mercoledì 6 febbraio 2013

Video amaro per de Magistris: due anni di promesse mancate

Corriere del Mezzogiorno

Postato su YouTube dal movimento Pin: differenziata, trasporti lavoro e vivibilità prima e dopo la campagna elettorale del 2011


NAPOLI — De Magistris candidato sindaco nel 2011: «La prima delibera dal momento in cui sarò sindaco sarà sui rifiuti. Finalmente la raccolta differenziata su tutto il territorio cittadino porta a porta, in modo da raggiungere già nei primi mesi il 70 per cento. No all'inceneritore, basta diossina, basta inquinamento. Sarà eliminata la Tarsu perché è una tariffa abnorme». Titoli dei giornali di due anni dopo: flessione del 20 per cento nella differenziata, stangata Tares, 80 euro in più a famiglia, e Roberto Saviano che sull'Espresso firma il celebre «Luigi non mi deludere». Ancora de Magistris 2011: «Noi creeremo le condizioni perché il lavoro sia un diritto e non un privilegio che ti concede chi ha il potere; per fare questo devi liberare Napoli dall'oligopolio della spesa pubblica, e nel momento in cui si libera possono ripartire tutti i settori».

LAVORO, SICUREZZA, CONSUMI - Di nuovo il controcanto dei giornali: lavoro, sicurezza e consumi, Napoli a picco; Autunno nero, saltano diecimila posti di lavoro. Sempre de Magistris versione 2011: «La credibilità che ho come persona delle istituzioni mi consente di fare un patto di legalità con le forze dell'ordine e la magistratura, in modo da garantire il controllo del territorio, videosorveglianza, trasporto pubblico tutto il giorno e anche la notte: in questo modo garantiremo una città sicura». La stampa cittadina: vivibilità, Napoli penultima in Italia, commercio a picco.

Video amaro per de Magistris

GRINTA E ZTL - Nel video-collage maliziosamente costruito e postato su YouTube in occasione dei primi due anni di sindacatura arancione del Comune di Napoli, de Magistris ha due sole espressioni: una con la cravatta e una senza la cravatta. La grinta, però, è sempre la stessa, quella dell'eroe da western spaghetti in lotta per una società (o almeno una società partecipata) più giusta: peccato che di tutte le temerarie promesse di Django-de Magistris non una sia stata mantenuta. Dalla differenziata al piano lavoro, dalla sicurezza cittadina all'abusivismo, dal piano trasporti alle tasse alla Ztl non una delle immaginifiche trasformazioni o rivoluzioni annunciate si è trasformata in risultato concreto (o se lo ha fatto è stato sotto forma di parodia o tragicommedia, vedi l'odiatissima Ztl con il corollario della pista ciclabile più pazza del mondo), e il video realizzato dalla Pin (Programma innovazione nazionale) lo documenta impietosamente: perfido regalo di compleanno per il sindaco scassatore, gli consegna 11 minuti di vanesio e pernicioso ottimismo puntualmente contraddetto dai fatti.

PIAGA ABUSIVISMO - Prendiamo ad esempio il «capitolo» di questo «videomagistris» dedicato all'abusivismo: da candidato al ballottaggio nel duello televisivo Sky contro un esangue e già votato alla sconfitta Lettieri, il nostro Tartarin di Tarascona vomerese aggrediva le telecamere di Sky ammonendo che, sì, «a Napoli abbiamo un problema enorme, piazza Garibaldi, corso Umberto, via Roma, non è possibile che siano invase dagli abusivi»; ma, ammoniva, il problema non si risolve ghettizzando gli extracomunitari in stile Alemanno a Roma, bensì aprendo «mercati multietnici come in tante grandi città d'Europa dove le persone vanno e comprano altre cose... sarà la Napoli delle regole» che darà «a tutti la possibilità di lavorare nel rispetto della legge, perché il commerciante che paga le tasse non può poi avere il suo marciapiede invaso».

SREGOLATEZZA E ILLEGALITA’ - Due anni dopo, Napoli è ancor più sregolata e illegale di prima, e nel frattempo cittadini e turisti possono lanciarsi in entusiasmanti shopping a cielo aperto facendo lo slalom tra le bancarelle abusive moltiplicatesi senza che il Comune abbia mosso un dito per regolamentare le attività commerciali: concorrenza sleale a gogò, un negozio su tre a rischio chiusura, ma de Magistris si è intanto già lanciato - e siamo quasi alla fine del video - nel sogno del Lungomare liberato. Intervistato, consegna ai posteri un pensiero poetico degno di un personaggio di De Crescenzo, o del Clooney di «Imegina, puoi»:

«Immagino quanto sarà bello passeggiare, mangiare, pranzare, prendere un gelato ascoltando il suono del mare», e fin qui ci siamo, mettendo a punto «un piano della mobilità, rafforzando i parcheggi, rivedendo alcuni dispositivi di transito». Imagina, puoi: «Trasporto pubblico fino a notte, per accompagnare donne e giovani in discoteca, una città aperta, senza paura». Ma anche senza più bus, come deve ammettere l'Anm scusandosi con i napoletani. Cosa che dovrebbe fare anche il sindaco dopo aver guardato questo video: diventando, se non rosso, almeno un po' arancione per la vergogna.

Antonio Fiore
06 febbraio 2013

Il teschio della discordia finisce in tribunale|Video

Corriere della sera

Il Museo Lombroso di Torino e un comune della Calabria si contendono i resti di un brigante

Giuseppe Villella

Contesi i resti di un famoso brigante.



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Gli scheletri di un brigante fanno litigare la Calabria e il Piemonte. Al Museo di Torino di Antropologia Criminale Cesare Lombroso sono conservati centinaia di resti di assassini, ladri e piccoli furfanti. Il teschio di uno di questi, quello di Giuseppe Villella, un brigante, sta contrapponendo però l'amministazione del comune di Motta Santa Lucia, in Calabria e il Museo. La questione è finita in tribunale con due diverse sentenze di primo e secondo grado. A chi debba andare il teschio della discordia sarà deciso con una sentenza attesa il 5 marzo.

   Video

Google celebra Mary Leakey archeologa che scoprì il primo ominide

La Stampa

La grande G le dedica il “doodle” nel centenario della nascita. Nel 1959 trovò il cranio di “Ziny”, risalente a quasi 2 milioni di anni fa

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Un secolo di storia: Google lo omaggia oggi con un doodle che commemora i 100 anni della nascita di Mary Leakey, l’archeologa più famosa al mondo per aver rinvenuto il primo cranio di ominide in Africa. L’home page del popolare motore di ricerca dedica stamane un ritratto alla paleoantropologa inglese, nata il 6 febbraio 1913 e deceduta a Nairobi il 9 dicembre del 1996, mentre era immersa nelle sue ricerche in un’area desertica con tanto di strumenti di lavoro e due cani dalmata al suo seguito. 
Figlia di Erskine Nicol, un famoso pittore paesaggista, la giovane Mary Leakey trascorre molta della sua adolescenza in Europa, specialmente nella Dordogna e a Les Eyzies, una regione ricca di siti preistorici ed archeologici, ai quali si interessa subito. Incontra Louis Leakey, il suo compagno, all’Università di Cambridge nel 1933. Fra i due nasce subito una relazione che li condurrà alle nozze 3 anni più tardi. L’anno successivo Mary partecipa alla missione di scavi del marito in Kenia, e così sarà per gli anni successivi. Una delle sue più importanti scoperte archeologiche fu il ritrovamento del primo teschio fossile di “Proconsul”, un primate estinto del Miocene. 
Ma è nel 1959 che Mary, al fianco del marito, fa la sua prima grande scoperta: un cranio ben conservato di “Australopithecus boisei”, che chiamano “Zinyanthropus boisei”, o più semplicemente “Ziny’’. Si tratta del primo reperto ben conservato e anche il più antico resto di ominide conosciuto all’epoca. Il sistema di datazione potassio-argo, applicato alle ceneri vulcaniche, gli assegna infatti un’età di un milione e ottocentomila anni. “Ziny’’ (chiamato anche “schiaccianoci’’ per l’eccezionale potenza delle sue mascelle), rende di colpo la famiglia Leakey famosa in tutto il mondo. 

