domenica 3 febbraio 2013

E morto il papà della «Lavagna magica»

Corriere della sera

Uno schermo coperto all'interno di polvere d'alluminio, due manopole e la possibilità di creare qualsiasi disegno

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La «Lavagna magica» è stata uno dei più bei passatempi per bambini a partire dagli anni Sessanta. Uno schermo grigio che assomigliava a un televisore, due manopole bianche. E un cursore che serviva a disegnare forme e colori. Poi, appena si sbagliava, bastava agitare forte il gioco e tutto si cancellava. Se praticamente tutti ci hanno giocato (e pochi sono riusciti a ottenere quello che realmente desideravano, probabilmente), quasi nessuno conosce il nome dell'inventore di questo gioco.

IL PAPÀ - Si chiamava André Cassagnes, era francese, ed è morto a metà gennaio, ma solo domenica la Ohio Art Co., la ditta che produceva il gioco, ne ha dato l'annuncio. Cassagnes, classe 1926, era nato a Parigi dove, da ragazzo, aveva lavorato per una azienda che produceva immagini utilizzando polvere d'alluminio. Proprio partendo da quell'attività, arrivò nel 1959 a inventare il gioco, chiamato L'écran magique, letteralmente lo schermo magico, e poi venduto con il nome di Telécran (Teleschermo), in Francia ed Etch-a-sketch negli Stati Uniti. Il progetto fu presentato alla fiera del giocattolo di Norimberga, nell'allora Germania Ovest, e fu prodotto in serie dalla Ohio Art Co. La versione originale ha venduto oltre 100 milioni di copie in tutto il mondo, poi sono state create delle versioni più tecnologiche a partire dagli anni Ottanta.

ma.st.3 febbraio 2013 | 15:57

Svelato l’enigma della frase di Penrhyn E’ il simbolo di un amore impossibile

La Stampa

La famosa scritta nel castello sarebbe stata incisa dalla figlia del proprietario relegata nella torre perché innamorata di un giardiniere

claudio gallo
corrispondente da londra


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Tutti sapevano di quella scritta sulla finestra di una delle stanze da letto del castello di Penrhyn a Bangor, nel Galles del Nord, ma credevano fosse un incomprensibile latinorum che nessuno riusciva a decifrare. C’è voluta un’ italiana, Resi Tomat, funzionario del National Trust per risolvere l’enigma dopo che i suoi colleghi ci avevano provato per anni. Non è latino ma italiano: “Essere amata amando”. Niente meno che Verdi, si vanta il Times di aver scoperto, la Traviata. Violetta si è appena chiesta “Sarìa per me sventura un serio amore?”, pensando ovviamente al suo Alfredo. In un gioco di rimandi, la frase incisa potrebbe essere la remota testimonianza di un amore impossibile tra Alice Douglas-Pennant, nata nel 1863, e un giardiniere di suo padre Lord Penrhyn, ricco industriale che era stato deputato nelle file del partito Conservatore.

I racconti popolari dicono che Lord Penrhyn furioso aveva fatto rinchiudere la figlia adolescente e scapestrata nella torre del castello per tenerla lontana dal suo amore socialmente insostenibile. Una storia quasi contemporanea a quella, tutta di fiction, di Lady Sybil Crawley, proto-femminista che rinuncia a ricchezze e nobiltà per sposare il vetturino di famiglia, che per giunta è pure irlandese repubblicano, in “Downtown Abbey”, uno dei serial televisivi più amati dai britannici. Clare Turgoose, domestica al castello di Penrhyn, ha detto al Times: “Sapevamo dei graffiti, ma non avevamo la minima idea di che cosa volessero dire.

Avevamo capito che un tempo quella era la stanza da letto di Lady Alice, perché c’era inciso il suo nome su un pannello di un’altra finestra”. Se, come è probabile, fu proprio lei l’autrice, la frase verdiana grattata nel vetro della finestra risale al 1880 mentre la prima rappresentazione della Traviata è del 1853. La Violetta inglese, sebbene di estrazione molto diversa dal personaggio operistico, era una dei dodici figli che il severo e nobile padre aveva allevato nel grande castello, costruito nel XIX secolo in stile Normanno, puro Disneyland ante-litteram. Alice divenne una considerata artista ma non si sposò mai. Morì a Londra nel 1939, che aveva 76 anni.

In campo il «Pochos football team» La prima squadra solo gay di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Il club, composto solo da atleti omosessuali, parteciperà a un torneo nazionale di calcio organizzato ad hoc


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NAPOLI – Chi ha detto che il calcio è uno sport solo per etero? Anche agli omosessuali piace giocare a pallone, come dimostra il continuo vociare di «coming out» nel mondo del rettangolo verde. E da oggi, a Napoli, se ne parlerà ancor di più grazie alla fondazione della prima squadra interamente gay della città. Il nome è «Pochos football team», in onore dell’ex e indimenticato attaccante azzurro «Pocho» Lavezzi.

PENGUIN CAFE' - L’intero team sarà presentato al Penguin Cafè di via Santa Lucia 88 a Napoli, martedì 5 febbraio alle 21. La squadra fa sul serio: sta per prendere parte a un torneo nazionale di calcio limitato a giocatori omosessuali. Durante la presentazione al Penguin, coordinata da Claudio Finelli, interverranno Alessandro Cecchi Paone con Gianni Improta (ex calciatore Napoli ed opinionista sportivo), Pina Tommasiello (Assessore alle pari opportunità del Comune di Napoli), Alberto Cuomo (giornalista sportivo), Antonio Mocciola (giornalista e radiocronista sportivo), Antonello Sannino (responsabile nazionale politiche sportive Arci Gay), Giorgio Sorrentino (Attore e capitano dei Pochos).

CONTRO L’OMOFOBIA - Nel corso della serata sarà proiettato «Fuorigioco», spot contro l’omofobia nel mondo del calcio, promosso da Gaynet per la regia di Giuseppe Bucci. Considerate le recenti «aperture» del ct della Nazionale Prandelli e dello juventino Claudio Marchisio verso i giocatori omosessuali nel calcio, dal mondo gay partenopeo fanno sapere di essere fermamente convinti che questo tipo di iniziative possa contribuire in modo rilevante a definire un’immagine più moderna e civile della città di Napoli.


Ma. Pe.02 febbraio 2013

Gli autistici non votano, ma i loro genitori si...

La Stampa

Nessuna risposta a una lettera di genitori di autistici ai candidati alla Presidenza della Regione Lombardia. A ognuno dei cinque chiedevano che avrebbe fatto per i loro figli una volta eletto

gianluca nicoletti


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Adesso qualcuno potrà dire che abbiamo trovato un punto su cui converga il consenso bipartisan di tutte le forze politiche, all' apparenza non esisterebbe nessun dubbio tra i candidati alla Presidenza della Regione Lombardia sul fatto che gli autistici non siano una realtà che meriti attenzione. Nessuno dei cinque in corsa per il Pirellone, e nessuno per loro, ha infatti dato un cenno di risposta a una civilissima lettera inviata dal padre di un ragazzo autistico, che chiedeva, a nome suo e dei suoi almeno 9000 potenziali “colleghi” con un simile problema in famiglia (è una stima per grande difetto e di molti anni fa  degli autistici lombardi), di poter conoscere, in vista delle prossime elezioni (si voterà il 24 e 25 febbraio 2013) quali orientamenti avrebbero inserito nel loro programma rispetto alle tematiche relative alla disabilità mentale – cognitivo/relazionale e su quali scelte intendessero impegnarsi. 

L’autore della lettera è Paolo Zampiceni, presidente dell’ associazione “Autismando”, che riunisce i genitori di soggetti con autismo di Brescia e provincia: “Visto che la situazione dei nostri ragazzi è condizionata anche da scelte politiche-dice Zampiceni- per esempio rispetto all' organizzazione dei servizi, alle scelte sul welfare, ecc. Abbiamo provato a vedere se, in vista delle elezioni, riuscivamo ad avere un paio di idee più chiare. Ci abbiamo provato ... purtroppo l'unica cosa che c'è arrivata, tanto per cambiare, è il silenzio!”. La lettera è stata mandata da fine dicembre,  a più riprese,  a tutti gli indirizzi mail pubblici che venivano indicati dai vari comitati che rappresentano rispettivamente a Gabriele Albertini, Umberto Ambrosoli, Roberto Maroni, Carlo Maria Pinardi, Silvana Carcano. Oltre che alle loro rispettive pagine Facebook. 

