venerdì 8 febbraio 2013

Farsi prestare contanti da uno sconosciuto

Corriere della sera

Apple ha depositato un brevetto per una app che trasforma chiunque in un potenziale bancomat da cercare con iPhone

MILANO – In attesa che l'abbandono del contante rivoluzioni davvero le nostre vite, quando si resta senza spiccioli e banconote nel portafoglio spesso riuscire a fare un acquisto diventa una missione impossibile. Un giornale in edicola, il biglietto del bus, una colazione al bar dopo un lungo viaggio verso il lavoro: cosa accadrebbe se la persona accanto a noi al bancone potesse prestarci la cifra mancante, e noi potessimo restituirla in tempo reale grazie a una transazione bancaria automatica? È proprio dietro a questo concetto che ha lavorato Apple depositando un brevetto oggi reso pubblico per una applicazione che potrebbe trasformare in uno sportello bancomat in crowdsourcing chi la scarica. Mettendo in contatto benefattori e bisognosi di aiuto, grazie agli smartphone.

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IL BANCOMAT È MOBILE – Il sistema dovrebbe funzionare così: chi ha scaricato l'applicazione sul proprio iPhone entra a far parte della rete dei bancomat umani in mobilità, ma anche dei potenziali correntisti intenzionati a fare un prelievo. Il servizio prevede che chi necessita del contante si rivolga al suo telefono, che in automatico avvertirà chi si trova nelle vicinanze ed è disponibile. Il potenziale donatore riceverà un messaggio sulla presenza di una richiesta di contante nei paraggi, in cui verrà specificato anche la cifra da fornire. Solo se questi accetterà, chi ha bisogno di soldi riceverà un'allerta e la posizione esatta del suo bancomat mobile, che raggiungerà per ricevere le banconote richieste. Il tutto usando la rete telefonica, il Gps per la geolocalizzazione, e il collaudato sistema di applicazioni di iPhone.

IL PAGAMENTO – Come si legge nei termini tecnici del brevetto depositato da Apple, pubblicati a fine gennaio dall'US Patent & Trade Office, l'ufficio brevetti statunitense, ma richiesti già nel 2011 dall'azienda di Cupertino, la «rete di dispensatori di contante ad-hoc» potrebbe basarsi per le transazioni sugli account di iTunes, su cui versare (e da cui prelevare) le cifre prestate e gli oneri del servizio. Perché ovviamente ci sarebbe una tassa, gli interessi diciamo, che in questo caso si dividerebbero in due: in parte a chi dispensa il denaro, il resto direttamente a Apple. Se la somma richiesta è di 50 dollari, chi presta ne riceverà 53 sul proprio account di iTunes mentre Apple ne preleverà altri 5 dall'account di chi ha richiesto e ottenuto il prestito in contante.

PRIVACY E SICUREZZA – Non è ancora chiaro in che modo l'applicazione lavorerà, anche graficamente: alcune fonti parlano di una mappa, da visualizzare sul proprio smartphone, in cui con piccole stelline vengono segnati tutti i benefattori nelle vicinanze (con la relativa affidabilità creata nel tempo). E se per chi aderisce al servizio l'incentivo di poter incassare qualche dollaro in più per la transazione effettuata potrebbe funzionare da leva per aderire al servizio, resta l'altra faccia della medaglia, ovvero la mancanza di privacy di tale progetto. Chi scarica l'applicazione potrebbe infatti venire localizzato e far parte di una rete di “possessori di denaro contante” che scatena gli appetiti dei ladri. Ma è ancora troppo presto per capire in che modo Apple deciderà di proteggere i suoi utenti.

Eva Perasso
7 febbraio 2013 | 16:03

Mi ha aggredito un orso” Le peggiori scuse dei ritardatari

La Stampa

Dalle chiavi congelate al neonato in mezzo alla strada, le bugie che si raccontano sul luogo di lavoro

filippo femia


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Nelle emergenze, si sa, l’ingegno si esalta. E la fantasia imbocca strade imprevedibili. E’ il caso delle scuse utilizzate per giustificare i ritardi a lavoro: a volte verosimili, altre palesemente ridicole. CareerBulding, un sito statunitense specializzato in offerte di lavoro, ha rilevato che il 26% dei dipendenti non è puntuale almeno una volta al mese.

La frequenza dei ritardi aumenta a una o più volte a settimana per il 16%. Una mancanza tollerata a stento nel mondo anglo-sassone, dove la puntualità è un requisito fondamentale. L’“alibi”, quindi, deve essere all’altezza. Il traffico? Troppo inflazionato (lo usa il 31% dei ritardatari). Scontato anche scaricare la colpa sui mezzi di trasporto. Meglio aggiungere un pizzico di fantasia, dunque. CareerBuilding ha così raccolto le scuse più stravaganti, raccolte nelle interviste di oltre 2500 manager.

«Sono uscito di casa con le scarpe di mia moglie e me ne sono accorto tardi, così sono dovuto tornare a casa a cambiarmi», ha raccontato un dipendente. Un altro ha incolpato la moglie: arrabbiatissima, gli aveva sottratto le chiavi dell’auto, poi congelate dentro un bicchiere d’acqua. E il mazzo di riserva non si trovava. C’è poi chi punta sull’effetto onestà, sperando che paghi. «L’auto non partiva perché bloccata dal dispositivo di rilevazione del tasso alcolemico: aveva riscontrato “anomalie”», ha spiegato un altro ritardatario. 

Gettonate, poi, le giustificazioni di carattere estetico. Come il malcapitato frenato da una macchinetta taglia capelli, inceppata a metà dell’opera: «Così ho dovuto aspettare che aprisse un barbiere per terminare l’acconciatura e non sembrare ridicolo». Un’altra scusa stravagante, da rubricare alla voce filantropia: «Ho aiutato una donna a partorire in mezzo alla strada». Ma non sempre la fantasia trionfa. C’è , per esempio, chi non ha trovato miglior giustificazione del «ho sbagliato strada e sono andato al mio ufficio precedente». La forza dell’abitudine.
La palma di scusa “migliore” spetta però all’impiegato che ha raccontato di essere stato attaccato da un orso. Ma il fatto più incredibile è che ha fornito le prove fotografiche della disavventura.

Twitter@FilippoFemia

Immersione record nel lago più freddo del mondo

Corriere della sera

A -45 °C nel lago Labynkyr, presso il villaggio di Oymyakon in Siberia. Nessuna traccia di un presunto «mostro»

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Faceva quasi «caldo». Nel senso che una temperatura di 45 gradi sottozero è niente rispetto ai -71 °C che possono essere raggiunti a Oymyakon, nella regione della Yakutia, remoto villaggio siberiano considerato il «polo del freddo» mondiale, cioè il posto abitato in permanenza (quindi non le stazioni scientifiche antartiche) dove si registrano le temperature più basse del pianeta. «Non vediamo l'ora di buttarci in acqua», ha scritto nella sua pagina Facebook Viktor Ozarenko. Un pazzo? Forse, sicuramente uno dei dieci membri della spedizione della Società geografica russa, che a fine gennaio si è recata in capo al mondo per l'esplorazione invernale del lago Labynkyr: il lago più freddo del mondo nel posto più freddo del mondo nei giorni più freddi dell'anno. In pratica un triplete da Guinness dei primati, che infatti ora i russi chiedono che venga riconosciuto tra i record mondiali.


Immersione nel lago più freddo Immersione nel lago più freddo Nel lago Labynkyr in Siberia 



Immersione nel lago più freddo del mondo (07/02/2013)

ANALISI - Perché rischiare il congelamento (la temperatura «media» di gennaio è di -50 gradi) solo per un record? In realtà la spedizione voleva vederci chiaro, perché il lago Labynkyr possiede alcune anomalie. Infatti è conosciuto da tempo che il Labynkyr gela più lentamente rispetto agli altri laghi nei dintorni e nel fondo c'è una frattura: da una profondità di 52 metri il fondale si inabissa improvvisamente a 75-80 metri. Il capo della spedizione, Dmitry Shiller, il 1° febbraio è stato il primo a immergersi nelle acque lacustri che avevano una temperatura di 2 gradi sottozero, quindi molto più confortevoli dei -45 °C dell'aria. Shiller ha raccolto campioni di acqua, flora e fauna sottomarina, campioni che non erano finora mai stati analizzati. Finora infatti i fondali del Labynkyr erano stati esaminati solo con robot e con un ecoscandaglio.

