domenica 17 febbraio 2013

Il presidente partigiano che dà solo carte truccate

Paolo Guzzanti - Dom, 17/02/2013 - 10:52

Napolitano ha condotto i giochi strizzando l'occhio a sinistra: ha messo i tecnici a Palazzo Chigi solo per fare un favore a Bersani


Quando mi è stato chiesto questo pezzo sull'asimmetria di Napolitano, il suo essere poco terzo e molto secondo, o primo, insomma di parteggiare e dare il calcio alla palla anziché fischiare i falli, ho un po' tremato.


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È tutto vero. Ma come si fa a scriverlo in modo tale che anche i miei amici di sinistra, o ammiratori adoranti sia di Monti che di Napolitano, non storcano il naso, non facciano boccucce di disgusto? Non lo so. Oggi è impossibile scrivere contro i mostri sacri - sacri perché consacrato attraverso un processo di sacralizzazione elaborato in alcuni luoghi deputati - senza farsi inseguire dai latrati dei loro cani da caccia. Ma, insomma, Napolitano ha fatto barriera contro il governo Berlusconi in tutti i modi possibili e immaginabili, interpretando la Costituzione a modo suo, cosa permessa dalla nostra sbagliatissima Costituzione che non mette alcun paletto alle attività e prerogative presidenziali, per cui ogni presidente fa come gli pare, chi il protagonista, chi il notaio, chi il picconatore, chi quello che «non ci sta».

Napolitano ci sta. Sta al gioco e dà le carte. E le ha date sempre sparigliando a favore della sua parte politica e sempre preoccupandosi di contenere, arginare, bloccare il governo di centrodestra. Per esempio non concedendo l'uso dei decreti legge, come ha ricordato mille volte e con la bava alla bocca Berlusconi al quale è difficile dare torto su questo punto. E poi volendo essere l'assoluto protagonista e decisore finale per le liste dei ministri, prerogativa che ha effettivamente ma che è sempre stata considerata una mera formalità: i ministri li nomina il capo del governo e li ratifica il presidente della Repubblica.

Infine, ed è la cosa più pesante, Napolitano ha svolto come Luigi XIV la propria politica estera inducendo i governi dei Paesi alleati e occidentali - Francia Germania e Stati Uniti in particolare - a considerare del tutto impropriamente lui come referente. Quando Obama lo loda come «leader with a vision», non sa di dire una carineria che scardina la Costituzione italiana. Hanno tradotto in italiano che per Obama Napolitano è un presidente «visionario», come se avesse inghiottito acido lisergico, mentre invece va tradotto «con una visione politica», con una strategia, con un cammino da percorrere in testa. Il che è vero, ma è illegittimo. Il presidente della Repubblica non ha alcun diritto di rappresentare una politica estera che non sia quella del governo in carica e del ministro degli Esteri in carica.

Bene, quello che accadde quando Berlusconi a Bruxelles ricevette i famosi sorrisetti e occhiate ostili di Merkel e Sarkozy, ma anche dallo stesso Obama, fu che ciascuno di quei signori aveva parlato al telefono col Quirinale ed aveva avuto assicurazione del fatto che era il Quirinale e non Palazzo Chigi a guidare la danza, che il vero «presidente» italiano non era quello del Consiglio dei ministri, ma quello che siede nell'ex reggia dei papi e che non è stato mai investito da un mandato popolare che lo rendesse autonomo come un qualsiasi governatore regionale, ma strettamente avvitato e vincolato alle direttive del governo e del Parlamento. Qualcuno parlò di colpo di Stato che certamente è una parola grossa. Ma fu certamente una visibile e sfrontata forzatura con cui il presidente della Repubblica che viene dall'antico Pci e che rappresenta i Pd dette la più forte spallata al governo in carica sulla base di un mandato popolare.

E poi ne fece un'altra ancora più grave, costituzionalmente parlando: si rifiutò di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni dando fiato alla stupidissima idea secondo cui le elezioni avrebbero terrorizzato e fatto impazzire i mercati, e mise l'Italia in mano a un gruppo di professori e tecnici privi di qualsiasi investitura diretta o indiretta, salvo i voti di fiducia concessi per amore di patria e per non mandare tutto a picco. Ma in quel caso Napolitano - ed è paradossale - accolse la preghiera di Bersani di non essere messo nella necessità di governare, essendo più che probabile che un anno fa il Pd avrebbe vinto le elezioni. E allora anche per favore un favore a Bersani, il quale non fit, assunse più che un governo, una governante che mettesse gli italiani a fare i compiti richiesti da frau Merkel.

La liberazione dei beagle, storia di libertà in un film

Luisa De Montis - Dom, 17/02/2013 - 13:42

Green Hill, una storia di libertà, presentato questa mattina al cinema Apollo di Milano. La Brambilla: "Grande battaglia popolare in difesa degli animali"


Un lungo applauso ha salutato i titoli di coda di Green Hill, una storia di libertà, presentato questa mattina al cinema Apollo di Milano. Applausi di apprezzamento per il cortometraggio di Piercarlo Paderno, regista di professione ma anche presidente di Animal Amnesty, ma anche di omaggio alle migliaia di militanti, che – ciascuno nel proprio ruolo – hanno combattuto e vinto la “madre” di tutte le battaglie animaliste.


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Prodotto dalla Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, il film racconta in circa 40 minuti la storia dell’"assedio" all’ultimo allevamento italiano di cani destinati alla sperimentazione in vivo, "la storia di come una protesta nata dal basso sia riuscita a dare la libertà" a quasi 2700 beagle che altrimenti sarebbero finiti nei laboratori di mezza Europa. In un crescendo di date che segna anche il crescendo delle adesioni e della partecipazione, diretta o attraverso i media: dal 24 aprile 2010, quando per la prima volta un migliaio di persone sfilavano per le strade di Montichiari, al 25 settembre 2010, data della manifestazione di protesta a Roma contro la "sciagurata" direttiva europea, per arrivare al 14 ottobre 2011 quando cinque attivisti salirono sul tetto di uno dei capannoni di Green Hill e al 2 dicembre quando iniziarono gli scioperi della fame.

E ancora: il primo febbraio 2012, giorno in cui la Camera, a larghissima maggioranza, approvò la norma, scritta da Michela Vittoria Brambilla, che vieta l’allevamento di cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione in vivo; il blitz dei militanti nei capannoni dell’allevamento il 28 aprile 2012 (12 gli arresti quel giorno) che trasformò la vicenda in un "caso" globale e la "più grande manifestazione animalista della storia d’Italia" (il 16 giugno a Roma). Il tutto per arrivare alla data che tutti ricordano con più soddisfazione: il 18 luglio 2012, quando agenti del Corpo forestale dello Stato, su mandato della Procura di Brescia, sequestrarono lo stabilimento e i cani di Green Hill, successivamente affidati, tramite le associazioni animaliste, a migliaia di persone di buona volontà.

“Questi animali non sentiranno mai più le mani e il fetido respiro del male - commenta nel film il filosofo americano Steve Best - queste fotografie dei beagle che passano attraverso il filo spinato vivranno per sempre nei libri di storia". "Con questo documentario – ha spiegato Piercarlo Paderno - ho avuto la grande fortuna di poter raccontare una storia che ho vissuto giorno per giorno, la vita di persone che ho avuto la fortuna di conoscere molto bene in questi anni, e la storia di questi 2700 cani che ho visto uno per uno uscire da quel lager e andare verso famiglie che li attendevano con amore. Credo che questa storia vada raccontata in lungo e in largo, perché è una storia di libertà, di vita strappata alla morte, una storia di un manipolo di persone che guidate dal coraggio hanno saputo sconfiggere un gigante. Una storia che continuerà a emozionarmi, come spero emozioni chiunque la veda raccontata ogg".

"Il sequestro di Green Hill – aggiunge la Brambilla in rappresentanza della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente – è stata la più grande battaglia popolare in difesa degli animali di questo paese, è stato l’evento-simbolo di una rivoluzione, sempre più rumorosa, nel rapporto tra uomini e animali. Per la prima volta, in Italia, la magistratura ha interpretato il reato di maltrattamento in chiave realmente moderna, cioè dal punto di vista delle vere vittime (gli animali) e delle loro esigenze etologiche contro i preponderanti interessi di una grande multinazionale senza volto e senza compassione. Con questa vicenda, vecchi steccati e antichi pregiudizi sono caduti per sempre".

Ecco il Sanremo delle case: vivere in via Gluck costa più che in via del Campo

Cristina Bassi - Dom, 17/02/2013 - 16:54

Sono tante le strade e le piazze che hanno fatto la storia della canzone italiana. Ma quanto costerebbe oggi comprare un immobile a quegli indirizzi?


Il Festival di Sanremo si è concluso e le hit dell'Ariston hanno già invaso le radio. Ma c'è chi in questi giorni ha incrociato spartiti e mappe catastali e ha calcolato i prezzi delle case nelle vie e nelle piazze protagoniste delle più famose canzoni della musica italiana.


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Per capire quanto vale un'abitazione in via Gluck, via del Campo, Piazza Grande. Il sito "Immobiliare.it" ha anche stilato una classifica, prendendo come immobile tipo un appartamento di 80 metri quadrati al secondo piano di un palazzo in buone condizioni.

Così, analizzando le offerte presenti sul sito e i dati dell'Agenzia del territorio, si scopre che vivere in via Gluck, strada milanese cantata da Celentano nel 1966, costa più che in via del Campo, vicolo di Genova reso celebre dai versi di Fabrizio De Andrè nel 1967. I prezzi di mercato infatti sono 220mila euro contro 184mila.

