sabato 2 febbraio 2013

La scimmietta nello spazio? «Un falso»

Corriere della sera

Giorni fa Teheran aveva celebrato il «grande successo», ma da un confronto di foto sembra che si tratti di due animali diversi

La scimmietta dopo il lancio (a sinistra) e prima del lancio

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MILANO - Trova le differenze: appena qualche giorno fa, l'Iran aveva celebrato il «grande successo» della sua ultima missione spaziale. La tv aveva mostrato le foto della capsula Pischgam (pioniere) con una scimmia a bordo. Il vettore aveva infatti raggiunto l'altezza prevista, tornando a Terra con l'animale vivo. Un importante passo in vista del primo lancio di astronauti (umani) previsto entro il 2020, aveva sottolineato con toni trionfanti l'Agenzia spaziale iraniana. Missione riuscita dunque? Non proprio: ora si scopre che quell’animale non sarebbe mai volato nello spazio.

IL VIAGGIO NELLA CAPSULA - L'Iran, secondo le parole di Mahmoud Ahmadinejad, si considera «la quinta o sesta maggiore potenza missilistica al mondo» ed esalta ogni volta gli «straordinari risultati» in campo militare e spaziale. Così è accaduto anche qualche giorno fa: Teheran ha infatti avvertito il mondo che una capsula spaziale aveva raggiunto i 120 km di altezza e la scimmietta inchiodata nella capsula era rientrata sana e salva. Ma ci sono dei dubbi. Sono i giornali inglesi, dal Times al Telegraph, a mettere a confronto due immagini che sembrano ritrarre due scimmie diverse. Prima del lancio la Fars, l'agenzia stampa ufficiale iraniana, aveva diffuso diverse immagini della scimmietta, con una caratteristica escrescenza rossa sopra il sopracciglio destro. Tuttavia, durante la trionfante conferenza stampa organizzata al ritorno dal presunto viaggio, la scimmietta mostrata ai reporter non aveva quel segno particolare.

SCIMMIA-EROE - Un falso? Le immagini della "scimmia-eroe" (alla quale al ritorno era stato messo addirittura un mini smoking), «sembrano molto diverse dalle immagini filmate prima della partenza del vettore», spiega al Telegraph Yariv Bash, capo di Space Israel, una organizzazione no-profit che progetta il lancio di un razzo israeliano sulla Luna. Sottolinea Bash: «Questo vuol dire che la scimmietta che è partita è morta di attacco di cuore dopo il lancio o che l'esperimento non è andato tanto bene». Insomma, sospettano degli esperti israeliani, il viaggio nello spazio non si sarebbe mai verificato (il lancio, oltretutto, non è stato nemmeno trasmesso in diretta tv).

TEORIE - Un’altra ipotesi è che sia avvenuto senza equipaggio. Michael Elleman, esperto iraniano che lavora presso l'International Institute for Strategic Studies (un think tank britannico), ha detto che «non c'è alcuna conferma indipendente esterna all'Iran che il lancio abbia avuto luogo, né che la navetta ospitasse una scimmia, tantomeno che la scimmia sia sopravvissuta». Già nel febbraio del 2010 l'Iran aveva spedito nello spazio un topo, tartarughe e insetti. Un primo tentativo con una scimmia in una capsula, nel 2011, era però fallito, avevano indirettamente ammesso le autorità, senza tuttavia fornire spiegazioni.

IL SUPER CACCIA - La comunità internazionale guarda da sempre con grande sospetto e scetticismo al programma spaziale iraniano: teme che Teheran possa celare la messa a punto di missili a lungo raggio armati di testate nucleari. Sabato, in occasione delle celebrazioni per il 34esimo anniversario della rivoluzione islamica del 1979, il presidente iraniano Ahmadinejad ha presentato, il nuovo caccia Qaher 313 (Conquistatore 313), un aereo da combattimento interamente prodotto nella Repubblica islamica. Il caccia, definito dalla autorità iraniane come uno dei più avanzati al mondo, sarebbe molto simile all'americano F/A-18 di McDonnell Douglas, dal 1983 noto come Hornet e dal 1999 Super Hornet.

Elmar Burchia
2 febbraio 2013 | 13:13

Falsi Caravaggio, la giunta di Milano ora chiede i danni

Il Giorno
di Giulia Bonezzi


Dopo la «scoperta» al Castello



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Milano, 2 febbraio 2013 - Dall'Ebook alle carte bollate il passo non è stato breve. A quasi sette mesi dall’uscita del «Giovane Caravaggio - Le cento opere ritrovate»la giunta di Milano ha deliberato che il Comune farà causa civile per risarcimento danni>«in relazione alla vicenda» deflagrata quando Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, con quel doppio volume venduto su Amazon e poi su Lulu.com, annunciarono d’aver scoperto la mano del Merisi in quasi un centinaio dei 1.378 disegni del Fondo intitolato al suo maestro Simone Peterzano, custodito nel Gabinetto del Castello Sforzesco.

Attribuzione «proclamata e infondata», precisa in una nota Palazzo Marino, che procede per danno d’immagine. Non li porta in tribunale per aver detto che i disegni sono di Caravaggio; l’azione legale «è motivata dall’utilizzo di espressioni diffamatorie», «amplificate dal clamore mediatico delle testate giornalistiche di tutto il mondo, che hanno leso l’immagine del Comune e offeso la professionalità dei dipendenti comunali preposti alla tutela dei beni culturali della città». In quei giorni di luglio, quando la storia faceva davvero il giro del mondo, Palazzo Marino taceva e gli storici dell’arte con poche eccezioni stroncavano la loro «scoperta»,

Curuz e Fedrigolli la difesero come leoni. Anche dall’accusa di non aver mai visto i disegni dal vivo, ma solo le riproduzioni in bassa risoluzione. E quando la conservatrice del Gabinetto disse che da lei quei signori non si erano mai presentati, Curuz la esortò a dimettersi («È in malafede», «Era seduta su Caravaggio e non se n’è accorta»), aggiungendo d’aver visitato «diverse volte gli archivi», «fuori dall’orario di ufficio, accompagnati da altre persone» e con l’aiuto «di un funzionario d’alto livello». Le sue dichiarazioni sono state oggetto di una indagine interna, giunta alla conclusione che quelle visite notturne «non sono mai avvenute», ha detto l’assessore alla Cultura Stefano Boeri a metà dicembre.

Quando il comitato scientifico composto da funzionari, esperti di disegno arrivati da Washington e dal British Museum e studiosi di Caravaggio come Giulio Bora e incaricato dal Comune di esaminare la «scoperta» di Curuz e Fedrigolli, ha concluso che nessuna delle loro quasi cento attribuzioni regge ai canoni scientifici richiesti dalla critica d’arte. E ha risposto a mezzo mostra, esponendo i quasi cento diventati famosi col titolo «Simone Peterzano (ca 1535-1599) e i disegni del Castello Sforzesco», gratuita e fino al 17 marzo al Castello.

In un mese e mezzo l’hanno vista 7500 persone («Un record»), e tra loro Vittorio Sgarbi, che è stato quasi l’unico ad apprezzare, e fin dall’inizo, l’intuizione e il metodo di Curuz e Fedrigolli. Anche adesso li difende: «Il comitato scientifico notoriamente è composto da persone di varia competenza, alcune delle quali si comportano come fossero totalmente prive di occhi». Però ha apprezzato anche la mostra, che «secondo me non sconfessa i due studiosi, anzi li legittima, dimostrando che hanno scelto un buon terreno sul quale indagare: ho visto almeno 15 disegni che potrebbero essere di una mano diversa, e migliore, di quella di Peterzano. Anche senza la certezza che sia quella di Caravaggio, hanno aperto la strada a un legittimo dubbio. E trovo il loro metodo provocatorio molto meno meritevole d’indignazione dell’idea di Boeri di portare la Pietà Rondanini dal Castello a San Vittore».

giulia.bonezzi@ilgiorno.net



Disegni del Fondo Peterzano: gli esperti divisi sull'attribuzione a Caravaggio

Il Giorno


Milano, botta e risposta degli studiosi dopo la notizia del ritrovamento di cento disegni del pittore lombardo conservati al Castello Sforzesco

Milano, 6 luglio 2012 - Continua la polemica dopo l’annuncio della scoperta di cento disegni attribuibili al giovane Caravaggio custoditi nel Fondo Peterzano.


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L'OPINIONE DI GIOVANNI PAPI
 
Attribuire un disegno a Caravaggio è molto difficile non esistendo disegni del grande pittore lombardo. Lo afferma all’Adnkronos Gianni Papi, tra i massimi studiosi del Merisi e della sua cerchia, curatore della grande mostra fiorentina del 2010 su Caravaggio e autore di numerosi saggi, commentando la notizia del ritrovamento di cento disegni attribuibili, secondo due studiosi, a Caravaggio.

‘’Il fondo del Peterzano, custodito al Castello Sforzesco di Milano, era a conoscenza di molti studiosi. Ma come si fa - sottolinea Papi - a fare delle attribuzioni se non ci sono disegni ufficiali di Caravaggio? Alcuni disegni del fondo sono stati presi in considerazione, ma nessuno studioso si è mai azzardato ad attribuirli con certezza a Caravaggio.

Non ci sono elementi per fare attribuzioni, non essendoci disegni di riferimento. È chiaro che Caravaggio ha disegnato quando era nella bottega di Peterzano, fa parte del curriculum di un artista. Ma poi ha deciso di non fare più disegni nel modo tradizionale, come faceva un pittore all’epoca. O almeno, noi non conosciamo disegni’’.Accettare quindi come vera l’attribuzione a Caravaggio di queste opere è difficile, secondo Papi. ‘’Si possono cambiare le proprie idee se ci sono prove decise - ribadisce lo studioso - ma è difficile accettare che il Merisi abbia utilizzato come modelli per tutta la sua carriera gli eventuali disegni fatti quando era allievo nella bottega di Peterzano’’. Perché è per lo più Caravaggio il protagonista di sempre nuove attribuzioni? Il ‘Sant’Agostino’ di qualche anno fa, il ‘Martirio di San Lorenzo’ dell’anno scorso, tutte poi rivelatesi sbagliate. ‘’Perché in questo momento è il pittore più famoso e più studiato al mondo. Occupandosi di Caravaggio - conclude Papi - si suscita l’interesse della comunità, non solo scientifica ma anche del grande pubblico’’.