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NESSIE SIBERIANA - Ma il motivo della spedizione era anche un altro: sfatare uno dei tanti boatos para-scientifici che ogni tanto emergono senza alcun fondamento. Una leggenda dice che il lago è abitato dal «diavolo del Labynkyr», una sorta di rettile primordiale simile a Nessie, il presunto mostro del lago scozzese di Loch Ness. Leggenda alimentata da una spedizione del 1953, in cui Viktor Tverdokhlebov, capo della divisione geologica della Siberia dell'Accademia sovietica delle scienze, scrisse

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nel suo diario di «aver visto uno strano animale» nel lago. «Ho sentito gelarmi le ossa quando ho visto una massa ovale di colore grigio scuro con due simmetriche macchie bianche come due occhi e qualcosa che emergeva come una punta», scriveva lo scienziato sovietico 60 anni fa. «Forse una pinna? Abbiamo visto solo una piccola parte dell'animale. Nessun dubbio che sia un predatore, uno dei più forti del mondo». Peccato che del «diavolo del Labynkyr» visto da Tverdokhlebov non sia stata trovata alcuna traccia.



Paolo Virtuani7 febbraio 2013 (modifica il 8 febbraio 2013)

Etruschi: confermata l'origine autoctona Non provenivano dall'Anatolia

Corriere della sera

Analizzato il Dna degli abitanti delle zone di Volterra e del Casentino

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Gli etruschi erano una popolazione stanziata da tempo in Italia e non provenivano dall'Anatolia, l'attuale Turchia. Aveva quindi ragione Dionigi di Alicarnasso, che sosteneva la prima tesi già nel I secolo avanti Cristo, e torto il suo predecessore Erodoto, che riportava l'origine orientale nel V secolo a. C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Plos One, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Università di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell’Università di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano.

DNA - Lo studio è stato effettuato analizzando il Dna degli abitanti delle zone di Volterra e del Casentino, dove si rinvengono ancora Dna identici a quelli degli etruschi di 2.500 anni fa, sebbene gli odierni abitanti della Toscana discendano per lo più da antenati immigrati in tempi più recenti. «Leggere nel Dna di persone così antiche è difficile», spiega Barbujani in una nota del Cnr. «I pochi Dna finora disponibili non permettevano di dimostrare legami genealogici fra gli etruschi e i nostri contemporanei. Lo scorso anno il gruppo di Caramelli è riuscito a studiare un numero maggiore di reperti ossei; così ci siamo resi conto che comunità separate da pochi chilometri possono essere geneticamente molto diverse fra loro e abbiamo visto come l’eredità biologica degli etruschi sia ancora viva, anche se in una minoranza dei toscani».

CONFRONTO - Secondo Barbujani, «il confronto con Dna provenienti dall’Asia dimostra che fra Anatolia e Italia ci sono state migrazioni, ma risalenti a migliaia di anni fa e non hanno rapporto con la comparsa della civiltà etrusca nell’VIII secolo avanti Cristo. Viene così smentita l’idea di un’origine orientale degli etruschi, ripresa alcuni anni fa, da studi genetici che però si basavano solo su Dna moderni».

SEQUENZIAMENTO - «L’applicazione di tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (Ngs) nell'ambito della paleogenetica», spiega Ermanno Rizzi, ricercatore dell’Itb-Cnr, «ha permesso di recuperare informazioni genetiche da molecole di Dna di campioni più antichi di 2 mila anni. Ciò ha consentito di discriminare le molecole endogene del Dna mitocondriale dei campioni etruschi, che come altri reperti antichi, oltre a essere molto degradati, hanno un quantitativo molto scarso di materiale genetico informativo, che si aggira attorno al 1-5% del Dna totale».

DOMANDE E RISPOSTE - Le nuove analisi rispondono a domande vecchie di millenni sull’origine biologica degli Etruschi, ma lasciano aperte alla ricerca archeologica tutte le questioni riguardanti la cultura di questo popolo, la sua affermazione e il suo declino.

Redazione Online7 febbraio 2013 | 15:38

Michelangelo imbarazza il Giappone “Mettiamo le mutande al David”

La Stampa

Una copia del capolavoro è stata collocata in un parco della città di Okuizumo : “Spaventa i bambini”


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Una copia del David di Michelangelo, eretta la scorsa estate nella città giapponese di Okuizumo (nella prefettura occidentale di Shimane), crea imbarazzo agli abitanti, che stanno pensando di coprirne le `pudenda´. La statua è un dono: la città ha infatti ricevuto la replica del David e anche della Venere di Milo da un ricco mecenate locale. Le due statue sono state piazzate in un enorme parco pubblico, in cui si trovano anche una pista d’atletica, un campo di baseball, uno da tennis, un circuito da `mountain bike´ e un’area giochi per bambini.

Di qui l’imbarazzo: «Qualcuno ha fatto presente ai consiglieri comunicali che i più piccoli hanno paura delle due statue che sono enormi e sorte all’improvviso quest’estate», ha spiegato un responsabile dell’amministrazione, Yoji Morinaga. «Sono statue senza veli e tali opere d’arte sono molto rare nella zona: secondo taluni, potrebbero non essere adatte alla visione dei più piccoli». Insomma, scrive il quotidiano Yomiuri Shimbun, alcuni abitanti hanno chiesto che venga fatta indossare biancheria intima al David per «nascondere la sua modestia». 

Se anche le maschere sono vietate a Carnevale

Corriere della sera

I Comuni bandiscono ortaggi e spade di Zorro. Pioggia di ordinanze dalla Liguria alla Sicilia. Addio al divertimento?

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L’antico Carnevale di Bagolino, piccolo comune della montagna bresciana noto appunto per il suo Carnevale e per questo prediletto dagli antropologi, è nettamente diviso in due. Da una parte le maschere, ragazzotti travestiti da vecchiacce che approfittano dell’apparente innocuità per smanacciare le ragazze. Dall’altra i ballerini, in costume settecentesco e con fastosi cappelli ricoperti di nastri e decorati con tutti gli ori di famiglia. I quali ballerini eseguono ritualmente una serie fissa di danze collettive su musiche tramandate e non scritte. Sul far della sera, le copiose e comuni libagioni tendono ad avvicinare, ma non a confondere, le due parti. Il Carnevale ha sempre avuto due facce, due anime. La prima è l’erede degli antichi Saturnali, la festa popolare, ma nel senso preciso di festa dei poveracci: il mondo alla rovescia. E quindi scurrile, spesso triviale, sempre e per definizione licenziosa, essendo lo spazio proprio della licenza. La seconda è invece la celebrazione ufficiale o semiufficiale della comunità, cittadina o meno.

Spesso elargita e patrocinata dal signore, il doge a Venezia, i Medici a Firenze. Alla cui presenza si dispiegano meraviglie e artifici, ultimi discendenti degli apparecchi di stupefazione esibiti dai grandi sovrani ellenistici per significare l’intelligenza del proprio potere. Una contrapposizione che è anche, ovviamente, una contrapposizione sociale tra Carnevale dei poveri e Carnevale dei ricchi. Ma se i due volti sono sempre esistiti — a Bagolino gli stracci delle maschere contro le sete dei ballerini—la novità più recente, in gran parte proprio di quest’anno, è il proliferare di una vasta regolamentazione tesa a mettere sotto controllo il primo dei due carnevali, quello più sguaiato, più imbarazzante, ma anche — diciamolo—più gioioso e divertente. È una vera e propria pioggia di editti e di gride, destinate certo come le loro antenate manzoniane a rimanere per la più parte lettera morta, ma nondimeno significative, sia per l’estensione geografica — dalle Alpi a Capo Passero —, sia per la fantasia nell’individuazione delle fattispecie perseguibili.

Si legge bene in controluce l’esasperazione di tanti bravi sindaci i quali, subissati negli anni scorsi da proteste, esposti e reclami, hanno deciso, quest’anno, di mettersi al riparo e di farla finita una volta per tutte. L’idea di fondo è quella non di perseguire comportamenti spiacevoli o addirittura pericolosi, ma di vietare, per via elencativa, l’uso degli oggetti che li mettono in atto. Con effetti a volte esilaranti. Come quando il sindaco di Strangolagalli, in provincia di Frosinone, vieta la detenzione «di qualsiasi oggetto che possa recare offesa o molestia alle persone», cioè all’incirca dell’universo mondo. Il divieto è spesso, in sé, sensato, come quello riguardante le bombolette spray e imperante più o meno ovunque, da Boscoreale nel napoletano a Pieve di Soligo a Diano Marina a

Moggia (Trieste) alla lombarda Lambrugo, ad Alatri, a Gioiosa Marea (Messina), a Canicattì, a Bronte. Ma diventa eccessivo quando aggiunge agli spray coloranti (mezzo privilegiato dei nostri deturpatori urbani, Carnevale o no) l’innocua schiuma da barba. Così come fa un certo effetto vedere vietato in periodo carnevalesco l’uso di mazze, bastoni, martelli e manganelli (lunghi più di 40 centimetri, si precisa a Bronte), quasi che nel resto dell'anno li si potesse liberamente usare, si presume sulle teste altrui. Salvo poi comprendere, o perché esplicitamente detto o perché a volte sottinteso (speriamo...), che si fa riferimento a copie in plastica. A Diano Marina, e solo a Diano Marina, a questi oggetti contundenti si aggiungono le eleganti «spade da Zorro».

