lunedì 18 febbraio 2013

Al pirata italiano "Tex Willer" 6 milioni di multa

Corriere della sera

Il 49enne aveva guadagnato oltre mezzo milione di euro condividendo su ItalianShare materiale protetto da copyright
MILANO - Lo chiamavano il Kim Dotcom italiano, dal 2007 era riuscito a guadagnare oltre 580 mila euro condividendo materiale coperto da copyright e ora dalla sua ha anche il primato della più elevata sanzione pecuniaria mai comminata in Italia per violazione del diritto d’autore: 6,4 milioni di euro. Parliamo di Tex Willer, nome dietro cui si cela tale PG, 49enne napoletano di origine ma residente ad Agropoli e amministratore dell'impero del file sharing che faceva capo al sito Italianshare.net.

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OLTRE 300 MILA ISCRITTI - Per rendersi conto del fenomeno basta guardare ai dati: al momento di "massimo splendore" i cinque siti del network (oltre a Italianshare anche Musicshare, Filmshare, Uwp e Italiansexy) erano arrivati a contare 300mila iscritti, 550 mila accessi mensili e ben 31.402 opere coperte da copyright in condivisione. Un vero e proprio punto di riferimento nella pirateria italiana e non, in cui bastava iscriversi gratuitamente per accedere ai link con cui scaricare, sempre senza pagare, dai libri ai film passando per cd, riviste, cartoni animati, videogiochi, software. Un enorme deposito insomma dove si potevano trovare anche prodotti ancora non usciti sul mercato italiano e in cui chiunque poteva entrare, prendere e andare via senza tema di essere rintracciato. O quasi.

BANDITO, NON PIRATA - Tex Willer infatti non ha niente del pirata, nulla in comune con siti come Pirate Bay, e questo era risultato chiaro fin dal novembre 2011, quando i finanzieri avevano sequestrato i cinque siti e scoperto che il "pistolero" aveva venduto mail, indirizzi IP e ogni altra informazione disponibile sugli account dei suoi 300mila iscritti a sei aziende pubblicitarie italiane. Il tutto per 37 mila euro e contravvenendo alla prima regola dei pirati: mai toccare gli utenti.

UN IMPERO ILLECITO - Nel luglio 2012 era scattato l'arresto e con esso la scoperta di una rete di interessi illeciti che dal digitale si estendeva ben oltre il reale. Il pistolero del web infatti era arrivato a usare dati anagrafici e documenti di persone ignare per creare documenti falsi e identità fittizie con cui poi attivava carte di credito e prepagate che sfruttava per incassare i proventi della sua estesa attività illecita. Oltre alla condivisione di opere coperte da copyright con fini di lucro infatti le fiamme oro gli hanno contestato i reati di frode fiscale, sostituzione di persona, falso materiale commesso da privato in certificati, falsificazione di mezzi di pagamento e detenzione e uso di carte elettroniche intestate a terzi, risultando evasore totale per 580 mila euro più 83 mila di iva evasa. No, questo non è un pirata ma un bandito.

Alessio Lana
18 febbraio 2013 | 16:43

Yoani Sanchez è arrivata in Brasile “Il mio giro del mondo in 80 giorni”

La Stampa

La dissidente cubana comincia il suo tour da Bahia. Messico, Perù e Usa le prossime tappe. In Italia ad aprile «Ma voglio tornare presto a L’Avana»

yoani sanchez


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Che domenica strana! Mi sono alzata alle quattro del mattino, ho osservato L’Avana dal mio balcone per catturare e fissare nella retina tutto quel che potevo. Una giornata molto invernale: cielo grigio, freddo. Per fortuna sono circondata dal calore di amici e familiari. Il saluto è stato molto emotivo. Amici, parenti, mio figlio, il mio amore. Ci siamo detti arrivederci e ci siamo abbracciati. Riesco a oltrepassare la barriera del punto di controllo.

Adesso devo solo salire sull’aereo e attendere il decollo. Incontro una viaggiatrice peruviana che si dimostra solidale con me. Mi sostiene moralmente anche adesso. A me, a dire il vero, tremano ancora le ginocchia. Perché la libertà di viaggiare deve fare notizia? Perché ottenere un passaporto diventa una sorpresa? Per colpa di un assurdo sistema migratorio durato decenni. La reazione dei passeggeri nei miei confronti è molto calda. Abbracci, foto insieme… sento già odore di libertà. Il mio nome non risuona negli altoparlanti. Nessuno mi porta in una stanza per spogliarmi o minacciarmi. Tutto procede bene. Non c’è miglior lettura che portare in aereo Un vecchio viaggio di Manuel Pereira. Questa volta non volerò soltanto tra le ali dell’uccellino azzurro di Twitter. Sembra proprio che volerò in aereo.


Brasile, Yoani contestata: “Spia della Cia”
La Stampa

L’attivista politica cubana, Yoani Sanchez, è stata accolta con proteste da un gruppo di circa 20 persone al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Recife con striscioni come “Agente della Cia”. La nota blogger e dissidente anti-castrista è sbarcata in Brasile la notte scorsa. I dimostranti l’hanno seguita per un tratto attraverso i portoni dello scalo, gettandole dollari falsi. Durante la protesta, il gruppo ha anche letto una lettera aperta in cui - riecheggiando gli slogan contro il dissenso del regime dell’Avana - si affermava che il suo blog è «un mezzo di disinformazione» e che fa «una campagna anti-Cuba». La Sanchez ha tuttavia affermato di non essere stata turbata. «È stato un bagno di democrazia e pluralità. Mi piacerebbe che anche nel mio Paese le persone potessero esprimere le loro opinioni con la stessa libertà», ha aggiunto ironica.


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La nuova Rai con un occhio al passato Da fine marzo torna il mito Carosello

La Stampa

La nuova versione della storica trasmissione di filmati pubblicitari sarà mandata in onda sul primo canale nel prime time con lo slogan «tutti a letto dopo le 9»

francesco spini
milano


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Non si sa se i bambini andranno a letto subito dopo. Ma in Rai torna Carosello. Una versione in forma «reloaded» della storica trasmissione di filmati pubblicitari che, nella migliore tradizione, sarà mandata in onda su Rai1 nel prime time, con lo slogan «tutti a letto dopo le 9». Si conta di partire a fine marzo o, al limite, dopo Pasqua.

La notizia verrà data a pubblicitari e clienti nel corso di due convegni in cui oggi e domani, a Roma e Milano, il presidente Luigi Gubitosi, l’ad Lorenza Lei e il dg Fabrizio Piscopo presenteranno la nuova Sipra, la concessionaria pubblicitaria della televisione pubblica che in queste settimane sta portando avanti il proprio rinnovamento. Un rinnovamento che passa anche da format che sembravano dimenticati. Carosello e non solo, visto che ci sarà anche una riedizione 2.0 di Intervallo: stessa musica, ma immagini degli inserzionisti, in una cornice molto curata.

Come sarà il nuovo Carosello? Sarà composto da filmati per lo più di 60 secondi. Ma nella sua interezza la trasmissione rispetterà il tetto da 210 secondi, per cui ci potranno essere, ad esempio, tre filmati da 60 secondi e uno da 30. I primi filmati prodotti dagli inserzionisti arriveranno in Sipra, ossia in Rai, a metà marzo. I contatti con le aziende sono in corso in questi giorni. Poi sarà questione di palinsensti, e il vecchio Carosello sarà pronto a tornare con una doppia missione: dare un’accelerazione alla raccolta pubblicitaria e mandare a letto presto i bambini. Ancora una volta dopo Carosello.

