domenica 10 febbraio 2013

Il dragone di luce

Corriere della sera

Due foto satellitari scattate a 18 anni di distanza l'una dall'altra danno un'idea visiva dello sviluppo cinese

È di questi giorni la notizia che la Cina ha sorpassato (per la prima volta) gli Stati Uniti, ora prima potenza commerciale al mondo. Era dal 1945 che gli Usa dominavano il commercio globale. Nel 2012 la Cina ha infatti registrato importazioni ed esportazioni pari a 3.870 miliardi di dollari, contro i 3.820 miliardi di dollari degli Stati Uniti. Il sorpasso è difatto avvenuto, riferisce il Dipartimento del commercio americano, citato da Bloomberg. Pechino tra l'altro, ha segnato un avanzo commerciale di 231,1 miliardi di dollari, Washington un deficit di 727,9 miliardi.

CRESCITA - È possibile descrivere il boom della Cina e di altre potenze asiatiche, come per esempio l’India, attraverso grafici, istogrammi, diagrammi, areogrammi. Probabilmente il modo migliore per visualizzare la loro crescita economica arriva dallo spazio. La Noaa, l’agenzia federale statunitense che si interessa di meteorologia, ha pubblicato due foto satellitari: la notte in Asia vista dallo spazio nel 1992 e la notte in Asia nel 2010. Cosa si vede? In vent’anni la luminosità nelle città e in periferia è decisamente aumentata, a testimonianza della crescita del Dragone. Un piccolo appunto: guardando attentamente lo scatto satellitare si può notare come in due decadi nulla sia cambiato in Corea del Nord.


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Elmar Burchia10 febbraio 2013 | 17:34

Manca un quaderno di Gramsci Ci sono le prove (filologiche)»

Fabrizio Ottaviani - Dom, 10/02/2013 - 09:57

Il giallo del volume scomparso perché scomodo per Togliatti si arricchisce di nuovi dettagli

Un genio dell'economia doppiogiochista (Piero Sraffa), amico di Wittgenstein e agente sotto copertura di Stalin; perizie grafologiche; spie del Comintern, un «excursus freudiano» e persino un'apparizione fugace della Lettera rubata di E.


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A. Poe: tutto questo per alcuni fogli vergati a mano, quasi strappati dalle mani di un morto per essere trasportati in fretta forse in un caveau della Banca Commerciale, forse in un'ambasciata sovietica, ma in seguito sicuramente a Parigi, da Togliatti, e poi a Mosca, consegnati alla moglie del defunto con quella che probabilmente fu solo una patetica messinscena. Il mistery del momento, L'enigma del quaderno - La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (Donzelli, pagg. 161, 18 euro), l'ha scritto un professore di filosofia del linguaggio dell'Università di Palermo, Franco Lo Piparo. Solo che non si tratta di fiction: il quaderno in questione sarebbe infatti il trentesimo quaderno del fondatore del Pci. Togliatti lo avrebbe fatto sparire perché conteneva affermazioni imbarazzanti per lui e per il partito.

Professor Lo Piparo, lei l'anno scorso ha pubblicato, I due carceri di Gramsci, in cui avanzava la tesi che un quaderno di Gramsci fosse scomparso. Ora con L'enigma del quaderno sviluppa ed approfondisce questa tesi con nuove ipotesi. Cosa è cambiato nell'arco di tempo che separa i due volumi?
«L'enigma è la continuazione dei Due carceri. Ho continuato a lavorare sull'argomento e ho visto che del mio sospetto esistevano più prove di quelle che io pensassi. Da qui nasce il secondo libro. Ad esempio in una lettera della cognata Tatiana del 25 maggio 1937 si dice che i quaderni di Gramsci “sono in tutto 30 pezzi” ma nella traduzione di Rossana Platone la frase diventa “i quaderni sarebbero circa una trentina”. Approssimazione strana».

Giuseppe Vacca, direttore dell'Istituto Gramsci, afferma che le pagine del suo saggio sono «ossicini di Cuvier», cioè ricostruzioni fantasiose basate su indizi trascurabili. Lei, che mostra simpatie liberali, però vanta un temibile alleato all'interno dell'opposto schieramento: Luciano Canfora.
«Ho lavorato per un anno intero a stretto contatto con Canfora. Il suo aiuto è stato veramente straordinario. Su Gramsci politico forse la pensiamo in maniera diversa. Siamo però animati dalla stessa passione per la verità, anche se a volte la verità può essere sgradevole. L'articolo che Canfora ha pubblicato di recente sul Corriere è molto utile perché de-ideologizza il problema del quaderno mancante. C'è anzitutto una questione filologica da appurare: perché, ad esempio, i testimoni non sono mai d'accordo sul numero dei quaderni?».

Secondo Massimo D'Alema, Togliatti tutt'al più avrebbe «ibernato» il quaderno, in attesa di una posterità meno turbolenta. «Quando Canfora mi riferì della dichiarazione pubblica di D'Alema rimasi impressionato. L'idea di D'Alema coincideva con quella che mi ero fatto studiando i documenti. Bisognerebbe chiedere a D'Alema se la sua dichiarazione fosse il risultato di un ragionamento, oppure abbia pescato nella memoria qualcosa sentito a Botteghe oscure».

Perché Gramsci, chiede che i quaderni siano inviati in URSS, alla moglie? Non poteva pregare Sraffa di tenerli nella cassaforte del banchiere Mattioli?
«Gramsci, non solo in carcere ma anche nelle cliniche, non ha alcuna autonomia. I suoi contatti col mondo passano per la cognata Tania e Sraffa. Tania è una funzionaria dei servizi sovietici e Gramsci lo sa. Sraffa è un agente dell'Internazionale comunista e si muove in sintonia con Togliatti. E Gramsci considera Togliatti il responsabile della sua mancata liberazione. Se sai di trovarti in punto di morte e vuoi affidare a qualcuno i tuoi scritti, in queste condizioni che fai? Giochi la carta degli affetti. “Affidate i miei quaderni ai miei familiari come ricordo. Poi si vedrà”».

Una radio pirata per liberare l'Istria

Matteo Sacchi - Dom, 10/02/2013 - 09:59

Le vicende dell'emittente clandestina che contrastò, nell'etere e non solo, la macchina di morte titina

Una epurazione etnica spietata, realizzata casa per casa. Una guerra fredda che rischia ad ogni momento di diventare calda, troppo calda. E poi uno scontro più sottile, impalpabile combattuto nell'etere a colpi di impulsi radio.


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È questo che racconta il saggio di Roberto Spazzali: Radio Venezia Giulia. Informazione, propaganda e intelligence nella guerra fredda adriatica (1945-1954) edito dalla Libera Editrice Goriziana (pagg. 234, euro 24). Racconta una storia davvero poco nota fuori dai territori del nord est e poco studiata. Di fronte all'avanzata dei titini nell'autunno del '45 e alla situazione sempre più complessa degli italiani rimasti nei territori istriani occupati dalle truppe jugoslave, il Comitato di liberazione nazionale giuliano, almeno nelle sue componenti non comuniste, cercò di correre ai ripari.

Propose al ministero degli Esteri la creazione di Radio Venezia Giulia. Venne così rapidamente allestita l'unica emittente clandestina italiana del Dopoguerra. Mentre gli alleati occupavano Trieste e mentre i titini colpivano sempre più duramente le popolazioni dell'Istria e della Dalmazia, nel tentativo di metterle in fuga o comunque deitalianizzarle (ancora nel '45 e nel '46 era altissimo il numero di italiani che misteriosamente «sparivano» dopo essere stati arrestati).

Nell'impossibilità di aiutare in altro modo i nostri concittadini rimasti oltre confine si giocò se non altro la carta della controinformazione. Il 3 novembre del 1945 sulla frequenza 1380 kHz da Venezia partì la seguente trasmissione: «Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia; dopo anni di oppressione fascista, nazista e sedicente progressista. Una trinità che soltanto nel nome si distingue: ma che nella sostanza e nella forma è identica. La nostra voce è nel primo istante una carezza affettuosa di fratelli a fratelli; di figli a padri rimasti nel carcere jugoslavo... dove forse lentamente si ripete per loro la tragedia che nei campi di concentramento europei fece morire giorno per giorno i migliori».

In quanti ascoltarono la trasmissione quella sera? Forse pochissimi, non era stato possibile ovviamente fare alcun annuncio pubblico o pubblicità delle trasmissioni. Però in pochissimo tempo il numero degli ascoltatori si moltiplicò a macchia d'olio. E fioccarono le proteste. Prima quelle jugoslave, poi quelle degli alleati, visto che la programmazione clandestina non era stata affatto sottoposta all'autorizzazione dello Psychological Warfare Branch. Anzi, gli alleati si presero la briga di triangolare le trasmissioni per localizzare l'ubicazione dei «pirati», tant'è che ad un certo punto per non essere facilmente scoperti, l'antenna della radio venne occultata nel campanile della chiesa di San Nicolò al Lido di Venezia.

Pur in queste condizioni precarie attorno all'emittente si radunò una squadra di prim'ordine. In redazione c'erano lo scrittore e giornalista Pier Antonio Quarantotti Gambini (dalla cui corrispondenza sono venute importanti informazioni per la ricerca di Spazzali) e Ugo Milelli, rimasto in servizio sino al 1949, giornalista di pluridecennale esperienza e corrispondente del Corriere della Sera. Ad animare la radio, che ufficialmente «di fronte agli alleati non esisteva e non doveva esistere», e a garantire i contatti con il governo c'era il console Justo Giusti del Giardino, che si occupò anche di sviluppare una rete di informazione sui territori occupati. Non si trattava infatti solo di trasmettere per gli italiani bloccati oltre confine, bisognava anche raccogliere le informazioni da trasmettere e proteggersi dalle infiltrazioni di spie jugoslave che svolgevano la stessa identica attività.

Da lì in poi si sviluppo una lunga storia radiofonica, ad un certo punto le frequenze verranno rilevate dalla Rai dando vita a Radio Venezia III i cui programmi verranno poi inseriti nella programmazione nazionale con trasmissioni come «Ai fratelli giuliani» e «L'ora della Venezia Giulia». E se nel giorno del ricordo è un'ovvietà dire che quella radio fu davvero poco rispetto all'immane ingiustizia perpetrata verso le popolazioni dell'Istria e della Dalmazia è però anche giusto perpetrarne il ricordo. Perché qualcuno cercò, seppur in vano, di tendere un ponte fatto di onde sottilissime che arrivasse a portare conforto, e una parola di verità, sull'altra sponda dell'Adriatico.

