giovedì 21 febbraio 2013

A Grillo fa schifo la casta Ma ha sfruttato due condoni

Stefano Zurlo - Gio, 21/02/2013 - 12:00

Celentano nella sua canzone che fa da spot al M5S censura quelli come lui. Nel 2006 scriveva sul blog: "L'italiano medio è abusivo e condonista"

Schifa i condoni, come schifa le tangenti. Già nel 2004 ironizzava perfido sui deputati del Pdl: «Immaginiamo che costoro non abbiano ma maneggiato tangenti, condoni» e altre porcherie enumerate in un'interminabile lista di malefatte.


Cattura
Strano. Beppe Grillo, il fustigatore, il moralista, l'ammazzacasta da standing ovation, deve avere la memoria cortissima. Immaginazione per immaginazione, si può andare indietro al 2002 e al 2003 e in quelle date si troveranno anche i condoni tombali del tribuno che ha messo le mani nel verminaio della Seconda repubblica. Grillo infatti possiede il 99 per cento delle azioni della Gestimar, una società immobiliare di cui è amministratore unico il fratello Andrea. E la Gestimar, che ha in portafoglio una decina di proprietà fra Liguria e Sardegna, si è avvalsa non una ma due volte del condono. Quello firmato, per intenderci, dal nano di Arcore, come lui chiama con slancio amicale Silvio Berlusconi, e dall'allora superministro dell'Economia Giulio Tremonti.

Ma sì, il leader del Movimento 5 stelle ha utilizzato il tanto deprecabile condono, come prima e dopo di lui hanno fatto migliaia e migliaia di italiani. Connazionali cui va la sua compassione dall'alto di una fiammeggiante retorica. Lui, naturalmente, non ha tempo per aggiornare la propria biografia e raccontare come la Gestimar risolse i suoi problemi. E mise a posto la propria pozione fiscale. Dettagli. Scriveva il comico sul suo blog già il 27 luglio 2006: «L'italiano medio è abusivo e condonista». Poi, non contento, rincarava la dose: «L'italiano medio è un povero cristo che ruba a se stesso e al suo Paese e non lo sa». Grillo, a quanto sembra, rappresenta bene questa mediocrità tricolore perché pattina sopra i due condoni due dell'azienda di famiglia. Non solo: nel suo palmares c'è anche un condono edilizio per via di un terrazzo da 100 metri quadri che impreziosisce la sua villa di Sant'Ilario a Genova e che il comico aveva fatto ricoprire.

Insomma, non s'è fatto mancare niente Grillo e a proposito dello slalom con il fisco ha solo approfittato delle norme varata dalla coppia Berlusconi-Tremonti. Niente di illecito, però la lingua non si ferma e Grillo colpisce con durezza chi gli ha permesso di sfangarla dieci anni fa. Scriveva allora il fratello Andrea. «In considerazione della possibilità concessa dalla legge finanziaria 2003 di definire la propria posizione fiscale con riferimento ai periodi di imposta dal 1997 al 2001, fermo restando il convincimento circa la correttezza e la liceità dell'operato sinora seguito, si è ritenuto opportuno avvalersi della fattispecie definitoria di cui all'articolo 9 della predetta legge (condono tombale)».

E così i fratelli grillo afferrarono la corda lanciata ai contribuenti dal governo Berlusconi.
L'altra sera, mentre Grillo incendiava piazza Duomo, Adriano Celentano si schierava con lui, l'uomo nuovo, attraverso la sua ultima canzone Ti fai del male. Il testo del Molleggiato non cita per nome Grillo ma è esplicito che più esplicito non si può: «Si dice in giro che fra i partiti c'è un'onda nuova che è partita dal niente». Ma sì, la valanga celebrata da Celentano è quella dei grillini. Peccato che due righe prima il Molleggiato lanci l'allarme: «Riemergono purtroppo parole pericolose, parole come condono tombale». Ma dove riemergono? L'artista avrebbe potuto specificare che le parole di Berlusconi sono state precedute dalla biografia dei fratelli Grillo.

Il comico dal palco, per esempio nel corso di un comizio a Bologna, ha specificato che la Gestimar se la cavò sborsando una cifra modesta, nell'ordine dei cinquecento euro. Ma pezzi di carta non se ne sono visti. I militanti si devono fidare del suo verbo e i giornalisti, come è noto, non sono ammessi a porre domande. Così va il Belpaese oggi. Con Grillo che sbeffeggia l'Italia alle vongole, condonista, e Oscar Giannino che mordeva il Cavaliere: «Di tombale c'è solo l'idea che Berlusconi sia liberale». Purtroppo, destinata alla tomba era anche la carriera politica del giornalista, franato su un curriculum universitario più fantasioso di un romanzo di fantascienza.

Il Giappone ferma la caccia alle balene

La Stampa

Dopo gli scontri con attivisti del gruppo ecologista Sea Shepherd

SYDNEY


Cattura
Tokyo sospende temporaneamente la stagione di caccia “scientifica” dei grandi cetacei nei mari antartici e gli attivisti del gruppo ecologista radicale Sea Shepherd che ogni estate australe ostacolano con vari mezzi la flotta baleniera giapponese tirano un sospiro di sollievo.  L’Istituto giapponese della ricerca sui cetacei - riferisce la radio nazionale australiana Abc - ha annunciato di aver interrotto per ora il lavoro perché a causa dell’eccessiva vicinanza delle navi di protesta è troppo difficile il rifornimento di carburante.

Ieri Sea Shepherd aveva denunciato che due delle quattro navi della sua flotta erano state speronate in acque territoriali australiane da una nave della flotta baleniera giapponese. Il fondatore del gruppo e comandante della flotta di protesta, Paul Watson, ha riferito che la ”nave-mattatoio” Nisshin Maru si era scontrata deliberatamente con le navi Steve Irwin e Bob Barker, mentre dalla nave della guardia costiera giapponese che scorta la flotta venivano lanciate granate a concussione contro gli attivisti. 

Dopo la collisione una delle navi di protesta, la Bob Barker, è stata colpita alla poppa e allo scafo destro, imbarca acqua nella sala motori e ha perso completamene potenza, ha detto Watson. La baleniera «si è mossa in modo molto aggressivo» spingendola contro la nave cisterna, facendola quasi rovesciare e indietreggiando solo quando la nave di protesta ha lanciato un segnale di emergenza.
L’agenzia giapponese della pesca ha confermato le collisioni, aggiungendo però che si erano verificate «a causa delle attività pericolose di Sea Shepherd», perché gli attivisti si erano avvicinati troppo alla nave che faceva rifornimento. E ha assicurato che la sospensione è temporanea e il che programma di caccia continuerà.

Al contrario, il comandante degli “ecopirati” è sicuro che non riprenderà, dato che restano solo 18 giorni in questa stagione di caccia. E sostiene che gli scontri sono un segno di disperazione. «Stanno perdendo decine di milioni di dollari», ha detto Watson. Il mondo è contro di loro, lo sappiamo. Nessuno crede per un momento che questa sia ricerca scientifica, è un’operazione commerciale. Sono biasimati in tutto il mondo e credo siano disperati e sempre più aggressivi’».

Il direttore di Sea Shepherd ed ex leader dei Verdi australiani, Bob Brown, ha condannato lo scontro di ieri come «estremamente pericoloso e una violazione diretta delle leggi internazionali del mare, dell’ambiente e territoriali» e ha chiesto al governo di Canberra di mandare una nave della marina per ristabilire l’ordine. Il ministro della Difesa Stephen Smith lo ha tuttavia escluso e ha ribadito che l’opposizione dell’Australia alla caccia alle balene nell’Oceano Meridionale, in quanto illegale, è alla base del ricorso presentato insieme con Nuova Zelanda presso la Corte internazionale di giustizia. «La causa è in corso e attendiamo il verdetto», ha dichiarato. 