Nel buen retiro in Vaticano con una pensione da 2500 euro

La Stampa

L’ex Pontefice Ratzinger otterrà l’appannaggio da vescovo emerito

giacomo galeazzi
città del vaticano


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«Non può toccare neppure una forchetta», sintetizzano in Curia. A meno che non promulghi subito lui stesso un «motu proprio» per cambiare le norme in vigore, il trasloco di Benedetto XVI sarà ridotto all’osso. Costituisce già un’eccezione il ritiro di due mesi alla residenza pontificia di Castel Gandolfo che per legge andrebbe sigillata al pari dell’appartamento in Vaticano, ma c’è da ristrutturare il monastero Mater Ecclesiae e da evitare occasioni di incontro con i conclavisti alloggiati nella vicinissima casa Santa Marta. Joseph Ratzinger potrà portare con sé soltanto il pianoforte, i doni (per esempio, i gatti di ceramica), le lettere private, gli effetti personali. Tutto il resto rimarrà nel Palazzo Apostolico: suppellettili, carte d’ufficio, oggetti in dotazione all’appartamento (quadri,sculture sacre,arredi). Stavolta, dunque, Ratzinger dovrà «viaggiare leggero». 

Andata pesante, ritorno «light». Nell’aprile 2005, infatti, da Papa neo-eletto organizzò il suo trasloco dall’abitazione di piazza della Città Leonina alla Terza Loggia, portando con sé le sue carte private, una serie di raccoglitori d’ufficio e di scatoloni, frutto degli studi e del lavoro di una vita. Al contrario stavolta avrà mille vincoli. Il 1° marzo, nel suo primo giorno dopo la rinuncia da Papa, non potrà fare la stessa cosa. La prassi vuole che gli appartamenti papali siano sigillati (ma questo non varrà per quello di Castel Gandolfo) alla morte del Pontefice per poter portare tutte le carte, i libri e quant’altro negli nell’Archivio Segreto, dove è regola che tutto rimanga conservato e non divulgato per un numero determinato di anni e, se così viene deciso, «sepolto» per sempre. 

Nel suo testamento, Karol Wojtyla aveva chiesto di bruciare dopo la sua morte tutte le carte. Il segretario don Stanislao Dziwisz non lo fece e quando Ratzinger trovò la corrispondenza tra il predecessore e l’amica di gioventù Wanda Poltawska la chiamò e le consegnò tutte le lettere. «Queste appartengono a lei», le disse con delicatezza d’animo. Anche se non è ancora stato fissato il suo titolo post-dimissioni, con ogni probabilità Ratzinger diventerà vescovo emerito di Roma e come tale percepirà una pensione di circa duemila e cinquecento euro. Non avrà, invece, il «piatto cardinalizio» da cinquemila euro, cioè l’indennità mensile dei porporati a meno che il suo successore non gli conferirà «ex novo» la berretta rossa. Nei magazzini d’Oltretevere sono conservati ancora alcuni suoi mobili. Sono in deposito da otto anni: non furono mai portati nell’appartamento pontificio e probabilmente ora Ratzinger se li farà consegnare al monastero.

Mai i giuristi vaticani si erano confrontati con una rinuncia di Papa, che per giunta continuerà a vivere in Vaticano, anche se «nascosto al mondo» in un piccolo convento di clausura nei giardini vaticani. A poche centinaia di metri, però dal Palazzo Apostolico e dalle sue «carte», anche quelle private di teologo e di studioso. Sulla questione «sigilli» e archivi papali devono essere ancora fatte scelte definitive. «Chiederò al cardinale camerlengo Bertone, dopo che si sarà riunito con la Camera Apostolica e si sarà fatto un’idea precisa su questa questione- spiega padre Federico Lombardi-.Sarà fatta una distinzione tra la documentazione d’ufficio che riguarda il governo della Chiesa, e quella personale, per esempio, gli appunti della trilogia su Gesù».

Insomma la linea di distinzione è chiara. «Ciò che è più personale lo segue e ciò che è d’ufficio non lo segue», precisa padre Lombardi. Più complesso il discorso per le migliaia di libri di Ratzinger. Non possono entrare tutti nel piccolo monastero di clausura, ma l’ex Papa vivrà in Vaticano e se avrà bisogno di un libro non dovrà fare altro che chiederlo alla Biblioteca apostolica. L’arcivescovo Georg Gaenswein, suo fedele segretario e prefetto della Casa Pontificia, lo aiuterà nel trasloco insieme con il secondo segretario, il maltese Alfred Xuereb e le quattro «memores domini» che si occupano di tutte le incombenze quotidiane: pulizia dell’abitazione, cucina, mansioni domestiche.

Il «buen retiro» è un edificio su quattro livelli con ambienti comunitari e dodici celle monastiche, un’ala nuova di 450 metri quadri, una cappella, il coro per le claustrali, la biblioteca, il ballatoio, una siepe sempreverde e una robusta cancellata per delimitare la zona di clausura, e poi un grande orto dove si coltivano peperoni, pomodori, zucchine, cavoli, e svettano limoni e aranci. È un «normale», piccolo monastero se non fosse che è l’unico convento nel cuore della cittadella papale, a un passo da San Pietro e dal Palazzo Apostolico che ospiterà il successore di Benedetto XVI . La sua nuova residenza i già adesso è per Joseph Ratzinger la meta di preghiera, recita del rosario e passeggiate con don Georg.

La profezia dimenticata di Ratzinger sul futuro della chiesa

La Stampa

vatican

Ad una settimana dal clamoroso annuncio di Benedetto XVI affiora un suo significativo pronunciamento

Marco Bardazzi
Roma


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Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.

Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.

La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona.

Come teologo si era trovato isolato, dopo aver rotto con gli amici “progressisti” Küng, Schillebeeckx e Rahner sull’interpretazione del Concilio. E’ in quel periodo che si consolidano per lui nuove amicizie con i teologi Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, con i quali darà vita a una rivista, “Communio”, che diventa presto la palestra per alcuni giovani sacerdoti “ratzingeriani” oggi cardinali, tutti indicati come possibili successori di Benedetto XVI: Angelo Scola, Christoph Schönborn e Marc Ouellet.

In cinque discorsi radiofonici poco conosciuti – ripubblicati tempo fa dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future” – il futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa. E’ soprattutto l’ultima lezione, letta il giorno di Natale ai microfoni della “Hessian Rundfunk”, ad assumere i toni della profezia.

Ratzinger si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. “Siamo a un enorme punto di svolta – spiegava – nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti. 

Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata secondo Ratzinger dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. “Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza.

“Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”. Quello che Ratzinger delineava era “un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di “indescrivibile solitudine” e avendo perso di vista Dio, “avvertiranno l’orrore della loro povertà”. Allora, e solo allora, concludeva Ratzinger, vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.

Grillo e Bersani ritoccano le foto piazze piene grazie a Photoshop

Libero


"Ti scatterò una foto" cantava Tiziano Ferro. "Ti tarocco una foto" è invece il titolo dell'ultima settimana di campagna elettorale. La foto taroccata ormai è trasversale. Ma sotto accuisa sul web ci vanno Pier Luigi Bersani e l'insospettabile Beppe Grillo. I due sono alleati su Photoshop. Il leader del Pd fa il gradasso con una piazza Duomo stracolma su twitter. Peccato che la foto messa online è quella del comizio di Giuliano Pisapia a Milano. Era il 30 maggio del 2011. Ma a far compagnia nella gallery degli scivoloni arriva anche Beppe Grillo. In una delle tante foto dello Tzunami Tour appare per magia una doppia-piazza. Con il "timbro clone", un semplice comando sul software di Photoshop, i grillini hanno letteralmente raddoppiato e triplicato la piazza di Savona. Il colpo d'occhio è forte. Le persone in piazza diventano di colpo migliaia.