GLI AUTORI DELLA SCOPERTA
 
‘’Chi attacca in modo capzioso dimostra malafede e incapacità di leggere le opere di cui è depositaria. Per cui l’atto conseguente è che si dimetta’’. Maurizio Bernardelli Curuz, con Adriana Conconi Fedrigolli a capo dell’equipe di studiosi che ha rinvenuto nel Fondo Peterzano del Castello Sforzesco 100 disegni da loro attribuiti al giovane Caravaggio, risponde così all’ANSA ai commenti espressi oggi sul Corriere della Sera e al Tg1 delle 13.30 da parte dei responsabili del Gabinetto Disegni, che dimostravano forti dubbi sull’esito dell’indagine e su come sarebbe stata condotta. Se l’ex-direttrice delle Raccolte d’Arte del Castello Maria Teresa Fiorio si è detta molto perplessa, l’attuale Francesca Rossi ha dichiarato di non aver mai visto in sala studio i due studiosi, ammettendo solo un contatto un anno fa per per richieste fotografiche.

‘’Noi rispettiamo gli studiosi del Castello Sforzesco che hanno funzione di conservatori e non possono dedicarsi pienamente alla ricerca - ha aggiunto Bernardelli Curuz - ma le loro sono solo dichiarazioni faziose, campate in aria, volte solo a gettare discredito’’. ‘’Di fronte alla loro debacle nell’ambito della ricerca - ha ribadito Bernardelli Curuz - forse farebbero meglio a rassegnare le dimissioni’’.

In Italia crollano le unioni miste

La Stampa

Dopo il boom degli ultimi anni si inverte la tendenza: tra gli stranieri diminuiscono i matrimoni e aumentano separazioni e divorzi

francesca paci
roma


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Emblema dell’integrazione compiuta le unioni miste sono la cartina di tornasole della società aperta. Laddove, come in Francia, gli stranieri sono già alla terza se non quarta generazione, la mescolanza è routine a scuola, all’università, nei luoghi di lavoro, nelle fasce sociali alte come in quelle meno agiate, in tv ma anche tra gli impiegati dell’ufficio postale: e quando le persone s’incontrano nascono nuove relazioni, amicizie, amori.

L’Italia che si è trasformata solo recentemente in un paese d’immigrati (fino alla metà degli anni ’70 eravamo ancora un paese d’emigrati) ha scoperto il fenomeno unioni miste solo all’inizio del nuovo millennio fa raggiungere però rapidamente (i dati si riferiscono al 2010) quota 17 mila matrimoni misti (il 7,9% del totale) e 27 mila nascite (il 5,2%). Adesso - probabilmente complice la crisi economica che mette alla prova anche le unioni tra anime speculari - sembra che il trend si sia arrestato. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes Italia 2013 le nozze tra italiani e stranieri (nella maggioranza dei casi, 14.215, un uomo italiano e una straniera e soprattutto nelle regioni settentrionali) hanno subito un calo drastico nel triennio 2008-2010.

«Sono in aumento le separazioni e i divorzi tra la popolazione straniera – si legge nel rapporto – nel primo caso si passa dal 7,1% del 2008, all’8,1 del 2010. Nel caso dei divorzi, si passa dal 6% del 2008, al 7,7% del 2010». L’integrazione ha raggiunto il suo punto critico? Più probabile che si tratti di un processo che avanza lentamente, un passo avanti e due indietro. Al di là della retorica buonista e multietnica infatti, i problemi nelle unioni miste sono tutt’altro che irrilevanti. A cominciare dalla religione, che in particolare quando si tratta dell’islam impone all’uomo non musulmano la conversione in virtù della regola secondo cui la fede passa per via paterna. Poi c’è il rendimento scolastico dei figli di coppie miste che, a giudicare da un’indagine di Neodemos , risulta inferiore rispetto agli italiani ma superiore rispetto ai bambini di genitori stranieri. Infine, parola d’Eurispes, la coppia che scoppia incartandosi anziché rafforzandosi sulle differenze. 

Maradona, l'Agenzia delle entrate: il debito non è estinto. La sentenza smentisce i legali

Il Messaggero

I giudici tributari: la definizione non vale per il pibe de oro. La sentenza smentisce i suoi legali

ROMA - Diego Armando Maradona non ha definitivamente vinto la sua battaglia con il fisco italiano, come dicono i suoi legali.Nuova tappa nell'ormai trentennale contenzioso che oppone l'ex campione del Napoli all'Agenzia delle entrate.




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Il fisco italiano aveva chiesto a Maradona circa 40 milioni di euro, che secondo i suoi legali ora non sono più dovuti. Il calciatore, sostengono ancora gli avvocati, potrà quindi «tornare in Italia da uomo libero». Questa è almeno la versione data all'agenzia Ansa dall'avvocato Angelo Pisani, che ha assistito il pibe de oro insieme all'avvocato Angelo Scala. Una tesi smentita però da una sentenza dei giudici tributari.

La Commissione Tributaria Centrale, ha sostenuto ancora il legale
, ha confermato la nullità, anche per Maradona, degli accertamenti fiscali eseguiti sul finire degli anni '80 a carico della Società Sportiva Calcio Napoli e di suoi tesserati stranieri - oltre al fuoriclasse argentino, anche i brasiliani Careca e Alemao - per compensi pagati a società estere per lo sfruttamento dei diritti di immagine.

La Commissione Tributaria, sempre secondo i legali di Maradona,
ha inoltre evidenziato l'estinzione per condono dei giudizi fiscali a carico del Napoli e, di conseguenza, a carico di Maradona e dei due brasiliani in maglia azzurra in quegli anni. «Maradona - ha detto l'avvocato Pisani - è finalmente libero dall'incubo del fisco e dalle strumentalizzazioni a suo carico e ha dato mandato di agire in giudizio nei confronti dell'Agenzia delle Entrate e dell'Agente di riscossione per chiedere il risarcimento dei danni personali, all'immagine, patrimoniale e da perdita di chance subiti in questi anni di persecuzione con cartelle pazze: risarcimento per una somma quanto meno equivalente alla stessa pretesa ingiustamente addebitatagli, e cioè 40 milioni di euro».

«La Commissione tributaria centrale non ha annullato, né dichiarato estinto, né modificato il debito che il signor Diego Armando Maradona ha con l'erario italiano», afferma invece l'Agenzia delle Entrate, che anzi sottolinea come sia stata «rigettata» la richiesta di adesione al giudizio sul Napoli avanzata dal calciatore.

Le Entrate hanno poi annunciato che valuteranno di «avviare azioni legali, anche in sede civile, a tutela della propria immagine» per la «reiterata diffusione di notizie inesatte» da parte dei legali dell'ex giocatore che «di fatti che non rispecchiano la posizione dell'Agenzia» né gli obblighi di Maradona.

La chiusura della controversia da parte del Napoli Calcio, precisa ancora l'agenzia «non comporta la definizione automatica degli obblighi del calciatore Maradona, la cui obbligazione tributaria deve essere soddisfatta in base alla propria aliquota marginale», è scritto nel testo della sentenza oggi al centro del confronto tra fisco e l'avvocato di Maradona.

Il testo della sentenza motiva il rigetto dell'intervento avanzato dagli avvocati di Maradona che - viene ricostruito - sostenevano che l'obbligo tributario del calciatore fosse «necessariamente collegato a quello del SS Calcio Napoli: per cui la definizione della controversia fiscale nei confronti della società avrebbe comportato automaticamente anche la definizione della propria causa».

«La tesi - spiegano i giudici tributari - non appare condivisibile». Questo per più di una ragione. Il calciatore - viene spiegato - «è rimasto estraneo al giudizio perché non ha impugnato l'avviso di accertamento notificatogli, cosicchè l'obbligazione tributaria nei suoi confronti si è consolidata. Ne deriva che siamo fuori dall'ipotesi di cui alla sentenza della corte di Cassazione n 255 del 2012». Vengono quindi evidenziate le differenze tra il caso del calciatore e quelle previste dalla Corte di Cassazione. I magistrati tributari, poi, rilevano «che la definizione della controversia nei confronti della società, in forza di una norma di condono, ha natura soggettiva e non può riflettersi sugli obblighi di altri soggetti: la decisione della controversia nei confronti della società non implica un accertamento in fatto di cui possa beneficiare il contribuente».

«Né i condoni della società - rincara la dose la sentenza - può estendersi al calciatore che avrebbe potuto a sua volta accedere al condono, se avesse ritenuto di contestare tempestivamente l'accertamento». La sentenza quindi non lascia dubbi: «il condono definisce soltanto le obbligazioni tributaria del contribuente che ne faccia richiesta. Rispetto a tale situazione il Maradona non ha titolo per invocare alcuna estensione del giudizio». «Peraltro - conclude poi la sentenza nella parte relativo al Pibe de Oro - la definizione della controversia del sostituto (nella specie la S.S.Calcio Napoli) anche quando abbia ad oggetto la stessa materia imponibile, non comporta la definizione
automatica degli obblighi del sostituto (nella specie il calciatore Maradona), la cui obbligazione tributaria deve essere soddisfatta in base alla propria aliquota marginale, a differenza del sostituto d'imposta che deve effettuare la ritenuta nella misura fissa stabilità dal legislatore».

La controreplica. Il legale di Maradona conferma la propria tesi e sostiene che, nonostante dal testo del dispositivo emerga che il ricorso dell'ex calciatore è stato respinto, vi sarebbero contenuti effetti positivi anche il «Pibe de Oro». «Per ora - scrive l'avvocato in una nota - secondo l'ultima sentenza dei giudici tributari, anche Maradona è libero dall'accertamento fiscale definitivamente annullato, oltre che oggetto di condono. Smentisco categoricamente il tentativo da parte dell'Agenzia delle entrate di interpretare diversamente il contenuto del dispositivo della sentenza e di cercare di nascondere la verità posticipando una realtà che alla luce della confermata sentenza del 1994 e della sentenza del 29 gennaio 2013 risulterà prestissimo evidente». «A questo punto - prosegue la nota - presenteremo tutta la documentazione alla Procura della Repubblica per accertare la veridicità degli atti e dei fatti e di tutte le violazioni in danno di Maradona».