Giorgia Padoan, svolta dopo 24 anni Indagato un ex compagno di università

La Stampa

A portare all’uomo, nuovi indizi raccolti dalla polizia. Per ore dal pm il coetaneo della 20enne strangolata, forse in un raptus, nel salotto di casa nel 1988

massimo numa, elisa barberis


Cattura2
Per ventiquattro anni la polizia si è trovata alle prese con un rebus irrisolvibile. Nulla a cui appigliarsi, un indizio che potesse aiutare a trovare l’assassino di Giorgia Padoan, strangolata a soli vent’anni nel suo salotto di casa con una catenella d’acciaio che il suo omicida le ha stretto intorno al collo. Solo quei segni e un’impronta di scarpa, lasciata nel caffè rovesciato a terra, sui cui indagare. Oggi però uno dei più misteriosi cold case sotto la Mole potrebbe essere giunto a un punto di svolta. Questa mattina un ex compagno di Giorgia alla facoltà di Lingue è stato interrogato dal sostituto procuratore Enrica Gabetta ed è ora iscritto nel registro degli indagati. A portare all’uomo, nuovi elementi raccolti dagli uomini della sezione omicidi della Squadra Mobile di Torino, che è riuscita individuare tracce che potrebbero appartenere al killer della studentessa. Perquisita anche l’abitazione del coetaneo della ragazza - incensurato e al di sopra di ogni sospetto - che avrebbe agito per raptus. 

Il delitto
Cosa sia davvero successo quella mattina del 9 febbraio del 1988 nell’appartamento al terzo piano di via Gottardo, nel quartiere di Barriera di Milano, non si può ancora dire con certezza. Quando la madre Ivana è rientrata in casa all’ora di pranzo, la giovane era già senza vita da ore. Ha trovato il suo corpo era nel tinello, riverso sul divano, le ginocchia a terra, gli abiti in disordine, il volto soffocato sotto un cuscino. I rubinetti del fornello aperto, gas ovunque, l’alloggio messo a soqquadro, con ogni probabilità per simulare un delitto a scopo di rapina. Chi l’ha uccisa è riuscito a mantenere il sangue freddo: prima di fuggire ha lavato con cura le tazzine su cui poteva aver lasciato le impronte digitali, ha fatto scorrere l’acqua per creare confusione e con tutta probabilità ha anche spostato il cadavere per far pensare alla violenza sessuale che non c’è mai stata.

Cattura
Il diario
«Giorgia era allegra, curiosa, interessata a tutto e a tutti». Dai racconti dei genitori e degli amici emerge una giovane donna piena di vita, che affidava gioie e preoccupazioni a un diario segreto in cui forse è rimasta sepolta per anni la chiave del delitto. Chissà se a quelle pagine, confidenti di brevi «storie» e testimoni meticolose delle giornate della ragazza, ha rivelato anche qualcosa del suo omicida, che conosceva bene e dal quale non si è nemmeno difesa. Non un graffio o una lesione sul suo corpo, una traccia di pelle sotto le unghie che potesse intendere una disperata lotta prima di morire. 

Gli interrogatori
Una trentina di persone tra amici e compagni dell’Università sono stati interrogati dalla polizia nelle ore successive al delitto, sia per chiarire la propria posizione che per fornire informazioni sulle relazioni più intime di Giorgia. Se davvero il suo aggressore – al quale ha preparato persino il caffè, che lei non prendeva mai – è già passato davanti agli agenti, di certo è riuscito a mantenere una straordinaria lucidità e a non tradirsi. 

Il supertestimone
Dopo quasi quattro anni di buio, nel novembre del 1991 uno squarcio nelle indagini. Il padre della giovane, Roberto Padoan, riceve una telefonata: «So chi ha ucciso sua figlia», dice la voce dall’altro capo della cornetta. La stessa che poche ore dopo chiama anche i carabinieri e fa il nome di un ragazzo: «Andate in casa sua, troverete le prove che ha ucciso Giorgia». Ma anche il “supertestimone” - che gli inquirenti raccontano poi essere un «amico di famiglia» e che pur ha dimostrato di conoscere particolari inediti, mai pubblicati dai giornali - si rivela un buco nell’acqua. Ancora una volta un falso allarme, provocato involontariamente dallo stesso genitore, arrivato a promettere un compenso di 200 milioni a chi fornisse «indizi utili».

Italia, i lavoratori stranieri se ne vanno

La Stampa

Il rapporto di Action Aid per il 2011: «Gli effetti della crisi economica stanno pesando fortemente sui migranti, che cercano fortuna altrove: così il Paese si spopola»

flavia amabile
roma


Cattura
Dal 2011 l’Italia non è più paese di immigrazione, ma è tornata a essere terra di emigrazione, spiega ActionAid nel documento che presenterà domani. Nel 2011 sono arrivati in Italia 27mila stranieri e se ne sono andati 50mila italiani. Gli effetti della crisi economica stanno pesando fortemente sui più deboli e quindi anche sui migranti, che se ne vanno a cercare fortuna altrove. 

Il saldo è pesantemente negativo, l’Italia si spopola e anche le previsioni a lungo termine di un Paese popolato in gran parte da stranieri nel 2060 a questo punto dovranno essere riviste. Di questo passo fra cinquant’anni l’Italia sarà soltanto un luogo da evitare.

“Ad andarsene sono i migranti che appartengono alle categorie più deboli e in particolare quelli che a causa della crisi economica hanno perso il lavoro”, afferma Marco De Ponte, segretario generale di Action Aid. Ed è il lavoro una delle principali criticità della condizione dei migranti in Italia, spiega l’associazione nel documento “Il mondo è un pianeta migrante. La condizione del lavoro per loro si riassume nelle “5 P”: il lavoro migrante è Precario, Poco pagato, Pesante, Pericoloso e Penalizzato socialmente.

“Attualmente un lavoratore straniero percepisce 300 euro in meno rispetto ad un lavoratore italiano”, continua De Ponte. “Uno stipendio netto medio mensile è di 973 euro, rispetto ai 1286 di un italiano. La condizione peggiora nel caso delle donne, per le quali il divario salariale nei confronti delle italiane è del 30%”. 

Non è solo l’Italia a non essere più attraente per i migranti, ma l’intera Europa. Infatti la crisi economica globale – secondo ActionAid – sta in parte allentando le differenze Nord/Sud. La mappa mondiale della migrazione sta cambiando radicalmente: prima l’80% del flusso migratorio partiva dal Sud per raggiungere il Nord. Oggi un terzo si sposta all’interno dei paesi più poveri, un terzo continua a voler raggiungere i paesi ricchi e un terzo si sposta dai paesi ricchi ai paesi emergenti.

L’intero documento sarà reso pubblico venerdì mattina nel corso di una conferenza stampa a Roma.”Ormai è tempo di garantire loro maggiori diritti ai migranti - conclude Da Ponte - altrimenti rischiamo di aumentare l’esclusione sociale, che la crisi economica sta già rendendo insostenibile. Il primo dei diritti da garantire è che chi nasce e cresce in Italia sia cittadino italiano”.

Anche la Cina invecchia E ora chi paga le pensioni?

Roberto Fabbri - Gio, 21/02/2013 - 08:43

Rischio dissesto dei conti pubblici con 185 milioni di ultrasessantenni e troppo pochi a pagare i contributi

Centottantacinque milioni di ultrasessantenni da mantenere non sono uno scherzo neanche per l'economia più rampante del mondo.


Cattura
E anche se la Cina può contare su tasse e contributi versati da circa un miliardo di persone (la popolazione totale dell'immenso Paese asiatico si aggira sul miliardo e 350 milioni) la sfida previdenziale che Pechino deve fronteggiare fa tremare le vene ai polsi.Diciamo la verità: a noi occidentali che le pensioni viviamo nell'ansia di non vedercele nemmeno più corrispondere, dà un certo piacere perverso apprendere che i nuovi benestanti d'Oriente comincino a misurarsi con certi problemi.

E gli americani in particolare, che nei prossimi decenni dovranno fronteggiare enormi spese militari per contenere la prevedibile crescita del dragone cinese, ripongono fondate speranze nei problemi che creerà ai generali di Pechino l'impennata della spesa sociale. Il nuovo leader comunista cinese Xi Jinping recentemente ha parlato molto chiaramente con i suoi compagni: se non terremo adeguatamente conto delle attese di benessere e giustizia dei nostri concittadini, faremo la fine di Gorbaciov in Unione Sovietica. La questione delle pensioni sarà in questo senso un ottimo banco di prova: la diffusa insicurezza per la vecchiaia rischia di diventare una fonte di preoccupazione per la stabilità del regime non meno seria di quella oggi rappresentata dalla diffusissima corruzione.

