La sinistra, quand'era al governo, decise di mettere fuori legge i sondaggi nelle due settimane che precedono il voto (cioè quando cominciano a diventare interessanti), perché era convinta che Berlusconi li sfruttasse al meglio per conquistare consensi.


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È un caso unico al mondo. Tuttavia, se raccogliere le intenzioni di voto degli elettori è diventato illegale, è invece considerata un'azione benemerita diffondere le intenzioni di voto dei vip. Per costoro, soprattutto se benpensanti e politicamente corretti, dichiarare il proprio voto è una specie di dovere civico, un impegno morale irrinunciabile, una felice e lievemente narcisistica esibizione pubblica che potrà poi tradursi in nuove relazioni, nuovi vantaggi e nuove dichiarazioni di voto.

Un tempo a sinistra andavano di moda gli appelli e i manifesti, impreziositi da firme autorevoli e destinati a confermare i fedeli nelle loro incrollabili certezze. Oggi gli appelli non li firma più nessuno, e forse non c'è nemmeno rimasto chi li scriva. Meglio invece l'endorsement individuale - come si usa dire scimmiottando l'America - affidato all'intervista, alla comparsata tv, o magari all'apparizione salvifica accanto al leader di partito.

Va detto che, in tempi di crisi e di spending review, anche gli intellettuali organici e i compagnons de route si sono assottigliati: molti veterani si sono ritirati a vita privata, e sono poche le reclute che li rimpiazzano. Chi al Nazareno si aspettava una dichiarazione di voto di Roberto Benigni o magari di Francesco De Gregori, per esempio, è rimasto deluso e ha dovuto ripiegare, per il gran finale all'Ambra Jovinelli, su Nanni Moretti, cineasta pluridecorato nonché rinomato esperto in sconfitte della sinistra.

Ieri Beatrice Borromeo e Silvia Truzzi hanno censito per Il Fatto le intenzioni di voto di un certo numero di cantanti, attori, giornalisti, scrittori e vip vari, tutti rigorosamente di sinistra (con l'eccezione di Enrico Mentana e Pietrangelo Buttafuoco, che non andranno a votare), così da comporre un quadro istruttivo dell'Italia che piace alla gente che piace.

Di gran moda - va detto subito - è il voto disgiunto: scegliere un partito alla Camera e un altro al Senato deve sembrare a molti il modo preferito per mostrarsi un intenditore, un professionista del voto, un raffinato analista che soppesa con equilibrio le sue scelte. C'è il voto utile, il voto di appartenenza, il voto di testimonianza, il voto di protesta, e chissà quanti altri ancora: e chi non lo capisce non è abbastanza smart per guidare una discussione nei salotti.

L'armata dei doppiovotanti predilige nettamente il binomio Ingroia (alla Camera, dove basta il 4%) e Bersani (al Senato, perché bisogna battere Berlusconi): sarà questo il voto disgiunto di Donatella Versace, di Carlo Freccero, di Francesca Neri, di Roberto Faenza e di Franco Battiato (che tecnicamente voterà però la lista Crocetta, di cui è assessore, apparentata al Pd). Incerta Fiorella Mannoia, che alla Camera voterà Rivoluzione civile, ma ancora non ha deciso per il Senato.

Unica Isabella Ferrari, che dividerà il suo voto fra Vendola e Bersani, probabilmente perché si sente molto di sinistra, e il Pd non le basta, ma non così di sinistra da metterne a repentaglio il successo. È il bello del voto disgiunto. La scelta contraria alla Ferrari la fanno invece Moni Ovadia e Milly Moratti, che scelgono Ingroia ma al Senato voteranno Vendola, forse dimenticandosi che il governatore pugliese potrebbe presto entrare in maggioranza con Monti, Casini e Fini (ammesso che quest'ultimo entri in Parlamento).

Viene poi la pattuglia dei compagni: quelli cioè che votano il Partito. Oggi si chiama Pd, domani chissà: che importa, è dai tempi del Pci che lo votano per default. L'elenco è nutrito: Raffaella Carrà, Alessandro Haber, Ottavia Piccolo, Sabrina Ferilli, Gad Lerner, Luca Zingaretti, Carlo Verdone, Nicola Piovani (che però ambiguamente specifica: «centrosinistra»). Elio, il grande Elio delle Storie Tese, al Senato voterà Pd «turandosi il naso» e alla Camera ancora non sa che fare.

Poi ci sono i grillini: Dario Fo, Franca Rame e Sabina Ciuffini (che però voteranno Ingroia alla Camera), Anna Valle, Paolo Villaggio e il grandissimo Adriano Celentano. Monica Bellucci (forse perché vive in Francia) voterà Monti. E forse lo voterà anche Monica Guerritore, se non sceglierà il Pd. Conclude appropriatamente il panel dei vip Bianca Balti, la modella che è inciampata a Sanremo: voterà scheda bianca.

Mozilla scende in campo con Firefox Os

Corriere della sera

La fondazione presenta a Barcellona il sistema operativo per smartphone. Tim tra i partner per il lancio

DAL NOSTRO INVIATO

BARCELLONA
- Se non li puoi battere da solo, trovati dei buoni alleati: Mozilla cerca e ottiene il supporto degli operatori di telefonia mobile per sferrare l'attacco a iOs, Android e Windows Phone. A un giorno dall'apertura del sipario sul Mobile World Congress di Barcellona, la fondazione per il software libero - dopo l'annuncio dei primi due smartphone Keon e Peak - ha presentato ufficialmente il sistema operativo mobile open source Firefox Os.


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Anche Telecom Italia figura nella lista dei 17 operatori che hanno supportato lo sviluppo della soluzione software e che si faranno carico della diffusione della stessa. In Italia, quindi, i primi dispositivi caratterizzati dal sistema di Mozilla saranno marchiati Tim. «Firefox Os può avere un impatto considerevole a vari livelli del mercato. Darà agli operatori nuove opportunità di business e svincolerà l'utente dalle strategie commerciali degli over the top (le Web company come Apple e Google, ndr)», ha dichiarato nel corso della presentazione il presidente di Telecom Italia Franco Bernabé.

I primi a iniziare la distribuzione saranno American Movil, Deutsche Telekom, Telefonica e Telenor a metà anno. Ci si rivolgerà con particolare attenzione ai Paesi in via di sviluppo: «Due miliardi di utenti di smartphone arriveranno nei prossimi 4 anni da queste aree», ha spiegato il Ceo di Mozilla Gary Kovacs. Fra le prime zone coinvolte, Brasile, Colombia, Messico, Spagna e Venezuela.

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A occuparsi dell'hardware sono la cinese Zte, Alcaltel ed LG. Più avanti entrerà in gioco anche Huawei. L'intenzione è quella di buttare nella mischia una generazione di dispositivi a basso costo, si scende sotto i 100 dollari, che portino in Rete gli utenti che non hanno ancora acquistato uno smartphone. E che difficilmente possono permettersi un computer. Secondo Kovacs, «il centro del mobile deve essere il Web»: questo è il punto di partenza. Si supera la logica delle applicazioni legate a un'ecosistema, del download delle stesse e dell'accesso alle iconcine soltanto in presenza di una connessione a Internet.


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Tutto è basato sull'Html5 , lo standard che non impone limiti di piattaforma agli sviluppatori. Un gioco, un programma per ritoccare le foto o per ascoltare la musica possono essere concepiti senza doversi curare della frammentazione che al momento costringe ad attivarsi almeno in due direzioni (iOs e Android). Non c'è bisogno di scaricare alcunché: l'app è online e può essere utilizzata anche una sola volta. Mozilla sta preparando anche il Firefox Marketplace, sia nell'ottica di intercettare le necessità esistenti degli utilizzatori mobili, con il supporto di marchi noti come Facebook, Disney, MTV, Airbnb e EA Games; sia per mettere a disposizione strumenti legati al territorio di appartenenza degli utenti. Le mappe godono della collaborazione con Nokia, l'app si chiama Nokia Here. Il negozio è aperto alle proposte degli sviluppatori, che potranno però decidere di distribuire i loro prodotti senza intermediari. E con il modello di business che preferiscono.