D’obbligo il divieto di petardi, mortaretti e botti in genere. Staremo a vedere, ma con manzoniano scetticismo. Più curioso il divieto riguardante prodotti naturali, «uova, farina e agrumi» a Boscoreale, «farina » a Pieve di Soligo, «lanci di uova, ortaggi e simili» ad Alatri, «uova, farina o talco» a Gioiosa Marea, «farinacei e uova» a Torre del Greco. Dove la curiosità deriva dal fatto che il divieto riguarda la vendita ai minori, mentre i diciottenni possono evidentemente circolare con sporte piene di uova e ortaggi. Ma soprattutto colpisce l’improvvisa, e quasi commovente, irruzione di una dimenticata Italia contadina, con le sue umili risate davanti ai maggiorenti imbiancati di farina. Così come si risente un’aria di tempi andati nel divieto di mascherarsi, a Pieve di Soligo, «dall’imbrunire fino all’alba», cioè nel tratto di tempo in cui si usava chiudere le porte di città e paesi.

Ma, a proposito di maschere, a volte ci si allontana decisamente dalla tradizione. Perché è proprio l’essenza della maschera, cioè il celare la propria identità, a essere negata. A Boscoreale è vietato l’uso di maschere «che precludano l’immediato e sicuro riconoscimento del soggetto». Ma che maschere sono? A Pieve di Soligo bisognerà togliersele immediatamente, appena richiesti. Forse, dietro questo diluvio di divieti, ci sono nervi a fior di pelle, c’è una specie di irritazione sorda, che rischia di tramutarsi in acredine. Può darsi che un po’ di farina sia finita negli occhi di qualcuno, che qualcun’altro si sia preso qualche «ortaggio» in testa, che qualche ragazza sia stata un po’ sballottata. Ma c’è di peggio, di molto peggio.

Tra il molto peggio c’è l’idea di trasformare il Carnevale — così antico, così lontano, così superstite — in una celebrazione, in una solennità del divertimento, in un evento tutto turistico e promozionale. «Ah, nel comun tripudio, sallo il cielo/ Quanti infelici soffron!», canta la morente Violetta della «Traviata», mentre il coro delle maschere parigine inneggia al trionfo del bue grasso. Tutti siamo un poco infelici, tutti un poco soffriamo. Ma non è il caso di privarci del tutto del bue grasso.

Gian Arturo Ferrari
8 febbraio 2013 | 10:15

Lo stalker tecnologico controlla la ex con il gps

La Stampa

Fermato un commerciante dopo sette mesi di persecuzioni
massimo massenzio


Era ossessionato dall’idea che la sua ex compagna potesse avere una relazione con un altro uomo. Per questo l’ha perseguitata con centinaia di messaggi e telefonate deliranti per convincerla a tornare assieme a lui. Negli ultimi tempi Daniele, 34 anni, commerciante chierese, era riuscito a inserire un’ «applicazione-spia», nel telefono della sua ex ed era in grado di localizzarla in tempo reale tramite il rilevatore gps. 

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La seguiva dappertutto e pensava di riuscire a controllare la sua vita. Ma lei ha trovato il coraggio di denunciarlo ai carabinieri di Chieri che lo hanno arrestato con l’accusa di stalking.

Un incubo durato 7 mesi
L’incubo di Carla, 36 anni, comincia la scorsa estate. Dopo una convivenza durata quasi 8 anni decide di lasciare Daniele per cercare di rifarsi una vita, assieme ai due figli di 5 e 6 anni. Il negoziante chierese torna a vivere con sua madre, ma non si rassegna. Cerca ogni scusa per riallacciare il rapporto e si presenta a casa a qualsiasi ora. Le telefonate e scampanellate notturne diventano una costante e la donna, a luglio, lo denuncia una prima volta ai carabinieri. «Per due settimane ha smesso di tormentarmi e ho assaporato la libertà», racconta Carla. Che prosegue: «Poi tutto è tornato come prima» Daniele comincia a interrogare i figli sugli spostamenti della mamma, si apposta sotto casa e tempesta la sua ex con 30 messaggi al giorno. Poi tenta un’altra strada: «Se passiamo una giornata insieme ti lascio i soldi per i bambini. Questa volta sono cambiato».

Mania di controllo
Carla accetta di andare in vacanza assieme a lui, ma al ritorno la situazione peggiora. Daniele è sempre più convinto che la sua compagna abbia un’amante e tenta accedere al suo profilo su Facebook attraverso account fasulli. Riesce sempre a sapere dove si trova e conosce i contenuti di alcuni messaggi inviati a un amico: «Non so come abbia fatto, ma si è introdotto nel sistema operativo del mio telefono. Mi seguiva con il localizzatore e leggeva i miei sms». Daniele non molla la presa. Aspetta Carla sotto l’ufficio e la segue fino a casa. Tutti i giorni fino a mercoledì, quando i carabinieri lo arrestano in piazza Dante con l’accusa di atti persecutori.

Escalation di episodi
Si tratta del quarto caso di stalking nelle ultime 4 settimane in provincia di Torino. A Moncalieri un operaio è finito in manette perché perseguitava una donna che nemmeno conosceva A Leinì un operaio 50enne tormentava ragazze giovanissime. A Bruino un giovane disoccupato ha accoltellato il padre della sua ex. Le violenze sulle donne sono in costante aumentano e per questo motivo gli uomini dell’Arma avvertono: «Non bisogna mai sottovalutare certi tipi di condotte nell’illusione che possano cessare». Un avvertimento non basta, quando si è in presenza di uno stalker, una persona che ha perso l’equilibrio e precipita in un baratro sempre più profondo: «In quel caso tentativi di riavvicinamento andranno avanti e per questo è fondamentale chiedere aiuto alle forze dell’ordine».

Un robot italiano a caccia di tesori negli abissi marini

Il Messaggero


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Una specie di Indiana Jones meccanico batterà i fondali marini a caccia di tesori nascosti o intrappolati dentro i relitti di navi affondate secoli fa. Si tratta di Tifone, uno speciale missile robot progettato e costruito dagli specialisti dell’Università di Firenze per il programma Thesaurus, che è dedicato allo sviluppo di tecnologie di ricerca per l'indagine archeologica subacquea.

TIFONE
Ieri Tifone ha avuto il suo battesimo acquatico nel bacino di Roffia, a San Miniato, in provincia di Pisa, durante una serie di prove di funzionamento. Lungo 3,7 metri e pesante 170 chili, può spingersi fino a 300 metri di profondità sotto il livello del mare, viaggiando ad una velocità massima di cinque nodi con una autonomia di otto ore. Sono caratteristiche assai utili al compito per il quale è stato progettato e creato, Tifone dovrà ora superare vari test, che dureranno una settimana e serviranno a verificare la capacità dei sistemi di bordo di regolare in modo adeguato velocità, inclinazione, rotta e profondità, oltre che il funzionamento dei sistemi di comunicazione radio in superficie e acustico in immersione e i sensori per l'acquisizione di immagini ottiche ed acustiche. Una volta collaudato, Tifone partirà per autentiche missioni, non solitarie ma «in sciame», vale a dire affiancato da due esemplari gemelli, attualmente in costruzione, con i quali dialogherà attraverso modem a ultrasuoni.

IN TRE SUI FONDALI
I tre veicoli verranno utilizzati per la prima volta insieme in primavera. Il test di «lavoro collettivo» sarà effettuato sul relitto dello Scoglietto all’Isola d’Elba, ad una profondità di ottanta metri. Altra utile caratteristica di Tifone, infine, è il basso costo di produzione, che, secondo i suoi creatori, appartenenti ai dipartimenti di ingegneria industriale e ingegneria dell’informazione dell’Ateneo fiorentino, dovrebbe favorirne una più agevole commercializzazione. «Tifone fornirà uno straordinario supporto alla ricerca, al monitoraggio e alla tutela del patrimonio archeologico» ha commentato Benedetto Allotta, del Dipartimento di Ingegneria Industriale.