L'incubo fondamentale discende dalla domanda «chi pagherà?». Se infatti in Cina il numero degli aventi diritto a una pensione cresce velocissimamente (si calcola che i 185 milioni di ultrasessantenni di oggi saranno il doppio nel 2030), la base dei lavoratori in attività che pagano i contributi per loro tende a restringersi: conseguenza della «politica del figlio unico» che da decenni viene severamente applicata per contenere l'espansione demografica nel Paese più popolato del mondo. Ma non aiuta neanche l'età generosamente bassa (60 anni per gli uomini e 55 per le donne, che scende a 50 per quelle che lavorano in fabbrica) a cui si ha diritto a lasciare il lavoro.

I comunisti al potere la giustificano con l'opportunità di lasciare spazio ai giovani, ma presto i nodi verranno al pettine e sarà inevitabile innalzare l'età della pensione e consentire alle coppie cinesi di avere più di un figlio. In attesa di indispensabili riforme, la Cina attuale non sembra davvero essere un «Paese per vecchi». Uno studio recente, citato in un articolo del professore americano Mark Frazier, stima che nei prossimi vent'anni il governo di Pechino avrà accumulato l'astronomica cifra di 11mila miliardi di dollari in debiti pensionistici. Del resto, si legge nello stesso articolo, già negli anni Novanta si era cominciato ad assistere in Cina a manifestazioni di protesta per pensioni non corrisposte. E se in passato i contadini senza pensione sopravvivevano sulle spalle delle loro famiglie, gli anziani della nuova Cina più urbanizzata dovranno per forza rivolgersi allo Stato.

E in Cina i «venditori pigri» li rieducano così

Corriere della sera

Dieci chilometri di corsa sotto l'acqua dietro una limousine con a bordo un dirigente che «detta il passo»
Dal nostro corrispondente GUIDO SANTEVECCHI 


Cattura
PECHINO - Tirava un bel vento e pioveva lunedì a Chengdu, capoluogo della provincia sudoccidentale del Sichuan cinese. Non proprio le condizioni ideali per una bella corsa all'aperto, in calzoncini e a torso nudo. Eppure un gruppo di giovanotti correvano lungo uno dei vialoni della megalopoli, allineati dietro una vettura nera ben lucidata. La foto ha meritato attenzione da parte del Quotidiano del Popolo , che nel suo sito online ieri ha spiegato: erano una ventina di impiegati del marketing di un'azienda di alimentari di Chengdu puniti per non aver raggiunto gli obiettivi di vendita nel 2012.

La sanzione era stata concordata con il management della società e prevedeva dieci chilometri di corsa per i maschi, in tenuta da spiaggia, e cinque per le femmine, alle quali è stato concesso di indossare una tenuta più castigata ma «leggera», perché potessero sentire il freddo e rigenerarsi. La limousine nera in testa al gruppo trasportava un manager aziendale incaricato di dettare il passo.

Un cronista del quotidiano locale, il Chengdu Business Daily , ha raccolto i commenti del plotone dei puniti. «All'inizio era così freddo che avevo la pelle d'oca, ma la corsa mi ha riscaldato», ha detto uno con spirito sportivo. «L'unica cosa che mi ha fatto sentire a disagio sono stati gli sguardi dei passanti», ha confidato un altro anonimo venditore poco produttivo. Tutti, secondo il giornale, hanno confermato l'accordo stretto a inizio 2012 e non si sono lamentati, sostenendo (almeno con il giornalista) che la prova di resistenza li avrebbe motivati a fare meglio quest'anno, centrando gli obiettivi di produttività.

Una voce sola si è apertamente levata contro, quella dell'avvocato Liao Hua, che ha spiegato come la policy aziendale in materia di premi o sanzioni dovrebbe essere basata sul rispetto dei diritti delle persone. Finora però, ha ammesso il legale, non si sono registrate azioni da parte di dipendenti. È possibile che i risultati deludenti dei venditori del gruppo alimentare di Chengdu abbiano risentito anche della nuova campagna moralizzatrice lanciata dal governo per contrastare la corruzione e «la stravaganza dei costumi».

Il segretario generale del partito comunista, Xi Jinping, ha ordinato un ritorno alla frugalità e la cancellazione di banchetti ufficiali e regali costosi ai dipendenti pubblici. L'austerità ha causato un crollo delle vendite di cibi e liquori di lusso durante le feste del Capodanno: il ministero del Commercio ha comunicato proprio ieri che il giro di affari nel settore è calato del 35 per cento da novembre. Il brodo di pinna di pescecane, ricercatissimo, ha venduto per il 70 per cento in meno.
Circola una barzelletta su Weibo, il Twitter cinese: «All'inizio volevamo liberare l'umanità intera e costruire la società comunista; poi ci siamo proposti di edificare la società socialista benestante; poi ci hanno spiegato che anche arricchirsi, tutti insieme, è glorioso; ora ci dicono di accontentarci di mantenere la stabilità».

Guido Santevecchi
21 febbraio 2013 | 9:58

Incidente sugli sci, è colpa del gestore se non segnala i pericoli

La Stampa


Cattura
Nel caso di un incidente sulle piste di sci, il gestore degli impianti ne risponde per colpa, ha stabilito la Cassazione, nel caso in cui non abbia predisposto adeguate «protezioni e segnalazioni» laddove queste siano richieste dalle caratteristiche della pista.
Secondo la Suprema Corte, infatti, considerata «la natura estrinsecamente pericolosa» dell'attività sportiva sulle piste da sci, la loro estensione e la naturale possibile «anomalia delle piste», anche per fattori naturali, per provare che da parte del gestore c'è stato un comportamento colposo «è necessario che il danneggiato provi l'esistenza di condizioni di pericolo della pista che rendano esigibile sulla base della diligenza specifica richiesta la protezione da possibili incidenti».

«In tal caso - si legge nella sentenza - è configurabile un comportamento colposo del gestore per la mancata predisposizione di protezioni e segnalazioni». La Corte di Cassazione ha così rigettato il ricorso di uno sciatore nei confronti dei gestori di un impianto: l'uomo, dopo essere caduto mentre sciava, aveva urato contro una staccionata di legno che delimitava la pista da una retrostante scarpata, ma inutilmente aveva chiesto i danni.

Nel 2001, infatti, lo sciatore aveva avanzato richiesta di risarcimento per 250 milioni di lire, ma prima il tribunale di Bolzano, poi la corte d'appello di Trento, avevano rigettato la richiesta ritenendo che l'infortunio era riconducibile alla «esclusiva responsabilità» dello sciatore, per cui non vi erano i presupposti per riconoscergli il risarcimento: lo sciatore procedeva «a velocità non consona», lungo una pista di media difficoltà (rossa) larga circa trenta metri in una zona ad ampia visibilità e quindi in assenza di quelle condizioni particolari che, secondo la normativa di settore, impongono misure protettive al gestore della pista.

Anche la Suprema Corte ha condiviso queste conclusioni, poiché «non è stata provata la situazione di pericolo (con onere gravante sul danneggiato) ed è stata ritenuta provata la mancanza di ordinaria diligenza del denneggiato».

(Fonte: Ansa)

L'inesperienza al potere: ecco i grillini che saranno onorevoli

Corriere della sera

Scelti via Internet, molti under 30, pochi con un passato politico


Cattura
MILANO - «Il cambiamento è la legge della vita. E chi guarda solo al passato o al presente è certo di perdere il futuro». L'armata grillina pronta ad «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» (copyright di Beppe Grillo) è eterogenea, ma compatta alla parola d'ordine «rinnovare». C'è anche chi cita John F. Kennedy per dare volto e voce al mantra. Tutti uniti sotto uno stesso vessillo, ma con differenze tra loro profonde, proprio perché - come ricorda il leader Cinque Stelle - «questo è un movimento ecumenico, parliamo di idee e non di ideologie». Una folta truppa di candidati, un centinaio o anche più, tra una manciata di giorni varcherà l'ingresso di Montecitorio e di Palazzo Madama. Alcuni, quelli posizionati tra i primi posti delle liste - «causa» anche il Porcellum che non permette di esprimere le preferenze - aspettano il voto, sondaggi alla mano, come una formalità.

