giovedì 14 febbraio 2013

Google, nuovo caso privacy: se acquisti un'app lo sviluppatore riceve tutti i tuoi dati personali

Corriere della sera

Dan Nolan, che ha segnalato la cosa: «Potrei rintracciare e molestare gli utenti che hanno lasciato recensioni negative»

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Basta comprare un'applicazione su Google Play, l'app store di Google, e lo sviluppatore riceve tutti i dati dell'acquirente: nome, cognome, indirizzo ed email. La notizia arriva da un sviluppatore australiano, Dan Nolan che sul suo blog racconta: «Oggi ho deciso di accedere al mio account Google Play per aggiornare i miei dati di pagamento e ho trovato una cosa assolutamente folle: se hai acquistato la mia applicazione ho la tua mail, l'indirizzo, e in molti casi il tuo nome completo».

RISCHIO RITORSIONI - Insomma, al momento dell'acquisto insieme al denaro si consegnano anche tutti i nostri dati. Niente di nuovo, diranno gli esperti, anche PayPal scambia i dati tra acquirente e venditore ma, nota Nolan, nel caso delle applicazioni «con le informazioni che ho a mia disposizione potrei rintracciare e molestare gli utenti che hanno lasciato recensioni negative o richiesto il rimborso per l'acquisto dell'app».

È TUTTO SCRITTO - Sempre secondo lo sviluppatore poi un'altra pecca del sistema di pagamento è che al momento dell'acquisto Big G non avverte il cliente di questo trasferimento dei dati e il motivo è semplice: è tutto specificato nei termini di servizio che abbiamo sottoscritto al momento dell'iscrizione. «Google potrebbe dover comunicare le informazioni personali dell'utente, quali il nome e l'indirizzo email, ai Fornitori per consentire l'elaborazione delle transazioni dell'utente e/o l'offerta dei Contenuti all'utente», si legge nel documento, che prosegue: «Google ha concordato con i Fornitori che utilizzino tali informazioni nel rispetto delle norme sulla privacy». Come conferma un portavoce di Google al Corriere.it: «Nel momento in cui si decide di vendere un'applicazione su Google Play si aderisce alle norme sulla privacy del servizio». Siamo insomma nel campo della fiducia reciproca: l'acquirente cede i suoi dati a uno sviluppatore che ha accettato di usarli nel pieno rispetto della privacy. Se poi non lo farà peggio per noi. Esattamente come nella realtà.


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COME NELLA REALTÀ - Una conferma di questo parallelo tra mondo reale e digitale arriva anche da Gigi Tagliapietra, presidente del Clusit, l'Associazione italiana per la sicurezza informatica. «La Rete è la copia del nostro mondo, non dobbiamo aspettarci delle situazioni salvifiche o totalmente tutelanti solo per il fatto che ci affidiamo ai computer, che nel nostro cervello rappresentano la certezza - racconta al Corriere.it -. Anche quando si compra una lavatrice il venditore acquisisce tutti i nostri dati e potrebbe usarli per eventuali ritorsioni, per non parlare del cameriere che al ristorante prende la nostra carta di credito. Potrebbe clonarla o acquistare qualcosa a nostra insaputa».

IL FEEDBACK PRIMA DI TUTTO - Visto che le regole non aiutano gli utenti, meglio aiutarsi da soli. Il consiglio è di leggere sempre i commenti degli acquirenti, che costituiscono già un buon filtro per dividere i buoni dai cattivi. E poi, a differenza del mondo reale, in Rete abbiamo un potere in più: la nostra voce. I venditori di app come di qualsiasi altro oggetto fisico sanno quanto pesa un feedback negativo quindi impariamo ad usarla e la Rete sarà sempre più libera da malintenzionati.