Spostandosi a Roma, città citata in mille canzoni italiane, i costi salgono. Una casa a Campo de' Fiori, celebrata da Antonello Venditti in un testo del 1974, e una a Piazza Navona, brano di Luca Barbarossa del 1981, valgono circa 850mila euro. È sempre di Barbarossa la via Margutta della canzone presentata a Sanremo nel 1986. Comprare un appartamento in questa strada costa circa 800mila euro. Mentre a Porta Portese, dove si trova il mercato messo in musica da Claudio Baglioni nel 1972, si può acquistare un immobile per 588mila euro.

Protagonista della canzone italiana è anche Milano. Qui c'è Porta Romana, zona simbolo della tradizione popolare meneghina. Porta Romana Bela è stata cantata in dialetto o in italiano da artisti come Giorgio Gaber e Nanni Svampa. E qui un appartamento vale in media 490mila euro. La via Ferrante Aporti invece, quella citata nell'album "Parabola" da Roberto Vecchioni nel 1971, offre case da 220mila euro. Una strada che ricorre nella canzone napoletana è via Toledo, nominata sia da Carosone in Tu vuo' fa' l'americano (1956) sia da Modugno in Io, mammeta e tu (1955). In questa via per un immobile di 80 metri quadri servono circa 304mila euro.

A Bologna molte strade e piazze ricordano brani famosi. Dalla via Paolo Fabbri, dove al civico 43 ha vissuto per anni Francesco Guccini che al proprio indirizzo ha dedicato un album del 1976, alla centrale piazza Santo Stefano, che dà il titolo a un testo di Cesare Cremonini di oltre trent'anni dopo, del 2009. I prezzi di mercato per un'abitazione di medie dimensioni sono rispettivamente 260mila e 280mila euro. Infine Piazza Grande, resa immortale da Lucio Dalla. In realtà non esiste con questo nome, anche se i bolognesi doc chiamano così piazza Maggiore. "Immobiliare.it" ha però calcolato il valore di una casa in piazza Cavour, sempre a Bologna, dove il cantautore ha abitato: 290mila euro. E al Festival 2013? C'è Daniela Silvestri che in A bocca chiusa canta "Via Merulana così pare un presepe". Siamo di nuovo a Roma e comprare casa qui costa intorno ai 400mila euro.

Asteoridi e meteoriti, come difendere la terra. Atomica e astronavi le risorse

Libero
di Attilio Barbieri



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L’impatto di una cometa o di un asteroide con l’atmosfera terrestre, anche di piccole dimensioni, può provocare un massacro. Ne abbiamo avuto conferma dalla meteora precipitata sulla regione degli Urali, a 1.500 chilometri da Mosca. Il pezzo di roccia pesante circa dieci tonnellate, disintegrandosi nella parte bassa dell’atmosfera, ha provocato un’onda d’urto fortissima con la pioggia di piccoli frammenti di cristallo. Fosse precipitato su una grande città come Mosca o New York il bilancio sarebbe stato ben peggiore rispetto ai 1200 feriti registrati venerdì nella provincia  di Chelyabinsk.

La domanda che ricorre alla mente in questi casi è una sola: si può fare qualcosa per evitare impatti di questo genere? E la risposta è sì, come ha spiegato a Libero ieri l’astrofisica Margherita Hack: «Un asteroide può essere distrutto con una carica nucleare oppure gli si può mandare vicino una grande astronave che lo attragga gravitazionalmente e lo trascini via».  Sulla prima ipotesi è basato il film «Deep impact»: una missione con due veicoli spaziali simili agli Space Shuttle appena mandati in pensione dalla Nasa, che portino sull’asteroide in rotta di collisione con la Terra potenti cariche nucleari in grado di farlo esplodere.

Film a parte, esistono numerosi progetti delle agenzie spaziali di Usa, Russia ed Europa per intercettare un corpo celeste di dimensioni tali da impattare sul nostro pianeta con gravi conseguenze per la biosfera. Più avanti di tutti è la Nasa, pur con i drastici tagli al bilancio decisi da Obama. L’idea a cui fa riferimento anche la professoressa Hack è venuta a due ex astronauti del Johnson Space Center di Huston, Edward Lu e Stanley Love. Anziché bombardare il bolide in avvicinamento alla nostra orbita lo si può deviare.

Con l’aiuto di un gigantesco rimorchiatore spaziale. Il progetto prevede la costruzione di un’astronave di 20 tonnellate che si avvicini il più possibile all’asteroide e lentamente ma inesorabilmente, lo sposti dalla rotta che sta seguendo con la propria massa. Le uniche  controindicazioni dell’intero progetto sono rappresentate dai costi, superiori addirittura al budget previsto dagli americani per portare gli uomini su Marte (da 80 a 150 miliardi di dollari) e dal tempo necessario per realizzare l’astronave, non inferiore ai 20 anni.

Poi servirebbe comunque un anno intero per consentire al rimorchiatore spaziale, con la sua massa, di deviare il corpo celeste. Parliamo però di un asteroide «medio», con un diametro di circa 200 metri e la cui traiettoria è prevedibile. Le comete come quella precipitata giovedì in Russia sono molto più piccole e il loro comportamento assai meno prevedibile. Sugli asteroidi e sulle comete del primo tipo sta lavorando da anni la solita Nasa che li ha battezzati Neo, acronimo di Near earth objects, letteralmente «oggetti vicini alla terra».

E li controlla con un programma di sorveglianza continua, lo Spaceguard. Progetti faraonici a parte c’è chi sta studiando il problema e propone rimedi su una scala meno impegnativa da un punto di vista finanziario e dei tempi di realizzazione. Parliamo del  centro  interdipartimentale di studi e attività spaziali «G. Colombo» dell’università di Padova, che sta lavorando alla realizzazione di tecnologie in grado di catturare i detriti spaziali  per poi farli uscire dall’orbita e bruciarli nell’atmosfera.

Un’applicazione della ricerca che concorre al finanziamento di un milione e mezzo messo a disposizione dall’Unione europea, prevede la realizzazione di una navicella a  propulsione ibrida, basata sia su propellente tradizionale, sia su quello al plasma. L’astronave senza equipaggio dovrebbe avvicinarsi  all’asteroide per poi sparare plasma e imprimergli un’accelerazione tale da deviarne la traiettoria. Difficile dire quale sia la soluzione migliore, le bombe nucleari, i rimorchiatori dello spazio o la navicella al plasma. Il sospetto è che, qualora servissero, non ci sarebbe il tempo necessario per realizzarli.


Il Festival porta iella?
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Meteoriti: i precedenti dai dinosauri ai detriti in Sudan


Segnali anche dai Caraibi
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Dalle parole ai fatti
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Pericolo scampato
L'asteroide DA14, sfiora la terra:  Nasa: "Mai così vicino" - VIDEO

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Asteroide, quando Giacobbo disse al Festival: non succederà nulla
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Pericolo stelle cadenti, piani emergenza con raggi laser per cambiare direzione

Il Messaggero
di Anna Guaita


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WASHINGTON - Quando vediamo una stella cadente ed esprimiamo un desiderio, mai penseremmo che quella scia luminosa possa portare con sè morte e distruzione. Ma l'immagine romantica delle stelle cadenti, che spesso in agosto nella notte di San Lorenzo ci spinge a stare col naso all'insù, ha ricevuto un brutto colpo dopo gli straordinari fatti di venerdì, quando un asteroide è esploso sopra i cieli russi con una forza pari a trenta bombe atomiche come quelle che distrussero Hiroshima il 6 agosto del 1945. L'asteroide russo ha finito la sua discesa in una zona remota degli Urali, ma il suo esplodere ha causato onde d'urto così forti che 1200 persone sono state ferite dai vetri infranti nella cittadina di Chelyabinsk. Nella stessa giornata un altro asteroide, ben più grosso e pericoloso - è passato così vicino al nostro pianeta che per un pelo non ha tamponato qualcuno dei satelliti in orbita, magari creando un black out delle comunicazioni.

L’IMPATTO La superficie del nostro pianeta è al 70 per cento coperta di acqua, e la stragrande maggioranza delle "stelle cadenti" va a finire lì, oppure si disintegra nell'impatto con l'atmosfera. Ma i due incontri di venerdì hanno reso di eccezionale attualità un argomento che da decenni vede tanti scienziati di tutto il mondo impegnati in una paziente catalogazione di ogni angolo del cielo: cosa fare se si scopre che un asteroide sta puntando direttamente contro di noi? Dal 1998, la Nasa ha ricevuto l'incarico di cercare asteroidi potenzialmente pericolosi, poi sono scese in campo anche l'Agenzia spaziale giapponese, quella europea, e anche varie università, per non parlare di alcune associazioni private. La scienza del settore è ancora giovane e le stime variano, ma alla Nasa pensano che ci siano qualcosa come 500 mila near earth objects (NEO), oggetti orbitanti che possono venire troppo vicini al nostro pianeta.

Di questi, solo 10 mila sono stati identificati e vengono "pedinati" e almeno mille hanno dimensioni tali che potrebbero distruggere un'intera città. L'ipotesi che un asteroide possa causare danni e costare tante vite umane è stata finora presa sul serio quasi esclusivamente da Hollywood. Tutti ricorderanno il film con Bruce Willis, Armageddon. Ma nel 1979, in piena guerra fredda, un altro film, Meteor, propose uno scenario in cui Usa e Urss dovevano mettersi d'accordo e lanciare contemporaneamente i rispettivi missili nucleari intercontinentali per salvare insieme la Terra. L'ipotesi di missili nucleari è oggi quella meno favorita. Ma l'idea che ci si debba alleare per evitare una possibile catastrofe di questo tipo è condivisa da tutti gli scienziati.