L’Europa: pene più severe per i falsari

La Stampa

Bruxelles chiede fino a otto anni di carcere per chi produce e diffonde euro fasulli
marco zatterin

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


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Chi viene beccato a falsificare gli euro deve potersi aspettare di passare almeno 6 mesi dietro le sbarre. Sotto non si può andare, avverte la Commissione Ue, che chiede agli stati europei di stringere le pene per i taroccatori di monete e banconote, attività che - dal 2002 - ha messo in circolazione pezzi truffaldini per un valore di 500 milioni. L’Italia è in regola con i tempi, l’articolo 453 del codice penale minaccia da 3 a 12 anni per chi è colto in fallo. Però non è senza peccato. «In alcune capitali fra cui Roma - afferma l’esecutivo Ue -, la contraffazione non viene ancora affrontata con gli strumenti investigativi usati per il crimine organizzato e transnazionale, cosa che è a ogni effetto».

L’Europa vive naturalmente del matrimonio fra le sue diversità, ma secondo la Commissione Ue le discrepanze sul modo di affrontare la piaga della falsificazione delle monete sono esagerate e controproducenti. In paesi come Cipro o la Svezia non c’è una pena minima, mentre in altri non è prevista esplicitamente, vedi Irlanda e Paesi Bassi. In Lussemburgo e Grecia la condanna base è decennale, mentre numerosi sistemi puniscono allo stesso modo chi produce la copia e chi la diffonde nei negozi, e di lì nel sistema economico del paese. Nel complesso, la reclusione possibile varia da quattro a venti anni.

A Bruxelles si sono persuasi che la disomogeneità favorisca il fenomeno e, allo stesso tempo, incrini la fiducia nella moneta unica continentale. La Commissione ha così messo in programma per oggi l’adozione - con le firme di Viviane Reding (commissario per la Giustizia) e Algirdas Šemeta (titolare, invece, della Fiscalità) - di una proposta di direttiva che intende agire sui criteri di inchiesta come sulle pene, con un soglia minima (sei mesi) e una massima (otto anni) valide per tutto il Continente. Dovrà essere sottoposta a Consiglio (cioè i governi) e Europarlamento. Entrata in vigore possibile già nel 2014 o poco dopo.

I problemi sono di due ordini: in primo luogo le sanzioni sono «insufficienti» e «nel complesso non appaiono abbastanza dissuasive ed efficaci»; in secondo luogo ci sono le tecniche investigative, che vanno rafforzate e coordinate. A proposito di queste ultime, la Commissione auspica di affrontare la contraffazione come una qualunque altra minaccia della criminalità organizzata, «attraverso l’uso delle intercettazioni, il monitoraggio dei conti bancari e altri tipi di indagine sui movimenti finanziari».

E’ un approccio che vale anche per la prevenzione, valutata ancora come «inadeguata». Occorre accelerare le indagini ogni volta si verifichi un sequestro. «In alcuni casi - nota la Commissione - le autorità giudiziaria rifiutano di trasferire i campioni sequestrati per l’esame tecnico necessario per favorire l’azione contro i criminali». Ci sono ritardi, si sottolinea, «anche di anni». Trattandosi di un’azione transfrontaliera, si argomenta, tempi, mezzi e pene devono essere compatibili. Sennò, la macchina non funziona.

La Banca centrale europea ha calcolato che le banconote da 20 e 50 sono le più contraffatte e che la grandissima maggioranza dei campioni falsi recuperati (il 97,5 per cento) si trovava all’interno dell’Ue. Nel secondo semestre 2012 sono stati ritirati 280 mila banconote fatte in casa, trentamila in più rispetto alla prima metà dell’anno. Gli inquirenti hanno lavorato di più o il mercato è cresciuto? Il dibattitto è aperto. La Commissione vorrebbe che, qualunque sia il caso, chi ha sbagliato possa pagare il dovuto. 

Equitalia, come chiedere la sospensione delle somme a ruolo

La Stampa


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Gli agenti della riscossione debbono «sospendere immediatamente ogni ulteriore iniziativa finalizzata alla riscossione delle somme iscritte a ruolo o affidate, su presentazione di una dichiarazione da parte del debitore». Se la richiesta del contribuente è giudicata idonea il debito è annullato, se negativa riprende l’attività di riscossione. Se invece l’ente creditore non risponde, dopo 220 giorni dalla presentazione della domanda il debito è automaticamente annullato. Sulle domande di sospensione e sulla procedura si segnala l'approfondimento:


http://fiscopiu.it/news/come-chiedere-la-sospensione-delle-somme-ruolo

Dal tabacco una cura per la rabbia

La Stampa


La rabbia, una malattia virale che uccide ancora migliaia di persone al mondo, potrebbe essere curata con le foglie di tabacco


Una volta tanto si potrà dire che il tabacco fa bene. Certo, non stiamo parlando del vizio del fumo, ma delle foglie della pianta di tabacco. Le foglie di tabacco possono infatti produrre un anticorpo in grado di bloccare il virus della rabbia silverstris, una malattia che ancora oggi miete migliaia di vittime in tutto il mondo. Ad aver scoperto questa proprietà sono stati gli scienziati dell’Hotung Molecular Immunology Unit del St. George’s, University of London, che hanno creato geneticamente l’anticorpo che impedisce al virus di fissarsi sulle terminazioni nervose intorno al luogo del morso e di viaggiare così fino al cervello.

«La rabbia continua a uccidere migliaia di persone in tutto il mondo ogni anno e può colpire anche i viaggiatori internazionali – spiega nel nota UL il dottor Leonard Both, coautore dello studio – Un’infezione da rabbia non trattata è quasi il 100 per cento fatale e di solito è vista come una condanna a morte. Produrre un anticorpo economico in piante transgeniche apre la prospettiva di un’adeguata prevenzione della rabbia per famiglie a basso reddito nei Paesi in via di sviluppo».
Nello studio, pubblicato su The FASEB Journal,

Both e colleghi hanno fatto in modo che le sequenze per l’anticorpo fossero tollerate da chiunque, per mezzo di un trattamento genetico di “umanizzazione”. Utilizzando le foglie delle piante di tabacco transgeniche come piattaforma di produzione economica del rimedio, i ricercatori, lo hanno purificato e caratterizzato agendo sulla sua composizione in proteine e zuccheri. I test condotti hanno mostrato che l’anticorpo era attivo nel neutralizzare un ampio panel di virus della rabbia. Allo stesso modo è stato possibile individuare l’esatto sito di aggancio dell’anticorpo sul virus per mezzo di alcuni virus chimerici della rabbia.

Arriva catasto degli alberi monumentali

La Stampa

Il ministro dell’Ambiente Clini, un passo per la sostenibilità
roma


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«Un passo importante per lo sviluppo sostenibile delle città italiane e per diffondere la cultura del verde»: così il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, commenta l’entrata in vigore della legge sugli spazi verdi urbani, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Questo provvedimento, si legge in una nota del ministero, conferma la Giornata nazionale degli alberi, che si terrà ogni anno il 21 novembre per perseguire «attraverso la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo l’attuazione del protocollo di Kyoto e le politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la protezione del suolo, il miglioramento della qualità dell’aria, la valorizzazione delle tradizioni legate all’albero nella cultura italiana e la vivibilità degli insediamenti urbani». 

Durante la Giornata dell’albero, il ministero dell’Ambiente promuoverà nelle scuole - insieme con i ministeri dell’Istruzione e delle Politiche agricole - iniziative per la conoscenza dell’ecosistema e dei boschi, il rispetto delle specie vegetali, l’educazione ambientale e civica. Le scuole, in collaborazione con i Comuni, le Regioni e il Corpo forestale, pianteranno alberi tipici locali in aree pubbliche. Oltre a incentivare la posa di un alberello per ogni neonato, la legge prevede che venga piantato un albero anche per i bambini adottati.

Arriva anche, aggiunge il ministero, il “catasto” degli alberi nelle grandi città: ogni sindaco, alla scadenza dell’incarico, dovrà rendere pubblico il bilancio arboreo affinché i cittadini possano verificare l’impegno “verde” del suo mandato. Il censimento riguarderà anche gli alberi “monumentali” e storici della città: l’eventuale danneggiamento o abbattimento sarà punito, salvo che il fatto costituisca reato, con sanzioni dai 5.000 ai 100.000 euro.