Ad oggi però nessuna risposta. Paolo Zampiceni dice che i genitori che rappresenta non si sarebbero aspettati certo una risposta diretta dei candidati, ma almeno che qualcuno per loro si fosse preso la briga di dare un cenno che il problema dei disabili psichici non fosse per loro del tutto indifferente: “Speravamo che nelle loro segreterie ci fosse qualcuno che seguisse in maniera specifica le problematiche del mondo delle disabilità, che ci arrivasse comunque qualche indicazione; purtroppo tutto ciò che ci è arrivato è stato il loro silenzio. Forse pesiamo poco agli occhi dei politici visto che le persone con autismo nella maggior parte dei casi non votano.” 

La lettera toccava nel dettaglio tutti i punti più critici rispetto ai bisogni dei bambini, ragazzi e adulti con autismo. Venivano esposti alcuni dei nodi maggiormente problematici, su cui i genitori si sarebbero augurati almeno un impegno. ”Nel momento in cui ci viene chiesto di votare vi chiediamo di indicarci su quanto, realisticamente, ritenete di potervi impegnare e in che direzione intendete orientare la vostra azione rispetto alle politiche per la disabilità e, nello specifico, rispetto alle problematiche correlate all’autismo." Alla fine forse sarebbe bastata anche una risposta di pura formalità, poco più che la versione elettronica di quelle lettere prestampate che i vari supporter affaccendati in campagna elettorale, infilano nelle buche delle poste di cittadini di ogni categoria.

Al contrario di quel  patteggio  pre elettorale “aum aum”,  che inquieta e solleva sospetto,  qui  l’ accordo era più che evidente, come dice lo stesso Zampiceni: "vista la totale assenza del problema della disabilità in tutti i programmi di questa campagna elettorale, noi ci siamo rivolti a ognuno dei candidati chiedendogli cosa avesse intenzione di fare per sostenere il diritto a una vita dignitosa per i nostri ragazzi, il senso della lettera è chiaro: dimostra concreta attenzione al disabile che rappresento e io ti voto, comunque tu possa pensarla, perché il mio problema equivale alla mia vita.”  

A essere proprio maligni verrebbe di pensare che a bloccare un segno di riscontro, che in campagna elettorale davvero non si nega a nessuno, sia stata proprio questa stringata e lapidaria frasetta in calce alla lettera: “Vi chiediamo inoltre l’autorizzazione a pubblicare la vostra risposta sul nostro sito (www.autismando.it).” Non vorremo certo pensare che sbilanciarsi sulla vita degli autistici, da ricordare che l’ autismo è numericamente la prima causa di disabilità, sia considerato così compromettente per i futuri amministratori, molto più che promettere di abbassar tasse, di tagliare i costi della politica, creare posti di lavoro. E’ singolare che una domanda, così legittima, che oltretutto riguarda gli autistici, i più deboli tra le categorie dei deboli, sia riuscita a creare tanto imbarazzo, da evitare il rischio di una risposta che sarebbe stata resa pubblica. 

La storia di Milly, cagnetta abbandonata in chiesa e adottata dai parrocchiani

La Stampa

Trovata legata a un banco dopo la messa serale nella chiesa di Nostra Signora degli Angeli a Sanremo

carlo giordano


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In tempi di crisi, come quelli che stiamo attraversando può succedere di tutto, come trovare una cagnetta abbandonata in chiesa, magari da qualcuno che improvvisamente ha dovuto cambiare città o alloggio e non ha più potuto permettersi di avere al proprio fianco l’amico a quattro zampe. Questa è storia di Milly, vispa cagnetta di circa 7 anni, trovata, alcune settimane fa, legata a un banco dopo la messa serale nella chiesa di Nostra Signora degli Angeli, a poche decine di metri da piazza Colombo il cuore della città dei fiori. Una storia a lieto fine, poiché Milly ha trovato una nuova famiglia. È stata adottata da Gabriella Alfarè, già proprietaria di sei cani. Ma Milly può contare anche sull’affetto di un gruppo di fedeli della parrocchiale Nostra Signora degli Angeli che se la coccolano e la portano anche a spasso lungo le strade del centro.

In viaggio nei luoghi della Grande Guerra. Cento anni dopo

Il Messaggero


Alla vigilia del centenario dell'inizio della Prima Guerra Mondiale, in provincia di Trento si stanno allestendo importanti iniziative per ricordare quel drammatico periodo che ha cambiato la storia dell’Europa e che ha tanto profondamente coinvolto il territorio trentino. Sono in programma mostre, giornate di studi, progetti culturali e numerosi interventi nel campo della tutela e della valorizzazione del patrimonio storico relativo alla Grande Guerra. Dopo lunghe operazioni di restauro si potranno nuovamente visitare i Forti Bus de Vela, Corno e Pozzacchio. Il primo, posto in posizione strategica a sbarramento della strada che scende da Cadine a Trento, è stato realizzato in conci di pietra calcarea rosa con tre casematte per l’artiglieria e due gallerie per le fuciliere.

Il secondo, situato a quota 1069 metri sul versante destro della Valle del Chiese, venne costruito secondo i criteri propri dello stile «Vogl», dotato di cupole girevoli di acciaio e di corazze per cannoni. A Forte Pozzacchio, in Vallarsa, ricavato in un promontorio roccioso a 882 metri di quota nei pressi di Valmorbia combatté il futuro Premio Nobel Eugenio Montale. Tra gli altri luoghi bellici di particolare interesse per una visita certamente ricca di emozioni, ci sono il Trincerone, da poco recuperato sul monte Zugna, dove i soldati italiani riuscirono ad arrestare la “Grande offensiva di primavera” scatenata dagli austriaci il 15 maggio 1916, e la Galleria del Corno di Cavento, posta a 3.380 metri sul massiccio dell’Adamello, che ha recentemente restituito (dopo essere stata svuotata dal ghiaccio che la occupava interamente) giornali, volantini, vestiti, armi e munizioni.

Imperdibile poi la tappa al Forte Belvedere-Gschwent, a Lavarone, al cui interno l’allestimento multimediale interattivo “La fortezza delle emozioni” fa rivivere al visitatore l’atmosfera respirata dai soldati, l’attesa infinita della battaglia, la paura, la speranza. Una delle strutture più significative dedicate a quegli anni è il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto (www.museodellaguerra.it), che vanta tra le collezioni più importanti in Italia sul tema del primo conflitto mondiale. Qui fino a novembre è visitabile la mostra "Pasubio 1915-1918" dedicata a uno dei luoghi salienti del fronte italo-austriaco. Il museo di Rovereto coordina la rete Trentino Grande Guerra (www.trentinograndeguerra.it) nata per far conoscere il mosaico dei 19 musei dedicati al conflitto sparsi in tutta la provincia.

A Rovereto si trova anche la Campana dei Caduti Maria Dolens, fusa col bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni che avevano partecipato alla guerra: ogni sera con 100 rintocchi ricorda tutti i caduti dall'alto del Colle di Miravalle. In trincea con la scuola. Conoscere le vicende storiche, anche quelle drammatiche e dolorose della guerra, è fondamentale. E tanto più lo è nel caso della Grande Guerra, snodo cruciale della storia italiana. In Trentino si è convinti che il centenario sia una straordinaria occasione formativa ed educativa per le giovani generazioni ed è per questo che sono in allestimento importanti progetti per far diventare Trento e la sua provincia una destinazione imperdibile per il turismo scolastico.

Anche i bambini delle ultime classi delle elementari e i ragazzi delle scuole medie, quindi, potranno visitare insieme ai propri insegnanti i luoghi della Grande Guerra, con programmi di turismo scolastico studiati per fasce di età. L'iniziativa è rivolta inizialmente alle scuole di Lazio, Campania, Emilia Romagna e Toscana e prevede pacchetti da una a tre notti con costi da 69 euro. Tra i luoghi inseriti nei forfait di visita ci sono la Campana della Pace Maria Dolens, il Museo Storico Italiano della Guerra e il Mart a Rovereto, il Sacrario di Malga Zonta, Base Tuono a Passo Coe, le trincee del Nagià Grom in Val di Gresta, Forte Belvedere-Gschwent di Lavarone e la città di Trento con il Castello del Buonconsiglio.




La primavera più «calda» sarà sulle piste da sci del...