Martina Pennisi
24 febbraio 2013 | 22:04

Ustica, riaperte le indagini sull'incidente aereo che uccise uno dei testimoni scomodi

Corriere della sera

Nel 1992 il capitano Marcucci morì pilotando un aereo antincendio: il procuratore ora sospetta sia stato un attentato

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MASSA (Massa Carrara) – Sembrava un incidente aereo provocato da una condotta azzardata dei piloti o almeno così fu archiviato e dimenticato. Ma adesso, dopo più di vent’anni, la procura di Massa ha riaperto l’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio. Insomma, dietro il presunto incidente di un velivolo antincendio che il 2 febbraio del 1992 precipitò a Campo Cecina, sulle Alpi Apuane, si potrebbe nascondere un giallo legato addirittura all’inchiesta sulla strage di Ustica. Il sostituto procuratore, Vito Bertoni, ha infatti accolto le richieste presentate in un esposto a settembre dall’associazione antimafia «Rita Atria» e ha aperto un nuovo fascicolo contro ignoti.

IL TYESTIMONE MARCUCCI - Sull’aereo antincendio precipitato si trovavano due piloti, Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che morirono nello schianto. Marcucci era un ex pilota dell’Aeronautica militare ed era stato uno dei testimoni scomodi dell’inchiesta sulla strage di Ustica. Nell’esposto presentato da «Rita Atria» si ipotizzava che «lo strano incidente» in realtà fosse un attentato mascherato. Insomma non ci sarebbe stata nessuna condotta di volo azzardata, come sostenuto dalla commissione d’inchiesta tecnica nominata dal ministero dei Trasporti, ma secondo l’associazione a provocare lo «strano incidente» potrebbe essere stato «un attentato attuato con un ordigno al fosforo posto nel cruscotto del velivolo».



Ustica, Cossiga: «Se un giornalista insiste, potrebbe avere un'incidente» (29/01/2013)

Marco Gasperetti
23 febbraio 2013 | 21:24

Sparizione di Emanuela Orlandi, spuntano nuove ossa Il pm convoca 4 persone

La Stampa
di Valentina Errante e Cristiana Mangani

Il perito analizzerà altre 200 casse di reperti che si troverebbero a palazzo Farnese o in un immobile adiacente


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ROMA - Nuovi testimoni e nuove indagini nel caso del sequestro di Emanuela Orlandi. Mentre questa mattina, Pietro, il fratello della ragazza scomparsa, sarà nella piazza del Vaticano per ascoltare l’angelus di Papa Ratzinger e sperare in un suo pensiero verso la sorella, la procura della Capitale ha ripreso a interrogare. Quattro le persone sentite dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Simona Maisto. Persone vicine a Emanuela e che la conoscevano bene, tra i quali un compagno della scuola di musica che è stato tra gli ultimi a vederla.

Due interrogatori si sono svolti ieri. E oggi, nonostante sia domenica, sono previste altre due audizioni. Sono testimoni che la procura sta ascoltando per un filone parallelo all’indagine del sequestro, e che riporterebbe a una delle piste battute dagli investigatori: quella di un rapimento a sfondo sessuale.

LA SCIENTIFICA C’è un altro fronte aperto, poi, e i cui risultati sono attesi con ansia dai magistrati, ed è quello che riguarda la perizia sulle ossa recuperate all’interno della cripta della basilica di Sant’Apollinare. Il medico legale Cristina Cattaneo che coordina il pool di tecnici che sta studiando i reperti, vuole effettuare nuovi accertamenti prima di depositare le sue conclusioni. E vuole andare a vedere tra 200 nuove casse di ossa che si troverebbero a palazzo Farnese o in un immobile adiacente, perché sarebbero state consegnate dopo i lavori di ristrutturazione effettuati in uno stabile di proprietà della fondazione collegata all’Università della Santa Croce, che dal ’90 è entrata in possesso della basilica di Sant’Apollinare. L’esperta ne è venuta a conoscenza probabilmente dopo la testimonianza di un operaio che disse ai magistrati di aver partecipato a quei lavori di restauro e di aver visto altre ossa, oltre a quelle recuperate nella cripta.

LE INTERCETTAZIONI
Rimangono, comunque, al vaglio dei magistrati anche le condotte dei vari protagonisti, finiti al centro di questa inchiesta. A cominciare dall’ex rettore di Sant’Apollinare, don Pietro Vergari, lo stesso che ha mediato per la sepoltura di Enrico De Pedis tra quelle mura sacre.

Vergari è iscritto sul registro degli indagati per sequestro di persona e omicidio. Nel fascicolo dei pm sono contenute delle conversazione intercettate tra il prete e la moglie del boss della Magliana.

È don Vergari a chiamare per chiedere alla donna quale versione deve dare agli inquirenti riguardo a quella sepoltura. Alcuni dialoghi sono stati anticipati ieri sera nella trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi su La7, e sembrano chiarire perché l’ex rettore sia finito sotto accusa.


domenica 24 febbraio 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 09:09

L' elenco dei patrimoni che la Casta voleva nasconderci

Libero

Solo un deputato su quattro comunica i propri beni. Dalle "bugie" di Bersani al Colombo "barbone". E Fini non c'è...


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Non si può dire che chi comanda abbia dato un gran buon esempio. Pressato dai radicali, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ceduto alla richiesta di trasparenza permettendo ai deputati che lo avessero voluto di mettere on line sul sito Internet dell’istituzione le loro dichiarazioni patrimoniali. Accade in ogni democrazia moderna, era curioso che solo in Italia si cercasse di proteggere quei redditi con una incomprensibile privacy.

Una volta all’anno sarebbero stati consultabili, a patto di non fare fotocopie, offrendo così ai cittadini una informazione per forza incompleta. Caduto il muro del regolamento, almeno un parlamentare su quattro ha deciso di mettere quel minimo di dati patrimoniali a disposizione di tutti. Ma Fini si è ben guardato dal farlo. Insofferente come si è dimostrato ad ogni indagine giornalistica sul suo patrimonio diretto e indiretto (quello immobiliare è intestato alla moglie, Elisabetta Tulliani), il presidente della Camera ha preferito girare alla larga: ultimo dei suoi interessi è essere primo in trasparenza.

Così quando la richiesta è stata girata con analoga lettera in Senato, spiegando cosa era accaduto a Montecitorio, il presidente Renato Schifani ha seguito in tutto e per tutto l’esempio fornito da Fini: via libera ai senatori che avessero voluto, ma il numero uno di palazzo Madama non voleva sfigurare mettendo in imbarazzo il suo collega. Le istituzioni così hanno dato picche. Fra i volenterosi non mancano invece molti vip della politica. Diamo per certa la loro buona fede, purtroppo però molte dichiarazioni patrimoniali lasciano in sospeso verità che sarebbero necessarie. Quella del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, dice perfino una piccola bugia sulle proprietà immobiliari che poi è corretta dal suo 730. Ma è inutile mettere on line i dati se poi solo i commercialisti sono in grado di leggerli.

Massimo D’Alema
- La sorpresa è che ha aderito alla campagna trasparenza dei radicali e ha messo la sua dichiarazione dei redditi on line. Solo che l’ha fatto a modo suo: proteggendo il file che non è stampabile né riproducibile. Tiè! Il suo patrimonio resta identico al 2007: una Audi A3 del 2004, una Smart del 2006 e la celebre barca Stars 60 del 2003. E’ comproprietario con la moglie Linda Giuva (di cui cancella l’identità) della casa a Roma, quartiere di Prati. Il suo reddito era di 172.283 euro nel 2007, quando era ministro e deputato insieme. E’ crollato nel 2008 a 144.178 euro, ancora sceso a 126.053 euro nel 2009. Nell’ultima dichiarazione dei redditi si è ripreso: 165.525 euro. Si vede che presiedere il Copasir è quasi come fare il ministro…

Anna Finocchiaro - La signora in rosso non ha azioni, né auto a lei intestate. E’ partita nel 2007 con la comproprietà di otto fabbricati e un terreno in Sicilia, più la nuda proprietà e l’usufrutto di altri due fabbricati. Come Libero aveva anticipato, strada facendo si è fatta casa anche a Roma in comproprietà. Il suo reddito 2008 era 116.556 euro. Nel 2010 era 117.481 euro. Un’altra dimostrazione lampante di come i tagli agli stipendi dei parlamentari siano restati pura fantasia: semmai sono aumentati.

Roberta Pinotti - La gran sconfitta del Pd alle primarie di Genova ha iniziato la legislatura denunciando la comproprietà di quattro fabbricati a Genova, due a Cesana Torinese e il possesso di una Lancia Lybra 1900 del 2004. Il marito aveva una imbarcazione da 3 cavalli del 2005. Il reddito complessivo era di 164.555 euro. Il reddito è sceso di 30 mila euro circa passando all’opposizione senza incarichi istituzionali, ma le proprietà sono aumentate, riscattando in due immobili la quota di terzi.

