lunedì 4 febbraio 2013

In via Gluck oggi si parla cinese «Salvate i luoghi di Celentano»

Corriere della sera

Petizione per la strada di 90 metri cantata dal Molleggiato. C'è una coppia di inquilini dell'epoca


Via Gluck (foto N. Vaglia)


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MILANO - Una «ballata» l'ha resa celebre e oggi si chiede alla Soprintendenza un vincolo ambientale e paesaggistico per salvarla. Per la via Gluck, stradina lunga e stretta, tanto anonima che quasi non si vede e corre accanto alla massicciata della ferrovia, e per la casa dove nacque il Molleggiato, si stanno muovendo i circoli milanesi di Legambiente e l'Associazione amici della Martesana. Sono novanta metri di via in tutto e quel palazzo di fine Ottocento, al civico 14, dov'è rimasta solo la Ginetta con il marito Amedeo a rispondere al citofono: «Andate via, qui è una processione tutti i giorni e io non ho più voglia di parlare». Ma, poi, ti fa salire: prima scala a sinistra, terzo piano, seconda porta a destra lungo la ringhiera. E qualcosa racconta, lei che con Adriano è cresciuta ed è l'unica che in quel palazzo oggi multietnico può ancora dire di ricordare.

Il portoncino là dabbasso si apre e chiude di continuo. Entrano ed escono cinesi e filippini. Sul citofono, due cognomi, il resto numeri ed etichette lasciate in bianco. E il retrobottega al piano terra, dove Adriano Celentano visse con la famiglia (mamma Giuditta era sartina e aveva il negozio affacciato sulla strada), poi deposito di pesce congelato e dopo ancora panetteria, è tornato all'antica funzione abitativa. I muri interni sono scrostati. Lungo le scale, le ampie finestre a vetri «cattedrale» (a pezzi) e la ringhiera in ferro battuto con foglie d'edera lavorate sono tracce del primo Liberty, fregi che gli architetti allora non facevano mancare anche alle più semplici case di ringhiera.

Pippo Amato, presidente del comitato Martesana, non è nuovo a queste battaglie. Riuscì tempo addietro a mettere sotto tutela la cascina Conti, il nucleo antichissimo di Greco. «Questo fazzoletto di città non ha certo caratteristiche monumentali di particolare pregio - spiega, illustrando la richiesta presentata in Soprintendenza -, ma costituisce l'ultima testimonianza storico-culturale degli insediamenti sorti nei Comuni attorno a Milano, in concomitanza con lo sviluppo industriale». A Greco, piccolo comune della cinta orientale della metropoli, dalla quale sarebbe stato assorbito nel 1923, la vita costava meno e la via Gluck fu il centro del nucleo abitato dagli operai della Pirelli. Eccole quelle case, «fuori città... gente tranquilla, che lavorava» in mezzo al verde... che Celentano renderà celebri e immortali con la sua ballata. Ora non ci sono il verde né l'erba, non senti più neppure l'«amico treno che fischia così, wa wa!».

Il bagno in cortile è il ripostiglio della spazzatura. Hanno chiuso panettiere, macellaio e idraulico. La gelateria è un centro massaggi. L'iniziativa milanese ha dei precedenti: in Inghilterra, la casa dove abitava Paul McCartney a Liverpool in Forthlin Road 20, è stata inserita da tempo tra gli edifici storici da tutelare, a cura del National Trust . «Il Ragazzo della via Gluck - conclude Amato - è uno dei primi fermenti della coscienza ambientalista ed ecologista, un grido di dolore contro un'insensata identificazione del progresso e della riqualificazione dell'habitat con la cementificazione, che a Greco non s'è mai fermata».

Ancora oggi, il lato Nord della via è un cantiere senza soluzione di continuità. Rimane poco di quella strada, che persino il regista Pasolini, lucido e profetico osservatore della società italiana, volle visitare assieme al cantante pop che più ha raccontato e interpretato quella società: novanta metri di via, dove le saracinesche dei negozi s'abbassano per non riaprire più. Resistono il pellettiere Astolfi e Franco, 75 anni, il parrucchiere. «Facevo i capelli ai suoi amici, all'Adriano no, lui era fedele al mio collega in piazzetta. D'estate lo sentivamo cantare e provare le canzoni dal terrazzo di sua sorella, qua dietro, al 3 di via Zuretti. Sono in pensione, ma il mio cuore, come il suo, può trovare pace solo nella via Gluck».


Paola D'Amico
3 febbraio 2013 | 16:01

L'uomo del parcheggio? Era Riccardo III

Corriere della sera

Il confronto col Dna del discendente della sorella. L'annuncio degli archeologi: «È lui, al di là di ogni ragionevole dubbio»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Un dipinto che ritrae Riccardo III, alla National Portrait Gallery, a Londra (Afp)

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LONDRA - L'asfalto di un parcheggio aveva inghiottito l'ultimo Plantageneto. Quel re usurpatore e sanguinario era lì sotto, a Leicester, dimenticato da oltre cinque secoli. Le ossa ancora intatte, con i segni sul cranio dell'ultima battaglia, la spina dorsale incurvata. Shakespeare a Riccardo III aveva dedicato un capolavoro teatrale: «Ho tramato complotti di ogni genere / ho iniettato negli animi il veleno con profezie, calunnie, fantasie / per seminare mortale inimicizia». E con poche parole all'inizio del primo atto, recitate dallo stesso monarca-protagonista, ne aveva dato una magistrale descrizione. Qual è stata la sua sorte? 

Riccardo III entrato nella storia inglese con una pessima fama. Sparito. Ritrovato per caso. L'università di Leicester è certa e oggi è arrivato l'annuncio ufficiale. Gli esperti dell'ateneo cittadino hanno confermato pubblicamente che lo scheletro scoperto all'inizio dello scorso settembre è proprio di Riccardo III, undicesimo figlio del duca di York, capitolo finale della casata sconfitta dai Tudor. Gli esami del Dna hanno dato il loro responso. La scienza ha consentito di prelevare un campione genetico dai resti e di metterlo a confronto con il profilo di un mobiliere canadese residente a Londra, Michael Ibsen, diretto discendente di Anna di York, sorella di Riccardo III. Il capo del team di archeologi, Richard Buckley, ha dato l'annuncio tra gli applausi: «La conclusione dell'Università di Leicester è che i resti trovati nel settembre 2012 appartengono al di là di ogni ragionevole dubbio a Richard III, il Plantageneta , re d'Inghilterra».

Quando, nel 2012, gli archeologi chiesero il permesso di scavare nel centro di Leicester, città che è nel cuore dell'Inghilterra, pensavano ad altro. Non al Plantageneto cresciuto nello Yorkshire, divenuto duca di Gloucester, incoronato il 6 luglio 1483 a Westminster. Pensavano piuttosto di andare alla ricerca di un antico convento distrutto nel Cinquecento, volevano e ne erano sicuri che saltassero fuori le fondamenta della chiesa francescana. Ma è accaduto il più classico degli imprevisti. Buttando all'aria la colata di cemento e scavando un po' hanno visto quello scheletro con i segni evidenti di una sofferenza spinale, con i segni di una lama conficcata in un gamba e con il cranio che mostrava l'affossamento per un colpo ricevuto.

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Era morto in battaglia Riccardo III, la battaglia di Bosworth Field il 22 agosto 1485 contro l'esercito dei Lancaster guidato da Enrico Tudor. Il futuro Enrico VII. Che fossero proprio di Riccardo III le ossa intrappolate nella terra per cinque e più secoli sotto il parcheggio? Da almeno tre anni gli archeologi dell'università di Leicester sostenevano che sarebbe stato possibile rinvenire le testimonianze dello scontro armato fra l'ultimo degli York e il primo dei Tudor. E che forse anche i resti di Riccardo III erano lì, nonostante dalle tradizioni arrivasse il racconto delle spoglie fatte bruciare da Enrico VII. Avevano ragione?

Gli esami del Dna, pur lasciando una lievissima porta aperta al dubbio, sciolgono il giallo: lo scheletro è di Riccardo III. Non che tutti siano d'accordo. Ad esempio il professor Mark Horton dell'università di Bristol è scettico: «Il Dna non è la panacea che risolve i misteri storici». E non si fida. Più sicuro Mike Pitts del «Council for British Archeology» che al Guardian dichiara: «I test scientifici aggiunti alle evidenze storiche offrono risposte attendibili». Il dibattito è aperto. Poi, c'è chi già invoca solenni funerali di Stato per quelle ossa. Li chiede il parlamentare conservatore Chris Skidmore. Forse troppo entusiasta della scoperta. Ma è certo che, una volta superate le diatribe accademiche, Riccardo III troverà degna tumulazione: sarà nella cattedrale di Leicester, proprio di fronte al parcheggio che lo ha tenuto sepolto dal 1485.

 

 Il video



Fabio Cavalera
@fcavalera4 febbraio 2013 | 12:15

Mio figlio in coma "rinato" dopo 10 anni: sentiva tutto, era prigioniero»

Il Mattino
di Paola Treppo


Max vittima di un incidente stradale: la madre lo porta a casa malgrado la denuncia di un medico. L'aiuto di 50 giovani amici


UDINE - Il teatro parrocchiale gremito, nella serata di venerdì, ad Artegna: in centinaia non hanno voluto mancare alla testimonianza della famiglia lombarda Tresoldi che, per 10 anni ha lottato con tutte le sue forze per «risvegliare» il figlio, Massimiliano, da uno stato che i medici avevano definito, allora, «coma apallico», danno indicato da più specialisti, per il suo caso, «senza possibilità di recupero alcuna».


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Max, che era presente ieri sul palco, assieme alla mamma Lucrezia e al papà Ernesto, era rimasto coinvolto in uno schianto automobilistico a soli vent'anni, mentre rientrava a casa dalle vacanze, in un caldo giorno d'estate. «L'hanno dato subito per spacciato, facendoci contare le ore - ha detto la madre -, e in quello stato è rimasto, senza mai dar segni di ripresa, per otto mesi, passando da un ospedale all'altro. Alla fine ho capito che lì, isolato, sarebbe morto veramente. E me lo sono portato a casa sentendomi dire dal viceprimario, mentre gli staccavo il sondino naso-gastrico, che se fosse deceduto io sarei stata denunciata. Non me ne importò nulla. Andai avanti per la mia strada, appellandomi ai suoi amici, alla parrocchia, ai volontari del servizio civile del Comune».