Alessio Lana
@alessiolana14 febbraio 2013 | 19:00

Socci: vi spiego chi sono i nemici del Papa

Libero

Il Corriere dà voce agli anonimi che in Curia temono di perdere il posto e parlano di ferita mortale al soglio di Pietro. Ma la lezione di libertà del Papa è la migliore garanzia per il futuro

di Antonio Socci



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Perché una corazzata come il Corriere della sera sta così amplificando il presunto smarrimento della Chiesa in seguito alle dimissioni del Papa? Ieri l’apertura della prima pagina strillava: «Tutte le insidie di un interregno. Ansia e timori tra i cardinali “Ora va fermato il contagio”».

Non si capisce a che tipo di contagio ci si riferisca. C’è forse un’epidemia di peste in Vaticano? O di gotta? O di lebbra? O forse al Corriere temono che a cascata vi sia una sequela di dimissioni? Magari. Del resto le dimissioni del Pontefice azzerano automaticamente tutte le cariche. È forse questo il problema?

Spero che la scelta “interventista” del Corriere non sia una replica – in grande – dell’«operazione Todi» con cui il quotidiano di via Solferino teleguidò dove voleva le organizzazioni cattoliche nell’autunno 2011. Fu un successone per il giornale di De Bortoli. Ma una catastrofe per i cattolici. Torniamo a ieri. Non so chi sia l’anonimo ecclesiastico che avrebbe dichiarato a Massimo Franco: «Queste dimissioni di Benedetto XVI sono un vulnus; una ferita istituzionale, giuridica di immagine. Sono un disastro».

Franco sostiene che l’anonimo monsignore sarebbe «uno degli uomini più in vista della Curia». Io ho i miei dubbi. Comunque se davvero un monsignore importante di Curia attacca così il Papa (e sui giornali, sotto anonimato, cioè tirando il sasso – al Pontefice a cui dovrebbe lealtà – e nascondendo la mano) si capisce perché Benedetto XVI ha dovuto soffrire tanto in questi anni. E si capisce perché si è dimesso per aprire la strada a un Papa forte, energico, che metta in riga tanti bei soggettini del genere. Che sono braccia rubate all’agricoltura e andrebbero mandati a faticare raccogliendo pomodori.

Anche perché non si vede come si possa definire «vulnus, ferita istituzionale e giuridica», una possibilità come le dimissioni perfettamente prevista dal Codice di diritto canonico. Si ha piuttosto l’impressione che i monsignori anonimi che attaccano il Papa siano quelli che temono di perdere peso. E che la buttano in caciara per salvare qualche cadrega. Il Corriere titolava l’articolo di Franco con questa assurda formula: «La Chiesa teme la “ferita” al ruolo del Pontefice». Sposando così le fantasiose teorie di Scalfari su Repubblica. Ma non c’è nessun uomo di Chiesa serio e ferrato nella dottrina che può affermare una tale baggianata. Perché la sacralità, o meglio l’essere «Vicario di Cristo» e l’«infallibilità» sono prerogative del ministero petrino, non della persona momentaneamente incaricata.

E il gesto di umiltà di Benedetto XVI - così raro in un mondo dove ci si sbrana per conquistare potere - ha proprio lo scopo di esaltare il ministero e mettere in secondo piano se stesso, ovvero la persona che si trova a portare questa responsabilità. Per lo stesso motivo il grande don Bosco correggeva i suoi ragazzi che gridavano «Viva Pio IX» dicendo loro: «Bisogna dire: Viva il Papa!». E si badi bene che lui era un convinto ammiratore di Pio IX. Il presunto ecclesiastico anonimo poi si mette anche a teorizzare il «virus» che sarebbe stato scatenato dal Pontefice: «Se passa l’idea dell’efficienza fisica come metro di giudizio per restare o andare via, rischiamo effetti devastanti.