Come ti tarocco la foto -  Basta un semplice click. Ma l'autore è davvero un dilettante. Non bisogna faticare molto per capire che le foto sono ritoccate. I palazzi diventano due, tre. Uguali stanno l'uno affianco all'altro. Le persone della prima fila, sotto il palco da cui parla Grillo diventano dei simpatici manichini che con un "copia e incolla" sono presenti su tutta la linea della foto. Un gioco davvero triste. L'ultimo imperativo della campagna elettorale grillina è quello di "avere le piazze piene". Grillo da sempre gioca molto sulla retorica della piazza. Vuole sempre il sold out. E così su facebook e su twitter, nelle varie tappe della sua campagna elettorale, le foto vengono presentate con ironici:

"Guardate a Perugia non c'era nessuno", oppure "Guardate quanti siamo a Ragusa". Insomma un modo per sottolineare come siano migliaia gli attivisti e i fan che affollano la pioazza per ascoltare lo show di Grillo. Ma ora Beppe è scivolato proprio sul suo pezzo forte. Un errore grave che può ledere la credibilità della sua campagna elettorale. Eppure le piazze di Grillo davvero sono piene. Ma allora perchè usare i trucchetti? Triste fine di una campagna elettorale che può diventare un boomerang pericoloso. Così sul web tra Pd e M5S è guerra sugli scatti. Subito dopo la gaffe di piazza Duomo di Bersani, Chiara Geloni, direttore di Youdem, la web-tv del Pd scrive su Fb: "Ecco il photoshop tour di Grillo".

Samsung risponde all’iWatch con il Galaxy ALtius

La Stampa

Ma per ora è solo una battaglia a colpi di indiscrezioni
valerio mariani


Cattura E’ (ancora) tempo di battaglie. E si alza il livello delle indiscrezioni. A quelle che raccontano di un iWatch di Apple , risponde prontamente il versante coreano con una foto di un presunto smartwatch di Samsung, probabilmente basato su Android, battezzato Galaxy ALtius. Nulla di concreto da una parte o dall’altra dell’Oceano Pacifico, solo rumors che, a detta di molti, servono solo per calmierare azionisti e consumatori avidi di novità. 

Suona strano, per esempio, che le indiscrezioni su un eventuale iWatch siano state delegate a siti di testate molto accreditate come Bloomberg, New York Times e Wall Street Journal, quando la strategia di comunicazione di Apple sui nuovi prodotti ha sempre delegato la pubblicazione delle indiscrezioni a blogger, oscuri siti asiatici o siti realizzati apposta dai nomi equivocabili (Macrumors.com ). D’altronde, che indiscrezione sarebbe se viene pubblicata da una fonte autorevole come il WSJ? 

L’impressione è che alla domanda «dopo l’iPhone e l’iPad cosa vi inventerete?», Apple abbia dovuto trovare un nuovo prodotto su cui puntare per tenere alta l’attenzione sul brand, e quindi sul titolo in Borsa. D’altra parte, a una azione della casa di Cupertino, deve necessariamente corrispondere una reazione dell’azienda che ormai è universalmente considerata l’anti-Apple, sia per le scelte di prodotto che per altre questioni, vedi la famosa causa sui brevetti.

Il terreno della battaglia, in verità, non sarebbe neanche dei più nuovi visto che di orologi intelligenti che telefonano, aggiornano lo status su Facebook, condividono la posizione e, in genere, hanno funzionalità da smartphone, ce ne sono già in giro da un po’. Ricordiamo quello di Lg per esempio, ma anche il fortunatissimo Pebble ed è comunque vero che potrebbe essere giunto il momento della ribalta per questo tipo di gadget tecnologico.

Il condizionale è comunque d’obbligo perché prima che uno smartwatch possa prendere il posto di uno smartphone - l’idea sarebbe questa - probabilmente ci vorrà ancora qualche anno. Nel mentre tutti sono contenti, azionisti, analisti e fan dell’uno e dell’altro versante del Pacifico, almeno per qualche mese.

Sharm, tremano 600 italiani: "Vogliono farci vendere casa"

Gian Micalessin - Lun, 18/02/2013 - 09:10

Cresce la preoccupazione dei proprietari stranieri dopo il decreto sull'esproprio in favore dei beduini. I costruttori: "Promesse tutele a chi ha comprato prima del 2005"


«Erano preoccupati da mesi...quella legge allarmava molti proprietari italiani, l'articolo ha rotto il ghiaccio, adesso dobbiamo convincere gli egiziani a fare chiarezza».


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La telefonata di Ernesto Preatoni, il costruttore italiano considerato uno degli inventori di Sharm El Sheik, arriva dopo la pubblicazione sul Giornale del pezzo «Così il governo vuole espropriare Sharm El Sheik». L'articolo, riprendendo quanto pubblicato dal Sunday Telegraph, segnala come un decreto - approvato a settembre dal governo egiziano dei Fratelli Musulmani - imponga ai proprietari con doppia nazionalità di vendere entro sei mesi gli immobili posseduti a Sharm El Sheik e nel Sinai a cittadini «nati da genitori egiziani». Letto così il decreto rappresenta una spada di Damocle sospesa sulle teste dei 600 italiani proprietari di appartamenti o villette nella località turistica del Sinai. Anche perché gli abitanti locali, quei beduini rimasti esclusi dallo sviluppo della zona, intravedono nella legge la possibilità di un riscatto.

E sognano un imminente esproprio degli stranieri venuti a godersi il sole e il mare del Sinai. Da settembre infatti, come rivela il Sunday Telegraph, molti proprietari non egiziani presenti a Sharm El Sheik ricevono richieste più o meno pressanti di vendere. Il compito non facile di far chiarezza e difendere le proprietà dei nostri 600 connazionali tocca ad Antonio Badini, un ex ambasciatore italiano in Egitto diventato - conclusa la carriera diplomatica - il presidente della Sicot, la società del gruppo Preatoni che gestisce proprietà e alberghi di Sharm El Sheik.

«Un po' di paura c'era perché queste cose - spiega Badini al Giornale - rischiano con il tempo di essere codificate sui muri della piazza e anche perché, nella situazione istituzionalmente non ben definita di oggi, i beduini alzano la testa per avere un riconoscimento. È naturale che chi è stato costretto in una catapecchia viva queste occasioni con un po' di bramosia. Ma c'era anche l'allarme di chi incominciava a sentirsi dire: non ti registro il contratto». In questa situazione di confusione e timore, l'ex ambasciatore cerca un incontro con il generale Shawky Rashan, responsabile dell'Autorità Nazionale per lo Sviluppo della Penisopla del Sinai.

«Mi sono presentato da lui assieme al rappresentante diplomatico dell'Unione Europea perché la questione ha già suscitato vari interventi diplomatici. Dalla riunione è emerso che, in linea di principio, dovrebbe valere il diritto di vendere per chi ha acquistato prima del 2005. Chi ha comprato dopo il 2005, ma gli italiani rientrano quasi tutti nella prima categoria, ha invece il diritto di usufrutto per 99 anni. Il decreto di settembre rappresentava l'attuazione d'una serie di leggi approvate fin dal 2005, ma ora il concetto di non retroattività della legge è stato chiarito e questo, in linea di principio, dovrebbe essere fondamentale».