Alla fine, attorno a Max, ad aiutarlo a muoversi, ad alzarlo, a nutrirlo a frullati con enorme fatica, per 10 anni saranno 50 giovani, tra i 20 e i 21 anni, di giorno e spesso anche di notte. «Lui continuava a non dare segni di risveglio, ma io non ho mollato - ha detto la madre -. Molti, alla fine, mi commiseravano e mi prendevano per pazza. Il medico mi ha denunciato. Non è stato facile». Poi, il 28 dicembre del 2000, Lucrezia ha un attimo di crollo. Morto il padre, la donna è sul punto di arrendersi; una sera non ce la fa a fare il segno della croce a Max: «Fattelo tu, se vuoi» gli dice provocatoriamente. E lui, dopo dieci anni, lo fa.

Per la prima volta compie un gesto volontario chiaro. Da allora comincia una fase di rinascita: Massimiliano si fa capire bene prima con le mani e poi con l'alfabeto muto. Spiega come, per tutto quel tempo, dal giorno dell'incidente, avesse sentito e capito tutto quello che accadeva attorno a lui, anche ascoltando radio e tivù: ma era imprigionato in un corpo che non poteva comandare, bruciante dal desiderio di far capire che ancora era lì dentro. «Ci avevano mostrato il tronco di un albero colpito da un fulmine, dalla finestra dell'ospedale, dicendoci che il suo cervello s'era ridotto così. Ci avevano detto che nella sua testa la centralina era saltata e non ci sarebbero più stati cavi per ripararla.

Oggi Max sta imparando a parlare con l'aiuto della logopedista e, da quando è "tornato", ama la vita più di prima e il suo senso dell'umorismo si è di molto accentuato. Nella nostra casa non v'è mai stato senso di oppressione, ma solo d'amore e di gioia». Il caso di Max ha ammutolito la sala e posto molti interrogativi sul mistero della vita, della fede e della conoscenza scientifica di una parte tanto misteriosa quale il cervello dell'uomo, e sulla sua capacità di recupero.

lunedì 4 febbraio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Gli errori in rete

Il Mattino

La videocompilation supercliccata con schianti e cadute



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Schianti, incidenti e cadute. C'è tutto e di più nell'ultima "Fail Compilation" realizzata dal canale YouTube "failarmy". Pubblicata in rete pochi giorni fa, la raccolta di tutti gli "insuccessi" condivisi online, ha già totalizzato oltre mezzo milione di visite. Si va dall'immancabile incidente con lo skateboard al cavallo che inizia a masticare lo specchietto di un'auto. Insomma, una compilation da non perdere e una serie di "errori" da non ripetere.

mar.pi.


Consigliere comunale si dimette e restituisce i soldi nel Salernitano

Il Mattino
di Rossella Liguori


SALERNO - Un atto di ribellione e il consigliere Lucio Annunziata, eletto con Mpa nella maggioranza governativa a Sarno, si dimette e restituisce diecimila euro, somma equivalente ai gettoni di presenza percepiti. È diretto quando parla della decisione presa, meditata da tempo; Annunziata mette insieme tutto quello che, a suo dire, non ha funzionato nel Mancusi bis. 


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Prende atto di una situazione politico amministrativa rovinosa, denuncia la condotta del gruppo governativo e dice «basta». «Negli ultimi quattro anni abbiamo portato il paese alla deriva – spiega il consigliere - Sarno non merita tutto questo. Prendo atto del fallimento di questa amministrazione e come parte integrante vado via e restituisco i gettoni di presenza percepiti. Ritengo siano soldi dei cittadini che hanno riposto in noi una fiducia che abbiamo tradito.

La somma, pari a 10mila euro, la dono in beneficenza all’Avis di Sarno per l’acquisto di un mezzo di trasporto e soccorso. Mi dimetto ad un anno circa dalla conclusione della legislatura perché non voglio che qualcuno possa pensare ad un tornaconto elettorale. Invito gli uomini che vogliono difendere la propria dignità ed il proprio paese a fare lo stesso: prendere atto della rovina che abbiamo generato e deporre il mandato».

L’ufficializzazione arriverà questa sera, in sede di consiglio comunale, con all’ordine del giorno la discussione della situazione politico amministrativa alla luce dell’ennesima crisi di maggioranza e delle pressioni per rivedere la giunta e ridistribuire il quoziente numerico tra le varie fazioni. Annunziata punta l’indice contro le lotte interne al centro destra ed i consigli comunali giocati sui numeri in aula tra presenze ed assenze premeditate. Fa i nomi e rivela il «dietro le quinte» del secondo mandato amministrativo del sindaco Mancusi. «Ho cercato di resistere nella speranza che qualcosa cambiasse e si iniziasse a lavorare per il paese, ma si è continuato su un unico percorso: lo scontro tra le varie correnti capeggiate da Franco Annunziata, Sebastiano Odierna ed Amilcare Mancusi interessati unicamente a fare razzia di cariche ed assessorati.

Sono stati numerosi i momenti di crisi di questa maggioranza, ma mi sono sentito di appoggiare la squadra governativa perché convinto ci fossero i presupposti per andare avanti. Oggi io chiedo scusa ai cittadini perché non avevo compreso fino in fondo chi fossero i miei compagni di viaggio. Parlo di compagni di viaggio che mentre da una parte si contestano, si detestano, dall’altra oggi sono diventati Fdi». La stoccata è soprattutto all’indirizzo del primo cittadino. «Il sindaco – tuona Annunziata - ha tradito gli elettori e continua ad affossare la città scendendo a compromessi inaccettabili. Ho visto mettere da parte valori, ideali, il coraggio della scelta solo per l’attaccamento alla poltrona.

Questo secondo mandato di Mancusi è da ricordare non come amministrazione, ma come scalata al potere dei singoli». Annunziata ne ha per tutti e non risparmia neppure i consiglieri di opposizione e gli ex di maggioranza passati dall’altra parte. «Opposizione non significa criticare provvedimenti che quando si era in maggioranza si sottoscrivevano, chiedere continuamente le dimissioni e poi aderire allo schieramento di destra, essere assenti alle commissioni consiliari e poi chiedere la pubblicazione delle indennità. Questa è una politica falsa ed ipocrita».


lunedì 4 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

L’attacco nascosto alla Mela

Corriere della sera

Tra le app più scaricate su iPhone e iPad, YouTube e le mappe di Mountain View. Che così raccoglie più pubblicità

Fra le prime dieci applicazioni scaricate gratis sull'iPhone ci sono le Google Maps e YouTube. «Semplici, utili, belle», come le ha volute il cofondatore Larry Page da quando è diventato ceo di Google nell’aprile 2011. Appena ha preso in mano le redini della società che aveva creato nel 1998 con Sergey Brin, Page ha dato il via a una vera e propria rivoluzione del design che non solo ha reso esteticamente più attraenti i suoi prodotti, usati da oltre 1 miliardo di persone, ma soprattutto li ha fatti diventare uno strumento fondamentale per attaccare Apple dal di dentro. Un baco che mangia la Mela producendo profitti per Google, secondo un'azzeccata immagine degli analisti di Business insider.


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Mosse strategiche
Quasi tutti i guadagni di Google vengono dalla pubblicità legata ai suoi servizi — dal classico motore di ricerca a l l a posta e l e t t r o n i c a (Gmail), dalle cartine stradali (Maps) ai video (YouTube) —e la sua strategia è renderli accessibili sul maggior numero possibile di apparecchi mobili. Apple ha cercato l'anno scorso di respingere l'invasione: ha cancellato YouTube e Google Maps dalle applicazioni installate automaticamente sugli iPhone e iPad, lanciando in alternativa le proprie mappe, con un risultato così disastroso—per il loro cattivo funzionamento, con indicazioni stradali sbagliate—che il responsabile dell'iniziativa ha dovuto dimettersi. Così Google ha rilanciato la sfida, ridisegnando le sue applicazioni per il nuovo sistema operativo iOS dell'iPhone 5 ed è riuscita a infiltrarsi di nuovo dentro la Mela.

Cabarettista Dietro il nuovo look di Google non c'è un unico genio del design come Jony Ive alla Apple, racconta il sito The- Verge: ci sono diverse squadre di designer che lavorano su vari prodotti e progetti e che collaborano con una mentalità «open source», in linea con tutta la filosofia di Page. New York è il cuore degli sforzi creativi di Google: è la sede sia di Google creative lab, un team di designer impegnati soprattutto in iniziative di marketing (come gli spot televisivi), sia di Google Uxa, «un nuovo gruppo incaricato di disegnare e sviluppare una vera struttura di interfaccia con l'utente che trasformi il web in una piattaforma bella, matura, coerente e accessibile per Google e i suoi utenti», come lo descrive Jonathan Lee, uno dei suoi componenti, aggiungendo «è assolutamente divertente».

Ma nel Googleplex, il quartier generale di Mountain View in California, a tirar le fila e coordinare idee e proposte c'è un «capo designer»: un texano di 37 anni, Jon Wiley, con un carattere e un curriculum molto diversi da Ive, ma come lui incaricato di interpretare la visione del fondatore e ceo. Nel suo primo giorno a capo di Google, meno di due anni fa, Page mandò un messaggio proprio a Wiley chiedendogli «Se tu potessi ridisegnare Google, che cosa faresti?»; un segnale di liberazione della creatività dei designer, fino ad allora repressi, messi in secondo piano rispetto alle priorità di lanciare in modo veloce prodotti solo «utili», anche se non «belli».

Allo stesso modo Steve Jobs, appena tornato alla Apple nel '97, aveva chiamato Ive e gli aveva affidato la missione di reinventare il look della Mela. Ma mentre il designer britannico inventore dello stile minimalista dell'iPhone ha avuto una formazione specifica per questo mestiere fin dal college ed è una persona riservatissima, Wiley ha cominciato la sua carriera come attore di cabaret e tuttora si diverte a recitare in video comici, visti online da milioni di persone. Nell'esilarante The Autocompleter, per esempio, fa finta di essere un impiegato di Google che davanti a un pc completa le parole scritte dagli utenti sul motore di ricerca, anticipandone il pensiero.