C’è solo da sperare che arrivi un nuovo Pontefice in grado di riprendere in mano la situazione, fissare dei confini netti, romani, impedendo una deriva». È la conferma che questo «prelato» anonimo è soprattutto preoccupato  della cadrega. È evidente che non può capire uno come Joseph Ratzinger che mette l’amore di Dio e della Chiesa sopra a tutto e si fa liberamente da parte, rinunciando al pontificato per il bene della Chiesa. Ma il ragionamento dell’anonimo fa acqua anche da un punto di vista pratico. Perché Ratzinger ha semplicemente usato una possibilità già riconosciuta dal Codice di diritto canonico, non impone niente a nessuno dei suoi successori. Tanto meno a chi non ha una perfetta efficienza fisica.

Così come la decisione di Giovanni Paolo II di restare Papa anche durante la grave malattia (per testimoniare il valore della sofferenza) non è stata affatto vincolante per il successore. Entrambi hanno deciso con lo stesso cuore: l’amore per la Chiesa. L’anonimo del Corriere che lancia un apocalittico allarme per il «precedente» creato dalle dimissioni, dovute alla stanchezza dell’età, sembra non sia a conoscenza di una regola stabilita da Paolo VI e, questa sì, «dagli effetti devastanti» (per usare il suo linguaggio), perché obbligatoria, non facoltativa: il limite di età.

Sia quello dei vescovi (75 anni) sia quello per i cardinali, che dopo gli 80 anni non possono più entrare in conclave. E a prescindere dalla loro efficienza fisica (potrebbero anche essere in perfetta salute a 82 anni, ma non entrano). Questa è la regola già esistente. Invece Benedetto XVI non stabilisce nessuna nuova regola e nessun vincolo per nessuno. Che senso ha dunque - da parte del Corriere - alimentare tanto allarmismo e su dichiarazioni così assurde? Oltretutto il senso che a queste dimissioni è stato dato da Corriere e Repubblica è totalmente smentito perfino dai precedenti storici. Tanto per fare un esempio: Pio XII.

Era il 1954. Il Pontefice era gravemente malato. La fidata assistente suor Pascalina Lehnert, nel suo libro di memorie, Pio XII. Il privilegio di servirlo (Rusconi), alla pagina 199, riferisce quello che accadde: «“Mi dica la verità: crede veramente che potrò guarire e adempiere interamente la mia missione?”, chiese il Santo Padre al dottor Niehans. “Altrimenti - aggiunse, come inciso - mi ritiro senza esitazioni. Ho appunto terminato di completare il Sacro Collegio; i cardinali non si troveranno in imbarazzo nell’eleggere un nuovo Papa, perché di questi tempi può essere Papa solo qualcuno in grado di impegnarsi a fondo”».

Sembra lo stesso identico ragionamento di Benedetto XVI. In quel caso Pio XII guarì e dunque non ebbe bisogno di dimettersi, ma - come si vede dalle sue parole - era decisissimo a farlo. E senza alcun dramma. Anche Pacelli dunque «relativizzava» o «laicizzava» il papato, come scrivono oggi certi giornali? Al contrario, voleva proteggerlo.

Dunque niente allarmismo per il gesto del Papa. Casomai l’allarme va suonato per il fatto stesso che esistono ecclesiastici importanti in Curia che possono attaccare il Papa sui giornali e sotto anonimato. Questo sì che è un problema: la (mancata) fedeltà al Papa. E «il carrierismo», come Benedetto XVI ha denunciato a più riprese, l’ultima proprio ieri. Da questo punto di vista la lezione più bella e dirompente - quanto a libertà dal potere e dalle tentazioni mondane - il Pontefice l’ha data, a tutta la Chiesa, proprio con le sue dimissioni.

Come ha scritto don Julian Carron: «Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti... Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo».

Don Carron lancia anche un’esortazione importante ai cattolici: «Accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio. Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo».