I principi nel clima d'instabilità politica e istituzionale che grava sull'Egitto rischiano però di valere poco. Badini, appena rientrato dal Cairo, sottolinea che per difendere le proprietà degli italiani sarà essenziale anche un riconoscimento formale e burocratico pretendendo «la remissione degli atti» e «un decreto in cui si renda chiaro che non c'è retroattività». «Il ministro del Turismo con cui ho appena avuto un colloquio mi assicura - racconta al Giornale - di voler tutelare chi ha comprato prima del 2005 e di voler garantire ogni certezza ai nostri proprietari.

Il generale Shawki Rashan mi ha garantito di esser pronto a venire in Italia per dare garanzie, ma ora bisogna vedere come rispondono le istituzioni e la burocrazia». E da questo punto di vista il processo sembra essere piuttosto travagliato. L'odissea burocratica di chi vuol veder riconosciuti i propri diritti di proprietà a Sharm El Sheik partirà dal Ministero della Giustizia del Cairo per poi passare al vaglio del Governatorato del Sud del Sinai e del Comitato per il Turismo. Una trafila che - vista la caotica situazione di ministeri e amministrazioni dell'Egitto post Mubarak - rischia di non arrivare mai a una conclusione.

Kosovo, 5 anni di indipendenza. Ma non c'è nulla da festeggiare

Roberto Fabbri - Lun, 18/02/2013 - 08:35

Miseria e mafie la fanno da padrone. E i giovani non possono neppure emigrare


Kosovo, chi era costui? A cinque anni dalla contestata indipendenza, arrivata dopo un lungo braccio di ferro con Belgrado che non l'ha mai riconosciuta, quasi nessuno parla più del Paese più povero d'Europa, il cui salvataggio dalla «normalizzazione etnica» decisa da Slobodan Milosevic fu la causa scatenante dell'attacco Nato contro la Jugoslavia nell'ormai lontano 1999.


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Altri tempi, davvero. Milosevic, accusato di crimini di guerra, è morto in un carcere olandese nel 2006; la sua Jugoslavia, che già nel 1999 non era che un moncone di quella di Tito avendo perso per secessione Croazia, Slovenia, Bosnia e Macedonia, è a sua volta scomparsa trasformandosi ufficialmente in Serbia dopo aver lasciato per strada anche il Montenegro, che ha scelto l'indipendenza nel 2006 attraverso un referendum; Belgrado, sostenuta dallo storico alleato russo, ha tentato in ogni modo di opporsi alla secessione anche del Kosovo, ma non ha potuto impedirla e il 17 febbraio 2008 anche la provincia serba di lingua albanese si è dichiarata libera.

Il Kosovo indipendente fa oggi gran sfoggio di orgoglio nazionale, con parate militari e una solenne seduta del Parlamento di Pristina, ma c'è ben poco da festeggiare. L'icona del defunto leader carismatico dell'indipendenza Ibrahim Rugova è ormai stinta e la realtà odierna parla di un Paese riconosciuto dagli Stati Uniti (principale alleato dei kosovari) e dall'Europa dei Ventisette oltre che da 70 altri Paesi in tutto il mondo, ma non dalla Russia e dalla Cina, schierate al fianco della Serbia che continua a considerarlo nient'altro che una propria provincia ribelle, salvo accettare negoziati sul suo futuro e a dare la crescente impressione di voler usare il Kosovo come pedina per ottenere la sospirata adesione all'Unione Europea.

L'amara verità è che il Kosovo, a parte una bandiera da sventolare con orgoglio e il decisivo sostegno di Washington, non ha conseguito quasi nulla di ciò che sperava. La sua economia è inconsistente, la disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento della forza lavoro, la povertà è diffusa quasi quanto la corruzione. Ma soprattutto il Kosovo è diventato un covo di criminalità e di traffici inconfessabili, cosa non difficile da comprendere se si ricorda che secondo dati della Banca mondiale un terzo dei due milioni scarsi di kosovari vive ufficialmente con meno di un dollaro al giorno. Così i giovani vorrebbero emigrare verso l'Europa come fanno tanti loro coetanei di altri Paesi balcanici, ma non possono farlo legalmente.

Per cercare di alleviare una situazione sociale miserabile, i negoziati con la Serbia che si tengono a Bruxelles con la mediazione dell'Ue non si limitano alla questione del riconoscimento di Pristina da parte di Belgrado o alla concessione di una qualche forma di autonomia ai 120mila serbi rimasti entro i confini del Kosovo (la cui autorità respingono), ma affrontano anche temi pratici quali il riconoscimento reciproco delle lauree o la riduzione dei controlli di frontiera. Controlli che attualmente rappresentano plasticamente un concentrato delle difficoltà dei rapporti tra Kosovo e Serbia.

Eppure una fioca luce in fondo al tunnel s'intravede. La scorsa settimana, a quasi 14 anni dalla guerra conclusa con il ritiro dei serbi dal Kosovo, i presidenti dei due Paesi hanno avuto uno storico incontro. In ballo, di fatto, c'è la chance serba di entrare nell'Ue, che potrebbe scambiarla con un sofferto sì all'indipendenza kosovara.

Yoani lascia Cuba inizia il suo “giro del mondo”

La Stampa


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«Credo mi rilasserò solo al momento del decollo dell’aereo». È uno dei molti tweet inviati da Yoani Sanchez pochi attimi prima di partire da Cuba verso il Brasile: un viaggio che la nota blogger anti-castrista attende da anni e che ora può portare a termine con il passaporto ottenuto grazie alle nuove norme sui viaggi all’estero approvate a gennaio dall’Avana. «Questa volta non dovrò volare sulle ali dell’uccellino azzurro di twitter, ma in aereo», afferma nei suoi emozionati testi Yoani, nei quali racconta passo passo la sua partenza, oltre alle «paure» ma anche le tante «speranze».

«Temo che la mia isola non faccia passi avanti sul fronte delle diversità ideologiche e che le detenzioni arbitrarie quali strumenti di repressione continuino. Temo che le discrepanze saranno penalizzate come sempre», afferma ricordando però di avere tante «speranze». Per esempio il fatto che «la piccola voce che i cittadini a Cuba sono riusciti ad esprimere diventi più forte e ferma». Molti dei tweet della 37/enne Sanchez fanno poi riferimento all’ aeroporto, l’aereo e il viaggio. «Prima di arrivare in Brasile ci si ferma a Panama: che bello, all’aeroporto c’è il wifi!!». Oppure, «questa volta, prima di partire dall’Avana, non mi hanno portato in una stanza per svestirmi o per degli accertamenti. Tutto sta andando bene».

Yoani è stata invitata ormai tempo fa da diversi paesi latinoamericani e in Europa, compresa l’Italia, per ricevere premi che non ha potuto vedersi consegnare per anni o partecipare a seminari, conferenze ed incontri sulla situazione politica e sociale a Cuba. Per circa 80 giorni sarà quindi fuori dall’Avana. Con lo sguardo ormai rivolto all’estero, e senza nascondere l’emozione del viaggio, in uno dei suoi tweet Yoani ha sottolineato di sentire «il profumo della libertà». «Vado in Brasile, con il mio sguardo da cittadino sulla realtà del mio paese e con le mie parole, che sono la mia più grande protezione», ha scritto Sanchez, aggiungendo che «il governo non sogni che non tornerò: in questa isola nasceranno i miei nipoti e sarò sepolta ai piedi di un’albero».