Pierferdinando Casini - Più che un politico, il borsino di una banca. Nell’attesa di una evoluzione della crisi politica, il leader del Terzo Polo passava il tempo a comprare e vendere titoli azionari dall’I-Pad in mezza Europa. Nel 2007 possedeva 489 azioni Intesa-San Paolo, 115 Unicredit e 400 della Banca di credito cooperativo Alto Reno. Da lì in poi ha acquistato 57 diversi titoli quotati e ne ha venduti 42. Risultati non sempre soddisfacenti. Ma l’ultimo anno ha puntato tutto sul cavallo giusto: Corrado Passera, facendo incetta per tempo dei suoi titoli Intesa-San Paolo (che forse avrà rivenduto l’anno dopo. Lo speriamo per lui…).

Pierluigi Bersani - Forse Maurizio Crozza se lo immaginava ancora alla guida della mitica Fiat Duna. Invece il segretario del Pd si è evoluto: è passato a una Renault Megane che non abbandona dal 2003 (anche la moglie è affezionata ai francesi e si tiene stretta la sua Twingo del 2001). Per la dichiarazione dei redditi il segretario del Pd si è affidato al Caf della Cna. Dovrebbe tirare loro le orecchie, perché gli fanno fare una figuraccia. Alla voce “beni immobili” Bersani tira su una rigaccia da 4 anni: dice di non averne nessuno. Ed è sicuramente falso. Perché nel suo 730 figurano 15.808 euro (una bella sommetta) al rigo “redditi da fabbricati”. Nel quadro B si scopre che Bersani ha il 50% di due fabbricati su cui paga 295 euro di Ici, ha una rendita di 2.199 euro e incassa pure la metà di un affitto da 31.616 euro all’anno ( e cioè i 15.808 euro). Bersani insomma ha mentito alla Camera sul patrimonio, ma per sua fortuna non ha mentito al fisco.

Renato Brunetta - Guadagnava bene prima di fare il ministro (247.959 euro), e ha finito pure per guadagnarci qualcosina: nel 2010 è salito a 279.129 euro. Ma ha perso rispetto al 2009, quando erano 309.555. Il professore è appassionato di immobili: ne aveva quattro a Venezia, Ravello, Roma e in provincia di Perugia. Ha ereditato poi al 50% un appartamento e un magazzino a Venezia. Il 28 novembre 2009 ha chiuso un affare immobiliare a Riomaggiore, nelle Cinqueterre: per 40 mila euro si è aggiudicato un rustico monolocale (40 mq) più giardino da 253 mq e ulteriore pezzetto di terreno da 150 mq. L’ultimo anno ha cambiato casa a Roma permutando la sua e pagando un conguaglio.

Massimo Donadi - Il leaderino dei deputati dell’Italia dei Valori in piccolo fa il Ghedini. E’ avvocato come il legale del Cavaliere, e continua ad esercitare la professione a tempo perso mentre fa il parlamentare. Il giro di affari è sceso, quasi crollato in questi anni. Ma da buon professionista continua a presentare due denunce dei redditi: una come persona fisica che fa il parlamentare, e una con la sua partita Iva da avvocato. La sua dichiarazione patrimoniale presentata a Montecitorio non è proprio cristallina. Dichiara la proprietà di una casa a Venezia e di avere acquistato un immobile nel comune di Lignano Sabbiadoro. Ha anche una partecipazione del 50% nella Tinamax srl di Venezia. Ma non spiega che è un immobiliare, attraverso cui controlla (questo lo dice il catasto) altri due immobili ad uso ufficio.

Roberto Maroni - Il numero due della Lega parte generoso con la sua prima dichiarazione dei redditi, e rivela quasi tutto:  comproprietà di casa a terreno a Lozza (Varese). Due Fiat Panda, una in comproprietà e una in uso alla figlia. Una Audi A4. E perfino il 33% di una vecchia barca a vela: 16 metri, ma del 1980. Reddito imponibile di 220.125 euro. L’anno dopo inizia la discesa del reddito, a 156 mila euro. Terzo anno risale a 171 mila euro. Il quarto anno resta identico. Maroni però compra casa con la moglie a Varese e vende un auto. Oscura però con una riga di pennarello nero il nome dell’auto venduta, e chissà perché. Diritto alla privacy delle Panda? O delle Audi A 4? Valli a capire questi parlamentari!

Fabio Benedetto Granata - Ecco un finiano fra i pochi che hanno deciso di mettere la dichiarazione patrimoniale on line. Non riportando nulla sui suoi familiari, risulta nullatenente. I suoi redditi fanno ben capire perché Granata restio attaccato a Fini come una cozza: più si attacca, più guadagna. Nel 2007 era ancora con lui in An e dichiarava 116.978 euro. L’anno dopo Granata era nel Pdl, e ci ha perso: 96.698 euro. Allora ha iniziato a smarcarsi. E ha avuto ragione: redditi raddoppiati a 189.443 euro. L’escalation non finisce più: ultima dichiarazione dei redditi ancora più su: 210.311 euro…

Dario Franceschini - Il vice per eccellenza nel Pd (il numero uno l’ha fatto solo ad interim) ha iniziato la legislatura con 220.419 euro di reddito, una bella casa a Roma ad uso abitazione, due auto (una Suzuky Wagon R del 2002 e una Fiat Idea del 2005) e 100 azioni della Cassa di risparmio di Ferrara. A quattro anni di distanza il reddito è restato più o meno uguale: 225 mila euro, dopo avere toccato l’anno scorso i 261 mila euro. Le azioni della Cassa di Ferrara sono raddoppiate: da 100 a 202. Il parco automezzi si è incrementato di una vecchia moto Bmw 100/7 del 1979. Ma la vera novità à la più triste e personale: nello stato civile. Per la prima volta Franceschini deve scrivere “separato”.

Furio Marco Colombo - Non ci crederete, ma l’ex presidente di Fiat Usa, ex direttore dell’Unità, editorialista del Fatto quotidiano e parlamentare ormai da molti anni è nullatenente. Non ha proprietà alcuna, né immobiliare né mobiliare. Così almeno lui dichiara da 4 anni. Come D’Alema ha messo on line i suoi dati, ma non consente di stamparli, proteggendo il relativo Pdf. Le sue quattro dichiarazioni dei redditi indicano in serie: 454.206, 400.679, 392.699 e 414.943 euro. Si capisce che a farlo campare non è la sua attività di deputato. Ha un piccolo vezzo, come il suo compianto amico Avvocato. Gianni Agnelli infilava sempre nella sua dichiarazione dei redditi la proprietà di una Panda. Furio Colombo si evolve: dichiara di avere stretta stretta una Fiat Punto del 2000…

di Franco Bechis

Turbante tornado" corre la sua ultima maratona: si ritira a 101 anni

Il Messaggero


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HONG KONG - Entra nella storia come il più vecchio 'maratoneta' del mondo: a 101 anni, indossando il suo irrinunciabile turbante sikh, un britannico ha partecipato alla maratona di Honk Hong, ad un passo che lo ha visto 'coprire' 10 miglia in poco più di un'ora e mezza.

Una gara che - ha detto lui stesso, esultando, all'arrivo - ha segnato l'ultima tappa della sua carriera da podista. Fauja Singh, soprannominato 'turbante tornado', ha iniziato a correre solo poco più di una decina di anni fa, all'età di 89 anni e da allora ha corso nove maratone, tra cui Londra e New York, segnando il suo miglior tempo a Toronto con una gara chiusa in 5 ore, 40 minuti e 4 secondi.

«È uno dei giorni più felici della mia vita» ha detto all'arrivo il centenario che parla solo indiano punjabi: «Mi sentivo bene, fresco, pieno di succo di frutta», ha aggiunto agitando la bandiera di Hong Kong. A Hong Kong, ha corso insieme a un centinaio di tifosi che battezzati ironicamente «Sikh in the City». «A parte una pausa-bagno dopo il sesto chilometro e uno spavento quando è quasi caduto a causa del fondo bagnato, non si è mai fermato», ha riferito un'infermiera dello staff che ha assistito la maratona di Hong Kong.


Domenica 24 Febbraio 2013 - 16:59
Ultimo aggiornamento: 19:19

Beretta: a rischio la fabbrica negli Usa per la legge sulla restrizione delle armi

Corriere della sera

Una proposta di legge del Maryland vuole proibire un fucile d'assalto e la pistola calibro 9 prodotti dall'azienda italiana

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I recenti massacri nelle scuole americane rischiano di fare un'ulteriore vittima: la fabbrica di armi Beretta ad Accokeek, nel Maryland, a una ventina di chilometri a sud di Washington. L'azienda italiana infatti produce in Usa una versione «civile» del fucile mitragliatore Arx 160, utilizzato dalle truppe speciali e reso popolare dal videogame Call of Duty. La Beretta ha investito un milione di euro nel fucile automatico e prevede di espandere la fabbrica americana, come riporta il «Washington Post».