Il monsignore anonimo («uno degli uomini più in vista della Curia») avrebbe fatto meglio a pregare così per il Papa e la Chiesa piuttosto che parlare – sotto anonimato - con i giornalisti per attaccare e screditare il Pontefice. 

www.antoniosocci.com

Ecco le foto dell'amicizia tra la sorella di Vendola e il giudice che l'ha assolto

Libero

Panorama rivela le relazioni pericolose tra Patrizia Vendola e il gup Susanna De Felice. Il leader di Sel querela


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Patrizia Vendola, sorella di Nichi, è stata sentita dai giudici in merito alla sua amicizia con Susanna De Felice, il giudice che nell’ottobre scorso ha assolto il governatore pugliese dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio. A rivelarlo è un articolo del settimanale Panorama, che racconta il giro di frequentazioni della sorella del leader di Sel, vicina a molti magistrati della procura di Bari, che poi ha assolto il governatore. Vendola, dal canto suo, smentisce e querela il settimanale della Mondadori.

Ma vediamo i fatti. Il 31 ottobre dello scorso anno Nichi Vendola viene assolto con formula piena dal tribunale di Bari «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di abuso d’ufficio in merito alla nomina di un primario dell’ospedale San Paolo. A puntare il dito contro il governatore era stata un’ex dirigente dell’Asl del capoluogo pugliese, Lea Cosentino, a suo tempo sollevata dal suo incarico proprio da Vendola. La richiesta dell’accusa nei confronti di Nichi è pesante: 20 mesi di reclusione. Vendola, che ha appena dato vita all’alleanza di centrosinistra insieme al Pd, però afferma con forza la sua innocenza: «Se verrò condannato, lascerò la politica», disse Nichi, prima di essere assolto.

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A dicembre, però, il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, apre un fascicolo proprio sulla De Felice, il giudice che ha assolto il governatore. Lo spunto arriva proprio dai due pm che hanno indagato Vendola: Desirèe Di Geronimo e Francesco Bertone. La Di Geronimo, tra l’altro, è stata per anni anche lei molto amica della sorella del governatore, come testimoniano alcune immagini su Facebook. E il 31 gennaio Patrizia Vendola viene convocata in procura per dare spiegazioni sulla sua amicizia con la De Felice.

Quello che vogliono capire è se tra le due donne, la sorella di Vendola e il giudice, esistesse un’amicizia che possa gettare ombre sulla sentenza di assoluzione del governatore. E davanti ai pm la sorella dei Vendola avrebbe ammesso la conoscenza con la De Felice, specialmente nel periodo dal 2004 al 2009, in seguito alle frequentazioni con Carofiglio e sua moglie, Francesca Pirrelli, altra pm del capoluogo pugliese. «Ho condiviso amici e feste con De Felice per diversi anni, con una cadenza di circa una volta al mese, fino al 2009. Dopo ci saremmo viste cinque o sei volte, non di più», ha detto Patrizia Vendola ai magistrati. Insomma, la frequentazione c’era, anche con il compagno della De Felice, il magistrato Achille Bianchi, anch’egli amico di Carofiglio e della moglie.

Nulla di male, per carità. Il problema, però, si pone se si viene a scoprire che un giudice che assolve una determinata persona è amica di colui che ha assolto o di un suo stretto familiare. E nell’inchiesta sarebbero saltate fuori anche delle fotografie che ritraggono allo stesso tavolo Vendola e, appunto, De Felice. «E’ possibile, ma si tratta di occasioni o episodi avvenuti molto tempo prima il processo nei confronti di mio fratello», ha spiegato la sorella di Vendola ai pm. Un intreccio che rischia di gettare un’ombra di sospetto sull’assoluzione del governatore pugliese ora impegnato nella campagna elettorale per le Politiche al fianco di Pier Luigi Bersani. Ma Vendola fermamente smentisce e querela Panorama.  «Ho dato mandato ai miei legali di sporgere denuncia nei confronti del settimanale Panorama, per il piccolo concentrato di fango, con cui, in linea con l'informazione berlusconiana, ha inteso colpirmi», afferma il governatore, annunciando il ricorso alle vie legali.