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Il “tour” della dissidente cubana dovrebbe durare circa tre mesi. Oltre al Brasile, dovrebbe visitare anche Messico, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Italia, Spagna, Olanda e altri Paesi. La blogger è stata invitata da molte nazioni per ricevere premi che non ha potuto vedersi consegnare per anni o partecipare a seminari, conferenze ed incontri sulla situazione politica e sociale a Cuba.




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I beagle salvati dalla morte rischiano ancora il patibolo

Elena Gaiardoni - Lun, 18/02/2013 - 08:50

L'azienda Green Hill ha chiesto la restituzione delle migliaia di cuccioli destinati alla vivisezione e nel frattempo affidati a bambini e famiglie


I due goccioloni negli occhi del piccolo Gabriele, cinque anni, davanti alle immagini del documentario «Green Hill, una storia di libertà», diretto da Piercarlo Paderno, non potranno lavare il dolore ancora caldo nelle pagine dell'epica della vergogna, ovvero l'odissea iniziata il 24 aprile 2010 che ha portato alla liberazione di più di duemila e settecento beagle dal canile di Montichiari il 18 luglio 2012, dove erano rinchiusi per essere destinati alla vivisezione, e li ha salvati nella culla della «viviemozione» mettendoli nelle mani di famiglie che si prendono cura di loro.


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Ma salvi lo sono davvero? Il 21 febbraio la Corte di Cassazione dovrà esprimersi sul ricorso effettuato dalla Green Hill 2001 srl, la società che gestiva l'allevamento di beagle, e che chiede di annullare il sequestro probatorio in atto dei quasi tremila animali, con conseguente restituzione al canile. Le lacrime di un bambino, che a tutti i costi ha voluto conoscere la triste vicenda della sua Sophie, la «sorellina» con orecchie lunghe e coda, nata a Green Hill, a cui deve la grazia d'essere riuscito a vincere la paura del buio, mostrano che la storia non ha ancora il suo lieto epilogo.

L'odissea potrebbe naufragare tra gli scogli della Corte. «Mi aspetto che il 21 febbraio la Cassazione riconfermi il sequestro probatorio dei cani voluto dalla Procura di Brescia - dichiara Maria Vittoria Brambilla, la «pasionaria» di Green Hill -. In ogni caso gli animali non torneranno a Montichiari perché abbiamo già pronto un piano «B». Confido che la legge contro la detenzione di animali destinati ai laboratori, già approvata alla Camera con una maggioranza talebana, venga quanto prima varata anche dal Senato».

Nel frattempo Gabriele ha imparato a percorrere il corridoio che va verso la sua camera da letto sui suoi piedini e senza piangere perché con lui c'è Sophie, uscita dalle tenebre di un lager bresciano per sfatare il terrore dell'oscurità dalle ciglia di un cucciolo d'uomo. Due pupille di bimbo e due di cane insieme vedono la luce. «È la mia piccola - racconta Giovanni Italiano, padre di Gabriele -. Restituirla a Green Hill? Mai. Pagare per lei duemila euro? Non c'è problema, ma Sophie rimane con noi. Qui non si tratta di leggi o di sentenze, qui si tratta di sentimenti. Questo cagnetta è la mia bambina. Le lego le orecchie ogni notte; le ha troppo lunghe e le procurano fastidi. Non è esercizio o dovere, è amore per chi non lo avesse ancora capito».

Guerra e amore: questa è l'epica. E se qualcuno chiama la guerra, che guerra sia. «Vogliono rinchiudere il cane in gabbia per una questione di principio? Mi presento io il 21 febbraio a Green Hill, che mettano in gabbia me piuttosto del cane» dice Lorenza Pagano di Lecco, proprietaria di Barnaby, così chiamato in onore del mitico ispettore. Oggi Barnaby svolge le sue indagini scodinzolando, libero finalmente dal filo spinato e le uniche spine che conosce sono quelle delle rose. «Le famiglie che hanno ricevuto un cucciolo come me sono fortunate - continua Lorenza Pagano - ma so cosa stanno affrontando coloro che hanno adottato le fattrici.

Sono cagnoline a cui si devono fasciare le mammelle perché erano diventate così lunghe a causa dei continui parti, che impedivano loro di camminare. Sono atrocità che non possono trovare parole. Noi vogliamo farle dimenticare a questi cani; uso il «noi» perché si è costituito uno legame di fratellanza tra i proprietari dei beagle di Green Hill». Il canile di Montichiari è deserto. La vicenda è costata cinque milioni di euro alla società americana allevatrice di beagle. Il puntiglio ha il suo prezzo. Che prezzo dare allo spirito d'umanità che sogna una fiaba? Una terra in cui un cane non è un oggetto ma il componente di una famiglia che non teme d'affrontare il buio dell'ignoranza, per sconfiggerlo con la luce di due lacrime di bimbo che esprimono solo una parola: fine.

Per i vicini molesti ora c'è lo sfratto

Corriere della sera

Volume della radio e odori molesti: da Padova a Milano la legge che tutela gli ex partner applicata anche ai vicini di casa

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L'ultimo caso arriva dal Padovano. Un uomo di 43 anni è stato costretto dal giudice ad abbandonare l'appartamento dove viveva con la fidanzata a Limena e ora dovrà restare distante almeno cinquecento metri dai vicini di casa. Il motivo? «Stalking condominiale». Malgrado le otto denunce collezionate, non desisteva dal complicare la vita agli altri residenti. Se non erano le performance amorose infuocate, era la radio a tutto volume, oppure gli oggetti scagliati contro le pareti o gli schiamazzi vari ed eventuali; il tutto di notte, s'intende, perché di giorno il quarantenne dormiva.

E per chi provava a protestare, erano solo minacce e insulti. Così il giudice per le indagini preliminari Mariella Fino ha accolto la richiesta del pubblico ministero Giorgio Falcone e i carabinieri sono intervenuti per far allontanare il molestatore. «Ogni anno sono due milioni i conflitti che nascono all'interno di un condominio: 350 mila trovano una soluzione amichevole grazie al giudice di pace, mentre 200 mila finiscono in Tribunale», spiega Pietro Membri, presidente dell'Anaci, l'associazione nazionale amministratori condominiali e immobiliari.

Due mesi fa era toccato a una donna di Milano, costretta a lasciare la casa. Quella volta fu fatto ricorso alla legge sui maltrattamenti in famiglia dopo che una coppia presa di mira aveva inutilmente speso dei soldi per insonorizzare il muro confinante ed era ricorsa ai farmaci per dominare l'ansia e gli attacchi di panico. A Vicenza è successo nel 2010, quando due fidanzati sono stati condannati a traslocare dopo aver esagerato con le ripicche ai condomini (i loro «scherzetti» preferiti consistevano nello staccare la corrente durante le vacanze dei vicini in modo da far trovare frigo e freezer scongelati e il pavimento invaso dall'acqua, oppure appendere bigliettini erotici alla porta della casa altrui). Nello stesso anno a Montesilvano, nel Pescarese, sono state richieste misure restrittive per una donna di 72 anni e per il figlio di 47, che avevano tormentato ripetutamente e aggredito gli anziani vicini.