Venerdì 01 Febbraio 2013 - 07:25
Ultimo aggiornamento: Sabato 02 Febbraio - 10:08

L'assessore in ritardo all'appuntamento Salta l'affare milionario con lo svizzero

Gianpaolo Iacobini - Sab, 02/02/2013 - 13:12

L'imprenditore svizzero si è indispettito ed è ripartito. Il politico: "Lo avrei ricevuto se solo avesse avuto pazienza"

L'imprenditore svizzero arriva puntuale, l'assessore tre ore dopo. E per la Sicilia sfuma un investimento da milioni di euro.


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Italia e Svizzera sono unite dallo stesso fuso orario. Probabilmente, solo da quello. Perché la storia che arriva in cronaca dall'Isola avrebbe dell'incredibile, se non fosse vera. E sembra testimoniare del divario culturale che ancora esiste tra il Belpaese e il resto d'Europa. Il racconto prende le mosse dalla stizzita denuncia di Giuseppe Pizzino, self mate man siculo che dal nulla ha tirato su a Brolo una fabbrica di camicie e subito diventata marchio di moda. Il suo sogno? Creare un polo cotoniero a Gela. Un imprenditore svizzero settantenne, a capo di una multinazionale con diecimila dipendenti, sposa l'iniziativa. L'operazione sembra cosa fatta. Il 29 gennaio l'uomo d'affari elvetico sale su un aereo: alle 12 ha appuntamento a Palermo, insieme a Pizzino, con l'assessore regionale all'agricoltura Dario Cartabellotta. I due, arrivano puntuali, ma del loro interlocutore nessuna traccia.

Solo dopo un'ora e mezza, racconta Pizzino, «ci viene incontro il capo di gabinetto, e ci informa che l'assessore non avrebbe presenziato, poichè trattenuto da altri impegni». L'attempato settantenne, senza batter ciglio, si alza, saluta e corre via, verso l'aeroporto. «Lo avrei ricevuto se solo avesse avuto pazienza. Un'emergenza mi ha costretto ad allontanarmi. Possibile che questo svizzero avesse tutta questa fretta di prendere l'aereo? Non so nemmeno chi fosse», ha poi fatto sapere Cartabellotta. Ma Pizzino già annuncia un'azione risarcitoria in sede civile, anche per il danno d'immagine. Perché in effetti non sarebbe una bella figura, per l'Italia, dover ammettere davanti al mondo intero d'aver rinunciato ad investimenti milionari perché loro sono svizzeri e puntuali e noi, semplicemente, italiani.

Il matrimonio per procura della LollobrigidaUna pensionata spagnola smentisce la storia

Corriere della sera

Maria Pilar Guimera Gabilondo: «Mi ha chiesto di sostituirla in chiesa perché voleva tenere il matrimonio segreto»
Nuova puntata sul matrimonio contratto a sua insaputa da Gina Lollobrigida. Qualche giorno fa l'attrice aveva denunciato di essere stata truffata dal suo ex compagno Javier Rigau y Rafols e di aver scoperto di essersi sposata per procura. Venerdì scorso il Daily Telegraph ha pubblicato un’intervista con Maria Pilar Guimera Gabilondo, la donna che avrebbe rappresentato l'indimenticabile interprete di «Pane, amore e fantasia» alle nozze del 2010. Rintracciata nella sua casa di Barcellona, la pensionata settantaduenne non solo conferma che “la Lollo” le avrebbe chiesto di sostituirla durante la cerimonia nuziale, ma afferma di aver anche accompagnato l'attrice e il suo ex compagno dal notaio per firmare i documenti legali.

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AMICA DI VECCHIA DATA - La signora Guimera spiega di essere un'amica di vecchia data della famiglia di Javier e di conoscere molto bene Gina Lollobrigida: «Mi ha chiesto di sostituirla in chiesa perché voleva tenere il matrimonio segreto e lontani i giornalisti - ha dichiarato al quotidiano londinese la pensionata - Mi ricordo che il prete ha scherzato dicendo che avrebbe preferito che la vera Gina Lollobrigida fosse lì perché quando era adolescente s'innamorò perdutamente di lei dopo averla vista in un film». La settantaduenne sostiene anche che alle nozze erano presenti solo sette persone: «Certo che ho pensato che fosse strano che non volesse partecipare al suo matrimonio - continua la spagnola - Ma se una donna come lei ti chiede una cortesia del genere, tu non puoi dire no». Infine mostra un paio di foto con La Lollobrigida. Nella prima l'attrice compare accanto alla pensionata, mentre nella seconda c'è una dedica firmata dalla stessa Lollobrigida: «A Pilar, la aporedata (la rappresentante), con molta simpatia. Gina Lollobrigida».

FRODE ORRIBILE E VOLGARE - Contattata a Roma dal quotidiano britannico, la Lollobrigida dichiara di non conoscere nessuna signora Guimera e ribadisce di essere vittima di «una frode orribile e volgare». L'attrice sostiene che il suo ex compagno le avrebbe fatto firmare con l'inganno una procura e poi avrebbe organizzato il matrimonio segreto senza il suo consenso con il solo fine di ereditare le sue ricchezze. Inoltre l'ottantacinquenne afferma che tutte le persone che hanno partecipato a questa truffa saranno assicurate alla giustizia. Sulla storia della foto commenta: «Spedisco migliaia d’immagini. Faccio sempre tante foto in strada con la gente che quasi svengo. È possibile che abbia incontrato questa persona per breve tempo, ma non ricordo di aver fatto una foto con lei». Da parte sua la signora Guimera ribadisce di conoscere bene l'attrice: «L'ho incontrata tante volte quando veniva in Spagna a trovare Javier. Mi meraviglio che adesso affermi di non conoscermi e di non sapere nulla del matrimonio».

Francesco Tortora
2 febbraio 2013 | 12:54

Napoli, sparito manoscritto di Mercadante Spartito era stato lasciato su scrivania

Il Mattino

Il documento risalente al 1814 è scomparso dal Conservatorio San Pietro a Maiella. Indagano i carabinieri


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NAPOLI - Uno spartito manoscritto di Saverio Mercadante (1795-1870) è scomparso dal Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, dove era custodito. La denuncia di "constatazione di ammanco" (ma non si esclude il furto) è stata presentata dal commissario del conservatorio, Achille Mottola, ai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Era stato lasciato su una scrivania lo spartito autografo di Saverio Mercadante, risalente al 1814, del quale non si hanno tracce da alcuni giorni. A lasciarlo sulla scrivania, la settimana scorsa - secondo la ricostruzione trapelata in serata a Napoli - è stato un bibliotecario del Conservatorio che, dopo aver preso i documenti per una ricerca, non li ha rimessi a posto.

Due giorni dopo - sempre secondo tale ricostruzione - lo stesso ricercatore ha scoperto che mancavano alcune pagine dello spartito autografo. La denuncia è stata presentata lunedì scorso dal commissario del Conservatorio, Achille Mottola, ai Carabinieri del Nucleo di Napoli per la tutela del patrimonio artistico e culturale, che stanno facendo indagini per ricostruire con precisione l'accaduto. Nella denuncia, oltre alla sparizione degli spartiti autografi di Saverio Mercadante, lo stesso Mottola ha denunciato la sparizione di un trombone moderno. Il manoscritto autografo del quale si sono perse le tracce - si è saputo da fonti interne allo stesso conservatorio - risale al 1814 e riguarda il «Quarto concerto per flauto e orchestra» e il «Concerto per oboe e orchestra».

In tutto mancano alcune decine di fogli, intorno alla quarantina secondo una stima fatta all'interno dello stesso Conservatorio. Sulla vicenda i responsabili del Conservatorio mantengono il riserbo totale in attesa di sviluppi. Non si esclude, infatti, che i fogli non siano spariti e non siano stati rubati, ma siano soltanto fuori posto. Non sarebbe la prima volta che, nel Conservatorio di Napoli, materiale momentaneamente non rintracciato, è stato successivamente trovato e rimesso a posto. È invece la prima volta - da quanto è dato sapere - che non si riesce a trovare un manoscritto di un certo valore di Mercadante. Nel Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli - secondo i dati riferiti dalla stessa struttura musicale - sono conservati intorno ai 90.000 documenti autografi.

«Spero proprio che non si tratti di un furto ma di un momentaneo smarrimento e che riusciremo a ritrovarli»: Achille Mottola, commissario del Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, conferma la sparizione dei fogli autografi di Saverio Mercadante che erano custoditi nella biblioteca della storica istituzione musicale napoletana. «Sono fogli e spartiti che hanno un grande valore storico - sottolinea Mottola - ma spero che non abbiano alcun appeal e valore commerciale perchè - spiega Mottola - tutti i documenti custoditi nel nostro conservatorio sono digitalizzati. Siamo tutti fortemente impegnati per restituire al Conservatorio e alla città di Napoli questa testimonianza della sua grande cultura, sopratutto i Carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio che, dopo la mia denuncia, hanno subito avviato approfondite indagini e ricerche senza tralasciare nessuna pista».

venerdì 1 febbraio 2013 - 19:07   Ultimo aggiornamento: 20:08



Faldoni spariti al tribunale: caccia alla penalista ripresa mentre infila i documenti in borsa

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio


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Il diciotto novembre del 2011 era un venerdì, un giorno come tanti in un Palazzo di giustizia alle prese con i problemi di sempre: le file dinanzi agli ascensori per le Torri, le cancellerie zeppe di fascicoli, alcuni faldoni poggiati da anni a terra in attesa di armadietti blindati. Un giorno come tanti anche negli uffici della sesta Corte d’appello, nella stanza di uno dei cancellieri coinvolto nel presunto mercimonio per ritardare i processi e scongiurare provvedimenti sfavorevoli. Sono le nove e quarantasei minuti di un venerdì mattina, la telecamera della Finanza registra in presa diretta un episodio destinato a finire sotto inchiesta: il cancelliere lascia la propria scrivania, un avvocato approfitta dell’assenza di controlli «et voila», il fascicolo finisce nella borsa di una non meglio identificata penalista.