Ne beveva troppa, donna muore per overdose di Coca Cola

Libero

Una neozelandese, morta tre anni fa, era dipendente dalla bibita gassata. Ora il medico legale ha depositato le carte che inchiodano la multinazionale dei soft drinks


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Natasha Harris è morta tre anni fa. Ma le cause della sua morte sono rimaste oscure. Lei, 30enne di Invercargill, Nuova Zelanda, era deceduta per aver ingerito una quantità eccessiva di Coca Cola. All'inizio la verifica aveva dato esito negativo. Oggi però arrivano le conferme sulla causa del suo decesso. "Le bevande gassate – affermano gli esperti – sono state un fattore sostanziale nella morte della donna".

Natasha è deceduta per arresto cardiaco, dopo aver bevuto per lungo tempo fino a dieci litri al giorno di bibita. La quantità ingerita è il doppio della dose giornaliera massima consentita di caffeina, e undici volte superiore quella di zuccheri. La compagnia si è difesa dalle accuse. Natasha, comunque aveva sofferto problemi di salute negli anni precedenti alla sua morte. La donna aveva sviluppato una vera e propria dipendenza per la bibita, arrivando a soffrire crisi d’astinenza simili a quelle di un tossicodipendente. Secondo David Crerar, medico legale, la continua assunzione della bevanda HA causato la perdita dei denti e un’aritmia cardiaca. 

L’assicurazione del veicolo è sospesa? Non si può circolare

La Stampa


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Circolare con un veicolo per il quale sia stata sospesa la copertura assicurativa equivale a circolare con un veicolo non assicurato (Cassazione, ordinanza 21571/12). Non rileva il fatto che successivamente la rata sia stata pagata e l’assicuratore abbia rinunciato ad avvalersi della sospensione. La circolazione di un veicolo per il quale sia stata sospesa la copertura assicurativa equivale, quanto alle conseguenze per i terzi danneggiati, alla circolazione con un veicolo non assicurato; il fatto che nel caso di specie la rata fosse stata successivamente pagata e l’assicuratore avesse comunque rinunciato ad avvalersi della sospensione non ha alcuna rilevanza, in quanto l’assicuratore non ha il potere di estinguere un illecito amministrativo già consumato.

L’uomo, inoltre, ribadisce il fatto che il contratto assicurativo aveva durata annuale: il pagamento semestrale sarebbe pertanto una mera modalità di adempimento concordata tra le parti, che non inciderebbe sulla durata della garanzia. Dal momento che questo secondo motivo di ricorso è sostanzialmente ripetitivo del primo, la S.C. non può fare altro che ribadire che l’illecito si è consumato con la circolazione del veicolo non assicurato (in quanto con assicurazione sospesa), prima della riattivazione dell’assicurazione: sono irrilevanti tutte le altre circostanze, compreso il fatto che l’assicurazione abbia comunque pagato il danno subito dall’assicurato. La rinuncia dell’assicuratore a far valere la sospensione della garanzia, infatti, non può influire sull’interesse pubblico a sanzionare la condotta: per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Fitto condannato e Vendola assolto dalla gip di famiglia

Gian Marco Chiocci - Gio, 14/02/2013 - 08:26

Il governatore fu scagionato da una giudice amica di sua sorella. L'ex ministro non ha quella fortuna

Ci sono politici e politici, sorelle e sorelle, magistrati e magistrati. Soprattutto a Bari. Fra i pm alcuni indagano il politico eccellente (l'ex governatore Fitto) e poi si buttano in politica (il pm Nicastro, diventato assessore con Vendola).

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Altri (il gip Susanna De Felice) pur frequentando assiduamente la sorella (Patrizia Vendola) di un indagato (Nichi Vendola) non sentono il bisogno di astenersi dal giudicarlo. Altri ancora, dopo aver indagato su Fitto, a detta dello stesso ex ministro hanno fatto carriera anche dentro quel Csm prossimo a trasferire la pm (Di Geronimo) che ha osato indagare su Nichi, chiedere 20 mesi di condanna, protestare per l'amicizia fra la gip e la sorella del governatore.

