mercoledì 30 gennaio 2013

Alberto Sordi, a Villa Borghese una strada intitolata al mito del cinema

Il Messaggero
di Gloria Satta

La decisione del Comune a dieci anni dalla morte dell’attore


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Dieci anni fa, nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003, moriva Alberto Sordi. Ma il grande attore, ambasciatore della romanità nel mondo intero, è sempre vivo nel cuore della gente. Ora Roma avrà una strada intitolata ad Albertone. Viale del Museo Borghese, a due passi dalla Casa del Cinema e Largo Mastroianni, diventerà Viale Alberto Sordi. La proposta, lanciata dall’assessore alla Cultura Dino Gasperini, è stata approvata dalla Commissione toponomastica del Comune e dalla Sovrintendenza e domani andrà in Giunta. La cerimonia d’intitolazione è in programma il 16 febbraio alla presenza del sindaco Alemanno, della signorina Aurelia Sordi, sorella di Alberto e affettuosa custode della sua memoria, e dei rappresentanti della Fondazione Alberto Sordi.

«Sarà dunque Albertone a dare idealmente il benvenuto ai visitatori di Villa Borghese», commenta Gasperini. «La scelta della strada è stata ponderata: trovandosi nel cuore di Roma, simboleggia lo stretto legame di Sordi con la città. Non è un tratto a scorrimento veloce ma si addentra nel Parco: offrirà così a tutti la possibilità di soffermarsi a ricordare». Aggiunge Alemanno: «Finalmente a dieci anni dalla mote di Sordi colmiamo un’inaccettabile lacuna: Roma dedica una strada ad uno dei suoi più grandi interpreti. Ed è solo l’inizio di una serie di celebrazioni che caratterizzeranno il 2013 in suo onore».

IL LEGAME
Il legame di Sordi con Roma è stato una vera storia d’amore. La Capitale è il luogo in cui si sono magicamente intrecciati i film dell’attore e le vicende private di una biografia densa di eventi, incontri, successi. Alberto considerava Roma la città più bella del mondo malgrado il traffico, i problemi della convivenza e i mutamenti intervenuti negli anni. E tutta la sua vita si è svolta nel segno della Capitale. A cominciare dalla nascita, avvenuta il 15 giugno 1920 in via San Cosimato a Trastevere, per concludersi dieci anni fa nella grande casa del Celio. La Basilica di Santa Maria in Trastevere è stato il primo palcoscenico di Sordi chierichetto che, per l’irrefrenabile voglia di esibirsi, si attirava gli scappellotti del parroco. Nella Cappella Sistina il futuro attore, ancora bambino, cantò nel coro delle voci bianche.

Nei teatri Valle, Sala Margherita, Quattro Fontane da adolescente fece parte della claque. E nei pratoni di Cinecittà, nel lontano 1936, girò il primo film come comparsa, Scipione l’Africano.Una volta famoso, l’attore stabilì il suo quartier generale negli studi della Safa Palatino, prese un ufficio in via Emilia, quindi donò il terreno di Trigoria dov’è stato edificato il Campus Biomedico. Nel 2000, in occasione del Giubileo degli Artisti, Sordi incontra Giovanni Paolo II in Vaticano. Tre anni dopo la piazza del Campidoglio ospita le migliaia di romani che visitano la camera ardente di Sordi. E ai suoi funerali solenni, in San Giovanni in Laterano, partecipano in 250mila. Recitava uno dei tanti striscioni: «Ieri un americano a Roma, oggi un romano in cielo».


Martedì 29 Gennaio 2013 - 08:48
Ultimo aggiornamento: 09:05

Ingroia: "Se la Boccassini sapesse cosa diceva Borsellino di lei..."

Libero

Guerra tra toghe, atto secondo. Dopo il "piccolo uomo, si vergogni" della rossa, la controreplica dell'ex guatemalteco. E nello scontro s'inserisce pure Grasso...