In viaggio nei luoghi della Grande Guerra. Cento anni dopo


E al Mart di Rovereto il Gusto prende Forma. Ecco la...

Amsterdam celebra i suoi canali, guida alla Venezia del nord

Il Messaggero
di Monica Conforti


Un ricco calendario per i 400 anni delle vie d'acqua
Il Seicento era agli albori, le strade di Amsterdam brulicavano di mercanti provenienti dal lontano Oriente. Dai velieri sbarcano prodotti e spezie sconosciute ai più, gli affari prosperano, la città si espande alla velocità della luce, si respira un grande fervore artistico: si apre The Golden Age, ovvero il Secolo d'Oro dell'Olanda.


Cattura Inizia in questo periodo la costruzione della rete di canali che doveva facilitare i collegamenti tra i luoghi di maggior rilievo politico e commerciale della città. La ragnatela delle vie d'acqua artificiali cresce in fretta. Ai primi canali, tracciati a Ovest dell'antico porto - l'Herengracht, il Keizersqracht e il Prinsengracht -, se ne aggiungono di nuovi collegati fra loro con vie e ponti. Il fiume Amstel, sul quale si affaccia anche il Palazzo Reale, costituisce l'arteria principale di questo intricato quanto ormai indispensabile sistema di collegamenti. Proprio nel 2013 quei canali, entrati nel frattempo nell'elenco dei siti Patrimonio dell'umanità, celebrano i loro primi 400 anni. E lo fanno alla grande.

All'Amsterdam Museum si possono ripercorrere i momenti salienti di questo fiorente periodo grazie alla mostra «Il Secolo d'Oro, una Porta sul Mondo». Accanto a moderne installazioni multimediali si possono ammirare capolavori quali Vogels voor het stadhuis (Uccelli davanti al municipio) di Melchior d’ Hondecoeter, un’illustrazione esotica dell'espansione urbana di Amsterdam nel 1613 e della prosperità economica del periodo, e tele di Rembrandt, Peter de Hooch, Maerten de Vos, Dirck Hals (www.amsterdammuseum.nl). Di grande interesse anche la visita al Museo Het Grachtenhuis dove, anche in questo caso attraverso un percorso multimediale, si rivivono la nascita dei canali e gli ultimi 400 anni della città, si apprezzano le particolarissime tecniche di costruzione delle abitazioni e le caratteristiche dei principali palazzi e monumenti cittadini (www.Hetgrachtenhuis.nl).

A pochi passi da qui si trova il Bijbels Museum, in un palazzo storico del XVII secolo opera dall'architetto Philips Vingboons, dove sono raccolti reperti di varie culture religiose raccolti nel corso dei secoli ( www.bijbelsmuseum.nl). La parte più interessante è la visita alla struttura con i suoi giardini, scalinata interna e saloni ancora originali. Il 15 febbraio verrà inaugurata al De Bazel la mostra Booming Amsterdam dedicata al boom demografico della città nel XVII e XVIII secolo (www.boomingamsterdam2013.nl) per mezzo di spettacolari animazioni, mappe dell'epoca, progetti di sviluppo originali e veduta dall'alto dipinte in quel periodo che mettono in evidenza il rapido ampliamento del centro abitato. E' già in corso, invece, la mostra Amsterdam sull’acqua: illustrazioni dalla Royal Antiquarian Society of the Netherlands allestita nella Casa museo Het Rembrandthuis (http://www.rembrandthuis.nl).

Tra gli altri appuntamenti di rilievo del 2013 ad Amsterdam spiccano i grandi festeggiamenti per i 125 anni della Royal Concert Orchestra, che quest'anno sarà anche impegnata in un tour di concerti in tutto il mondo, le celebrazioni per i 100 anni del Museo Frans Hals e, soprattutto la riapertura del Rijksmuseum dopo dieci anni di lavori in programma il prossimo 13 aprile. Amsterdam si visita comodamente con i mezzi pubblici o a piedi. Da non perdere però i tour in battello lungo i canali (www.smidtje.nl), quest'anno pressoché obbligatori. Per risparmiare vale la pena procurarsi la I Amsterdam Card: costa 33 o 43 euro (24 e 48 ore di validità) e comprende la navigazione lungo i canali, l'utilizzo mezzi pubblici, la visita ai musei principali e alle principali attrazioni. Si può richiedere all'Ufficio Turistico VVV di Amsterdam (www.iamsterdam.com).
La compagnia di bandiera olandese KLM (www.klm.it) effettua 170 collegamenti settimanali dall'Italia all'Olanda, con tariffe a/r a partire da 99 euro, tasse e supplementi inclusi.


I NOSTRI CONSIGLI
Radisson Blu Hotel
Elegante costruzione nel centro storico è un ottimo punto di partenza per visitare a piedi la città e le sue principali attrazioni.
Rusland 17, 1012 Ck, Amsterdam; tel. 0031.020.6231231
www.radissonblu.com

Prezzo camera doppia da 134 euro
Eden Hotel Amsterdam Hampshire Eden
In posizione centrale vicino a Piazza Rembrandt guarda direttamente sul fiume Amstel. Ottimo rapporto qualità prezzo.
Amstel 144, 1017 AE, Amsterdam; tel. 0031.020.5307878
Prezzo: camera doppia da 79 euro
www.edenhotelamsterdam.com

Ristoranti
Restaurant Haesje Claes
Cucina olandese in ambiente seicentesco. Quindi proprio in tema «Secolo d'Oro».
Spuistraat 273-275
1012 VR Amsterdam
tel. 0031.020.6249998
www.haesjeclaes.nl

Restaurant Cafè Van Puffelen
Ideale per uno spuntino gustoso e veloce. A buon prezzo
Prinsengracht 375-377
1016 HL Amsterdam
tel. 0031.20.6246270
www.restaurantvanpuffelen.com

Kantjil & de Tijger
Un classico per gli amanti della cucina indonesiana. In pieno centro.
Spuistraat 291 293
1012 VS Amsterdam
tel. 0031.020.6200994
http://kantjil.nl

Un duello ad alta quota in vetta al Nanga Parbat

La Stampa

Mai nessuno l’ha vinto d’inverno: valanghe e crepacci i pericoli
enrico martinet


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Sulla montagna più grande del mondo c’è un uomo solo a 6.000 metri che racconta con il suo computer di «aspettare sperando per il meglio». Ha nubi intorno che minacciano neve e scrive di una giornata di fatica per raggiungere la sua tenda, un incedere lento, complicato dalla neve che sprofonda sotto i suoi piedi. E dice di aver incontrato un «ibex», una sorta di ibrido tra camoscio e stambecco che si è avventurato fin lassù in quella landa desolata del Pakistan settentrionale. L’ha preceduto nella sua tenda, ha assaggiato albicocche secche ma le ha sputate. «È un animale educato», scrive. La montagna è quella battezzata «nuda», il Nanga Parbat (8.125 metri), e l’uomo è l’alpinista francese Joel Wischnewski. Lui è solo, mentre è in atto una sfida non lanciata, neppure ipotizzata, tra due spedizioni leggere, quella polacca di Tomasz Mackiewicz e Marek Klonowski e quella italo-francese di Daniele Nardi e Elisabeth Revol, con il pakistano Alì.

Si contendono il primato di primi alpinisti a raggiungere la vetta del gigante durante l’inverno. Li dividono chilometri di rocce e ghiacci, sono sui due versanti opposti che entrambi portano la firma alpinistica dei fratelli Reinhold e Guenther Messner. I polacchi sono a campo 3 (6.600 metri) sulla parete Rupal, la più alta del mondo con i suoi 4.500 metri; Nardi, Revol e Alì sulla Diamir, 600 metri più corta. Nel 1970 entrambe le pareti furono percorse per la prima volta dai fratelli Messner: la Rupal in salita, la Diamir in discesa, dove non molto lontano dagli alti pascoli Guenther venne travolto e sepolto da una valanga. I suoi resti emersero soltanto nel 2005. E sul Diamir, alcuni anni più tardi, Reinhold diventò il primo uomo a raggiungere la vetta di un Ottomila da solo. Un record che vorrebbe ritentare sulla Rupal il francese Joel, che appare però in difficoltà.