Eccola, in presa diretta, la sparizione di una parte di processo, il trafugamento di un pezzo di carta che, nell’economia di un’inchiesta, può significare tanto, almeno in una strategia difensiva basata anche su possibili colpi bassi. Protagonista della scena è una donna. Una penalista al momento rimasta sconosciuta su cui - facile immaginarlo - sono in corso accertamenti di polizia giudiziaria. Giubbino chiaro, mano lesta, sangue freddo: la donna mette in borsa la parte del processo che le interessava, il «passaggio in giudicato di una sentenza», approfittando della momentanea assenza del cancelliere Mariano Raimondi, uno degli impiegati finito sotto inchiesta per il presunto «maneggio di atti giudiziari».

Pochi secondi tradotti in sei fermo-immagini, una sorta di film che finisce nella ricostruzione dei finanzieri del nucleo di polizia tributaria agli ordini del colonnello Nicola Altiero.
Cosa raccontano quei «frame»? Cosa c’è in quella ricostruzione da qualche giorno depositata dinanzi al Tribunale del Riesame? C’è la storia di una donna che, evidentemente, sa come muoversi in certe situazioni, mentre dall’altra parte l’impiegato sembra parte offesa del trafugamento del fascicolo. Parlano chiaro le didascalie che accompagnano le foto: Mariano Raimondi è seduto dietro la sua scrivania, di fronte a sé c’è l’avvocato, scambiano tra loro parole sul numero di un fascicolo, poi l’impiegato lascia momentaneamente la sua stanza.

Scenario ideale per chi non ha tempo da perdere. Pochi secondi e l’incartamento finisce nella borsa della penalista che, al ritorno nella stanza di Raimondi, dirà di non avere più bisogno di consultare il documento o di produrre un’istanza di copia. Cosa accade dopo? Qualcuno lì, nelle stanze della sesta appello si avvede della scomparsa del documento? C’è una denuncia o cosa? È quanto stanno verificando in questi giorni i pm Antonella Fratello e Gloria Sanseverino, nel corso di un’inchiesta che ora attende la risposta del Tribunale del Riesame. Sotto accusa ci sono quattro penalisti e alcuni impiegati di Procura e Tribunale.

Intercettazioni telefoniche, fotografie scattate dentro e fuori il Palazzo di giustizia, ma anche immagini che riproducono presunte mazzette versate per cancellare o insabbiare fascicoli giudiziari. È la storia del sacco o del «maneggio», a leggere la misura cautelare firmata quindici giorno fa dal gip Paola Scandone, al termine di indagini serrate, condotte tra il 2011 e il 2012. Presunte tangenti da migliaia di euro, una sorta di tariffario pronto all’uso, in uno scenario che attende gli ultimi sviluppi investigativi.

Ci sono altri personaggi al vaglio degli inquirenti, almeno a voler interpretare quanto depositato in queste ore dalla Procura, proprio alla luce delle immagini finora immagazzinate. Come la storia del fascicolo sparito in pochi secondi, il rapido gesto di mano di una professionista a proprio agio nel Palazzo dei faldoni abbandonati e delle carte che spariscono all’improvviso.


Il fascicolo sparisce dal tribunale, i fermo immagine del video


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venerdì 1 febbraio 2013 - 06:06   Ultimo aggiornamento: 20:08

Quei genitori sindacalisti dei figli «Lo cambi di banco? Ti denuncio»

Corriere della sera

Da Milano a Palermo: docenti sotto accusa per un rimprovero o per aver requisito un cellulare. I prof: insegnare impossibile

MILANO - Lo studente, che si nasconde dietro il nome del pilota Fernando Alonso, chiede aiuto su Internet: «Un prof mi ha ritirato il cellulare e se l'è tenuto, posso denunciarlo?». Risposta pronta di Woody: «Sì. È Furto!!! Potresti registrare una conversazione, lo porti a dire che te lo ridarà quando vuole lui!!! Fallo, avrai il coltello dalla parte del manico!!! Odiosi prof!!!». Benvenuti nel campo di battaglia della scuola italiana. Studenti in guerra contro insegnanti. Come sempre.

Ma, ed è questa la novità, sempre di più spalleggiati dai genitori. Liceo di Roma: alla professoressa gli studenti fanno sparire gli occhiali, lei perquisisce gli zaini. Quando a casa i ragazzi raccontano tutto, qualche papà invece di sgridare il figlio va dai carabinieri e denuncia l'insegnante per abuso dei mezzi di correzione. Noale, Venezia, scuola media: un ragazzino viene scoperto a imbrattare le aule. La dirigente scolastica lo convoca, la madre non la prende bene. Le si presenta davanti, l'afferra per il collo e la spinge contro il muro. La donna torna a casa, la preside va al pronto soccorso.

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FAMIGLIE ANSIOSE - Imperia, scuola elementare. La bimba, sei anni, graffia e punta la matita contro i compagni. La maestra la fa sedere vicino alla cattedra. I genitori minacciano un esposto alla Procura: così la danneggiano psicologicamente. «Li ho chiamati, ragionando è stata trovata una soluzione. Abbiamo fatto dei gruppi, che a turno girano nella classe». In questo modo Franca Rambaldi, a capo dell'ufficio scolastico provinciale, è riuscita a calmare le acque.

«Le famiglie sono troppo ansiose, vanno subito in crisi, si irritano facilmente, alla minima difficoltà partono all'attacco». I genitori non si fidano più degli insegnanti, credono che tocchi a loro sopperire all'educazione inadeguata, alle carenze della scuola. Insomma, si sentono «sindacalisti dei propri figli». «Se non si restituisce dignità alla professione degli insegnanti, se non si rinnova la partecipazione dei genitori e degli studenti, allora la microconflittualità è destinata a crescere», ipotizza amaramente Gianna Fracassi, segretaria della Flc-Cgil.

PROF ALL'ANTICA - I docenti si sentono sotto assedio. «Non metta per favore il mio nome, non voglio avere problemi...». Chi parla insegna in un liceo psicopedagogico della provincia di Milano. È una prof all'antica. «Lo ammetto, sono un po' rigida. Ma le regole vanno rispettate». Ogni giorno è una trincea. Capitolo primo: «Vedo una studentessa durante la lezione che armeggia con il cellulare. Le chiedo di consegnarmelo. Lei si rifiuta, glielo ritiro. Il papà va dalla preside, dice che gliel'ho strappato, che non era mio diritto...». Capitolo secondo: i compiti in classe. «Vogliono le fotocopie, controllano le correzioni. Cercano di incastrarti, di sindacare il tuo lavoro...». A una collega di Treviso, istituto professionale, è andata peggio. Anche lei preferisce restare anonima.

«C'è un ragazzo che insulta i compagni. Io lo rimprovero, ma, mi creda, in modo tranquillo. Il padre si arrabbia, inizia a mandare lettere: mi accusa di essere un cattivo docente, di manipolare gli studenti. Scrive al preside, al provveditore...». Va a finire che viene chiamata a Roma, audizione alla sezione disciplinare del ministero. «Prima di me ascoltavano un pedofilo... Per fortuna i ragazzi hanno testimoniato in mio favore...». Dice che di storie così ce ne sono tante. Racconta che, sempre a Treviso, hanno scoperto degli studenti che per gioco facevano la pipì a terra. Il preside ha ordinato loro di pulire. I genitori hanno minacciato denuncia: violazione delle norme igieniche.

DISAGIO IN CLASSE - I sindacati raccolgono ogni giorno casi e lamentele. «In classe si vive con molto disagio - osserva Massimo Di Menna, della Uil scuola -. Il docente conquista a fatica il riconoscimento della sua funzione. E molti sono spinti a pensare: ma chi me lo fa fare...». Giacomo Siracusa, insegna a Palermo, scuola primaria. «Una mia collega ha impedito a un bambino di dare fastidio ai compagni. I genitori hanno invece detto che l'aveva picchiato, l'hanno portato al pronto soccorso. Si sono fatti fare il referto. Tutto inventato. Siamo scoraggiati, amareggiati». Il segno di quanto sia serio il conflitto lo danno i dati del 114, il numero dell'Emergenza infanzia gestito dal Telefono azzurro.

Tu ti aspetti che chiamino per violenze o episodi gravi. E invece uno su cento telefona per denunciare «difficoltà relazionali con gli insegnanti». Episodi come questo. Una madre di un bambino di 9 anni si sfoga con l'operatrice: «Mio figlio ha problemi di adattamento, ma gli insegnanti invece di aiutarlo lo puniscono ingiustamente...». Il 114 raccoglie la testimonianza, contatta la scuola. La dirigente spiega che «la madre è una persona poco collaborativa, che urla e insulta...». Viene organizzato un incontro, c'è anche il servizio sociale. La situazione migliora: la madre diventa più disponibile, il bambino finalmente si integra. La soluzione in fondo era semplice: bastava guardarsi negli occhi e dialogare.


Riccardo Bruno
rbruno@corriere.it2 febbraio 2013 | 7:49

Aveva tradito il suo amato. Vagherebbe da secoli nel Duomo

Fiammetta Cortese - Ven, 01/02/2013 - 07:14

A Milano la leggenda è donna. Non solo gli spettri di Maria Callas e Lucrezia Borgia si divertirebbero ad ammiccare ai cittadini (o terrorizzarli), ma anche quello di una sconosciuta e romantica giovane che visse a Schignano, vicino Como.