GLI SCENARI Invece dei missili, che potrebbero frantumare un asteroide in mille pezzettini che cadrebbero comunque sulla terra (e l'asteroide di venerdì sugli Urali ci domistra che anche i "pezzettini" sono potenzialmente pericolosi), le proposte sono di ricorrere a un raggio laser, o a un'astronave che spinga via l'asteroide, o addirittura una che gli si metta in orbita e crei una forza gravitazionale e pian pianino se la porti lontano. La proposta di una grossa astronave che "tamponi" delicatamente l'asteroide e lo spinga verso lo spazio aperto è stata messa sul tavolo dall'Agenzia spaziale europea. Gli esperti la considerano fattibile, considerato che già nella costruzione della stazione spaziale si è verificata una collaborazione fra varie agenzie spaziali.

IL PROGETTO
Ma la soluzione dei raggi laser sarebbe di fatto già disponibile. All'Università di California a Santa Barbara il fisico Philip Lubin e i colleghi hanno concepito un sistema che hanno battezzato De-Star cioé Directed Energy Solar Targeting of Asteroids. Il sistema accalappierebbe energia dal sole per dirigere un raggio laser contro asteroidi che si avvicinano al nostro pianeta. "Gli elementi base di questo progetto - assicura Lubin - sono già esistenti". Si potrebbe cominciare in piccolo, con un sistema grande come una scrivania, e ingrandirlo progressivamente fino ad avere una batteria di raggi laser lunga chilometri. I raggi potrebbero essere più leggeri per limitarsi a deviare un asteroide, o più potenti per polverizzarlo.

Ma questa soluzione richiede tempo, nel senso che polverizzare un asteroide con un laser sarebbe un lavoro di paziente precisione: per una roccia di 500 metri di diametro, cioé capace di causare gravi catastrofi, ci vorrebbe un anno. In altre parole, per difendere il nostro pianeta in modo efficiente, bisogna che il lavoro di sentinella sia molto allargato, magari mettendo in orbita tanti telescopi in grado di leggere l'infrarosso. Uno sarà rilasciato fra breve dall'organizzazione B612 (dal nome dell’asteroide del Piccolo principe), creata dall'ex astronauta Rusty Schweickart. Ma per renderci davvero sicuri ce ne vorrebbero decine.


Domenica 17 Febbraio 2013 - 16:43
Ultimo aggiornamento: 16:45

Wi-fi libero ma non troppo, con leggi che limitano l'uso nei luoghi pubblici

Il Messaggero
di Federico Rocchi


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ROMA - Un recente pronunciamento dell'Autorità garante della Protezione dei dati personali sul conflitto fra ISP, operatori intermedi di gestione e Federazione italiana pubblici esercizi ha apparentemente (e nuovamente) liberalizzato la connettività wi-fi nei luoghi pubblici. La questione è in atto da anni, a partire dal decreto antiterrorismo Pisanu del 2005 modificato dal Milleproroghe 2010, e riguarda obblighi e responsabilità degli anelli che formano la catena di fornitura dei servizi di rete in bar, ristoranti, hotel.

Secondo il presidente Lino Stoppani, l’Autorità garante della Protezione dei dati personali ha confermato l’interpretazione Fipe del decreto Milleproroghe 2010 secondo la quale gli esercenti pubblici possono mettere a disposizione wi-fi e terminali di qualsiasi tipo senza obbligo di registrare identità e tantomeno dati del traffico effettuato. Secondo gli altri operatori che gestiscono il servizio di autenticazione, invece, bar e ristoranti devono ancora identificare gli utenti ed essere considerati corresponsabili del loro comportamento in rete, sia quando svolgono primariamente attività di fornitura di servizi internet (come nel caso degli Internet Point) sia in modalità accessoria (bar, hotel).

Con il sovrapporsi di leggi e interpretazioni la questione è tutt’altro che chiara. Sembra evidente che i pubblici esercizi non siano sollevati dalle eventuali responsabilità che derivano dal comportamento dei propri clienti, un ambito escluso dalle competenze dell’Autorità garante. Gli ISP, dal canto loro, devono sempre rispettare le norme del Codice della Privacy e l’obbligo di conservare per 12 mesi i dati di traffico dei propri clienti che in questo caso, in mancanza di operatori intermedi, sono i gestori dei pubblici esercizi.

Per l’identificazione e il tracciamento del singolo utente effettivo i gestori di pubblici esercizi possono affidarsi ad un gestore intermedio oppure fare da soli, chiedendo direttamente al cliente un qualcosa che, come da decreto Milleproroghe 2010, può anche non essere un documento valido da fotocopiare secondo tradizione italica, il tutto con il consenso controfirmato del soggetto interessato, fra un cappuccio e toast volante, oltre l’infrastruttura hardware e software adatta per il tracciamento. Non ci vuole molto a classificare questo scenario come poco realistico, quanto l’insieme delle norme connesse.

SALTO DI QUALITÀ
Si sente l’esigenza di un salto di qualità tecnico e legislativo, di un sistema di identificazione e autenticazione nazionale. In fondo, senza nemmeno invocare la carta di identità elettronica, chimera tutta italiana, basterebbe un uso alternativo delle Sim telefoniche, per definizione associate a persona identificata con documento fotocopiato. Non si sta parlando di questioni politiche ed economiche più generali o promesse di fantomatiche reti wi-fi anarchicamente gratuite come la falsamente annunciata super rete wi-fi USA da costa a costa.

Una connessione di tipo wi-fi come la conosciamo oggi è tecnicamente inadatta all’uso in movimento, quello tipico della maggior parte degli utenti italiani coi loro smartphone, quindi le compagnie telefoniche non hanno da temere per i loro ricavi. La disponibilità di una connessione wi-fi locale, talmente locale da essere confinata in un bar, consentirebbe però di gestire correttamente il traffico, liberando quello 3/4G indispensabile alla connessione in movimento dal peso di centinaia di utenti fermi, connessi anche per ore alla stessa cella.

ACCESSO
Sbloccare l’accesso alla rete nei luoghi pubblici in pratica non solo consentirebbe di riportare il paese nella normalità dei tempi ma permetterebbe, sebbene con rovesciamento logico, di rilanciare la questione riguardo ai luoghi costituzionalmente pubblici che normalmente si considerano più consoni di un fast food al lavoro e allo studio come scuole ed università. In quei luoghi l’accesso a internet con cavo è molto difficile e sostanzialmente fuorilegge. In mancanza di un preside illuminato pronto a sfidare il labirinto delle responsabilità è stato fino ad oggi impossibile offrire a studenti e docenti una connessione stabile e gratuita (con filo o senza) nelle ore scolastiche. In questa Italia che va spesso al contrario si spera se non altro che l’azione della Fepi possa trainare anche quei settori che in altri paesi (in Francia, Finlandia e Germania l’accesso alla rete è giuridicamente considerato “essenziale”) sono i motori del cambiamento.


Sabato 16 Febbraio 2013 - 13:27
Ultimo aggiornamento: 17:11

Giacomo Poretti: "Sono solo un metro e 58 ma questa città verticale mi fa sentire più alto"

Il Giorno
di Massimiliano Chiavarone


L'attore e comico racconta la sua Milano: "Non misuro più me stesso, ma i grattacieli. Cammino spesso con il naso rivolto all'insù"

Milano, 17 febbraio 2013


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“Milano mi ha fatto sentire più alto”. Lo racconta il comico Giacomo Poretti, orfano - ma solo per questa intervista - di Aldo e Giovanni. “Il capoluogo lombardo è una città verticale e per uno come me che è alto 1 metro e 58 centimetri è una pacchia, mi fa pensare ad altro”.

In che senso?
Non mi concentro più sulla mia altezza ma su quella dei palazzi e dei grattacieli. Anzi cammino spesso con lo sguardo rivolto verso l’alto per ammirare Milano che cresce in verticale. Qui per incontrarsi bisogna per forza darsi appuntamento, al contrario di Villa Cortese, il paese dell’Alto milanese in cui sono nato quasi 57 anni fa.

Ha raccontato la sua storia nella sua autobiografia “Alto come un vaso di gerani” (Mondadori). Perché?
Per lasciare traccia di quello che ho vissuto e degli esiti imprevisti della mia vita. Ma soprattutto ho sottolineato il passaggio dalla civiltà orizzontale di Villa Cortese fatta di case basse, vicine, dove è impossibile non conoscersi e quella di Milano, la metropoli delle altezze, dove per incontrarsi bisogna per forza darsi appuntamento.

La sua prima incursione a Milano?
Quando avevo 4 anni per una partita dell’Inter. Venni con mio padre e un suo amico e mi ricordo l’immensità dello stadio di San Siro.

Caspita che memoria.
Ricapitai in città più grandicello, arrivai alla Stazione centrale per prendere il treno, diretto in Liguria, dove ero stato mandato in colonia. Ma i sentimenti erano di tutt’altro registro: ero triste perché mi separavo dai miei.