C’è una quarta spedizione sul Nanga che ha le tende vicine a quelle di Nardi, ma sta per rinunciare: gli ungheresi Robert Klein e Zoltan Acs che fanno cordata con lo statunitense Ian Overton. Problemi di congelamento li costringono a rientrare più in basso, al primo villaggio. La sfida resta a due. Il tempo alterna neve a giornate di gran freddo e la montagna che in questa stagione nuda non è, lascia catturare alla gravità enormi valanghe. Nei giorni scorsi proprio Joel ne ha contate nove in poche ore negli orridi canali della Rupal. I polacchi lottano contro il freddo e devono badare a togliersi in fretta dai colatoi di slavine, Nardi e compagni sono in gran forma ma hanno testato le insidie dei ghiacciai del Diamir. La francese Elisabeth è stata inghiottita da un crepaccio ed è riuscita a frenare la caduta con una spaccata e piantando le punte dei ramponi sulle due gigantesche «labbra» della voragine. «E si è tirata fuori da sola», scrive l’alpinista di Sezze (Latina).

Tomasz Mackiewicz e Marek Klonowski stazionano in alto, al loro campo 3. Forzano la loro ascesa verso le fasce di roccia più in alto, mentre Daniele, Elisabeth e Alì sono rientrati al campo base per riprendere nuove energie. La «via» fino a quasi 6.500 metri è tracciata. Per poter trascorrere le notti (soprattutto d’inverno) alle alte quote occorre un acclimatamento ottimale e avere la certezza di non incorrere in una nevicata per almeno due giorni. La salita è ancora lunga, ma Nardi ha scelto lo sperone Mummery, quello che Messner salì in solitudine. L’alpinista italiano è ora a confronto con la storia dell’alpinismo: Alfred Mummery che osò affrontare il Nanga Parbat nel 1895 (morì travolto da una valanga) e Messner che segnò il confine del possibile risalendo il Diamir in solitaria. Fin dalla sua partenza, con estrema umiltà, ha messo in conto la rinuncia. Nel gennaio del 2012 il «re» delle invernali sugli Ottomila, Simone Moro, dovette abbandonare per il maltempo.

Il taxi simbolo di Londra fallisce e diventa cinese

La Stampa

La Geely acquista il marchio dello storico “cab”
claudio gallo

corrispondente da londra



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Dal dopoguerra l’Inghilterra ha perso molti pezzi del suo antico primato ma non la fierezza, tanto che in un mondo che vive d’immagini, lo stesso orgoglio britannico è diventato un prodotto: se no perché i cinesi della Geely avrebbero dovuto comprare le fabbriche del vecchio cab nero, il taxi simbolo di Londra? La cosa non dovrebbe stupire più di tanto se si considera che Mini e Land Rover sono tedeschi, le scarpe Church’s di Prada, alcuni tra i più celebri club calcistici hanno padroni arabi, americani e russi, e il grattacielo più alto di Londra, lo Shard di Piano, è stato costruito con i soldi del Qatar. Per 11,4 milioni di sterline l’azienda automobilistica cinese ha comprato impianti e attività della «Manganese Bronze Holding» che produce, con il marchio LTI, gli scarafaggi neri a quattro ruote che scorrazzano in ogni angolo della capitale.

Veramente l’attuale «Hackney Carriage», come si chiamava una volta, è già una versione rivisitata dell’icastico FX4, in buona parte prodotto dalla Austin, con un motore Land Rover diesel da 2495 cc (alcuni modelli montavano un diesel Nissan) che per il XXI secolo consuma e inquina decisamente troppo. I cinesi sono arrivati al momento giusto, accolti come salvatori. La LTI di Coventry era in amministrazione controllata da ottobre e aveva già dovuto licenziare quasi la metà dei lavoratori. Con cupa ironia, la crisi era nata dal fatto che la fabbrica, che produce circa 2700 modelli l’anno, aveva dovuto richiamare 400 automobili per un grave difetto allo sterzo, un componente prodotto proprio in Cina.

Li Shu Fu, presidente della Zejiang Geely Holding, ha detto: «Abbiamo piani commerciali ambiziosi. Nonostante ci siano alcuni ostacoli da superare, siamo impegnati ad assicurare un futuro al business dei taxi neri». La Geely, casa madre a Hanhzhou, non è la prima volta che fa le compere in Europa, essendo già proprietaria della svedese Volvo. Dal 2006 possedeva il 20% della Manganese che ha finanziato in questi anni con 18,6 milioni di sterline. Recentemente aveva rifiutato di mettere ancora mano al portafogli per affrontare la crisi. Ha preferito comprare. Lo stabilimento di Coventry dovrebbe continuare a produrre cab per il mercato britannico, mentre in Cina saranno prodotti modelli con la guida a sinistra.

Il sindaco di Londra, Boris Johnson è «deliziato» dall’acquisizione cinese: «Assicura la produzione - ha dichiarato - di un veicolo celebre nel mondo e istantaneamente riconoscibile, il simbolo di Londra». Roger Maddison dirigente sindacale di «Unite the Union» commenta alla Bbc: «La Geely ha dei piani ambiziosi. Speriamo sia un’altra Jaguar Land Rover con un sacco di investimenti. Qui a Coventry potrebbe nascere una vera storia di successo». La sfida futura comporterà inevitabilmente la progettazione di nuovi modelli, ma è una strada in salita. Da tempo i giapponesi hanno disegnato modelli più razionali ed ecologici dell’attuale FX4S. Tra un anno dovrebbe debuttare sulle strade della capitale il Nissan NV200 che ha, per ora, tutti i più e i meno giusti per vincere la sfida.

Elton, condannato a morte perché “gay”

La Stampa

zampa

Abbandonato al canile, l’animale era ad un passo dall’eutanasia. La Rete lo ha salvato


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Si conclude felicemente la vicenda di Elton, il bulldog americano che il suo padrone voleva far sopprimere perchè colpevole di avere un atteggiamento “inequivocabilmente gay”. L’uomo aveva adottato il cane presumibilmente per la riproduzione, ma dopo aver notato che l’animale rifiutava l’accoppiamento con le femmine, ha preferito sbarazzarsene. Il bulldog è stato dunque portato al canile di Jackson, nel Tennessee, dove stava per essere eutanasizzato, se non fosse stato per il provvidenziale intervento di una donna.

La signora in questione ha infatti postato su Facebook la foto di Elton con la segnalazione della sua imminente soppressione. Nel giro di pochissimo tempo si è scatenata una campagna virale (oltre 5.000 contatti) che ha portato all’adozione del cane da parte di una veterinaria Stephanie Fryns, che possedeva già quattro cani. La donna ha utilizzato tutti i mezzi che i social network mettono a disposizione nella pagina Facebook che si chiama “Jackson TN Euthanasia”: centinaia di foto di animali del canile del Tennesse postate e tanti amici a quattro zampe salvati da morte certa.

Passeggia con il cane vicino al cimitero e trova sacco con 40mila euro

Il Mattino


Cattura
RIMINI - Ha trovato 40.000 euro in contanti in un sacco nero dell'immondizia, appoggiato a un albero vicino al cimitero di Misano Adriatico (Rimini) e ha consegnato il tutto ai carabinieri. È accaduto nel primo pomeriggio di ieri a un'impiegata 48enne che stava passeggiando con il cane. Dal sacco, riferisce la stampa locale, spuntava una banconota e la donna si è avvicinata, scoprendo che all'interno erano stipate molte banconote da 50, 100 e 500 euro. Non ci ha pensato due volte, ha preso il sacco e lo ha consegnato ai Cc, che hanno avviato indagini.

sabato 2 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

Il pitbull dona il sangue e salva la cagnolina Sissy

Corriere della sera

La trasfusione era l'unica soluzione per guarirla. È riuscita a battere il secondo tumore


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Una cagnolina di 18 anni ammalata di tumore salvata grazie alla trasfusione di sangue di un altro cane. È successo a Treviglio, protagoniste la meticcia Sissy e la pitbull Sandy, cucciolona di 18 mesi. «Tutta la mia famiglia è molto affezionata a Sissy - racconta Omar Mozzi di Pagazzano, ma originario di Pontirolo -. Apparteneva a mia zia Andreina.

Le ha fatto compagnia per tanti anni e la zia prima di venire a mancare nel 2011 ce l'ha affidata. L'ho presa in casa io e da allora la curo. È una cagnolina anziana che ha i suoi ritmi, dorme molto e di certo se gli si lancia la palla non va a prenderla. Però è molto dolce e l'unica cosa che non le manca mai è l'appetito». Per questo la scorsa estate quando ha visto che Sissy non toccava la sua ciotola, Mozzi si è preoccupato. «Il veterinario le ha trovato un tumore alle mammelle e l'ha operata. Tutto sembrava andato bene ma di recente è tornata inappetente.