Doping, Cipollini tenta l'ultimo sprint

Corriere della sera

Tabelle proibite anche nel 2003 e 2004 ma Re Leone nega: «È assurdo»

MILANO - Nuove carte e, per adesso, una smentita secca. Mario Cipollini, il giorno dopo lo scoop della Gazzetta dello Sport e del quotidiano madrileno El Pais sul doping dal dottor Fuentes nell'anno di grazia 2002, si difende con un comunicato, negando tutto. Ma dal pozzo dei miracoli dell'Operacion Puerto, escono altri vecchi documenti legati al nome in codice «Maria»: quelli degli anni 2003 e 2004, le stagioni del grande raccolto di Cipollini, iridato nel 2002 a 35 anni e campione tra i più popolari e pagati del ciclismo.


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IL FAX INCRIMINATO - Nel mazzo delle carte tirate fuori ad arte dalla giustizia spagnola c'è un particolare che rende difficile la posizione di Cipollini, per un reato che sarebbe prescritto sia per la giustizia sportiva che ordinaria, ma come per Armstrong potrebbe portare alla revoca dei successi. Non tanto il soprannome «Maria» (ma nel 2001 sarebbe stato codificato da Fuentes come «CP»), quanto un numero di fax, annotato in bella grafia accanto al prontuario del doping, che includeva di tutto, nel kit del corridore di quell'epoca: Epo, trasfusioni di sangue, ormone della crescita, insulina, anabolizzanti. Il fax oggi suona a vuoto ed è un'utenza riservata Telecom. Ma risultava appartenere al vecchio domicilio di Cipollini, a Lucca, con prefisso 0583.



Cipollini, da Re Leone (09/02/2013)


LE NUOVE TABELLE - Nei documenti datati 2003 e 2004, come per quello del 2002 (anno della storica tripletta Sanremo-Gand-Mondiale) il calendario del trattamento proibito è molto serrato nei primi tre mesi dell'anno, con una reinfusione di sangue, nel 2003, alla vigilia della Tirreno-Adriatico e del Giro d'Italia: due tappe vinte in entrambe le gare, gli ultimi ruggiti di Re Leone, che si era fatto soffiare il bis alla Sanremo (dove arrivò quarto) dall'attacco di Bettini. Nel 2004 arrivano solo un successo al Mediterraneo e uno in Georgia. Non cessano mai le trasfusioni e il ricorso massiccio all'ormone della crescita, ma si riduce l'utilizzo dell'Epo. A margine, in pieno stile Fuentes, ci sono tutti i conteggi dettagliati dei costi: tra i 20 mila e 30 mila euro all'anno.

LA SMENTITA DI MARIO - L'avvocato Giuseppe Napoleone scrive per conto di Cipollini, che ieri doveva presenziare a un evento a Peschiera del Garda, ma già da venerdì sera sapeva dei guai in arrivo. «Smentisco categoricamente le infondate e assurde accuse mosse al mio assistito - contrattacca -. I documenti pubblicati non sono in alcun modo riferibili allo stesso. Il numero di fax che compare sulla tabella (...) è un numero telefonico non intestato al mio cliente, peraltro annotato manualmente».

SANGUE E LACUNE - Il legale di Cipollini ricorda che, come stabilito nella causa poi vinta contro il Fisco, il corridore fino al 2004 risiedeva a Montecarlo. E poi che sarebbe assurdo ricondurre a lui addirittura tre soprannomi, «CP», «Maria» e «Pavarotti», nomignolo associato a Cipollini già nel 2006. In aggiunta a tutto questo, Mario «si rende sin d'ora disponibile a qualunque verifica ematologica di confronto con le 99 sacche ancora da identificare in possesso dell'autorità giudiziaria spagnola». L'inchiesta, per quanto lacunosa, fin qui ha dimostrato però che i corridori cambiavano spesso soprannome nel codice Fuentes. Ullrich, frequentatore reo confesso di Fuentes, era «Jan», «Uno» e «Hijo Rudicio». Ed è molto difficile che nel sequestro delle sacche avvenuto nel maggio del 2006 ci fosse traccia di Cipollini: la sua corsa era finita nell'aprile 2005, con l'improvviso ritiro alla vigilia del Giro d'Italia.

Paolo Tomaselli
10 febbraio 2013 | 13:05

Lo straniero maltratta la moglie? Non ha diritto alla cittadinanza

Diana Alfieri - Dom, 10/02/2013 - 09:34

Il Tar di Torino boccia la richiesta di un marocchino in Italia da oltre dieci anni. Denunciato dalla ex e condannato: "È la prova che non è integrato"

L'immigrato che ha maltrattato la moglie (e per questo è stato condannato da un tribunale) non ha diritto alla cittadinanza italiana: è quanto si afferma in una sentenza del Tar del Piemonte, che ha respinto il ricorso di un marocchino in Italia da più di dieci anni e divorziato dal 2007.


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Allo straniero la domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana era stata rifiutata nel 2010 nonostante fosse residente nel territorio nazionale da oltre dieci anni e avesse sempre svolto un lavoro regolare. Perdipiù fa anche del volontariato. A suo sfavore hanno giocato una condanna definitiva per maltrattamenti e un rapporto informativo della questura di Torino del 2008, da cui si ricavano delle denunce della ex. Inutilmente il marocchino ha fatto presente che «i precedenti penali e le pendenze giudiziarie erano legati ai burrascosi rapporti con la sua prima moglie e che null'altro risulta a suo carico».

Il Tar ha stabilito che gli episodi non sono così gravi da fargli perdere il permesso di soggiorno, ma sono sufficienti a negargli la cittadinanza perché, «in sé per sé valutati, hanno portato l'amministrazione a ritenere che non potesse ritenersi compiuto il suo processo di integrazione nella comunità nazionale». Quel che resta è il dubbio sulla gravità dei reati, che i giudici sembrano valutare con bilancini non perfettamente tarati. Pesi e misure diversi, in modo incomprensibile. Dalle pronunce dei magistrati amministrativi su altre due cause analoghe risulta che una condanna per incendio colposo non è sufficiente per respingere la richiesta di cittadinanza, una condanna per furto invece sì.

Evviva l'interpretazione. Inutilmente il marocchino ha sottolineato che i guai con la legge erano solo il prodotto del rapporto con la prima moglie, un matrimonio diventato burrascoso nel periodo che precedette il divorzio siglato nel 2007. Una serie di episodi che, se non sono stati considerati abbastanza gravi da revocargli il permesso di soggiorno, giustificano il rifiuto di naturalizzarlo e quindi la validità del «no» pronunciato nel 2010. D'altra parte, osservano i giudici citando il Consiglio di Stato, le autorità hanno il diritto di esercitare questo potere in maniera «ampiamente discrezionale».

E la cittadinanza non è una medaglia che si regala a chi la chiede «per comodità di carriera, di professione o di vita»: l'amministrazione, prima di concederla, deve accertare caso per caso «un interesse pubblico da valutarsi ai fini della società nazionale. La sentenza, comunque, lascia ancora aperto uno spiraglio. Se nel 2010 il Ministero ha agito correttamente, non è detto che in futuro non possa ripensarci: l'uomo, tra un anno, potrà presentare una nuova istanza». Un marocchino, nel 1996, vinse il ricorso perchè il suo precedente era un patteggiamento con il tribunale di Cagliari, per il reato di incendio colposo.

Il Consolato allerta i residenti americani: Milano meno sicura, «prendete contro misure»

Corriere della sera

I diplomatici «Non siamo preoccupati, ma abbiamo la responsabilità di avvertire i nostri connazionali»

 

MILANO - Metropoli violenta. Tenete stretta la borsa, occhio al portafogli sul tram, chiudete la porta di casa a doppia mandata, non date confidenza agli sconosciuti, evitate i parchi di notte. Scritto in modo più formale: «Mantenete un livello alto di vigilanza e prendere le misure appropriate per aumentare la vostra sicurezza personale». Così è Milano vista dai diplomatici Usa? «Sinceramente, non siamo molto preoccupati - risponde per il Consolato il funzionario Robert Palladino -: ci sono stati notificati dei dati sulla criminalità, abbiamo la responsabilità di avvertire i nostri connazionali», perché prendano le giuste precauzioni.

L'AVVISO - È così che è stato battuto il messaggio, datato 8 febbraio e indirizzato agli americani in città: «Le autorità milanesi hanno recentemente notato un significativo aumento del crimine nelle aree a ovest di corso Venezia attraverso Parco Sempione fino a via Domenichino. Quest'area include la residenza di molti impiegati del Consolato e cittadini Usa». A loro, in particolare, è riservata l'allerta. Attenzione anche a dove andate la sera, perché «in molte popolari zone della vita notturna» sono stati segnalati «incidenti», e qui ci sono «ristoranti e locali che attraggono folle significative di giovani e/o internazionali».

I DATI - La nota aggiunge i numeri, per spiegare la preoccupazione, tratti dalle tabelle della questura di fine anno. Più 45,7 per cento di stupri nei primi quattro mesi del 2012 in confronto allo stesso periodo del 2011; e ogni giorno 5 scippi, 60 furti in appartamento, 70 borseggi, 78 auto rubate. «Vi raccomandiamo di fare attenzione ai vostri oggetti di valore a casa e in strada, e agli stranieri che vi avvicinano». Addirittura, «siate cauti nel rivelare il vostro indirizzo a sconosciuti».

Milano fa così paura? A leggere, in realtà, le statistiche della polizia e dei carabinieri, si può passeggiare un po' più sereni, soprattutto nei quartieri centrali intorno a cui orbitano gli americani. Prendiamo le violenze sessuali: nel 2012 in tutta la provincia di Milano sono state 532, con un aumento tutt'altro che massiccio rispetto ai 526 casi del 2011 (numero che comprende tutte le denunce che rientrano nella categoria: dalla violenza all'interno delle famiglie, ai palpeggiamenti, alle aggressioni in strada).

LA QUESTURA - Luigi Savina, il questore che da poco più di quattro mesi guida la polizia, commentando i dati sulla criminalità alla fine del 2012 ha parlato del «Pil nero di Milano». E cioè di quell'aumento dei reati spesso definiti «di strada» (scippi, borseggi, furti in casa) che preoccupa chi deve gestire la sicurezza. A partire da un dato che non può essere dimenticato: il totale dei crimini in città diminuisce dell'8 per cento. «I reati "predatori" - ha spiegato tuttavia Savina - espongono purtroppo qualsiasi cittadino a diventare potenzialmente una vittima e spesso colpiscono le fasce più deboli. Su questo lavoreremo molto, puntando soprattutto alla prevenzione». È un discorso che vale anche per i cittadini statunitensi, e più in generale per tutti i turisti o i lavoratori stranieri.