BANDO - Ma una proposta di legge presentata la scorsa settimana al Parlamento dello Stato del Maryland potrebbe mettere al bando questo tipi di armi d'assalto nello Stato dove viene prodotto. La Berretta, azienda bresciana da quasi 500 anni specializzata in armi, come afferma il quotidiano della capitale americana, sta seriamente riflettendo se restare in uno Stato che a questo punto considera non favorevole ai propri prodotti. Anche la famosa pistola Beretta calibro 9, utilizzata da tutti i soldati americani, da molti dipartimenti di polizia e dall'esercito iracheno, sarebbe vietata a causa del suo ampio caricatore di 13 proiettili.

SPOSTAMENTO - La Beretta potrebbe spostare in un altro Stato il suo stabilimento, facendo perdere 300 posti di lavoro al Maryland e vacillare la proposta di legge sostenuta dal governatore democratico Martin O'Malley. Jeffrey Reh, consigliere legale della Beretta per gli Stati Uniti e capo dell'azienda del Maryland, il mese scorso ha ammonito i legislatori di considerare attentamente il futuro della compagnia (che produce 100 mila armi all'anno), ricordando quando negli anni Novanta a una legge restrittiva sulle armi la Beretta rispose spostando il quartier generale in Virginia.

Paolo Virtuani
24 febbraio 2013 | 13:28

Versace rossa: la signora della moda vota Ingroia

Libero

Donatella chiede "più attenzione da parte del governo per la fashion week". E si affida al comunista manettaro...


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Vice presidente dell'omonimo gruppo, capo progettista della linea di moda. E' poi azionista per il 20% dell'intero patrimonio Versace. Lei è Donatella, la stilista, sorella di Gianni Versace, il fondatore dell'impero della moda made in Italy. Recentemente, a ridosso della settimana della moda milanese, ha dichiarato che "il governo deve capire che la fashion week è decisiva per tutto il Paese". Per carità, un'affermazione assolutamente condivisibile. Peccato però che oggi, Donatella, abbia rivelato al Fatto Quotidiano chi voterà in questo week-end elettorale: Rivoluzione Civile.

Sì, alla Camera la stilista sceglie Antonio Ingroia e quel papocchio manettaro-comunista che si porta dietro: da Antonio Di Pietro fino ad Oliviero Diliberto. Fa un certo effetto il fatto che la signora dell'italica moda - simbolo vivente del capitalismo - scelga la toga rossa politica, a cui capitalismo e ricchezza non piacciono. Fa ancora più effetto, infine, il fatto che la signora Verasce, che vorrebbe dalla politica maggiore attenzione sulla settimana della moda, voti il guatemalteco di ritorno, il pm che di fashion e sfilate, con tutta probabilità, non ha mai nemmeno sentito parlare.

Si va a caccia di fantasmi nel castello sforzesco di Galliate

La Stampa

Telecamere a raggi infrarossi e rilevatori di campi magnetici verranno installati di notte all’interno del maniero per  registrare tracce di presenze soprannaturali

SIMONA MARCHETTI


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Matrimonio con fantasma? Dopo Vigevano, la caccia ai fantasmi si sposta a Galliate: i quattro componenti della Epas, la European Parnormal activity society  hanno ufficialmente presentato una richiesta al sindaco per effettuare le loro ricerche nel  complesso fortificato che domina piazza Vittorio Veneto, ora utilizzato per incontri e cerimonie.  Il primo cittadino Davide Ferrari è orientato a concedere il via libera, anche perché non ci sono costi a carico dell’ente locale.

L’interesse per questa visita così particolare è già alto dopo l’annuncio dato da Ferrari sul suo profilo Facebook. Dell’associazione fanno parte Pippo Ferrara, Stefania Zagato, Cindy Pavan e Massimiliano Maresca; tutti si interessano da tempo al campo del paranormale. Avevano già presentato nei dettagli le loro modalità di azione prima di cominciare ad operare a Vigevano. Utilizzano termocamere, apparecchiature che registrano le variazioni di calore, geofono, sensore per rilevare movimenti del suolo, onde sismiche, termometro digitale, e il K2,  rilevatore di campi magnetici: verranno piazzati di notte all’interno degli spazi per vedere se si riesce a registrare tracce di presenze soprannaturali.

I maestri di sci devono versare i contributi anche d’estate

La Stampa


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I maestri di sci sono compresi nel commercio. I dubbi sull'obbligo contributivo di questi lavoratori, in considerazione del fatto che praticano un’attività prettamente stagionale, hanno spinto l'INPS ad emanare il messaggio 20027, che conferma anzitutto l’ambito di operatività dell’art. 29, l. n. 160/1975, che ricomprende la categoria dei maestri di sci tra quelle iscrivibili alla Gestione commercianti allorché l’attività sia svolta in forma autonoma anche per il tramite di una associazione tra professionisti.

Per quanto riguarda la questione della stagionalità, l’Inps rimanda a quanto previsto dalla circolare n. 147/04: i maestri di sci iscritti alla gestione commercianti, anche qualora abbiano lo status di studenti o pensionati, in assenza di altra attività lavorativa che faccia venir meno il requisito della prevalenza, rientrano nell'obbligo di iscrizione per l'intero anno secondo le regole generali della gestione o comunque fino alla data di cessazione dell’attività in Camera di Commercio.

La regola, però, non vale per i soggetti che non sono iscritti in CCIAA e non hanno quindi una struttura imprenditoriale di cui necessariamente occuparsi anche nella restante parte dell'anno: essi, pertanto, possono attestare l’eventuale cessazione dell’attività al termine della stagione invernale, presentando domanda di cancellazione tramite il modulo online. In tal caso la sede è tenuta ad effettuare la cancellazione a meno che non ne venga dimostrata in altro modo l'infondatezza.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Quell'ossessione di Albertone per gli estranei in casa

Corriere della sera


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«N on mi sposo perché non mi piace avere gente estranea in casa». La famosa battuta di Alberto Sordi, tratta da un'intervista, non da un film, è tornata in mente leggendo le cronache tristi che graffiano la sua memoria. A dieci anni dalla scomparsa, c'è un esposto in Procura che riguarda la sorella. Aurelia, 95 anni, potrebbe essere stata vittima di circonvenzione di incapace. Questa l'ipotesi di reato e, con essa, la richiesta di una perizia medico-legale. A dar vita alle indagini sono stati gli esposti dei direttori di due banche che tirano in ballo Arturo Artadi, storico autista dell'attore.

Attraverso i suoi avvocati, «la signorina Aurelia» ribadisce la piena fiducia nei confronti del collaboratore che da lunghi anni presta servizio in casa Sordi. Venerdì è stata ascoltata dagli inquirenti e, secondo indiscrezioni, due ore di colloqui non avrebbero escluso l'ipotesi di raggiro.

Nella grande villa che affaccia di fronte a Caracalla si consuma questo finale inaspettato. Nel documentario dei fratelli Verdone Alberto il Grande, ampio spazio è dato proprio a questa casa e alla vita privata.

Una villa mausoleo, piena di mobili e di oggetti d'antiquariato (pare che l'unica concessione al moderno sia un quadro di De Chirico), con tanto di salone da barbiere e teatro costruito negli anni Sessanta (chiuso agli amici dal 1972, dopo la morte della sorella Savina, vicenda dal sapore pascoliano). Una villa sacrario in cui il grande Alberto si ritirava per proteggersi dal mondo, in cui non ammetteva estranei e che ora, insieme con il grande patrimonio lasciato in eredità, diventa oggetto di contesa. Poi c'è la Fondazione Sordi, voluta dall'attore, le cui relazioni esterne sono affidate a Stefania Binetti (sorella della più famosa Paola) che gestisce anche il materiale artistico.
Se al cinema Alberto ha avuto eredi (primo fra tutti Carlo Verdone), forse il suo dramma esistenziale è di non aver avuto figli.

Accumulando tanti soldi (sordi, in romanesco, come diceva il Marchese del Grillo: «Io i sordi nun li caccio e te nun li becchi... »), non sapeva quanti estranei postumi si sarebbe messo in casa.