Inoltre, prosegue la nota, è istituito al ministero dell’Ambiente un Comitato per lo sviluppo del verde pubblico con compiti di monitoraggio, controllo, promozione del verde. «Con questo provvedimento si mira a conservare la biodiversità - conclude il ministro - e ad aumentare il numero degli alberi. Al tempo stesso, si vuole ridurre l’inquinamento, proteggere il territorio dal dissesto e stimolare comportamenti quotidiani virtuosi». 

Spezzare le catene dell’iPhone (ovvero è arrivato il jailbreak per iOs 6.1)

Corriere della sera


Squilli di tromba per chi aspettava con ansia di “sbloccare” il suo iPhone o iPad: è appena stato rilasciato il jailbreak per la versione 6.1 di iOs, il sistema operativo per i dispositivi mobili di Apple. Se sapete cos’è il jailbreak e magari lo stavate attendendo nella sua nuova incarnazione, quanto segue sarà probabilmente superfluo. Se non avete idea di cosa sia, è opportuno fare alcuni passi indietro.


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Come noto gli iDevice (iPhone, iPad, iPod Touch) sono dispositivi “blindati”, per precisa scelta di Apple. Quello che si può fare lo stabilisce il produttore (Apple) e l’utente si deve adeguare. Esempi di cose che si potrebbero fare ma che non si possono fare su iPhone: non si può accedere al file system (non c’è un “esplora risorse”), non si possono cambiare le icone delle app, non si possono installare software che non provengono dall’App Store. Su iPad, altro esempio, non si possono mandare sms anche se si ha una versione dotata di Sim. E così via.

Questa politica ha i suoi vantaggi. Un sistema “blindato” è più stabile, performante e sicuro. Ha ovvi vantaggi per l’azienda produttrice: può massimizzare i profitti sulle app (niente installazioni da fonti non ufficiali o pirata) e sui device (se l’iPad mini telefonasse e mandasse sms qualcuno magari rinuncerebbe all’iPhone). Il rovescio della medaglia è che così diverse funzioni utili sono inibite. E questo solo per restare al lato pragmatico della faccenda, tralasciando quello ideal-ideologico su cui pure ci sarebbe da dire.

Fatto la legge trovato l’inganno. Quasi fin da subito, all’iPhone si è affiancato il jailbreak dell’iPhone. Ovvero la possibilità di sbloccare lo smartphone di Apple e di installarvici su quel vi pare. Per molti una deprecabilissima e comoda scorciatoia per la pirateria: negli anni sono fioriti veri App Store illegali che con pochi clic permettevano di installare gratis app a pagamento (alcuni hanno chiuso di recente, sostituiti da altri metodi). Per altri, una liberazione dalle catene imposte da Apple. Una via al pieno possesso del dispositivo, una scoperta dell’hacking e della programmazione o semplicemente la possibilità di migliorare il proprio iDevice con qualche utile tweak (piccoli software, modifiche).

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Tutto questo in cambio di un po’ di rischio: la possibilità di ritrovarsi con l’iPhone inservibile (in gergo: “brickato”), un sistema un po’ meno stabile, possibili impatti su sicurezza (virus) e batteria (se con i tweak di cui sopra si esagera). E in cambio dell’ovvia riprovazione di Apple. La garanzia del dispositivo decade dal momento dell’installazione del jailbreak. Ma i veri jailbreakkisti sanno bene che, nel caso di problemi, prima di portare il telefono in assistenza è sufficiente ripristinare l’iPhone/iPad tramite iTunes, collegandolo via usb al computer (meglio se in modalità DFU, e qui vi si spiega che vuol dire).

E ora torniamo al presente. Il nuovo software per il jailbreak si chiama evasi0n ed è stato messo a punto da un team chiamato evad3rs (il link ve lo potete trovare da soli ;) .

Tecnicamente è un jailbreak “untethered”: vuol dire che una volta sbloccato il dispositivo continua a restare sbloccato anche dopo i successivi riavvi (per i jailbreak “tethered”, decisamente meno pratici, bisogna invece ricollegare il device al computer ogni volta). Era da un po’ che faticavano ad arrivare “tool” efficaci e facili da usare. E soprattutto disponibili su tutta la gamma di iCosi. Questo evasi0n funziona su iPhone, iPad, iPad mini e iPod Touch, purché dotati di sistema iOs 6.0, 6.0.1, 6.0.2, oppure 6.1. Si può installare da Os X, Windows (da Xp in poi) e Linux. Prima dell’installazione un backup del dispositivo non fa male. Dopo l’installazione ci si può sbizzarrire con i tweak più utili: qui trovate una raccolta e qui un’altra.

Personalmente considero di grande utilità iFile e SbSettings. Cydia, l’App Store “alternativo”, in queste ore (giorni) è preso d’assalto e molto lento o inaccessibile. Passata la buriana dei nuovi jailbreak dovrebbe tornare alla normalità. (A quanto pare nei primi 10 minuti il tool evasi0n è stato scaricato 100 mila volte!) Negli ultimi anni l’App Store si è riempito di applicazioni che, in modi creativi, spesso appoggiandosi al cloud, sono riuscite ad andare oltre i limiti di iOs e il jailbreak è forse meno utile di un tempo. D’altronde se per per voi un dispositivo “smanettabile” è imprescindibile forse dovreste guardarvi allo specchio e chiedervi: perché non ho un Android?

(Avviso: la procedura di jailbreak invalida la garanzia dei dispositivi Apple. Questo blog e il suo autore non si assumono responsabilità per danni ai terminali a seguito delle procedure sopradescritte)

Canada, addio alla moneta da 1 cent costa più del suo valore reale

Corriere della sera

Dopo 150 di storia via al ritiro del penny. Il governo fissa gli arrotondamenti, collezionisti pronti agli affari

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Fare circolare meno moneta, per risparmiare soldi pubblici, e mettere da parte un «tesoretto» di 11 milioni di dollari all’anno. Questa la ricetta della Royal Canadian Mint – la Zecca canadese- che ha disposto il ritiro del celeberrimo penny canadese, la moneta da 1 centesimo di dollaro. Da ieri, infatti, negozi e istituzioni pubbliche ritireranno gli esemplari di penny dalla clientela, dopo che la Zecca canadese aveva già cessato di coniare monete da 1 cent a partire dal 4 maggio scorso. Il motivo è presto detto: produrre la moneta da 1 penny costava ormai più del valore nominale della moneta stessa. A fronte di un valore pari a 1 centesimo di dollaro, il conio della moneta aveva un costo di produzione di 1.6 centesimi. Il risparmio potrebbe toccare gli 11 milioni di dollari all’anno. Il ritiro potrebbe essere completato in tre o quattro anni.

ARROTONDAMENTI - Le monete da 1 centesimo potranno ancora essere utilizzate, ma sarà possibile anche portarle in banca e favorirne il ritiro completo. Ma per rendere più agevole l’operazione, la Zecca del Canada ha disposto l’arrotondamento per eccesso e difetto dei pagamenti in contanti. In pratica, i tagli da 1, 2 e 6, 7 centesimi verranno arrotondati per difetto (1.02 diventerà 1), mentre i tagli da 3, 4 e 8, 9 centesimi saranno arrotondati per eccesso (da 1.08 si passerà a 1.10). La misura è stata al centro di polemiche da parte dei negozianti preoccupati a causa del ritocco dei prezzi, che potrebbe avere delle ricadute sulla clientela.

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SCONTI SUL CONTANTE - Per prevenire l’eventuale malcontento dei clienti, la catena di distribuzione Home Depot da venerdì ritocca al ribasso tutti i prezzi degli oggetti che verranno pagati in contanti, anche a costo di rimetterci. Starbucks, invece, «siccome non è ancora chiaro quanto durerà questo periodo di transizione», venderà il caffé a 2.26 dollari sia in contanti, che con carta. Anche se il 52.9 per cento dei membri dell'Associazione commercianti nazionale è pronto ad accettare la misura, l'81.5 per cento di essi teme di perdere fino a 5 mila dollari di fatturato. Ma il vicepresidente dell’associazione Mark Startup si è detto fiducioso perché «oggi solo il 20% delle vendite al dettaglio avvengono con denaro contante, perciò l’arrotondamento dei prezzi non sarà significativo neanche per i consumatori stessi».