IL CONFRONTO - Se si fa poi il confronto con una città come New York, per esempio, Milano non sembra così invivibile. A cominciare dagli omicidi. Qui, calcolando l'intera Provincia, si registrano 31 morti ammazzati nel 2012 (0,97 per ogni 100 mila abitanti). Lì, nella Grande Mela, con una popolazione quattro volte superiore, la cifra è di 417 murders , che significa però un tasso di 5,1 assassinii ogni 100 mila residenti. A Milano città, poi, la polizia segnala 218 rapine in strada al mese (194 ogni 100 mila abitanti), lì sono 1.675 (cioè 245 ogni 100 mila newyorchesi). Non è molto lontano il dato sulle violenze sessuali: 16,7 ogni 100 mila abitanti nel Milanese, 17,6 a New York.

Quest'ultima cifra, però, resta quella più difficile da prendere come indicatore, spiega il criminologo Ernesto Savona (direttore del centro Transcrime dell'Università Cattolica): «Si tratta sempre di numeri fluttuanti e poco credibili, legate in genere all'aumento delle denunce». Quello che sì gli studiosi come il professor Savona segnalano negli ultimi due anni in Italia, e quindi anche a Milano, è che, dopo decenni di stabilità, «la crisi economica ha fatto crescere i reati appropriativi». Furti negli appartamenti, ma anche nei negozi, nei supermercati, lungo i binari dei treni (per il rame). Reati non da «professionisti», ma da «bassa manovalanza». Il vademecum degli americani, in questo senso, vale per tutti. L'ha detto anche il questore: stare più attenti, ma no panic .

Alessandra Coppola Gianni Santucci
10 febbraio 2013 | 10:41

I cachet delle star che la Rai nasconde

Laura Rio - Dom, 10/02/2013 - 08:32

Mentre Viale Mazzini si ostina ad opporsi alla legge che imporrebbe la pubblicazione degli stipendi pubblici, il Giornale vi rivela quanto guadagnano i vip della Rai: dai 2,6 milioni di Fabio Fazio ai 550mila euro di Floris

Due milioni di euro annuali a Fazio? Più i 600 mila per Sanremo? Un milione e 500 mila ad Antonella Clerici? Un milione e 400 mila a Carlo Conti? Sono cifre «rubate», non ufficiali, che non potete trovare su alcun documento pubblico, su nessun sito della Rai.


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Cifre enormi che, nelle maggior parte dei casi, sono meritate perché a loro volta, con i loro programmi, le star televisive fanno guadagnare la Tv di Stato, come i campioni del calcio. La differenza è che i soldi per questi compensi vengono direttamente dalle tasche dei cittadini che pagano il canone e che dunque avrebbero a buon ragione il diritto di verificare come vengono spesi. Invece, nonostante una legge imponga la pubblicazione dei cachet sul sito web, la Rai ha deciso di opporsi a un obbligo che la costringerebbe a rivelare «dati sensibili» che potrebbero metterla in difficoltà con la concorrenza. Essendo la Rai un organismo di diritto pubblico - spiegano in viale Mazzini - l'azienda deve rispettare alcuni obblighi sulle gare d'appalto, ma questi non valgono per la parte artistica, altrimenti non potrebbe stare sul mercato.

Questi compensi, dunque, non sono soggetti al limite massimo pari allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione (274 mila euro annui), come invece è diventato d'obbligo per i dirigenti. La querelle va avanti da anni, con pareri discordanti e contrastanti tra ministero della Funzione pubblica, Parlamento e Garante della concorrenza (quest'ultimo ha dato parere favorevole alla Rai). Motivo per cui, sul sito apposito, dove si dovrebbero leggere i cachet, campeggia ancora la scritta: «Lavori in corso. A breve sarà disponibile la documentazione relativa». Ma l'onorevole Renato Brunetta non demorde e continua la sua battaglia avviata quando era ministro della Funzione pubblica: giorni fa ha chiesto in una lettera alla presidente Anna Maria Tarantola di procedere alla pubblicazione. Altrimenti, minaccia, si rivolgerà alla Corte dei Conti.

In attesa di sapere come la questione andrà a finire, per chi vuole rodere d'invidia, ecco un assaggio dei compensi dei volti più noti della Tv di Stato, ovviamente tutti rintracciati di straforo, a spanne e non certificati da nessuno. Si sa, l'abbiamo detto altre volte, il più pagato dalla Tv pubblica è Fabio Fazio: il suo contratto per Che tempo che fa vale due milioni di euro l'anno cui si aggiungono i 600 mila per condurre il Festival. Totale per la stagione televisiva 2012/2013 due milioni 600 mila euro, cifra in effetti da capogiro. Altri compensi di tutto rispetto, pur se a notevole distanza dal capofila, sono quelli di Antonella Clerici e Carlo Conti.

La conduttrice de La prova del cuoco e Ti lascio una canzone mette insieme un milione e mezzo di euro (cui si aggiungono ovviamente molti altri soldi per le telepromozioni). Invece il capitano de L'eredità, i Migliori anni e tanti altri show arriva a un milione e 400mila (più telepromozioni). Tra i giornalisti, il compenso di Giovanni Floris (Ballarò) si aggira sui 550 mila euro, quello di Bruno Vespa, sui 600. La Littizzetto, partner di Fazio, prende 20mila euro a puntata per Che tempo che fa e 350mila euro per il Festival. Mara Venier, per la Vita in diretta guadagna mezzo milioni annui. Gli altri contratti, delle presentatrici dei programmi mattutini o pomeridiani, come Elisa Isoardi o Veronica Maya, si aggirano sui 200mila euro. Tutte cifre che, ovviamente, saremmo pronti a correggere, se potessimo leggerle sul sito ufficiale della Rai.


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Il «bilancio allegro» degli euroburocrati

Corriere della sera

Due milioni in matite e gomme, 305 mila euro per «far socializzare» il personale
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


BRUXELLES - Salteranno anche quelli? Nero su bianco, due milioni e seicentomila euro destinati in un anno a «coprire le spese per bevande, bibite e pasti leggeri, serviti nel corso di riunioni interne dell'istituzione», vale a dire del Parlamento europeo. E i 305 mila euro stanziati dallo stesso Parlamento per «incoraggiare le relazioni sociali tra i membri del personale»? O i 29 milioni 996 mila euro che devono coprire «l'organizzazione di gruppi di visitatori» e anche gli «inviti a moltiplicatori di opinione dei Paesi terzi?», (forse vuol dire «leader»?).

ACCORDO - L'accordo sul bilancio settennale 2014-2020 dell'Unione Europea, raggiunto l'altro sabato, entrerà in vigore dal prossimo gennaio, se e quando avrà il via libera dall'Europarlamento. La promessa giunta dal vertice Ue è quella di tagliar duro anche nel bosco delle spese amministrative: almeno sulla carta, la «spending review» parte da casa. E i «boscaioli» dovrebbero essere già in marcia, fra i bilanci ufficiali e pubblici dei palazzi Ue. A cominciare dal testo più recente e tormentato, il «pacchetto» di Bilancio generale del 2013 formalmente adottato a dicembre.

SPESE - Lì si constata ad esempio che il Parlamento può proporre di stanziare in un anno per le uniformi dei propri autisti e uscieri 661.500 euro, per la cancelleria e «materiali di consumo diversi» 2.339.500 euro, per i francobolli 357 mila, per il proprio parco «di auto e biciclette» 6.068.000 euro; e per le «mense e ristoranti» 3.960.000 euro, con un balzo dai 2.600.000 del 2012. O ancora 1.361.350 euro - sempre di fondi pubblici- che comprendono spese «di ricevimenti e di rappresentanza... ivi compreso l'acquisto di articoli e di medaglie per i funzionari che hanno maturato 15 o 25 anni di servizio».

Agli o alle «assistenti parlamentari» vengono dedicati 187.345.000 euro. All'«acquisizione di consulenza» (di «esperti qualificati e istituti di ricerca», loro spese di viaggio comprese) 11.530.000 euro. Il «finanziamento dei partiti politici europei» vale 21.794.200 euro, e quello delle fondazioni 12.400.000. E ci sono le «spese per missioni e spostamenti del personale tra i tre luoghi di lavoro», cioè Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo: 28.616.000 euro. È storia vecchia: una volta al mese, il Parlamento si trasferisce a Strasburgo, con un costo totale per i contribuenti stimato in 200 milioni all'anno. Il bilancio dimostra anche come tutte le istituzioni europee curino il benessere dei bambini: cioè dei figli dei propri dipendenti.

Il Parlamento considera appropriati 6.683.000 euro «per l'insieme delle spese relative al centro per l'infanzia e agli asili nido esterni con i quali è stata conclusa una convenzione»; il Consiglio dell'Unione Europea (l'organismo che riunisce i ministri dei vari governi) punta su 2.014.000, e la Corte dei conti - il guardiano degli sprechi contabili - concorda su 1.654.000 euro come «stanziamento destinato a coprire la quota della Corte per il centro polivalente per l'infanzia e il centro studi a Lussemburgo». E al pari dei bambini, nei palazzi Ue non si dimenticano neppure gli anziani, i pensionati: 200 mila euro sono destinati dal Parlamento alle «spese per riunioni e altre attività di ex deputati».

INDENNITÀ - Tutte le istituzioni annoverano poi, fra gli stanziamenti per stipendi, indennità e assicurazioni varie, «l'indennità di licenziamento di funzionari in prova, licenziati a causa di manifesta inattitudine». Il Parlamento concentra notevoli risorse sulla «sicurezza e sorveglianza degli immobili», fondi per 36.043.268 euro. E forse non basta: già tre volte, dal 2009 al 2011, nello stesso Parlamento è stata rapinata prima la banca interna e poi una dipendente.

Il budget 2013 per «manutenzione, riparazione e pulizia immobili» ammonta invece a 57.264.000 euro: nel 2008 c'è stato il crollo parziale del tetto nella sede di Strasburgo, e nello scorso settembre è stato chiuso l'emiciclo nella sede di Bruxelles per sospette crepe. Fra i 305 mila euro destinati dal Parlamento alle «relazioni sociali» fra il personale, sono comprese «sovvenzioni ai club e circoli sportivi e culturali». Ma chi si allena, può sempre farsi male: così, ecco uno stanziamento destinato a «premi assicurativi per infortuni sportivi per gli utenti del centro sportivo del Parlamento europeo a Bruxelles e Strasburgo».