Nato e cresciuto ad Austin — famosa per i suoi festival di musica dal vivo e la sua ampia comunità di giovani alternativi e le numerose aziende high-tech — Wiley ha cominciato a disegnare siti fin dal 1995, mentre frequentava l'Università del Texas. Il suo primo sito l'ha fatto per una rassegna di cabaret. Poi con alcuni soci ha aperto e gestito il Bad dog comedy theater, sempre ad Austin, fino al 2002 quando è fallito come molte dot-com della città. Dopo un paio d'anni di lavoro per il sito del governatore del Texas Rick Perry e per Hoover's, dal 2006 si è trasferito a Mountain View per Google. Dove ha fra l'altro ridisegnato il logo della società e ha contribuito al design di tutti i prodotti. Senza mai perdere lo spirito «weird» — bizzarro— della sua Austin.



Epic win e fail del 1012 (29/12/2012)

Maria Teresa Cometto
4 febbraio 2013 | 10:34

La «banda del 5 per cento» di Mps In Procura i nastri sugli accordi

Corriere della sera

Il supertestimone Rizzo e le somme versate a Lugano

SIENA - Le conversazioni che proverebbero l'esistenza di una «banda del 5 per cento» all'interno del Monte dei Paschi di Siena, sono state registrate. I nastri sono nelle mani di Antonio Rizzo, il funzionario della Dresdner Bank che per primo ha accusato l'ex direttore dell'area finanza Gianluca Baldassari e il responsabile delle filiali di Londra Matteo Pontone di aver preso una «stecca» su tutti gli affari gestiti da Mps. «L'ho fatto per tutelarmi quando ho capito quale fosse la situazione - conferma - e a questo punto sono disponibile a consegnare i nastri ai magistrati di Siena». La sua convocazione è prevista per questa mattina. Già oggi gli inquirenti potrebbero dunque avere a disposizione nuovi elementi per dimostrare come il vecchio management abbia lucrato sulle operazioni finanziarie, compresa quella di Antonveneta.

Oggi è il giorno dell'ex presidente Giuseppe Mussari, che sarà interrogato dai pubblici ministeri Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso. «Parlerò» aveva annunciato nei giorni scorsi, ma non è escluso che alla fine decida di avvalersi della facoltà di non rispondere almeno fino a che l'accusa non avrà scoperto ulteriori carte. Tra le contestazioni ai responsabili della passata gestione ci sono l'associazione per delinquere, l'aggiotaggio, le false comunicazioni, la turbativa e la truffa.

Tra due giorni toccherà all'ex direttore generale Antonio Vigni, anche lui indagato per gli stessi reati. Dettagli inediti su quanto accaduto all'interno della banca senese a partire dall'estate 2007 potrebbero essere forniti proprio da Rizzo. I colloqui sono stati registrati in quello stesso anno e riguardano operazioni su pacchetti titoli Mps. Rizzo ne aveva parlato con i magistrati milanesi che l'avevano interrogato il 13 ottobre 2008 come testimone.

«A novembre 2007 - si legge nel verbale - si è svolto un incontro tra me, il mio superiore Antonio Cutolo e il responsabile londinese Massimiliano Pero durante il quale quest'ultimo caldeggiava l'operazione di riacquisto di un pacchetto titoli strutturato da Mps Londra. Nell'occasione si venne a sapere che Dresdner avrebbe pagato una somma a titolo di intermediazione a tale Lutifin di Lugano». Rizzo evidenzia il parere contrario di Cutolo che però non venne tenuto in conto visto che un mese dopo arrivò invece il via libera all'operazione. Per questo lo stesso Rizzo nel marzo successivo effettuò una segnalazione interna che diede il via a un audit.

Aggiunge il funzionario a verbale: «Il 12 marzo 2008 sono andato a cena con il responsabile della vendita di prodotti finanziari Michele Cortese e lui mi ha detto che a suo avviso, ma il fatto sembrava notorio, Pontone e Baldassarri avevano percepito una commissione indebita tramite Lutifin. Mi disse che i due erano conosciuti come la banda del 5 per cento perché su ogni operazione prendevano tale percentuale». Conversazioni registrate e Rizzo sostiene di poter fornire anche l'elenco dei nomi di altri funzionari che sarebbero stati a conoscenza del «sovraprezzo» applicato dai manager di Mps.

Gli stessi che trattarono con gli spagnoli del Santander l'acquisto di Antonveneta accettando un costo di 9 miliardi e trecento milioni di euro, oltre a un miliardo di oneri. E che poi si servirono del Fresh con Jp Morgan e degli investimenti sui «derivati» per cercare di ripianare una situazione debitoria che era ormai diventata insostenibile. La conseguenza di una gestione spericolata che, dicono i magistrati senesi, aveva fatto guadagnare molti soldi ai vertici di Mps.

Fiorenza Sarzanini

fsarzanini@corriere.it
Fiorenza Sarzanini4 febbraio 2013 | 11:37

Moschee, registri e unioni gay Le idee dell'armata Ambrosoli

Alberto Giannoni - Lun, 04/02/2013 - 08:54

Dai comunisti delle liste "Etico a sinistra" alla nicchia dei moderati ex Udc. Il candidato del Pd deve districarsi in un'alleanza in cui si trova un po' di tutto

Da Luciano Muhlbauer a Ombretta Fumagalli Carulli. Il problema si potrebbe anche sintetizzare così.


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Da un lato il «veterano rosso» del Consiglio regionale, comunista non pentito ed esponente di Rifondazione comunista, dall'altro la ex dirigente del Ccd e docente di diritto ecclesiastico, democristiana non pentita. Stanno nella stessa coalizione, quella che punta a conquistare la Lombardia con il Pd. Possono governare insieme? É la scommessa di Umberto Ambrosoli (così come è stata la scommessa di Giuliano Pisapia): portare al Pirellone l'ala «arcobaleno» della coalizione - che nel 2010 sosteneva la candidatura di Vittorio Agnoletto - e la nicchia moderata che ha abbandonato l'Udc per allearsi con la sinistra. Il «diavolo e l'acqua santa», insomma, politicamente parlando (è ognuno è libero di assegnare i due ruoli alle due ali della coalizione).

Muhlbauer si ripresenta come alfiere di «Etico a sinistra». La Fumagalli Carulli come sostenitrice del Centro popolare, la formazione scissionista di Enrico Marcora, consigliere regionale uscente per l'Udc. Quale sia la portata dell'impresa affidata alle (politicamente) gracili spalle di Ambrosoli lo si capisce anche dalle dichiarazioni dello stesso Marcora, che un paio di giorni fa, in un'intervista alla «Repubblica», ha rivendicato il «merito» di aver escluso dalla coalizione di centrosinistra i Radicali - che come si sa hanno dovuto optare all'ultimo momento per una corsa solitaria che non è andata a buon fine per la difficoltà nella raccolta delle firme. Probabilmente Marcora ha millantato un po' la reale portata del suo veto anti-Radicali. L'intesa infatti è saltata a causa del veto posto da Ambrosoli al nome scelto da Marco Pannella per la sua lista («Amnistia, giustizia e libertà»). A tutti è apparso chiaro che l'intesa non l'ha voluta il Pd.

In ogni caso, di chi fosse il veto (Marcora, Ambrosoli o Pd) le idee radicali uscite dalla porta potrebbero rientrare dalla finestra, facendo breccia in alcuni candidati «civici» e della sinistra. Ora va detto che la «lista Ambrosoli» non ha un programma suo: fa proprio il programma dell'aspirante-governatore. Ogni candidato del patto civico dunque porta un suo «contributo». E in questi contributi i candidati a caccia di visibilità e preferenze danno giustamente spazio alla fantasia: i luoghi di culto per le religioni minori - leggesi moschee - sono solo un esempio. Un altro è una dichiarazione pro testamento biologico diffusa pochi giorni: auspicava che la sanità regionale recepisse i registri comunali, costituiti o in via di costituzione. Questioni delicatissime e tutt'altro che condivise, come lo sono peraltro le unioni civili (un conto è parlarne, altro è farle, come si è visto a Palazzo Marino con la ribellione dei cattolici Pd). E anche il reddito minimo garantito. Di garantito, per ora, c'è solo il caos che proposte del genere scatenerebbero fra Pd e alleati.

Conversazioni, cartine e sveglia Sette cose uccise dall’iPhone

Corriere della sera
di Elmar Burchia


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L’iPhone ha stretto un legame indissolubile con la nostra vita. Oggi si distingue tra chi un iPhone ce l’ha e chi non ce l’ha (e fa ancora affidamento ai vecchi apparecchi, spesso obsoleti ma meno “complicati”). Fin qui nulla di nuovo. Ciò nonostante, sempre più persone stanno mostrando un comportamento compulsivo che dimostra quanto preferiscano interagire con il proprio smartphone, piuttosto che con altri esseri umani. La presenza dei melafonini (o di altri apparecchi con funzioni simili all’iPhone) ha innegabilmente “ucciso” alcune abitudini e oggetti della nostra vita quotidiana. Eccone sette.

Cartine stradali, ovvero “chi mi sa indicare la via?” Un tempo, camminando per le vie di una città che non era la nostra e non trovando la strada per raggiungere una determinata meta, si chiedeva l’aiuto di altri. S’interagiva senza timori con perfetti sconosciuti. Magari si scambiavano anche quattro chiacchiere. Con le cartine di Google Maps sempre a portata di mano, oggi ognuno è abbandonato a se stesso.



Il BlackBerry, ovvero il primo cellulare moderno.
Il BlackBerry deve recuperare terreno nei confronti della concorrenza, soprattutto di Apple e di Google. Negli anni ha visto volatilizzare le quote di mercato; nel suo ultimo trimestre ha perso un milione di utenti mentre i ricavi sono diminuiti del 48 per cento. Ciò nonostante, c’è luce in fondo al tunnel: qualche giorno fa è andata in scena la “risurrezione” per la casa canadese che ha introdotto un modo rivoluzionario di usare uno smartphone.




La sveglia, ovvero quand’è l’ultima volta che hai sincronizzato le lancette? Sul comodino, oggi, c’è l’iPhone. Ti sveglia ogni mattina con la tua musica preferita e puoi scegliere tra migliaia di suonerie.