LA STORIA - Il penny canadese ha una storia centenaria, dal momento che il primo esemplare venne coniato circa 150 anni fa, mentre la prima moneta da un cent firmata dalla Royal Mint risale a 50 anni orsono. Così la Zecca canadese ha voluto celebrare la messa al bando del penny con una infografica disponibile sul suo sito ufficiale, che ripercorre tutta la storia della moneta da 1 centesimo. I numismatici sono già pronti a sfruttare questo ritiro: consigliano, infatti, di «non preoccuparsi molto di come liberarsi dei penny da subito, ma di tenerli da parte fin quando non diventeranno speciali».

Basta mantenere le monete lucide e brillanti e fare attenzione alla data di conio. Particolarmente rare le date 1922, 1923 e 1925. E tra i collezionisti c’è già chi viene considerato una celebrità. Renee Gruszecki, infatti, è conosciuto in quanto proprietario di ben 30 mila pezzi da 1 centesimo, che adopera per produrre ornamenti, gioielli e accessori vari. «La foglia d’acero è un sinonimo di canadesità, e noi tutti ci identifichiamo con lei. Se la puoi portare attorno al collo, oppure su un anello, allora la potrai sentire viva per sempre» ha spiegato Gruszecki.

Nicola Di Turi
5 febbraio 2013 | 13:33

Bergamo, fuori dalla chiesa spunta manifesto contro le adozioni gay

Corriere della sera

Riporta il virgolettato di un bimbo: «Non voglio diventare il giocattolino adottabile da una coppia gay»


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Poche righe, firmate dall'associazione Scienza e Vita, che ha tra i suoi fondatori anche l'onorevole Paola Binetti. È destinato a sollevare polemiche il manifesto appeso fuori dalla chiesa dei Cappuccini, a Bergamo, con la foto di un bimbo appena nato e un suo virgolettato (vedi l'immagine sopra di Bergamonews): «Io non sono un diritto! Un bimbo non è un diritto! Voglio un papà/uomo e una mamma/donna. Non voglio diventare il giocattolino «adottabile» da una coppia gay. Io non voglio essere il prodotto di una fecondazione artificiale e nascere già dopato di ormoni superflui... Ho il diritto di nascere da una relazione d'amore naturale tra uomo e donna».

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La notizia della particolare affissione è stata pubblicata dal quotidiano online Bergamonews.it. Nel giro di poche ore qualcuno ha rimosso il manifesto, ma Fra Marcello Longhi, direttore del convento e di quella chiesa, ha già dichiarato: «È stato affisso domenica, in occasione della giornata per la vita e io ero d'accordo con gli scopi e i contenuti dell'iniziativa di Scienza e Vita»

Redazione online5 febbraio 2013 | 14:46

Il volto di Riccardo III ricostruito in 3d

Corriere della sera

Il viso del sovrano inglese è stato ricreato dopo le analisi del dna su un teschio ritrovato in settembre


CatturaRiccardo III ha di nuovo una faccia. Il volto del sovrano è stato ricostruito attraverso uno scanner tridimensionale. Con l'aiuto di un computer, sono stati aggiunti muscoli e pelle ed è stato realizzato un modello in plastica, successivamente dipinto.

I RITRATTI POSTUMI - Secondo quanto riferito alla Bbc dallo storico John Ashdown-Hill, esperto del regno di Riccardo III, i tratti essenziali della ricostruzione somigliano molto a quelli presenti nei ritratti postumi del sovrano. Lunedì l'università di Leicester aveva dato l'annuncio ufficiale, confermando - attraverso le analisi del Dna - che i resti scoperti agli inizi di settembre appartengono proprio all'undicesimo figlio del duca di York, a cui si attribuisce l'omicidio di Enrico VI, di sua moglie e del fratello Giorgio.

 

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Inghilterra, ritrovato lo scheletro di Riccardo III (04/02/2013)
 
Redazione Online5 febbraio 2013 | 14:08

La Campari cede il Punch

La Stampa

Il marchio di Barbieri passa alla Moccia (quella dello ZAbov) per 4,45 milioni
luigi grassia


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Il gruppo Campari cede un pezzetto dell’impero alla società che controlla lo Zabov. La parte venduta è il Punch Barbieri e l’acquirente sono le Distillerie Moccia per 4,45 milioni di euro. L’operazione è in controtendenza rispetto alle abitudini della Campari, che per molti anni non ha smesso di crescere tramite le acquisizioni, ma dal gruppo con sede a Sesto San Giovanni spiegano che non si tratta di un cambiamento di strategia: più semplicemente, dopo aver fatto molto shopping la Campari si concentra sui marchi che considera prioritari, lasciando andare quelli che sono entrati nel suo portafoglio a seguito di acquisizioni più ampie.

E fra i marchi prioritari non è incluso il Punch Barbieri, che è un liquore a media gradazione nei gusti rum, mandarino e arancio, che la Campari ha tenuto in casa per 10 anni a seguito dell’acquisizione, nel 2003, del portafoglio di Barbero 1891, che includeva, Aperol, Aperol Soda, Asti Mondoro e i vini fermi Enrico Serafino. Tutti questi marchi resteranno in mano al gruppo di Sesto San Giovanni, mentre il Punch trova una collocazione più idonea nelle Distillerie Moccia di Ferrara.

Il passaggio di mano annunciato ieri, che verrà concluso il primo marzo, consente a Moccia di portare avanti un progetto di ampliamento attraverso l’acquisto di marchi leader a livello locale da affiancare a Zabov, il liquore all’uovo, di cui è proprietaria dal 1946. La società ferrarese, ancora a conduzione familiare, accanto alle bottiglie a base di zabaione produce oltre 20 tipologie diverse di liquori tra i quali Amaretto, Sambuca, Limoncello, Punch. È presente in molti paesi europei ed è impegnata con investimenti in paesi extraeuropei quali Brasile, Argentina e Stati Uniti.

Quanto alla Campari, è un colosso presente in oltre 190 Paesi del mondo, con posizioni di primo piano in Europa e nelle Americhe, e sesto per importanza nell’industria degli alcolici di marca. Il portafoglio conta oltre 50 marchi e si estende dal «core business» al vino e ai soft drink.
In Borsa la cessione non ha probabilmente avuto impatto sul titolo Campari, che ha perso l’1,89% del valore, probabilmente sull’onda del calo complessivo dei listini e del generale pessimismo delle piazze finanziarie. 

Quando i genitori si separano Le linee guida per i bambini

Corriere della sera

L'audizione da parte del giudice o dello psicologo deve avvenire secondo modalità adatte all'età

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MILANO - I bambini che vivono i cambiamenti legati alla separazione dei genitori hanno diritto a essere ascoltati. E la loro voce deve essere raccolta con cura e attenzione. Per questo, l'Ordine degli Psicologi del Lazio ha redatto le "Linee guida per l'ascolto del minore in separazioni e divorzi", presentate recentemente a Roma durante una tavola rotonda. Il tema è di grande attualità visto il continuo aumento di casi. L'Istat ne ha registrati, nel corso del 2010, più di 140mila: quasi il doppio rispetto al 1995, e senza contare le coppie di fatto. Il 43% ha riguardato matrimoni con figli anche molto piccoli.

QUANDO SERVE L'AUDIZIONE - Se c'è di mezzo un bambino, il giudice ha il dovere di assicurarsi che vengano individuate le soluzioni migliori rispetto al suo affidamento e mantenimento. I genitori, normalmente, si accordano: presso il Tribunale Ordinario di Roma, ad esempio, l'85% delle separazioni è consensuale, mentre il 15% è di tipo giudiziario. «Solamente in queste ultime, e solo nel caso ci sia un conflitto tra madre e padre riguardo allo svolgimento delle funzioni genitoriali, può essere necessario ascoltare il minore» precisa Marisa Malagoli Togliatti, professore ordinario presso la facoltà di Medicina e psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, che ha coordinato la redazione delle "Linee guida" e curato il libro "Bambini in tribunale" (2011, Raffaello Cortina Editore).