Luigi Offeddu
10 febbraio 2013 | 9:06

La predica del ficcanaso Schulz l’anti Cav col vizio dei rimborsi

Francesco Cramer - Dom, 10/02/2013 - 09:29

Il presidente dell’Europarlamento è in tour in Italia per tirare la volata alla sinistra e attaccare Berlusconi. Ma dimentica quando faceva la cresta sui gettoni di presenza

Prosegue la campagna elettorale di Martin Schulz, presidente teutonico dell'europarlamento e campione dell'antiberlusconismo militante.


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Ormai l'Italia è la sua seconda patria: la settimana scorsa ha scaraventato letame contro il Cavaliere dalla Sicilia; ieri l'altro ha lisciato Ambrosoli a Milano; e ieri ha attaccato ancora Berlusconi da Torino, in occasione della convention dei progressisti europei. Ha omaggiato Bersani («Grande leader e futuro premier»); e sbeffeggiato il Cavaliere («Il 27 gennaio i nostri pensieri erano rivolti alle vittime della Shoah. Altri pensavano ai dittatori e ai carnefici. E questi non sono degni di guidare il nostro futuro»).

Già soprannominato «kapò» dal Cavaliere nel 2003, durante un duro botta e risposta al Parlamento europeo di Bruxelles, Schulz continua a intervenire negli affari politici di un Paese non suo, gonfio di crauti, pregiudizi e una discreta faccia tosta. Sì perché si erge a moralizzatore, si dipinge campione di democrazia, tralasciando - ovvio - di ricordare di che pasta è fatto. Studi non oltre il liceo, oscuro libraio nella cittadina di Würselen, Renania settentrionale, Schulz fa carriera nell'Spd. E da buon politico capisce subito come vivere, e bene, a scrocco. Nel 2002 viene pizzicato, assieme ad altri eurocolleghi, a fare la cresta sui gettoni di presenza. Il filmato di SternTV, che lo riprende con le mani nel sacco mentre firma l'elenco per ottenere il rimborso di sedute europarlamentari alle quali non partecipa o che addirittura non hanno luogo, viene trasmesso nel 2004.

Una bella cifra quella intascata dal barbuto antiberlusconiano: 262 euro di rimborso spesa a seduta che, moltiplicati per 21 gettoni di presenza ottenuti col metodo del «firma e fuggi», fanno bene 5.500 euro. «262 euro per cinque minuti», titola scandalizzata la Süddeutsche Zeitung dell'epoca. Ad accusare Schulz e altri eurodeputati, un loro collega socialdemocratico austriaco: Hans-Peter Martin, giornalista ed ex corrispondente dello Spiegel. «Schulz ha firmato gli elenchi per le diarie giornaliere cinque volte per venerdì senza sedute a Strasburgo e undici volte a Bruxelles di sera e cinque volte di mattina in periodi senza sedute», attacca Martin che filma tutto servendosi di una microtelecamera nascosta. «Così si criminalizza l'intera istituzione», è la difesa di Schulz che minaccia querele a destra e a manca e dice: «I gettoni di presenza sono un rimborso forfettario per l'attività parlamentare». Insomma, una sorta di Fiorito di Germania.

Qualche mese prima anche la Bild si occupa di Schulz senza trattarlo con i guanti bianchi.
L'autorevole quotidiano lo denuncia come regista di una manovra tesa ad aumentarsi lo stipendio. In ballo c'è il progetto di arrotondare di 2.000 euro l'indennità dei 99 eurodeputati tedeschi, che è rapportata a quella dei parlamentari in Germania. Un «ritocco» del 28% per portarlo da 7.009 a 9.053 euro (più i viaggi pagati, i gettoni di presenza e altri benefit). La Bild cavalca l'onda anticasta: mentre la maggior parte dei tedeschi tira la cinghia, i nostri eurodeputati vogliono aumentarsi sontuosamente la paga, vergogna! Schulz fa l'offeso e attacca: «È una campagna di sobillazione senza precedenti per la diffamazione dello Statuto dei deputati europei - s'inalbera il socialista - portata avanti diligentemente dal giornale scandalistico più choccante della Germania». Naturalmente il quotidiano trascina l'eurodeputato in tribunale che dà ragione alla Bild, diffida Schulz dal ripetere in pubblico giudizi lesivi del prestigio della testata, altrimenti rischierà un'ammenda fino a 250mila euro o la reclusione fino a due anni. Schulz kaputt.

Sarkozy ci faceva la morale ma pagò milioni ad Al Qaida

Gian Micalessin - Dom, 10/02/2013 - 09:25

Denuncia al vetriolo dell'ex ambasciatrice Usa nel Mali: l'Eliseo versava cospicui riscatti, spesso inutilmente, per far liberare i francesi rapiti

Ve lo ricordate Sarkozy sempre pronto, assieme ad Angela Merkel, a sculacciare noi italiani? Una volta ci provò anche con la questione degli ostaggi.


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Un giorno d'agosto di qualche anno fa, rivolgendosi agli ambasciatori riuniti a Parigi, ricordò che l'unica strategia da seguire con Al Qaida «è non accettare i loro patti». «L'unica cosa da non fare - spiegò Sarkozy alludendo ad un Italia sempre disponibile a pagare pur di riavere i propri cittadini - è essere là per versare i riscatti e accettare i loro compromessi pur di liberare i prigionieri».

Nobili parole cancellate dalle rivelazioni al vetriolo uscite nel corso di un'intervista all'ex ambasciatrice statunitense nel Mali Viki Huddlestone. A dar retta al diplomatico americano, Nicolas Sarkozy e i servizi segreti di Parigi non solo pagarono 12 milioni di euro, ma non riuscirono neppure a farsi restituire quattro dei sette ostaggi francesi ancora prigionieri di Al Qaida nel Mali. Non paga, la Huddlestone ha fatto anche il nome della Germania accusandola di aver partecipato, assieme alla Francia e ad altri Paesi europei, a un indiretto finanziamento di Al Qaida.

«Vari Paesi europei - sostiene la Huddlestone - hanno pagato riscatti attraverso il governo del Mali per ottenere il rilascio dei loro cittadini, permettendo così ad Al Qaida di comprare armi e reclutare militanti». A dar retta all'ex ambasciatrice il governo del Mali, tradizionalmente legato a Parigi, sarebbe stato l'imbuto attraverso cui sono transitati i riscatti europei per 65 milioni di euro, usati da Al Qaida per finanziare la propria ascesa nel Sahel. In quel pacchetto sono confluiti probabilmente anche i riscatti pagati per far tornare a casa Angela Mariani e Rossella Urru, la turista e la cooperante italiane rapite in Algeria.

Tra noi e Parigi rimane comunque una differenza. L'Italia non ha mai impartito lezioni sulla questione degli ostaggi e non ha mai tentato di coinvolgere il resto dell'Europa in un conflitto costoso e senza speranza come quello del Mali. Un conflitto innescato dalla caduta di Gheddafi, pretesa da Sarkozy, e dalla dissoluzione di un governo del Mali trasformato da Parigi in una sorta di retrobottega per gli affari «sporchi». Le rivelazioni della Huddlestone hanno innescato non a caso la protesta dell'Algeria, accusata, dopo l'attacco terroristico agli impianti di In Amenas, di aver lanciato un blitz costato la vita a 37 ostaggi senza avvertire Parigi. Il ministero degli Esteri di Algeri, prendendo spunto alle rivelazioni della diplomatica americana, ha fatto sapere di non aver intenzione di cambiar politica e di condannare tutte le trattative con le organizzazioni terroristiche.

Dall'intervista all'ex ambasciatrice americana emerge però anche un'altra verità assai scomoda per Parigi. Il collasso del governo «filo francese» del Mali sarebbe anche la conseguenza degli ambigui rapporti di contiguità tra i capi del regime di Bamako e i vertici di Al Qaida Maghreb. Legami che Parigi ha sempre tollerato. L'aspetto più triste della vicenda è però l'inconcludenza della politica francese. I quattro rapiti destinati a venir liberati in cambio dei 12 milioni di euro pagati a suo tempo da Sarkozy non sono mai stati rilasciati e restano prigionieri nel deserto del Mali. A loro si sono aggiunti tre ostaggi catturati successivamente. Prima di poter dire d'aver veramente sconfitto Al Qaida e vinto la guerra del Mali Parigi dovrà, insomma, sventare i ricatti legati alla vita di quei sette francesi.

Ali Agca conferma la sua verità sui mandanti dell'attentato al Papa

La Stampa

vatican

Per il turco, che afferma di essersi avvicinato a Cristo, il Vaticano ha paura di questa ricostruzione

Giacomo Galeazzi
Roma


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Alì Agca, perché solo ora indica l'Iran come mandante dell'attentato a Karol Wojtyla?
"Parlo solo ora perché, dopo lunghi anni di ricerca spirituale e di meditazione, ho scoperto che Cristo è l'unico re eterno del genere umano. Questa certezza spirituale mi ha spinto ad abbandonare l'ideologia fanatica dell'Iran perché il mondo ha bisogno solo di Crito per poter uscire dall'infernale crisi internazionale che sta rovinando il genere umano in ogni campo: politico, economico, sociale, morale, culturale. Anche la religione islamica sta vivendo una terribile crisi finale.Il popolo islamico può uscire dal suo inferno attuale soltanto accettando Gesù come unica guida umana, spirituale e morale".

Perché è stato scelto proprio lei per uccidere Giovanni Paolo II?
"L'Iran mi ha scelto perché avevo un legame precedente con l'ayatollah Alì Ekber Mehdi Pur, che era il rappresentante di Khomeini in Turchia. Inoltre la mia lettera con la minaccia di uccidere il Papa era già stata pubblicata sui giornali il 27 novembre 1979 (anniversario della crociata contro il mondo islamico proclamata da Urbano II). In essa qualificavo Karol Wojtyla come il capo dei crociati da uccidere. Khomeini vide in questa coincidenza un segno della volontà divina e fu uno dei motivi per cui mi scelse. Sono dati misteriosi che non si possono valutare secondo una logica scientifico-razionale. Del resto anche Karol Wojtyla dopo l'attentato andò a Fatima, il 13 maggio 1982, per inginocchiarsi davanti alla statua della Madonna parlando di coincidenze nel piano divino".

Che legame c'era fra i lupi grigi e Islam sciita?
"Durante la rivoluzione iraniana, non esisteva alcun settarismo e quasi tutti i musulmani consideravano Khomeini il capo mondiale dell'Islam. Iran e Lupi Grigi erano accomunati anche da un profondo odio contro la civiltà occidentale (ebraica e cristiana) e contro il comunismo.