TECNICA
Il robot è in grado di visualizzare con un sonar e con due telecamere la superficie del fondale, di scansionarla in 3D e di renderla fruibile alle registrazioni di Google Maps e Street View». Ancora: «I modelli tridimensionali dei siti e dei reperti potranno essere utilizzati per una simulazione o una visita virtuale. Infine il veicolo è dotato di un ecografo in grado penetrare nei sedimenti e verificare la presenza di un reperto o di un artefatto archeologico».


Giovedì 07 Febbraio 2013 - 14:00

Vaticano, in una guida tutti i segreti: dalla Sistina alla stazione

Il Messaggero
di Franca Giansoldati

CITTÀ DEL VATICANO - Il Vaticano, per i turisti non può di certo limitarsi a san Pietro, alla Cappella Sistina e ai musei vaticani». Il professor Roberto Cassanelli, docente di storia dell’arte alla Cattolica di Milano spiega che proprio da questa convinzione è nata la prima guida turistica capace di svelare ogni anfratto del piccolo Stato pontificio. Tutto eccetto che per la zona in cui abita il Papa, nel Palazzo Apostolico: lì per ovvie ragioni di sicurezza la curiosità non può entrare e l’appartamento pontificio non trova spazio tra le pagine del volume.

CatturaPerché questa guida è da considerarsi unica?
«Perché per la prima volta sono stati invitati a collaborare tutti i responsabili e gli esperti che lavorano in Vaticano. Dal direttore Paolucci in giù. Figure di notevole spessore capaci di spiegare al grande pubblico le collezioni, rivelare curiosità, tratteggiare storie nascoste. Io mi sono limitato a fare il direttore d’orchestra».

Ci è voluto molto tempo?
«Un anno di lavoro e abbiamo operato a tamburo battente. La mole di materiale era notevole ma la cosa positiva è stato lo spirito di squadra. Il Governatorato, grazie al cardinale Lajolo, ci ha aperto tutte le porte del Vaticano. Una volta raccolti i testi scritti dagli esperti li abbiamo assemblati, resi fruibili e tradotti in sei lingue, russo compreso».

L’uovo di Colombo. L’idea a chi è venuta? «E’ frutto del rapporto già esistente con la Libreria Editrice Vaticana. Ci siamo accorti che mancava uno strumento, una guida, per raccontare e illustrare tante cose sconosciute».

Per esempio?
«A me ha colpito il fatto che lo Stato vaticano, come lo percepiamo ora, è frutto dell’azione di Pio XI. E’ stato un Papa costruttore, a livello di Giulio II. Poi la storia della Casina di Pio IV, luogo non facilmente raggiungibile, ma eccezionale, sopravvissuto per sei secoli come era allora. Una meraviglia. E poi la Chiesa di Santo Stefano degli Abissini, che pochi conoscono e purtroppo pochissimi possono visitare. Un gioiello medievale. E ancora, la stazione ferroviaria, stile art deco. O la famosa scala elicoidale di Giuseppe Momo».

Secondo lei quale è il luogo più segreto?
«Lo Ior, il torrione di Niccolo VI. Pensi che nemmeno noi abbiamo potuto visitarlo anche se ci sono state aperte tutte le porte».

Ci sono luoghi interdetti? «Oltre all’appartamento papale, la zona della Gendarmeria. Non abbiamo potuto accedere alla stanza in cui si controlla tutto, piena di monitor, nè alla cella dove era Paolo Gabriele. Del Palazzo Apostolico c’è solo la parte aperta al pubblico».


Giovedì 07 Febbraio 2013 - 13:04

Spagna, battaglia per equiparare le nozze islamiche con quelle cattoliche

La Stampa

Nella città-regione di Melilla il 41% degli oltre 80 mila abitanti sono musulmani e costretti a sposarsi due volte per veder convalidata l’unione. Il ministro della Giustizia promette: «Risolveremo il problema»

gian antonio orighi
Madrid


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Basta con la discriminazione del valore civile delle nozze musulmane. A 21 anni dall’ Accordo di Cooperazione dello Stato con le Comunità Islamiche, che in teoria dovrebbero godere degli stessi diritti delle altre tre religioni monoteiste (la cattolica, la evangelista e l’ebraica), i fedeli in Allah sono ancora costretti a ripetere gli sponsali in Comune o in Tribunale per vedere riconosciuta legalmente la loro unione.

Un fatto che crea grandi problemi nella città-regione di Melilla (in arabo Meililla) colonia spagnola 300 km ad est delle Colonne d’Ercole, in cui ben il 41% dei suoi 80.763 abitanti sono originari del Marocco (che ha sempre rivendicato la sovranità del possedimento africano di Madrid) e seguaci del Corano. Per sanare la questione, il presidente di Melilla, il popolare Juan José Imbroda, si è incontrato con il ministro della Giustizia, il commilitone Alberto Ruiz Gallardón, che ha promesso di studiare come mettere fine al tuttora obbligatorio doppio matrimonio islamico. All’incontro era presente anche Aldelmalik El Barkani, il primo prefetto del possedimento di origini marocchine e fedele in Allah, secondo cui il vertice con il Guardasigilli è stato molto positivo ed il problema sarà risolto in breve.

Figurine dei calciatori e biglietti del treno il nuovo business della contraffazione

Il Messaggero
di Alberto Guarnieri

Bilancio della Finanza nel 2012: ma i prodotti più richiesti restano i telefonini e i giochi

ROMA - Falso non è certo bello. Soprattutto non è onesto. Ma è sempre più diffuso. In Italia non si trovano solo le magliette dei calciatori o le borse delle griffe più acclamate, ma i biglietti ferroviari e addirittura le figurine dei calciatori che tanto piacciono ai bambini e ai loro genitori.


CatturaIl bilancio dei sequestri della Guardia di Finanza parla chiaro. Oltre 105 milioni di prodotti contraffatti e pericolosi sono stati sequestrati nel 2012. Denunciati 10.572 falsari, di cui 248 affiliati ad organizzazioni criminali dedite alla contraffazione. In oltre 13.000 interventi, la Gdf ha mediamente chiuso tre fabbriche o depositi clandestini al giorno.

Un’attività capillare quanto utile. Infatti, ogni volta che vengono apposti i sigilli ad una di queste fabbriche illegali, si sottrae all'economia criminale un controvalore stimato dalle Fiamme gialle in 2 milioni di euro. Il sistema funziona importando merce di scarsa qualità senza brand per eludere i controlli doganali e poi confezionarla con i marchi più richiesti».

Tra le merci sequestrate lo scorso anno - la quantità complessiva è analoga a quella dell'anno precedente - non solo abbigliamento e moda (oltre 23 milioni), ma beni di consumo (oltre 38 milioni) come articoli per la casa e per la scuola, cosmetici, farmaci, pezzi di ricambio, giocattoli (oltre 21,5 milioni) ed hi-tech (quasi 22 milioni). Settori, gli ultimi due, in cui i quantitativi sono più che raddoppiati rispetto al 2011.

Nessun prodotto, come dicevamo, è ormai immune dal rischio di contraffazione: dai biglietti ferroviari alle figurine dei calciatori, dagli smartphone di ultima generazione alle lampade per la cosmesi, il mercato del falso offre di tutto e di più. Riguardo al modo di smercio dei falsi, la Gdf ha accertato che i tradizionali container sono ormai stati soppiantati dal web.

Falsi e contenuti digitali clandestini sono a portata di click: nel 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato e bloccato l'accesso a 45 piattaforme web illecite, utilizzate per il commercio di farmaci e prodotti contraffatti o per consentire agli utenti il download illegale di software, giochi e prodotti multimediali.

Inoltre, Coldiretti denuncia. «Il falso Made in Italy alimentare costa all'Italia trecentomila posti di lavoro che si potrebbero creare nel Paese con una seria azione di contrasto a livello nazionale ed internazionale». È quanto afferma il presidente Sergio Marini. Infine, dalla Ue arriva l’allarme euro falsi. Dal 2002, anno dell'entrata in vigore dell'euro, la contraffazione della moneta unica è costata all'eurozona 500 milioni di euro. Secondo i dati della Bce, sono i tagli da 20 euro e da 50 euro i più falsificati.


Giovedì 07 Febbraio 2013 - 13:31

Ecco come De Sica riuscì a far piangere Charlie Chaplin

Pier Francesco Borgia - Gio, 07/02/2013 - 16:54

All'Ara Pacis di Roma una mostra sull'attore e regista, visto attraverso fotografie inedite, oggetti di culto, le statuette dell'Oscar e gli aneddoti sul suo successo presso i colleghi inglesi e americani, come il papà di Charlot

 Siamo sicuri di conoscere bene Vittorio De Sica? Sì, proprio lui. L'attore consacrato e il regista osannato. È divenuto nel tempo parte così integrante del nostro immaginario che spesso sottovalutiamo la sua versatilità e consegnamo il suo ricordo a immagini precise e spesso stereotipate

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Ecco perché è tutt'altro che scontata l'utilità della mostra che si apre oggi all'Ara Pacis di Roma dal titolo Tutti De Sica. Una mostra che ovviamente intende onorare la memoria di uno dei protagonisti della cultura italiana del Novecento ma anche sottolinearne sfumature e sfaccettature che forse il grande pubblico, soprattutto quello più giovane, non conosce abbastanza.