Aldo Grasso
24 febbraio 2013 | 10:38

Arriva il bisturi atomico che disintegra i tumori

Corriere della sera

A Pavia un consorzio pubblico-privato per sperimentarlo. Lo Ieo lancia la cura in cinque giorni della prostata

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Un anello di 110 metri di circonferenza, diametro 22 metri. Protoni e ioni carbonio «corrono» lì dentro, accelerandosi fino a diventare un invisibile bisturi che taglia il Dna nelle cellule tumorali, uccidendole. Un bisturi atomico. L'anello si chiama sincrotrone, le particelle accelerate adroni. L'effetto è l'adroterapia. Da anni se ne parla, finalmente è arrivato il momento delle sperimentazioni. Prima sui tumori della base cranica, ora su quelli della prostata.

Venti pazienti, non curabili altrimenti, sono gli apripista nell'unico centro in Italia, il Cnao (Centro nazionale di adroterapia oncologica) di Strada Campeggi 53 a Pavia. Tutto a carico del servizio sanitario nazionale, non serve nemmeno l'impegnativa. Il via libera del ministero della Salute è arrivato 3 settimane fa. Dall'anello, il fascio di super energia viene indirizzato in tre sale di cura. Il paziente non avverte nulla, mentre gli adroni «sbriciolano» il cuore delle cellule malate. Sedici sedute, nei casi più gravi.

È una prima europea. Finora solo in Giappone, al Nirs di Chiba, sono stati trattati così un migliaio di pazienti. Tumore sotto controllo nel 75 per cento dei casi, contro il circa 50 per cento che, se va bene, si ha con le altre cure adottate nei casi non operabili e resistenti alla radioterapia.
Al Cnao fanno capo il neurologico Besta, l'Istituto nazionale dei tumori, l'Istituto europeo di oncologia (Ieo), i Policlinici universitari di Milano e di Pavia. Roberto Orecchia, direttore della Radioterapia dello Ieo, ne è il direttore scientifico.

Venerdì, con Umberto Veronesi, ha presentato le novità contro il tumore alla prostata. Ogni anno in Italia si registrano 25 mila nuovi casi di questo cancro. Dopo i 50 anni, colpisce un uomo su sedici. Nel nostro Paese è il primo come frequenza nei maschi. Non sempre la diagnosi è precoce, non sempre la cura è vincente, non sempre se ne esce indenni. Così nuove armi per combatterlo scendono in campo. Oltre alla chirurgia sempre meno invasiva, la radioterapia «intelligente» promette oggi (sempre che la diagnosi sia precoce) guarigioni (95 per cento) e minori effetti collaterali post-cura.
Adesso a Pavia arriva anche l'adroterapia, nel caso la diagnosi sia tardiva, l'esame del Psa dia un risultato superiore a 20, il male sia uscito dalla ghiandola. Ioni carbonio più terapia ormonale. Una speranza in più quando le possibilità di successo sono minori.

«L'adroterapia - spiega Orecchia - utilizza protoni e nuclei atomici (chiamati ioni) soggetti alla forza detta "nucleare forte"». I vantaggi rispetto alle cure tradizionali? «Il rilascio di energia (e quindi la distruzione delle cellule) è selettivo ed efficace per colpire solo il tumore». Il danno è relativamente modesto quando il fascio di energia entra nel corpo del paziente, ma esplode dove si trova il cancro. «Con il vantaggio di minimizzare la distruzione dei tessuti sani, massimizzando quella dei tessuti malati», sottolinea Orecchia. L'energia causa una grande quantità di rotture nel Dna delle cellule malate. Che non riesce ad auto-ripararsi, come fa di solito.

L'altra novità, per ora allo Ieo, è la cura in cinque giorni invece che in otto settimane. Ancora Orecchia: «La radioterapia è importante in tutti i casi nei quali la chirurgia presenti difficoltà o possibili complicanze. Le nuove tecniche hanno reso i trattamenti più efficaci e talmente selettivi da non arrecare conseguenze ai tessuti sani». Una decina i pazienti già trattati con lo schema dei 5 giorni in una settimana. Niente di invasivo, nessun dolore, ambulatoriale. Effetti collaterali? Il 66 per cento dei pazienti operati chirurgicamente perde poi l'efficienza sessuale. «Con la radioterapia robotica invece il 66 per cento la mantiene», garantisce Orecchia. La cura dei 5 giorni dello Ieo e la sperimentazione Cnao sono finanziati dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc): 300 mila euro per 3 anni.

Mario Pappagallo
@Mariopaps23 febbraio 2013 | 10:49

Arriva Uppleva, la televisione di Ikea

Corriere della sera

Il mobile del colosso svedese integrato con lo schermo. Il sistema comprende anche uno stereo 2.1

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Dopo aver imposto il suo stile nell'arredamento, Ikea ci prova anche con la tecnologia con Uppleva, l'all-in-one definitivo, un mobile che integra al suo interno un sistema audio 2.1, un lettore CD, DVD e Blu-Ray e una smart Tv disponibile in quattro formati, dai 24 ai 46 pollici. Tutto controllabile con un solo telecomando.

QUESTIONE DI POLLICI – Le quattro smart TV presentano un'interfaccia grafica pulita e lineare e circa novanta app, tra cui Youtube, Facebook e Twitter. Tutte Full HD 1080p, sono dotate di tecnologia Edge LED, ovvero la retroilluminazione tramite gruppi di diodi posti sotto la cornice. Una soluzione che permette di ridurre lo spessore del televisore (qui si parla di 50 millimetri per il 24 pollici fino ai 59 del 32 pollici) e di risparmiare a livello energetico (sono tutti in classe A), ma non garantisce la brillantezza dei Full LED, dove i diodi sono sparsi uniformemente sotto tutta la superficie dello schermo.

Per il comparto elettronico troviamo il lettore di Mp3, Divx e Jpeg, formati essenziali nell'attuale panorama da cui si sente però l'assenza dell'mkv, il nuovo formato video in alta qualità che sta soppiantando i classici file avi come nuovo standard per i film in HD. FINO A 200 HERTZ - Tralasciando il 24 pollici, il meno interessante dei quattro, la frequenza d'aggiornamento è molto buona, con 100 Hz sul 32 pollici e 200 Hz sui due modelli più grandi, e garantisce immagini nitide e stabili anche con console e Blu-Ray. Dotati di sensore che regola l'immagine in base alla luminosità della stanza, hanno un'ottima dotazione di prese, con quattro entrate HDMI, due porte USB e la predisposizione per l'adattatore Wi-Fi, acquistabile a parte per 25 euro.

DECODER INTEGRATO – Sul fronte televisivo, troviamo un decoder integrato per il digitale terrestre, ingresso Cam per le smart card delle pay TV e DLNA, protocollo che consente di condividere file tra la TV e tutti gli altri dispositivi connessi alla rete casalinga come smartphone, tablet e computer. Per 9,99 euro poi si può aggiungere una memoria di registrazione da otto giga, una chiavetta USB che consente di registrare i programmi, tornare indietro e mettere in pausa.

QUESTIONI DI STILE – Va detto che, non avendo una base, i televisori non possono essere installati al di fuori dei mobili di Ikea ma in compenso offrono la possibilità di cambiargli colore acquistando a parte dei kit che ne modificano la cornice in nero o in bianco.

L'AUDIO È MOBILE – Come dicevamo però qui siamo di fronte a un all-in-one che comprende anche un sistema audio 2.1 virtual surround da 400 watt. L'unità centrale e i due altoparlanti sono posti all'interno del mobile TV, giusto sotto al televisore, una scelta pratica che limita il numero di cavi da connette nascondendoli dietro al mobile ma non permette l'orientamento delle casse limitandone la fruizione. Il subwoofer invece è esterno, non è regolabile e si connette al sistema in wireless. Il che vuol dire che può essere sistemato dove si vuole all'interno della stanza, purché ci sia una presa elettrica a portata di cavo.

LEGGE TUTTO - La dotazione tecnologica è in linea con i sistemi concorrenti di fascia media: oltre ai formati classici, qui troviamo un lettore di mkv, la radio FM e il lettore CD, DVD e Blu-ray mentre una presa Usb frontale consente di connettere smartphone, lettori mp3, tablet o chiavette USB. Molto limitante la scelta di inserire una sola uscita HDMI, che consente la connessione diretta con un solo dispositivo, il televisore naturalmente.