I suoi genitori ricorrono spesso nei suoi ricordi.
Mi sono stati vicino, soprattutto quando ho mollato il lavoro da infermiere per fare l’attore. Non mi aiutavano direttamente, ma mi invitavano spesso a mangiare. Sono uno da scuole serali: prima le ho frequentate per prendere il diploma di perito elettromeccanico, mentre facevo l’operaio. Ho cominciato in una fabbrica tessile a 14 anni. Poi sempre seguendo un corso serale a Busto Arsizio, ho studiato recitazione. Al mattino facevo l’infermiere all’ospedale di Legnano. Nel 1984, avevo 29 anni, decisi di dedicarmi per intero all’arte. Entrai nella compagnia “Atecnici” del Teatro Sociale di Busto Arsizio. Dopo sei mesi fallì.

Insomma cascò male.
Sì, ma Milano mi diede una mano con le serate che facevo in giro. E una volta vidi Aldo e Giovanni che si esibivano in un bar in via Savona, si chiamavano “I suggestionabili”. Mi dissi: devo lavorare con loro. E poco dopo nacquero Aldo, Giovanni e Giacomo.

Quasi trent’anni insieme. E ora tornate a teatro a Milano.
Debuttiamo il 21 febbraio al Teatro Arcimboldi con “Ammutta muddìca” che in siciliano significa “datti una mossa”. E quello che mi disse Aldo per spronarmi a spostare un divano quando lo ospitai per un periodo a Villa Cortese. In questo spettacolo prendiamo di mira le ultime manie degli italiani, dal salutismo all’ossessione per i tatuaggi.

E a lei non passa la sua mania per Milano?
No, perché continua a stupirmi. Milano è una città ostica, complicata, dai ritmi forsennati che non favoriscono i contatti e fanno rischiare l’isolamento. Ma dal punto di vista culturale è ricca di stimoli. Io e mia moglie Daniela facciamo anche volontariato in questo campo, collaborando con il Centro San Fedele nell’organizzare cineforum e conferenze. Sperimentare dal vivo la voglia di partecipare dei milanesi è bellissimo.

E’ anche il suo luogo preferito?
Sì, il complesso di San Fedele con quella piazza meravigliosa è un gioiello. Poi a pochi passi c’è la libreria Hoepli, la più bella di Milano. Frequentarla è sempre un’avventura per la mente e per lo spirito.

di Massimiliano Chiavarone
mchiavarone@yahoo.it

La misteriosa fine del Prigioniero X

Rolla Scolari - Dom, 17/02/2013 - 07:41

Dopo anni di censura emerge la storia del suicidio in cella di una spia senza volto. E diventa un caso diplomatico


L'ultimo mistero in arrivo dal Medio Oriente ha una trama da romanzo di cui non si conosce ancora il finale. Chi è e che cosa ha fatto il Prigioniero X detenuto in regime d'isolamento in Israele e morto suicida in cella nel 2010 senza che nessuno parlasse di lui?


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Il più recente capitolo della storia ha inizio il 12 febbraio, quando la tv australiana Abc ha rivelato che il 15 dicembre 2010 nella sua cella d'isolamento in una prigione israeliana si sarebbe impiccato un cittadino australiano, ebreo, 34 anni, un tale Ben Zygier, probabilmente un agente del Mossad, i servizi segreti esterni israeliani. Il suo corpo è stato rimpatriato in segreto a Melbourne, dove una lapide in marmo nero nel cimitero ebraico ricorda che Ben Zygier era marito amato e padre di due figli.

A pochi minuti dall'emissione, i social media avevano già ripreso il caso. È allora che i direttori dei principali quotidiani e tv israeliani sono stati convocati d'emergenza dai vertici di governo e intelligence. La richiesta: non pubblicare informazioni sensibili per il Paese. La stampa israeliana è soggetta a una censura su temi di difesa e sicurezza interna. Le pressioni politiche e dei media, alcuni dei quali hanno comunque pubblicato la notizia, sono state tali da portare un tribunale il giorno dopo a sollevare parzialmente il bando che per due anni ha mantenuto segreto l'affare. Soltanto a giugno e a dicembre 2010, il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth per pochissime ore aveva pubblicato informazioni sull'esistenza di un misterioso detenuto e sul suo suicidio.

Come per la Maschera di Ferro di Alexandre Dumas, nessun altro detenuto poteva vedere il Prigioniero X, rinchiuso nella sezione speciale del carcere Ayalon, non lontano da Tel Aviv, costruita in origine per Yigal Amir, assassino di Yitzhak Rabin. Perfino le guardie ignoravano il suo nome. Nel 2010 un blogger americano, il primo a parlare di lui, ipotizzò che si trattasse di un comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, scomparso a Istanbul nel 2006.

Secondo le ricostruzioni, il detenuto X sarebbe emigrato a 24 anni in Israele dove sarebbe stato reclutato dal Mossad proprio in virtù del suo passaporto straniero, che avrebbe poi utilizzato per missioni in Paesi in cui gli israeliani non possono viaggiare, come Iran e Libano. Zygier avrebbe richiesto alle autorità australiane documenti sotto nomi diversi: Ben Alon, Ben Allen, Benjamin Burrows. Israele, dopo i primi tentativi di coprire la vicenda, ha confermato l'esistenza e il suicidio di un prigioniero con doppia nazionalità, israeliana e australiana, seguito da tre avvocati. A sua volta l'Australia, che prima aveva detto di non sapere, ha dichiarato che la sua intelligence era al corrente del prigioniero.

La stampa internazionale si chiede ora se si sia realmente trattato di suicidio - la cella era costantemente sorvegliata - e si moltiplicano le teorie. È quasi impossibile non notare come il Prigioniero X sia stato arrestato pochi giorni dopo l'uccisione di un comandante militare di Hamas, Mahmoud Al Mabhou, in Dubai, a febbraio 2010. La polizia degli Emirati mise allo scoperto allora l'azione dei servizi israeliani, mostrando al mondo i passaporti usati dagli agenti: tedeschi, britannici e australiani, appunto. In quei giorni, l'intelligence australiana stava indagando su Zygier, forse proprio sull'uso poco ortodosso dei suoi documenti di viaggio.

C'è chi si domanda ora se il Prigioniero X fosse colpevole di aver rivelato a Canberra l'utilizzo che il Mossad faceva dei suoi passaporti, o addirittura di aver collaborato con la polizia degli Emirati (che nega). Per altri, raccontare all'Australia - alleato robusto d'Israele - quello che è già nei film di spionaggio, ovvero che le intelligence mondiali pasticciano con i passaporti, non è certo quel «crimine grave» che avrebbe aperto al Prigioniero X le porte dell'isolamento.

Il Grande Orecchio d'Italia che spiava l'Urss (e gli Usa)

Stefano Lorenzetto - Dom, 17/02/2013 - 09:22

È la Cassazione delle intercettazioni. "Captai il battito della cagnetta Laika e la voce di Gagarin, primo astronauta in orbita. Il Kgb tentò di comprarmi"


In fatto di orecchio, Giovanni Battista Judica Cordiglia è considerato la Cassazione da magistrati, investigatori, avvocati e colleghi. Mica facile trovare un altro perito di tribunale così esperto nelle intercettazioni da aver auscultato a 18 anni il battito cardiaco della cagnetta Laika prigioniera nella capsula spaziale sovietica Sputnik 2; da aver registrato a 21 la voce del cosmonauta russo Jurij Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio; da aver tenuto in scacco a 22 la Nasa e la Cia, captando le comunicazioni dell'astronauta John Glenn, il primo statunitense a entrare in orbita attorno alla Terra; da essersi accorto a 63 che il nastro del colloquio fra i magistrati Francesco Misiani e Renato Squillante, origliato nel bar Mandara di Roma e ritenuto dal pubblico ministero Ilda Boccassini la prova regina del processo Sme-Ariosto contro Silvio Berlusconi e Cesare Previti, era stato manipolato.


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Oltre che per il suo orecchio, Judica Cordiglia, 73 anni, sposato, due figli, passerà alla storia anche per il suo occhio. Non soltanto per aver creato nel 1959, col fratello Achille, poi divenuto cardiologo, la prima Tv commerciale d'Italia, nata per gioco ma vista regolarmente via cavo da 2.500 torinesi fino al 1960, quanto per essere stato il perito che ha scattato le prime immagini della Sindone a colori, agli ultravioletti e all'infrarosso dai tempi delle ultime riprese in bianco e nero eseguite nel 1931 dal fotografo Giuseppe Enrie.

Nel rievocarlo, ora che va per i 74 anni, si commuove fino alle lacrime: «Il privilegio mi fu accordato perché mio padre Giovanni, medico personale del cardinale Ildefonso Schuster, aveva compiuto le ricognizioni sulle spoglie mortali di molti santi, fra cui Ambrogio, patrono di Milano, ed era l'autore della prima perizia medico-legale sull'Uomo della Sindone, al quale dedicò 14 libri.

Fu un'indagine privata e segreta autorizzata nel 1969 dall'arcivescovo Michele Pellegrino. Ebbi a mia completa disposizione il sacro lino a Palazzo Reale. Tre giorni e tre notti senza dormire, guardato a vista dai carabinieri. Seduto per terra, mentre nel buio aspettavo che i miei occhi si abituassero a scorgere la figura illuminata solo dai raggi ultravioletti, mi venne spontanea una preghiera: Dio, fa' in modo che queste foto mi riescano bene.