Ormai è un fenomeno in crescita. Secondo i dati dell'Osservatorio nazionale sullo stalking, soltanto a Roma rappresenta il 27% dei casi di violenza. Nella casistica possono rientrare «rumori notturni, scotch sul citofono, graffi sull'auto, animali domestici uccisi, allagamenti dei balconi». Anche se non tutti magari degenerano in una condanna per atti persecutori. La classifica delle liti è stata fatta dall'Anammi, l'associazione nazional-europea degli amministratori di immobili, che ha stilato un elenco. Al primo posto ci sono i rumori e gli odori provenienti dagli altri appartamenti, poi l'invasione delle aree comuni (per esempio i parcheggi), e ancora i rumori nel cortile, l'innaffiatura di piante sul balcone, la presenza degli animali domestici, il bucato in evidenza, mozziconi o briciole gettati dalla finestra.

Giuliana Chiaretti, già responsabile della sezione dedicata alla vita quotidiana dell'Associazione italiana di sociologia, prova a inquadrare il fenomeno nel particolare momento di crisi che stiamo attraversando: «I casi di conflittualità sono in aumento. Osserviamo episodi di disagio quotidiano molto frequenti nelle relazioni tra condomini e possiamo avanzare una correlazione con l'aumento delle difficoltà economiche e professionali, che stanno producendo una implosione nel privato».

Se il presidente dell'Anaci di Milano, Dario Guazzoni, cerca di minimizzare perché «i malesseri estremi sono pochi, considerando che otto italiani su dieci vivono in un condominio, forse i media danno troppo risalto alle eccezioni», il giudice del Tribunale della stessa città Fabio Roia fa invece notare come l'andamento sia in crescita. «Mi occupo ogni giorno di questi temi e posso confermare che sono in aumento - spiega -. Di sicuro uno dei motivi è che la norma di riferimento, l'articolo 612 bis del Codice penale, è di recente istituzione, risale al 2009. Dunque soltanto da poco viene applicata. Si tratta di "atti persecutori", e anche se la legge è stata concepita per tutelare e difendere le vittime dagli ex partner, si configura perfettamente in tutti quei contesti in cui c'è una attività di molestia reiterata che procura cambio dello stile di vita o stati di ansia. Si applica perfettamente, quindi, alle relazioni condominiali patologiche».

Elvira Serra
@elvira_serra18 febbraio 2013 | 8:38

Il sistema elettorale per il Parlamento italiano

La Stampa

Il voto per la Camera


CatturaL'elettore riceve una sola scheda, sulla quale compaiono i simboli dei partiti, raggruppati per coalizione. L'elettore, tracciando un segno sul simbolo del partito preferito, vota contemporaneamente per: 1) il partito; 2) la lista "bloccata" del partito (non sono ammesse preferenze, perciò i candidati vengono eletti secondo l'ordine di presentazione stabilito dal partito: prima il capolista, poi gli altri); 3) la coalizione (il partito può presentarsi anche da solo, ma gli "apparentamenti" fra partiti possono rendere più facile la conquista del "premio di maggioranza", come vedremo).

I 630 seggi della Camera sono ripartiti come segue: dodici nella circoscrizione estero, per i nostri connazionali che non vivono in Italia; uno nella regione Valle d'Aosta col sistema uninominale maggioritario (il candidato primo classificato è eletto); 617 in ventisei circoscrizioni, tredici delle quali coincidono col territorio regionale (Liguria, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna) e le restanti tredici sono composte da più province della stessa regione (la Lombardia è divisa in tre circoscrizioni, mentre Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia sono divise in due circoscrizioni).

Il sistema elettorale per la Camera dei deputati prevede che il partito o la coalizione più votata a livello nazionale ottenga un "premio", e si veda attribuiti 340 seggi, sempre che non li abbia già ottenuti con la ripartizione proporzionale nazionale (se ne ha avuti di più, il premio non "scatta" e il vincitore conserva tutti i seggi, compresi quelli conquistati oltre i 340). Possono partecipare all'assegnazione del premio i partiti "apparentati" che si collegano depositando il programma e indicando il "capo della coalizione".

In realtà, il "capo" dovrebbe corrispondere (così è stato nel 2006 e 2008) all'aspirante presidente del Consiglio: l'espressione usata è volutamente vaga, perchè la Costituzione vigente non prevede l'elezione diretta del premier; si tratta di un espediente che ricorda quello utilizzato in occasione delle elezioni regionali del 1995: allora, non essendo stata ancora introdotta l'elezione diretta del presidente della regione, i partiti si legarono solo politicamente ad un candidato "governatore", ma senza effetti giuridici, poichè il nuovo Consiglio regionale avrebbe potuto scegliere - senza violare alcuna norma - un presidente di giunta diverso dal leader della coalizione.

Conquista il premio di maggioranza (340 seggi) la coalizione le cui liste "apparentate" hanno ottenuto complessivamente almeno: 1) un voto più di ogni altra coalizione o singolo partito non coalizzato; 2) il 10% dei voti a livello nazionale. La coalizione deve contenere "una lista collegata che abbia conseguito sul piano nazionale il 2% dei voti validi" oppure una lista collegata rappresentativa di minoranze linguistiche riconosciute, che abbia avuto almeno il 20% dei voti nella propria circoscrizione (la norma fa riferimento soprattutto alla SVP sudtirolese, ma potrebbe applicarsi in altre regioni a statuto speciale).

Poichè la competizione è fra le liste, il primo compito dell'Ufficio centrale nazionale è di stabilire le "cifre elettorali" di ciascuna di esse. In altre parole: il numero di voti di ogni partito e la percentuale sui voti validi. In secondo luogo, sommando i voti di tutte le liste "apparentate", si stabilisce: 1) quella che ha ottenuto più voti delle altre; 2) quali coalizioni hanno superato il 10% dei voti; 3) quali, fra i partiti che si sono presentati da soli (fuori da ogni coalizione) hanno almeno il 4% dei voti; 4) quali partiti coalizzati hanno avuto almeno il 2% dei voti; 5) quale lista, fra quelle sotto il 2%, abbia avuto il maggior numero di voti.

Immaginiamo che la situazione sia come nell'esempio:

Coalizione X
Partito A   10.000.000 voti, 20,0%
Partito B   4.900.000 voti, 9,8%
Partito C  1.100.000 voti, 2,2%
Partito D  900.000 voti, 1,8%
Partito E   200.000 voti, 0,4%
totale coalizione X      17.100.000 voti, 34,2%

Coalizione Y Partito F   16.000.000 voti, 32,0%
Partito G  10.000.000 voti, 20,0%
totale coalizione Y      26.000.000 voti, 52,0%
Partito H (non coal.)   4.000.000 voti, 8,0%
Partito I (non coal.)    2.100.000 voti, 4,2%
Partito K (non coal.)   800.000 voti, 1,6%

In base a questo primo esame, constatiamo che: 1) la coalizione Y è la più votata (verificheremo poi se assegnarle il "premio"); 2) i partiti "non apparentati" che hanno ottenuto almeno il 4% sono H e I, mentre K non avrà seggi; 3) le liste A, B, C, F, G hanno superato la soglia del 2% e possono ottenere seggi, così come H e I; 4) la lista D è la più votata fra quelle che hanno meno del 2%, perciò può partecipare alla ripartizione. In sintesi, le uniche liste senza seggi sono la E (coalizione X) e la K (non coalizzata). I voti della lista E, tuttavia, servono per il calcolo dei voti di coalizione: perciò, il raggruppamento X avrà seggi in base ai 17.100.000 voti ottenuti (i 200.000 voti di E saranno calcolati a favore della coalizione ma non serviranno al partito E). Se si ripartissero i seggi dividendo i voti di ogni lista per il "quoziente naturale" (che è pari ai voti validi diviso i posti in palio) la coalizione vincitrice Y otterrebbe meno di 340 seggi, perciò l'Ufficio centrale nazionale attribuisce il "premio", che viene ripartito fra le liste "apparentate" F e G in proporzione ai voti riportati da queste ultime.