TUTTO GIÀ PRONTO - Costruite dai cinese di Tlc, quarto produttore mondiale di televisori dopo Samsung, LG e Sony, le smart Tv hanno prezzi che vanno dai 259 euro del 24 pollici ai 729 del 46, il sistema Hi-Fi costa 360 euro, mentre le soluzioni complete di mobile, stereo e televisore da 40 pollici variano tra i 1100 e i 2044 euro.

SCELTA DI CAMPO - In fin dei conti Uppleva è una buona scelta per chi non vuole scegliere, per chi non vuole perdere tempo e avere tutto già pronto: le uniche variazioni possibili infatti sono nella composizione dei mobili, nel colore e nelle dimensioni del televisore. Una scelta questa che toglie tutto il gusto di crearsi il proprio sistema audio-video, di ritagliarlo sulle proprie esigenze, di espanderlo e modificarlo nel tempo, aggiungendo pezzi e aggiornandolo. Il gusto, insomma, della tecnologia.

Alessio Lana
23 febbraio 2013 | 10:41

La crisi Rcs e gli stipendi dei manager

Corriere della sera

comunicato sindacale


Contemporaneamente alla presentazione del nuovo piano di ristrutturazione della Rcs, che prevede il taglio di 800 dipendenti e un netto ridimensionamento del perimetro industriale, l'amministratore delegato Pietro Scott Jovane ha annunciato l'autoriduzione del 10 per cento della sua retribuzione.


Il Cdr del Corriere vorrebbe tuttavia che questo gesto fosse accompagnato dall'applicazione di un criterio per la corresponsione dei vari bonus e della parte variabile dello stipendio, nonché dell'eventuale buonuscita di tutti i manager del gruppo, adeguato alla gravità del momento: stabilire quelle somme in rapporto non al numero dei posti di lavoro tagliati, ma di quelli salvati. Da troppi anni ormai la Rcs, dove i piani di ristrutturazione si susseguono ai piani di ristrutturazione senza che assurdi sprechi vengano sfiorati, dimostra nei confronti dei propri manager una grande generosità, indipendente dai risultati.

Nel 2007 su un importante quotidiano si leggeva: «Via Solferino ha speso negli ultimi quattro anni quasi 30 milioni fra buonuscite e buonentrate per oliare il frenetico turnover dei suoi manager». Proprio così: buonentrate. Perché, sempre secondo lo stesso articolo, il predecessore di Scott Jovane, Antonello Perricone, arrivato al timone della Rcs dopo che era saltata la sua nomina a direttore generale della Rai, avrebbe intascato un «bonus d'ingresso» di un milione. Un bonus d'ingresso: avrebbe cioè percepito un superincentivo soltanto per mettere piede in azienda.

Più 3,4 milioni di euro quando ne è uscito, e la Rcs non nuotava certamente nell'oro, reduce com'era dallo stato di crisi. Quella di Perricone è una misera liquidazione se la confrontiamo con la somma incassata al momento dell'uscita da Vittorio Colao: 7,8 milioni, metà dei quali, a onor del vero, versati da lui in beneficenza. Oppure con quella dell'ex direttore generale Gaetano Mele: 9,6 milioni. Cifre che impallidiscono di fronte alla buonuscita di Maurizio Romiti: 17 milioni di euro, dopo un paio d'anni al timone della Rcs. Ottocentocinquantamila euro al mese. Per inciso, con quei 17 milioni si sarebbero pagati per un anno 400 dipendenti della Rcs Quotidiani, molti dei quali venivano invece mandati in prepensionamento.

Quando quella liquidazione monstre venne pagata, lo stesso presidente della Rcs, Guido Roberto Vitale (anch'egli allora in uscita), ammise: «Certi tipi di remunerazione sono giustificabili solo in presenza di risultati estremamente positivi». Facendo capire che non era quello il caso. Non è ammissibile che continui questa giostra milionaria che arricchisce manager e dirigenti, indipendentemente dalla qualità professionale. In un momento come questo dovrebbe essere il primo solenne impegno dell'azienda.


Il Cdr del Corriere della Sera24 febbraio 2013 | 8:53

Roma, muore di Sla aspettando un pc gli avrebbe permesso di comunicare Il padre: «Sconfitto dalla burocrazia»

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

Leandro Rambelli: «A ottobre chiesto il dispositivo per aiutarlo a scrivere sul pc: mi hanno detto che non c'erano soldi. Oggi Andrea è morto»


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ROMA - Non poteva far sapere se provava dolore o aveva fame. Il buio pesto della malattia gli aveva lasciato solo un ricordo della libertà, la possibilità di muovere un indice. Il silenzio delle parole poteva essere interpretato solo dal linguaggio del cuore della famiglia: mamma, papà, i due fratelli e la fidanzata erano andati a scuola di dolore per imparare a intuire cosa significasse quella smorfia, quella piccola piega che nasceva sotto un labbro.

Andrea Melone, 41 anni, romano, tre anni fa aveva scoperto di essere malato di Sla. Un metro e novanta di vita, sorrisi e sogni immobilizzati in un letto da un mostro che non conosce pietà. Aveva combattuto con dignità, chiesto al padre, finché ha potuto, di battersi per le anime chiare come le sue che piano piano precipitano nel doloroso silenzio di corpi sconfitti dall'incubo della Sla.

Andrea ha combattuto fino alla fine, fino all'ultimo respiro, oggi. Non ha potuto neanche salutare la vita e la famiglia, a parte quel battito di ciglia. Aveva smesso di parlare a ottobre dello scorso anno. Il papà aveva iniziato le pratiche per chiedere un puntatore oculare, un dispositivo medico che consente di comunicare con il computer. Diecimila e cinquecento euro per continuare a far sapere al mondo che Andrea c'era ancora, Andrea aveva fame, sete, aveva paura, Andrea voleva un abbraccio.

Ma quei soldi le istituzioni non le avevano, «i soldi non ci sono più» dicevano i burocrati. Oggi Andrea ha smesso di battere anche le ciglia e il papà ha deciso di portare avanti la sua battaglia: «Devo perseguire il desiderio di mio figlio, lottare per il futuro dei malati di Sla affinché da questa falsa e ipocrita società possano trarre benefici».

La storia di Andrea la racconta Leandro Rambelli, 62 anni, pensionato, secondo l'anagrafe marito della mamma di Andrea, secondo le ragioni del cuore, semplicemente il papà del ragazzone di quasi due metri morto oggi. «A ottobre, non appena Andrea ha smesso di parlare – racconta Leandro – ho iniziato la procedura per ottenere il puntatore oculare: l'ospedale dove era in cura, il Policlinico Umberto I, ha inviato la richiesta alle strutture preposte dalla Regione a fare le verifiche e a stanziare i fondi per il dispositivo. Una cooperativa ha compiuto un sopralluogo in casa per capire che tipo di supporto servisse. Poi la richiesta finale all'ospedale San Filippo Neri, struttura accredita dalla Regione all'acquisto dell'apparecchio».

A dicembre Leandro chiama il San Filippo Neri e arriva la risposta: «Siamo desolati, non abbiamo fondi per comprare il puntatore oculare per suo figlio – racconta Leandro - La signora al telefono è stata molto gentile, era commossa, mi ha detto che se avesse potuto avrebbe dato lei i soldi necessari». Ma quei soldi, quei diecimila euro per far tornare a “parlare”, anche se su uno schermo di un pc, Andrea non c'erano proprio.

Poi qualcosa è cambiato: «La Regione – continua Leandro - ha emesso una delibera per lo stanziamento dei fondi, il 31 gennaio i soldi sono stati trasferiti, ma ancora oggi, oggi che mio figlio è morto, quel supporto non è ancora arrivato».

Storia di dolore, di burocrazia, di crisi, storia di un papà che non vuole smettere di combattere. Leandro racconta: «Ci sono voluti tredici mesi per avere la pensione di invalidità, novanta giorni per far riconoscere dal Tribunale mia moglie come amministratore di sostegno, ossia delegata a firmare al posto di Andrea che non riusciva più a muovere neanche una mano».

Andrea ha sempre lavorato, prima come guardia giurata, poi come operatore ecologico all'Ama: «Amava il suo lavoro e la sua divisa – dice il papà - dopo diciotto mesi di malattia ha perso il lavoro come prevede la legge, abbiamo chiesto l'aspettativa anche se sapevamo che Andrea non sarebbe più tornato a indossare quella divisa proprio perché per lui era importante continuare a sentirsi parte del gruppo dell'Ama».

Leandro parla anche di quei soldi che la Regione Lazio a dicembre ha stanziato per i malati di Sla: «Oltre nove milioni di euro: mio figlio era residente ad Ardea, ho chiesto più volte al Comune di Pomezia quando potessero essere impiegati quei fondi e la risposta è stata sempre la stessa: “Non sappiamo ancora come devono essere gestiti”».