Fotocamere, ovvero oggi siamo tutti fotografi professionisti.
L’iPhone è una fotocamera – professionale. Per fare miliardi di foto e video. Per documentare tutto, ovunque.




Le buone maniere, ovvero a tavola non si parla più: si messaggia
Non solo a tavola, anche in metrò, in treno e persino al bar e nella disco. Tutti assorbiti dai propri smartphone: per aggiornare il profilo di Facebook, per caricare le foto su Instagram, per scaricare l’ultima app. Non si parla più: si messaggia (con altri).




L’iPod, ovvero i lettori portatili. Nel colosso Apple, l’iPod è oramai relegato al ruolo di Cenerentola, con un inarrestabile calo nelle vendite. A breve, forse, vedremo abbandonare la produzione di iPod. Adesso è integrato nell’iPhone ed è indubbiamente più comodo ascoltare la musica e magari rispondere a una chiamata con un semplice gesto, piuttosto che togliersi gli auricolari e rispondere al telefono. Qualche mese fa, un altro oggetto tecnologico che ha fatto epoca, è arrivato alla sua fine: Sony ha fatto uscire dalla produzione gli ultimi due modelli di registratore a cassetta ancora prodotti.




Il dubbio, ovvero: “ora verifico se è veramente come hai detto tu!
Oggi ogni domanda, ogni problema, ogni dubbio trova la sua risposta. E in pochissimi secondi. Basta qualche clic in rete e “ti dico subito se quello che hai appena affermato corrisponde al vero o se te lo sei solo inventato per pavoneggiarti”.



>E tu, utilizzatore di iPhone, raccontaci come il melafonino ha cambiato la tua vita quotidiana?

Dalle cave di Candoglia alle guglie «L'Unesco tuteli il sistema Duomo»

Corriere della sera

La richiesta: la cattedrale diventi patrimonio dell'umanità. Una delegata Unesco ha già visitato Milano

MILANO - «Stiamo istruendo la pratica. Sarà un percorso lungo, perché l'Unesco svolge le sue valutazioni su scala mondiale e i tempi sono conseguenti. Ma l'importante era dare il via all'iter: ora vedremo». Così il presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, Angelo Caloia, annuncia l'avvio di una nuova scommessa culturale su Milano: la richiesta che l'intero «Sistema-Duomo», dalle cave di marmo di Candoglia sino all'ultima guglia, dal Museo all'intera storia della Cattedrale, insomma tutto l'insieme della Veneranda Fabbrica medesima, sia dichiarato dall'Unesco «patrimonio dell'umanità».


Cattura IL SISTEMA DUOMO - Il presidente Caloia ci tiene a spiegare: «Quella di avviare questa pratica non è stata una decisione presa alla leggera. Non si tratta di valorizzare un singolo monumento in sé, pur importante e unico come il Duomo di Milano. In realtà stiamo parlando, appunto, di un "sistema" complesso che rappresenta un organismo vivente senza interruzione da oltre sette secoli: a partire dalla concessione del 1387 con cui Gian Galeazzo Visconti destinò alla Fabbrica il marmo di Candoglia, sul Lago Maggiore, grazie al quale l'intero Duomo viene continuamente rinnovato e mantenuto». Continua: «È questa storia, è questo processo ininterrotto a rappresentare un patrimonio da proteggere. Le cave, il trasporto del marmo che sino a epoche relativamente recenti avveniva per via d'acqua sino ai piedi del Duomo stesso, e poi il Museo, il sottosagrato con i resti della Milano antica, infine naturalmente la Cattedrale, con tutto il lavoro continuo che la sua manutenzione comporta».

UNESCO - La pratica in corso ha già superato un primissimo e fondamentale gradino: «Nelle scorse settimane - dice Caloia - è venuta a Milano una rappresentante italiana dell'Unesco che per due giorni è stata accompagnata a visitare l'intero sistema del quale ho appena parlato. Ovviamente siamo a una fase del tutto preliminare. Ma abbiamo ottenuto una prima e assai articolata indicazione, anche di natura tecnica, sui criteri da seguire per proporre la nostra domanda agli organismi centrali dell'Unesco. Abbiamo praticamente finito di scriverla, con tutti gli allegati necessari, e ora partirà». Caloia ha ben presente quel che un riconoscimento del genere potrebbe comportare in termini di prestigio ma anche - e non è secondario - di risorse: la campagna «Adotta una guglia» per il completamento del restauro è tuttora in corso e il ripristino del finanziamento annuale dello Stato per la manutenzione ordinaria è storia di appena un anno fa.

FINANZIAMENTI - «È chiaro che a fronte di un riconoscimento Unesco sarebbe lecito aspettarsi per esempio l'irrevocabilità dell'impegno Statale. A questo punto - insiste il presidente della Veneranda Fabbrica - sarebbe importante che tutti i soggetti anche istituzionali interessati al bene di Milano si muovessero, ciascuno nel proprio ambito, per favorire quell'opera di convincimento a livello internazionale più che mai necessaria affinché l'operazione si concluda positivamente».
La domanda è: quali possibilità concrete ci sono che l'Unesco dica sì? Caloia vuole tenere i piedi per terra: «Bisogna essere realistici. È un dato di fatto che i riconoscimenti Unesco, soprattutto per quanto riguarda l'Italia, da anni vengono rilasciati col contagocce: il nostro Paese rappresenta da solo una percentuale già altissima dell'intero patrimonio dell'umanità riconosciuto finora. E va tenuto conto che esiste ormai, anche in questo campo, un problema di equilibri geoculturali: vi sono Paesi emergenti, e altri sempre più potenti economicamente e demograficamente come India e Cina, che premono per vedersi riconosciuti a loro volta. Ma noi sapremo aspettare: vedremo».

Paolo Foschini
4 febbraio 2013 | 10:18

Dai tango bond alle finte statistiche Le bugie «creative» dell’Argentina

Corriere della sera

A Buenos Aires esagerazioni e omissioni. Al punto che da tempo l’«Economist» si rifiuta di pubblicare i dati forniti dal governo sudamericano

I candidati alle elezioni mentono, e si sa. Dicono bugie anche tanti governanti, durante e dopo l'esercizio delle loro funzioni. Poi c'è il caso dell'Argentina, dove esagerazioni, omissioni e balle assortite sembrano sempre un affare di Stato. Si richiamano a una tradizione che non muore mai, si perpetua nella storia e nei cicli della politica. Come se a mentire fosse una nazione intera, davanti al resto del mondo. Naturalmente non è così, e milioni di argentini seri e onesti lo dimostrano. Anche soffrendo come cani bastonati — e capita in questi giorni — per l'ennesima figuraccia del loro governo.

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Cristina Kirchner, come già faceva suo marito Nestor, imbroglia da anni sull'inflazione. I dati ufficiali la riducono di due terzi, a voler essere buoni: la crescita dei prezzi nella realtà si aggira sul 25 per cento ma il governo dichiara il 7-8. La bugia serve a imbellettare una quantità di altri numeri dell'economia. Da tempo l'Economist si rifiuta di pubblicarli, caso inedito per una democrazia. Tre mesi fa infine, la numero uno del Fondo Monetario, Christine Lagarde, avvertì la sua omonima che abita alla Casa Rosada con linguaggio calcistico. Siamo al cartellino giallo, o cambiate registro o tiriamo fuori il rosso. Poiché nulla è successo, eccoci alla vigilia dell'espulsione: è la prima volta che il Fmi minaccia così un suo membro. Probabilmente nulla succederà, ma quanto l'Argentina potrà andare avanti?

Se lo chiedeva anche un genio come Jorge Luis Borges, coscienza del suo Paese, quando se la prendeva con i peronisti dei suoi tempi, maestri spirituali di Cristina. «Non sono né buoni, né cattivi, ma semplicemente incorreggibili ». E quando allo scrittore raccontarono che l'inno del Partito giustizialista era in realtà il plagio di una marcetta scozzese, rispose placido: «Bene, è la conferma che tutto in questo Paese è di paccottiglia ». Di Evita Peron, mito massimo di Cristina, le rivisitazioni storiche non si contano, la sua iconica biografia è gonfia di frottole, a cominciare dall'età. Si toglieva tre anni. Non era nata nel 1922 come diceva, ma nel 1919. Il musical di Broadway esagerò poi sulle origini miserabili (in realtà proveniva da una solida famiglia di classe media) e la propaganda ufficiale inglobò la fiction, fino ai giorni nostri.

Mentirono a lungo al Paese e al mondo i generali assassini della dittatura (e sparire divenne eufemismo di finire ammazzato), così come annunciarono la vittoria sulla Gran Bretagna nella guerra delle Falkland, che poi finì rovinosamente perduta. Non perse il vizio Carlos Menem, mix di tracotanza cafona e peronismo all'antica: sue alcune delle balle più grossolane della storia argentina, a partire dalla riforma economica. Riuscì a far credere agli argentini per dieci anni che un peso valesse quanto un dollaro, fino al tragico finale. Ma riuscì a superarsi nel 1996, quando davanti a una scolaresca inventò che dall'Argentina si sarebbe presto arrivati in Giappone o Corea in un'ora e mezza, grazie ad un sistema di voli stratosferici in partenza da Cordoba. L'unica verità forse Menem la disse nel 1990, in campagna elettorale: «Non so se risolverò i problemi economici. Di sicuro farò dell'Argentina un Paese più divertente». Non è stato così per i 300 mila italiani che poco dopo la fine del suo mandato si ritrovarono tra le mani carta straccia al posto dei tango bond che gli erano stati venduti.

In fondo non mentì Diego Maradona, con il suo famoso gol di pugno all' Inghilterra nei Mondiali del 1986. Lo fece e non disse «non è vero», ma che era stata la «mano de Dios», il che può sempre essere, a crederci. Divenne comunque, da più grande calciatore in circolazione, anche l'icona di una certa furbizia latina, che i popoli del Nord non capiranno mai, giustamente. E che non esime noi italiani da una certa responsabilità, per lo meno genetica: oltre il 50 per cento del sangue che circola attorno al Rio de la Plata viene dalle nostre parti. Quindi piano con generalizzazioni e barzellette, il cui campionario sugli argentini sbruffoni e cacciaballe popola l'America Latina. E sulle frottole di Stato, qualche legame cromosomico potrebbe anche starci.