AFFIDO CONDIVISO - «La problematica dell'ascolto è emersa soprattutto con l'introduzione della legge n° 54 del 2006 sull'affido condiviso» dice l'esperta. La norma stabilisce che il figlio ha diritto ad avere rapporti continuativi ed equilibrati con madre e padre e con i nuclei familiari. Questa legge costituisce un grande cambiamento rispetto al passato, quando i minori venivano affidati quasi sempre a un unico genitore. Ora, invece, tranne in rari casi, entrambi mantengono la potestà genitoriale e hanno pari responsabilità nell'educazione, istruzione e cura degli interessi del bambino. Talvolta, però, possono nascere contrasti anche seri sui metodi educativi da adottare, sulla sua sistemazione e sui tempi di permanenza presso madre o padre. Può capitare, allora, che il figlio si trovi invischiato tra reciproche accuse di inadeguatezza nello svolgimento dei ruoli.

MODALITÀ DI ASCOLTO - È soprattutto nei casi di grave conflittualità familiare che è indispensabile ascoltare il minore. In base all'età, l'indagine si svolge con modalità diverse che vanno dalla semplice osservazione, attraverso sedute di gioco con entrambi i genitori, al colloquio vero e proprio. Se il bambino ha compiuto dodici anni, in genere, viene sentito direttamente dal giudice. Altrimenti da uno psicologo incaricato, in quanto va accertata la sua capacità di discernimento (la facoltà di giudicare, valutare e distinguere correttamente). Questo esperto, in qualità di consulente tecnico di ufficio, deve avere una grande esperienza e seguire alcune procedure ad hoc per dare voce alle inclinazioni e al vissuto del piccolo, tenendo conto della personalità dei genitori e dell’ambiente familiare in cui è cresciuto.

Il colloquio deve rispettare alcune regole: il minore deve sapere che chi lo ascolta riferirà al giudice le sue opinioni e che questi le valuterà con grande attenzione, ma poi deciderà anche in base alle considerazioni di mamma e papà. Sia nel caso di un ascolto diretto (da parte del giudice) che indiretto (da parte dello psicologo), deve essere accolto in un luogo adatto, messo a proprio agio, senza subire lunghe attese. È fondamentale che l'esperto utilizzi un linguaggio semplice e non lo faccia sentire responsabile della conflittualità tra madre e padre o delle preferenze che potrà esprimere riguardo all'organizzazione futura della sua vita. «In genere, comunque, la migliore rassicurazione per il bambino è sapere che potrà continuare ad avere rapporti con entrambi i genitori» dice Marisa Malagoli Togliatti.

VANTAGGI - Ma è positivo per il figlio "partecipare" ai procedimenti di separazione di mamma e papà? Sì, secondo Maria Lori Zaccaria, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio. Se è consapevole dei cambiamenti che stanno avvenendo attorno a lui, può essere coinvolto in modo costruttivo e adattarsi meglio alla riorganizzazione dei rapporti familiari. Numerosi studi in campo psicologico evidenziano che così si accresce il suo senso di autostima e di controllo sulla propria vita. Si evita, inoltre, che si senta colpevole della separazione dei genitori o che coltivi inutili speranze di riconciliazione. «Che il bambino abbia uno spazio di ascolto di fronte al giudice è positivo quando il colloquio viene affrontato in maniera competente e rispettosa del suo status di minore» afferma Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva e autore del libro "Vi lasciate o mi lasciate. Come spiegare a un figlio la separazione dei genitori" (2009, Edizioni Erickson).

ERRORI DA EVITARE - Ma come scongiurare conflitti dannosi e tutelare la serenità del bambino? Innanzitutto prestando attenzione agli atteggiamenti nocivi. Frasi che mettono il piccolo al centro della separazione, ad esempio "lo faccio per te" o "mi devo preoccupare del tuo futuro", non vanno mai pronunciate, spiega l'esperto: inducono a pensare che se si compiono scelte dolorose è a causa sua, come se per salvaguardarlo si fosse costretti a mettere fine al matrimonio. È bene evitare anche di "svalutare" l'altro genitore o sottolineare i suoi errori di fronte al figlio. Se si hanno idee diverse, ad esempio per quanto riguarda l'educazione o l'istruzione, bisogna vedersela tra adulti quando egli è assente. Inutile dire che usarlo come una sorta di "detective" per ottenere informazioni sull'ex partner è sbagliato. Il piccolo non deve mai trovarsi a raccontare cosa fa, pensa o dice l'altro genitore.

GENITORI IN TEAM - L'impresa "impossibile" che madre e padre dovrebbero tentare quando si separano, spiega l'esperto, è rimanere coppia genitoriale senza essere coppia affettiva. In un momento così critico, bisogna cercare di empatizzare col figlio. Egli fatica a immaginare come sarà il suo futuro e ha mille dubbi: dove dormirà? Chi lo porterà a scuola? Vedrà ancora i suoi amici? Ma si può fare molto per rassicurarlo. «La cosa migliore è continuare a essere genitori in team, anche se si considera irrisolvibile il conflitto coniugale - spiega Alberto Pellai -. Il bambino deve sentire che mamma e papà si lasciano ma non lo lasciano, che hanno dei progetti per lui». L'ideale, per tranquillizzarlo, sarebbe garantirgli una continuità di abitudini. «Il piccolo, ad esempio, potrebbe dormire in letti diversi ma avere le stesse lenzuola. Fare colazione in case differenti ma avere il medesimo biscotto», spiega Alberto Pellai. Più i genitori costruiscono una regolarità, anche se in abitazioni diverse, più il bambino riuscirà a far fronte al senso d'imprevedibile che lo destabilizza.

AIUTARE I BAMBINI - Un altro aspetto fondamentale è quello legato ai sentimenti. Le emozioni che un figlio prova quando i genitori si separano sono difficili da gestire: la tristezza, l'incertezza per il futuro, la confusione per ciò che sente dire da parenti e amici. Inoltre, la vergogna per gli occhi che gli si posano addosso e il senso di colpa per le responsabilità che gli vengono imputate. Infine la rabbia, perché tutto gli appare ingiusto e, in molti casi, è costretto a rimanere in silenzio. La frustrazione può renderlo allora aggressivo e violento. Come aiutarlo a tirar fuori ciò che prova? L'importante è mantenere un atteggiamento disponibile che permetta al bambino di condividere le sue emozioni. Può essere utile, allora, leggere insieme un libro che tratti l'argomento: veder riflessi i propri problemi nella storia di un altro aiuta ad aprirsi. Anche scrivere delle lettere e fare dei disegni sono modi per invitare il bambino a raccontarsi, facendogli capire che lo si comprende e gli si è vicini. Non ultimo, possono essere di sostegno i "Gruppi di Parola" (www.gruppidiparola.it), nati per aiutare i figli di genitori separati a superare il momento critico.

Mia Mantovani
5 febbraio 2013 | 12:08

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                  Il giallo dello smartphone del leader comunista

                  Corriere della sera

                  Kim Jong-un è stato fotografato con accanto un telefono di ultima generazione. Ed è scattata la caccia al modello

                  Cattura
                  MILANO - Il mistero dello smartphone di Kim Jong-un impazza sulla stampa asiatica. È bastata una foto, pubblicata alla fine di gennaio dai media della Corea del Nord, per scatenare un febbrile dibattito sui giornali sudcoreani che per diversi giorni hanno tentato di individuare la marca del telefonino in possesso del leader comunista. L'immagine mostra il giovane, erede della dinastia nordcoreana fondata nel 1948, mentre presiede una riunione di alti consiglieri della difesa e della sicurezza. Oltre all'immancabile sigaretta accesa tra le mani di Kim, nella foto s’intravede uno smartphone nero appoggiato sul tavolo.