Tutto questo per dire che la condanna di Raffaele Fitto a 4 anni per corruzione, abuso d'ufficio e finanziamento illecito insieme all'imprenditore Giampaolo Angelucci del gruppo Tosinvest (3 anni e 3 mesi), non solo grida vendetta. Ma solleva perplessità su certe sentenze a orologeria, a ridosso del voto, e su certe commistioni fra toghe e politica evidenziate dal settimanale Panorama con un'inchiesta sulle «amicizie pericolose» della sorella del leader di Sel non solo con la gip che le ha assolto il fratello ma anche con la pm (Pirrelli, moglie del dell'ex pm, senatore pd, Carofiglio) che si occupa di reati contro la pubblica amministrazione. Ma dicevamo di Fitto, e di Angelucci. La seconda sezione del tribunale penale di Bari ha sancito che Fitto «è un emerito cretino»

(il copyright è dello stesso ex ministro Pdl) perché si sarebbe fatto dare da Angelucci una tangente da 500mila euro non dentro una valigetta, in contanti, su conti criptati o estero su estero. Ma facendosela accreditare con bonifico bancario prima di iscriverla regolarmente a bilancio come contributo elettorale per la lista collegata «Puglia prima di tutto». Una follia. L'autocertificazione di una tangente, dichiarata pubblicamente da chi eroga la dazione e da chi la riceve, inviata alla Camera e approvata dalla Corte dei conti, qualche dubbio avrebbe dovuto sollevarlo. Si dirà: ma la gara d'appalto per l'appalto sulla gestione di 11 Rsa (residenze sanitarie assistite) è stata viziata. No, non è così. Per i giudici è stata assolutamente regolare, così come la nomina dei componenti della Commissione. Perfino il dirigente responsabile dell'appalto alla fine è stato assolto.

Incassata la condanna l'ex presidente della Puglia se l'è presa sarcasticamente con la (sua) sorella «che non ha amici tra i giudici di Bari» al contrario di Patrizia Vendola il cui fratello (che ha querelato Panorama, il settimanale ha risposto confermando tutto, compresa l'intervista registrata alla sorella) si dimostra da sempre bene informato delle riservatissime cose giudiziarie: nel 2005 alla tv locale Telerama anticipò l'apertura di un'inchiesta appena avviata proprio su Fitto, anni dopo al suo assessore Tedesco rivelerà i contenuti di delicate intercettazioni coperte dal segreto. Altri tempi. Più di recente la sorella del Narratore delle Puglie è stata ascoltata a Lecce sui rapporti con la gip De Felice.

Ai pm avrebbe ammesso di conoscerla dal 2004, di aver condiviso feste e amici, di averla incontrata almeno una volta al mese: che fa cinquanta volte fino al 2009, dopodiché «al massimo cinque o sei volte». Patrizia Vendola ha ricondotto l'acrimonia della sua ex amica pm Di Geronimo al mancato intervento presso il fratello che avrebbe dovuto prendere provvedimenti contro l'ex direttore del policlinico barese dove lavorava l'ex compagno della stessa Di Geronimo. Ai pm leccesi Patrizia ha negato di essere stata a casa della gip, non ricorda bene, «ho improvvisi vuoti di memoria». E Nichi e la gip si sono mai incontrati? Patrizia non lo esclude: «Forse alla festa per i miei 40 anni, in una discoteca di Bisceglie del 2005. Oppure per i festeggiamenti dei miei 42 anni in una masseria di Monopoli». E tra una festa all'altra, in attesa di ulteriori toga-party, la festa l'hanno fatta a Fitto.