A un tratto lanciai un grido al pretino della curia incaricato di assistermi, che stava leggendo il suo breviario alla luce di una piccola torcia: guardi! Il sacerdote spense la pila, si avvicinò e per poco non svenne: era come se la sagoma tridimensionale di Cristo uscisse dal lenzuolo funebre, si sollevasse per venirci incontro. All'improvviso notavamo particolari mai osservati in precedenza.

Lì compresi il significato delle parole di mio padre: “Questo è il quinto Vangelo”. Egli aveva rinvenuto nel sudario la perfetta corrispondenza col racconto della Passione. Però concludeva: “Come uomo ne sono convinto, come studioso ho dei grandi dubbi”. Per me invece la Sindone è vera, lo dico da studioso e da uomo».

Da studioso è arrivato a una conclusione sul come si sia prodotta l'impronta: «Solo un fenomeno elettrico violentissimo, proveniente dall'interno o dall'esterno del cadavere, può aver creato un'immagine che si presenta come una negativa fotografica». E cita il caso di un bimbo colpito da un fulmine e stramazzato al suolo in posizione prona, sul cui torace è rimasta stampata in negativo l'immagine di alcuni rami di pino che erano per terra.

In veste di perito fonico e fotografico di giudici e avvocati e di consulente dei pubblici ministeri, Judica Cordiglia, che è nato a Erba ma abita da una vita a Torino, ha avuto un ruolo di primo piano nei sequestri Melis e Sgarella, nel caso del giudice Luigi Lombardini morto suicida e nei processi a Marcello Dell'Utri e Vanna Marchi.

Come iniziò a occuparsi di intercettazioni?
«Per gioco, leggendo Sistema A, una rivista che insegnava a riutilizzare il materiale radioelettrico venduto dai robivecchi. Con mio fratello costruii un trasmettitore e mi collegai con un radioamatore di Rio de Janeiro. Avevo 9 anni. Il 4 ottobre 1957, al lancio dello Sputnik 1, primo satellite artificiale della storia, riuscimmo a intercettarne il segnale. L'agenzia Tass aveva fornito la frequenza, perché i sovietici ci tenevano a far sapere al mondo del loro primato. Un mese dopo captammo il battito cardiaco della cagnetta Laika in volo sullo Sputnik. Nel giro di due anni l'Urss era già in grado di fotografare dallo spazio la testa di un chiodo piantato sulla Terra. Da lì in avanti non abbiamo più smesso, intrufolandoci in tutti i programmi spaziali russi e americani: Vostok, Voskhod, Sojuz, Mercury, Explorer, Gemini. Nell'aprile 1961 intercettammo le parole che Gagarin pronunciò dalla navicella Vostok 1: “Sto completando il volo... sono in assenza di peso... vista meravigliosa... La Terra è azzurra”. E demmo al mondo la notizia del lancio 15 minuti prima che venisse annunciato dalla Tass».

Non tutte le missioni sovietiche nel cosmo sono state così meravigliose. «Abbiamo calcolato che l'Urss possa aver sacrificato 14 astronauti in voli sperimentali tenuti segreti. Su 6 vittime vi è la certezza. L'intercettazione più drammatica fu quella del 16 maggio 1961. Una missione con tre voci, due uomini e una donna. Una settimana dopo dagli astronauti maschi nessun segno di vita. Le ultime parole trasmesse sulla Terra dalla loro compagna di volo furono agghiaccianti: “Pronto... pronto... ascoltate... pronto... parlate... parlate... ho caldo... ho caldo... come?... 45? 50... sì, sì, sì... ossigeno... ossigeno... vedo una fiamma... vedo una fiamma... precipiterò?”. Non potevamo captare la risposta dalla base. Ma la disperata conclusione dell'astronauta sì: “Questo il mondo non lo saprà mai”. Infine il silenzio totale».

E che altro invece il mondo ha saputo grazie a voi?
«Il 4 febbraio dello stesso anno fu reso noto che dal cosmodromo di Baikonur era stato lanciato lo Sputnik 7. Destinazione Venere. I sovietici non dissero che c'erano degli uomini a bordo. Il 2 febbraio, intorno alle 21, noi avevamo intercettato un segnale molto forte, proveniente da un satellite in orbita che transitava sopra Torino. Si trattava di un respiro affannoso. Telefonammo al professor Achille Mario Dogliotti, il pioniere della cardiochirurgia, che si precipitò con la sua équipe. Allora la stazione d'ascolto era montata nella nostra camera da letto. Alle 22.14 ripassa il satellite. Rivedo ancora la scena di Dogliotti che, a cavalcioni d'una sedia, ascolta col mento appoggiato allo schienale e le palpebre socchiuse: “Il battito cardiaco è preagonico. Sento un'extrasistole. Il respiro è dispnoico. Quest'uomo ha fame d'aria, gli manca l'ossigeno. Sta morendo”. L'indomani il luminare ricavò dalla registrazione un fonocardiogramma che confermò in pieno la diagnosi».

Ma lei e suo fratello Achille come facevate a decifrare il russo?
«Oltre ad averlo studiato in famiglia, ci avvalevamo degli interpreti di madrelingua mandati da Emilio Delon, figlio del fondatore della Berlitz school. Il nostro lavoro fece innervosire parecchio il Cremlino, al punto tale che Radio Mosca il 4 aprile 1965 trasmise per tutto il giorno stralci di un articolo apparso su Stella Rossa in cui il generale Nikolai Kamanin, capo del programma spaziale sovietico, definiva me e mio fratello “banditi dello spazio” e “schiavi del bieco imperialismo Usa”. Venne a cercarci Anatoli Krassikov, corrispondente della Tass da Roma, in realtà un uomo del Kgb, poi divenuto capo del servizio stampa del Cremlino. Gli aprì la porta mia madre. Si offrì subdolamente di finanziarci. Ovviamente non accettammo. Dieci minuti dopo ci contattarono gli agenti del Sifar».

Ero rimasto fermo a quelli della Cia.
«Faccenda complicata. Era il 1962. Volevamo captare la voce di Glenn, in orbita attorno alla Terra con la navicella Mercury, perciò chiedemmo in anticipo alla Nasa di conoscere la frequenza su cui avrebbe trasmesso. Ci fu negata per il timore d'interferenze. Allora ci procurammo la foto di una Mercury in mare, con l'antenna distesa. Essendo la lunghezza di ogni antenna pari a un quarto della lunghezza d'onda, potevamo calcolarci la frequenza da soli. Ma quanto era lunga l'antenna? Qui ci venne in soccorso nostro padre, che da buon medico legale ricavò l'indice bizigomatico di un sommozzatore ritratto nella foto. Riportando tale misura sull'antenna, ne determinammo la lunghezza e risalimmo alla frequenza. Il 20 febbraio registrammo la voce di Glenn che parlava di “ottime condizioni atmosferiche”. A quel punto ci convocò la Nasa».

Vi convocò dove? «A Washington, nel quartier generale al numero 400 di Maryland avenue, dove ci presentammo col nostro registratore Geloso e facemmo ascoltare tutti i nastri a William Hausman, capo degli Affari internazionali. Arrivato all'intercettazione di Glenn, sbiancò: “Not possible!”. Per farla breve, ci organizzò un viaggio al centro di volo spaziale Marshall di Huntsville, in Alabama, dove lavorava il Cranio».

Cioè?
«Wernher von Braun, il padre della missione Apollo. E poi nella base texana di Cape Canaveral, a Houston, dove stavano costruendo il razzo Saturn che avrebbe consentito agli astronauti di arrivare sulla Luna. Era un hangar talmente enorme che all'interno si creavano zone climatiche diverse, per cui in alcuni punti addirittura pioveva».

Ha battuto americani e russi con attrezzature di recupero?
«Esatto. Così come la prima televisione commerciale nacque nella cantina di casa nostra da un residuato bellico, una scatola della Rca contenente sette tubi da ripresa, che acquistai per 400 lire da un rigattiere di via Cigna. Allestimmo uno studio con telecamere e mixer video. Tre ore di programmazione ogni sera, a partire dalle 19. Conservo ancora l'autorizzazione a trasmettere rilasciataci dal ministero delle Poste e Telecomunicazioni. I negozianti di via Po avrebbero voluto comprare gli spot. L'esaltante esperienza venne fatta cessare d'imperio dai nostri genitori dopo che avevamo perso l'anno scolastico per dedicarci a quest'avventura».

Com'è riuscito a scoprire che l'intercettazione eseguita nel bar Mandara era stata manipolata?
«Ascoltandola micron per micron. Vede, per essere attendibile, un'intercettazione ambientale deve iniziarsi e concludersi senza interruzioni. E quella annunciata come decisiva nel processo a carico di Berlusconi e Previti presentava invece una sospensione, che avrebbe potuto essere di pochi secondi o di ore. L'interruzione fu confermata da un esperto che operava per Cia, Fbi e Dipartimento del Tesoro americano. Scoprii anche che la registrazione consegnatami dal pm Boccassini non era di seconda generazione, bensì di terza».

Che significa?
«Che non era stata ottenuta dall'originale, mai rintracciato, ma da una copia. Tralascio, per carità di patria, ogni commento sul Cd-rom contenente l'intercettazione che il maresciallo Daniele Spello, collaboratore del pubblico ministero, avrebbe spezzato serrando le ginocchia per non farlo piombare sul pavimento. Noi periti non riuscimmo a rompere un compact disc neppure usando le mani. E, nonostante vari tentativi, nessuno fu così pronto di riflessi da bloccarlo fra le proprie gambe mentre veniva lasciato cadere al suolo».