Così avremo:
Coalizione Y, 340 deputati, così suddivisi:
Partito F        209 deputati
Partito G       131 deputati

Gli altri 278 saranno ripartiti proporzionalmente fra l'altra coalizione (X) e i partiti non coalizzati che hanno avuto almeno il 4% dei voti (H, I). Il risultato è il seguente:

Coalizione X, 205 deputati
Partito H       48 deputati
Partito I        25 deputati

I seggi spettanti alla coalizione X saranno così suddivisi:

Partito A        121 deputati
Partito B        60
Partito C       13
Partito D       11
Partito E        nessun seggio

Il "premio" fa in modo che il partito di maggioranza G, che ha ottenuto il 20% dei voti come il partito di opposizione A, consegua 131 seggi contro i 121 di A. Più le coalizioni vincitrici ottengono una percentuale di voti che si avvicina al 55%, minore è il premio attribuito. Nell'esempio che abbiamo illustrato il vantaggio ottenuto dalla coalizione Y è trascurabile, pari a 13-14 seggi in più rispetto alla ripartizione proporzionale "pura" (tanti voti, tanti seggi).

Il voto per il Senato Come per la Camera, l'elettore riceve una scheda sulla quale esprime il proprio voto tracciando un segno sul simbolo del partito preferito. Esistono anche qui apparentamenti di liste (coalizioni) e un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi, che però è attribuito in ogni regione, perché la Costituzione prescrive che la ripartizione dei seggi del Senato avvenga su base regionale. Succede spesso, dunque - e accadrà di sicuro anche stavolta, a meno che una coalizione non sia al primo posto dovunque - che in alcune regioni il premio vada ad una coalizione e in altre alla coalizione concorrente. Le soglie di sbarramento, inoltre, sono più alte che alla Camera:

1) la coalizione deve avere almeno il 20% dei voti nella regione;
2) accedono alla ripartizione i partiti non coalizzati, ma se hanno almeno l'8% dei voti validi;
3) in ogni coalizione ottengono seggi solo i partiti che hanno almeno il 3% dei voti. I 315 seggi sono così ripartiti: uno nella Regione Valle d'Aosta, col maggioritario uninominale ad un turno; sei nella circoscrizione per gli italiani all'estero; sette in Trentino-Alto Adige (divisa in sei collegi uninominali: qui si prevede un recupero proporzionale); 301 nelle restanti 18 regioni. Per comprendere meglio il funzionamento del sistema facciamo un esempio:

Regione nella quale si assegnano 16 seggi.

Coalizione A - 120.000 voti (48,0%), di cui ai partiti:
Partito X - 90.000 voti (36,0%)
Partito Y - 30.000 voti (12,0%)
Coalizione B - 100.000 voti (40,0%), di cui ai partiti:
Partito M - 48.000 voti (19,2%)
Partito N - 20.000 voti ( 8,0%)
Partito O - 13.000 voti ( 5,2%)
Partito P - 12.000 voti ( 4,8%)
Partito Q - 7.000 voti ( 2,8%)
Partito C - 30.000 voti (12,0%)
Totale 250.000 voti

L'Ufficio elettorale regionale compie una prima attribuzione provvisoria dei seggi e calcola il quoziente elettorale circoscrizionale, pari a (250.000 voti diviso 16 seggi in palio) 15.625 voti. Considerando che la coalizione più votata è la A, e che con la proporzionale otterrebbe solo otto senatori anziché i nove che spettano alla coalizione vincitrice, l'Ufficio elettorale assegna il "premio" (un seggio in più, in questo esempio). Il risultato, considerando inoltre che la lista Q non supera la soglia del 3% ma contribuisce al risultato (40%) della sua coalizione, è:

Coalizione A - 9 seggi, di cui:
Partito X: 7 seggi
Partito Y: 2 seggi
Coalizione B - 5 seggi
Partito M - 3 seggi
Partito N - 1 seggio
Partito O - 1 seggio
Partito P - 1 seggio
Partito Q - nessun seggio
Partito C - 2 seggi

Qui la sproporzione del premio di maggioranza sembra premiare soprattutto il partito X, ma - anche considerando lo scarso numero di seggi in palio - ad ottenere una modesta rappresentanza sono soprattutto i partiti alleati: Y nel raggruppamento vincente e le liste N, O, P, Q nella coalizione B. Il sistema elettorale per il Senato, a differenza di quello per la Camera, non "produce" una sicura maggioranza nazionale di almeno il 54-55% dei seggi, ma lascia che l'esito del voto scaturisca dalle vittorie nelle singole regioni. È possibile - non certo - che la coalizione vincitrice del "premio" alla Camera non ottenga la maggioranza dei seggi al Senato, trattandosi di competizioni diverse per elettorato (per la Camera votano tutti i maggiorenni, per il Senato chi ha compiuto 25 anni), premio (nazionale alla Camera, regionale al Senato) e soglie di sbarramento.

Riepilogo

Camera dei deputati - Una sola scheda;
- Si vota solo il simbolo del partito;
- Ripartizione proporzionale nazionale;
- Liste di partito bloccate (senza preferenze);
- Premio di maggioranza nazionale se nessuno ha almeno 340 deputati con la ripartizione provvisoria dei seggi;
- Soglia del 10% per le coalizioni, del 4% per i partiti non coalizzati, del 2% per i partiti coalizzati;
- Ripescaggio del partito con più voti fra quelli coalizzati che non raggiungono il 2%;
- Indicazione del capo della coalizione e del programma;
- Soglia del 20% circoscrizionale per far partecipare le minoranze etniche alla ripartizione dei seggi;
- Circoscrizione estero: 12 seggi

Senato della Repubblica
- Una sola scheda;
- Si vota solo il simbolo del partito;
- Ripartizione proporzionale regionale;
- Liste di partito bloccate (senza preferenze);
- Premio di maggioranza regionale se nessuno ha almeno il 55% dei posti con la ripartizione provvisoria dei seggi;
- Soglia del 20% per le coalizioni, dell'8% per i partiti non coalizzati, del 3% per i partiti coalizzati;
- Indicazione del capo della coalizione e del programma;
- Circoscrizione estero: 6 seggi

Da boia a militante anti pena di morte

La Stampa

Jerry Given ha eseguito 62 condanne a morte, 37 con la sedia elettrica e 25 con l’iniezione letale. Poi la svolta: “Ora chiedo a Dio di perdonarmi”


Cattura
Jerry Givens è stato per 17 anni il boia del braccio della morte in Virginia. Ha eseguito 62 condanne a morte, 37 con la sedia elettrica e 25 con l’iniezione letale. Per anni, anche grazie al ricordo di un brutale omicidio di cui era stato testimone, Givens non ha mai avuto dubbi sul suo lavoro. Ma ora è diventato uno dei più appassionati oppositori della pena di morte. La sua storia, raccontata dal Washington Post, è esemplare di come l’opinione pubblica stia cambiando, in Virginia e negli Stati Uniti.