Se uno squartatore è libero in 10 anni

Cristiano Gatti - Gio, 14/02/2013 - 09:41

Nel luglio 2002 Jucker fece a pezzi la fidanzata. Fra patteggiamenti, indulti e buona condotta è uscito dal carcere

Mi rivolgo ai sessanta e rotti partiti in corsa al­le elezioni, alle coali­zioni ipotetiche e futuribili, ai movimenti populisti, alle socie­tà civili, alla mezza dozzina di candidati premier: c’è ancora posto, in questa lotta feroce in­cistata sull’Imu, per parlare di giustizia? Non intendo della giustizia che ogni tanto qualcu­no tira dentro per dovere d’ufficio,chi per disar­mare l’invadenza dei magistrati, chi per vendicar­si delle leggi ad personam: con tutto il rispetto, questo non è parlare di giusti­zia.

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È brutale rego­lamento di conti. Io intendo la giustizia supe­riore, che dovrebbe sacralizza­re la nostra convivenza, risol­vendo tutti gli attriti sociali, ap­prodo sicuro per gli offesi e per gli umiliati. Parlo in altre parole della giustizia che non c’è. Nel­l’insensibilità generale, sem­bra che la nuda cronaca si sia presa la briga di strattonarci per il bavero, sbattendoci sotto al naso l’assurdo,se vogliamo li­mitarci a chiamarlo così. Un as­surdo che dovrebbe quanto me­no inquietare, ma che invece abbiamo imparato ad accetta­re come normale e inevitabile: questo per dire a che livello sia­mo ridotti.

Le ultimissime dai palazzi di giustizia: Ruggero Jucker è già uomo libero. Il co­siddetto rampollo della Milano bene, che nel luglio 2002 fece scempio a coltellate della fidan­zata Alenya, lascia il carcere do­po dieci anni. Anche con lui, questa nostra giustizia bizanti­na e creativa si è comportata con la stessa logica filantropica di innumerevoli - troppi, veramente troppi - casi simili: trent’anni in primo grado,in ap­pello subito giù a sedici con il patteggiamento, quindi giù a tredici per indulto, quindi giù a dieci per buona condotta. Bin­go. In teoria sarebbe giustizia ta­glio umano e rieducativa, nien­te a che vedere con la giustizia tribale delle epoche fosche.

Nel­la realtà ha tutte le sembianze di una giustizia ipocrita e ruffia­na, che dispensa carinerie agli assassini e rabbia ai familiari de­gli assassinati. Meglio: ha tutti i connotati di un simpatico «Gio­chi senza frontiere», dove an­che il più crudele omicida può superare sbarramenti, conqui­stare punti e giocarsi jolly, pri­mo premio al più scaltro e vai con la sigla. In questo magico regno del­l’assurdo, si registrano poi coin­cidenze assurde. La stessa giu­stizia umana e comprensiva ha mostrato poco fa i canini a Fa­brizio Corona, il re dei cialtro­ni, il signore degli spacconi, il principe degli impiastri: sette anni per un volgare traffico di fo­to compromettenti e di ricatti sottobanco.

Per carità: se il me­tro di giudizio è la simpatia, qualcuno può pure sentirsi au­torizzato a rinchiudere Corona dentro lo Spielberg e a buttare via la chiave. Ma sarebbe ora di mettercelo bene in testa: que­sta non è giustizia. La giustizia è qualcosa di molto alto, molto raffinato, spesso molto doloro­so e indigesto, perché per sua natura contrasta con le nostre pulsioni e il nostro istinto. La giustizia giusta e sostanziale de­ve essere forte, salda, chiara. Do­mandiamoci: dieci anni a Juc­ker e sette a Corona ( diventasse­ro pure quattro o cinque), sul se­rio questa giustizia italiana non ha proprio nulla da rimprove­rarsi?

Non so se la nostra politica, che per l’ennesima volta va a rin­novarsi, sia ancora capace di af­frontare la questione. Certo c’è l’uso distorto delle intercetta­zioni, certo c’è la separazione delle carriere, certo c’è la parti­tocrazia nel Csm. Ma c’è qualco­sa di molto più complesso e di più urgente: il disperato biso­gno d’equità degli italiani. Siamo al punto che ormai la speranza non è più affidata alle sentenze, ma alla fantasia del destino.