Gli under 30
Tra loro, spiccano gli under 30. In un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile al 36,6%, i ragazzi grillini che si apprestano a invadere la Camera con un lavoro precario - finché dura la legislatura e con il vincolo a Cinque Stelle dei due mandati - sono decine. Solo in Emilia-Romagna, tra i primi sette in lista, quattro sono nati dal 1985 in poi. E al Centro-Sud la presenza di under 30 - tra capilista e numeri due - è capillare. Lazio (Marta Grande), Marche (Andrea Cecconi), Campania (Luigi Di Maio e Silvia Giordano), Puglia (Giuseppe L'Abbate), Basilicata (Mirella Liuzzi), Calabria (Dalila Nesci), Sicilia (Giulia Di Vita) avranno un deputato che darà voce ai problemi e alle tematiche di un mondo, quello dei giovani, messo alle strette dai problemi legati al lavoro e con un forte disincanto nei confronti della politica. E guai ad accusarli di inesperienza. Già lo scorso anno, nella campagna per le amministrative, Grillo ripeteva: «I nostri candidati sono giovani, sono inesperti, è il loro valore aggiunto: non sanno come si trucca un bilancio».

Da sinistra a destra
Comunque, anche tra i futuri parlamentari c'è anche chi vanta nel suo passato qualche piccolo precedente politico. Con un taglio trasversale, che va da destra a sinistra dello schieramento costituzionale. È il caso di Enrico Cappelletti, capolista al Senato in Veneto, e candidato negli anni Novanta per il Carroccio, che, in polemica con esponenti pd, ha dichiarato al Mattino di Padova: «È fuori di dubbio che tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord di venti anni fa ci sono tantissimi punti in comune». Sempre nella stessa Regione, candidata a Montecitorio, è Francesca Businarolo - avvocato praticante - eletta nel 2008 all'assemblea regionale dei Giovani Democratici. In Piemonte corre Laura Castelli, 26 anni, laureata in economia aziendale, un passato recente al Gruppo consiliare regionale del Movimento 5 Stelle con il consigliere Davide Bono e già presente nel 2010 nella lista civica «Verdi con Bresso».

I volti «storici»
Molti anche i volti «storici» dei Cinque Stelle, i grillini della prima ora, che hanno alle spalle già trascorsi consolidati all'interno del movimento. Tra loro, Riccardo Nuti, 31 anni, 147 voti alla Parlamentarie, ex candidato sindaco a Palermo, consigliere più votato alle amministrative con 3.162 preferenze, ma rimasto fuori dal Comune perché il movimento non ha raggiunto la soglia di sbarramento. Lui ha già dichiarato di voler puntare su legge anticorruzione, legge sul conflitto di interessi e abolizione dei rimborsi elettorali. Guarda invece alla vita concreta tra i palazzi romani Vito Crimi: «Cercheremo di fare gruppo per proteggerci da tentativi di cooptazione e di non usufruire della mensa e della buvette, sia per far risparmiare denaro allo Stato che per evitare incontri spiacevoli e imbarazzanti con i vari Scilipoti».

Crimi, 40 anni, impiegato della Corte d'appello di Brescia e secondo in lista al Senato in Lombardia, è stato candidato per il Pirellone nel 2010. Il napoletano Roberto Fico, 38 anni, laurea in scienza delle comunicazioni e considerato una delle «promesse» del movimento, già candidato a governatore della Campania e a sindaco di Napoli, ha ribadito di recente all' Huffington Post : «Abbiamo un programma e un modello di società. Voteremo tutto quello che si sposa con quell'idea».

Ambientalisti e No Tav E il modello di società dei Cinque Stelle, almeno a grandi linee, ha come comun denominatore un ambientalismo high tech, fatto anche di anni di lotte per combattere su verde (è il caso di Donatella Agostinelli, capolista nelle Marche e vicepresidente del Comitato tutela salute e ambiente della Vallesina), acqua pubblica (come Francesca Daga, candidata nel Lazio) e No Tav (su tutti il piemontese Marco Scibona). Forse proprio da qui muoverà lo tsunami grillino.

Emanuele Buzzi
21 febbraio 2013 | 8:42

La grande beffa dei «furbetti del gas» Sulle bollette un rischio di 430 milioni

Corriere della sera

Spuntano 30 milioni di fideiussioni false presentate alla Snam

Cattura
MILANO - Quella dei «furbetti del gas» - della pattuglia di aziende e grossisti che lo scorso anno non ha pagato ingenti quantitativi di gas ritirati dalla Snam, ma egualmente venduti ai clienti finali - sembrava una vicenda avviata a conclusione. Dolorosa, ma definita con un «buco» stimato in circa 300 milioni di euro che non avrebbe però dovuto scaricarsi sulle bollette elettriche degli italiani, grazie anche agli interventi dell'Autorità.

Ora emerge che il buco in questione è più ampio di quanto preventivato allora: si sarebbe arrivati a 430 milioni di mancati pagamenti, e, soprattutto, in questa cifra ci sarebbero circa 30 milioni di euro frutto di false fideiussioni. Una frode effettuata in primis ai danni della Snam e, a cascata, delle aziende in regola che ogni giorno non solo muovono ma devono anche garantire il cosiddetto «mercato del bilanciamento», una vera e propria «Borsa» del gas. Tuttavia, oggi come lo scorso anno, il timore è che questa cifra finisca per essere scaricata per vie traverse sulle spalle degli inermi consumatori e delle loro bollette, anche se dall'Autorità e dai soggetti interessati si giura che non sarà questo l'esito.

Vale la pena di ricapitolare la questione. A dicembre 2011 parte dopo lunga attesa il mercato del gas, una Borsa gestita dalla Snam in modo neutrale (è l'unica a poter garantire i volumi necessari) cui partecipano tutti i venditori e i trader. Per prendervi parte, e perché l'attività non si trasformi in speculazione finanziaria, bisogna rilasciare delle garanzie. Solo che qualche azienda fa ricorso al Tar e vince la causa: niente più garanzie. È l'inizio di gennaio, e perché la situazione si ristabilisca bisogna attendere qualche mese, dopo l'intervento dell'Autorità e del Consiglio di Stato. Nel frattempo, però, qualche "furbetto" ha approfittato dell'assenza di obbligo di copertura.

Si è fatto cioè consegnare del gas dalla Snam, senza o con scarse garanzie, e non ha pagato le fatture. Tra costoro qualcuno si rimette poi in riga e avvia una transazione. Altri no. Qualche sigla societaria appare e poi sparisce, tanto che la Snam chiude i contratti di trasporto con le aziende inadempienti più «sospette». Ad esempio con la En Gas & Oil spa. E da ultimo, dal 26 gennaio scorso, con la Demas Power Sa, società costituita a Lugano lo scorso giugno. Risulta dalle delibere dell'Autorità che nel novembre precedente la stessa Snam aveva segnalato che avrebbe dovuto sottoscrivere un contratto con un'azienda «in stretta relazione» con un cliente precedente che non aveva pagato.

L'Autorità per l'energia, che alla notizia dei primi scoperti ha già aperto un'indagine, avverte comunque la Snam che non potrà stare con le mani in mano, e che non avrà diritto ad alcun rimborso se non farà di tutto per arginare il fenomeno. Nei fatti, comunque, la stima iniziale dei «danni» lievita. Dopo la reintroduzione delle garanzie si era preventivata una cifra di circa 300 milioni. Ma dopo aver fatto tutti i conti e i conguagli si arriva a 430 milioni. Un bel bottino, non c'è che dire. Ma, a sorpresa, in quella somma spuntano anche una trentina di milioni che derivano dalla presentazione di fideiussioni false, un atto che fa passare la questione dalla competenza amministrativa a quella penale.