Perché le intercettazioni penalmente irrilevanti non si distruggono subito?
«Per il dubbio che lo diventino in futuro. Da questo punto di vista ritengo che la Procura di Palermo sia stata diligente nell'aspettare prima di distruggere quelle in cui per caso fu registrato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al telefono col senatore Nicola Mancino».

In fase di trascrizione sono possibili errori e alterazioni?
«Certo. Mi capitò d'esaminare un'intercettazione fra due soggetti trascritta così: “Senti, vieni da me?”. L'altro rispondeva: “(Interferenza). Vengo”. Ma quell'interferenza, anatomizzata in profondità, nascondeva un “non”. La trascrizione corretta fu: “Non vengo”».

Chi passa ai giornali i verbali delle intercettazioni, secondo lei?
«Dicevano i latini: “Cui prodest?”. A chi giova che finiscano sui giornali?».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

I mille volti dei droni: dalla guerra a Kabul a spie su Hollywood

La Stampa

Paparazzi, detective e pompieri: ormai servono a tutti

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Sui droni militari ormai sapete tutto: pattugliano dal cielo i territori infestati dai terroristi, come Pakistan, Afghanistan o Yemen, e li colpiscono dall’alto eliminandoli con precisione millimetrica. Qualche volta ci sono «danni collaterali», civili coinvolti, cittadini americani uccisi, e quindi polemiche, che stanno frenando anche la conferma del nuovo capo della Cia John Brennan. La vera novità, però, è che a breve questi oggetti volanti senza pilota invaderanno anche i nostri cieli, per decine di usi privati e civili. Qualcuno ci vede la minaccia di una società controllata come il Grande Fratello; altri pregustano vantaggi così utili per tutti, che sarà impossibile opporsi.

Il primo passo operativo lo ha compiuto giovedì scorso la Federal Aviation Authority, avviando la pratica per individuare sei siti dove si terranno i test per la sicurezza dei droni civili e militari. La decisione è stata presa per obbedire alla legge già approvata un anno fa dal Congresso, e firmata dal presidente Obama, che obbliga la Faa ad aprire i cieli americani al volo di questi apparecchi entro il settembre del 2015. Le stime variano, ma gli esperti del settore prevedono che entro il 2018 almeno 30.000 droni circoleranno in tutto il mondo, di cui la metà negli Stati Uniti. Al momento è un’industria che vale 6,6 miliardi di dollari, ma secondo la Faa potrebbe salire a 90 miliardi nel giro di un decennio.

La storia
I droni hanno un’origine militare, come del resto tante altre cose che oggi fanno parte della nostra vita quotidiana, a partire da Internet. I tentativi iniziali di svilupparli risalgono alla Prima guerra mondiale, ma l’accelerazione ci fu negli Anni Cinquanta, quando le esigenze di spionaggio legate alla Guerra Fredda spinsero l’Air Force a cercare alternative ad aerei come lo U2, che infatti venne abbattuto poco dopo sui cieli dell’Urss.

Giustizieri contro Al Qaeda
La tecnologia è sempre migliorata nel corso degli anni, e la guerra al terrorismo seguita agli attentati dell’11 settembre ha esaltato questo tipo di arma. Prima l’amministrazione Bush, e poi ancora di più quella Obama, hanno usato Predator, Reaper, Global Hawk e altri apparecchi per cercare i terroristi e colpirli. La conferma di Brennan a capo della Cia è frenata anche dal fatto che ha gestito i droni killer, utilizzati in alcuni casi anche per colpire cittadini americani passati con Al Qaeda, come Anwar al-Awlaki e suo figlio.

Di recente l’amministrazione ha fatto conoscere al Congresso le motivazioni giuridiche con cui giustifica queste azioni, e il modo in cui la Casa Bianca stabilisce la sua lista dei potenziali target. Le polemiche non finiranno presto, anche perché organizzazioni come l’American Civil Liberties Union e personaggi famosi come il professore nero di Princeton Cornel West, accusano il governo di aver commesso crimini di guerra. Ma il fatto che siano l’arma del futuro ormai è fuori discussione: basti sapere che il capo del Pentagono uscente, Leon Panetta, ha appena creato un’onorificienza militare speciale che non richiede atti di eroismo fisico, proprio per poter dare medaglie ai manovratori a distanza di queste macchine da guerra.

Guardiani di mandrie
Anche Internet, però, era stato sviluppato dall’agenzia Darpa per garantire le comunicazioni in caso di attacchi nucleari, e adesso lo usiamo per comprare i cereali dei bambini dal supermercato virtuale Fresh Direct. Allo stesso modo, i potenziali usi civili dei droni sono sterminati: controllo dei campi agricoli per irrigarli meglio e delle mandrie di bestiame, gestione del traffico automobilistico e della rete elettrica, distribuzione di informazioni ai pompieri in caso di incendi, mappature, e poi anche pattugliamento dei confini, caccia ai criminali, e magari scatti scabrosi per i paparazzi. 

L’Fbi e Occupy Wall Street
Questo genere di impieghi, in realtà, è già cominciato, anche in Italia. Non parliamo solo dei fotografi d’assalto, ma anche dei Sixton-A della Alpi Aviation usati per perlustrare le zone colpite dal terremoto in Emilia, o dei droni che volavano sopra il quartiere San Salvario di Torino per contrastare lo spaccio della droga. Negli Stati Uniti le missioni private sono vietate, e finora la Faa ha dato solo 345 permessi speciali, che sono andati ad agenzie governative, centri di ricerca e dipartimenti di polizia. Per esempio, il Customs and Border Patrol ha nove Predator che usa per pattugliare il confine col Messico, e intende portarli a 24 entro il 2016. Nell’arco di soli sei anni, sono serviti a sequestrare 20 tonnellate di droga e arrestate 7.500 persone. 

Su questo esempio, anche grazie ai finanziamenti offerti dal Department dell’Homeland Security, la Canyon County dell’Idaho ha acquistato per 33.400 dollari un Draganflyer X-6 con telecamera, la Mesa County del Colorado ne ha preso per 14.000 un modello più piccolo, e il Seattle Police Department ha investito 41.000 dollari nel suo Draganflyer X-6, che però nel frattempo il sindaco ha restituito dopo le proteste dei cittadini. Il capo della polizia di New York, Ray Kelly, ha detto che li vuole, ma forse li ha già usati con l’Fbi per controllare le proteste di Occupy Wall Street. Anche l’ormai defunto giornale di Rupert Murdoch «Daily» è stato accusato di averli adoperati illegalmente, per riportare sulle inondazioni nel Sud degli Usa. 

Il futuro prossimo
Un sito per i test è già operativo alla New Mexico State University, e le regole attuali prevedono che i droni devono dimostrare di essere sicuri, volare lontani dagli aeroporti a non più di 122 metri di altezza, e rimanere sempre in contatto visivo con chi li gestisce. Il primo passo per lo sviluppo commerciale futuro sono proprio questi controlli programmati dalla Faa, per evitare incidenti. I droni infatti non hanno piloti a bordo che possano vedere gli aerei all’ultimo istante, e i meccanismi Gps che regolano le loro rotte possono rompersi o essere boicottati da chi vuole combinare guai. Quelli militari, infatti, sono criptati e quindi sicuri: quelli civili potrebbero essere manomessi da un qualsiasi hacker. I droni più piccoli pesano 25 chili, ma cadendo su una città o investendo un aereo di linea possono comunque fare danni e uccidere, anche se non sono armati. 

In North Carolina, per esempio, dei cacciatori ne hanno abbattuto uno, scambiandolo per un uccello. L’altro problema centrale, ovviamente, è la privacy. Nelle settimane scorse Charlottesville, in Virginia, è diventata la prima città americana a vietare i droni, e molti Stati, dal Montana all’Arizona, stanno limitando e regolando il potenziale uso. La stessa Faa ha elaborato un codice etico per garantire i cittadini dalle intrusioni, ma ormai il Grande Fratello vive già con noi, e difficilmente il suo spettro basterà a fermare i droni.

L'affetto del Papa per il maggiordomo infedele che si impegna al silenzio

La Stampa

vatican

Benedetto XVI ha rafforzato il suo sostegno morale e spirituale a Paolo Gabriele e alla sua famiglia dopo la concessione della grazia

GIacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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E' pronto in Curia l'accordo formale che impedirà al "corvo" di rivelare al mondo i suoi segreti vaticani. Mentre vengono rese note le parole di Benedetto XVI al suo biografo riguardo il proprio sconcerto per il furto dei documenti dal proprio appartamento ("la psicologia di Paolo Gabriele mi è incomprensibile"), la Santa Sede "blinda" la verità dell'ex aiutante di camera del Pontefice.

A giorni l'ex maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele firmerà alcune carte messe a punto dall'ufficio legale del Vaticano attraverso cui si impegna a mantenere il silenzio su quanto a lui noto a motivo del suo passato servizio presso l'Appartamento papale. "Non potrei dire che io sia caduto in qualche sorta di disperazione o dolore universale. Mi è semplicemente incomprensibile. Anche se vedo la persona, non posso capire che cosa ci si possa aspettare. Paolo Gabriele è "molto turbato, addolorato e dispiaciuto per le dimissioni del Papa”, riferiscono, a Tgcom24 fonti vicine all’ex maggiordomo di Ratzinger, graziato dopo aver rubato documenti riservati del Papa. “Paolo è comunque molto sereno”, sottolineano.