Durante un controllo le è stato trovato un altro tumore, un piccolo carcinoma al polmone che però non è operabile. Un pò per l'età di Sissy e un pò perché nel frattempo è diventata anemica». Il veterinario allora ha consigliato una trasfusione ma non esistendo un centro preposto per gli animali ci si è dovuti affidare al passaparola. Una soluzione non semplice perché la pratica di donazioni del sangue tra cani non è molto conosciuta. Finalmente la scorsa settimana è spuntato un donatore. Mercoledì scorso i due animali si sono ritrovati nell'ambulatorio di Treviglio dove è stata eseguita la trasfusione. «Già la sera Sissy era rinvigorita - assicura Mozzi -. Lo si è capito perché è tornata a mangiare».

Il veterinario Flavio Colombo Giardinelli che ha eseguito l'operazione, chiarisce dal punto di vista scientifico com'è andata la trasfusione: «È una pratica rara, ma non eccezionale. La difficoltà consiste soprattutto nel trovare il donatore. Non fa male all'animale. L'unico accorgimento è che la possono fare solo gli esemplari di taglia medio-grande, di almeno 20 chilogrammi di peso. Abbiamo trovato questa soluzione perché Sissy ha valori ematici molto bassi». Rispetto agli esseri umani i cani hanno la fortuna di non avere problemi di incompatibilità. «Esistono diversi gruppi sanguigni - continua il veterinario - ma gli antigeni si sviluppano dopo la prima trasfusione.

È a quel punto che si deve verificare con analisi di laboratorio la compatibilità, prima non è necessario. Sto cercando di rendere i miei clienti consapevoli dell'importanza che può avere la disponibilità di donatori. Può essere determinante per salvare un animale». La trasfusione da Sandy a Sissy però ha lasciato un segno anche nel dottore. «Faccio il veterinario da 30 anni - racconta Giardinelli - eppure vedere la solidarietà che si è creata tra i due animali mi ha colpito. Un cane supposto feroce per antonomasia che stava tranquillo e si faceva prelevare il sangue per aiutare un altro in difficoltà: è stato emozionante, una piccola lezione di vita».

P.T.2 febbraio 2013 | 10:05

La Grand Central Terminal di New York compie 100 anni

Il Messaggero
di Anna Guaita


NEW YORK – Compie cent’anni. E se l’aveste vista trent’anni fa, mai avreste pensato sarebbe arrivata a spegnere cento candeline, e con tanto splendore. Grand Central Terminal, la stazione ferroviaria nel cuore di New York compie oggi un secolo di vita, ma negli anni Settanta ci mancò poco che fosse demolita. 



CatturaSnobbata dai viaggiatori che oramai preferivano le auto e i jet, Grand Central aveva perso la sua eleganza neoclassica ed era diventata un antro puzzolente, rifugio di barboni e alcolizzati. Fu un comitato di illustri cittadini, guidati da Jackie Kennedy a ingaggiare una difesa a oltranza della storica stazione che serviva le linee ferroviarie verso il nord. I loro rivali erano un gruppo di investitori che volevano applicare anche a Grand Central il trattamento applicato a Pennsylvania Station, la gemella neoclassica della 33esima strada, da cui partivano i treni verso l’ovest e il sud. Penn Station, come si chiama oggi, è stata abbattuta nel 1962, e i suoi archi, le sue volte, le sue strutture in ferro battuto sono state sostituite da una scialba struttura in vetro e acciaio. Se Grand Central non ha fatto la stessa fine si deve all’impegno di quel gruppo di cittadini guidati da Jackie O.

Nel 1976, dopo un lotta che si era trascinata oltre dieci anni ed era finita sulla scrivania della Corte Suprema, Grand Central veniva salvata in quanto "monumento nazionale", e con la New York Public Library della 42esima strada, il Chrysler Building e l’Empire State Building, rimane uno dei grandi monumenti storici della città. A festeggiarla, oggi ,sono stati chiamati vip e musicisti, ma il primo discorso l’ha pronunciato Caroline Kennedy, figlia di Jackie e anche lei membro della Commissione che difende la stazione. Certo, Grand Central non è più la stazione grandiosa che negli anni Trenta-Cinquanta vedeva partire treni dai nomi romantici come “Il Lupetto”, “Il Ventesimo Secolo”, “Il Grande Postale”,che attraversavano l’America da un capo all’altro. Oggi è essenzialmente una stazione di pendolari.

Ma che pendolari! Il 93 per cento dei viaggiatori sui treni che fanno capo a questa stazione sono laureati, il reddito medio è fra i 90 e i 100 mila dollari, e l’età media 40 anni. Sono cioé i pendolari che arrivano dagli eleganti quartieri a nord della città, nel Connecticut, nel nord New York, Rhode Island, Massachusetts. Sono operatori di Wall Street, banchieri, pubblicitari, architetti, professori universitari. Non è un caso che nella stazione si siano moltiplicati i negozi di lusso che fanno affari d’oro: la Apple ha aperto il suo terzo negozio cittadino su uno dei terrazzi neoclassici affacciati sul grande salone centrale. All’altro capo, c’è il ristorante Cipriani. Lungo i corridoi laterali piccole boutique, e un supermercato alimentare ricco di ogni genere di leccornie. E nella sala sotterraea, ristoranti e caffè e il famoso, storico, imperituro Oyster Bar.

Tutto ciò è conseguenza del restauro che ha restituito alla stazione lo smalto dei primi anni. Un restauro che si è concluso negli anni Novanta, con grande soddisfazione delle aziende e degli alberghi circostanti, che hanno visto l’intera zona conoscere una nuova gioventù (il restauro è coinciso con la “pulizia” della 42esima strada e dell’area a luci rosse che si estendeva fino alla stazione degli autobus dell’ottava avenue). Grand Central Terminal sorge sulle ceneri di una vecchia stazione. Ne fu decisa la costruzione con un serie di binari sotterranei, quando finalmente vennero introdotti i treni elettrici, e si mandarono in pensione quelli a vapore. Ben 55 isolati di Park Avenue vennero coperti, mandando i binari 50 metri sotto la superficie della strada, e lasciando così la Avenue – fino ad allora puzzolente e malfamata – libera e pulita, e favorendo la nascita di palazzi eleganti e di un nuovo quartiere sofisticato ed esclusivo.

Nata per iniziativa del consorzio ferroviario “New York Central Railway” guidato dalla famiglia Vanderbilt (da qui la presenza ovunque del simbolo della ghianda, che è nello stemma della ricca famiglia), costata una cifra pari a due miliardi di dollari di oggi, rimane la più grande stazione del mondo quanto a numero di binari. Certo, molti sono profondamente sottoterra, e alcune banchine sarebbero pronte a una nuova ripulita, ma il cuore della stazione rimane il cuore pulsante della città. Nella grande sala centrale, che ha fatto da palcoscenico per film famosi come Intrigo Internazionale di Hitchcock, ogni anno milioni di newyorchesi e turisti si danno appuntamemto intorno al famoso orologio di Tiffany, e sotto la volta celeste che riproduce lo Zodiaco.

E’ vero che la sala è sempre attraversata da gente che va di corsa. Ma spesso lungo le scale (costruite a imitazione di quelle dell’Operà di Parigi) vedrete persone appoggiate alla balaustra, il naso per aria a studiare le stelle, o la macchina fotografica a immortalare il fiume umano che corre verso i binari. E qui vi sveliamo un piccolo segreto: ogni partenza in realtà avviene esattamente un minuto dopo l’orario indicato nei tabelloni. Una gentilezza verso i passeggeri, soprattutto quelli che devono acchiappare al volo un treno nei binari sotterranei.


Venerdì 01 Febbraio 2013 - 19:43

Aosta, neonati travolti da un'auto Il procuratore: "Arrestato per il pericolo di fuga" L'auto viaggiava a 70 chilometri orari

La Stampa

E' in carcere il ventunenne che ieri in corso Lancieri ha investito due donne con i loro figli di due mesi. E' in cella per la rapina di Sarre per la quale era stato lasciato a piede libero. Rollandin: "Sono stupito che gli sia stato permesso di fare una cosa del genere"

daniele genco stefano sergi


Cattura
''Temevamo che il soggetto potesse fuggire e per questo abbiamo richiesto il fermo giudiziario. Non e' assolutamente un provvedimento mediatico. E' stato mutilato giuridicamente, in quanto il quadro dell'indagato era cambiato''. Il procuratore capo di Aosta, Marilinda Mineccia, ha illustrato  le motivazioni del provvedimento restrittivo emesso nei confronti di Marius Pohrib, il romeno di 21 anni che ieri ha investito ad Aosta, sul marciapiede, due mamme con i rispettivi figli di pochi mesi. Intanto le condizioni del bimbo rimasto ferito in modo più grave sono stazionarie.