Nel caso di Jucker, sa­rebbe importante che lui stesso emendasse l’assurdo con un fu­turo adeguato. Ha di nuovo a di­sposizione l’arma fenomenale della libertà. Può farsi trovare subito in qualche anfratto della noia danarosa e mondana, nes­suno glielo impedisce. Ma certo renderebbe tutto più accettabi­le e più giusto se invece decides­se di spendersi per cause nobili e altruiste, cercando un senso, impegnando almeno un po’ di quella vita che la Lotteria Italia gli ha generosamente regalato.

Israele, il prigioniero X un australiano del Mossad

La Stampa

Netanyahu ha provato a nascondere l’identità dell’uomo suicida nel 2010

claudio gallo
corrispondente da londra


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Dopo dieci mesi di ricerche, una trasmissione televisiva australiana ha gettato un esile fascio di luce su uno dei misteri più fitti e inquietanti di questi anni: il Prigioniero X, la maschera di ferro israeliana. Era un ebreo australiano di 34 anni l’uomo che neppure i suoi carcerieri conoscevano, tenuto in regime di totale isolamento, senza avvocati, senza visite, in spregio a tutte le leggi internazionali.

Nonostante ancora oggi la censura ufficiale proibisca ai media nazionali di parlare di lui, era trapelato che nel 2010 si era tolto la vita impiccandosi, nonostante fosse tenuto sotto sorveglianza 24 ore su 24. Poco tempo prima del suicidio, il parlamentare del partito di sinistra Meretz scrisse una lettera al procuratore generale Yehuda Weinstein chiedendo notizie del recluso: «Imprigionare in completo isolamento e totale anonimità è una cosa molto grave». Un alto funzionario assicurò il deputato che tutto era «sotto il controllo giudiziario».

Tre anni dopo la scoperta della prigione segreta nota come «Camp 1391», nel 2003, Israele aveva assicurato che non esistevano più detenzioni al di fuori degli standard giudiziari internazionali. Il Prigioniero X era rinchiuso nel penitenziario di Ayalon, che in un primo tempo ospitò anche Ygal Amir, l’assassino di Peres. Una prigione notoria per il detenuto che non c’era.

Il programma «Foreign Correspondent» dell’«Abc News» australiana ha rivelato l’altra sera che si chiamava Ben Zygler, aveva 34 anni e la doppia cittadinanza australiana e dello Stato ebraico. Aveva una moglie israeliana, due figli e lavorava per il Mossad, talvolta con i nomi di Ben Alon e Ben Allen. Quest’ultima identità è quella con cui sarebbe stato spedito il cadavere in Australia.

Sul motivo per cui l’hanno imprigionato con tanta crudeltà e segretezza non ci sono ipotesi se non l’ovvia osservazione che si tratterebbe di qualcosa legato alla sicurezza nazionale. La sua memoria è ancora oggi maledetta. Racconta «Haaretz» che martedì scorso il premier Netanyahu aveva convocato un incontro semi-segreto con i vertici dei media, giornalisti e proprietari. Voleva essere sicuro che sulla vicenda non uscisse una riga.

Richard Silverstein, un blogger americano, rivelò che il Prigioniero X era Ali Reza Asgari, ex generale dei Pasdaran iraniani, sparito a Istanbul, rapito o forse fuggito per vendersi ai servizi segreti occidentali. Ma Silverstein si era ricreduto: «Le mie fonti mi hanno ingannato, vogliono distogliere l’attenzione dalla vera identità del carcerato». 

Nel 1983 era sparito allo stesso modo il chimico israeliano Marcus Kingberg, spia dei sovietici. A lui è andata meglio: dopo lunghi anni in galera sotto falso nome, oggi vive in Francia.