«Intanto – dice il papà di Andrea - mio figlio è morto, ma la mia battaglia continua per tutte le persone come lui, per tutti quei malati che devono poter morire con dignità».



FOTOGALLERY

Andrea Melone, romano, morto di Sla: la sua odissea con la burocrazia racconmtata dal padre




laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Sabato 23 Febbraio 2013 - 16:28
Ultimo aggiornamento: Domenica 24 Febbraio - 09:07

Quando Beppe urlava: votate falce e martello

Fabrizio De Feo - Dom, 24/02/2013 - 08:20

Nel 2006 Grillo sosteneva Prodi e confidava in Pci, Rifondazione e Idv

Roma - C'era un tempo in cui Beppe Grillo non si era ancora tuffato nel personaggio del capopopolo refrattario a convivere con regole, organi, mediazioni e, soprattutto, con i partiti tradizionali.


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Un tempo in cui non aveva iniziato a far risuonare ossessivamente il disco rotto degli slogan anti-sistema e dei tormentoni para-rivoluzionari: da «Arrendetevi» a «i partiti sono il passato e tra sei mesi non ce ne ricorderemo», fino a «li faremo uscire dal Parlamento con le mani in alto». Un tempo in cui la concessione di una delega politica era ancora contemplata dal verbo grillino.

Tutto questo accadeva nel marzo 2006. Piena campagna elettorale: confronti televisivi serrati tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, la consueta guerra dei sondaggi, la caccia all'ultimo voto. Giorni ad alta tensione segnati da un endorsement «allargato» ma tutto riconducibile a sinistra, firmato Beppe Grillo. È il blog il Quintuplo a ricordarlo. Il comico, già in campo con i suoi tour a cavallo tra spettacolo e politica, a un paio di settimane dal voto del 9 aprile offre ai suoi seguaci i suoi consigli. Parola d'ordine: votare i partiti senza condannati in via definitiva in lista. Seguita da un elenco di opzioni: Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori e Rosa nel Pugno.

«In Parlamento – scrive Grillo il 23 marzo sul suo blog, in un post intitolato “Siamo tutti stallieri” – ci troveremo stuoli di condannati in via definitiva, di processati in primo e secondo grado. Persino di ex carcerati. E, insieme a loro, figli, amanti, mogli di politici. Oggi pubblico l'elenco dei partiti senza condannati in via definitiva in lista, la mia indicazione di voto per avere almeno la speranza di un Parlamento pulito e che riporterò su questo blog in un box da diffondere nel web: Italia dei Valori – Lista Di Pietro, La Rosa nel Pugno, partito dei Comunisti italiani, partito della Rifondazione comunista, Verdi».

Non proprio un trionfo di trasversalità, insomma, e non esattamente una garanzia di apertura verso idee diverse e liberali per chi volesse tentare la via della protesta provenendo dalle fila del centrodestra. Fenomeno, questo, non residuale visto che secondo l'Istituto Demos, che ha analizzato l'estrazione politica dei fan di Grillo, il 32% proviene all'area di centrosinistra e il 28% da quella di destra, dall'estrema mancina fino a Casa Pound, con tutto ciò che si trova nel mezzo. Alla fine quella consultazione elettorale, a dispetto dei sondaggi tutti o quasi favorevoli al centrosinistra, si risolse in un pareggio, con la vittoria dell'Unione di Prodi per appena 24mila voti.

E forse la presa di posizione grillina contribuì a decretare quella vittoria e a innescare la faticosissima epopea di quella legislatura e di quel governo appeso ai voti dei senatori a vita. Fu forse per quel motivo che il radicalismo grillino, da quel voto in poi, venne elevato a paradigma e si scelse un'impostazione diversa, quella del «che senso ha discutere con voi, artefici e protettori di un meccanismo obsoleto e solo da eliminare?». Così nel 2008 fu la volta della mutazione genetica astensionista. Niente più «endorsement sinistri». «Non votate, è l'unica scelta che vi è rimasta. Non legittimate una legge elettorale incostituzionale. Spiegate a chi crede di esercitare un suo diritto il 13 aprile che è vittima di un incantesimo. Chi vota diventa complice, anche se non lo sa». Era il passaggio intermedio verso il grande salto. L'anticamera della satira contro il potere trasformata in un progetto più grande: la conquista del potere da parte della satira.

Caso Orlandi, le indagini accelerano Tre persone ascoltate dalla Procura

La Stampa

Interrogato un ex allievo della scuola di musica frequentata dalla ragazza. Secondo quanto trapelato altre audizioni sarebbero in programma per la prossima settimana

ROMA


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Alla vigilia dell’ultimo Angelus di Benedetto XVI arriva un’accelerazione nell’inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana scomparsa ormai quasi 30 anni fa. Tre persone sono state sentite oggi dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo: tra loro ci sarebbe un ex allievo della scuola di musica frequentata dalla ragazza, e secondo quanto trapelato altre audizioni sarebbero in programma la prossima settimana.

C’è quindi una possibile novità nell’indagine sulla figlia del commesso della Prefettura Pontificia sparita il 23 giugno del 1983, quasi sicuramente rapita, e mai più ricomparsa. Un’inchiesta rilanciata negli ultimi mesi dall’apertura della tomba nella Basilica di Sant’Apollinare del defunto boss della Banda della Magliana Enrico “Renatino” De Pedis, che secondo la testimonianza di persone a lui allora molto vicine sarebbe stato coinvolto nel sequestro. I resti del criminale sono stati traslati e dall’estate scorsa si stanno svolgendo al Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) di Milano lunghe e approfondite analisi sulle ossa sconosciute trovate nella cripta. I risultati dovrebbero arrivare tra due mesi, secondo quanto si apprende: l’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha infatti chiesto ancora altro tempo ai pm romani.

Dall’ottobre scorso il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, ha rivolto una petizione al segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, per chiedere che si faccia luce sulla scomparsa della sorella. Secondo Pietro Orlandi, infatti, in Vaticano c’è chi conosce la verità. La petizione ha superato le 100mila firme e dopo le dimissioni di Benedetto XVI, Orlandi è tornato a sollecitare al Papa un appello pubblico sul caso che dura da 30 anni. Due giorni fa ha consegnato una lettera per chiedere a Papa Ratzinger di ricordare Emanuela domani, nel suo ultimo Angelus in piazza San Pietro.

Il caso Orlandi è tornato negli ultimi mesi ad alimentare teorie e ipotesi, tra cui quella di un collegamento con l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981. A farlo è stato lo stesso attentatore, il turco Alì Agca, ormai libero nel suo Paese, che in una autobiografia pubblicata da un’editrice italiana ha parlato di una pista islamica per entrambi i fatti. L’ex killer dei Lupi Grigi è stato subito seccamente smentito, su questa e su altre presunte rivelazioni, dal portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi. 

Grillo e Bersani litigano sui poveri Ma i loro elettori sono i più ricchi

Libero

Pd e M5S: chiusura di campagna elettorale facendo leva sulle umili origini, ma a votarli sono i vip
 

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Come se la povertà fosse un valore aggiunto e non una situazione da combattere, Bersani e Grillo hanno deciso di chiudere la campagna elettorale puntando sulle umili origini. Insomma una guerra a chi è stato più indigente, a chi ha sofferto di più, a chi riesce di più a immedesimarsi negli elettori che non arrivano alla fine del mese.

 Il comico genovese sul palco di San Giovanni a Roma ha immediatamente risposto al leader del Pd facendogli pagare caro il suo outing sul padre operaio: "Potevo fare il miliardario come ha detto Gargamella. Che ha detto che lui è figlio di meccanico e io sono miliardario...", ha urlato Grillo, "ma io ho lavorato e ho guadagnato i soldi con il mio lavoro non facendo il parassita come lui. E’ possibile che uno che sta lì da vent’anni non sente il dovere di andarsene spontaneamente? E’ da analizzare psichiatricamente".

Pensano davvero che parlando delle proprie umili origini possano riuscire a intereccettare i voti delle classi sociali meno abbienti? Di sicuro c'è che problemi di portafoglio non ne hanno i vip che alla vigilia del voto hanno fatto il loro endorsent. Da Raffaella Carrà a Donatella Versace, da Alessandro Haber a Ottavia Piccolo, da Luca Zingaretti a Gad Lerner, da Sabrina Ferilli a Carlo Freccero, da Corrado Stajano a Carlo Verdone, da Ottavia Piccolo a Salvatore Bragantini, a Isabella Ferrari: tutti metteranno una X sul nome di Bersani. Grillo sarà scelto invece da Adriano Celentano, Claudia Mori, Dario Fo, Franca Rame, Paolo Villaggio, Anna Valle, Claudio Santamaria, Sabrina Ciuffini.