                  LA MARCA - I dirigenti sudcoreani sono certi che il telefono intelligente appartenga al leader comunista: «Si ritiene che lo smartphone sia di Kim - ha dichiarato un alto funzionario di Seul all'Afp -. Il dispositivo, infatti, si trova accanto ai documenti che sta consultando». Dopo essere riusciti a focalizzare l'immagine del telefonino e a mostrarla in primo piano, alcuni media sudcoreani hanno suggerito che lo smartphone potrebbe essere un prodotto della Samsung, l'azienda sudcoreana leader nel settore dei telefoni intelligenti. La Samsung ha prontamente smentito l’indiscrezione sostenendo che nessuno dei suoi modelli di punta è presenta al di là del confine. Altri hanno avanzato l'idea che lo smartphone possa essere iPhone, telefonino prodotto negli Usa, nemico giurato della Corea del Nord oppure un HTC dell'omonima compagnia taiwanese

                  2MOTIVAZIONI POLITICHE - Il mistero resta, ma la maggior parte degli esperti scommette che si tratti di un prodotto della HTC. Da parte sua l'azienda taiwanese ha rifiutato di identificare il dispositivo, ma ha comunicato che apprezza che i propri telefoni siano utilizzati in tutto il mondo. Chosun Ilbo, uno dei principali quotidiani sudcoreani, ha dichiarato che certamente dietro la scelta della marca del telefono di Kim ci sono motivazioni politiche: «Sarebbe sconveniente politicamente se Kim Jong-un utilizzasse prodotti che arrivano dagli Stati Uniti - ha tagliato corto il quotidiano -. Inoltre il leader non può avallare l'idea che i vicini sudcoreani siano tecnologicamente più avanzati». I telefoni cellulari sono stati introdotti in Corea del Nord solo nel 2008 mentre un Intranet interno è presente dal 2002. Tuttavia i nordcoreani continuano a vivere in un Paese molto isolato e con una delle censure più rigide al mondo. Sebbene un milione di persone possegga un telefono cellulare, solo un’infima minoranza ha accesso a Internet e ai cittadini nordcoreani non è permesso effettuare telefonate all'estero



                  Corea del Nord: «Stop al conflitto con il Sud» (01/01/2013)

                  Francesco Tortora
                  5 febbraio 2013 | 14:44

                  Stati Uniti e la Usa e la nuova frontiera: il sogno della mega rete Wi-Fi, "coast to coast"

                  Corriere della sera

                  L'incredibile progetto dell'autorità per le telecomunicazioni. Una rete pubblica, potente e diffusa ovunque
                  Spostarsi ovunque e trovare in ogni luogo una rete Wi-Fi pubblica a banda larga. Veloce abbastanza per consentire a tutti di navigare gratuitamente in rete e per effettuare telefonate via web senza svuotare il credito del cellulare. Una rete fatta di migliaia, anzi milioni, di hotspot Wi-Fi, grande abbastanza da coprire una nazione. Un sogno? Fantascienza? Sì, per ora. Ma il progetto della Fcc (Federal Communication Commission), l'autorità di supervisione del settore telecomunicazioni americano, è molto serio e non ha nulla di fantasioso.

                  Cattura
                  POTENZA - Il piano fa parte di una revisione più generale dell'assetto delle frequenze. È stato messo nero su bianco dal presidente della Fcc, Julius Genachowsky, e sottoposto ai cinque membri dell'authority. La nuova rete avrebbe una portata ben superiore a quella degli hotspot domestici, permettendo di penetrare attraverso muri di cemento e di oltrepassare ostacoli naturali come colline e aree boschive. Tutte le aree metropolitane risulterebbero coperte, così come una buona parte di quelle rurali.

                  NIENTE ADSL - Se l'idea venisse approvata ci vorrebbero - oltre a un investimento stimabile in molti miliardi di dollari - diversi anni prima di una piena operatività della nuova super-rete Wi-Fi. A quel punto diversi utenti potrebbero arrivare a rinunciare non solo agli abbonamenti dei loro smartphone, ma persino all'Adsl domestica. Soprattutto quella fetta di pubblico poco esigente nei confronti della qualità della connessione e con ridotte possibilità di spesa.

                  INNOVAZIONE - Si immaginano però anche applicazioni davvero innovative che la nuova rete potrebbe rendere disponibile. Dalla possibilità per un'auto senza pilota (come quella che Google sta testando) di comunicare con un altro veicolo a un chilometro di distanza, all'opportunità data a un paziente con un monitor cardiaco di scambiare dati con un ospedale dall'altro lato della città. E sono solo un paio di esempi di quella che potrebbe essere una vera rivoluzione, in un progetto senza precedenti a livello mondiale.

                  LOBBY CONTRO - La proposta ha immediatamente scatenato opposte reazioni nel mondo dell'industria. Da una parte gli operatori telefonici (AT&T, T-Mobile e Verizon), che vedrebbero messo in serio pericolo il loro business delle connessioni mobili. Dall'altro i giganti dell'high-tech come Google e Microsoft che vedono grandi potenzialità nella rete libera. In mezzo la politica, con i repubblicani schierati sul fronte del no: secondo il Gop, il governo non può permettersi di perdere i miliardi di dollari che arriverebbero dall'asta delle frequenze ai privati.

                  WI-FI - La partita comunque è aperta, in una metaforica corsa al West, stavolta interamente digitale. Praterie digitali tutte da conquistare che sembrano così lontane viste dall'Italia. Dove i progetti di Wi-Fi pubblico languono, azzoppati da cronica mancanza di fondi e disinteresse.

                  Paolo Ottolina
                  @pottolina4 febbraio 2013 (modifica il 5 febbraio 2013)

                  Dalla pistola per giocare a suicidarsi alla bambolina da lap dance: ecco i giocattoli peggiori del mondo

                  Il Mattino


                  Cattura
                  Dalla pistola giocattolo per provare l'ebbrezza della roulette russa alla bambola che partorisce veramente e alla quale bisogna anche tagliare il cordone ombelicale, passando per altri presunti giocattoli decisamente singolari. La lista potrebbe essere lunga perché la follia dei creatori di giocattoli (soprattutto quelli provenienti dall'Asia) non conosce limiti. Alla lista potete partecipare anche voi lettori.

                  Nella nostra lista personale (e modificabile in base alle vostre segnalazioni), il premio di peggior giocattolo del mondo speta proprio alla pistola per giocare al suicidio con la roulette russa. Al secondo posto abbiamo piazzato il bambolotto che può essere depilato anche sotto le ascelle e nella zona pubica al quale, comprando pezzi adeguati, ricrescono i peli.

                  Al terzo posto la bambola che balla la lap dance avvitandosi sinuosa, anche se ha sembianze di bambina, attorno al palo.Infine segnaliamo la bambola cinese che partorisce per davvero. In questo caso siamo rimasti un po' dubbiosi: potrebbe essere un giocattolo educativo, ma la crudezza del parto è rappresentata fin troppo bene per poter catalogare questo oggetto tra im giochi da bambino.

                   
                  FOTOGALLERY
                  I giocattoli più assurdi del mondo




                  lunedì 4 febbraio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05

                  In Italia è record di respingimenti per i vegetali importati dalla Cina

                  La Stampa

                  Secondo i dati degli Uffici di Sanità marittima le allerta riguardano soprattutto la frutta secca, gli snack e le stoviglie.

                  ROMA


                  Cattura
                  Turchia, Cina e India. Sono questi i paesi dai quali l’Italia importa maggiormente alimenti di origine non animale, ma anche prodotti come stoviglie e pentolame. Ma è la Cina - prima per prodotti importati complessivamente - a collocarsi in testa alla classifica dei respingimenti per tossicità o irregolarità delle merci. Le allerta riguardano soprattutto la frutta secca, gli snack e le stoviglie. Sono alcuni dei dati di attività del 2012 degli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera (Usmaf) - articolazioni periferiche del ministero della Salute cui è affidato lo svolgimento dei compiti di profilassi internazionale e sanità transfrontaliera - presentati oggi al dicastero.

                  Nel 2012, con un trend in aumento, sono state 119.941 le partite totali di alimenti non animali e materiali a contatto col cibo importate in Italia. I respingimenti al confine, a seguito dei controlli degli Usmaf, sono stati pari a 296: 177 i respingimenti per alimenti e 119 quelli per materiali a contatto come pentolame e piatti. Quanto ai principali paesi di provenienza degli alimenti vegetali, al primo posto c’è la Turchia (8582 partite), seguita da Cina (7140), India (2) e Svizzera (4604). In testa per respingimenti la Cina (123), seguita da Turchia (39) e Stati Uniti (22).

                  Lo stop ai confini (per contaminazione dei prodotti) ha riguardato, nel 2012, i materiali a contatto con gli alimenti (77), frutta secca e snack (55), cereali e derivati (16), vegetali (14), bevande (9), erbe e spezie (7). In totale, l’attività complessiva di controllo degli Usmaf è passata da 201.102 prestazioni del 2008 a 246.194 del 2012: l’80% dell’attività ha riguardato il controllo merci, il 9% il controllo dei mezzi di trasporto, l’8% l’attività medico-legale e il 3% le vaccinazioni a cittadini diretti verso altri Paesi. 