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Tutto inizia con il paragone con Giovanni Falcone e la durissima replica di Ilda Boccassini: "Antonio Ingroia si paragona a Falcone? Si vergogni. La sua piccola figura di magistrato è lontana anni luce da quella di Giovanni". E' guerra tra toghe, insomma. Tra la toga che in politica ci è scesa direttamente (Ingroia, leader di Rivoluzione civile) e quella che la politica la fa dall'aula del tribunale di Milano (Ilda la rossa). Il piccato Ingroia non ha fatto attendere la sua risposta, articolata in più parti. La prima è arrivata martedì sera a Ballarò: "La Boccassini si informi prima di parlare. Legga con attenzione le mie dichiarazioni".

Il "pizzino" di Ingroia - La seconda parte della replica è arrivata il mattino successivo, in una notta vergata dal civil-rivoluzionario in persona. "Ho atteso finora una smentita, invano - scrive Ingroia riferendosi alle dichiarazioni della Boccassini -. Siccome non è arrivata, dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca". Ma il meglio - della risposta - deve ancora venire. Eccolo: "Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano, e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava lei. Ogni parola in più - si conclude la nota di Ingroia - sarebbe di troppo".

E spunta pure Grasso... - Il livello dello scontro si alza. La guerra tra toghe si fa sempre più dura. Ed è in questo contesto che spunta anche il terzo incomodo, l'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, "salito" in politica spinto da verve democrat, al fianco del compagno Pier Luigi Bersani. E, di fatto, il Grasso si schiera con la Boccassini: "Giovanni Falcone ha fatto cose talmente eclatanti che oggi, paragonarsi a lui, mi sembra un fuor d'opera". Così il candidato Pd ad Agorà su Rai3. "C'è da considerare - ha proseguito - ciò che ha subito Falcone nella sua vita. Ha subito un attentato all'Addaura ed è stato accusato di esserselo procurato da solo; è stato accusato di aver insabbiato le carte dei processi nel rapporto con la politica; è stato accusato di fare il professionista dell'antimafia; è stato accusato di andare nei palazzi della politica, dove effettivamente è riuscito a fare una legislazione che tutti ci invidiano". Ingroia perde, insomma: due toghe a uno.



Ingroia: "Io come Falcone". La Boccassini: "Si vergogni"

Libero

L'ex pm si paragona all'eroe anti-mafia per le critiche ricevute dai colleghi. Ilda perde il controllo. Poi la controreplica: "Si informi"

 

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Il cortocircuito delle toghe. Uno scontro all'arma bianca tra la toga che politica ha deciso di farla in prima persona (Antonio Ingroia) e quella che, invece, la fa dall'aula del tribunale di Milano, la rossa Ilda Boccassini. Il leader di Rivoluzione Civile, aspramente criticato da più fronti per la sua discesa in politica, si difende e rilancia ricordando che di Piero Grasso, candidato col Pd, non si parla quanto di lui.

Il paragone con Falcone - Il pm prezzemolino, poi, alza l'asticella e spara contro i colleghi magistrati, in prima fila nello stigmatizzare la sua avventura politica: "L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete".

Il macigno di Ilda - Il leader di Rivoluzione Civile, senza giri di parole, si paragona a Falcone, il magistrato eroe che fu ucciso dalla mafia nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Ed è qui che entra in campo la seconda toga, Ilda Boccassini, la paladina della crociata anti-Cav, in prima linea nel processo-spettacolo sulle notti di Arcore, e che con Falcone era unita da un profondo legame. Da Ilda, affidate al TgLa7 di Enrico Mentana, arrivano parole pesantissime: "Come ha potuto Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in anni luce. Si vergogni".

La replica di Antonio - Non si è fatta aspettare la controreplica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo, ed è arrivata dagli schermi di Ballarò. Ingroia ha respinto le accuse della sua ex collega: "Probabilmente non ha letto le mie parole, si informi meglio. Io - ha aggiunto - non mi sono paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento".