Non sono pochi, però, i volti del mondo dello spettacolo che pur dando la loro preferenza al Pd o al M5S o a Sel per il Senato voteranno Rivoluzione Civile alla Camera: tra questi Moni Ovadia, Franca Rame, Claudia Mori, Francesca Neri, Roberto Faenza, Milly Moratti, Fiorella Mannoia, Versace e Freccero. Don Gallo invece non ha dubbi: Sel sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Voci fuori dal coro Monica Bellucci: lei preferisce il professor Monti. Non voteranno invece Enrico Mentana e Piergangelo Buttafuoco

Comprare solo british La scommessa (fallita) di una coppia inglese

Erica Orsini - Sab, 23/02/2013 - 08:13

L'esperimento patriottico di una famiglia che voleva vivere di merci nazionali: sono rimasti perfino senza il tè

da Londra

La cosa più difficile da trovare sono state le lampadine, quella più facile i vestiti. Vivere acquistando soltanto merci prodotte nel proprio Paese non è affatto facile e quando accade il prezzo da pagare è alto. Se ne sono accorti perfino gli inglesi, così legittimamente orgogliosi delle loro tradizioni e così indifferenti a quanto accade nel resto mondo.


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Una famiglia del Kent per un anno ha deciso di condurre un'esistenza rigorosamente «made in Britain». Tutto è cominciato per una questione di principio: Emily e Jason Bradshaw, lei insegnante di scuola materna, lui operatore di marketing, si sono indignati alla notizia dei mille trucchi al limite della legalità che grandi aziende americane come Amazon e Starbucks hanno usato per aggirare il fisco inglese. Così sotto Natale hanno deciso che non avrebbero più acquistato nessun regalo da Amazon e non avrebbero più bevuto una sola cioccolata calda da Starbucks. Dopo un mese hanno iniziato a pensare che forse avrebbero potuto continuare in questa direzione limitandosi ad acquistare soltanto cose prodotte dai loro connazionali. Una dimostrazione di patriottismo ma anche un aiuto per l'economia interna. Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Non è una novità che la new economy inventata da Tony Blair si basi soprattutto sui servizi. Quanto a prodotti da toccare con mano, quelli arrivano quasi tutti da altri Paesi. Per i vestiti i signori Bradshaw non hanno incontrato troppi problemi, si sono riforniti da un'azienda gallese dove hanno reperito buoni capi invernali anche per il loro bimbo Lucas di due anni. Dopo qualche settimana però erano già in fase di stallo. Perfino prodotti che affondano le loro radici nella tradizione anglosassone non vengono più prodotti da aziende britanniche.

Il famosissimo tè Twinings adesso è prodotto in Polonia. Le magnifiche stoffe fiorate che ricoprono le poltrone e i divani della mitica Laura Ashley sono state vendute a una società della Malesia e la cioccolata Cadbury che ha deliziato tanti bambini inglesi ora appartiene alla Kraft Food, compagnia con base in America. Gli inglesi però sono gente tenace e i Bradshaw non si sono arresi. «Ci sono stati momenti in cui abbiamo pensato che vivere come volevamo non sarebbe stato possibile - hanno raccontato - ma questo esperimento è stato anche una sfida.

La cosa più difficile è stato cambiare mentalità. Per esempio decidere che non volevamo mangiare frutta che non fosse di stagione. Ci siamo resi conto che potevano esserci altre soluzioni e questa è stata senza dubbio la parte più eccitante dell'esperimento». Certo bisogna essere persone estremamente rilassate e dotate di tempo ed energia. Trovare del detersivo per lavastoviglie prodotto in Gran Bretagna è stata una lunga impresa, per non parlare delle lampadine. «Di quelle comperate in queste sei settimane metà sono già andate - ammettono i pionieri britannici sorridendo sull'intoppo - ma almeno ci abbiamo guadagnato sulla bolletta della luce».

Adesso la famiglia più patriottica del Paese ha perfino un sito web ed è decisa a continuare sulla propria strada raccogliendo altri volontari. E pazienza se per rimanere british al 100% dovranno rinunciare alla televisione. Le batterie AA l'Inghilterra non le produce e il loro televisore può venir azionato soltanto dal telecomando. Anche per l'olio d'oliva niente da fare, il loro Paese non ha il sole dell'Italia, della Spagna o della Grecia. Dovranno accontentarsi di condire i broccoletti con la maionese.

Tornano le care vecchie lire: mostra di banconote al San Carlo in onore di Verdi

Corriere del Mezzogiorno

L’esposizione «BancoNote» nel foyer del Massimo dal 24 febbraio al 3 marzo coi volti dei personaggi storici


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NAPOLI – Tornano le care vecchie lire. Nessun ribaltone monetario europeo, ma una mostra nel foyer del Teatro San Carlo di Napoli in collaborazione con la Banca d'Italia in occasione del «Requiem» di Giuseppe Verdi in scena al Lirico dal 24 febbraio al 3 marzo. Ed è proprio domenica 24 alle 20 che sarà al pubblico «BancoNote - I volti della Musica e della letteratura italiane dal prezioso archivio della Banca d'Italia».



BANCOnote in mostra Al San Carlo




L’ESPOSIZIONE - Nel dettaglio, saranno esposte la banconota da lire mille (edizioni 1962 e 1969) con il ritratto di Giuseppe Verdi, la banconota da lire centomila (1967) con il volto di Alessandro Manzoni, e la banconota da lire cinquemila (1985) dedicata a Vincenzo Bellini. La «Messa da Requiem» unisce idealmente i Manzoni e Verdi: nel 1874, il Requiem fu eseguito per la prima volta in occasione del primo anniversario della scomparsa dello scrittore. Con tale iniziativa il San Carlo vuole rendere omaggio al valore di tre grandi figure del patrimonio culturale italiano. Il Lirico di Napoli ha infine incentrato la sua campagna promozionale per la Messa da Requiem proprio sulla storica banconota da mille lire con il volto di Verdi, riproducendone un fac-simile (con il San Carlo che sostituisce l'originale raffigurazione della Scala) distribuito nella città di Napoli da giovani studenti con indosso i panni del compositore, volendo così simboleggiare idealmente il forte legame tra la città di Napoli, il suo teatro e il compositore di Busseto.
L'esposizione sarà aperta al pubblico fino a domenica 3 marzo, ultima delle cinque recita del Requiem diretto da Nicola Luisotti.

OMAGGIO A VERDI - «Nell'anno del bicentenario di Verdi e Wagner - ha affermato Rosanna Purchia - il San Carlo ha fortemente puntato sul compositore italiano, ricordando la sua vicinanza con Napoli. La nostra banconota da mille lire diventa un oggetto simbolo per testimoniare non solo il particolare legame di Verdi con il San Carlo, ma l'amore della città e della sua gente per il maestro. È un messaggio rivolto soprattutto alle giovani generazioni, e per questo abbiamo voluto coinvolgere gli studenti napoletani nella realizzazione di uno spot e nella distribuzione della mille lire verdiana». Per la recita del 1 marzo del Requiem, il San Carlo riserva agli under 18 e ai pensionati con reddito minimo, la possibilità di assistere allo spettacolo al prezzo speciale di 15 euro.

Altre offerte speciali sono invece riservate ai membri della Community sancarliana e ai docenti e agli studenti universitari nelle date del 26 e del 28. In occasione del Bicentenario, la Fondazione Teatro di San Carlo attiverà una collaborazione con la sezione Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli che ha recentemente curato, grazie all'apporto di Maria Rosaria Grizzuti e Gennaro Alifuoco, l'Album Verdi, opera di Ercole Alberghi, appassionato cultore della figura e dell'opera di Giuseppe Verdi. La raccolta - assemblata nel 1913, con qualche aggiunta postuma - contiene circa ottanta autografi verdiani, ritrovati in maniera fortunosa dal curatore. Si tratta di documenti scritti negli ultimi quattro anni di vita dal maestro di Busseto e da questi destinati al cestino, recuperati grazie alla previdenza di Teresina Nepoti - per sette anni governante in casa Verdi - che invece di distruggere quei pezzetti di carta strappati li conservò accuratamente.

Ma. Pe.23 febbraio 2013