E' ricoverato in Neurochirurgia al Regina Margherita di Torino in prognosi riservata: è grave ma i medici sono ottimisti. I due bimbi sono stati travolti ieri, assieme alle mamme che hanno riportato solo poche contusioni, su un marciapiedi di corso Lancieri ad Aosta dall'Audi A3 guidata da Marius Pohrib, ventunenne di Aosta che una settimana fa aveva confessato di aver rapinato la tabaccheria di Sarre e per questa sua ammissione era stato denunciato ma in stato di libertà.

L'auto, una Audi A3, viaggiava a oltre 70 chilometri orari. È quanto emerge dai primi riscontri effettuati dalla polizia che si sta occupando delle indagini. «Una velocità sicuramente eccessiva - commentano gli inquirenti - per affrontare una curva a 90 gradi come quella dove è avvenuto l'incidente». L'urto è stato talmente violento che sono `scoppiati´ tutti gli airbag della vettura. «Ho saputo oggi dai giornali chi è l'investitore, sono scioccato» dice Maurizio F., padre della neonata di due mesi investita. «Se è vero - aggiunge Maurizio - che ha fatto una rapina e con la stessa auto con cui ha agito ha investito i miei cari, allora c'è qualcosa che non va». La piccola si trova ancora all'Ospedale Beauregard di Aosta: «È ancora sotto osservazione - spiega il padre - per i traumi alla testa e al braccio»

Nella tarda serata di ieri il procuratore capo, Marilinda Mineccia, e il sostituto Luca Ceccanti alla luce di quanto accaduto ieri hanno firmato un provvedimento di fermo giudiziario in carcere per Pohrib, ma con l’accusa di rapina, sempre riferita a quanto accaduto a Sarre. 
Marius Pohrib, 21 anni, origini rumene e residente ad Aosta, ha rischiato il linciaggio dopo aver travolto in auto, sotto effetto di cannabis (è risultato positivo all'esame in ospedale) i due bimbi e le rispettive mamme.mamme erano su un marciapiedi di corso Lancieri. La bimba è meno grave ed è ricoverata al Beauregard. Il ragazzo rumeno ha raccontato di aver perso il controllo dell’auto perché si è chinato a raccogliere la sigaretta caduta sul tappetino.

"Stupisce il fatto che ad una persona riconosciuta colpevole di rapina sia stato permesso prendere la macchina e, in questo modo, fare quel che ha fatto". Sull'incidente che ieri pomeriggio, a Tzamberlet di Aosta, ha coinvolto due bambini di pochi mesi, tuttora ricoverati in ospedale, interviene anche il presidente della Regione Augusto Rollandin: "Siamo sconvolti per questo episodio che, di fatto, ha macchiato anche un evento come la Fiera di Sant'Orso". Il presidente della Regione non nasconde le sue perplessità: "Purtroppo non abbiamo alcuna competenza nella vicenda. Noi facciamo l'impossibile per garantire la pubblica sicurezza, per fare in modo che tutto funzioni dal punto di vista della sicurezza, della viabilità e della tutela delle persone. Poi, per colpa di uno che non voglio nemmeno definire, si va a guastare tutto".

@lddio si racconta a La Stampa “Vi svelo il mio gioco del social”

La Stampa

Teologico, letterario e blasfemo: l’autore di uno dei profili più seguiti festeggia i suoi 100 mila followers @iddio


Cattura
«Dio è infelice perché non può far carriera», scriveva Stellario Panarello, ma aveva fatto i conti senza l’oste. Tenendo conto, infatti, che le vie del Signore sono infinite, si può facilmente teorizzare un Dio che sceglie di stare al gioco degli umani, che decide di partire da zero e che prova a farsi strada nella giungla dei social network senza trucchi e senza miracoli. Lo so, sembra assurdo, ma vi assicuro che quando c’è da passare l’eternità senza annoiarsi bisogna saper lavorare di fantasia.

Questo gioco un po’ teologico e un po’ blasfemo, infatti, il sottoscritto l’ha fatto davvero: era il 5 maggio 2011, ero su Twitter e cercavo di aprire l’account di Dio. Sulle prime non è stato facile trovare il nome giusto, perché il nome @Dio lo aveva già preso un giapponese, mentre @iddio era un account inattivo da due anni, che stava lì solo per rubarmi il nome. Alla fine, dopo qualche tentativo, ho salvato le apparenze mettendo una L minuscola al posto della i maiuscola: @Lddio. Un nome illeggibile, una seccatura, ma tanto su Twitter se vogliono trovarti ti trovano comunque, e infatti ha funzionato.

Cosa fa Dio su Twitter? Si lamenta della Chiesa, che oggi avrebbe bisogno di un bel corso di marketing e comunicazione; risponde alle grandi domande, tipo se è nato prima l’uovo o la gallina (per la cronaca, è nato prima l’uovo: tecnicamente è una grossa cellula); cerca di far capire ai fedeli che Dio non va trattato come una polizza di assicurazioni, né come il genio della lampada, ma piuttosto come una specie di personal trainer; infine la butta a ridere, gioca con la satira, cerca di dissacrare e prendere in giro, smontare la serietà eccessiva del mondo umano, magari dare anche qualche consiglio, ma senza esagerare, per non interferire con il libero arbitrio. Ah, gente, che invenzione il libero arbitrio: educa voi all’autodeterminazione, risparmia a me un sacco di noie, e mi fa fare anche bella figura.

E insomma, twitta oggi, twitta domani, Dio è arrivato a centomila followers, e che followers! Non mi lasciano in pace un momento, appena commetto qualche errore mi correggono, e mi sommergono di messaggi, menzioni, richieste. Avete presente la scena di “Una settimana da Dio” in cui Jim Carrey, nonostante l’onnipotenza, non riesce a rispondere alle mail dei fedeli? Le mie giornate sono così.
Ma bando alle ciance, mi sto dilungando troppo, e ho una promessa da mantenere: ho detto infatti ai fedeli che avrei rivelato al mondo lo scopo dei laureati in materie umanistiche.

 L’altro giorno l’instancabile Anna Masera mi ha fatto visitare la nuova redazione de La Stampa di Torino, con annesso museo (ragazzi, fateci un salto: è da vedere), e chiacchierando a cena abbiamo parlato di massimi sistemi del social network, di gestione dei profili e competenze varie. Potrebbe sembrare roba tecnica e noiosa, e invece no: gestire un profilo in un social network è solo in minima parte un lavoro che richiede competenze da informatici, da programmatori o da esperti del settore, i cosiddetti geek. Quello che serve in un social è saper giocare con le parole e le sfumature di significati, ovvero sensibilità letteraria.

Nei social si interpreta un ruolo, si comunica scrivendo in un certo modo (soprattutto evitando di scrivere le cose sbagliate), e interpretando e rispettando la coerenza del proprio personaggio, rendendolo interessante e carismatico. È un po’ come fare teatro, solo che qui non si recita con il corpo e con la voce, ma con la parola scritta, con le immagini da condividere, con i contenuti, seguendo quella che di fatto è una linea editoriale, e quello che occorre è dunque una sensibilità letteraria, non tecnica.

Avete capito, aziende? Se non sapete a chi far gestire i vostri profili social, ricordatevi che in questo paese ci sono migliaia di laureati in materie umanistiche, e sono loro che hanno il potenziale social, non (con tutto il rispetto) i programmatori e gli ingegneri. Sono i disoccupatissimi laureati in lettere che hanno dimestichezza con l’apparentemente frivolo mondo della letteratura e delle storie accattivanti, sono loro che hanno il know how necessario per creare un personaggio, metterlo in un social e dare un’anima, un volto umano alle aziende che lavorano con il web. Fateci un pensierino.