Buffa e il caso Weisz : se lo sport è cultura

Corriere della sera


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Non potrei mai perdonarmi di non aver segnalato il più bel programma culturale che mi sia capitato di veder negli ultimi tempi. Sto parlando di «Federico Buffa racconta Arpad Weisz», trasmesso a rotazione da Sky Sport per celebrare il giorno della memoria. Fino a poco tempo fa, di Weisz, nato a Solt il 16 aprile 1896, s'erano perse le tracce: era stato allenatore, dalla fine degli anni '20 in poi, di Inter (allora Ambrosiana) e Bologna, alle quali aveva fatto vincere ben tre scudetti e altri prestigiosi tornei; si precisava che era un ebreo ungherese, deportato e ucciso dai nazisti.

Federico Buffa ha dato voce e volto alla sua incredibile storia, passata quasi inosservata prima che Matteo Marani decidesse di raccontarla in un libro, Dallo scudetto ad Auschwitz . Ungherese, buon calciatore di scuola danubiana, ottimo allenatore, quasi un precursore nell'attenzione scientifica che mette nella sua professione. In Italia è a Milano (abitava in Corso Italia, vicino al palazzo che ora ospita il Touring e all'epoca era la sede della prima radio italiana) e a Bologna. Scopre Giuseppe Meazza, a Bologna inventa lo squadrone che «tremare il mondo fa». Poi le leggi razziali di Mussolini, un lungo peregrinare per l'Europa, fino ad Auschwitz.

Buffa è un narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni. Ne esce un ritratto vivido, febbrile, commovente, non solo di Arpad Weisz, ma della storia del calcio, delle tattiche di gioco, della letteratura, della politica, della musica. Ecco, questo è raccontare lo sport, dare senso ad avvenimenti che apparentemente non ne hanno, osservare il lato notturno della storia che ancora avvolge il mondo in una nebbia opaca.
P.S. Un solo piccolo appunto: Buffa si mesce Tokaj da una bottiglia con tappo filettato!

Aldo Grasso30 gennaio 2013 | 9:18

In Italia un ragazzo straniero down non può ottenere la cittadinanza

Corriere della sera
di Stefano Pasta


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Che l’attuale legge sulla cittadinanza non sia un fiore all’occhiello della nostra giurisprudenza è forse un fatto noto. Tuttavia, l’ingiustizia di questa legge non finisce mai di stupire. Ad esempio, rende impossibile ai ragazzi down, nati e cresciuti nel Belpaese, di diventare italiani una volta spente le diciotto candeline. Il caso è stato sollevato da una cittadina albanese che vive regolarmente in Italia da molti anni e che ha scritto a inizio gennaio al portale online stranieriinitalia.it: “Mio figlio è nato qui e ha appena compiuto 18 anni ma è affetto dalla sindrome di down. Può diventare cittadino italiano entro il compimento del suo diciannovesimo compleanno? Posso presentare io per lui la domanda al Comune di residenza?” Implacabile la risposta della legge italiana: no, la domanda sarà respinta, perché la nostra legge non considera un ragazzo down idoneo a presentare la richiesta. Il motivo? È incapace di intendere e volere.
Spiega l’avvocato Gaetano De Luca, legale della Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità):

“Lo scoglio sta nel giuramento, passaggio imprescindibile quando si vuole ottenere la cittadinanza per un diciottenne straniero nato in Italia. Si tratta di un atto personalissimo e dunque nessuno, neanche il genitore o un amministratore di sostegno nominato dal Tribunale, può pronunciarlo per conto di un figlio o di un tutelato. Purtroppo, questo non è l’unico caso di cui siamo a conoscenza”.