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Carlina - questo il suo nome - sarebbe il fantasma di una donna apparso nelle fotografie di molte coppie di sposi milanesi: ma solo quelli che sono convolati a nozze in Duomo. È tra le pareti del Duomo, infatti, che la leggenda colloca questa figura femminile piccola e leggera, ammantata in un abito nero. La sua è una storia d'amore, rimorso e morte prematura, tutta chiusa nel ventre del Duomo più famoso d'Italia. A Schignano, l'epoca feudale vestiva di nero (a lutto) le spose, per fuorviare gli uomini del feudatario che altrimenti avrebbero consumato con loro lo jus primae noctis (il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con la novella sposa). Carlina, sposa del suo Renzo e con lui in viaggio di nozze a Milano, portava però in grembo il figlio di un altro uomo: misterioso giovane senza nome, di cui si narra avesse bellissimi capelli biondi.

Il senso di colpa verso il marito, però, si agitò di fronte alle inquietanti statue del Duomo di Milano, che nella nebbia scossero i ricordi e, sotto le spoglie di draghi e creature mostruose, parvero a Carlina un castigo divino. Persa perciò tra i corridoi, la donna iniziò a correre e a urlare la sua angoscia, inseguita senza successo dallo sposo. Finché, giunta con Renzo sull'ascensore fino alla guglia Carelli, non precipitò nel vuoto, sparendo tra le guglie e i pinnacoli per non essere mai più ritrovata: vittima di un incidente o della sua stessa volontà. La storia - dicono - fu ricostruita dalle testimonianze dello sposo e di qualcuno che aveva taciuto il segreto assieme a lei.

Sarebbe un fantasma di poche parole, quello di Carlina, che ancora oggi farebbe una compagnia tutta particolare alle spose milanesi. Niente scalpiccio delle sue scarpette per le scale del Duomo; niente lacrime ancora piene di rimorso, come forse avrebbe voluto una leggenda più prevedibile. Sono i fotografi di nozze, piuttosto, a segnalare la sua presenza: pare infatti che il fantasma, avvolto nel nero del suo vestito, faccia apparizioni di buon auspicio alle coppie di sposi che escono dal Duomo o che sostano sul sagrato per farsi immortalare con la chiesa sullo sfondo. Una sagoma abbastanza definita, occhi tondi, bianchi e glaciali, Carlina sbucherebbe solo nelle immagini, ma solo delle coppie che le ispirano più simpatia. Perché a loro vada la fortuna e il coraggio di vivere felice come lei non riuscì a fare al fianco di Renzo. Tutte immagini, però, gelosamente custodite nei cassetti delle camere da letto. O magari quelli, inesauribili, della fantasia.

Fantasmi, torture e leggende La Milano che mette paura

Simonetta Caminiti - Ven, 01/02/2013 - 07:14

A ogni città, come nemmeno a una donna, restano in dote eterni «misteri». Incognite racchiuse in un monumento, figure umane mimetizzate in un muro, oggetti scomparsi che un tempo erano sotto gli occhi di tutti.


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E perfino - così dicono - visite di spettri affascinanti. A scrutare i dettagli di Milano, rebus e leggende sembrano non finire mai. Nella Basilica di Sant'Ambrogio, appena fuori dalla struttura, sorge una curiosa colonna in marmo: sulla superficie, due profondi fori distanti tra loro circa 25 centimetri. Praticamente un paio di occhi aperti. Secondo la leggenda, il diavolo cercò di tentare e sedurre Sant'Ambrogio proprio lì: da quelle fessure che - dicono - sprigionano tuttora odore di zolfo. Quando si dice «se queste mura potessero parlare», forse non si sa che certe mura, a Milano, possono «ascoltare». In via Serbelloni 10, il citofono non funziona più; ma ha ancora la forma scolpita nel marmo di un grosso, dettagliatissimo, orecchio umano.

C'è poi una strana ghiacciaia, nel giardino di villa Filzi (via Sant'Elembardo, zona Gorla). Gli speleologi dello SCAM hanno scoperto che due secoli fa il suo interno era un tempio ipogeo i cui culti sono un completo mistero. Un passato molto più esposto al pubblico (ma più antico ed esoterico) è il «Museo delle torture». Vicino alla Pusterla di Sant'Ambrogio, questo luogo è una vera e propria mostra di strumenti di tortura diffusi nel medioevo. Ghigliottina, ruota, garrota, «schiacciapollici», letto di tortura: la sola vista di questi oggetti oggi dà le vertigini. A ciascun colpevole il suo strumento di sofferenza. Inclusa una bara dal nome poetico e lo spirito impietoso: la «vergine di ferro», sorta di sarcofago colmo di spuntoni col quale venivano puniti i falsari.

Molto più tenera la vista della statua di Pinocchio, in Corso Indipendenza. Esposta nel 1956, uscita dalle mani dell'artista Attilio Fagioli, l'opera ritrae il beniamino di Collodi trasformato in bimbo in carne e ossa. Accanto a lui, originariamente, riposavano il gatto e la volpe. Che fine avrà fatto il gatto? Restano, accanto a Pinocchio, solo le sue orme. Un banale atto vandalico sotto le spoglie di un felino che si dilegua. Eppure, il mistero su chi abbia portato via il bellissimo micio è rimasto impunito. In corso Sempione, invece, occhio all'«oggetto fuori posto». Nientemeno che... una stazione ferroviaria. O quello che ne resta. Cioè un respingente delle carrozze che sbuca dall'erba; questo piccolo reperto apparterrebbe a una linea ferroviaria che collegava Milano a Gallerate.
A ogni città, infine, le sue leggende sui fantasmi.

Qui ce ne sono di illustri. Maria Callas - mormorano in tanti - farebbe capolino alla Scala ogni tanto. Perché proprio lì? È lì che fu fischiata senza pietà in una delle ultime esibizioni e oggi si divertirebbe a spaventare i milanesi. Lo spettro di Bernarda Visconti (la figlia di Bernabò, condannata a morire di fame dal padre per adulterio) non avrebbe mai lasciato il chiostro di Radegonda a detta di molti testimoni. E Lucrezia Borgia ha collezionato più apparizioni di Fabrizio Corona, ma solo alla Pinacoteca Ambrosiana. C'è poi un'altra donna speciale (visto che i fantasmi privilegiano a Milano il sesso femminile), che si anniderebbe nel Duomo. Il suo nome è Carlina, sposa vestita di nero che spunterebbe splendida nelle foto di chi convoglia a nozze, ma solo in Duomo. Lì dove - dicono - fu amata, rincorsa e perse la vita centinaia fa.

Dopo la Nutella del Pd abbiamo pagato pure la carta igienica Udc

Libero

Alberghi, ristoranti, persino prodotti domestici: dopo gli abusi del Pd, emergono gli usi privati del denaro pubblico da parte dei consiglieri lombardi Udc


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Nell’inchiesta sui rimborsi della Lombardia c’è anche chi si è fatto pagare la carta igienica. Protagonista di cotanta prodezza è l’attuale candidato capolista dell’Udc alle regionali (con Albertini) Gianmarco Quadrini che si è fatto pagare la spesa alla Coop con tanto di acqua, patatine, tovaglioli e appunto carta igienica.

Il candidato centrista dovrà spiegare ai magistrati anche spese per una “festa sulla neve” (390 euro), panettoni, necrologi per 187 euro, un’anguilla marinata da 320 euro, sei bottiglie di Franciacorta per 788 euro, perfino la quota associativa per la Cdo di Brescia (60 euro) e 4 camere doppie per due notti e consumazione frigobar-cantina (1.610 euro) al Gran Hotel Terme Chianciano, 1.586 euro di prodotti alimentari del Monastero Vallechiara, libri di narrativa (14 euro), pasti al Berti di Milano e altri banchetti collettivi da oltre mille euro. Per un totale di euro 112mila.

Se il ritorno di Stalingrado risveglia la nostalgia rossa

Luciano Gulli - Ven, 01/02/2013 - 08:04

Le autorità di Volgograd decidono di ripristinare (a tempo) l'antico nome. È solo l'ultimo pretesto per celebrare il "glorioso" passato comunista

Nostalghia. Non c'è nessuno al mondo come il popolo russo, forse, che non abbia così radicato, nel cuore, quel sentimento malinconico che si prova nel rimpiangere cose e tempi ormai trascorsi o nel desiderare intensamente cose, luoghi e persone lontani.


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Le pagine della musica, della letteratura sono lì a testimoniarlo. Ma non ci sono solo il placido Don, i boschi di betulle, i racconti di Gogol, la poesia di Puskin, le campagne incantate di Cechov e di Tolstoj e le sinfonie di Tchaikovsky. Nostalghia, a Mosca e dintorni, vuol dire anche orgoglio nazionale, il sentimento di partecipare a un viaggio collettivo straordinario e irripetibile dove eroismo, sacrificio, abnegazione segnano il destino e il valore di un popolo, nel bene e nel male, nelle sue pagine più splendide e in quelle più buie, ma dove il Male, alla fine, viene sempre sconfitto.
Non c'è vita senza nostalgia, «cioè senza memoria e senza lo struggimento dinanzi a una sconfitta...

Esseri umani senza memoria non hanno un futuro: non possono nemmeno pensarlo», scrisse un comunista tutto d'un pezzo come l'oggi novantasettenne Pietro Ingrao. E chissà quanto sarà contento, un comunista duro e puro come lui, quando gli diranno che a Mosca progettano di ridare a Stalingrado il nome che le spetta: questo, appunto, e di toglierle quello, più scialbo ed esangue, di Volgograd. Cade il settantesimo anniversario della battaglia che segnò la fine della Germania nazista, e il nome della città eroica che tra l'estate del 1942 e il 2 febbraio 1943 fu al centro di spaventosi combattimenti torna a palpitare nel cuore dei russi, ai quali l'allure «imperiale» del duo Medvedev-Putin, alla fin fine, non dispiace affatto.

Questo non vuol dire che il vecchio nome di Stalingrado (come è stato per San Pietroburgo-Leningrado e Togliattigrad, che medita il ritorno a Stavropol) verrà definitivamente ripristinato, spiegano alla Duma. Per il momento vuol solo dire che il nome della città, legata alla memoria della Guida del partito e Grande Timoniere, Padre dei Popoli e Guida del proletariato mondiale, nonché Corifeo delle arti e delle scienze, al secolo Iosif Vissarionovic Dzugasvili, in arte Stalin; che il nome della città, si diceva, tornerà ad essere usato in occasione delle celebrazioni e delle ricorrenze più importanti. Poi, più avanti, si vedrà.