È probabilmente per questo motivo che l'inchiesta dell'Autorità viene più volte prolungata. Avrebbe dovuto chiudersi prima a ottobre, poi a fine anno, ma risulta ancora in corso proprio per la delicatezza della matassa da sbrogliare. Nessuna dichiarazione ufficiale filtra dai protagonisti, solo che «non un euro» verrà impropriamente messo a carico dei cittadini-consumatori. Ma a vedere come sono andate le cose nel caso della «Robin-tax» (segnalato dalla stessa Autorità pochi giorni fa) c'è da avere qualche legittimo timore.


Stefano Agnoli
21 febbraio 2013 | 8:09

Vendola a pranzo con il giudice che l'ha assolto

Sergio Rame - Mer, 20/02/2013 - 13:59

Una testimone mostra a Panorama, domani in edicola, mostra l'immagine del party a cui erano presenti allo stesso tavolo Vendola e De Felice

La fotografia che imbarazza Nichi Vendola esiste. Si tratta dello scatto che inchioda il governatore della Puglia seduto allo stesso tavolo del giudice barese che lo ha assolto.


Cattura
Lo scoop sul numero di domani di Panorama conferma quanto scritto nei giorni scorsi dallo stesso settimanale e che aveva spinto il leader di Sel a far fioccare querele. Adesso, però, la foto dimostrerebbe come il gip Susanna De Felice, pur frequentando assiduamente la sorella (Patrizia Vendola) di un indagato (Nichi Vendola), non abbia sentito alcun bisogno di astenersi dal giudicarlo.

Lo scorso 31 ottobre il governatore della Puglia era stato assolto dal giudice monocratico del tribunale di Bari Susanna De Felice dall’accusa di abuso di ufficio in un’inchiesta sulla sanità. A mostrare la foto a Panorama è stata una degli invitati al party, dove erano presenti una ventina di persone in tutto.  

"La donna ha spiegato che la fotografia risale all’aprile 2006  - spiega il settimanale - è stata scattata in occasione di un pranzo organizzato per festeggiare i 40 anni di Paola Memola, commercialista barese, cugina di Vendola e sua amica". La festa si svolse in un ristorante sul mare di Savelletri di Fasano (in provincia di Brindisi). "Nella foto si vede una tavolata - scrive, ancora, Panorama - destra, in primo piano, spicca Nichi Vendola, vicino al compagno Ed Testa. Seduta un posto più in là c’è Susanna De Felice".

Secondo quanto riportato dal settimanale, alla cena erano presenti altri magistrati: Gianrico Carofiglio, ex pubblico ministero barese e oggi parlamentare del Pd; sua moglie Francesca Pirrelli, anche lei pm a Bari; il pm barese Teresa Iodice e il giudice del Tribunale civile di Trani Emma Manzionna.  

"La testimone non ha voluto cedere lo scatto a Panorama e ha motivato così la sua decisione - ha concluso Panorama - pubblicarlo adesso, a pochi giorni dalle elezioni, sarebbe dirompente: è un’immagine dove si vede un’amicizia, una familiarità. Non posso renderla pubblica per ragioni affettive e ideologiche. Sono molto amica di Vendola e sono andata a votare per lui anche alle primarie".

L'ex combattente abbattuto dai tecnici

Fabrizio Boschi - Mer, 20/02/2013 - 16:30

Ha attraversato una guerra mondiale, ha assistito alla nascita della Repubblica, ha conosciuto sette Papi, ma non ha superato indenne l'asteroide Monti. A 89 anni, dopo una vita di lavoro, subisce l'umiliazione di vedersi tagliare la pensione

E meno male che si erano eretti a difensori delle fasce deboli a discapito di quelle ricche. A esperti del welfare e persecutori degli evasori fiscali. A riformatori indomiti del sistema pensionistico per adeguarlo a più moderni parametri.


Cattura
A lui, che è più vecchio del presidente della Repubblica e del Papa uscente, non gli va di sentire ancora frottole. Dalla vetta dei suoi 89 anni e dei suoi quattro nomi, questo pensionato, del quale riveleremo le sole iniziali, APVR, riesce a vedere cose, e ad analizzare aspetti che magari tanti altri non colgono.
Siciliano d'origine (classe 1924), milanese d'adozione (dal 1964), anche lui, che ha combattuto una guerra mondiale, ha assistito alla nascita della Repubblica, ha conosciuto sette Papi, non ha superato indenne la mano pesante del governo dei tecnici, la mannaia del professore dei professori, di quel Mario Monti adottatore di cani, dalla voce da ufo robot e dai capelli cotonati, che "ha tassato il tassabile, ha sbagliato due importanti riforme, non ha tagliato sprechi, non ha eliminato inefficienze e ci lascia in ginocchio, con lo spauracchio del baratro dal quale ritiene di averci salvati", racconta l'ex combattente.

Dopo una vita di lavoro, la sua pensione da ex dirigente d'azienda è di 2.502 euro al mese. "Ma all'inizio di febbraio mi è arrivata una lettera Inps nella quale mi si comunica una trattenuta mensile di 71 euro dal mio stipendio (852 euro all'anno) - racconta APVR -. Motivo? Il contributo di solidarietà previsto dalla legge 214 del governo Monti del dicembre 2011. Dice sia stato introdotto per favorire le classi più povere. Ma secondo me, oltre a non aiutare i poveri così impoveriscono anche le altre classi. Ho il timore che da ceto medio retrocederò a quello sottostante".

Ufficiale di marina in congedo assoluto, laurea al Politecnico di Torino, alcuni anni di duro lavoro all'acciaieria Cogne di Aosta (anche turni di 15 notti consecutive all'altoforno), poi in Olivetti, assunto da Adriano Olivetti, dirigente d'azienda in diversi settori di quella realtà allora d'avanguardia, fino a tutto il 1979. In seguito tre anni di lavoro come Resident Manager al GIE (emanazione Ansaldo) per la gestione in Iran di diverse centrali termoelettriche. Infine 3-4 collaborazioni e consulenze a fine carriera. Ecco una vita che Monti non considera, anzi umilia, deprivandola con l'imposizione di tasse e prelievi su una pensione quasi mai aggiornata negli ultimi tredici anni.

"Le cose che mi hanno più disturbato sono la durata di cinque anni di questa legge, fino al 31 dicembre 2017 e l'aumento, dallo 0,33 per cento all'uno per cento, a seconda dell'anzianità di decorrenza della pensione - continua APVR -. Ovvero le persone più vecchie pagano di più. E' una lucida speculazione sulla vecchiaia e sulla durata della nostra vita. Come dire: datemi quello che mi dovete prima di crepare. Ma quando vi decidete? Mi chiedo: ci sarà qualche alta istituzione che revocherà e rimborserà questa decurtazione, come di recente è accaduto per quelle operate per legge ai magistrati di più alto rango?".

Nel frattempo il signor APVR continua a fare da ammortizzatore sociale per i suoi familiari. Sua moglie, 79 anni, "eroica" casalinga (nominata da Napolitano cavaliere al merito della Repubblica) è da 55 anni al suo fianco, ma non risulta a suo carico perché supera, di un soffio, l'ultradecennale e mai aggiornato limite di reddito annuo: 2.840,51 euro. "La classe alla quale appartengo è uscita dalla seconda guerra mondiale, ha contribuito alla ricostruzione ed al boom economico (il miracolo italiano del dopoguerra). Ma se prima ci ringraziavano adesso si ricordano di noi solo per tassarci. Della serie: "Il torto di essere sopravvissuti".

Per un certo periodo il pensionato ha potuto godere dei frutti del proprio lavoro e si è anche consentito l'acquisto di una seconda casa nel suo paese d'origine. Ma il passaggio dell'asteroide Monti ha lasciato pesanti danni. "Pare che questo taglio alle pensioni sia stato deciso per tutte le pensioni superiori a 1.470 euro. Per non parlare poi dello spaventoso ciclone Imu (nel mio caso, un aumento del 251% rispetto alla vecchia Ici 2007). Ho una età che non mi concede alcuna opportunità di rivalsa. Ciò che più temo è il rischio di dover lasciare, quando non ci sarò, più oneri che ricchezze ai miei figli e ai miei nipoti". Come biasimarlo. Grazie anche per questo, Monti.