Sempre la Ledha ha fornito una consulenza al ricorso di un altro ragazzo down a cui è stata bocciata la domanda: il Tar del Lazio si pronuncerà a breve e potrebbe fare giurisprudenza. Applicando questo tipo di ragionamento, se si è down, la legge esclude in toto i “nuovi italiani” dalla possibilità di ottenere la nuova cittadinanza. Con meno diritti tra i disabili in quanto di origine straniera. E discriminati tra i figli di immigrati in quanto disabili psichici. Ma il caso di questi ragazzi evidenzia anche i danni provocati da un’altra stortura dell’attuale legge: la cittadinanza dei diciottenni nati e cresciuti in Italia non è un diritto, ma una concessione dello Stato. Che infatti, come in questo caso, può scegliere di non concederla.

Secondo la Ledha, il problema potrebbe essere risolto se l’Italia rispettasse la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18 del 2009. Spiega l’avvocato De Luca: “Obbliga gli Stati firmatari a riconoscere alle persone disabili il diritto di cambiare cittadinanza”.

Ecco, appunto, ora anche le Nazioni Unite sono una voce in più in favore della riforma!
(nel video, la presentazione dell’iniziativa di un’agenzia pubblicitaria in occasione dell’ultima Giornata mondiale della sindrome di Down)

Anonymous, le donne dietro la maschera

Corriere della sera
di Marta Serafini


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La regola numero 29 di internet recita: “in rete le ragazze sono uomini e tutti i ragazzini sono agenti dell’Fbi sotto copertura”. Nel libro Noi siamo Anonymous (edito in Italia da Piemme) la giornalista di Forbes Parmy Olson racconta la storia dei seguaci di Guy Fawkes. Profili, tradimenti, colpi scena. Da Chanology fino alle operazioni contro Paypal e Sony. Poi, i contatti con gli attivisti della primavera araba e le relazioni con Wikileaks.

Quattro anni di cyber-movimento vengono ripercorsi e molto romanzati. Nerdo, Sabu. E anche  Kayla, gli hacker più famosi del mondo diventano personaggi da film (e chissà come la prenderebbero loro, gli anon). Ma Parmy Olson è una donna. E nelle pagine del suo libro non può fare a meno di parlare anche di hacktivism e stereotipi di genere .

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Emblematica è la storia di Kayla, uno degli esponenti più famosi di LulzSec, il sottogruppo di Anonymous autore delle più importanti operazioni degli ultimi quattro anni. Kayla per anni ha affermato di essere una 14enne, un’adolescente diventata esperta di informatica perché figlia di un ingegnere elettronico.  All’inizio della sua “carriera” di hacktivist si lamentava di come la sua vita online sia più difficile a causa del suo sesso.In realtà, scrive Olson:

“la persona reale dietro il suo nick si garantiva maggiori opportunità e possibilità di compiere azioni di hackeraggio sotto le spoglie di una  ragazza misteriosa”.
E ancora:

“Le donne sono rare sui forum di hacker, da qui lo slogan Non ci sono donne su internet. Se le ragazze rivelano il loro vero sesso spesso ricevono commenti misogini del tipo Tits or Gfto (facci vedere le tette o vai fuori dai piedi). Così molte si camuffano e fingono di essere maschi”. Già, peccato che Kayla, la mitica Mata Hari di Anonymous, in realtà pare essere il 24enne disoccupato inglese ex militare Ryan Acroyd, la cui sorellina minore si chiama Kayleigh.

Il genere in rete dunque non sembra esistere. Sembra vincere il neutro. La Olson racconta anche di un gruppo di hacktivist transgender.  “Il fatto di non avere un’identità definita in rete, ha spinto alcuni di loro a cambiare sesso anche nella vita reale”. La teoria pare azzardata, anche perché non stiamo parlando di grandi numeri.

Quello che però colpisce è che quella maschera davvero azzeri tutto. Provenienza, status sociale, professione. E sesso.  We are Legion, il bellissimo documentario di Brian Knapperberger, si apre con la testimonianza di Mercedes, una giovane esponente di Anonymous. L’impressione è di avere di fronte una persone senza genere, asessuata, dal look assolutamente identico a quello dei suoi coetanei maschi, che usa le stesse espressioni e lo stesso slang.