Purché a nessuno venga in mente di ritirar fuori quelle sgradevoli storie di gulag ed eliminazioni sommarie, fame e torture che tingevano i giorni e le notti dei russi quando erano cittadini sovietici, e a uno come Fedja Scapov, un adolescente originario dell'Altaj (lo scrive Varlam Salamov ne «I racconti di Kolyma») poteva capitare di beccarsi 10 anni di Siberia per avere sgozzato la sola pecora che lui e la madre, vedova, possedevano. Erano gli stessi giorni in cui lo studente Savel'ev finiva nel gulag con l'accusa di cospirazione, dove la prova dell'«agitazione e propaganda» era data dalla corrispondenza con la propria fidanzata, mentre l'«organizzazione» -come era scritto con la massima serietà nei verbali degli interrogatori- contava due soli componenti: lui, appunto, e la sua fidanzata.

Per il 70mo anniversario della vittoria dell'Armata Rossa sulle truppe naziste, a Volgograd, a Chita e a San Pietroburgo circoleranno sabato cinque «Stalin-bus», pullman che porteranno per le strade il ritratto del dittatore sovietico. Ma non è che tutti siano contenti. Il capo del movimento filoccidentale Yabloko, Mitrokhin, ha detto che il suo partito non consentirà di circolare agli «Stalin-bus» e ha promesso che gli attivisti vi scarabocchieranno sopra. Le bombolette di vernice spray sono già pronte, e anche i reparti anti sommossa della polizia. Ma anche questo, in un certo senso, farà nostalghia.

E ora la sinistra celebra il lato buono di Mussolini

Nicholas Farrell - Ven, 01/02/2013 - 08:13

Il Comune di Forlì organizza un’esposizione sull’arte del Ventennio. Ma se è il Cav a rivisitare il Duce allora scoppia il finimondo: in Italia la storia vera resta un tabù

Raccontare la storia, quella ve­ra, spesso non si può, special­mente qui in Italia, e soprat­tutto quando si tratta del Ventennio fascista. Lo provano le polemiche strumentali scaturite dalla frase di Berlusconi sul fatto che Mussolini ha fatto an­che delle cose buone.


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Siamo a Forlì, nella rossa Ro­magna, dove nei prestigiosi musei San Do­menico domani apre una mo­stra d’importan­za non solo na­zionale, ma an­che internazio­nale sull’arte in Italia negli anni del fascismo. Il merito, direi il coraggio, è degli organizzatori, la Fondazione Cassa dei Rispar­mi di Forlì in col­l aborazione con il Comune di Forlì. Eppure, il vecchio pre­giudizio ci ha messo all’ulti­mo lo zampino, censurando e mascherando l’idea origina­le.

Vediamo i fatti, con una pre­messa: non sono un fascista, sono un inglese, anglicano or­mai agnostico, etichettato so­lo l’altro giorno da la Repub­blica come «storico anarco­conservatore ». Dunque. Lo scorso anno, nei comunicati che annunciavano l’allesti­mento di questa rassegna pub­blicati dalla Fondazione Cas­sa dei Risparmi di Forlì, il tito­lo era: Dux. L’arte in Italia ne­gli anni del consenso . Caspi­ta!, mi ero detto: finalmente, dopo quasi 70 anni dal crollo del fascismo, un po’ di onestà intellettuale in riguardo. E cioè: per il fascismo c’è stato consenso, il fascismo ha pro­dotto cose meritevoli di esse­re rivisitate. Ma che cosa mai aveva spinto a tanto, cioè a usare la parola consenso, i cin­que illustri curatori di questa mostra, tra i quali Maria Paola Maino, scenografa della sini­stra più borghese nonché già moglie del compagno regista Bernardo Bertolucci? Già, per­ché, secondo la storiografia uf­ficiale comunista imperante dal 1945, Mussolini e il fasci­smo furono imposti al popolo italiano, e non voluti dal popo­lo italiano.

La verità è invece un’altra. Il consenso per Mussolini e il fa­scismo c’era. Punto. Ed era enorme.Fino almeno all’alle­anza fatale tra Mussolini e Hit­ler. Dunque, quando l’anno scorso ho visto per la prima volta il titolo della mostra di Forlì e quelle parole «anni del consenso» ho concluso che, almeno nel campo dell’arte, dopo quasi 70 anni, la sinistra aveva smesso di spacciare per verità ciò che era solo propa­ganda. Mi ero illuso. Perché a un certo punto i curatori della mostra hanno deciso di cam­biare il titolo originale senza dire nulla a nessuno. Anzi. Ad esempio, nel verbale della se­duta della giunta della Provin­cia di Venezia dello scorso 10 ottobre, che ha dato il suo nul­la osta al prestito di un suo quadro, si legge come «ogget­to » di tale seduta il titolo origi­nale. Che improvvisamente cambia in: Novecento, arte e vi­ta in Italia tra le due guerre .

Ho cercato una risposta dal­la Fondazione a due doman­de: chi era stato a decidere il ti­tolo originale e chi aveva poi deciso di cambiarlo all’ulti­mo in fretta e furia. Mi hanno risposto, in sintesi e imbaraz­zo: all’inizio volevamo fare una mostra solo sul periodo 1926-1936, poi abbiamo deci­so di ampliarla e il titolo origi­nale è rimasto come titolo di uno dei 14 temi principali trat­tati nella mostra.
Interessante, ma falso. Per­ché anche il sottotitolo, come ho potuto verificare, all’ulti­mo è cambiato in: Dux, ascesa e caduta dell’immagine di Mussolini . Ma il diavolo, co­me dite voi in Italia, fa le pento­le ma non i coperchi. E, nono­stante i tentativi di allontanar­si nei titoli da un elogio all’ar­te fascista, gli organizzatori si sono traditi sulla parola «No­vecento » che campeggia nel nuovo slogan. Già, perché «Novecento» era il nome di un importante movimento ar­tistico fondato nella prima metà degli anni Venti, poco dopo la Marcia su Roma, dalla fascistissima, ed ebrea, Mar­gherita Sarfatti, con il patroci­nio del regime.

La Sarfatti, di una ricca fami­glia veneziana, era una critica d’arte e fino ai primi anni Trenta l’amante principale di Mussolini. Aveva incontrato il futuro Duce nel 1912 a Mila­no, quando Benito era stato nominato dal Partito sociali­sta direttore del quotidiano socialista, l’Avanti! Lei, come lui, socialista rivoluzionario, era la critica d’arte del giorna­le. A differenza di Hitler e i nazi­sti, Mussolini e i fascisti non furono per niente antisemiti all’inizio della loro avventu­ra. Lo sono diventati però nel­la seconda metà degli anni Trenta, dopo l’alleanza fatale con Hitler, in modo moral­mente repellente sì, certo, ma tiepido rispetto ai nazisti. Le leggi razziali del 1938 in Italia furono una cosa abominevo­le, ma nessun ebreo fu depor­tato dall’Italia ai campi di ster­minio dei nazisti prima della caduta di Mussolini nel 1943. Lo scopo di Novecento, co­me quello del fascismo, era di puntare sul meglio del vec­chio e il meglio del nuovo, ov­vero di creare un’arte che fos­se sia classica che moderna ­definita dalla Sarfatti «moder­na classicità » .

Il meglio dei novecentisti, secondo me, fu Mario Sironi. Sironi è stato uno degli artisti più geniali dell’intero Nove­cento e non solo in Italia. Ma a causa del suo appoggio incalli­to al fascismo (fu anche l’illu­stratore principale del quoti­diano di Mussolini, Il Popolo d’Italia , e del suo mensile Ge­rarchia ), e nonostante la rego­la­secondo la quale si deve giu­dicare l’arte e non l’artista, la sua opera straordinaria non è mai stata veramente promos­sa dal 1945 in poi come avreb­be meritato.
Detto che non fu mai trami­te l’arte che il fascismo cercò di creare una propria identità (puntò su architettura e cine­ma più che sulle gallerie), sa­rà veramente interessante scoprire come verrà trattata in questa mostra l’arte negli anni del regime fascista, la Sar­fatti e il suo ebraismo e la sua storia d’amore con il Duce.

Feltri a La Zanzara: liste Pdl da vomito, ci sono almeno 10 mignotte

Il Messaggero

ROMA - «Le liste del Pdl mi fanno venire i conati di vomito, ci sono almeno 10 mignotte». L'ex direttore (oggi editorialista) de Il Giornale Vittorio Feltri va all'attacco di Berlusconi.



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Feltri alla Zanzara. Ai microfoni de La Zanzara su Radio 24, Feltri non fa sconti all'ex premier, proprietario del quotidiano per cui scrive: «Le liste del Pdl mi fanno venire i conati di vomito, Berlusconi ha ricandidato i soliti, con operazioni incomprensibili come mettere la Polverini nel Lazio che fa perdere i voti per la vicenda Fiorito. Ma non potevano metterla da un’altra parte, magari in Trentino?. La Polverini è un respingente perché quella storia dei soldi ha indignato tutti. Poi certe persone che volevano andare con Monti, vedi la Roccella, sono state ricandidate e premiate».

«Nuove mignotte». «
Non siamo mica nati ieri e sappiamo che ha candidato di nuovo delle mignotte - aggiunge Feltri -. Sì, mi riferisco alla mignottocrazia, ho visto dei nomi che immediatamente richiamano alla mignottocrazia. È cambiato troppo poco rispetto alle aspettative, la serietà delle persone è importante. Un censimento è difficile e vedendo le liste, volando basso, mi sono saltati agli occhi i nomi di una decina di mignotte, intese come persone che si adattano a fare qualsiasi cosa, che fanno quegli esercizi che non sono titolo di merito. Non è che se io faccio una scopata allora merito un aumento di stipendio».