Vincenzo Andraous è tornato in libertà

Corriere della sera

Fu protagonista della mala milanese: i giudici hanno ritenuto completato il suo percorso di ravvedimento


Cattura
Se di vite ne abbia più interrotte oppure più vissute lui, pluriomicida e poi poeta-saggista-scrittore, uomo di sangue convertitosi all'inchiostro, a questo punto forse non importa. Non tanto perché Vincenzo Andraous, a cinquantotto anni torna libero avendo ottenuto la libertà condizionale: il fatto è che comunque vada, è andata; dopodiché sempre rimarrà inchiodato al dibattito male contro bene, un dibattito che nel suo caso è annunciato dai virgolettati. Laddove Andraous è noto come «il boia della mala», ugualmente ricorre nelle (numerose) sue interviste ai giornali l'ammissione di una scoperta che vale da regola esistenziale: «L'esperienza mi ha insegnato che bisogna amare e lavorare». Cioè campare di attese e fatiche come la maggior parte.

Dotato di un paio di baffi che potevano dar da lontano l'aria di un cantante da balera ma che da vicino sfregiavano, dotato di fede («Credo in Dio fino al punto di temerlo») e d'un innegabile malefico carisma (in galera ha guidato proteste e collettivi partecipando a clamorose evasioni con brigatisti), Andraous, ne ha dato notizia la Provincia Pavese , ha ottenuto il parere positivo dei giudici. Sì per l'appunto alla libertà condizionale. Giudici che nel 2001 avevano concesso il regime di semilibertà; di giorno il lavoro in una comunità di recupero per i tossicodipendenti, la notte in cella. Sempre di giorno, nei ritagli di tempo, anziché riposarsi c'era e c'è l'impegno nel volontariato. Ma il punto, in quanto quelli come lui nolenti o volenti non accedono al diritto all'oblio, uno è: quale fase storica interessa, anzi prevarica? Quanti altri premi letterari dovrà vincere per chiudere col passato?

Di nuovo - quant'è costante nella biografia di un ergastolano - servono i virgolettati. Quelli di una bella intervista de La S tampa , era l'ottobre '96: «Io e mamma venivamo da Catania. In Veneto i ragazzi cominciarono a chiamarmi "il terrone" e feci una scoperta. Che per non subire basta rispondere con la violenza...». Prima rapina a quattordici anni, a un benzinaio, sulla provinciale, con la pistola; fino ai sedici anni sei volte al carcere minorile; dai diciotto ai vent'anni già latitante, già in fuga, già in solitaria. Lo presero. E in cella uccise. Non uno qualunque: ma Francis Turatello. Uno dei boss dei boss, allora. Turatello, Epaminonda, Vallanzasca. I soliti nomi. Ma per quale motivo Turatello? «L'ho ucciso anche perché prima o poi lui avrebbe ucciso me. Ci odiavamo». Non era da solo, Andraous. Erano un plotone d'esecuzione. A Turatello squarciarono il petto, strapparono gli intestini e addentarono il cuore.

E Andraous sradicò il fegato. No. Falso. È una storia «che si inventò un giornalista. Una schifosa leggenda che mi ha perseguitato per anni». Dopo una rapina, in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, sparò a una donna e un uomo. Com'è ammazzare? «Ti imprigiona un senso di onnipotenza. Di stupefacente onnipotenza». Erano nel carcere di Badu 'e Carros in Sardegna. Ne eliminò altri, in prigione. Uno lo decapitò con un pezzo di lamiera del portone blindato. E comunque pagò, Andraous, chiaro che pagò. A San Vittore lo spedirono all'angolo, se lo lavorarono per un minuto con cucchiaini e schegge. Cinquanta ferite, cinquecento punti di sutura.

Ha scritto un libro e l'ha chiamato «Autobiografia di un assassino». Non si nasconde, e sarebbe impossibile. Non è stato un pentito e dunque non sa bluffare. Ha una figlia; sua mamma si chiamava Alessandra, morì nel 1982, in un incidente stradale. Stava andando a trovare Vincenzo Andraous in prigione, all'epoca era nei "braccetti della morte", ossia «isolamento totale. Luce sempre accesa, due ore d'aria la settimana, niente tv, proibito parlare, un colloquio al mese. E io? Io urlavo. Facevo 15 ore al giorno di ginnastica per sfiancarmi ma il sonno non veniva mai».

Andrea Galli
20 febbraio 2013 (modifica il 21 febbraio 2013)

Via da casa per tornare in Africa. La seconda fuga del giovane Habtamu

La Stampa

Studente di 14 anni di origine etiope residente con i genitori adottivi a Paderno Dugnano è scappato senza lasciare tracce. Un anno fa la fuga dal Novarese si era conclusa a Napoli

marcello giordani


CatturaUn anno dopo l'ha rifatto. E' fuggito di casa Habtamu Scacchi, lo studente di 14 anni di origine etiope residente coi genitori adottivi a Paderno Dugnano (Milano). Un anno fa, il 4 di gennaio, era scappato dalla casa di villeggiatura di Pettenasco, nel Novarese, dove i genitori, Giulia e Marco Scacchi, hanno una casa per le vacanze. Dopo affannose ricerche e appelli, era stato ritrovato alla stazione di Napoli, dove era stato seguito anche grazie al telefonino e infine riconosciuto da un poliziotto.

Aveva poi spiegato che intendeva raggiungere i fratelli rimasti in Etiopia. Questa volta Habtamu non ha portato con sé il cellulare. Le ricerche sono state estese a tutta Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, dal momento che si presume che il giovane cerchi di imbarcarsi alla volta dell'Africa. Questa sera è previsto l'appello a "Chi l'ha visto?" da parte dei genitori adottivi.




Trovato morto a Monza il ragazzino di origine etiope che sognava l'Africa
La Stampa

Habtamu Scacchi aveva fatto perdere le sue tracce dal 13 febbraio

marcello giordani


Cattura
Il giovane Habtamu Scacchi, lo studente di 14 anni di origine etiope e residente a Paderno Dugnano (Milano) con i genitori adottivi, è stato ritrovato morto a Biassono in provincia di Monza. Il ragazzo si era allontanato da casa mercoledì 13 febbraio, quando i genitori non lo hanno ritrovato a casa e hanno dato l’allarme.

Habtamu aveva fatto perdere le proprie tracce per diversi giorni anche un anno fa quando si trovava in vacanza a Pettenasco sul Lago d’Orta nel Novarese: poi era stato ritrovato alla stazione di Napoli da intendeva intendeva mettersi in viaggio per raggiungere i fratelli rimasti in Etiopia. Dopo un anno la nuova fuga che si è conclusa in tragedia. 

Il ciabattino di Benedetto XVI: «Così ho creato le sue scarpe»

Il Messaggero
di Maria Lombardi


Cattura
ROMA - Antonio Anellaro a 14 anni in Perù cuciva dodici paia di scarpe al giorno. «Belle, di lusso, lavoravo 12 ore di seguito e guadagnavo come un adulto». Adesso che di anni ne ha 44 per tutti è il ciabattino del Papa. «Al cardinale Ratzinger riparavo le suole e basta, ma per Benedetto XVI ho creato delle calzature morbidissime su ordinazione. Non può esserci orgoglio più grande per un artigiano che sentirsi dire: il Papa vuole le tue scarpe». Eccole, esposte in vetrina: di pelle di capretto rossa con l’elastico dello stesso colore, un paio finite e un altro in lavorazione. E in alto le foto in Vaticano, c’è Antonio che consegna la scatola a Ratzinger e tutte le foto che parlano di lui, il ciabattino peruviano del Pontefice. «Nunber one», c’è scritto sulla t-shirt bianca che indossa in laboratorio mentre modella e pianta chiodi. «Lo so è esagerata - sorride - ma fa discutere. Sono sicuro che anche il prossimo Papa verrà da me, bisogna avere fede. E io ne ho avuta tanta, nella mia vita ci sono stati miracoli e disgrazie: li racconterò in un libro che sto scrivendo».