Perché il Vaticano ha smentito la sua verità sul mandante iraniano?
"Il Vaticano teme questa terribile verità per le sue conseguenze imprevedibili sul dialogo interreligioso in corso nel mondo. Anch'io sono un sostenitore del dialogo e della fratellanza tra tutti (cristiani, musulmani, ebrei,non credenti), tuttavia il dialogo va edificato sulla verità. Oggi il regime di Teheran è avversato da almeno  il 90% del popolo iraniano. Mi ha sorpreso,inoltre, che nel 2007 Benedetto XVI abbia incontrato il re dell'Arabia Saudita senza chiedergli libertà religiosa per tutti. I regimi tirannici (come quelli iraniano e saudita) vanno abbattuti pacificamente anche per il bene del popolo musulmano 

Nella sua autobiografia "Mi avevano promesso il paradiso", lei sostiene di aver distrutto le lettere ricevute dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Perchè?
"Nei venti anni di carcere trascorsi in Italia, ho ricevuto diverse lettere da eminenti personalità vaticane, inclusi i cardinali Angelo Sodano e Joseph Ratzinger e il portavoce papale Joaquin Navarro-Valls. Dopo un po' di tempo ho ditrutto quelle lettere, però in un incontro nel carcere di Ancona al mio avvocato Ferdinando Imposimato mostrai alcune lettere a me indirizzate dal cardinale Ratzinger nelle quali si parlava del segreto di Fatima. E' una circostanza già confermata ai giornali dallo stesso Imposimato. Inoltre il portavoce vaticano dice che il segretario di Wojtyla, monsignor Dziwisz avrebbe ascoltato la mia conversazione in carcere il 27 dicembre 1983 con il Papa, ma questo è assolutamente falso. Dziwisz, infatti, si trovava accanto ai giornalisti che stavano osservando l'incontro tra me e il Papa". 

Perché ha pubblicato le sue memorie in Italia e non in Turchia?

"Perché la mia autobiografia l'ho scritta in italiano. Ormai conosco la lingua italiana meglio di quella turca, tanto che non sarei in grado di tradurre perfettamente il libro in turco. Al portavoce vaticano che si chiede perché dobbiamo credere ad Alì Agca, rispondo: perché allora dovremmo credere al vaticano quando uan lettera ufficiale di un consigliere vaticano indica a papa Ratzinger di non parlare mai della scomparsa di Emanuela Orlandi? E perché dobbiamo credere al Vaticano quando utilizza per la carità solo il 20% dell'otto per mille, mentre Bill Gates cinquanta miliardi di dollari e sono soldi interamente suoi? Inoltre il portavoce vaticano ha dichiarato che l'editore Chiarelettere spera dal mio libro un secondo successo di vendite dopo il libro sulel carte segrete del Papa, pubblicato dallo stesso editore. Dunque il Vaticano cerca di affondare il mio libro sia per salvare il dialogo intereligioso nel mondo sia per rancore verso il mio editore e verso di me".

Cile, riesumata la salma di Neruda “Forse il poeta fu ucciso da Pinochet”

La Stampa

Militante di sinistra, morì 12 giorni dopo il golpe del l’11 settembre 1973


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Pablo Neruda morì per cause naturali oppure fu ucciso dal dittatore Augusto Pinochet? Con l’intento di chiarire questo mistero sarà riesumata la salma del grande poeta cileno come richiesto dai comunisti cileni nel 2011. Lo ha reso noto la fondazione intitolata al premio Nobel.

Ufficialmente Neruda morì il 23 settembre 1973 - a soli 12 giorni dal golpe che portò al potere Augusto Pinochet - per un cancro alla prostata, come recita il referto medico. Ma da subito emersero numerosi dubbi. Il poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1971, è sepolto con la moglie Matilde a Isla Negra, a 100 chilometri da Santiago del Cile.

A disporre la riesumazione delle spoglie di Neruda è stato giudice Mario Carroza nell’ambito dell’inchiesta iniziata due anni fa dopo le accuse dell’autista. A rilanciare i sospetti che Neruda fosse stato eliminato dagli uomini di Pinochet c’è l’accusa dell’autista del poeta, Manuel Araya, secondo il quale Neruda fu ucciso con un’iniezione letale mentre era ricoverato in una clinica di Santiago.

Le promesse irrealizzabili dei leader

La Stampa

Ecco perché le «proposte-choc» non potranno mai vedere la luce
alessandro barbera, paolo baroni, roberto giovannini, stefano lepri


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Berlusconi: “Creeremo 4 milioni di posti di lavoro”
«Se verremo eletti approveremo un decreto che consentirà alle imprese di assumere un nuovo collaboratore senza pagare né contributi, né tasse per i primi anni. Se ogni impresa italiana assumesse anche un solo giovane, avremmo creato quattro milioni di nuovi posti di lavoro».

Ha fatto bene Berlusconi a declassare subito ad «auspicio» la promessa di 4 milioni di nuovi posti di lavoro, perché l’invito che ha rivolto ai 4 milioni di «capitani coraggiosi» è destinato a naufragare. Non basta infatti promettere tasse zero e contributi zero per 5 anni per far assumere un lavoratore ad ognuno di loro. Innanzitutto perché gli stipendi, certo molto più leggeri, vanno comunque pagati e per pagarli occorre produrre e vendere molto di più di quanto non si stia facendo ora. Un buon 18% in più, se si considera che oggi gli occupati in Italia sono 22,7 milioni: un balzo della produzione mai visto in tempi recenti. 

A parte ciò, è la natura stessa delle nostre imprese che rende impraticabile il piano: su 4.460.891 attività censite dall’ultimo rapporto Istat (2010) ben 2.606.017 sono infatti imprese individuali. Parliamo per lo più di artigiani, commercianti e addetti dei servizi messi già duramente alla prova dalla crisi. Difficile pensare che possano raddoppiare i loro occupati, perché non sta nella logica della loro attività. Un altro milione e 600 mila unità è costituito da micro-imprese (2-9 dipendenti) che occupano in media 3,38 dipendenti.

E non è che, a loro volta, queste abbiamo grandi spazi per assumere. Crescere costa infatti tempo e molta fatica, basti pensare che una neo-impresa nata nel 2007 con 2,9 dipendenti di media dopo tre anni arrivava ad «appena» 4,5. Certo, restano tutte le altre imprese più grandi e magari solide: ma sono poco più di 220 mila, troppo poche per avvicinarsi anche minimamente al target «auspicato» da Berlusconi. 

Pier Luigi Bersani: “50 miliardi per pagare i debiti alle imprese”
«Il nostro governo pagherà gli arretrati alle aziende che hanno lavorato per la pubblica amministrazione per un importo pari a 10 miliardi di euro l’anno per 5 anni. La liquidità sarà trovata emettendo titoli del Tesoro sul modello Btp Italia» Non c’è scampo: per pagare gli arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese deve crescere il debito pubblico. Non di poco, perché ad esempio i 48 miliardi subito chiesti dalla Confindustria equivalgono a un 3% in più di debito rispetto al Pil; i 10 miliardi all’anno di Bersani a uno 0,6% abbondante. 

E se il debito cresce si rischia di violare il «Fiscal compact», il nuovo patto per l’euro che Berlusconi e Tremonti firmarono e che sia Bersani sia Monti sanno di non poter rinegoziare. Può darsi che sia possibile ottenere dalle autorità europee una sorta di deroga; il rischio di suscitare allarme nei mercati finanziari resta ugualmente. La Spagna aveva un problema simile e l’ha risolto; lì il peso del debito accumulato è assai più basso. Il governo Berlusconi aveva promesso di intervenire e mai l’ha fatto.

Con l’attuale governo il provvedimento affidato al ministro Corrado Passera è servito a evitare che i ritardi continuino a riprodursi nel futuro. Quanto all’arretrato si è tradotto in poco o nulla per diversi motivi. Oltre alla mancanza di fondi, talvolta è risultato difficile certificare il mancato pagamento.
In parole povere, ci sono casi in cui enti locali oppure Asl hanno promesso soldi che non avevano diritto a spendere. Dunque in una certa misura se si desse via libera a pagare tutto si tratterebbe di una sanatoria anche dell’incauta amministrazione, seppur capace di effetti fortemente positivi sull’economia.

Beppe Grillo: “Un tetto ai manager che guadagnano troppo”
«Vogliamo che i manager delle aziende non possano più guadagnare 800 volte, ma non più di 12 volte rispetto ai loro dipendenti. Lo fanno ovunque e lo vogliamo fare anche in Italia. Sono cose che dicevo già negli anni scorsi alle assemblee di Telecom» Beppe Grillo dice che «lo fanno ovunque», ma in realtà in nessun paese a economia di mercato sono fissati dei limiti legali agli stipendi dei manager delle società private quotate in Borsa, come vorrebbe il M5S. È un fatto però che ovunque il divario tra paghe dei manager e quelle dei dipendenti è cresciuto a dismisura dagli Anni 90. Ed è un fatto che in molti paesi (Stati Uniti compresi) si discutano o si tentino accorgimenti per ridurre questa «forchetta».
 
Negli Usa come in Italia sono state così approvate delle leggi per limitare in tutto o in parte - e questo si può fare, nonostante le proteste dei diretti interessati - le remunerazioni dei dirigenti pubblici. Da noi il tetto è di 302.937,12 euro, ma molti grand commis hanno aggirato la regola cumulando più poltrone. In alcuni casi (Francia, Spagna, Grecia, a volte con tetti precisi, a volte con blandi «inviti alla moderazione») si bloccano anche le paghe dei Ceo di aziende private ma controllate dallo Stato. Sempre negli Usa, ma anche in Gran Bretagna e in parte in Italia, ci sono leggi che limitano più o meno bene le paghe dei manager delle aziende che beneficiano di aiuti di Stato o salvate da fondi pubblici (in Italia, le banche che accettano i Tremonti-Bond).

Sempre negli Usa il Congresso stabilisce un tetto (730 mila dollari annui) per i dirigenti delle aziende contractors della difesa. Ma in effetti, è vero che sia qui che dall’altra parte dell’Atlantico in tanti discutono possibili regole per frenare gli abusi anche nelle aziende controllate da privati. Così, in Gran Bretagna e in Svizzera si è autorevolmente proposto di obbligare gli azionisti delle società a votare ogni tre anni sugli stipendi dei dirigenti. Ci sarebbero certo molte sorprese.

Monti: giù l’Irpef di 15 miliardi. E Irap dimezzata
«L’obiettivo di un eventuale Monti-bis sarà la riduzione della pressione fiscale per un totale di 15 miliardi nella Legislatura e il dimezzamento dell’Irap per il settore privato. Sì poi alle dismissioni: 130 miliardi da mettere insieme tra patrimonio immobiliare e mobiliare». Le sirene del consenso spingono anche il premier verso lidi tremendamente ambiziosi. Monti propone entro la fine della prossima legislatura una riduzione dell’Irpef sui redditi medio-bassi da 15 miliardi di euro. A questi conta di aggiungere il dimezzamento dell’Irap a carico delle imprese private (11,2 miliardi) e il taglio dell’Imu sui redditi più bassi (altri 2,5 miliardi).