«Parlo sempre con i giornalisti!», rispose candida poche settimane fa Cristina Kirchner a uno studente di Harvard, la cui domanda devastante fu: «Perché sono l'unico argentino a poterle fare una domanda?» La «presidenta» non ha mai indetto una conferenza stampa in sette anni di governo. Una concezione della realtà che si allarga alle leggi, come quella sui media che proibisce agli stranieri di detenere il 30 per cento di una impresa editoriale. Ma quando una tv amica, come Telefé, è amica del governo, ecco che la sua proprietà spagnola al 100 per cento d'incanto diventa più argentina della bistecca di chorizo. «Non ho mai preteso di essere un esempio di virtù—disse un'altra volta l'ineffabile Maradona —. Vorrei soltanto vivere la mia vita in pace». Ecco, per fortuna non si è fatto eleggere. Né a Buenos Aires, né a Napoli.

Rocco Cotroneo
4 febbraio 2013 | 8:53

Il Martinitt dei misteri? Era il patron di Luxottica

Corriere della sera

Leonardo Del Vecchio nel 2008 aveva donato due milioni per i lavori nel museo degli orfani, che adesso è in vendita


Leonardo del Vecchio in divisa da Martinitt

Cattura
MILANO - C'è un uomo che immagina un futuro diverso per il museo milanese dei Martinitt. Si chiama Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente di Luxottica, la più grande azienda di occhiali di lusso e da sole del mondo, ed è il generoso benefattore che ha permesso il restauro del palazzo di corso Magenta 57 che ospita il museo. Nel 2008 l'edificio è stato completamente ristrutturato proprio grazie a due milioni di euro offerti dall'imprenditore milanese: perché lui, ex Martinitt, in quell'orfanatrofio ha vissuto dall'età di 7 anni fino ai 14.

Oggi però il Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo più famosa d'Italia da dove cominciò Tangentopoli e proprietaria del palazzo, intende metterlo in vendita assieme ad altri «gioielli» per ripianare un bilancio che sprofonda in un buco da circa 10 milioni di euro. E la vicenda del palazzo di corso Magenta 57 è al centro di uno scontro nel consiglio d'amministrazione dell'ente. Una società esterna specializzata l'ha valutato 6.123.000 euro: una cifra che ad alcuni consiglieri appare un po' bassa per 1.199 metri quadrati a due passi dal Duomo, poco più di 5 mila euro al metro quadrato. La questione verrà affrontata nella seduta del cda di martedì prossimo e il clima è teso, ma ci si interroga anche sull'opportunità della vendita. Quello di corso Magenta 57 infatti non è un indirizzo qualsiasi.

L'edificio dal 2009 accoglie il Museo Martinitt e Stelline, un'esposizione multimediale all'avanguardia dove è possibile rivivere le storie dei fanciulli tra Otto e Novecento. L'allestimento ha preso forma proprio grazie all'intervento di Leonardo Del Vecchio. L'imprenditore non ha mai gradito che si facesse il suo nome in proposito ma di fatto, dopo aver coordinato i lavori di ristrutturazione, ha consegnato «chiavi in mano» il museo dei Martinitt al Pio Albergo Trivulzio. Proprio come segno di riconoscenza verso la casa dei «piccoli Martino», dal nome dalla parrocchia di San Martino che offrì nel 1532 la prima sede ai minori poveri e abbandonati, agli orfani raccolti per le strade da san Gerolamo Emiliani.

CatturaLa ristrutturazione è costata appunto circa due milioni di euro, di cui 200 mila per l'allestimento del museo. Certo il risultato è apprezzabile. Un edificio perfetto, che ospita il primo museo interattivo della città, frequentato da tantissimi cittadini, da scuole, corsi universitari e da turisti. Sale di consultazione, la biblioteca dei Martinitt, l'archivio storico dei Martinitt e delle Stelline, l'orfanotrofio femminile, dal nome della parrocchia de «La Stella». Nel palazzo di corso Magenta 57 sono conservati e valorizzati numerosi beni culturali dei tre enti assistenziali storici milanesi: oltre ai Martinitt e alle Stelline ci sono anche le memorie del Pio Albergo Trivulzio. Le tre realtà oggi costituiscono un'unica azienda per i servizi alla persona.

Il vertice del Trivulzio ha deciso ora di trovare una nuova sede per il museo Martinitt e Stelline e di mettere all'asta (insieme con altri stabili di pregio, come quello di via Spiga 5 dove abita Carla Fracci) questo palazzo, che risale agli anni Trenta, perché i conti dell'ente sono in rosso. Sono già state valutate ipotesi di spazi alternativi per il museo, anche se non è ancora stata presa una decisione. Ma tra i difensori dell'attuale sede c'è chi rispolvera il codice dei beni culturali del 2004, decreto legislativo numero 42, secondo il quale i beni culturali di un ente pubblico sono «indisponibili». Nel senso che sono protetti dalla Soprintendenza e non possono essere trasferiti con leggerezza da un posto all'altro senza un'autorizzazione del ministero.

C'è però anche chi preferisce non invocare le leggi e propone una semplice e banale riflessione: vendere il palazzo non tradirà lo spirito del generoso benefattore? Ma forse, chissà, sarà proprio lui a farsi avanti per acquistarlo. I fan del museo ci sperano.

Rossella Verga
3 febbraio 2013 | 11:17

Fiat Pomigliano: per i 19 operai Fiom sì allo stipendio ma stanno a casa

Corriere della sera

Le tute blu si sono recate in fabbrica per conoscere le proprie mansioni ma sono stati invitati a tornare a casa
 

Saranno regolarmente retribuiti ma resteranno a casa i 19 operai della Fiom assunti in Fabbrica Italia Pomigliano lo scorso novembre su disposizione della corte d'appello di Roma. Lo si apprende da fonti sindacali, confermate dal Lingotto.


«IMPOSSIBILE RICOLLOCARLI» - I 18 lavoratori (Antonio Di Luca è in aspettativa per impegni elettorali, ndr), lunedì mattina si sono recati in fabbrica per conoscere le proprie mansioni ma sono stati invitati, hanno spiegato le stesse tute blu, a tornare a casa perché al momento non è possibile ricollocarli. «Ci hanno consegnato la busta paga - hanno detto - e informati che ci faranno sapere. Noi pretendiamo una comunicazione scritta, ed abbiamo contestato all'azienda le modalità di mancata comunicazione preventiva». I lavoratori sono rimasti all'interno dello stabilimento in attesa della comunicazione ufficiale.

«UMILIATI» - «I 18 della Fiom, reintegrati all'interno di Fabbrica Italia Pomigliano da una sentenza della magistratura, non hanno mansione all'interno dello stabilimento» afferma Antonio Di Luca, operaio tra i reintegrati, ma in aspettativa per motivi elettorali in quanto capolista di Rivoluzione civile alla Camera dei Deputati. «Terminato il corso di formazione - racconta Di Luca - lunedì mattina i 18 si sono presentati ai cancelli dello stabilimento ma è stato chiesto loro di non marcare il badge in quanto l'azienda non saprebbe dove collocarli. Lo shift manager ha comunicato che i lavoratori della Fiom verranno ugualmente retribuiti». «Si fa fatica - prosegue Di Luca - a non interpretare la scelta del management di non impiegare i sindacalizzati Fiom come un tentativo maldestro e reiterato di umiliazione. Una umiliazione che i lavoratori respingono interamente al mittente: come pensano di saper impiegare i rimanenti tremila esuberi se oggi non sono in grado di dare una mansione ai 18 che la magistratura vuole al loro posto di lavoro?». «Marchionne passerà anche per essere il manager dei due mondi - conclude - ma a Pomigliano, come a Melfi, inciampa continuamente in sortite strumentali che svelano solo cattivo gusto e mancanza di rispetto oltre che per le organizzazioni sindacali non servili anche per le istituzioni giuridiche».

 

Video| Ingroia canta «Bella ciao» con gli operai di Pomigliano



Redazione Online
4 febbraio 2013 | 9:32

Romena arrestata per la sua ex povertà Appello di don Colmegna: liberatela

Corriere della sera

Denunciata sei anni fa per accattonaggio, processata e condannata senza saperlo: ora è in cella, via alla battaglia legale


MILANO - Denunciata senza capirlo, processata senza saperlo, condannata senza mai difendersi, ricercata senza mai nascondersi. Mentre lei, ignara di tutto, in quegli stessi anni si costruiva pian piano una vita: dalla miseria in metropolitana ai primi lavori in regola, e poi la prima residenza regolare, e i contributi Inps, e le tre figlie a scuola, e un lavoro sempre migliore, e una nuova casa in affitto. Sette anni così, raccontando ogni volta ad amici e parenti che è vero, che se ci si crede si può: anche una che parte da zero, anche «una romena come me».

Finché invece la burocrazia giudiziaria l'ha trovata, e ha deciso di no: tre settimane fa i carabinieri si sono presentati a casa sua e l'hanno portata in galera. Perché rubava di nascosto? Perché aveva fregato qualcuno? Macché: perché il Tribunale di Milano, l'anno scorso, l'ha condannata a sei mesi di reclusione per un'asserita accusa di «accattonaggio con minore» risalente proprio a quella vita precedente da cui, ormai sette anni fa, era riuscita faticosamente a sollevarsi. Condanna senza attenuanti e senza neppure sospensione condizionale, che per sei mesi si dà a chiunque, malgrado lei fosse totalmente incensurata. Della serie «torna indietro e va' in prigione senza neanche ripassare dal Via».

Lei oggi ha 29 anni. Diciamo che si chiama Anna, anche se non è vero, visto che le sue tre figlie in età ancora elementare stanno già pagando abbastanza senza bisogno che i compagni di scuola sappiano troppo. Ma la storia ricostruita dal suo avvocato Fabrizio Busignani è documentata fino alle virgole e il suo prologo si svolge, appunto, intorno al 2006: quando una bambina viene notata da sola nella stazione metro di San Babila. L'accusa di averla mandata a chiedere la carità verrà contestata, in un secondo momento, a una donna identificata a piede libero che si qualifica con le generalità di Anna. A questa donna viene assegnato un difensore d'ufficio, di cui Anna non saprà mai nulla anche se sarà l'unico a essere via via informato.