Detto ciò, rendo grazie a La Stampa per questo spazio, e rendo grazie a voi, attivissimi followers, per tutta la vostra fiducia, la vostra partecipazione e le vostre affatto inopportune continue richieste a qualunque ora del giorno e della notte. Quanto a te che mi stai leggendo adesso, per quanto le cose possano andarti storte, ricordati sempre che Dio non ti odia. Ti allena.

@Iddio

Francia-Google, c’è l’accordo sul pagamento agli editori

La Stampa

Stop al braccio di ferro durato mesi: un compenso ai siti web indicizzati e un fondo da 60 milioni per i media


Cattura
Nonostante l’imminente partenza per il Mali il presidente francese Francois Hollande è riuscito a piegare Google, il colosso americano del web, nella lunga diatriba legata alla remunerazione degli editori francesi da parte dei motori di ricerca. Al termine di un incontro a Parigi tra il capo dello Stato e il numero uno di Google Eric Schmidt - che ha messo la parola fine a oltre due mesi di difficili negoziati - l’Eliseo ha annunciato in particolare la creazione di un «fondo di 60 milioni di euro», interamente finanziato dal colosso americano, che avrà lo scopo di «facilitare la transizione della stampa verso il mondo digitale». Il consiglio di amministrazione del Fondo sarà composto da rappresentanti di Google, dell’editoria, ma anche da personalità indipendenti. Mentre il suo utilizzo sarà controllato da un organo esterno e indipendente. Il Fondo sarà aperto a tutti i siti di informazione generalista e politica.

«Il suo compito sarà di selezionare i progetti meritevoli che riceveranno un aiuto», spiega Marc Schwartz, il mediatore del governo francese per la trattativa con Google. L’accordo firmato a Parigi prevede anche un «partenariato commerciale» di una durata di cinque anni. Obiettivo? Aiutare la stampa a svilupparsi su internet, «accrescendo i suoi redditi on-line», ha precisato un portavoce di Google. Per Schmidt, quello firmato oggi è «un accordo storico, nell’interesse del popolo francese». «Meglio un accordo che una legge», ha aggiunto. Lo scorso novembre - nel corso di un incontro all’Eliseo - Hollande aveva lanciato un avvertimento al numero uno di Google, chiedendogli di aprire al più presto una trattativa con gli editori e giungere a una soluzione sul problema dei contenuti della stampa on-line, se non voleva incorrere nella temutissima `Google tax´.

La scadenza delle trattative era stata fissata in un primo tempo al 31 dicembre scorso, ma Parigi ha poi concesso un mese ulteriore per giungere a una soluzione. Per il ministro dell’Economia digitale, Fleur Pellerin, la somma di 60 milioni di euro è «molto soddisfacente. Non è una pura sovvenzione. È un aiuto alla trasformazione in modo che gli editori della stampa possano modernizzare i loro modelli economici». «L’insieme degli editori dell’informazione generalista e politica si rallegrano per l’accordo raggiunto con Google - afferma da parte sua Nathalie Collin, presidente dell’associazione degli editori che ha partecipato alla trattativa - questo accordo è una prima mondiale e consentirà agli editori (...) di andare avanti nella loro mutazione digitale».

Per molto tempo, gli editori francesi, italiani e tedeschi hanno fatto quadrato per chiedere di tassare il colosso di Mountain View, visto che grazie ai loro contenuti il gigante americano del web genera profitti colossali, senza contropartita.

Ruba il bancomat all'amico morente e preleva seimila euro: denunciato

Il Mattino

Vittima un 34enne ricoverato in ospedale. Il ladro è stato filmato metre effettuava l'ennesimo prelievo


Cattura
PADOVA - Ruba i soldi all'amico ricoverato in gravissime condizioni su un letto di ospedale. È stato scoperto e denunciato dai carabinieri della stazione di Castelfranco e denunciato per furto il 28enne A.T.B, immigrato ghanese. I carabinieri hanno anche avviato le pratiche per l'espulsione. Tutto è partito da una segnalazione all'assistente sociale dell'Uls 15 di Camposampiero e poi ai carabinieri di Castelfranco, per un ammanco sospetto dal conto corrente di un 34enne ghanese che sta lottando tra la vita e la morte in ospedale a Camposampiero. Il paziente straniero, che vive da solo a Piombino Dese, vista la sua situazione di necessità, ha come tutore l'assistente sociale che, insieme ad un altro amico, ha sporto denuncia ai carabinieri.

Proprio i militari dell'Arma si sono accorti che dal conto corrente del 34enne, nel giro di poche settimane, sono venuti a mancare quasi seimila euro grazie a una trentina di prelievi da istituti di credito di Castelfranco e di Resana. «Abbiamo ricevuto la denuncia a fine dicembre - ha spiegato il capitano Salvatore Gibilisco - e ci siamo messi subito al lavoro». Contattato l'istituto di credito, la Banca Popolare di Vicenza, e segnalato il bancomat sospetto, gli inquirenti si sono messi in attesa dell'ennesimo prelievo per passare all'azione. Prelievo che non si è fatto attendere, tre settimane fa: le telecamere hanno ripreso l'uomo mentre intascava il contante.

«Ci siamo accorti che si trattava di un giovane con precedenti, quindi fotosegnalato - hanno spiegato gli investigatori -. Ma ulteriori indagini hanno appurato che lo stesso A.T.B. è anche un amico del malato derubato e più volte è stato a casa sua a Piobino Dese. Per tutto questo, A.T.B è stato denunciato per furto ed ora quasi certamente sarà anche raggiunto da un provvedimento di espulsione, visto che il suo permesso di soggiorno è scaduto da tempo».

venerdì 1 febbraio 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

Paga l'Imu sul web ma versa 55mila euro anziché 556: colpa di due zeri

Il Mattino


Cattura
CAGLIARI - Due zeri in eccesso prosciugano il conto di una contribuente di Capoterra, in provincia di Cagliari. Stava versando l'Imu e anzichè pagare online 556 euro, ha posposto due zeri decimali e ha fatto partire con l'home banking un bonifico di 55.600 euro a favore del Comune di Capoterra quale seconda rata dell'imposta unica sugli immobili. Non appena si è accorta dello sbaglio, la donna ha chiesto attraverso una lettera inviata all'ufficio tributi, la restituzione della cifra accreditata per errore all'amministrazione.

Per risolvere il suo caso - come ha spiegato un consigliere comunale di Capoterra - è stata convocata d'urgenza la Commissione comunale Bilancio e Risorse. «Abbiamo affrontato il problema degli errati versamenti Imu, molto frequenti e del caso specifico della restituzione dei 55.600 euro - precisa Giuseppe Fiume, consigliere comunale dell'Udc - si tratta dei risparmi di una vita e quell'errore ha messo certo in forte difficoltà la famiglia».

Il problema dovrebbe essere risolto a breve. «I nostri Uffici stanno provvedendo alla restituzione - aggiunge Giacomo Mallus, presidente della commissione Bilancio e Risorse del Comune di Capoterra - chiederemo al Ministero delle Finanze di riconoscere l'errore. C'è da precisare che il fondo di riequilibrio dei trasferimenti dallo Stato prevede dei tagli dei trasferimenti in funzione delle Entrate Imu certificate dal Ministero delle Finanze.

Maggiori sono le entrate rispetto alla cifra prevista e maggiori tagli subiranno i Comuni. Un meccanismo da tempo denunciato dall'Anci che ha parlato dell' Imu definendola una riscossione dei Comuni per conto dello Stato. Il meccanismo del taglio dei trasferimenti in relazione al fondo di riequilibrio va rivisto anche in funzione di errori come questo».

venerdì 1 febbraio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05

Morto solo in casa, nessuno lo cerca per due anni. Resti scoperti per caso

Il Mattino


Cattura
LONDRA - Simon Allen viveva a Brighton, beveva troppo ed era un solitario. Tanto solitario da morire fra l'indifferenza generale. Alla fine del 2010 è caduto nel suo appartamento dietro una poltrona, senza vita. L'hanno scoperto qualche giorno fa gli uomini delle pulizie. L'uomo, un cinquantenne che tutti evitavano e non aveva rapporti con la famiglia, era tenuto a distanza dai vicini di condominio perché beveva e dava fastidio. Così quando hanno smesso di vederlo a dicembre del 2010, non si sono preoccupati.