Giovedì 31 Gennaio 2013 - 14:18

Via Gheddafi, ecco la nuova banconota libica

La Stampa


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La Banca centrale di Libia ha annunciato che comincerà da oggi a distribuire le nuove banconote dal valore di 1,5, 10 e 20 dinari. Lo riferisce il Libya Herald pubblicando una foto della nuova banconota da 10 dinari: sparisce il volto di Muammar Gheddafi, per far posto al profilo di Omar al Mukhtar, il Leone del deserto, eroe della resistenza anti-italiana divenuto il simbolo della rivolta contro il regime del 2011. I vecchi biglietti saranno ancora validi fino al 28 febbraio 2013, mentre nuove monete saranno realizzate in futuro.

Twitter sotto attacco hacker: 250mila account a rischio

Il Messaggero


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SAN FARNCISCO - Anche Twitter è entrato nel mirino degli hacker. La rete di microblogging ha denunciato che fino a 250.000 suoi utilizzatori potrebbero essere stati vittime di incursioni di pirati che hanno avuto accesso ad alcuni dei loro dati.

Attacco di hacker esperti.
«Non è un attacco di dilettanti - ha detto il direttore della sicurezza di Twitter di base in California Bob Lord - pensiamo che non si tratti di un incidente isolato». «Gli hacker - ha aggiunto - sono estremamente avanzati e pensiamo che altre aziende e istituzioni siano stati presi di mira recentemente nello stesso modo».

L'ombra della Cina. Le password degli utenti sono criptate e state modificate come misura precauzionale. A differenza di New York Times e Wall Street Journal che per simili attacchi subiti hanno puntato il dito contro la Cina, Twitter non fa ipotesi sulla provenienza degli hacker.


Sabato 02 Febbraio 2013 - 10:04

Dentro il Grand Canyon con Google

La Stampa

Così le mappe svelano le meraviglie tra i fiumi e i sentieri a strapiombo: l’ultima frontiera di un settore che vale oltre 270 miliardi di dollari

giuseppe bottero
torino


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Sia che stiate preparando la vostro prossima gita fuori porta o che vogliate semplicemente saperne di più sulla storia geologica del nostro pianeta, Google Maps può esservi d’aiuto. Dopo gli Oceani, le strade d’America e le foreste amazzoniche, oggi la Big G svela le immagini di uno dei luoghi più suggestivi al mondo: il Grand Canyon. Zaino (hi-tech) in spalla, i «trekker» hanno percorso i 120 chilometri di sentieri e strade, setacciando ogni angolo, per portare la magia di acqua e roccia a portata di mouse. Con il nuovo servizio potrete percorrere gli stretti passaggi ed i sentieri a strapiombo del Grand Canyon, esplorare la Bright Angel Trail, guardare dall’alto la furia del fiume Colorado. «E’ probabile- scherza Ryan Falor, product manager di Google- che quando vi troverete sui dirupi scoscesi della South Kaibab Trail sarete contenti di ricordare che si tratta soltanto di un’escursione virtuale».

La raccolta di queste immagini è stata possibile grazie al Trekker. «Le persone del nostro team- prosegue Falor- si sono caricate in spalla gli oltre 18 chili dello speciale zaino con attrezzatura Android e hanno percorso in lungo e in largo il terreno roccioso del Canyon, a piedi, resistendo agli sbalzi di temperatura e a qualche crampo muscolare». In tutto, sono quasi 10mila gli scorci “esplorabili” armati di mouse e pc. Un deciso balzo avanti in un campo della tecnologia- quello delle mappe- che ha scatenato una «guerra» tra produttori. Secondo uno studio di Boston Consulting Group e Oxera, l’industria che opera in ambito «geo» a livello globale vale fino a 270 miliardi di dollari all’anno e paga stipendi complessivamente per 90 miliardi di dollari.

Solo negli Stati Uniti in questo settore sono impiegate oltre 500.000 persone e il mercato vale 73 miliardi di dollari. Nell’indagine è contenuto anche qualche esempio di come l’industria legata alle mappe incida sull’economia. Viene citata Ups, che usando la tecnologia delle mappe per ottimizzare i tragitti dei propri mezzi ha risparmiato nel 2011 oltre 2.4 milioni di litri di carburante. Oppure: ogni 8 secondi una persona chiama un taxi attraverso Hailo, un servizio che utilizza mappe e sistemi gps e ha prodotto oltre 1 milione di viaggi solo nello scorso anno a Londra. E infine Zipcar, un servizio di carsharing Usa che utilizza le mappe per mettere in contatto oltre 760.000 clienti con una crescente flotta di autovetture sparse in diverse località nel mondo.


Foto: tra fiumi e rocce

Roma, parcheggio selvaggio dei vigili per andare a fare shopping

Il Messaggero
di Laura Bogliolo


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ROMA - Il parcheggio selvaggio, si sa, a Roma è la massima espressione della fantasia che culla da decenni la Capitale: dal Gra, passando per i nobili sette colli fino alle rumorose e troppo spesso abbandonate periferie.Capita così di non stupirsi troppo nel vedere decine di vetture accatastate davanti un centro commerciale. Ma quando a sfidare le regole della viabilità c'è una quattro ruote bianca segnata dalla scritta Polizia Roma Capitale scatta, veloce come la voglia di giustizia, la curiosità di sapere il perché di quel parcheggio selvaggio.

Ore 10.30, Casal Palocco: davanti al centro commerciale Le Terrazze lasciata quasi in curva, incastrata tra due auto, con il lato posteriore a ostruire il passaggio, eccola l'auto dei vigili. Cresciuti al ritmo dei telefilm degli anni Ottanta, quando il lieto fine era legge, il pensiero maligno che quell'auto di servizio sia parcheggiata male per pigrizia, viene subito scacciato da un sano ottimismo.

E allora si seguono i passi delle divise bianche, sicuramente impegnate in qualche servizio di emergenza: c'è un'anziana che ha perso la strada? Ci sono venditori ambulanti abusivi? Mentre i buoni pensieri accompagnano i passi, si arriva davanti una profumeria. Niente paura, il lieto fine può ancora esserci: sicuramente quelle due vigilesse hanno parcheggiato in modo fantasioso per un controllo urgente di natura fiscale. Forse qualche scontrino non è stato battuto.

Lo scenario immaginato si dissolve velocemente come la speranza di trovare un vagone della metro semivuoto alle 8 del mattino tra le viscere di Roma: entrati nel negozio nessuna voce severa a intimare di mostrare le ricevute di cassa. La situazione, anzi, è piacevole, a tratti rilassante: il colloquio tra i due agenti e i negozianti scivola gentile tra un “scusi dobbiamo fare un regalo” e un “vogliamo tenerci basse con il costo”.

Prodotti scelti dagli scaffali, e intanto il tempo passa mentre l'auto resta parcheggiata, anzi incastonata, tra altre vetture. E le regole del galateo? Quelle volute dal comandante del Corpo della Polizia locale di Roma Capitale Carlo Buttarelli? Non parlare con toni eccessivamente familiari, non portare i capelli sciolti sulle spalle o indossare orecchini pendenti, all’interno di bar e ristoranti non deve sedersi e avere atteggiamenti di troppa familiarità con il personale del pubblico. Recita così il documento pubblicato anche su Facebook, una sequenza di regole di bon ton dove non v'è traccia del divieto di fare parcheggi selvaggi per motivi personali. Qualcuno avrà pensato che non fosse necessario ricordare le regole basilari. Meglio occuparsi di barbe troppe lunghe e cappelli indossati al meglio.

Brutta mattinata a Casal Palocco, la delusione è stata tanta nel vedere due vigilesse intente a fare acquisti personali con l'auto parcheggiata male. Il pessimismo sembra soffocare la speranza di trovare altri vigili che stiano, semplicemente, facendo il proprio lavoro.

E invece eccoli, mezz'ora dopo, alle 11 circa. Avvistati sempre a Casal Palocco sulla Cristoforo Colombo: stavano installando autovelox nella strada in direzione di Ostia. Sì, autovelox per multare chi sfida la velocità per correre a tuffarsi nel mare di Roma il 29 gennaio.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Giovedì 31 Gennaio 2013 - 14:29
Ultimo aggiornamento: 16:30

Con la telecamera nel monastero di clausura. La badessa: «In dieci anni neanche una nuova suora»

Il Mattino
di Maria Chiara Aulisio


L'appello della superiora del monastero delle Trentatrè: «Ragazze venite in convento con noi»


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Tra le regole prevalgono quella silenzio e della preghiera recitata tra le grate di un convento che le separa da tutto quello che c'è fuori. Difficile entrare in contatto con una suora di clausura, ancor più complicato convincerla a parlare. Ma Suor Rosa, 48 anni, ischitana, laureata a pieni voti in Lettere antiche, è una badessa un po’ particolare. Benché in clausura da oltre vent’anni nel monastero delle «Trentatrè» crede profondamente nel rapporto con l’esterno e segue con grande attenzione tutto quel che accade intorno a lei. Preghiera e solidarietà, dice con convinzione, riservatezza e generosità. Perché se il suo compito, insieme con le dodici consorelle di Santa Maria in Gerusalemme, è quello di pregare per chi non lo fa, è sempre più necessario invocare nuove conversioni visto che ormai sono in crisi anche queste.



La superiora del convento delle Trentatrè (newfotosud - Sergio Siano)




>>> GUARDA IL VIDEO

F16 disperso, trovato il corpo del pilota

Corriere della sera

Caccia Usa caduto: i resti individuati al largo di Pesaro

È stato trovato nelle acque dell'Adriatico, secondo quanto si è appreso, il corpo del pilota del caccia F-16 americano disperso nei giorni scorsi. Il corpo è stato avvistato intorno alle 14 a quattro miglia al largo di Pesaro da un mezzo della guardia costiera nell'ambito dei controlli disposti dalla capitaneria di porto. La salma, che è stata subito identificata perchè indossava ancora la divisa di volo, è già stata recuperata e portata nel porto di Pesaro.