Tagliare le tasse per 28 miliardi in cinque anni sarebbe un’impresa (questa sì) scioccante e senza precedenti. Vediamo perché. Con l’entrata in vigore del fiscal compact l’Europa ci imporrebbe di compensare quei tagli con altrettante riduzioni di spesa. Ventotto miliardi è il valore di quasi tutti i contributi a fondo perduto che lo Stato eroga ogni anno e a vario titolo ad aziende pubbliche e private. Un piano di tagli elaborato l’anno scorso da Francesco Giavazzi (chiesto in persona da Monti) aveva calcolato in dieci miliardi i risparmi possibili. Dopo settimane di lavoro un tavolo ministeriale a Palazzo Chigi ha ridotto quella stima a 500 milioni, salvo non tagliare nemmeno quelli. 

Ambiziosissimo è anche il piano di dismissioni. Centrotrenta miliardi è poco meno di un terzo di tutto il patrimonio pubblico. L’insieme delle aziende controllate o partecipate vale cento miliardi, gli immobili di Stato, Regioni e Comuni vendibili possono essere stimati in altri 250. Proprio il governo Monti ha approvato un piano di dismissioni definito «credibile» da cinque miliardi l’anno. Dunque se Monti premier ha stimato possibili 25 miliardi di cessioni in cinque anni, Monti candidato moltiplica quella cifra per cinque.

Anche fuggire è una forma di resistenza a pubblico ufficiale

La Stampa


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Un uomo, assolto in primo grado, è riconosciuto in appello colpevole del reato di resistenza a pubblico ufficiale in quanto, alla guida della sua motocicletta, era fuggito all’alt di due carabinieri, compiendo una serie di manovre vietate e potenzialmente pericolose. L’imputato presenta allora ricorso per cassazione, sostenendo che la sua condotta non si è tradotta in atti di violenza o minaccia nei confronti dei carabinieri, ma si è limitata a una semplice fuga. Secondo gli Ermellini (sentenza 46239/12)

la sentenza di appello ha correttamente applicato i principi regolatori della materia in questione. Il delitto di resistenza è integrato anche dalla c.d. violenza impropria, che, pur non sostanziandosi in una aggressione diretta al p.u., si riverbera negativamente sullo svolgimento della relativa funzione pubblica, impedendola od ostacolandola: rientra senza dubbio in tale fattispecie la condotta di chi si dà alla fuga di fronte al carabiniere che gli intima di fermarsi. Per questo motivo la corte dichiara il ricorso inammissibile.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

L’Authority denuncia: “L’addizionale su gas e luce addebitata ai consumatori”

La Stampa

“Le imprese che pagano la Robin tax si rifanno sulle bollette degli utenti”. Rincari sospetti per 1,6 miliardi


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Molte imprese energetiche che pagano la Robin tax sembrano `rifarsi´ sui consumatori, violando la legge. È quanto emerge dal Rapporto dell’Autorità per l’energia che segnala 199 casi, per un totale di circa 1,6 mld di incremento dei margini `dovuti all’effetto prezzo e tali da costituire una possibile violazione del divieto di traslazione´.  

L’Autorità è tenuta per legge a svolgere l’attività di vigilanza in merito alla cosiddetta Robin Tax, vale a dire l’addizionale Ires imposta alle imprese energetiche nel giugno del 2008, che non può essere `traslata´ sui consumatori, e quindi né in bolletta né, per esempio, sulla benzina e il gasolio. La legge vieta infatti esplicitamente alle imprese «di traslare l’onere della maggiorazione d’imposta sui prezzi al consumo» a affida proprio all’Autorità per l’energia elettrica e il gas il compito di vigilare «sulla puntuale osservanza della disposizione».

Ebbene, nella Relazione al Parlamento licenziata il 24 gennaio scorso l’Autorità evidenzia un quadro fortemente critico, in cui appare evidente che molte imprese si rifanno proprio sui consumatori. Nel corso dell’attività di vigilanza svolta lo scorso anno sui dati relativi al 2010, infatti, l’Autorità ha `pizzicato´ 199 operatori (sui 476 totali), di cui 105 appartenenti al settore dell’energia elettrica e gas e 94 a quello petrolifero, in cui «è stata riscontrata una variazione positiva del margine di contribuzione semestrale riconducibile, almeno in parte, alla dinamica dei prezzi».

Insomma, per l’Autorità «è ragionevole supporre che, a seguito dell’introduzione dell’addizionale Ires, gli operatori recuperino la redditività sottratta dal maggior onere fiscale, aumentando il differenziale tra i prezzi di acquisto e i prezzi di vendita». In parole povere, il sospetto è che venga infranto proprio il divieto di traslazione, con il quale si comporta «uno svantaggio economico per i consumatori finali». L’Autorità, che come chiarito dal Consiglio di Stato non dispone di poteri sanzionatori in questo campo (c’è una sorta di incertezza normativa sul soggetto deputato alla sanzione), si spinge a calcolare l’ammontare dei margini teoricamente accumulati facendo leva anche sull’effetto prezzo.

Nel secondo semestre 2010 per le aziende elettriche e del gas si tratta di una somma pari a circa 0,9 miliardi di euro in più rispetto al corrispondente periodo pre-tassa, mentre per quelle petrolifere la cifra è appena più bassa e pari a circa 0,7 miliardi di euro. In sostanza, i consumatori sarebbero stati `appesantiti´ di 1,6 miliardi di euro anche per `rientrare´ della Robin Tax. Nel 2011 la Robin Tax è stata una manna per lo Stato, che ha incassato 1,457 miliardi di euro, 930 milioni in più rispetto all’esercizio precedente: una somma che è stata raggiunta grazie all’incremento dell’aliquota, all’estensione del tributo alle rinnovabili e alle società della rete (Snam, che ha contribuito per 104 milioni, e Terna, per 81 milioni) e alla modifica di alcuni parametri di applicazione. Il contribuente maggiore è stato il gruppo Enel, con la sola Distribuzione che ha versato 312 milioni di euro

Usa, quindici anni al tagliatore di barbe

La Stampa

Condannato Samuel Mullett, il capo della setta ribelle degli Amish che voleva estendere il suo dominio


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Samuel Mullet, leader di una setta Amish, è stato condannato a 15 anni di carcere per crimini di incitamento all’odio, aggressione e occultamento di prove. Condanne minori, fra uno e sette anni di reclusione, per altri 15 membri della setta, nei confronti dei quali erano state avanzate le stesse accuse. Lo ha deciso un giudice federale di Cleveland.

Fra i reati che vengono loro imputati c’è quello di aver tagliato barbe e rasato i capelli a componenti della loro stessa comunità. Mullet e i 15 seguaci condannati appartengono a un piccolo gruppo di Amish che si è staccato dalla casa-madre. Mullet è un vescovo Amish miliardario che, secondo le indagini, avrebbe avuto rapporti sessuali con donne sposate per «pulirle dal demonio». 

Cipollini dopato» Ecco tutte le carte che lo accusano

Corriere della sera

Nome in codice Maria con il numero di casa del ciclista. Rivelazione-choc della «Gazzetta dello Sport»

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Settemila pagine raccolte in 23 faldoni. Nome in codice Maria, una delle vergogne dell'Operacion Puerto, con tanto di numero di fax di casa di Mario Cipollini. Il segnale inequivocabile che lo lega al controverso medico spagnolo Eufemiano Fuentes.

LE CARTE - È quanto emerge dalle carte in possesso della Guardia Civil e rivelate dalla Gazzetta dello Sportche mostra persino una tabella prescritta da Fuentes a Supermario con i giorni del mese segnati in rosso nei quali assumere epo, ormoni e fare trasfusioni. È il magico anno 2002, indimenticabile per le prestazioni dell'ex ciclista (la vittoria della Milano-Sanremo e del terzo Gand-Wevelgem), con quel ritiro a sorpresa prima del grande rientro al Mondiale (poi vinto) a Zolder. Cipollini, contattato dal quotidiano sportivo, ha preferito non commentare e ha rimandato il suo giudizio: vuole prima vedere i documenti.

IL PROCESSO - E' la lunga coda del processo dell'Operacion Puerto, dai suoi detrattori giudicato inutile. Così quasi sette anni dopo, la lunga scia sul traffico di sangue organizzato dal dottor Fuentes e dall'ematologo Batres.

Redazione Online9 febbraio 2013 | 9:07







Doping, Cipollini: la trasformazione da SuperMario a "Maria"

Milano, 09 febbraio 2013
Nelle carte dell'Operacion Puerto emergono i recapiti telefonici e altri documenti che inchiodano l'ex campione lucchese, il quale per ora non commenta quanto emerso

Da Super Mario a "Maria". E’ la metamorfosi di Cipollini, come emerge dalle carte della Guardia Civil spagnola. "Maria", il codice che il medico Fuentes aveva scelto per il velocista lucchese. E dietro alle tabelle 2002 del doping c’è il numero di fax di casa sua, a Lucca, con tanto di prefisso. I documenti che la Gazzetta dello Sport pubblica in esclusiva sembrano inequivocabilmente svelare, per la prima volta, il trattamento dopante mese dopo mese di una stella del ciclismo mondiale, con carichi impressionanti di Epo, ormoni e anabolizzanti (per la forza), più le indicazioni sui pagamenti a Fuentes. Il 2002, cioè l’anno indimenticabile per Cipollini, con quel ritiro a sorpresa a luglio al quale neppure i suoi compagni avevano mai creduto. Un modo per togliersi dalla luce dei riflettori prima del grande rientro verso il Mondiale. Accompagnato, a quanto pare, dalle sacche di sangue. Mario Cipollini, contattato, ha preferito non commentare e ha rimandato il suo giudizio: vuole prima vedere i documenti.

DELITTI CONTRO LA SALUTE — E per fortuna che il processo dell’Operacion Puerto a Madrid doveva essere inutile, dedicato a giudicare "delitti contro la salute pubblica" e non contro il doping. Quasi 7 anni dopo, la lunga scia dell’inchiesta sul traffico di sacche di sangue organizzato dal dottor Eufemiano Fuentes e dall’ematologo Merino Batres travolge il più forte velocista della storia. Vincitore, nel 2002, della Sanremo, della terza Gand-Wevelgem e soprattutto del Mondiale di Zolder. Ma le sorprese non sono finite. Nelle oltre 7mila pagine dei 23 tomi che compongono gli atti giudiziari ci sono documenti che in questi anni non sono mai venuti alla luce.