Oggi raccontano che, "per qualche tempo c'è stato un odore di muffa sul pianerottolo". Era il corpo di Simon che si decomponeva nel disinteresse generale. La scoperta dei resti, un mucchio di ossa, è avvenuta qualche giorno fa perché il padrone di casa, dopo due anni di solleciti per il fitto arretrato, ha deciso di mandare una squadra di uomini a sfondare la porta per cambiare la serratura e mettere in strada mobili e abiti dell'affittuario inadempiente. Gli uomini sono entrati, hanno iniziato a portare via i mobili e hanno scoperto, coma racconta il Daily Mail, lo scheletro dell'uomo dietro una poltrona. Laddove era caduto due anni fa morendo senza che nessuno se ne accorgesse.

venerdì 1 febbraio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05

Australia: è ora di cambiare bandiera?

Corriere della sera

Nella nuova versione proposta, un boomerang rosso e le 250 lingue e dialetti dei nativi. Obiettivo, disfarsi del retaggio coloniale

Blu, con l’Union Jack britannico, sul quadrante a sinistra, circondato dalla stella del Commonwealth e, sulla parte che sventola, la Croce del Sud. Questa è la bandiera dell'Australia che siamo abituati a vedere. Un vessillo che sottolinea il forte legame dell'ex colonia con la Gran Bretagna. Concepita all'inizio del 1900, ma adottata come bandiera ufficiale solo nel 1954, impiegò un'altra decina d'anni a rimpiazzare completamente l'Union Jack nella coscienza pubblica.

Cattura
EMANCIPAZIONE - Da tempo, però, si è acceso il dibattito sull'opportunità di emanciparsi dall'eredità britannica, rivalutando le radici e la cultura aborigena. Da qualche anno, la discussione sui rapporti fra la «Lucky Country» e la ex Madre Patria coinvolge anche il principale simbolo dell'identità della nazione. Un gruppo di attivisti denominato «Ausflag», fa pressioni perché una nuova bandiera venga adottata almeno per gli eventi sportivi - in modo che gli atleti australiani non vengano confusi con altri di Paesi che pure hanno il simbolo britannico nel proprio vessillo. E ha proposto un telo in cui dominano verde, oro, blu e bianco.

IL BOOMERANG - La proposta più recente viene da uno storico australiano di formazione militare, John Blaxland, che ha appena disegnato una nuova versione della bandiera, assurta a una discreta fama dopo essere stata pubblicata sul sito del Telegraph. Il disegno include una grande stella con 250 macchie, a rappresentare tutte le lingue e i dialetti dei nativi e degli immigrati, oltre a un boomerang rosso. Un'eco della Union Jack rimane nella striscia bianca che divide in due il campo. Un compromesso, che affonda nelle radici della nazione e cerca di non scontentare nessuno.

«REVISIONE» - La questione si era già posta in passato, quando un Primo Ministro Federale, Paul Keating, aveva detto che «l’espressione della sovranità australiana non si potrà mai dire completa finchè nella bandiera nazionale sarà presente la bandiera di un altro Paese». In base a sondaggi recenti, è oggi maggioritaria la posizione che vorrebbe l’espulsione dell’Union Jack dal vessillo nazionale. Una «revisione» che mette in discussione anche l'inno nazionale e il «sorry» pronunciato dagli aborigeni.

LE HAWAII - Nella finestra dei commenti aperta sul giornale britannico, gli interventi vanno dal sarcasmo («Sembra un grande Pac Man intento a mangiarsi qualcosa») a suggerimenti più sensati («Fate creare qualcosa ai giovani, uscirà un'idea migliore»). C'è qualche giudizio positivo, e bocciature da parte dei più legati alle tradizioni. E c'è chi sposta l'obiettivo, chiedendosi quando toccherà ad altri Paesi indipendenti, come le Hawaii o le Fiji, scegliere tra retaggio coloniale e continuità storica.

Antonella De Gregorio
1 febbraio 2013 | 19:41

WhatsApp a pagamento, ma solo per chi non ha l'iPhone

Il Messaggero
di Federico Rocchi


Cattura
L’oramai tradizionale fermento in salsa internet si è scatenato per una notizia apparentemente dirompente: la popolare applicazione di messaggistica per smartphone WhatsApp, nata dall’ingegno di due sviluppatori fuoriusciti da Yahoo!, diventa a pagamento. Secondo molte fonti sarebbe addirittura in atto una vera rivolta degli utenti, un boicottaggio seguito da migrazione verso altre applicazioni. Basta un rapido giro di mouse, però, per tranquillizzare gli affezionati utenti del servizio, nulla è cambiato rispetto a quanto pattuito in precedenza, è in atto un evidente malinteso circa la gratuità di WhatsApp che va compresa distinguendo innanzitutto il costo dell’applicazione dal costo del servizio, evidentemente legato al tempo di utilizzo, ed anche in funzione del sistema operativo che si usa.

Ogni smartphone dipende dal relativo “store on line” che è naturalmente libero di fare la propria politica di marketing. WhatsApp per terminali Apple è in questo momento in vendita nel negozio iTunes al prezzo di 0,89 euro. La stessa applicazione, che consente di usufruire dello stesso servizio, è invece in vendita negli altri negozi dedicati agli altri sistemi operativi a costo zero, è gratis. C’è quindi una differenza fra gli utenti Apple e tutti gli altri e non è una novità sgradita, l’affezionato Apple ha sempre un servizio “pensato differentemente”.

COSTI DIFFERENZIATI 

Anche per quanto riguarda il costo del servizio annuale, dopo un primo periodo di 12 mesi gratuiti di prova, che appare chiaramente indicato nei negozi Android, Blackberry, Nokia (Symbian) e Windows Phone, c’è differenza fra Apple e resto del mondo. Nella pagina di iTunes manca questa informazione e non è un caso: sui terminali Apple si paga il programma ma non si paga il servizio, sullo schermo di iPhone appare, infatti, “validità illimitata” (fino a revisione del servizio, naturalmente). In tutti gli altri casi, invece, il costo annuale del servizio WhatsApp è esplicitamente indicato in 99 centesimi di dollaro, equivalenti a 73 centesimi di euro al tasso di cambio euro/dollaro 1,3569/1 del 30 gennaio 2012.

UN ANNO DI SUCCESSO
  Il crescere della protesta di alcuni utenti, poco attenti alle informazioni da leggere prima dell’acquisto, giunge in queste ore probabilmente perché sta per terminare il periodo di prova gratuito, WhatsApp è diventata molto popolare proprio un anno fa. Fortunatamente, a ben vedere, stavolta il danno non è poi così grave, esistono clausole vessatorie scritte in piccolo molto peggiori. Al comparire del messaggio che informa della prossima scadenza del periodo di prova si può anche dire di no e magari passare ad un altro programma gratuito, oppure spendere pochi centesimi, una cifra concorrenziale con il costo spropositato della tradizionale messaggistica sms.


Giovedì 31 Gennaio 2013 - 10:59
Ultimo aggiornamento: 11:00

L'ultima maratona del campione centenario

Corriere della sera

L'inidiano Fauja Singh, 101 anni, soprannominato «Tornado Turbaned» correrà a Hong Kong

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All'etá di 101 anni Fauja Singh, nato nel Punjab, in India, ha deciso di appendere le scarpe da corsa al chiodo: la «Hong Kong Marathon», che si correrà il prossimo 24 febbraio, sarà la sua ultima gara. Singh ha guadagnato gli onori della cronaca perchè ha deciso di iniziare a correre le maratone all'età di 89 anni, una sorta di valvola di sfogo per superare la perdita della moglie e di un figlio. E nel 2011 è entrato nel Guinness dei primati come il più anziano maratoneta partecipando all'etá di 100 anni alla 42 chilometri di Toronto. I suoi segni distintivi durante le gare sono il turbante e la barba lunga, che gli hanno fatto guadagnare il soprannome di «Tornado Turbaned».

RECORDMAN - L'arzillo atleta ha battuto tutti i record per la sua fascia di etá e nel 2004 ha partecipato alla staffetta per portare la fiaccola olimpica ad Atene. Per Singh il suo successo è da addebitare ad uno stile di vita sano, niente fumo o alcool, una dieta vegetariana e un allenamento quotidiano compreso tra gli 8 e 16 chilometri. La sua passione per la corsa, nata fin da quando era un contadino del Punjab, è diventata un hobby dopo il suo trasferimento in Gran Bretagna, negli anni '60. Poi, 13 anni fa, la passione per le maratone che ha potuto coltivare, con successo, fino ad oggi.

Redazione Online1 febbraio 2013 | 22:35© RIPRODUZIONE RISERVATA