LA BOTTEGA Antonio è nato a Trujillo, la città delle scarpe. Lì ha imparato il mestiere e quando è arrivato a Roma nel ’90 pur non conoscendo una parola di italiano ha trovato subito di lavoro, come aiutante di bottega finché nel 1998 non ha aperto la sua, a Borgo, in via del Falco. «Tra i miei clienti ci sono tanti preti, monsignori e cardinali. Anche Ratzinger veniva qui per le sue scarpe: se ne stava tranquillino sulla sedia in attesa che le riparassi. Quando l’hanno eletto Papa e l’ho visto in tv mi è venuto un colpo: ma quello lo conosco, è mio cliente. L’ho detto agli altri artigiani, lo conoscevano tutti. Era cliente dell’elettricista, del ristoratore, del fabbro e del panettiere».

IL REGALO
Le scarpe rosse del Pontefice ha continuato a ripararle Antonio. «Conosco il suo numero, 42, il modello, perché non provo a cucirne un paio per lui? Così ho chiesto un’udienza in Vaticano e gliele ho portate in regalo, avevano la punta quadrata. Ecco, sono quella che indossa nella foto lassù». Poi è arrivato il primo ordine. Benedetto XVI voleva da Antonio un altro paio di mocassini. «E quella volta li ho fatti bellissimi, di capretto che più morbido non c’è e la punta tonda. Una piuma ai piedi, li ha indossati per la beatificazione di Giovanni Paolo II.

Poi me ne hanno chiesti altri, ero contentissimo. Le riconosco in tv le mie scarpe, quando il Papa è stato in Spagna le indossava. Mi ha chiesto anche delle ciabatte per casa, marroni». Sul tavolo di Antonio fino a novembre sono arrivate le scarpe rosse da risuolare. «Sono delicate, si graffiano facilmente. Ma da allora non ne ho viste più, forse ultimamente si muove di meno. Ho pensato alla sua scelta di lasciare, credo che sia giusta, va rispettata. Ma anche quando non sarà più il Papa per me resterà sempre Sua Santità».


Mercoledì 20 Febbraio 2013 - 09:34
Ultimo aggiornamento: 12:40

Albertone, re indiscusso (e un po' sprecato) della commedia italiana

Claudio Siniscalchi - Mer, 20/02/2013 - 08:43

Attore straordinario e inimitabile, dissipò il proprio talento, concedendosi troppo, soprattutto nell'ultima parte della carriera

A dieci anni di distanza dalla morte di Alberto Sordi, si può esprimere un giudizio sereno sulla sua sterminata attività di attore. Insieme con Totò è stato il più grande comico del cinema italiano.


Cattura
Entrambi fanno la prima apparizione nell'universo della celluloide nel 1937. Totò (nato nel 1898) è già un grande divo del palcoscenico. Alberto Sordi (nato nel 1920) è un ragazzetto, semplice figurante in Il feroce saladino di Mario Bonnard. È l'ultima interpretazione di Angelo Musco. Mussolini, in visita a Cinecittà nel giorno dell'inaugurazione, si reca sul set di Bonnard. Musco improvvisa per lui una scenetta, molto apprezzata dal Duce.

L'attore catanese morirà pochi mesi dopo a Milano, per un attacco cardiaco. Da quella prima apparizione, a causa della frenetica passione per il cinema, «tormento ed illusione» (come recitava una canzonetta dell'epoca), Alberto Sordi mette le ali. Spicca un volo maestoso, che lo porterà ad interpretare film di ogni fattura. Pregevole od orrida. Da rammentare ai posteri o da dimenticare. Sordi diverrà la maschera del boom economico. Il re incontrastato della commedia all'italiana. L'italiano medio. Piccolo piccolo o grande grande. Furbo o scemo. Megalomane o ordinario. Buono o cattivo. Elegante o cialtrone. Irreprensibile padre di famiglia o puttaniere. Il ruolo di comico gli va a pennello e al tempo stesso gli va stretto. Deve essere qualcos'altro. Deve oltrepassare la corporeità.

E Sordi ci riesce. Se c'è un limite, scorrendo le decine e decine di film interpretati da Sordi, è l'abbondanza. Albertone non si risparmia. Si butta a capofitto nella risata confezionata per il grande schermo. I comici, ciò è riscontrabile anche nella carriera di Totò, come le cortigiane devono concedersi. Lo fanno per danaro, certo! Lo fanno anche per amore, certo! Ma lo fanno perché quella è la loro natura.

Non possono tirarsi indietro. I grandi comici hanno bisogno di rassicurazioni. Il pubblico deve sbellicarsi dalle risate ammirandoli negli abiti eleganti dell'industriale; in jeans e maglietta bianca delle americanate romane; nei panni curiali del vescovo o in quelli del Marchese del Grillo. I comici dissipano il talento. Non possono (e non vogliono) scegliere. Ed ecco allora che Alberto Sordi lo trovi in un capolavoro di Federico Fellini o in un insignificante filmetto di Antonio Petrucci. In un gioiello della commedia di Steno o di Mario Monicelli o in uno sbiadito lavoretto di Ferruccio Cerio.

E neppure Steno e Monicelli messi assieme rappresentano una garanzia, come dimostra il non eccelso Totò e i re di Roma. Alberto Sordi raggiunge la piena maturità negli anni Sessanta del secolo passato. Dei mattatori di quella stagione dal «sapore di sale» è una spanna sopra tutti: Gassman, Tognazzi, Mastroianni, Manfredi. Basterebbe solo ricordare Una vita difficile (1961) di Dino Risi. Non è un film, ma un trattato antropologico sull'Italia com'era e come sarebbe diventata, nel bene e nel male.

Poi, col decennio successivo, Albertone comincia ad appannarsi. Non a caso la sua migliore interpretazione è in Un borghese piccolo piccolo (1977) di Monicelli. Ad Albertone, felice di andare col figliolo un po' scemo la domenica alla partita, quel figliolo così amato glielo portano via. E da maschera divertente - lavoro tranquillo, utilitaria modesta, divano, ciabatte, pastasciutta, oltre alla fede calcistica - si trasforma in mostro.

È il «cane di paglia» italiano: non dovrebbe, ma prende fuoco, perché fuori dalle rassicuranti mura domestiche il mondo sta ardendo. Del finale di carriera di Sordi c'è poco da dire. Un lento declino, ravvivato solo dal Marchese del Grillo, un'iniezione di gerovital, e il tassinaro televisivo. Poi basta.
Ma perché Albertone non ha mollato tutto e, con l'età avanzata, è passato dalla commedia alla tragedia? Facile a dirsi. I comici restano sempre comici.

Non puoi chiedere loro di dimenticare perché sono nati, cresciuti, hanno sofferto fame, offese, sputi, improperi, pernacchie, ortaggi in faccia e incomprensioni di scribacchini e parolai. Hanno vissuto per far ridere. E così devono morire. Possibilmente in scena. Lì ogni comico vorrebbe chiudere gli occhi per sempre, accompagnato da un fragoroso applauso, senza che nessuno si accorga di nulla. Quindi che dire di Alberto Sordi a dieci anni dalla sua morte? Meno male che è nato. Meno male che ha fatto il comico. Meno male che ha lavorato tanto. Meno male che lo abbiamo conosciuto.

Ti serve un dentista? Lo trovi al supermercato

Daniela Uva - Mer, 20/02/2013 - 08:52

Dentisti e psicanalisti nei centri commerciali, avvocati nei negozi del diritto, architetti on line. E al cliente conviene: tariffe più basse e orari più lunghi

L'idea, tanto per cambiare, è arrivata dalla Gran Bretagna. Per combattere il caro vita nel 2008 la catena di supermercati Sainsbury's ha lanciato il dentista low cost in alcuni punti vendita del Regno Unito.


Cattura
L'obiettivo era offrire il servizio a prezzi popolari. Quell'intuizione piano piano si è estesa, arrivando fino a noi. Perché adesso anche in Italia, precisamente a Imola, fra un gambo di sedano e una confezione di lasagna surgelata dal 23 febbraio sarà possibile trovare professionisti che al supermercato potranno curare carie e altri disturbi odontoiatrici a prezzi vantaggiosi.