"Non riesco a penetrare in questa psicologia", ha detto Benedetto XVI a proposito di Paolo Gabriele (il maggiordomo accusato di aver sottratto e divulgato le carte dalla scrivania della segreteria papale) in una conversazione di circa dieci settimane fa con il suo biografo Peter Seewald, pubblicata adesso sul magazine tedesco Focus. Il Pontefice dice anche di non essere stato "né spaesato né stanco" dopo Vatileaks. E aggiunge che era importate venisse "garantita l'indipendenza della giustizia, che un monarca non dicesse, adesso prendo io le cose in mano".

Dopo la concessione della grazia, Benedetto XVI ha continuato ad avere contatti e rapporti con il suo ex maggiordomo Paolo Gabriele, dimostrando a lui e alla sua famiglia interessamento e grande affetto paterno. Dopo quanto rivelato oggi dal biografo del Papa Peter Seewald, al magazine tedesco Focus, circa la difficoltà per Ratzinger di comprendere la psicologia dell'ex maggiordomo, fonti vaticane riferiscono all'agenzia Ansa che dopo l'incontro a tu per tu alla vigilia di Natale al momento della concessione della grazia, Benedetto XVI "ha avuto modo più volte di non far mancare, nonostante tutto, la sua vicinanza a Gabriele e alla famiglia". Inoltre, sempre secondo quanto si apprende, si è definita in questi giorni la questione dell'abitazione di Gabriele.

A breve, l'ex maggiordomo lascerà l'appartamento nella palazzina vaticana per trasferirsi in un altro fuori delle Mura Leonine. Vatileaks, vale a dire la vicenda del furto di documenti riservati dagli appartamenti del Pontefice, ha caratterizzato gli ultimi mesi della vita del Vaticano. La Santa Sede è stata messa a dura prova da una vicenda complicata che ha avuto poi la sua conclusione nei due processi ai due imputati Paolo Gabriele, l'ex assistente di camera del Papa e Claudio Sciarpelletti, il tecnico informatico della Segreteria di Stato condannato per favoreggiamento. La storia del cosiddetto "corvo" si è chiusa in due fasi successive, due processi e due sentenze: prima con la condanna di Gabriele a un anno e 6 mesi e successivamente con la concessione della "grazia" da parte del Papa. In un secondo momento Sciarpelletti è invece stato condannato a quattro mesi ridotti poi a due con la condizionale.

Tanti sono stati i problemi che ha dovuto affrontare Benedetto XVI: dalle accuse di pedofilia che hanno investito diversi esponenti ecclesiastici, con il "caso Irlanda" fino al ciclone "Vatileaks". Senza dimenticare le vicende che hanno scosso la Torre di Niccolo V, sede dell'Istituto Opere Religiose (Ior), la banca del Vaticano, che ha dovuto attendere nove mesi prima di conoscere il successore di Ettore Gotti Tedeschi. Soprattutto il 2012 è stato un "annus horribilis" per Papa Ratzinger e la Chiesa: 12 mesi segnati, come ha rilevato l'Osservatore romano, «da ombre ma anche da luci».

A Sanremo va in onda la prova generale della sinistra al governo

Giuliano Ferrara - Dom, 17/02/2013 - 08:15

La Littizzetto attacca il maschilismo occidentale e si scorda le violenze dell'Islam: è il trionfo del regime che ci aspetta


La poetessa Sylvia Plath, che conosceva l'umanità e se ne doleva, scriveva che «ogni donna ama un fascista». La Littizzetto, che usa l'umanità per divertirsi al botteghino delle idee facili, al primo buffetto («Se non ora, quando?») va dal magistrato a denunciare quello stronzo che l'ha toccata.


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Io odio la violenza sulle donne, non sono disposto a perdonarla per alcun motivo, e per questo non ho mai capito come la sinistra internazionale radical chic abbia potuto trovare in fondo elegante e amabile («Che peccato, che peccato quella storiaccia nell'albergo») quel tipo di predatorio, di rapace del sesso, che è il loro idolo nascosto Dominique Strauss Kahn, mentre ha dannato gli scherzi da cherubino e le malandrinate cochon del dolce e gentile Silvio Berlusconi.

Non ho mai capito come possano le varie Littizzetto accogliere senza il vaglio della loro identità universalistica il particolarismo islamico, la religione civile fondata sull'esclusione della donna dai diritti non familiari, e sulla divinizzazione del potere brutale del capo famiglia sulla sua compagna o sulle sue compagne di sesso femminile, eppoi darsi allegramente alla denuncia del maschilismo occidentale.

Odio quella violenza, ma anche per le ragioni ora ricordate sento che la campagna sul femminicidio, come quella sui matrimoni gay, come quella sull'omofobia, come ieri quella sul diritto di avere figli o sul diritto di morire, è solo parte di un gigantesco movimento nella direzione del banale universale che anche in Italia, dove il fondo cristiano-cattolico aveva fino adesso funzionato da revulsivo, sta per trionfare definitivamente.

Sanremo è stata la prova generale del regime politicamente e ideologicamente corretto che ci aspetta. Con l'eccezione del grandissimo Tony Renis e del suo amico Celentano quando ancora era Celentano (ricorderete la danza provocatoria all'insegna del motto sovversivo da clan a clan: «Anch'io ho amici criminali»), il Festival della città dei fiori è sempre stato una cerimonia di cementificazione edificante delle coscienze, un andare a letto sicuri di essere nel giusto di stato, garantito da mamma Rai.

Ieri il giusto erano i mutandoni delle ballerine, l'innocenza canora di Non-ho-l'età, e altre bellurie di vario genere; oggi è l'amore gay, con il matrimonio per traguardo, e la elezione delle donne a idolo della piazza mediatica, ma solo se vittime virtuali, solo in un simbolo dei buoni sentimenti e dell'edificazione progressista.

Ma il mondo è più complicato. Il poeta scrittore e artista maledetto Jean Genet scriveva che «violenza e vita sono pressappoco sinonimi», ciascuno di noi sa che l'amore non sopporta il controllo di legalità dei chierichetti della religione di massa del contemporaneo, quelli che stanno sempre a celebrare una strana e insincera messa cantata all'insegna del bene sociale, ma hanno scarsa dimestichezza con i concetti di bene e di male morale.

L'amore potrà essere indotto a dire tutti i suoi nomi, anche quelli più risibili che le leggi matrimoniali di nuovo conio consentiranno ai coniugi omosessuali, ma sarà sempre bene attento a nascondere la sua realtà. Ma come si fa dopo le omelie banalizzanti di Fazio & Littizzetto, dopo la prevedibile distruzione di ogni ironia e di ogni civiltà che si annuncia nel testo di una legge Bersani contro l'omofobia, a continuare, non dico ad amare in libertà, non importa il sesso dei contraenti il patto d'amore, ma anche solo a leggere Madame Bovary o Anna Karenina?

Come si fa a far traslucere il mondo di stupidità ipercorretta e poi pretendere di formarsi categorie adulte, intelligenti, per afferrarlo, per capirlo, per viverci? Una donna non si tocca nemmeno con un fiore. Non bastava il proverbiale e aristocratico e forse patriarcale riconoscimento dello status femminile assoluto? No, ci voleva il piccolo tribunale di piazza mediatico, ci voleva la prolusione della bontà socializzata e venduta come un pannolino. Questo ci voleva per edificare il regime prossimo venturo.

Via al 4G e Apple "spreme" Google

Nicola Porro - Sab, 16/02/2013 - 16:11

Prendiamoci una licenza tecnologica. Per una settimana parliamo di telefonini e smartphone. E lasciamoci alle spalle la finanza


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Prendiamoci una licenza tecnologica. Per una settimana parliamo di telefonini e smartphone. E lasciamoci alle spalle la finanza, il consiglio di amministrazione di Telecom che lunedì decide su «La7», mezza industria italiana sotto inchiesta e una Borsa che arresta (sì certo non proprio lei) un millantatore come Proto e si dimentica di BlackRock, che coincidenza delle coincidenze, vende le azioni Saipem (come anticipato proprio da questa Zuppa) solo un giorno prima del loro crollo sui mercati.

Lasciamo perdere pure Fastweb che di tecnologia se ne intende, i cui manager sono stati accusati di associazione a delinquere con persone con cui, secondo la stessa accusa, non hanno mai preso un caffè: si potrebbe definire associazione a delinquere di quarto grado. Insomma parliamo per poche righe dell'unica cosa che non abbandoniamo mai: il telefonino.

Vodafone e Telecom sono partiti con il 4G. Sui telefoni Tim trovate scritto «4g» e su quelli Vodafone «Lte». Ma la sostanza non cambia: per ora il download dei dati va come una lippa. E certamente meglio della rete wifi che avete in azienda. Con due piccoli problemini: indoor, cioè sempre, le mura fanno da filtro e solo alcuni quartieri di poche città sono cablati. I veri tecnomaniaci non possono più farne a meno. Ma in prospettiva viene da chiedersi a che diavolo servirà la rete fissa.

Lo sport fa male. Una società americana che si occupa di assicurare i vostri gingilli ha fatto una ricerca niente male: 23 milioni di americani rompono il telefonino assistendo alle partite dei loro sport preferiti. Ma ecco la classifica degli incidenti:

1) La caduta normale dalle mani: 33 per cento.
2) I liquidi, l'evento più frequente è che vi cada nella toilette: 18 per cento.
3) Il telefonino cade nella birra (si proprio la fantozziana birra davanti alla televisione): 13 per cento dei casi.
4) La caduta isterica, perché vi siete arrabbiati o state godendo come dei pazzi: 12 per cento.
5) Solo l'8 per cento per la caduta del telefonino dal tavolo.