L'indagine parte e si chiude, comincia un processo. Ma Anna non saprà mai niente neppure di questo: anzi i giudici, lette le attestazioni di «vane ricerche» prodotte dai carabinieri, prima la dichiarano contumace e poi la condannano. Siamo nel marzo del 2012. I carabinieri continuano a dichiararla «irreperibile» per mesi pur affermando di averla cercata «nel luogo di nascita, dell'ultima residenza anagrafica, dell'ultima dimora, in quello dove abitualmente lavora» e persino «presso l'Amministrazione carceraria centrale». Quando il 9 gennaio di quest'anno la trovano, nella casa in cui regolarmente vive da tempo, è per arrestarla. Ed è solo a questo punto che lei nomina un avvocato di sua fiducia.

In realtà Anna sarebbe sempre stata reperibilissima: «Inizialmente - dice don Virginio Colmegna - è stata residente per diverso tempo qui da noi in Casa della Carità». Dove l'anagrafe ne certifica la presenza almeno «dal 5 ottobre 2010», sottolinea l'avvocato Busignani, e dove nessuno l'ha mai cercata: né lì, appunto, né nell'appartamento fuori Milano sua residenza attuale. Così come nessuno - prosegue il legale - ha mai chiesto di lei ai datori di lavoro succedutisi in questi anni e risultanti dalla copiosa documentazione Inps: il tutto prodotto ora in copia al tribunale per chiedere di restituire alla povera Anna la sua vita. Lo stesso appello, in questo senso, che anche don Colmegna indirizzerà al procuratore Edmondo Bruti Liberati e al presidente del tribunale Livia Pomodoro.


Paolo Foschini
3 febbraio 2013 | 12:32

Francia, da oggi le donne potranno girare per strada con i pantaloni

Lucio Di Marzo - Lun, 04/02/2013 - 15:17

Un'ordinanza della Prefettura del 1799 è rimasta in vigore fino ad ora. Nessuno - o quasi - se n'era mai accorto

Non tutti sanno che...fino ad oggi alle donne non era permesso girare per le strade di Parigi con addosso un paio di pantaloni.


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A meno che le donzelle non fossero a cavallo o in bicicletta. Incredibile, ma vero? Qualcosa del genere. Un'ordinanza emessa dalla Prefettura di Parigi impediva fino ad ora alle signore di vestire "come un uomo". Peccato che fosse stata emessa nel 1799. Ai tempi il mese di novembre si chiamava ancora Brumaio, secondo la tradizione del calendario della Rivoluzione francese. E nella Capitale si era deciso che le donne avrebbe potuto si mettersi un paio di pantaloni, se proprio ci tenevano, ma che avrebbero avuto bisogno di un certificato medico, da presentare alla polizia, per avere un'autorizzazione speciale.

La norma è durata fino ad oggi. Non se ne era accorto nessuno, o quasi. Nel 2010 alcuni consiglieri comunali verdi e comunisti avevano presentato due ordini del giorno perché si eliminasse la disposizione della Prefettura, che durava da più di due secoli. Lo scorso luglio Alain Umbert, del Unione per un Movimento Popolare, aveva di nuovo fatto presente la cosa al governo. E ora il ministero delle Pari Opportunità ha confermato l'incompatibilità della legge "con i principi di uguaglianza tra i sessi che sono inscritti nella Costituzione".

La curiosa norma ha prodotto qualche effetto anche in tempi recenti. Fino al 2005, per colpa della disposizione, le hostess dell'Air France non potevamo mettere la gonna. Risalendo nel tempo basti ricordare l'esordio in Parlamento di una giovane deputata, Michele Alliot-Marie, ora ministro della Giustizia. Bloccata dai messi dell'Assemblea, riuscì a raggiungere l'Aula solo dopo parecchie resistenze e dopo avere minacciato di entrare in mutande, per eliminare il problema costituito dai pantaloni.

Dal Monte dei Paschi di Siena sconti sui mutui per le case Pd

Libero

L'istituto ha acquistato e ristrutturato e offerto prestiti a condizioni molto vantaggiose per gli immobili dei democrats o di società collaterali

di Fosca Bincher


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C’è il Monte dei Paschi di Siena dietro buona parte del patrimonio immobiliare che appartiene in Toscana al Pd o ai partiti che lo hanno preceduto. E’ stato soprattutto l’istituto di credito di Siena a finanziare operazioni di acquisizione, ristrutturazioni e ad erogare mutui fondiari a condizioni sempre vantaggiose rispetto alla concorrenza durante gli anni. La banca senese era per altro una delle più rilevanti creditrici delle società controllate dall’allora Pds-Ds, e proprio per la questione immobiliare partecipò all’epoca alla ristrutturazione del debito del partito.

La grande parte di quegli immobili sono restati in pancia a società a responsabilità limitata che hanno solo cambiato l’azionista di riferimento alla vigilia del matrimonio fra Ds e Margherita. E’ naturalmente accaduto anche a Siena, dove gli immobili del partito sono stati trasferiti a fondazioni e in parte sono restati all’interno di una srl che era stata costituita pochi anni prima del matrimonio politico: l’Altra Italia immobiliare. La proprietà è passata a una associazione di riferimento, l’Associazione culturale la Quercia, nata nel 2007. Il suo scopo statutario è quello di «promuovere i valori democratici e di sinistra in Provincia di Siena attraverso attività di ricerca, studio, approfondimento e dibattito nonché la divulgazione di temi riguardanti la politica, la cultura, l’economia, l’ambiente, la società, in piena e completa sintonia con la Costituzione della Repubblica italiana».

L’associazione organizza dibattiti e convegni (nel 2012 ha avuto eco uno in ricordo di Enrico Berlinguer a cui ha partecipato anche la figlia Bianca, direttore del Tg3). L’immobiliare controllata invece fa il mestiere suo: compra, vende, gestisce e affitta immobili. Operazioni fatte in parte attraverso il versamento dei soci (l’associazione culturale), in parte proprio grazie al Monte dei Paschi di Siena. Attraverso successivi acquisti l’immobiliare ha la proprietà di un edificio in via Algero Rosi 34 a Siena. Una parte è stata finanziata con un mutuo ventennale Mps da 380 mila euro nel febbraio 2005. Il tasso era del 3,52%, di circa mezzo punto inferiore alla media del periodo in zona secondo la valutazione di Stima/Cerved, e il contratto era assai particolare, con possibilità di rateizzare per i primi 18 mesi i soli interessi e poi con una lunga serie di allegati per variare in continuazione le condizioni del mutuo.

Fatto sta che alla data del 31 dicembre 2011, e cioè a circa sette anni di distanza dalla sottoscrizione di quel mutuo, l’Altra Italia immobiliare ha ancora un debito in bilancio con Mps di 339.687,37 euro: in quei quasi sette anni sono dunque stati restituiti alla banca rossa in tutto 40.313 euro. Meno di 6 mila euro medi l’anno. Eppure quell’immobile è sfruttato commercialmente, tanto è che nello stesso 2011 risultano in bilancio da quell’indirizzo di Siena incassi da locazione per 70.204,90 euro. Una somma che da sola vale quasi un quarto del mutuo ottenuto. Il legame fra società e personaggi del Pd e la banca rossa è strettissimo, tanto che l’istituto senese spesso ha seguito fuori territorio gli investimenti di società (agricole e immobiliari) in cui avessero quote dirigenti del partito a livello locale. Un legame certamente comprensibile, sia per la vocazione territoriale della banca, sia per il continuo travaso di persone nel circolo vizioso banca rossa-Pd-istituzioni senesi.



Il Monte dei favori: sconti a Pd, Cgil, Arci

Libero

di Franco Bechis


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Ha una convenzione con il Partito democratico direzione nazionale, ormai estesa a gran parte delle federazioni locali. È  sui conti correnti del Monte dei Paschi di Siena che ora affluiscono i finanziamenti pubblici al Pd, come quelli privati  e la percentuale che viene chiesta dal partito sullo stipendio dei propri eletti, designati e nominati in incarichi pubblici e privati. Ma il Monte dei Paschi di Siena ha un rapporto commerciale speciale con l’intera galassia rossa: partito, associazioni, sindacato di riferimento.

È  la banca rossa che si gioca questo primato ormai con un solo concorrente: il gruppo Unipol, nato e cresciuto fra le cooperative rosse. La banca rossa della rossa Toscana da una parte e la banca rossa della rossa Emilia dall’altra. Non è un caso se spesso fra i due gruppi c’è stata tensione (come all’epoca dei contrapposti piani su Bnl), se il partito si è spaccato spesso fra i tifosi dell’uno e dell’altro polo finanziario.

Monte dei Paschi di Siena ha una convenzione bancaria quadro con tutta la Cgil di Susanna Camusso. È  una convenzione talmente importante e favorevole da essere stata inserita fra i principali motivi di adesione alla Cgil nelle ultime campagne tesseramento del sindacato guidato dalla Camusso. Per non fare torto a nessuno dei due poli finanziari rossi la Cgil ha sottoscritto una convenzione assicurativa con il gruppo Unipol e una bancaria con Mps che «prevede per gli iscritti alla Cgil agevolazioni importanti nella gestione dei conti correnti, per i mutui, per i risparmi, i prestiti personali, anche a favore dei lavoratori atipici e immigrati».

Infatti le convenzioni Mps-Cgil sono più di una, in modo da dare un prodotto adeguato per ogni categoria assistita dal sindacato. C’è una convenzione generale di cui possono usufruire tutti gli iscritti. Ma ce ne è una per i pensionati della Camusso sottoscritta fra la banca senese e lo Spi-Cgil: 5 euro di spese bancarie al trimestre per operazioni illimitate, bancomat gratuito il primo anno, tassi assai favorevoli anche per lo scoperto di conto corrente da una a sei mensilità della pensione ricevuta, e in  più (per chi avesse questo privilegio), abbattimento del 50% di tutti i costi standard per la gestione, amministrazione e custodia di titoli, e addebito gratuito di tutte le utenze in conto corrente.