Lo studio dentistico sta per essere inaugurato al centro commerciale Leonardo, all'interno della Coop, dove ha preso il posto di un negozio di abbigliamento ormai chiuso. Sarà gestito da I.denticoop, una cooperativa di odontoiatri nata in città lo scorso luglio. I professionisti applicheranno tariffe ridimensionate rispetto a quelle normalmente richieste dai dentisti, sulla scorta di quello che già fanno da anni molti studi low cost.

Ma c'è di più, perché ai soci della catena Coop Adriatica sarà concesso un ulteriore sconto del 15 per cento per curare carie, effettuare pulizia e sbiancamento dei denti, applicare apparecchi correttivi ai bambini. All'interno solo professionisti e servizi di alto livello, come promettono gli ideatori. Per tutto il resto lo studio si adeguerà al supermercato. A partire dagli orari di apertura: dalle 9 alle 21 dal lunedì al sabato e dalle 10 alle 20 la domenica. Alla cooperativa aderiscono dieci soci, fra i quali quattro odontoiatri, due laboratori odontotecnici, sei assistenti alla poltrona e alcuni igienisti dentali. Che, fra le altre cose, si propongono di funzionare come pronto soccorso odontoiatrico, visto che il servizio ospedaliero nei giorni festivi non funziona.

E siamo solo all'inizio perché, così come è accaduto per la vendita dei medicinali, la catena di supermercati intende potenziare il servizio. Che, entro l'anno, sarà esteso anche a Bologna e in Romagna per coprire, entro cinque anni, i principali ipermercati della catena. Perché quando la crisi economica costringe a chiudere il portafoglio anche la salute può essere un bene da tagliare. Non a caso negli ultimi anni i dentisti low cost sono letteralmente esplosi in Italia. Le associazioni di categoria lamentano una contrazione dei profitti del 30 per cento negli ultimi due anni. Ma il fenomeno non si arresta, grazie anche alla liberalizzazione delle tariffe minime.

E così da Livorno a Milano è facile imbattersi in odontoiatri che effettuano otturazioni estetiche a 70 euro, sbiancamenti a 80, estrazione a 70. E non finisce qui, perché molti altri professionisti hanno scommesso sul low cost per battere la concorrenza. Fra le categorie più attive ci sono gli architetti, che riescono ad abbattere i costi utilizzando il web. E così possono applicare tariffe molto vantaggiose senza rinunciare al guadagno. Ci sono gli psicologi, che spinti dal motto «la psicologia non è solo per ricchi» in molte città stanno aprendo studi con parcelle «politiche».

A Milano, ancora una volta in un ipermercato Coop, è perfino possibile prenotare una visita direttamente al supermercato. E poi ci sono gli avvocati, che un po' sull'esempio degli Stati Uniti tornano al piano strada aprendo veri e propri «negozi del diritto». Infine i commercialisti: quelli più giovani pubblicano sul web i loro annunci, nei quali offrono prestazioni low cost ad aziende o semplici cittadini. Per far risparmiare e garantirsi un po' di sana pubblicità. Molti psicologi puntano su tariffe agevolate: più clienti a meno costo. All'Ipercoop di piazzale Lodi, a Milano, si può prenotare un colloquio con uno psicologo al supermercato

Droni: da militari a civili Ne avremo tutti uno?

La Stampa

I veicoli di volo senza pilota che colpiscono i terroristi sono oggi usati per scopi commerciali e civili. E presto saranno alla portata di tutti
claudio leonardi


Cattura
La parola drone, forse un tempo patrimonio esclusivo della fantascienza, è oggi entrata (quasi) nel vocabolario comune: veicolo aereo senza equipaggio (unmanned aerial vehicles, Uav) o aeromobile a pilotaggio remoto (Arp), tristemente noto soprattutto per il suo impiego in missioni militari. Ma dal vocabolario comune alla vita comune sembra che il passo non sia così lungo, e c’è già chi scommette che presto tutti useremo aerei robot.

Lo fa intuire al sito della Bbc John Moreland, portavoce dell’associazione per i sistemi UAV del Regno Unito, che conta già circa 140 membri: “Centinaia di UAV sono usati in questi giorni in ambito commerciale, con voli sotto i 120 m di altezza e con un intervallo di circa 0,3 km”. Se si osserva un oggetto non identificato sfrecciare sulle nostre teste, potrebbe non essere un Ufo, ma semplicemente un Uav: “La maggior parte sono impegnati nella fotografia aerea e rilievo 3D, ma le applicazioni si stanno espandendo.”

Caratteristica dei droni, infatti, è la capacità di accedere ad aree difficili e pericolose, per fornire immagini ad alta definizione, video e riprese a infrarossi. Molti gli esempi di applicazione: la Livingston, società specializzata in ispezioni aeree per aziende come Shell, Total e altre, avrebbe permesso a uno dei suoi clienti di risparmiare oltre 5 milioni di euro controllando una torre di perforazione mentre era ancora operativa; la società francese EDF Energy sta usando un sistema di rilevamento fotografico basato su droni per la costruzione di due nuove centrali nucleari nel sud-ovest dell’Inghilterra.

Ma esempi d’uso militare e civile dei droni se ne trovano anche in Italia. I veicoli automatizzati nostrani furono candidati a essere armati dagli alleati statunitensi, primi dopo i britannici, con missili e bombe a guide laser , nel contesto bellico dell’Afghanistan. Di tutt’altro genere il progetto Geocare promosso dalla TeamDev, software house con sede in Umbria, in collaborazione con l’istituto Agrario Ciuffelli-Einaudi di Todi: i droni, messi a disposizione dalla Siralab Robotics , sarebbero impiegati per rilevazioni fotografiche del territorio che consentano la prevenzione di dissesti idrogeologici o di altra natura.

Tutto ciò si rende possibile perché i costi di questo tipo di tecnologia stanno progressivamente scendendo. Il docente James Scanlan, del dipartimento di ingegneria per l’ambiente della Southampton University, sta sviluppando la realizzazione di componenti per UAV a basso costo, prodotti da una stampante 3D. “Ora possiamo costruire un sistema Uav affidabile e durevole per 23 mila euro o meno, - dichiara alla Bbc - mentre un elicottero a bassa quota può costare poco meno di 6.000 euro per un’ora di operazione”. Benefici di cui sembra si avvarranno polizia e guardia costiera.
I droni, tuttavia, sono già sbarcati nel cosiddetto mercato consumer.

Ci ha pensato Parrot con la sua linea di quadricopter AR.Drone (http://ardrone2.parrot.com/), disponibili a prezzi inferiori ai 300 euro e basati su tecnologia Wi-fi. L’ultima novità prevede un Gps con capacità d’archivio da 4 GB, in grado di memorizzare dati di volo, foto e video che gli utenti possono poi condividere on-line. I piloti sono in grado teleguidare il loro apparecchio tramite smartphone o tablet e guardare video in diretta streaming dalla camera montata a bordo. E se usato in combinazione con il software Q Ground Control, si possono impostare piani di volo su una mappa, che l’AR.Drone completerà automaticamente, guidato dal software.

E qui arrivano le note dolenti. Se i nostri cieli si riempiranno di videocamere volanti con questo livello di intelligenza, si apriranno problemi di sicurezza e di privacy che necessiteranno regole precise, esattamente come quelle che controllano il traffico aereo civile e militare. Già oggi, nel Regno Unito, le organizzazioni che desiderano utilizzare piccoli UAV per la sorveglianza, per la raccolta dei dati, e per scopi commerciali, devono ottenere il permesso dalla Civil Aviation Authority (CAA).

Perché i droni, ci si può scommettere, non serviranno solamente a monitorare le piogge sulla foresta amazzonica o sulle colline umbre, consegnare la posta o controllare il traffico. Serviranno anche e forse e soprattutto a spiare: le aziende concorrenti, come l’avvenente vicina di casa. Dietro un aereo senza pilota, c’è pur sempre un uomo.