Insomma, questi demenziali cinque motivi sono un vero affare per le case produttrici di telefonini: che da una parte fanno gli spot durante i grandi eventi sportivi e dall'altra sanno che la vostra squadra del cuore è il maggior rischio che corrono per la loro sopravvivenza (dei telefonini, si intende). Meditate gente, meditate.

Ma i veri geni sono, come spesso avviene quelli della Apple. Un analista di Morgan Stanley, Scott Devitt, scartabellando tra i bilanci dell'azienda si è accorto di un ricavo inatteso. E che arriva dal motore di ricerca, Google. È pari a un miliardo l'anno: mica male. Anche perché la società dell'iPhone non deve fare nulla: se non preimpostare nei suoi smartphone, Google, come motore di ricerca. E loro pagano. O forse anche noi.

Molti dannati del volo Roma-Milano o viceversa si sono installati il Flightradar24. Una piccola applicazione per telefonini. Versione pro. Fornisce nome e cognome del volo (cioè la sigla Az, che è quella che interessa), posizione sulla carta geografica dello stesso, altezza e velocità. Un piccolo tic mentale (simile a quello di Ruzzle) per vedere se a loro tocca «il ritardato arrivo dell'aeromobile» o è una palla inventata dalla compagnia per giustificare un ritardo alla partenza. I maniaci lo accendono ancora in volo, cosa vietatissima, per sentirsi un po' piloti.

Incontro ravvicinato con «2012 DA14» L'asteroide fotograto dall'Italia

Corriere della sera

Secondo i calcoli è il più grande corpo celeste mai passato così vicino alla Terra




MILANO-Mentre il mondo era sorpreso per il piccolo asteroide caduto in Russia nella regione degli Urali, alle 20.25 ora italiana un secondo asteroide (2012 DA14) sfiorava la Terra da appena 27.600 chilometri. E mentre il primo è giunto all’improvviso senza che nessuno se ne accorgesse, il secondo ben più grande era stato scoperto l’anno scorso e la sua traiettoria era seguita con attenzione da mesi. I calcoli dimostravano che si trattava del più grande oggetto conosciuto passato così vicino al nostro pianeta.

VISTO DA ASIAGO-Dall’osservatorio Gingin nell’Ovest dell’Australia sono giunte le prime immagini del corpo celeste. Durante il suo transito, lambendo la Terra da sud verso nord, l’asteroide è stato fotografato (traccia bianca dell’immagine) anche con il telescopio Schmidt 67/92 dell’Osservatorio dell’Inaf a Cima Ekar, ad Asiago, dagli astronomi Paolo Ochner e Domenico Nardiello. Con questo telescopio era stata effettuata nel recente passato un campo di ricerca e osservazione dei piccoli corpi celesti assieme all’agenzia spaziale tedesca Dlr. Lo strumento è dotato di una particolare sensibilità, necessaria, appunto, per riuscire ad osservare le esili tracce celesti.

Nel suo incontro ravvicinato il «2012 DA14» è stato nuovamente misurato confermando la taglia di 45 metri e valutando la sua velocità in otto chilometri al secondo, meno della metà dell’asteroide caduto al mattino in Russia che era di 18 chilometri al secondo. «Ma abbiamo analizzato le traiettorie dei due corpi celesti – ha sottolineato Paul Chodas del Near-Earth Object program office al Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa – e fra loro non c’era alcun legame: solo una coincidenza cosmica e per questo il 15 febbraio è stata una giornata eccitante. Nelle statistiche rimarrà un record perché due eventi di per sé rari si sono manifestati invece nello stesso giorno».

LO STUDIO SUI «NEO»-Questo ha dato, ovviamente, l’opportunità di studiare da molto vicino uno dei 9.604 corpi celesti battezzati NEO (Near Earth Object) proprio perché la loro orbita li porta nel nostro circondario. Di questi 1.381 sono considerati potenzialmente pericolosi (PHA, Potentially hazardous asteorids) perché se intervenisse una piccola variazione di traiettoria potrebbero caderci addosso. Ma anche i NEO possono diventare PHA e minacciare il pianeta. Tutti gli asteroidi, infatti, date le loro dimensioni contenute sono influenzati nel loro transito dalla forza dei gravità dei pianeti. «Asteroidi della taglia del 2012 DA14 potrebbero cadere sulla Terra una volta ogni 1200 anni – ha ricordato Don Yeomans, esperto del settore al Jpl della Nasa dopo il transito – innescando una catastrofe globale analoga a quella che ha annientato i dinosauri 65 milioni di anni fa. L’energia liberata dallo scoppio sarebbe di 2,5 megaton vale a dire una potenza 150 volte superiore alla bomba atomica di Hiroshima».

Giovanni Caprara
16 febbraio 2013 | 19:47

Niente sesso e tanta rabbia Così gli arabi fanno la rivolta

La Stampa

Non c’è lavoro, i giovani non hanno soldi per sposarsi e trovano sfogo nella piazza
francesca paci
roma


Cattura
C’era qualcosa d’inespresso nelle piazze che due anni fa a Tunisi come al Cairo, a Bengasi come a Sana’a o Homs, urlavano la loro rabbia contro i tiranni. C’era l’ambizione alla parola negata, l’esaurimento delle speranze esistenziali, l’urgenza di libertà, ma c’era anche un compressissimo desiderio erotico simile a quello del carabiniere Ciccio Ingrassia che nel celebre «Amarcord» di Fellini si arrampica sull’albero per gridare «Voglio una donnaaa!». A sostenerlo è l’immunologa, giornalista e consulente Onu Shereen El Feki che nel saggio «Sex and the Citadel: Intimate Life in a Changing Arab World» indaga il background culturale egiziano e trova i semi della rivoluzione di Tahrir, il disagio sociale, la frustrazione politica e la repressione sessuale alla prova dello scontro esiziale tra globalizzazione e morale islamica. 

«Voglio sposarmi, ne ho bisogno, ho 27 anni e non posso più vivere con i miei accontentandomi di internet» ammetteva l’architetto disoccupato Shadi Hassan durante le proteste precedenti alla caduta di Mubarak. Un caso da manuale, secondo l’attivista e scrittore egiziano Ashraf Khalil che nel libro «Liberation Square» ha raccontato le tappe della strada per Tahrir. A cominciare, spiega, dal ritorno in auge della popolare pellicola del 2000 «Cultural Movie» in cui tre amici 28enni, laureati e senza lavoro, cercano un posto per vedere un porno nel Paese ancora privo di web: «È una specie di “Porky’s” ma è anche un film sociologico. I tre abitano con i genitori in uno stato d’infanzia sospesa, non guadagnando non potranno mai risparmiare soldi per una casa, non potranno mai sposarsi, non potranno mai avere un rapporto fisico e alla fine non riescono neppure a guardare la pellicola. Quante volte durante la rivoluzione ho incontrato ragazzi così».

Che peso hanno avuto gli ormoni nella spallata del 2011 allo status quo? Alcuni anni fa la rivista Foreign Policy intitolò «Geopolitica della frustrazione sessuale» l’inchiesta sugli uomini asiatici che, a corto di mogli, sublimavano la solitudine votandosi al nazionalismo radicale. In seguito il politologo Ian Buruma ipotizzò un legame tra repressione sessuale e terrorismo islamico, una tesi cara anche all’orientalista Bernard Lewis e in apparenza confermata dal 23enne nigeriano Umar Farouk Abdulmatallab, pronto a saltare in aria sul volo per Detroit a Natale 2009 dopo aver confidato alla Rete le ansie e i turbamenti di un single coatto. Nel mondo arabo-musulmano in realtà le donne ci sono, ma restano confinate in un altrove che alimenta desiderio, paura e un’aggressività spinta fino alle molestie tristemente frequenti nella Cairo post ma anche pre Faraone.

«A conti fatti la Primavera Araba è stata la manifestazione politica di una frustrazione culturale» osserva Chloe Mulderig, ricercatrice della Boston University e autrice dello studio «Adulthood Denied: Youth Dissatisfaction and the Arab Spring». Con un giovane tra i 15 e i 24 anni ogni 5 abitanti, un livello di educazione alto ma scadente e un tasso di disoccupazione prolungata intorno al 10,3% (con punte del doppio tra i ragazzi, soprattutto laureati), i Paesi nordafricani e mediorientali coltivano una gioventù destinata a languire nella pre-maturità. «È solo con il matrimonio che l’adolescenza raggiunge lo stato adulto» ragiona l’antropologa

Diane Singerman aggiungendo che da qualche anno, causa il caro-vita (una cerimonia nuziale in Egitto costa fino a 6mila dollari), l’età del matrimonio nei Paesi arabi si è spostata a 31 anni per i ragazzi e 23 per le ragazze: un ritardo nel riconoscimento sociale e religioso ma anche nella maturazione «fisica», giacché il sesso extra coniugale è un super tabù islamico (da un po’ di tempo vanno forte i matrimoni «urfi», sorta di contratti sociali sotto l’egida coranica per assaggiare i piaceri del talamo evitandone gli oneri finanziari) .Se aveva ragione Marcuse a leggere nella rivoluzione sessuale il presupposto alla liberazione sociale, i ragazzi di Tahrir, come quelli in rivolta in Tunisia e in mezzo mondo arabo, hanno invertito le priorità. Di certo, tangibilmente, la loro missione è tutto fuorché compiuta.

twitter @frapac71