C’è una convenzione per gli immigrati iscritti alla Cgil, che abolisce le commissioni su rimesse e bonifici all’estero fino a 250 euro e da lì in poi applica una commissione dello 0,15%. Si tratta in genere di condizioni assai vantaggiose, che non poche volte hanno provocato le proteste di altre forze sindacali che non sono riuscite ad avere con la banca rossa o altri istituti di credito convenzioni paragonabili. Anche una parte consistente dell’associazionismo rosso ha trovato nel Monte dei Paschi di Siena la banca di riferimento, e chissà se il solido rapporto riuscirà a sopravvivere alla bufera politico-finanziaria di queste ore.

Ci sono convenzioni specifiche ad esempio con buona parte della galassia Arci. Le condizioni dipendono anche dal numero degli iscritti. Il contratto ad esempio con Arci pesca è buono, ma non così favorevole come quello dei pensionati Cgil. Gli sconti maggiori riguardano l’abbattimento del 50% delle spese di custodia titoli e delle spese di istruttoria per le pratiche di mutuo fondiario, per cui sono garantiti finanziamenti a 40 anni. Tassi più favorevoli di quelli di mercato anche per i prestiti personali a rimborso rateale per importi fino a 60 mila euro rimborsabili in un arco massimo di dieci anni.

La raffica di convenzioni dimostra come il Monte dei Paschi sia diventata ben al di là di Siena la banca rossa per eccellenza per il Pd, la Cgil e tutto il loro retroterra. Come lo dimostra la progressiva trasformazione compiuta dalla metà degli anni Novanta in banca di riferimento delle lotte intestine al Pd. Qualcosa si è capito durante le primarie dell’autunno scorso, quando Matteo Renzi, infilzato da Pier Luigi Bersani per il suo rapporto con Davide Serra e i paradisi fiscali, lo ha zittito: «Spieghi lui Mps e le operazioni con  Banca 121 e Antonveneta». Parole non colte nella loro profondità. Assai interessanti ora che è esploso lo scandalo finanziario legato proprio a quelle operazioni di Mps.




Mps, la Fondazione finanziava Cl, l'Africa e qualche politico

Libero


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Da una parte, c'era il Monte dei Paschi di Siena che garantiva "sconti" a mutui e conti correnti per Pd, Cgil e Arci. Dall'altra, e lo rivela il documento deliberato da Rocca Salimbeni nel novembre 2010 e pubblicato da Linkiesta.it, c'era la Fondazione Mps che elargiva finanziamenti a pioggia alle più svariate associazioni ed enti. A volte, anche curiosi o impensabili. Per esempio, sfogliando le 48 pagine delle carte, si notano 10mila euro all'Accademia di studi storici Aldo Moro di Roma, 30mila alla Audax Randonneur di Parabiago, in provincia di Milano, altri 10mila all'associazione Amici del Guatemala di Siena (e vabbè), 20mila per costruire la Baobab University college in Ghana, 20mila per mostre e fiere al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini.

Leggi il documento della Fondazione Mps in pdf

La mano dei politici
- E della generosità di Mps hanno usufruito anche alcuni politici, presenti o futuri: Gregorio Gritti, genero del banchiere Giovanni Bazoli (Intesa Sanpaolo) e oggi candidato di Mario Monti alle prossime elezioni, ha ricevuto 30mila euro per la sua Fondazione Etica di Brescia. Franco Frattini, per la sua Fondazione Alcide De Gasperi, ha avuto 10mila euro. Semplici esempi, giusto per far capire come - logico per una grande banca - i rapporti politico/diplomatici siano assai importanti, specialmente se a decidere quei finanziamenti sono gli stessi politici o "nominati da", in maggioranza nel consiglio della Fondazione. In totale, all'11 novembre 2010, erano 779 i progetti finanziati dal Monte dei Paschi per un totale di 69,7 milioni erogati a partire dal 2011. Tra 1995 e 2011, nota ancora Linkiesta.it, la Fondazione Mps ha concesso finanziamenti per 2,1 miliardi, 1,4 in provincia di Siena, e perso 4 miliardi di patrimonio netto.



La Banca crolla ma i Mussari ridono Mutui di Mps per gli affari di famiglia La moglie del manager cliente affezionata

Libero


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Mutui di famiglia. Mps è anche questo. La moglie di Giuseppe Mussari, l'ex presidente del Monte dei Paschi, avrebbe acceso con la banca senese diversi mutui per finanziare le spese delle sue imprese. Luisa Stasi infatti ha messo sù un piccolo impero economico nel settore turistico-alberghiero. Villa Agostoli srl è un complesso di villette a cinque chilometri dal centro di Siena. Per questo agriturismo la signora Mussari ha chiesto un mutuo ad Mps di 2,1 milioni.

Poi c'è l'hotel Garden, villa ottocentesca con sala conferenze, dove nel 2011 ha dormito anche Walter Veltroni, una struttura alberghiera con tutti i comfort. Per questo complesso la banca ha concesso alla famiglia Mussari 3,5 milioni di mutuo con la Mps Merchant, 2,5 milioni con Mps Banca per l'Impresa, 1,9 milioni con Mps Capital Service e anche 453mila euro di finanziamento con la capogruppo Mps. Poi c'è un mutuo di un milione di euro acceso per la Hotel Italia. Nel consiglio di amministrazione c'è Cristina Masoni una delle figlie della Stasi avute dal primo matrimonio. Mussari ora è al centro della bufera. Ma gli affari di famiglia vanno bene. Grazie anche ai prestiti concessi dalla banca di casa. Mps.



Mps, non solo Mussari: ecco tutti i banchieri vicini al Pd

Libero

di Carlo Cambi


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Per dirla alla Crozza: «Guardi Bersani che mica stiamo a scrivere i giornali con la gomma da cancellare». O no? Perché per un riflesso pavloviano, o autocensura, quando parla il segretario del Pd i nostrani cronisti si scordano l’esistenza degli archivi. Sui banchieri organici al Pd si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia. Ed  è proprio sull’attuale presidente del Monte dei Paschi di Siena che Bersani l’ha fatta grossa.
Basta tornare  al settembre 2010.  

Alessandro Profumo era rimasto appena disoccupato, dopo essere stato messo alla porta dai tedeschi soci forti di Unicredit, che il Pd  ne sondò, con apposita indagine demoscopica, la popolarità  come possibile candidato premier.  Ma la militanza di   Profumo, che sarebbe un impresentabile secondo le regole attuali del Pd visto che è rinviato a giudizio a Milano per un evasioncina fiscale da 240 milioni di euro in compagnia con altri manager di Unicredit, nelle file del Pd risale a molti anni prima. Nel 2005 votò alle primarie per Prodi, nel 2007 si è ripresentato ai gazebo del Pd per votare alle primarie e sostenere la moglie, Sabina Ratti, che era candidata nella lista di Rosy Bindi.

La "Bindi girl" - La signora Ratti, che sfreccia per Milano a bordo della sua Ducati ovviamente rossa, è da sempre una Bindi girl tant’è che il marito banchiere scelse proprio, nel primo autunno di due anni fa, la tribuna della Convention dei “Democratici davvero”, la corrente di Rosy Bindi che molto a che fare con il Monte dei Paschi e poco vuole dire come ha dimostrato incalzata da Maurizio Belpietro due giorni fa a Porta a Porta, per manifestare «assoluta volontà e disponibilità» a impegnarsi in politica, ovviamente nelle file del Pd. Una volontà che mister «arrogance», lo chiamavano così in Unicredit, aveva già mostrato un mese prima di recarsi al soglio di Rosy Bindi.

Era il 31 agosto e a Labaro, vicino a Roma, si teneva la festa dell’Api - quella di Rutelli e di Bruno Tabacci - e l’attuale presidente del Monte dei Paschi  dichiarò: «Sono pronto, se necessario, a dare il mio contributo per far funzionare le cose». E dettò anche il suo programma: patrimoniale forte (lui rinviato a giudizio per evasione, lui con 40 milioni di liquidazione in tasca) per abbattere il debito pubblico e poi «bisogna rivedere le spese uscendo dalla mentalità dei tagli lineari ed entrare in quella dei tagli qualitativi». Un programma così bello e buono che Pier Ferdinando Casini disse dalla stessa tribuna: «Alessandro Profumo? C’ha un sacco di soldi, ha lavorato bene ed è una fra le persone più intelligenti del Paese. Dunque, Alessandro fai politica... Lo vedrei benissimo come un ottimo ministro dell’Economia».

E qui c’è qualcosa di profetico. Perché nella persona di Profumo, che è anche consigliere di amministrazione dell’Eni e della Bocconi, tanto cara all’attuale premier, s’incontrano, per interposto Casini,  Bersani e Monti. Se Bersani è il capo del partito che piace a Profumo, Monti è il capo del partito che piace a Casini. E i guai di Mps  sono legati in gran parte ad un ex giovanotto di belle speranze, quel Gianluca Baldassarri che era a capo della struttura finanza della banca senese, che i magistrati sospettano sia l’ispiratore della banda del 5% e che di sicuro godeva di amplissima discrezionalità nella gestione degli affari riservati.

Baldassarri arriva al Monte dei Paschi nel 2001 (Mussari lo caccerà il 26 gennaio 2012 senza nemmeno dargli la liquidazione) spacciando una parentela con Mario Baldassarri, ex Msi, ex Pdl  passato con Fini ed economista di vaglia, e una raccomandazione potente. Gliela firma Cesare Geronzi gran capo di Capitalia dove il giovane Baldassarri è ha capo della divisione finanza.
Ma chi lo accompagna a Siena? È Francesco Gaetano Caltagirone che nel 2001 entra nell’azionariato Montepaschi e poi ne diverrà vicepresidente lasciando un anno fa dopo la condanna a 3 anni e 6 mesi per insider trading che si è beccato nel processo Unipol-Bnl.  Caltagirone è il suocero di Casini che appunto sull’affare Mps tiene un low profile anche perché se Caltagirone è uscito dal capitale Mps (appena in tempo verrebbe da dire) le cospicue linee di credito che la banca senese ha aperto alle aziende dell’ingegnere romano sono ancora tute aperte.