                  Diversa la situazione nel settore dei farmaci: i medicinali importati provengono infatti principalmente, per questioni normative, da paesi Ue con in testa la Germania e solo una minima parte arriva dalla Cina o paesi asiatici. Il sistema degli Usmaf in relazione alla sicurezza alimentare e alla sanità transfrontaliera, ha sottolineato il ministro Renato Balduzzi, «rappresenta un’eccellenza in campo mondiale, per cui il nostro Paese è considerato punto di riferimento». La «forza del modello - ha concluso - sta proprio nello stretto legame tra ministero e uffici sul territorio».

                  Le corna dei cervi si sono rimpicciolite

                  La Stampa

                  zampa


                  I ricercatori hanno constatato la riduzione in un arco di tempo di 58 anni, dal 1950 al 2008


                  Cattura
                  Le dimensioni dei palchi, le strutture ossee dei cervidi (Cervidae) comunemente chiamate corna, della maggior parte delle specie di selvaggina Nord Americane in Usa si sono ridotte nel tempo, secondo un nuovo studio condotto da Kevin Monteith dell’Università del Wyoming. 

                  palchi attuali utilizzati per la realizzazione di trofei e arredamenti sono meno grandi di quanto fossero in passato secondo la ricerca. Una riduzione nelle misure causata dalla incessante caccia che cattura i maschi prima che possano sviluppare a pieno i palchi. 

                  I ricercatori hanno analizzato la dimensione dei palchi di venticinque categorie di selvaggina diffuse in Nord America, come cervi e alci. La riduzione delle dimensioni è stata calcolata in un periodo di 58 anni, dal 1950 al 2008. Le ’corna’ si sarebbero lievemente assottigliate e ridotte ma si tratta, secondo gli studiosi, ugualmente di un dato significativo: in media la riduzione si aggira intorno all’1,87 per cento. 

                  Un numero che non lascia pensare all’incidenza di fattori genetici evolutisi nel tempo sulla trasformazione delle taglie dei palchi. I risultati dello studio pubblicato su “Wildlife Monographs” dimostrano, infatti, che a giocare un ruolo determinante è stata sinora la caccia che cattura i maschi giovani prima che possano invecchiare, impedendogli così di sviluppare palchi di grandezze maggiori. 

                  New York, Little Italy rischia di sparire Arrivano nuovi ricchi e case di lusso

                  Il Messaggero
                  di Anna Guaita

                  Nel quartiere non vive più nessuno che sia nato in Italia


                  Cattura
                  NEW YORK – Non tanto tempo fa, se volevi un caffè italiano a New York, dovevi andare a Little Italy, nei vecchi caffè fra Mulberry Street, Broome Street, Grand Street. Ci trovavi cappuccini ed espresso fatti con levecchie macchine importate direttamente dall’Italia, con miscele macinate al punto giusto, e ci potevi mangiare insieme un cornetto, o un cannolo.
                  Anche se un italiano faceva sempre un po’ di ironia sulla vera italianità dei prodotti, e tutto era di dimensioni due volte più grosse che in Italia, Little Italy era comunque un rifugio per chi sentiva nostalgia di casa. Ora, chi ha nostalgia può trovare un buon caffè nei grandi caffè eleganti in centro.

                  Ma a Little Italy la nostalgia è autoreferenziale: perché quello che per oltre un secolo era stato il cuore della comunità italiana emigrata negli Usa, oramai non esiste più. Secondo l‘ultimo censimento, nel quartiere non vive più nessuno che sia nato in Italia. Non solo: nomi famosi come La Bella Ferrara, un caffè che una volta era affollato di turisti e italiani in cerca di un buon caffè, chiudono i battenti per il rialzo brusco degli affitti.

                  Per La Bella Ferrara l’affitto è passato da 7 mila dollari al mese a 17 mila: troppo alto per sostenerlo vendendo solo pasticceria e caffè. E lo stesso è successo al ristorante SPQR, mentre Umberto teme di dover subire anch’esso la stessa sorte. E non è più colpa dei cinesi, come succedeva negli anni Ottanta e Novanta.

                  Allora, con l’approssimarsi della restituzione di Hong Kong al governo cinese, decine di migliaia di abitanti della colonia britannica fuggirono verso New York, per ricongiungersi ai parenti che già si trovavano a Chinatown. Fu allora che Little Italy cominciò a ridursi, ad assumere un tono asiatico. Ma la Festa di San Gennaro, un festival che va avanti dieci giorni a settembre, e qualche decina di bar e ristoranti che sono sopravvissuti all’onda cinese hanno continuato a dare a Little Italy il sapore italo-americano ancora per qualche anno.

                  Cosa sta cambiando adesso? Non sono i cinesi, e non è neanche la fuga degli italo-americani verso i sobborghi più eleganti: è l’arrivo dei giovani ricchi professionisti. Nell’isola di Manhattan si è sempre alla ricerca di nuovi quartieri da “gentrify”, cioé da strappare all’antico e trasformare in appartamenti di lusso, costosissimi. Little Italy, con la sua posizione giusto sopra Wall Street e subito sotto Soho, sta diventando la casa di operatori di borsa o proprietari e dipendenti delle gallerie d’arte e delle boutique di Soho.

                  Gente cioè che ha soldi, e può permettersi appartamenti sopra un milione di dollari. Gli agenti immobiliari sono al settimo cielo: le strade che una volta erano abitate da immigrati che a mala pena parlavano inglese, si popolano di vip e celebrità. Loro il caffè vanno a prenderselo da Eataly, a Madison Square, da Sant’Ambroeus, sulla Madison Avenue, da Cipriani Dolci a Grand Central.


                  Lunedì 04 Febbraio 2013 - 20:35

                  Nuovi rintocchi nel cielo di Parigi: nuove campane a Notre-Dame

                  Il Messaggero
                  di Rita Sala

                  Resta soltanto quella più vecchia, Emmanuel


                  Cattura
                  Ha resistito la più antica, Emmanuel, issata tra le guglie della Cattedrale nel 1686 e capace di resistere persino alle bordate della Rivoluzione. Le sue sorelle, che hanno accusato i segni del tempo, saranno invece sostituite in occasione degli 850 anni del mitico tempio, l’antico simbolo di Parigi, senz’altro più denso della pur celebrata Tour Eiffel. L’ultimo giorno di gennaio la Cattedrale di Notre-Dame ha solennemente accolto le nuove campane che in alto, nella foresta marmorea di pinnacoli e nicchie, tra mostri grifagni, ricordi di festa e di battaglia, faranno compagnia alla veterana Emmanuel.

                  Sono state realizzate in Normandia, nella fonderia Cornille-Havard, che opera a Villedieu-les-Poêles. Fuse in bronzo, artigianalmente e con tecniche medievali, hanno anche il medesimo peso degli esemplari originali, rimossi e riconvertiti in cannoni (meno Emmanuel) durante la Rivoluzione.Solennemente benedette l’altroieri dall’arcivescovo della città, il Cardinale Vingt-Trois, le campane hanno ognuna il proprio nome, come la decana.

                  TREDICI COMPAGNE
                  Marie, che pesa oltre sei tonnellate e farà compagnia ad Emmanuel nella torre sud, è entrata in scena per prima, sulla gran piazza della cattedrale, a bordo di un camion, seguita dalle compagne. Hanno tutte viaggiato a una velocità massima di dieci chilometri all’ora, dalla fonderia alla città, attraversando il centro prima di guadagnare Notre-Dame. Parigini e turisti possono ora visitarle e ammirarle, nella navata della cattedrale, fino al 25 febbraio, giorno in cui verranno collocate nelle rispettive torri. Per ascoltarne la voce occorrerà invece attendere fino al 23 marzo, data in cui il gruppo al completo - tredici esemplari - sarà fatto risuonare nel cielo della Ville Lumière.
                  Ogni campana avrà un padrino o una madrina, scelti tra le molte personalità che si sono offerte per quest’ufficio.

                  Marie, ad esempio, sarà tenuta a battesimo dalla Gran Duchessa del Lussemburgo, Maria Teresa Mestre, dalla quale ha preso il nome. Le otto consorelle si chiamano Gabriel (dal nome del Cancelliere Gabriel de Broglie); Anne Geneviève; Denis (padrino lo scrittore Denis Tillinac); Marcel; Etienne; Benoît-Joseph (è il nome del Pontefice); Maurice o Jean-Marie (dal nome dell’architetto Jean-Marie Duthilleul). La sostituzione di un gruppo di campane fu già tentata nel 1856, perché il loro suono non andava d’accordo con quello di Emmanuel. Ma - dicono i curatori di Notre-Dame - erano inadeguate per formato, mediocri nella qualità e irrimediabilmente stonate rispetto ad Emmanuel.