Qualche mese fa  su uno dei canali IRC (Internet Relay Chat) di OpItaly ho incontrato un hacktivist che diceva di essere una donna. E probabilmente  era vero:
“Siamo in poche. Ma anche noi ragazze partecipiamo agli attacchi DDDoS (Distribuited Denial of Service)”, mi ha spiegato.
Quando le ho chiesto se ci fossero discriminazioni di genere non mi ha risposto. L’argomento non sembrava interessarlo/la. Il problema è che non posso sapere se davvero fosse una donna. Non lo posso e non lo devo sapere.

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Spesso si dice che la rete sia maschilista, che le donne vengano insultate perché l’anonimato permette di dare libero sfogo alla misogina senza il rischio di incorrere in sanzioni morali o materiali. E questo è in parte vero. La maggior parte delle regole sono scritte dagli uomini anche nel mondo virtuale. Ma è anche vero che io donna posso fingermi un energumeno alto 2 metri ribaltando così in un secondo i ruoli.

E se qualcuno mi insulta e mi dà fastidio posso cambiare identità per difendermi. Oppure posso decidere di sfruttare il fatto di essere donna a mio vantaggio. Kayla era un esperto di ingegneria sociale, sapeva bene come manipolare il pensiero altrui e farsi dare informazioni. E non a caso ha scelto di essere una donna nel suo mondo virtuale.
Che non sia un caso?

Uccelli sull'aereo e maltempo» E le compagnie non pagano i ritardi

Corriere della sera

Tutte le scuse: dai bagni intasati alle ruote sgonfie. Altroconsumo: «È necessario conservare il biglietto e scattare una foto al tabellone dell'aeroporto»


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Sei atterrato con un forte ritardo e vuoi essere risarcito? In bocca al lupo. Se ricevi qualche soldo sei tra quei pochi, pochissimi, che ce la fanno. Almeno in una prima istanza. Perché, per il resto, è una lunga serie di «no». E per le ragioni più diverse. Dagli stormi di uccelli che si sarebbero abbattuti contro il velivolo alle tempeste che consiglierebbero di non decollare. Dalla ruota forata ai bagni fuori servizio. Dai vetri scheggiati alle porte interne che non si chiudono. E mentre prima molte compagnie almeno rispondevano, ora, se possono, non lo fanno più. «Oppure allestiscono una trafila lunga e complicata che scoraggia il consumatore».

Uno studio mette nero su bianco le cifre e alcuni dei responsabili del fenomeno. E spiega come le cose siano peggiorate, paradossalmente, dopo il 23 ottobre 2012: il giorno in cui la Corte di Giustizia europea ha ribadito che i passeggeri di voli che atterrano con ritardi superiori alle tre ore - «a meno di cause di forza maggiore o eventi eccezionali» - hanno diritto a una compensazione pecuniaria «tra i 250 e i 600 euro».

La sentenza, per ora, non sembra aiutare molto. «Soltanto l'8,4% dei passeggeri viene risarcito», sintetizza la ricerca curata da Flight-delayed.co.uk, sito che affianca i clienti nella richiesta danni alle compagnie aeree. E l'altro 91,6%? «La loro domanda viene respinta oppure ignorata». Le «cause di forza maggiore» o le «circostanze straordinarie» sono le principali motivazioni che portano le società a dire no: tra questi c'è un 40% delle risposte che si appella a «difficoltà tecniche imprevedibili». Termine generico che, «soltanto dopo una richiesta più approfondita - precisa il dossier - scopriamo trattarsi spesso di bagni intasati o portelloni difettosi». «Nonostante la Corte di Giustizia europea abbia stabilito che le "difficoltà tecniche" non possono valere come giustificazione per non risarcire i passeggeri, molte aziende continuano a farlo», spiega Raymond Veldkamp, portavoce di Flight-delayed.co.uk.