Caccia scomparso: trovato il corpo del pilota (31/01/2013)

(Fonte: Ansa)
31 gennaio 2013 | 17:17

La fabbrica degli F-35 a Cameri? Sarà una cattedrale nel deserto”

La Stampa

Denuncia di un esperto dei super aerei militari su una rivista on-line

claudio bressani


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Una specie di cattedrale nel deserto, costata finora la bellezza di 796 milioni 540 mila euro di denaro pubblico, e decisamente troppo grande, tanto che pare destinata a funzionare, se non per sempre almeno per molti anni, a non più del 15-30 per cento della sua capacità produttiva. È il ritratto dello stabilimento Faco di Cameri tracciato dal giornalista specializzato in questioni aeronautiche Silvio LoraLamia, probabilmente il maggior esperto italiano indipendente del progetto F-35, cioè estraneo agli apparati militari ed industriali. In un lungo e documentatissimo articolo di 17 pagine dal titolo «I conti “impazziti” del Joint Strike Fighter», apparso sul numero di gennaio del magazine on-line «Analisi difesa», tra l’altro si esaminano cifre alla mano le prospettive del «Final assembly and check-out» (Faco), ovvero gli enormi capannoni costruiti a partire dal 2010 nel complesso della base militare novarese ed ormai completati.
Stabilimento sovradimensionato

«A Cameri, tanto fra gli uomini dell’Aeronautica militare quanto fra il personale civile dell’industria - rivela Lora-Lamia - c’è la sensazione che sia stato fatto il passo più lungo della gamba, ossia che lo stabilimento sia sovradimensionato. O perlomeno che lo sarà per un bel po’». L’impianto avrà un duplice ruolo: da una parte l’assemblaggio completo degli F-35 destinati all’Italia (90) e, salvo ripensamenti tutt’altro che improbabili, all’Olanda (68 previsti in origine, ma verosimilmente non saranno più di 50), dall’altra la fabbricazione di una parte di ali e tronconi di fusoliera dei velivoli destinati agli Stati Uniti (all’inizio dovevano essere 1250, al momento quelle sicure sono solo 100, ma c’è un impegno generico ad arrivare a 800).

I primi aerei consegnati nel 2015
L’assemblaggio dei caccia prenderà il via all’inizio dell’estate prossima per arrivare a consegnare nel 2015 all’Aeronautica militare il primo dei tre F35A a decollo ed atterraggio convenzionale finora ordinati. Ad ottobre è arrivato a Cameri un simulacro-dima della fusoliera per la calibratura degli scali di montaggio. Tra il 2015 e il 2019 è prevista la consegna di 26 aerei, di cui 19 della versione A e 7 della versione B (a decollo corto ed atterraggio verticale), destinata inizialmente alla Marina per la portaerei Cavour. Lora-Lamia calcola una «cadenza annuale media di produzione a Cameri nel periodo 2015-2019 di 9,3 aerei all’anno e nel periodo 2020-2027 di 8 aerei all’anno, a fronte di una capacità a regime di 24 aerei all’anno». Si viaggerà quindi a circa un terzo delle potenzialità dell’impianto.

Al lavoro solo 140 tecnici da Caselle
E per le ali andrà ancora peggio. Alla fine di dicembre ne risultavano completate quattro e mezza. «Cento ali in 6-7 anni - calcola ancora il giornalista fanno 15,3 all’anno, contro una capacità a regime, dichiarata da Alenia nel marzo 2012, di 96 ali all’anno. Veramente troppo poco per gli immensi capannoni di Cameri, dove oggi lavorano solo 140 fra tecnici, operai e impiegati provenienti in gran parte dagli stabilimenti di Caselle, dove il lavoro cala».


FOTOGALLERY


Cameri, nella fabbrica dei super caccia F-35


"Promossa" la base militare dei nuovi caccia F35 




Le immagini
del corteo
per dire "no"
agli F35

I privilegi della casta, dopo San Siro ecco gli spettacoli Seimila poltrone riservate a politici e personalità

Il Giorno

Biglietti gratuiti, i Radicali pubblicano l’elenco


Tra i consiglieri comunali i recordman sono i leghisti Luca Lepore (32) e Massimiliano Bastoni (30) subito seguiti dal pidiellino Matteo Forte (28)

di Gianbattista Anastasio
Milano, 30 gennaio 2013


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Marco Cappato prosegue imperterrito l’operazione-trasparenza sui biglietti gratuiti riservati a politici, alte personalità e delegazioni straniere per assistere a spettacoli di vario tipo. Dopo gli elenchi dei beneficiari dei biglietti per gli eventi (sportivi e no) in programma allo stadio di San Siro, il consigliere comunale ha pubblicato ieri sul sito dei Radicali i beneficiari dei biglietti per i teatri. Un elenco ricevuto in risposta ad un’interrogazione in aula. Il periodo di riferimento va dall’11 giugno 2011 al 7 luglio 2012. In poco più di un anno sono stati messi a disposizioni delle autoritità cittadine e stranieri oltre 6000 biglietti divisi per tre teatri.

Solo la Scala ha riservato 3728 biglietti, validi per 233 rappresentazioni, a sindaco, assessori, consiglieri e dirigenti comunali, nonché a senatori, europarlamentari, prefetto, presidente della Provincia e associazioni del terzo settore. Di questi, 892 sono stati restituiti al Piermarini e 1144 tagliandi sono rimasti inutilizzati. Il primo cittadino Giuliano Pisapia ha ricevuto 10 biglietti, tra gli assessori svetta Bruno Tabacci (ormai ex della Giunta) con 16 tagliandi, quindi Chiara Bisconti con 13. Tra i consiglieri comunali i recordman sono i leghisti Luca Lepore (32) e Massimiliano Bastoni (30) subito seguiti dal pidiellino Matteo Forte (28). Tra i dirigenti la prima piazza va a Ileana Musicò, segretario generale del Comune, con 24 biglietti.

Subito dopo Antonio Calbi con 24. Trenotto gli ingressi ricevuti dalla dipendente Patrizia Cobelli. Tra le personalità esterna a Palazzo Marino che hanno ricevuto biglietti per la Scala anche Guido Podestà, presidente della Provincia (6), l’europarlamemtare e oggi candidato governatore Gabriele Albertini (6), don Mazzi (2), l’ex prefetto Gianvalerio Lombardi (2). Ma ci sono anche 207 biglietti destinati a cinque associazioni del terzo settore. Non solo Scala. Nello stesso periodo il Piccolo ha riservato a politici e personalità 2228 biglietti e il Teatro degli Arcimboldi 702.



San Siro, i biglietti del Comune rivenduti dai bagarini ai tifosi

Il Giorno
di Massimiliano Mingoia

Alla Finanza due omaggi per la partita Inter-Roma

Dopo la testimonianza di una coppia di sportivi indagano le Fiamme Gialle. Marco Cappato dei Radicali: "Adesso ci dicano a chi erano assegnati"

Milano, 6 settembre 2012 


Cattura
Biglietti omaggio del Comune per le partite allo stadio di San Siro che finiscono nella mani dei bagarini e vengono rivenduti a semplici tifosi. Sì, avete letto bene. È successo domenica scorsa, in occasione di Inter-Roma, seconda partita del campionato di Serie A. La Guardia di Finanza, a quanto si apprende, starebbe già indagando sul caso. Nel mirino ci sono due biglietti del primo anello rosso laterale, per la precisione del settore Y01, fila 11, posti 23 e 24.

Ticket emessi martedì 28 agosto, cinque giorni prima dalla partita tra nerazzurri e giallorossi. Su entrambi i biglietti non c’è alcun riferimento nominativo ai possessori dei tagliandi, ma solo la dicitura «Comune di Milano» e l’indicazione «omaggio». Si tratta di due dei 320 tagliandi a disposizione dell’amministrazione comunale, proprietaria del Meazza, per le partite di Inter e Milan, gestori dello stadio secondo la convenzione che risale al 2000.

Quei due biglietti-omaggio sono finiti nelle mani di un bagarino. A testimoniarlo è stata una coppia di albanesi, un uomo e una donna, tipi distinti, arrivati a San Siro per assistere al match. Sono stati loro due ad acquistare i due biglietti da un bagarino che si aggirava nei pressi del Meazza. I due albanesi hanno avuto dubbi sull’acquisto di quei ticket: «Chi ce lo dice che non sono falsi?». Il bagarino li ha rassicurati dando loro il numero di cellulare e affermando: «I biglietti sono veri, ma se avete problemi a entrare allo stadio potete pure chiamarmi».

La coppia di albanesi ha immediatamente verificato davanti al bagarino che il numero di cellulare fosse esatto e a quel punto ha comprato i tagliandi. Ma che ci fosse qualcosa di anomalo nel fatto che quei due ticket gratuiti targati «Comune di Milano» erano nelle mani di una coppia di stranieri non è un fatto che è passato inosservato. Risultato finale: le fotocopie dei due biglietti e il numero di cellulare del bagarino sono finiti nelle mani delle Fiamme Gialle.

La domanda sorge spontanea: a chi erano stati assegnati in prima battuta quei due biglietti-omaggio del Comune? Una risposta ancora non c’è, ma potrebbe arrivare nei prossimi giorni. Dall’inizio di questo campionato, la metà dei 320 tagliandi resta nelle mani dei politici di Palazzo Marino (sindaco, assessori, consiglieri comunali e presidenti dei Consigli di Zona), mentre l’altra metà è destinata a studenti, anziani e dipendenti comunali, in quest’ultimo caso attraverso un’apposita lotteria.

Un modo per tagliare, almeno in parte, i privilegi ai politici. Una riforma voluta dall’assessore allo Sport, Chiara Bisconti. Il fatto che però alcuni ticket assegnati all’amministrazione comunale finiscano nelle mani dei bagarini dimostra che qualcosa nell’assegnazione dei biglietti non funziona.

Un’anomalia che non stupisce Marco Cappato, consigliere comunale dei Radicali, che si batte perché i biglietti omaggio siano sottratti ai politici: «Ticket del Comune in mano ai bagarini? L’amministrazione ora comunichi a chi erano stati assegnati quei due tagliandi. Politici o semplici cittadini, il problema sta alla radice: i biglietti omaggio per il Comune sono troppi e il fatto che finiscano nelle mani dei bagarini dimostra che vengono violate anche le regole sulla tessera del tifoso».

massimiliano.mingoia@ilgiorno.net