Dagli archivi privati dei figli, degli amici e collaboratori più cari, escono così documenti, oggetti e fotografie che offrono al visitatore nuove occasioni di incontro con uno dei padri del Neorealismo. Un fiume di ricordi dal quale, come una continua sorpresa, esce senza sosta quella moltitudine di personaggi con il volto di Vittorio De Sica, in un gioco a cavallo tra realtà e finzione. Una visione complessiva di Vittorio De Sica, uno sguardo in grado di abbracciarne l'intera figura, al di là dei luoghi comuni.

L'esposizione ha un carattere naturalmente multimediale e scorre in un percorso composto da manifesti (più di venti originali) e fotografie (oltre quattrocento pezzi unici, sul set e fuori dal set, o in famiglia) e immagini in movimento, oggetti di culto (dalla carrellata di costumi originali, strumento chiave per saltare da un personaggio all'altro, alla bicicletta più famosa del cinema, agli Oscar che hanno suggellato i suoi film). Insomma un itinerario costellato di documenti personali, che come occhi di bue illuminano il Vittorio De Sica regista e attore, certamente, ma anche cantante e uomo di spettacolo a tutto tondo, così come il De Sica privato, con le due mogli, Giuditta Rissone e Maria Mercader, e i tre figli.

Quattro sale, dodici sezioni: dal primo successo con Mario Mattoli e la sua impresa di spettacoli Za Bum che porta al varietà la rivista «Lucciole della città» (giocando sul Chaplin, in sala proprio all'inizio degli anni Trenta, di «Luci della città») alla popolarità raggiunta con le incisioni discografiche (basti citare «Parlami d'amore, Mariù»); il passaggio dagli anni Trenta, destreggiati tra teatro e cinema («Il signor Max» è del 1937) agli anni Quaranta che lo vedono imporsi come regista e padre del Neorealismo: magnifica la sequenza fotografica che vedremo in mostra, raccolta sul set di «I bambini ci guardano» (1943), testimonianza di grandissima forza visiva nel mostrare il suo talento unico nella direzione degli attori non professionisti; la stagione del Neorealismo con i quattro capolavori «Sciuscià» (1946),

«Ladri di biciclette» (1948), «Miracolo a Milano» (1950), «Umberto D.» (1952) e il rapporto con la politica (e con la figura di Andreotti) in un'Italia che cambia a cavallo degli anni Cinquanta; il sodalizio con Cesare Zavattini e quello con Sophia Loren; e così seguendo il filo delle sue vite e dei suoi personaggi con la sezione «Il piacere della maschera - Vent'anni di interpretazioni», fino a un'ultima sala dove trova spazio una riflessione sull'immensa eredità lasciata da Vittorio De Sica.

Tutti De Sica ruoterà anche attorno a uno dei sodalizi artistici tra i più felici della storia del cinema: quello con Cesare Zavattini, conosciuto nel 1939, dalla cui penna sono nate le pellicole neoreliste fino a quell'«Umberto D.» che nel 1952 segnerà un anno di svolta per Vittorio De Sica, con la reazione all'insuccesso (e alle aspre polemiche scaturite dal film) e la fuga, in un certo senso, del De Sica attore dai film da lui diretti per trovare altrove e con altri autori la sua migliore espressione (e da esempio per tutti valgano i ruoli in «I gioielli di Madame De...» di Max Ophüls e in «Il generale della Rovere» di Roberto Rossellini). Cuore metaforico e reale di «Tutti De Sica», il rapporto con Zavattini avrà poi un cuore tutto suo: l'ideale filiazione da uno dei grandi padri del cinema mondiale, Charles Chaplin, che proprio al termine di una proiezione privata di «Umberto D.» uscì asciugandosi le lacrime.

Amazon vuole coniare i propri dollari

Corriere della sera

I Coins serviranno per acquistare merci digitali sul sito. Che presto metterà in vendita anche app e software «usati»
MILANO - Dopo aver progressivamente esteso la gamma dei prodotti venduti online fino ad esaurire le categorie merceologiche esistenti, dopo aver aperto un proprio outlet digitale con le occasioni per i gadget elettronici fisici, dopo essersi lanciata nei prodotti digitali, l'espansione di Amazon nel mercato della vendita al dettaglio varca altri confini. Negli ultimi giorni il colosso di Jeff Bezos ha annunciato il conio di una moneta virtuale fatta in casa, ha visto riconoscersi il brevetto per un mercato dell'usato digitale e non ha smentito le indiscrezioni che danno per imminente l'apertura di un negozio in muratura griffato dal logo col sorriso a freccia.


 
AMAZON COINS - A partire da maggio saranno messi in circolazione i nuovi soldi digitali, battezzati Amazon Coins, per un controvalore pari a decine di milioni di dollari. Il cambio è fissato a un centesimo di dollaro per Coin. Non è dato sapere come si acquisiranno i nuovi soldi digitali, quel che è certo è che il cambio della valuta non sarà consentito tornando al dollaro o ad altre divise monetarie. Inoltre la moneta di Jeff Bezos sarà spendibile solo sull'App store di Amazon e per i prodotti digitali venduti online. Quindi, almeno per i primi tempi, non sarà possibile acquistare oggetti fisici con il denaro virtuale. L'iniziativa, già tentata peraltro con esiti fallimentari anche da Facebook (con i Credits) e Microsoft (con i Points), lascia perplesso più di un osservatore che fatica a comprenderne l'utilità e il target.

Se i milioni di dollari che inizialmente verranno immessi sul mercato saranno in qualche modo sussidiati da Amazon, potrebbe trattarsi di un mezzo per fidelizzare clienti e programmatori di app; altrimenti è difficile capire perché l'utente debba cambiare i propri euro o dollari in Amazon Coin. I vantaggi di un successo della nuova moneta sarebbero invece enormi per il gruppo con sede a Seattle. Si verrebbe a creare un economia proprietaria da cui sarebbe difficile uscire e da cui soprattutto non uscirebbero mai più i dollari immessi.

USATO SICURO – Se la novità della valuta digitale di concretizzerà, negli Usa, a maggio, forse un po' di più bisognerà attendere per vedere il mercato dell'usato digitale per cui Amazon ha visto riconosciuta la richiesta di brevetto depositata nel 2009. Il brevetto tutela l'invenzione di un mercato elettronico dove gli utenti possono rivendere i propri beni digitali come ebook, file audio, video e software. Il paradosso di un mercato dell'usato digitale è nella natura del bene commerciato è che è difficile avere la certezza che chi se l'ha ceduto se ne sia effettivamente sbarazzato (molto facile tenerne una copia, indistinguibile dall'originale, nella memoria di qualche dispositivo); il vantaggio per i clienti è che il bene sarebbe come nuovo, insomma un vero usato sicuro. Il vantaggio di Amazon anche in questo caso sarebbe enorme, riuscendo a recuperare soldi dalla gestione di una piattaforma che effettua transazioni di cose fino a oggi senza valore.

MATTONI – Può sembrare invece una marcia indietro la decisione, confermata da Bloomberg, di aprire un negozio sullo stile degli Apple Store a Seattle. Per chi come Amazon ha fatto la propria fortuna sull'eliminazione del luogo fisico di vendita, inaugurare uno store fatto di mattoni e cemento può apparire contraddittorio. E invece gli architetti sono già al lavoro per disegnare un luogo che contraddistingua Amazon e l'apertura è prevista entro le prossime vacanze natalizie, giusto in tempo per testare la validità di quello che per Bezos è un nuovo modello di business, mentre per tutti gli altri è semplicemente il metodo tradizionale. Un esperimento, il cui intento principale è la promozione del tablet Kindle Fire. forse destinato a non apportare cambiamenti ai fatturati già strabilianti (intorno ai 50miliardi di euro il fatturato del 2012). Ma la tentazione di non lasciare nulla di non presidiato nella vendita al dettaglio deve essere forte e Amazon si candida così a diventare il 'centro commerciale totale' del nostro secolo; un gigantesco Mall in cui la merce, digitale o fisica, si compra da remoto o in loco, si paga con moneta auto-coniata e può essere rivenduta al mercato dell'usato. Tutto fatto in casa.