I dati si riferiscono al periodo luglio-dicembre 2012, prendono in esame una cinquantina di compagnie aeree e le richieste di 10.412 passeggeri. Il 23 ottobre, almeno a leggere le cifre, sembra aver cambiato molte cose. «Da quel giorno le società sono diventate meno collaborative». È crollato, per esempio, il numero delle risposte alle richieste di risarcimento entro le sei settimane obbligatorie. «Se prima otteneva una replica il 45,4% dei clienti, dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea il tasso è sceso al 24,1». «Colpa» più dei «colossi» che delle low cost. In parallelo, sono aumentati i rigetti per «condizioni meteo avverse» (dal 3,8 al 12,1%), per l'«arrivo in ritardo del velivolo» (dal 4,8 al 6,3%), per «collisione con uno stormo di uccelli o altri oggetti» (dall'1,1 al 4,5%) o senza un motivo (dal 6,5 al 7,6%).

«In prima battuta le compagnie tendono di rispondere sempre di no, anche se il passeggero ha ragione», spiega Maurizio Amerelli, giurista dell'associazione Altroconsumo. «Ma più il consumatore va avanti nella richiesta di indennizzo, più c'è la possibilità che l'azienda presti attenzione». Non sempre è così. Soprattutto per tre motivi. Il primo: «Molti decidono di non fare nulla perché scoraggiati dalla lunga trafila», ragiona Amerelli. Il secondo: «Le richieste vengono fatte individualmente, quando sarebbero più forti quelle in gruppo». Il terzo: «In pochi conoscono le norme europee a tutela del consumatore». Soltanto il 7% dei viaggiatori, secondo Flight-delayed.co.uk.

«Quando si verifica un disservizio le compagnie aeree dovrebbero informare i clienti delle cose che possono fare - continua il giurista di Altroconsumo - ma questo non succede sempre». Quindi che fare se il volo arriva quattro, cinque ore dopo? «Intanto conservare il biglietto: sembra banale, ma in molti se ne sbarazzano troppo presto», suggerisce Amerelli. Poi bisogna «raccogliere una prova fotografica del ritardo, scattando un'istantanea al tabellone dell'aeroporto». Quindi «cercare di coinvolgere anche altri passeggeri dello stesso volo». Poi aspettare. E, a leggere il report di Flight-delayed.co.uk, incrociare le dita.

Leonard Berberi
29 gennaio 2013 | 10:24

La rivolta degli agnelli col microchip I pastori: “No al gregge super-digitale”

La Stampa

Francia, marcia di protesta degli allevatori contro la marcatura elettronica del bestiame: “L’eccessivo uso di gadget è anti-ecologico”
 alberto mattioli

CORRISPONDENTE DA PARIGI


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La prima transumanza di protesta della storia agricola francese parte oggi da Mornans, dipartimento della Drôme, nel sud-est del Paese, e si concluderà venerdì davanti alla prefettura di Valence, il capoluogo. Un collettivo di pastori ha scelto questa forma di protesta creativa contro l’obbligo di impiantare un microchip sui suoi animali: «Dal 28 gennaio al primo febbraio, marceremo nella Drôme con gli allevatori e le loro greggi contro la marcatura elettronica dei montoni», annuncia il portavoce del collettivo, Sébastien Pelurson, proprietario di 230 pecore e 25 capre.

Sono in tutto una cinquantina di allevatori e sono arrabbiati contro l’ennesima decisione assurda partorita da qualche burocrate parigino, uno che un gregge l’ha visto al massimo in televisione. Dal 2010, il microchip Rfid (Radio Frequency Identification), un tatuaggio elettronico, è infatti obbligatorio per agnelli e capretti; entro il prossimo luglio, lo sarà per tutte le greggi. Ma gli allevatori non ci stanno. Monsieur Pelurson fa notare che «oggi gli animali portano già due anelli di plastica, uno a ogni orecchio, che servono a identificare l’animale e la sua provenienza.