                  LA MEMORIA La Francia si è preparata in grande alla celebrazione degli otto secoli e mezzo del tempio parigino. Consacrata nel 1163, Notre-Dame è, come detto, carica di storia, di letteratura, d’arte. Alla luce fiocamente colorata che le sue vetrate lasciano trapelare, le immense navate raccontano il vero e il fantastico. Hanno visto incoronazioni e uffici funebri, teorie di pellegrini, epifanie di santi, pitocchi in cerca di protezione, generali vittoriosi divenuti imperatori. E i bambini di tutto il mondo, dopo la diffusione globale del cartone animato tratto dal romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (1831), sanno di Quasimodo innamorato di Esmeralda che vaga tra guglia e guglia, spiando la zingara da sotto l’ala dei mostri di pietra, i Gargoyle e le Chimere, tra le quali la perfida Stryge, dotata di una vita solo notturna. Sanno delle campane di cui il Gobbo era re, degli amori e degli odii maturati dietro le colonne, nella tenebra degli altari, negli alvèoli del Coro.

                  Chi abbia anche letto il celebre libro non dimentica il tragico finale, lo rivede in ogni cono d’ombra della chiesa: lo scheletro sghembo di Quasimodo, ancora abbarbicato a quello di Esmeralda, impiccata dal boia, finisce in polvere appena tentano di separarlo dagli ancora colorati resti di lei. Restauri e celebrazioni costeranno quasi sette milioni di euro, già raccolti attraverso donazioni. Alle nuove campane si aggiungono il restauro del Coro e la rimessa in opera dell’organo del XV secolo, nonché un impianto ultimo modello di luci ecologiche. Alle emissioni filateliche si è già provveduto: due affrancature speciali in edizione limitata, illustrate dall’incisore Claude Andreotto, ritraggono due vetrate policrome della cattedrale. E il Teatro alla Scala di Milano (il sovrintendente Lissner è francese) ha in palcoscenico dal 10 febbraio il balletto Notre-Dame de Paris, coreografia di Roland Petit, protagonista Roberto Bolle.


                  Lunedì 04 Febbraio 2013 - 11:50
                  Ultimo aggiornamento: 11:52

                  Famiglie senza colf Chi fa le pulizie?

                  Corriere della sera
                  di Rita Querzè

                  E adesso, ragazze, fuori gli spazzoloni. E i secchi per pulire i pavimenti. Altro che cinema e tempo libero, riprendiamo confidenza con il ferro: alzi la mano chi sa stirare una camicia stando sotto i dieci minuti.


                  Cattura
                  Preoccupate? Ne avete ben donde. Dopo aver assaporato la (semi)liberazione dai lavori domestici, le donne italiane stanno riprendendo in mano stracci e detersivi. Colpa della crisi. Chi la colf prima se la permetteva tutti i giorni, adesso è passato a tre volte la settimana. E così via ridimensionando. Basta chiedere ad amiche e vicine di casa. Per chi non si accontenta del «sentito dire», c’è un’indagine della fondazione Leone Moressa. Molte collaboratrici domestiche straniere stanno riprendendo la via dei loro Paesi perché in Italia c’è meno lavoro.

                  Confrontando il 2011 con il 2010, sono diminuite del 5,2%. È vero, in compenso, che tante italiane sono tornate a fare le colf: più 3%. Ma non sostituiscono tutte le immigrate che hanno abbandonato: i lavoratori domestici nel nostro Paese, nel giro di un anno, sono diminuiti del 3,7%. E parliamo solo del 2011. L’impressione è che la tendenza si sia rafforzata. «Le donne straniere che vengono da noi alla disperata caccia di un lavoro sono in straordinario aumento», racconta Sabina Guancia, presidente dell’Associazione per la famiglia di Milano, una no profit che organizza corsi per preparare le collaboratrici domestiche, molto richieste fino a ieri, complice il fatto che le lombarde lavorano più della media.

                  «Oggi è come se le colf all’improvviso non servissero più — continua Guancia —. Molte stanno pensando di tornare a casa».

                  Eccoci allora a guardare in faccia il marito-compagno con occhio indagatore. «Caro, ti dispiace fare la lavatrice?». Benedetta colf: quante discussioni ha risparmiato in famiglia negli ultimi trent’anni. Ma adesso la scorciatoia dell’aiuto domestico viene a mancare. E bisogna affrontare il problema della divisione del lavoro familiare. Una volta per tutte. Una decina di anni fa il dibattito tra le femministe americane (Caitlin Flanagan, Barbara Ehrenreich) aveva già fatto notare che se le donne occidentali si erano emancipate era più grazie ai sacrifici di tante straniere che rinunciavano a stare con mariti e figli che attraverso la conquista di una equa divisione dei ruoli tra le mura domestiche.

                  Come dire: dietro una grande donna c’è sempre una grande colf. Il confronto a colpi di saggi e articoli sui giornali, però, non ha cambiato le abitudini dentro casa. Più efficace il dimagrimento degli stipendi. Allora restiamo con i piedi per terra e diamo un’occhiata alla situazione precrisi certificata dai dati Hetus 2007, l’ultimo confronto internazionale disponibile. Bene: nessuno dedica più tempo alla casa e alla famiglia delle italiane. Cinque ore e 20 minuti al giorno. Venticinque minuti più delle spagnole, un’ora e sei minuti più delle tedesche, 46 minuti più delle francesi e (udite udite) un’ora e 40 più delle svedesi.

                  Ma forse non è questo l’aspetto più importante. Il fatto è che a casa le italiane lavorano quasi quattro ore in più dei mariti: gli uomini riservano alle occupazioni domestiche un’ora e 35 minuti al giorno. Sia chiaro: prendersela con i propri compagni sarebbe sbagliato. Negli ultimi anni si sono lasciati coinvolgere sempre di più, come certificano anche i dati Istat. Nello stesso tempo le donne hanno diminuito il proprio impegno grazie a colf e badanti. E ora che si fa? «Non c’è dubbio, il vecchio nodo è arrivato al pettine — conferma Luisa Rosti, docente di Economia del lavoro a Pavia.

                  Anche perché, mentre diminuisce la possibilità di farsi aiutare a pagamento, aumenta il bisogno. E non penso ai bimbi piccoli, ma agli anziani. La quota di ultraottantenni nella nostra società sta aumentando in modo rapidissimo. E questo presuppone sempre più lavoro di cura. Peccato che il nostro Paese sia impreparato. Abbiamo pensato molto e giustamente agli asili nido. Ma ora l’emergenza è un’altra». I papà in questi anni si sono abituati a curare i figli e ora trovano naturale cambiare un pannolino.

                  Altro discorso è condividere la cura di un anziano. Insomma, nelle famiglie ci sarà da discutere. Anche per un altro motivo. «La crisi ha risparmiato un po’ le donne, occupate nei servizi. Più colpiti gli uomini che lavorano nell’industria. Non sono così rare le situazioni in cui è il marito a restare senza lavoro. E a trovarsi costretto a dare una mano in casa», aggiunge un tassello Daniela Del Boca, docente di Economia a Torino.

                  Ci sono poi altre due verità inconfutabili. A spiegare la prima è la psicoterapeuta Elena Rosci: «Le italiane si sentono buone madri e buone mogli solo quando riescono a garantire un certo standard nella cucina e nella cura della casa. Solo le greche e le spagnole condividono con noi questo fardello». L’altra verità è che il superlavoro a casa penalizza le donne sul lavoro fuori, in azienda. Che sia l’influenza del ragazzino o il nonno che si è rotto il femore non importa: se tocca sempre a te risolvere i problemi familiari, prima o poi dovrai mollare sulla carriera. Tirando le somme, la via maestra a questo punto dovrebbe essere dividere i compiti in modo più equo. A chi non ha voglia di discutere con il marito/compagno non resta che sperare nella tecnologia. Circola la pubblicità di un robottino che gira per casa e pulisce il pavimento da solo. Chissà, magari funziona…