TRE SETTIMANE PRIMA DEL MONDIALE — Il 2002 è l’anno del Mondiale di Zolder. La chiave della vittoria per Cipollini sono anche tre sacche di sangue, ciascuna di 250 ml: dal 20 al 24 settembre procede a un prelievo, e nello stesso periodo si reimmette una sacca di sangue "ripulito" dalle scorie, solo parte corpuscolare. Nella tabella, Fuentes indica l’arco di tempo utile per questa operazione. Mancavano tre settimane alla prova iridata, Cipollini ha concluso il 14 settembre la Vuelta. Si ritira all’8ª tappa: "Mi sento al massimo. Non voglio intaccare una condizione che è già ottima. Ormai penso di conoscermi, so come gestirmi. E so come allenarmi a casa, se ho saputo vincere dopo 100 giorni di assenza. Al Mondiale manca un mese. Ho bisogno di fare un certo tipo di allenamenti per quel percorso".

ULTIMA SACCA — Nella settimana del Mondiale, poi, Cipollini potrebbe essersi buttato dentro un’altra sacca di sangue: probabilmente il 9 ottobre, a Salice Terme, prima di partire per il Belgio, e dopo i controlli della Federazione previsti per il mattino alle 7. La corsa è domenica 13 ottobre.

Luca Gialanella





Il social dove Armstrong è King of the Hill

Corriere della sera
Malgrado la confessione il ciclista continua a gareggiare su Strava. Dove si presenta come 7 volte campione del Tour

MILANO - La competizione in salsa social non è solo quella «intellettuale» di Ruzzle. Esiste anche quella «fisica» di Strava, un social network destinato agli animi più sportivi e competitivi, basato sulla rilevazione tramite GPS delle proprie attività - bici o corsa - e sulla successiva condivisione con gli altri utenti. Con Strava possono gareggiare tutti, non è necessario essere iscritti ad una società, avere un certificato medico, pagare un’iscrizione, ritirare un pettorale o fare un controllo antidoping. L’importante è avere un dispositivo con antenna GPS o un’app per smartphone (iOs o Android).

Potete creare una gara o partecipare a una di quelle disponibili, basta correre e pedalare su quel tracciato e poi postare sul social il proprio risultato, quello rilevato dal GPS. L’onestà, e un comportamento eticamente corretto dei partecipanti, sono alla base di Strava, però di fatto chiunque potrebbe “saltare su un’auto in corsa” e finire la propria gara con “un aiutino”, non esistono giudici. Come è ben chiaro anche a Lance Armstrong, il ciclista reo confesso di aver fatto uso di sostanze dopanti che proprio in Strava continua a gareggiare virtualmente. Presentandosi sul social network come se la confessione televisiva non ci fosse mai stata: «Secondo i miei rivali, colleghi e compagni di squadra ho vinto il Tour de France sette volte».

KING OF THE MOUNTAIN - Chi detiene il miglior tempo su un tracciato di Strava ha il titolo di KOM (King of the Mountain, termine preso in prestito dal tour). Per le atlete è QOM (Queen of the Mountain), ma il pubblico femminile del sito è al momento solo un 10% circa. La vita di un KOM può essere stravolta da una mail del sistema che lo avvisa che altri hanno superato quel determinato record. La competitività e la motivazione che Strava e i relativi obiettivi suscitano possono essere compresi solo da chi sa quanto gli utenti dei social network e gli sportivi di livello amatoriale si prendano sul serio.

In tre anni di vita Strava ha accumulato più di un milione d’iscritti, è nato a San Francisco dove ha attualmente la sua sede. Cisco e la vicina Silicon Valley non sono solo patria di nerd cappelloni, ma anche di geek appassionati di sport. Qui muoversi in bicicletta e correre sono attività più che alla moda e non c’è da stupirsi se progetti come Strava siano nati qui e in queste zona riescano a trovare un terreno fertile.


NON RIMANE CHE IL WEB
- Non è una novità, con i social network ci si mette in gioco, molti l’hanno imparato a proprie spese. Per uno sportivo famoso, nonostante qualche scheletro nell’armadio, la comunicazione diretta e amplificata di questi media può anche essere un vantaggio. Stiamo parlando appunto di Lance Armstrong che ha trovato proprio in Strava l’ultimo territorio in cui gareggiare. L’atleta americano, famoso per aver battuto il cancro ed essere tornato a praticare attività sportiva ad alto livello, oltre che per le sette vittorie al Tour de France, è un utente di Strava dall’agosto del 2011. In una recente, e già storica, intervista di Oprah Winfrey in diretta TV, il ciclista ha recentemente svelato l’uso di Epo e sostanze proibite negli anni Novanta e fino al 2005. Dopo la confessione televisiva, oltre al nome vero, Armstrong (che prima utilizzava il nick Juan Pelota) ha anche inserito nel profilo di Strava i suoi successi sportivi e ha continuato a gareggiare con gli altri utenti per aggiudicarsi diversi KOM, forte dei suoi followers sul network che superano i 10.000.


Le polemiche non sono mancate e in molti hanno chiesto che Armstrong venisse cacciato dal social. Michael Horvath, responsabile della parte cycling per Strava ha dichiarato che il network «non è uno stato di polizia» e che il team non è in grado di «decidere chi può gareggiare o meno», di fatto l’atleta non ha violato alcuna regola della piattaforma. Nonostante le polemiche il Web rimane quindi uno spazio aperto a tutti, basato su servizi che possono essere “buoni” o “cattivi” solo in base al buon senso di chi li usa. Strava non è solo terra di frontiera per gli atleti con un rapporto controverso con le sostanze proibite, è stato anche criticato perché spinge troppo i suoi utenti alla competitività. Nel 2010, William Kim Flint ha perso la vita mentre scendeva con la bici una collina di San Francisco nel tentativo di battere il record e conquistare il titolo di KOM di quel circuito. Dopo quell’episodio la piattaforma offre la possibilità ai suoi fan di segnalare un percorso di gara come pericoloso, per essere sottoposto successivamente alla valutazione dello staff del network.

Lino Garbellini
8 febbraio 2013 | 18:08

Ricordando le foibe, in via Tito...

Fausto Biloslavo - Sab, 09/02/2013 - 10:36

A quasi 70 anni dai fatti, ci sono ancora dozzine di strade e piazze intitolate al Maresciallo, "il boia degli italiani"


Provate a immaginare una giornata della memoria dell'Olocausto celebrata in un Paese dove ci siano delle vie o piazze dedicate ad Hitler oppure a uno dei suoi gerarchi.


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Domani, 10 febbraio, lo Stato ricorda l'esodo di oltre 200mila istriani fiumani e dalmati e la tragedia delle foibe con le sue migliaia di vittime. Però una dozzina di vie di città italiane sono ancora intitolate al maresciallo Tito, boia degli italiani alla fine della seconda guerra mondiale.

Da due anni il sindaco di Calalzo (Belluno), Luca de Carlo, e il suo assessore, Antonio Da Col, sono impegnati nella battaglia per cambiare la toponomastica dedicata al fondatore della Jugoslavia comunista. Nel 2011 hanno scritto al presidente Giorgio Napolitano: «Sarebbe un segnale fondamentale per ricomporre le tragedie della storia, se Lei decidesse di accogliere il comune sentire delle nostre genti ritirando le onorificenze a Tito (oltre che ai suoi colonnelli Ribicic e Rustja) e contestualmente disponendo la rimozione in tutto il Paese dei toponimi ad essi intitolati». Nessuna risposta è mai arrivata dal Quirinale.

Josep Broz Tito venne decorato nel 1969, dall'allora presidente Giuseppe Saragat, come «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana» con l'aggiunta del Gran cordone, il più alto riconoscimento. Nessuno ha mai pensato di levargli questa onorificenza per «indegnità», come è previsto dalla legge. L'Italia l'ha fatto lo scorso anno, per la stessa onorificenza di Tito, che Napolitano aveva appuntato sul petto di Bashar al Assad nel 2010. Il presidente siriano, pur immerso fino al collo nel bagno di sangue nel suo Paese, non ha mai ucciso però un solo italiano.

Oltre a Tito sono stati decorati dal Quirinale i suoi uomini più fidati: Mitja Ribicic, Cavaliere di Gran Croce e l'ammiraglio jugoslavo Franjo Rustja. Il primo, nel 1945, era un alto ufficiale della polizia segreta attiva contro gli italiani. A Lubiana, nel 2005, venne aperta un'inchiesta a suo carico per crimini di guerra, ma 60 anni dopo è stato impossibile trovare le prove. L'ammiraglio Rustja nei terribili 40 giorni dell'occupazione di Trieste (maggio-giugno 1945) era primo assistente al comando del IX Corpus. L'unità di Tito che deportò e fece sparire per sempre molti italiani.

Lo scorso anno il sindaco di Calalzo ha inviato la lettera contro le vie e piazze dedicate a Tito alla dozzina di comuni italiani che le ospitano tutt'oggi. Luigi Aurelio Verrengia, nel 2011 primo cittadino di Parete nel casertano, aveva dichiarato: «Non sono favorevole alla rimozione, a meno che non sia determinata da disposizioni legislative. Penso che sia orrenda la storia delle foibe, ma resta pur sempre la valutazione che Tito ebbe una funzione storica rispetto all'antinazismo e all'antifascismo».

Il sindaco di Scampitella, in Campania, aveva promesso di farlo, ma via Tito campeggia ancora su Google map vicino a via Kennedy. Stesso discorso per Campegine (Reggio Emilia) dove una mozione di Pdl e Lega per cancellare via Tito è stata respinta. «Nonostante tutto è stato un grande statista» aveva detto nell'occasione Luca Vecchi, capogruppo del Pd. Via Maresciallo Tito spicca anche a Cornaredo, in Lombardia. A Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, è vicina alla strada dedicata a Palmiro Togliatti e a quella a Mao Tse Tung.