Gabriele De Palma
7 febbraio 2013 | 12:00

Scoperto il più grande numero primo, ha 17 milioni di cifre

Corriere della sera

Ha anche la particolarità di appartenere a uno specifico gruppo di numeri primi: quelli di Mersenne

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La comunità scientifica brinda a una nuova scoperta. È stato trovato un nuovo numero primo, e non uno qualsiasi, ma il più grande e per giunta un numero primo di Mersenne, particolarmente rari. A trovarlo è stato il professor Curtis Cooper dell'Università del Missouri, all'interno di un progetto avviato diciassette anni fa e denominato Great Internet Mersenne Prime Search (Gimps), che utilizza i computer messi a disposizione dai volontari per elaborare calcoli su un algoritmo sviluppato dall'ex Apple Richard Randall nel 1990 e liberamente scaricabile. Il numero è così lungo che a scriverlo con cifre di un centimetro di larghezza coprirebbe la distanza di 170 km. Per questo viene espresso con la formula escogitata dal monaco francese Marin Mersenne nel XVII secolo: 2 (elevato alla potenza di 57.885.161) meno uno.

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MERSENNE - Mersenne, che frequentò il collegio gesuitico di La Fleche insieme a Cartesio, scoprì una particolare sottoclasse dei numeri primi, quella esprimibile da 2 elevato a potenza (necessariamente un numero positivo e intero) meno uno. Ad esempio 3 – il più piccolo numero primo di Mersenne – è il risultato di 2 alla seconda meno uno. A differenza degli altri numeri primi, quelli di Mersenne sono un sottoinsieme ristrettissimo: quello scoperto da Cooper è solo il quarantottesimo. Il progetto Gimps è in questo momento l'avanguardia della ricerca di questi numeri, e dal 1996 a oggi ne ha svelati quattordici. Il professor Cooper, che per verificare la bontà della propria scoperta ha eseguito un test durato 39 giorni consecutivi, riceverà un premio di 3 mila dollari.

UTILITÀ - La scoperta ha un'importanza innanzitutto teorica. Aumenta la nostra comprensione dei numeri, il che non porterà a ricadute immediate ma è indispensabile per lo sviluppo della conoscenza umana. C'è però anche un'implicazione pratica relativa ai numeri primi in generale e a quelli molto grandi in particolare. Questi numeri vengono utilizzati nei sistemi di crittografia digitale asimmetrica, la più utilizzata in ambito informatico: i dati sono infatti protetti dal prodotto di due numeri primi molto grandi, che costituiscono le chiavi di decifrazione. Se per moltiplicare due numeri composti da centinaia di cifre occorrono pochi millesimi di secondo, per scomporre il risultato nei suoi fattori possono essere necessari anni. Non a caso l'Electronic Frontier Foundation, organizzazione che difende i diritti digitali degli utenti, ha messo in palio 150 mila dollari per chi troverà un numero primo da cento milioni di cifre. Sarebbe uno strumento pressoché infallibile per garantire la privacy delle comunicazioni criptate.

Gabriele De Palma
6 febbraio 2013 (modifica il 7 febbraio 2013)

E in arrivo la cometa più bella del secolo

Corriere della sera

Ora è ancora oltre Giove, il prossimo 26 dicembre passerà nel punto più vicino alla Terra
Prime immagini di quella che potrebbe diventare la cometa del secolo. Battezzata Ison, il suo chiarore è stato ripreso dalla sonda Deep Impact della Nasa. L’atteso astro da (presunto) record è ancora lontano da noi, oltre l’orbita di Giove, ma dalla superficie cominciano già a emergere getti di polveri e gas che creano una coda di 64.400 chilometri.

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DEEP IMPACT - La sonda americana ha scattato le prime foto da una distanza di 793 milioni di chilometri ed è il quarto astro di questo tipo che studia e osserva da quando è stata lanciata nel 2005 percorrendo 7 miliardi di chilometri. L’obiettivo principale era avvicinarsi alla cometa Tempel 1 scagliandole contro un penetrator che scavò un cratere rivelando così gli strati profondi, subito analizzati dal robot cosmico. Proprio in quel periodo nelle sale cinematografiche un film con lo stesso titolo raccontava la caduta sulla Terra di una cometa, ma alla Nasa dissero che si trattava di una coincidenza. Poi la corsa della sonda continuò avvicinandosi alla cometa Hartley 2 e successivamente la Garrad. Ora, dopo sette anni, punta i suoi occhi elettronici su Ison dalle iniziali di International Scientific Optical Network. Questa è una rete di osservatori della quale fa parte il telescopio di 0,4 metri vicino a Kislovodsk (Russia) usato dagli astronomi Vitali Nevski e Artyom Novichonok per scoprirla nel settembre del 2102 e quindi classificata C/20012 S1.

ISON - Ison arriva dalla nube di Oort, il serbatoio di comete che circonda il sistema solare. Probabilmente, dicono gli astronomi, è la prima volta che si avvicina al Sole. Gli passerà accanto il 28 novembre prossimo da una distanza di 1,2 milioni di chilometri e il 26 dicembre successivo transiterà nel punto più vicino alla Terra a 64 milioni di chilometri. Se l’effetto del Sole non sarà drammatico al punto da sbriciolarla (la sua natura non è ancora conosciuta per poterlo predire con esattezza) Ison potrebbe appunto diventare lo spettacolo celeste del secolo tanto da diventare luminosa come la Luna secondo alcune valutazioni. Ma delle comete non ci si può fidare e anche Ison, nonostante alcuni indizi, potrebbe tradire. Non ci resta che aspettare e incrociare le dita.



Giovanni Caprara
7 febbraio 2013 | 12:36

Quante armi esportiamo in Usa?

La Stampa

a cura di paolo mastrolilli
new york


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È vero che l’Italia è tra i massimi esportatori di armi negli Stati Uniti?
Sì. Secondo i dati del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (Atf), cioè l’agenzia federale che regola questo settore, siamo al quarto posto, con 254.901 armi vendute in America nel 2011. Prima di noi ci sono solo il Brasile, con 846.619 pezzi, l’Austria con 522.638 e la Germania con 313.528.

Di quali armi stiamo parlando, leggere o pesanti?
Armi leggere. Sempre in base ai dati dell’Atf, nel 2010 l’Italia ha esportato negli Stati Uniti 129.509 pistole, 16.393 fucili, e 139.181 fucili da caccia, per un totale di 285.083 pezzi. Quindi tra il 2010 e il 2011 c’è stata una flessione delle nostre vendite.

Quali sono le aziende che esportano di più in America?
In questo caso stiamo parlando di armi leggere, come quelle prodotte da aziende leader del settore come la Beretta. Le armi o i mezzi pesanti, prodotti da grandi gruppi come Finmeccanica, non sono inseriti in questa lista.

In generale, l’Italia è un grande produttore ed esportatore di armi?
Secondo i dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, nel 2011 l’Italia era il settimo esportatore mondiale di armi, dopo Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Germania e Gran Bretagna. In totale abbiamo venduto prodotti per 1046 milioni di dollari, che rappresentano quasi il 50% in più rispetto al 2010, quando ci eravamo fermati a 594 milioni. Altri dati che includono tutte le esportazioni italiane di natura militare, quantificano il nostro totale a circa tre miliardi di dollari.

Quali sono i Paesi che importano di più?
La graduatoria dello Stockholm International Peace Research Institute mette al primo posto l’India, con 3582 milioni di dollari nel 2011, seguita dal Pakistan con 1675. L’Italia esporta principalmente in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, ma sta crescendo la sua presenza anche nei Paesi in via di sviluppo.

Quante armi leggere ci sono negli Stati Uniti?
L’Fbi calcola che siano circa 300 milioni, ossia in media una per cittadino. Secondo i rilevamenti dell’Atf, nel 2009 i produttori hanno venduto complessivamente 2,4 milioni di pistole e oltre tre milioni di fucili di vario tipo, inclusi quelli da caccia e da guerra.

In quale proporzione queste armi vengono prodotte in America e all’estero?
Il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives calcola che nel 2011 erano state riconosciute circa 5400 licenze ai produttori americani, e 950 licenze agli importatori. Se questo dato si replicasse poi in termini di vendite, circa un quinto delle armi vendute negli Stati Uniti verrebbero dall’estero.