Ex operaio poi diventato secondino, e infine «executioner», Givens aveva una sua routine. Rasava la testa del condannato, chiedeva ai Dio di perdonarlo per i suoi delitti, infine lo legava sulla sedia elettrica. Poi cercava di farsi un vuoto nella mente e azionava l’elettricità. «Dopo non ti senti certo felice, pensi alla famiglia del condannato e a quella delle vittime», racconta l’ex boia. Per anni Givens si era sentito nel giusto. Quando aveva 14 anni, un uomo armato aveva fatto irruzione ad una festa e aveva sparato all’impazzata, uccidendo una ragazzina che gli piaceva. Allora aveva pensato che quell’uomo meritava la morte. E questo pensiero lo aveva sostenuto anni dopo nel suo lavoro di boia. 

Ma nel 1993, un uomo condannato a morte in Virginia per un delitto brutale, l’omicidio e lo stupro di una giovane madre, fu scagionato completamente dal test del Dna. E Givens cominciò ad avere i primi dubbi. Poi, nel 1999, fu condannato a quattro anni di carcere con l’accusa di aver comprato un’automobile con i proventi di una vendita di droga. Givens continua a dirsi innocente da quella accusa, ma la prigione fu per lui un punto di svolta. Lesse molto la Bibbia e approfondì la sua fede battista.

Pensò alla crocifissione e si chiese se avrebbe potuto essere lui a mettere a morte Gesù. Decise che il suo ex mestiere di boia non era compatibile con la sua fede. Quando uscì dal carcere, nel 2004, era un uomo diverso. Tramite un amico comune fu contattato dall’avvocato Jonathan Sheldon, esponente dell’associazione Virginians for Alternatives to Death Penalty (Vadp). Givens cominciò a frequentare l’associazione. Oggi è uno dei suoi principali esponenti ed oratori. Nel 2010, il suo appassionato discorso nel parlamento dello stato della Virginia contribuì ad affossare una estensione della pena capitale anche ai complici di assassinio. 

Un tempo pregavo Dio di perdonare i condannati, «ora l’unica cosa che posso fare è chiedere a Dio se può perdonare me», confessa Givens. Che oggi si chiede con dolore se fra quei 62 uomini di cui ha eseguito la condanna ci fosse qualche innocente. In Virginia la maggior parte dell’opinione pubblica è ancora a favore della pena capitale. Ma il vento sta cambiando anche in questo Stato, un tempo secondo solo al Texas per numero di esecuzioni. Negli anni Novanta, la media era di 13 esecuzioni l’anno. Lo scorso 16 gennaio, quando è stato giustiziato Robert Gleason, era un anno e mezzo che non avvenivano esecuzioni. Negli ultimi cinque anni, ben cinque stati dell’Unione hanno abolito la pena di morte. E in tutto il paese, le esecuzioni nel 2011 e nel 2012 sono state il 75% in meno in rispetto al 1996. 

Sesso sfrenato tutte le notti: 40enne condannato all’esilio dal condominio

La Stampa

Il giudice intima all’uomo di stare lontano almeno 500 metri dallo stabile dove sfogava rumorosamente la sua passione

anna martellato
padova


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La sua attività preferita disturbava i vicini a tal punto che sia la loro vita quotidiana sia le loro condizioni psicofisiche hanno subìto serie ripercussioni, testimoniate da referti medici. Schiamazzi, urla e musica alta: la sua “attività” non in un gruppo punk-rock. Il quarantenne in questione, B.Z, era dedito al sesso. Sfrenato. Da mezzanotte in poi, la vita era impossibile a tutto il condominio di Limena, a Padova, tanto da costringere i suoi inquilini ad adattare le proprie abitudini, oltre ad abituarsi agli inequivocabili rumori che arrivavano dall’appartamento del focoso vicino. 

Per esempio anticipavano l’ora di cena, per non parlare dei bambini: meglio addormentarli prima, e sperare che il loro sonno fosse molto pesante. Ma da ora in avanti potranno tornare a una vita normale. Perché l’impetuoso quarantenne, (residente in un altro Comune nel padovano, e lì solo domiciliato) ha “stalkerizzato” l’intero stabile con la sua azione «persecutoria, di molestie e disturbo». A deciderlo il giudice per le indagini preliminari, che lo ha “sfrattato” e ha disposto nei suoi confronti una misura cautelare: l’uomo non deve avvicinarsi a meno di 500 metri dal condominio e dai suoi residenti, con i quali non dovrà più avere contatto, come riporta il Gazzettino Nordest. 

Un incubo a luci rosse insomma, iniziato il settembre scorso, quando l’uomo prese possesso di uno degli appartamenti. Al di là dei rumori molesti, pare che l’ardente vicino fosse affettuoso solo con le sue prede notturne: quando incontrava i vicini non risparmiava minacce di morte e insulti, tanto da costringere molti di loro a cambiare percorso per fare ritorno a casa, o a non fare uscire soli i figli minorenni dopo una certa ora. È stato tutto questo a fare arrivare i disperati vicini al limite, che hanno quindi deciso di trascinare il quarantenne dall’alcova al tribunale.

Addio a Keiko Fukuda, pioniera del judo

La Stampa

Era nipote di un samurai. Aveva 99 anni. Era un mito nelle arti marziali


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«Poco meno di un metro e mezzo di altezza, fisico minuto, e senza una grande forza fisica, ma pienamente concentrata nella mente, nel corpo e nel fisico». I suoi amici la ricordano così: Keiko Fukuda, nipote di un samurai e allieva del fondatore dello judo. Considerata un vero e proprio mito dello sport e delle arti marziali, si è spenta a San Francisco due mesi prima di compiere i cento anni.

A confermare al New York Times la sua morte è stato Shelley Fernandez, che ha vissuto con lei, aiutandola nell’organizzare Soko Joshi Judo Club, un centro di arti marziali nella Noe Valley, alle porte di San Francisco, dove Fakuda ha insegnato per oltre quarant’anni. Nata a Tokyo il 12 aprile 1913 in una famiglia aristocratica, è stata la prima donna al mondo, e l’unica negli Stati Uniti, ad ottenere nel 2011 il grado di Dan (cintura nera) di decimo livello. Il suo era un destino già segnato dalle origini. Il nonno samurai insegnò le arti marziali a Jigoro Kano, colui che divenne il creatore dello judo.

E fu proprio Kano, intorno agli anni Trenta, a introdurre Fukuda a questa disciplina. Piuttosto che dedicarsi alle discipline consuete per le ragazze giapponesi di buona famiglia, lei decise di guardare altrove e consacrare la sua vita a uno sport da combattimento. «Questo è stato il mio matrimonio», raccontò Fukuda in un documentario a lei dedicato. E fu proprio così, visto che in Giappone alle insegnanti di judo non era consentito sposarsi e lei stessa non volle mai abbandonare lo sport. Il suo motto era: «Sii forte, sii gentile, sii bella».

Nel 2011 in un’intervista al San Francisco Chronicle rivelò che il suo approccio iniziale a questo tipo di arte marziale non fu tra i più semplici: «Tutto mi sembrava aggressivo e soprattutto strano, soprattutto quando vedevo una donna alzare le gambe». Poi però arrivò l’amore per la sua disciplina. Nel 1953 approda negli Stati Uniti e da lì in poi ottiene un successo dietro l’altro, ottenendo un Dan ogni volta di livello superiore.

Nel 1964 torna a Tokyo dove partecipa alle Olimpiadi, proprio quando il judo diventa ufficialmente disciplina dei Giochi. Due anni dopo ritorna in California dove vi rimane per sempre, ottenendo anche la cittadinanza americana. Fino a qualche anno fa ha continuato a praticare, mentre ultimamente dirigeva le sue assistenti stando sulla sedia a rotelle. Meno di due anni fa è arrivato l’ultimo livello di Dan, il decimo, guadagnato a 98 anni suonati.