Non a caso i sindaci interpellati non hanno risposto al sindaco di Calalzo, che ieri, assieme a una delegazione dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, che rappresenta gli esuli, è andato a protestare dal prefetto di Belluno. «Sono state levate le medaglie ad Assad e a Tanzi, dopo il crack Parmalat, ma non a Tito - spiega De Carlo a il Giornale -. Lancio l'idea di una raccolta di firme in Rete per ritirare l'onorificenza al boia degli italiani e cambiare i nomi di vie e piazze a lui intitolate».
Sembra assurdo, ma nel silenzio tombale del Quirinale e di tanti comuni è l'unico scossone di un paese che celebra le vittime delle foibe e allo stesso tempo continua a onorare il loro carnefice.

www.faustobiloslavo.eu

Tor di Valle, poveri cavalli Ne prendo uno e lo chiamerò Pomata»

Corriere della sera

Enrico Montesano acquista uno dei 500 purosangue dell'ippodromo ormai chiuso: «Lo porterò in campagna»



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ROMA - Trentasette anni dopo «Febbre da cavallo», «Pomata» ritorna a Tor di Valle. Con l'ippodromo chiuso e i lavoratori che hanno perso il lavoro, arriva da Enrico Montesano - protagonista del film di Steno proprio nel ruolo del giocatore incallito - una proposta malinconica. «Per me è come se si chiudesse un'era - dice l'attore -, così ho deciso: compro uno dei cavalli, lo chiamo "Pomata" e me lo porto in campagna». Solo a Tor di Valle i cavalli a rischio sono più di 500. In Italia, vittime della crisi dell'ippica, della chiusura degli ippodromi e della cancellazione delle corse, sono 15 mila e alcuni potrebbero finire al macello.


Proprio ieri in un'altra vicenda - quella degli oltre 100 cavalli lasciati morire di fame nei terreni fra Colleferro, Segni e Gavignano - la Forestale ha annunciato il trasferimento di 21 esemplari nelle scuderie dell'Ufficio per la Biodiversità di Castel di Sangro (L'Aquila) del Corpo forestale dello Stato. «Gli animali - spiegano dalla Forestale - seguiranno un percorso di riabilitazione psicofisica e poi sarà possibile addestrarli secondo i metodi della doma dolce. In futuro saranno impiegati in progetti educativi o a carattere sociale come l'ippoterapia». Il destino dei cavalli di Tor di Valle è invece ancora incerto.

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«La notizia della chiusura dell'ippodromo mi rattrista veramente - aggiunge Montesano interpellato sulla questione dall'agenzia Dire -, pensando alle persone che resteranno senza lavoro. Che faranno? È una cultura che si perde. E poi mi dispiace per i cavalli. Uno lo voglio comprare, lo porto in campagna per fare delle passeggiate. L'amore per questi animali è troppo grande. Mi chiedo - conclude -: ma da sport più ricchi un aiuto al trotto proprio non poteva arrivare? Spendiamo tanti soldi in altri giochi, ma salvare i cavalli proprio non si poteva?».

Rinaldo Frignani9 febbraio 2013 | 13:14

Magellano», il navigatore per i non vedenti l'invenzione del 23enne Simone Miraldi

Corriere della sera

Un «bastone intelligente» con sensori, telecamera e Gps


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MILANO - Un bastone che guida le persone ipovedenti come se fosse un navigatore portatile. Basta pronunciare la destinazione per ricevere «indicazioni tattili» sul percorso da seguire: una vibrazione indica se fermarsi al semaforo, una rotazione del manico segnala la direzione. È Magellano. Il «bastone intelligente» ideato dal milanese Simone Miraldi. Ventitré anni, una laurea in Design di prodotto al Politecnico, con questo progetto Simone si è guadagnato una menzione speciale alla sesta edizione del Samsung Young Design Award, il concorso che dal 2007 premia i giovani designer italiani.

IL PREMIO - Quest'anno il tema della competizione era: «Tecnologia per la mobilità urbana». Non appena Simone ha letto il bando ha pensato di progettare qualcosa che potesse essere d'aiuto per qualcuno: «L'obiettivo del design è risolvere problemi - spiega Simone -. E anche se in Italia questo approccio è poco sviluppato, perché si associa il design più che altro all'estetica, io ho deciso di puntare sull'utilità». Così è nato Magellano. Per realizzarlo Simone ha parlato a lungo con persone ipovedenti e cieche, ascoltandone esigenze e suggerimenti.

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LA TECNOLOGIA - Il risultato è un mix dei più recenti dispositivi tecnologici: una telecamera associata a un software di riconoscimento oggetti sa capire quando la persona si trova di fronte a un ostacolo o a un semaforo rosso. A quel punto il bastone vibra. Il Gps, invece, localizza l'utente e calcola il percorso. Un'applicazione per smartphone collegata a Magellano, inoltre, permette ai familiari dell'utente di monitorare la sua posizione. Tutto ciò è concentrato in uno strumento molto maneggevole. E soprattutto poco

discriminatorio: il bastone non fa rumore, non dà indicazioni registrate ad alta voce. Semplicemente vibra e si muove, evitando di mettere in imbarazzo chi lo usa. Secondo Simone, poi, non dovrà essere realizzato in bianco, il colore che per convenzione è associato ai bastoni per ciechi. Potrà essere costruito in tinte diverse, utilizzabili da tutti. «For all», questo è il design a cui Simone punta: quello che permette di produrre oggetti standard, adatti a utenti diversi, senza bisogno di tante modifiche.

IL DESIGN - È proprio questa sensibilità che i giurati del concorso - professori e rappresentanti dell'Associazione design industriale - hanno apprezzato: la menzione è stata assegnata perché Simone ha saputo rivisitare in modo innovativo e discreto un simbolo della diversità come il bastone per ciechi. Per ora Magellano esiste solo sulla carta: un prototipo non funzionante è stato esposto lo scorso novembre al Museo della Scienza e della Tecnologia insieme alle altre idee premiate. Ma un'azienda che produce strumenti per ipovedenti ha già manifestato il suo interesse a produrlo.

«Spero davvero che prima o poi venga realizzato, per me sarebbe una grandissima soddisfazione», confessa Simone. Un'altra sua speranza è che Magellano arrivi a interagire con il sistema urbano dei trasporti: nel progetto è già previsto che il bastone indichi all'utente se il tram in arrivo è quello giusto per lui. Come? «Se le città arriveranno ad essere smart, intelligenti, e ogni pensilina sarà collegata a un dispositivo bluetooth, l'ipovedente potrà sapere se il mezzo in arrivo è quello che deve prendere». Ma questo è il futuro.

Alessandra Dal Monte
9 febbraio 2013 | 12:48

Il gatto disabile che si sposta con la "sedie a rotelle"

Il Mattino


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Un gatto disabile che non può usare le zampe posteriori è diventato nuovamente autonomo grazie ad una speciale sedia a rotelle costruita da un gruppo di studenti. Flipper, questo il nome del gattino, è nato con una malformazione che non gli consente di camminare sulle zampette posteriori.

Gli studenti del liceo di Conifer (cittadina a Sud di Denver) hanno così deciso di aiutare lo sfortunato gatto dotandolo di due ruote per muoversi in libertà. La storia richiama alla mente quella del maialino Chris P. Bacon che ha commosso il web con la sua storia: anche questo animaletto, infatti, non può camminare perché senza zampe posteriori. Anche per il maialino, così come per il gatto, l'uomo si è attivato per renderli "liberi".


sabato 9 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 10:10

Alberto Sordi, un attore a Roma: mostra a 10 anni dalla morte

Il Messaggero
di Davide Desario

L'attore più amato della Capitale si spegneva nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003: ora il grande omaggio al Vittoriano


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ROMA - Roma s’inchina al romano più amato. Alberto Sordi moriva nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003, suscitando una profonda commozione in tutta Italia. La camera ardente in Campidoglio venne visitata da 500mila romani e in 250mila parteciparono ai funerali solenni a San Giovanni in Laterano. Oggi, a dieci anni dalla morte del grande attore, Roma celebra Albertone con una grande mostra in programma al Vittoriano dal 15 febbraio al 31 marzo: “Alberto Sordi e la sua Roma” a cura di Gloria Satta, Vincenzo Mollica e Alessandro Nicosia, organizzata da Comunicareorganizzando, Catalogo Gangemi Editore.

Il rapporto con Roma. La mostra metterà in evidenza il rapporto di Sordi con Roma, città nella quale si sono intrecciati i film e le vicende personali dell’attore, che fu sindaco di Roma per un giorno al compimento dell’ottantesimo compleanno e per tutta la vita tifò per la Roma. Al Vittoriano si vedranno filmati, documenti, immagini, lettere autografe, materiali audio, interviste video, sceneggiature, oggetti ed elementi di arredamento provenienti dalla casa, dall’ufficio e dagli archivi di Sordi. Tutti materiali sono stati messi a disposizione dalla sorella dell’attore, Aurelia.

I film. Moltissimi film di Sordi, da “Un americano a Roma” fino a “Nestore l’ultima corsa”, dal “Tassinaro” al “Marchese del Grillo” sono stati ambientati a Roma: la mostra aprirà dei focus su ciascuno di essi attraverso materiali diversi e spezzoni. E saranno ricordate le celebri battute entrate nel lessico comune.

Dalla casa. La grande villa del Celio, acquistata da Albertone nel 1958, è stata l’oasi di tranquillità dell’attore. Saranno esposti alcuni divani, il pianoforte, la poltrona da barbiere, quadri, il baule con gli attrezzi da ginnastica, la bicicletta, il toro meccanico che Sordi cavalcava per rilassarsi. Ci saranno anche la benedizione speciale del Papa. E le sciarpe, gli oggetti, i biglietti che i fans deposero davanti alla casa dopo la morte dell’attore.

Dall’ufficio. Dall’ufficio di Via Emila provengono la scrivania di Sordi, la macchina per scrivere, il telefono, il posacenere, sceneggiature con appunti autografi, album fotografici, contratti, premi ricevuti a Roma, il salvadanaio di Kansas City dove nel 1955 Alberto ricevette la cittadinanza ordinaria.

Dal set. In mostra saranno gli abiti di scena del Marchese del Grillo, il cappello da marinaio di “Polvere di stelle”, casco, paletta e stivaloni del “Vigile”, il capello piumato del “Malato immaginario” più alcuni bozzetti originali e la sedia da regista di Alberto.

Gli articoli. Una parte fondamentale della mostra saranno gli articoli che, tra il 1988 e il 2002, Sordi scrisse sul “Messaggero”, suo giornale preferito: in tono arguto e bonario, l’attore parla di problemi, fatti di cronaca, miti e riti che hanno per protagonista la Capitale.


FOTOGALLERY

Alberto Sordi, una mostra a 10 anni dalla morte




Le battute più celebri

Albertone editorialista del Messaggero

Alberto Sordi e il cinema, le battute più celebri: dai macaroni al Marchese del Grillo VIDEO


Alberto Sordi editorialista del Messaggero


"Torpigna" sogna il riscatto con il film La Luna che vorrei


Urban Memories, a Roma la mostra su New York: dagli Anni '40 a oggi



Venerdì 08 Febbraio 2013 - 20:57
Ultimo aggiornamento: Sabato 09 Febbraio - 09:50