I prodotti che l’Italia esporta in America rientrano nel dibattito in corso sulla limitazione delle armi, dopo la strage di Newtown?
Dipende dal tipo di provvedimenti che il presidente Obama riuscirà a far approvare in Congresso. Al momento l’iniziativa della Casa Bianca è avviata soprattutto in tre direzioni: l’aumento dei controlli sulle vendite al dettaglio, per garantire che fucili e pistole non finiscano nelle mani delle persone sbagliate, criminali e non; il divieto di mettere in commercio armi automatiche da assalto, pensate per i teatri di guerra e capaci di uccidere molte persone in pochi secondi; un limite ai proiettili che possono contenere i caricatori, evitando che vadano oltre dieci, anche qui per impedire che una

singola persona possa compiere una strage di grandi proporzioni come quella di Newtown, sparando a ripetizione senza sosta: ridurre i proiettili contenuti nei caricatori darebbe la possibilità di fermare prima l’aggressore. Il primo punto, cioè il maggior controllo sulle vendite, influenzerebbe gli acquisti di qualunque tipo di arma, e quindi anche quelle in arrivo dall’Italia. Per gli altri, dipende dal dettaglio dei provvedimenti che verranno effettivamente approvati.

Quante possibilità ci sono che il presidente Obama riesca davvero a raggiungere il suo obiettivo?
Il capo della Casa Bianca per ora ha potuto solo emettere ordini esecutivi, che non hanno la capacità di limitare la vendita di armi o proiettili. Per ottenere questo risultato sono necessarie leggi che vanno approvate al Congresso, dove i repubblicani, molto vicini alla lobby dei produttori Nra (National rifle association), hanno la maggioranza alla Camera, e anche diversi democratici sono scettici. Alcuni testi sono stati presentati e altri sono in via di definizione, ma l’aumento dei controlli e la limitazione dei proiettili sembrano avere più possibilità del divieto delle armi da guerra.

Facci: Grillo e i fantasmi del suo passato

Libero

La figlia della coppia morta 32 anni fa in un incidente causato dal comico chiede "verità". In piena campagna elettorale...

di Filippo Facci



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Molti già la conoscono questa storia: è stata ri-raccontata più volte, e tra i primi a ritirarla fuori - sul Giornale del 24 aprile 2008 - ci fu oltretutto lo scrivente. Mi sembrava giusto, perché non se la ricordava nessuno: Beppe Grillo, 32 anni fa, si rese protagonista di un omicidio colposo per via di un incidente stradale in cui morirono in tre, compreso un bambino. Si salvò lui, che si gettò dall’abitacolo, e rimase orfana un’altra bambina che non aveva voluto salire in macchina.

Questa bambina adesso ha 39 anni ed è rispuntata fuori in un’intervista a Vanity Fair, a un pugno di giorni dalle elezioni: un’uscita che può lasciare perplessi anche i più fieri oppositori di Grillo, sinceramente. Perché? Perché esiste ancora un diritto all’oblio, a questo mondo; in genere non riguarda i personaggi famosi, e peraltro l’eternità di internet tende a vanificare ogni rimozione: però esiste lo stesso, ma non è tanto il diritto all’oblio codificato dalla giurisprudenza (il diritto, cioè, a «non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare») ma è un diritto morale che ciascuno ha diritto di gestirsi una volta pagato il conto con la giustizia. Persino se si chiama Beppe Grillo, persino se passa la vita a giudicare la coscienza altrui.

Prima, però, dobbiamo compiere l’operazione orrendamente ipocrita di raccontare tutta la storia da capo, non omettendo qualche dettaglio di norma taciuto. È necessario. Il 7 dicembre 1981 - e non 1980, come erroneamente fu riferito sul blog di Grillo - il comico allora 33enne era a Limone Piemonte ospite di amici, i Giberti. C’era il 45enne Renzo, vecchio sodale, sua moglie Rossana Guastapelle, 33enne, e i figli Francesco di 9 e Cristina di 7. Dopo pranzo decisero di andare a godersi qualche ora di sole a Col di Tenda, a quota duemila, dove c’era una baita raggiungibile da una strada stretta e non asfaltata. Col di Tenda era un’antica via romana, tra la Francia e la Costa ligure, che per secoli era stata attraversata da eserciti e mercanti: in pratica una sterrata militare che porta ad antiche fortificazioni belliche. L’idea fu di Grillo, e pazienza se la strada era rigorosamente chiusa al traffico perché pericolosa. In auto salì anche un altro amico, Alberto Mambretti, mentre la piccola Cristina preferì rimanere al caldo e vedersi un cartone animato.

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In breve: quel viaggio, d’inverno, fu una follia. Era una strada d’alta quota non asfaltata, e non per caso altri amici - e un’opportuna segnaletica -  l’avevano vivamente sconsigliato. È tutto agli atti. Grillo aveva uno Chevrolet Blazer scuro, un enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno, e pensava di potercela fare. Mambretti, avvedutosi del pericolo, a un certo punto decise di scendere. Finì malissimo: l’auto sbandò su un ruscelletto ghiacciato e scivolò verso una scarpata; Grillo riuscì a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no: i due coniugi col figlio piccolo morirono. Sconvolto, Grillo si rifugiò nella casa di Savignone che divideva col fratello.

Il processo di primo grado fu nel 1984. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti.

La metà dei soldi - una cifra enorme, per l’epoca - furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» ha raccontato un collega genovese. Il Secolo XIX, quotidiano locale, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato anche da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada in effetti era chiusa al traffico.

La Corte d’Appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (...). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà» ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».

Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, improvvidamente inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non può candidare se medesimo.

                                                                            *****

Ora: la storia è nota, come detto. Non è che Grillo la nasconde: si limita a non parlarne. Una sua sciocchezza ha cancellato una famiglia, ed erano suoi amici, coi loro bambini che aveva visto crescere. Si è fatto tre processi in tre gradi di giudizio, ha sborsato 600 milioni all’orfana superstite - cifra ragguardevole, per l'epoca - e questo prima della sentenza di primo grado. Certo, lui è un personaggio notissimo che peraltro si è scaraventato nell’agone politico, dunque è normale che gli si ricordi questa storia fino alla nausea e che tipicamente possa risaltar fuori sotto elezioni: ma deve risponderne alla propria coscienza, non a Vanity Fair. E tantomeno a noi, o ai nemici politici. Esiste ancora una dimensione personale che separa il privato dal pubblico: ormai è una linea sottilissima, ma c’è ancora. Teniamocela stretta. È tutto quello che vorremmo dire.

Trentadue anni dopo quel fattaccio ricompare Cristina, l’orfana: su un giornale. Dice «non cerco nulla, se non la verità», anche se è stata sviscerata in tutti i modi. Dice «mi rifiuto di essere strumentalizzata dalla politica», ma sembra lì apposta. Dice che vuole incontrare Grillo, che lo fa anche a nome della sua famiglia morta. Dice «non amo parlare di me». Dice che ha parlato con un nipote di Grillo: «Mi ha spiegato che tutta la famiglia aveva sofferto per l’incidente, che non era il momento di ritornare sull’argomento». Ma lei vuole tornarci ora, sull’argomento. Dice che Grillo non le ha mai chiesto scusa. Il resto dell’intervista è su Vanity Fair pubblicato oggi: accorrete numerosi alle edicole. Che mestiere schifoso.

Sesso e disabilità: c'è chi propone l'assistente sessuale

Lucio Di Marzo - Gio, 07/02/2013 - 13:41

La sfera sessuale per un disabile può essere un mondo difficile da scoprire. Ecco il senso di una petizione perché si istituzionalizzi un "assistente"


Max Uliveri, 42enne toscano, affetto da distrofia muscolare, è l'ideatore della petizione per l'istituzionalizzazione della figura dell'assistente sessuale per i disabili.

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Spiega il senso della sua iniziativa in un'intervista a TgCom24. E ci tiene soprattutto a chiarire un punto: non sta pensando di fornire una prostituta alle persone con disabilità che ne facciano richiesta.

Il problema è chiaro: anche i disabili hanno bisogno di vivere la propria sessualità. E le difficoltà sono evidenti: "Non sempre è facile conoscere persone e non sempre è facile superare l'impatto fisico, spesso c'è diffidenza da entrambe le parti". Per questo motivo tante persone "vengono portate a prostitute". In altri casi sono le madri "costrette a provvedere ai bisogni sessuali dei propri figli disabili".

Un problema che Ulivieri, fondatore del sito per il turismo accessibile www.diversamenteagibile.it, a ben chiaro. E che vorrebbe risolvere. Sposato da tempo, pensa a chi ha avuto un percorso sentimentale e sessuale diverso dal suo. Ma considerando anche i dubbi che potrebbero sorgere nell'opinione pubblica. "Nella mia bozza di proposta non è previsto il rapporto completo", spiega a TgCom24. Ma "un team di specialisti", dagli psicologi agli assistenti sessuali, che decidano come intervenire caso per caso.