Pare -  dicono i bene informati -  che Baldassarri abbia acquisito importanti benemerenze presso Caltagirone quando Vincenzo De Bustis - altro banchiere amicissimo di Massimo d’Alema -  arrivato da direttore generale al Monte dei Paschi dalla Banca del Salento, si era messo di traverso nella gestione  del patto tra Unicredit e Capitalia per controllare Generali. De Bustis aveva intenzione di gestire da solo questa partita (siamo nel marzo del 2003) e Caltagirone non aveva gradito. Sarà poi  Mussari, da presidente della fondazione Mps e dunque maggiore azionista, a mandare a casa De Bustis (facendo infuriare d’Alema e incassando il plauso di Caltagirone) per la faccenda dei derivati che Banca 121-  acquista da Mps via Banca del Salento -  ha spacciato ai clienti. Quasi una nemesi se si guarda ai giorni nostri.

In fila alle primarie - Ma Profumo non è il solo banchiere in odore di Pd. Perché alle primarie del 2007 ai gazebo si vide anche Giovanni Bazoli che votava in fila come tutti i militanti piddini. Il plenipotenziario di Bancaintesa (cioè Imi San Paolo) nel 2000 era stato tirato per la giacchetta da Amato, Prodi e perfino da D’Alema, che con i banchieri ha un feeling speciale, perché accettasse la candidatura a premier. Il re della finanza cattolica declinò l’invito. Ma capo com’è di una dinastia ha mandato avanti il resto della famiglia. Basti dire che suo nipote, Alfredo Bazoli, 44 anni figlio del fratello Luigi, è candidato col Pd al numero otto della lista in Lombardia e  ha il seggio sicuro a Montecitorio. Alfredo è consigliere comunale del Pd e  Gregorio Gitti, genero di Bazoli, già del Pd

in quota Bindi, corre invece sempre in Lombardia e con seggio praticamente sicuro nella lista  Monti. Ma non è finita perché l'altro genero del presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo, Fabio Coppola, marito della secondogenita Chiara, pur non essendo sceso in campo in prima persona, va firmando appelli in sostegno di  Monti. Mentre la cognata Francesca è grande elettrice di Umberto Ambrosoli, candidato al Pirellone per il centrosinistra ed è pronta a candidarsi per un posto in consiglio comunale a Brescia. Proprio come dice Bersani: fuori i banchieri dai partiti. O no? Perché, tanto per tornare a Mps, pare che da Mussari a Profumo per diventare presidente della più antica banca d’Europa uno debba avere due requisiti fondamentali: essere del Pd e avere a che fare con la giustizia.



Mps, tutte le tappe dello scandalo

Libero

Mussari: quando la sinistra lo amava, era il pupillo di Amato e Bassinini. Ora lo attaccano. Ma quando comprò Antonveneta fu applaudito


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Monte dei Paschi di Siena, storia di un crack annunciato. I registi del disastro sono tanti e hanno quasi tutti la casacca rossa. Giuseppe Mussari è stato presidente del Banco per diversi anni. Chi lo ha voluto al comando della terza banca italiana? Di sicuro Giuliano Amato e Franco Bassanini, ai tempi della nomina di Mussari, erano deputati del Pd. E di quell'avvocato penalista a capo di Mps ne parlavano bene. Erano orgogliosi di lui. Attorno a lui c'erano tanti applausi. Tutti gli enti locali, amministrati dal Pd in toscana sentivano quel Mussari come una grande scelta di management. Mussari è stato un bravo incantatore di serpenti.

Aveva convinto tutti i banchieri. E questa sua convinzione gli ha fruttato per due volte l'elezione a presidente dell'Abi. Quando Mussari venne eletto per la prima volta all'Abi incassò il grande sostegno dell'allora capo di Unicredit, Alessandro Profumo. Così quando Profumo va alla presidenza di Mps nel dopo Mussari a tanti sembra proprio una normale staffetta orchestrata dal Pd. Ora Mussari dopo essere stato osannato da Amato e da tutto il Pd, viene considerato un matto, uno che ha pagato 4 miliardi in più rispetto al suo valore la Banca Antonveneta. A Siena il Monte è tutto.

Manovre spericolate - Al punto che le fusioni per tante volte sono saltate in aria perchè nessuno a piazza del Campo voleva scendere sotto la quota di maggioranaza del pacchetto azionario. Antonio Fazio ai tempi di Bankitalia aveva capito le ambizioni del Pd. Così disse no alla fusione con Bnl, perchè non poteva lasciare una banca a maggioranza controllata da una fondazione che era diretta emanazione del Pd. Così, con quel pallino di espandersi e di diventare grandi, anzi grandissimi, a Siena e nelle stanze del Pd cominciano a studiare ingegneria finanziaria. E' in questo momento che si pensa ad Unipol. Poi tutto finisce, anche stavolta sul muro del "allora abbiamo una banca?". Antonio Fazio intanto continuava l'opera di rinnovamento del mercato bancario.

Nascono così i due colossi di Unicredit ed Intesa San Paolo. A Siena però nessuna fusione. Così al terzo colpo il Monte prende di mira Antonveneta e tenta di acquistarla in tutti i modi. Infatti Antonveneta casca nelle mani degli spagnoli di Santander che la comprano per 6 miliardi di euro. A Siena vedono volare via l'ultima opportunità per diventare grandi. Così parte l'ideona di comprare la banca ad una cifra elevatissima. La vendita di Antonveneta da parte di Santander viene seguita da Ettore Gotti Tedeschi . L'operazione per complessità è pesantissima. Così mussari cade nella trappola derivati. Da lì in poi è un disastro senza fine. Tangenti, manager che forse agivano per conto di qualcuno. Siena viene strangolata dalle operazioni spericolate di Mussari. Il pupillo di Amato e Bassanini.

Berlusconi e l'Imu: non solo ovazioni, su Twitter tanta ironia

Il Messaggero


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ROMA - «Berlusconi toglierà l'Imu e salverà le famiglie e se serve verrà a casa per combattere lo sporco impossibile». Il popolo di Twitter non sembra prendere sul serio la proposta choc di Belusconi di restituire i soldi dell'Imu agli italiani. Sono tanti quelli che ironizzano sull'annuncio dell'ex Premier. «Risarciremo l'Imu ...e alle prime cento telefonate anche una batteria di pentole». E si prosegue: «Via Imu, Irap e patrimoniale. In più vi rimboccheremo le coperte dopo il lattuccio caldo», ma c'è anche chi accetta la proposta e scrive:«via l'Imu. IO lo voto». Infine tra i tanti sconosciuti anche una voce nota,  

Gad Lerner ha appena scritto:«Berlusconi promette di restituire l'Imu in contanti: venghino signori, venghino. Ormai è proprio ridotto a venditore da fiera di strapaese».«Berlusconi toglierà l'Imu e salverà le famiglie e se serve verrà a casa per combattere lo sporco impossibile».

SenatoreMonti. Anche il premier uscente ha detto la sua con un tweet particolarmente polemico: “Berlusconi ha creato cosi tanti problemi che ha dovuto lasciare. Ci prova per la quarta volta, ma gli italiani hanno buona memoria”.


Domenica 03 Febbraio 2013 - 14:20
Ultimo aggiornamento: 21:32

Trovato il collirio descritto da Plinio il Vecchio in "Naturalis"

Il Messaggero


FIRENZE - Nella sua opera «Naturalis Historia», Plinio il Vecchio descriveva come preparare alcuni medicamenti per la cura degli occhi.



CatturaOra uno studio condotto dai ricercatori della Sovrintendenza per i beni archeologici della Toscana e delle Università di Pisa e Firenze, pubblicato sulla rivista americana «Proceedings of the National Academy» (Pnas), ha rivelato la composizione di quei medicamenti, oltre a preziose informazioni sulle pratiche mediche di 2000 anni fa.

In un relitto dell'epoca romana, chiamato Pozzino, poggiato sui fondali al largo della costa toscana e portato alla luce negli anni '90, sono state trovate le compresse di cui parlava lo scrittore latino, di colore grigio e dalla forma piatta e circolare con un diametro di quattro centimetri, usate probabilmente come impacco. Gli esiti della ricerca sono riferiti con un articolo sul nuovo numero dell'Almanacco della Scienza on line del Cnr. «Le pasticche erano impilate all'interno di un contenitore cilindrico di stagno sigillato, che ha resistito a ogni contaminazione», ha spiegato Erika Ribechini, dell'Università di Pisa, coordinatrice del gruppo di lavoro.

Una volta aperto, un po' come un moderno tubetto di compresse, è bastato prelevare un grammo di materiale per studiare nel dettaglio i componenti. «Grazie a tecniche di analisi come la spettroscopia a raggi X e a infrarossi, la gascromatografia e la spettrometria di massa», prosegue la ricercatrice toscana, «abbiamo scoperto che le pasticche sono composte all'80% da carbonati di zinco, che probabilmente costituivano il principio attivo, e da eccipienti come la resina di pino che, oltre a prevenire l'ossidazione di altri componenti come gli oli, poteva conferire al preparato un odore gradevole». Lo zinco «ha notevoli proprietà antibatteriche, batteriostatiche e probabilmente anche antivirali e ancora oggi è usato in dermatologia, nelle creme contro l'arrossamento della pelle e in oftalmologia» continua la Ribechini.

«È quindi probabile che le pasticche venissero usate per applicazioni esterne sugli occhi. Del resto il termine collirio viene dal greco kollura che significa "piccoli panetti rotondi", la stessa forma dei reperti trovati sul relitto. Si tratterebbe quindi di un rimedio molto conosciuto nell'antichità, che la nave trasportava verso le coste toscane al tempo dominate dagli Etruschi». Le sei compresse erano vicino ad altre attrezzature mediche, come piccole fiale in legno di bosso, una pietra per mortaio e una coppa di rame usata per i salassi. Questi oggetti, spiegano gli esperti, probabilmente erano contenuti in una scatola di legno e suggeriscono che un medico stesse viaggiando via mare con la sua valigetta di strumenti e medicinali.

Il relitto nel quale sono state scoperte le pasticche, datato fra il 140 e il 130 a.C., appartiene a una piccola nave di circa 15-18 metri, larga circa 3, di cui si è conservata solo la parte centrale. Il carico, tra cui vasi di Pergamo, anfore di Rodi per il trasporto del vino, lampade di Efeso, brocche chiamate oinochoe, suggerisce che la nave provenisse dalle coste greche.


Domenica 03 Febbraio 2013 - 12:04
Ultimo aggiornamento: 12:04