I problemi da superare non sono pochi. A partire dal fatto che la disabilità finisce sui media solo "quando c'è Telethon o nelle pubblicità progresso". Poi il fatto che la sessualità dei disabili è un tema ancora tabù. Ulivieri spiega: "Sono felicemente sposato da 4 anni e spesso mi sento dire 'Però è bella tua moglie', come se fosse una cosa strana".

Microsoft attacca Google sulla privacy di Gmail

La Stampa

L’azienda di Redmond invita gli utenti a passare al suo Outlook.com con una campagna diretta e caratterizzata dallo slogan «Scroogled!»

torino

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«Pensi che Google rispetti la tua privacy? Ripensaci». Così Microsoft invita i consumatori ad abbandonare Gmail a favore di Outlook, sferrando un nuovo attacco diretto a Google, che prende di mira una delle sue grandi vulnerabilità: la privacy.
Secondo le anticipazioni di diversi media americani (da Bloomberg a The Verge e Los Angeles Times ), parte oggi una campagna pubblicitaria che invaderà stampa, televisione e Internet con annunci caratterizzati dalla parola «Scroogled! » nei colori del logo rivale, che l’azienda di Redmond diffonderà per dimostrare che la maggior parte delle persone non è consapevole del fatto che i fornitori di servizi di posta elettronica, come Google appunto, possono analizzare il contenuto dei messaggi per far apparire avvisi commerciali personalizzati.

Se Gmail fosse un prodotto fisico, un’azione del genere equivarrebbe a mettergli sopra un adesivo con scritto «Attenzione: Google è bieco», ironizza il New York Times , una strategia che i sostenitori di Mountain View ritengono l’ultima risorsa di una società schiacciata dalla competizione.
Ma la privacy è un vero problema. Microsoft insiste da tempo nel sostenere che i clienti di Google non capiscono il modo in cui i loro dati personali vengono utilizzati e dichiara che il suo servizio di posta Outlook.com , presentato a luglio per sostituire la posta gratuita di Hotmail, non esegue scansioni per scopi di lucro, ma solo come parte del processo di filtro antispam.

In risposta, Google spiega che gli algoritmi automatici servono a mantenere gratuiti i suoi servizi e assicura che le informazioni non sono lette da occhi umani: «la pubblicità permette a Google e a molti siti di continuare a offrire servizi gratuitamente - dice Chris Gaither, un portavoce di Google - Lavoriamo sodo per fare in modo che gli annunci siano sicuri, non invadenti e pertinenti».
(Agb)

Cane con il volto umano intenerisce gli Usa, appello per l'adozione

Il Messaggero

Scatta l'appello per l'adozione: salvatelo


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ROMA - Tonik è un barboncino che ha fatto impazzire gli Stati Uniti. La sua storia è, purtroppo, simile a quella di centinaia di altri cani: abbandonato, pescato in strada dall'accalappiacani, era destinato alla soppressione. Poi qualcuno s'è soffermato a guardarlo e ha scoperto che il muso non era un muso d'animale, aveva qualcosa di umano (e le foto lo confermano).
Così è scattato l'appello al mondo delle persone che amano gli animali: adottate il cane dal volto umano. Adesioni a migliaia, un solo particolare, per portarlo a casa bisogna andare a Mishawaka nell'Indiana. La struttura che lo ha in carico non prevede, giustamente, la spedizione degli animali.


Mercoledì 06 Febbraio 2013 - 17:35
Ultimo aggiornamento: 20:54

Non fai la torta per le nozze gay? Multa di 50 mila dollari”

La Stampa

Il caso di un pasticcere cristiano dell’Oregon. Le due donne: “Ci discrimina”. L’uomo: “Devo essere punito perché non credo in quel matrimonio?”

Mauro Pianta
ROMA


Cattura
Un bel pasticcio, verrebbe da dire.  Sì, perché a Aaron Klein, cristiano e pasticcere in quel di Gresham (Oregon), il rifiuto di preparare una torta nuziale per una coppia di lesbiche, potrebbe costare una multa di 50mila dollari.

In effetti, secondo quanto scrive l’agenzia cattolica Aci Prensa, il proprietario della pasticceria “Sweet Cakes by Melissa” deve affrontare una causa presso l’Ufficio Generale dello stato dell’Oregon dopo la denuncia delle due donne. «Sono cristiano e credo che, come dice la Bibbia, il matrimonio sia quello tra un uomo e una donna. Non penso di dover essere punito per questo», ha dichiarato l’uomo ai media locali. 

Di tutt’altro avviso una delle denuncianti, Laura Bowman, secondo cui il pasticcere avrebbe apostrofato le due donne con un poco tollerante “siete un abominio agli occhi del Signore” e rincarato la dose con argomenti del tipo: “Il vostro denaro non è uguale a quello degli altri”. Frasi che avrebbero fatto scoppiare in lacrime la compagna della Bowman.

Klein, dal canto suo, nega di aver mai pronunciato quelle parole: « Non ho intimidito nessuno. Ho semplicemente ribadito di non perdere il loro tempo con me perché io non avrei fatto torte per un matrimonio omosessuale». Matrimoni che non sono comunque legali in Oregon dove invece sono riconosciute le unioni civili (tra etero oppure omosessuali).

Casi come quello di Klein sono sempre più diffusi negli Stati Uniti. Nel luglio scorso, a Lakewood, in Colorado, un’altra pasticceria si trovò ad affrontare una causa per lo stesso motivo: il rifiuto di consegnare una torta per un matrimonio gay. Nel New Mexico un fotografo cristiano non volle immortalare una cerimonia gay e gli toccò pagare un multa di 7mila dollari. Il suo caso è ancora sotto esame da parte della Corte Suprema.

In New Jeresey un centro per ritiri spirituali gestito da metodisti si rifiutò di organizzare una cerimonia di unione civile tra persone dello stesso sesso:per le autorità locali si trattò di un caso di evidente discriminazione. Sono finiti i tempi delle torte in faccia.

Le isole italiane ora tassano chi sbarca dal traghetto

La Stampa

Ma il balzello non si applica a chi attracca con gli yacht. Un balzello solo per “poveri”?

fabio pozzo


Cattura
C’era stata la tassa sul lusso, in pratica sui “ricchi”, un balzello ideato dall’ex governatore della Sardegna, renato Soru, sull’attracco di yacht e atterraggio di jet, che aveva danneggiato non poco il turismo dell’isola. Ora, arriva luna sorta di “tassa sui poveri”. Anche l’isola d’Elba, infatti, come riporta l’Ansa, si appresta a varare la cosiddetta tassa di sbarco, 

già applicata da molti comuni insulari italiani, Capri e Nacapri per primi, in Toscana Giglio e Capraia. In sintesi: tutti i turisti che prendono il traghetto saranno costretti a pagare un euro in più sul biglietto se vorranno sbarcare sull’isola. Esentati solo i residenti, i bambini sotto i 12 anni e coloro che all’Elba sono proprietari di immobili. 
La tassa è ritenuta un modello più giusto rispetto alla tassa di soggiorno. Ma nasconde però un aspetto che non piace molto agli stessi sindaci: i “ricchi” che sull’isola arriveranno in yacht o panfilo, invece che con il

più “popolare” traghetto, non saranno sottoposti al balzello. La notizia, apparsa stamani sui quotidiani locali, è stata confermata dal sindaco di Marciana Marina, Andrea Ciumei: «È la legge che ce lo impone e noi dobbiamo attenerci alla norma». Vicepresidente di Ancim, Associazione dei comuni delle isole minori, Ciumei spiega che non è escluso un ricorso contro una sentenza del Tar della Toscana che lo scorso anno, proprio in virtù della normativa nazionale, ha dato ragione a un privato utente contro il comune di Capraia sul pagamento della tassa.

Sergio Ortelli, sindaco del Giglio, invece, sembra intenzionato a non attendere la modifica della legge e ad imporre il pagamento anche ai diportisti e non solo ai passeggeri dei traghetti, proprio
mentre sta per varare un aumento da un euro e 1,5 per la nuova stagione turistica. «All’Elba - spiega il sindaco di Portoferraio Roberto Peria - la tassa ci consentirà di finanziare la gestione associata del turismo» e probabilmente verrà applicata tutto l’anno a partire dal prossimo giugno: secondo una prima stima si conta di ottenere a regime una cifra vicina al milione di euro. Ma in prospettiva, aggiunge il suo collega di Marciana Marina, chi arriva con le decine di imbarcazioni private per godere della bellezza dell’isola dovrà contribuire, come tutti, al pagamento dei servizi offerti loro. Da qui la richiesta di una modifica dell’attuale normativa.