Secondo noi, è una corretta tracciabilità». La rivolta degli agnelli si fa nel segno dell’ecologia, della natura e del piccolo è bello. Laure Charroin, proprietaria di 70 pecore, spiega al «Parisien»: «Questo nuovo gadget, deciso in un ufficio di Parigi, è forse utile agli allevatori di cinquemila bestie, ma senza interesse per noi. Il prefetto ci prende per una banda di anarchici, ma noi lottiamo perché i contadini non siano privati del loro savoir-faire e trasformati in semplici operatori al servizio di un allevamento sempre più industrializzato».

La fronda costa. Un altro allevatore, Etienne Mabille, titolare di 60 pecore, racconta che l’obiezione di coscienza contro il microchip gli è già costata 8 mila euro di mancate sovvenzioni statali ed europee. Ma non intende mollare. «Le Monde» si schiera con lui e i suoi colleghi, parlando di «cittadini che diventano dei montoni» davanti al Grande Fratello informatizzato. E già si prepara la nuova battaglia, perché lo Stato vuole obbligare gli allevatori, entro il 2015, a utilizzare solo riproduttori maschi «certificati» in appositi centri di selezione, mentre dalla notte dei tempi i pastori se li sono sempre scambiati fra le varie fattorie. «Questo metterà in pericolo la diversità genetica, la resistenza alle malattie, e tutto per seguire un modello industriale», accusa Pelurson. Nessun silenzio degli innocenti, insomma. Gli agnelli protesteranno attraversando il dipartimento. E i loro padroni diffondendo un documentario sull’argomento. Il titolo dice già tutto: «Montone 2.0». 

Coppie di fatto anche nell'Aldilà, il Comune dà il via libera

Corriere della sera

Approvato il nuovo regolamento che consente di essere sepolti accanto al compagno e di contribuire alle spese per la sepoltura


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BOLOGNA - Coppie di fatto anche dopo la morte, con la possibilità di essere sepolti accanto al compagno o alla compagna, di dire la propria sulla dispersione delle ceneri o il disseppellimento e anche di contribuire alle spese per la sepoltura. Il Consiglio comunale di Bologna ha approvato (seppur con l'astensione di due consiglieri Pd) la richiesta di modifica al Regolamento di Polizia mortuaria, proposta dal capogruppo democratico,

Sergio Lo Giudice, con la quale si chiede, per esempio, la possibilità di ammissione nei cimiteri cittadini di persone non residenti ma legate in vita da un vincolo di convivenza a persona già sepolta. Finora questo lo potevano ottenere solo il coniuge o il parente di prima grado. Altre novità saranno il coinvolgimento del convivente all'inumazione della persona defunta, nel dovere di contribuire al trasporto della salma, nelle scelte sulla dispersione delle ceneri (in mancanza di una disposizione scritta, questo si applica solo in assenza di opposizione degli altri aventi diritto), nelle operazioni di disseppellimento.

IL VOTO - Il documento ha dunque incassato 17 voti favorevoli (Pd, Sel, M5s, Gruppo misto, Bologna riformista e democratica), ma i democratici (e cattolici) Raffaella Santi Casali e Tommaso Petrella hanno scelto di astenersi, assieme a Patrizio Gattuso e Lorenzo Tomassini del Pdl e alla Lega nord. Per Santi Casali, peraltro, è stato il secondo voto difforme dal suo gruppo nella giornata di oggi. In precedenza, infatti, aveva votato favorevolmente l'ammissione ai lavori di un ordine del giorno del Pdl che chiedeva lo sgombero dei locali di Santa Marta, condannava la condotta di Bartleby ed esprimeva solidarietá al rettore dell'Ateneo di Bologna,

Ivano Dionigi. Lo Giudice sulla sua pagina Facebook dopo il voto, esprime soddisfazione per l'approvazione del suo documento. Il Comune di Bologna, scrive, «non fa alcuna discriminazione in vita fra coppie sposate e coppie di fatto, ma dopo la morte potrebbero crearsi situazione delicate di disconoscimento della relazione di una vita». Quindi la modifica del Regolamento è «una misura di attenzione verso situazioni di fatto che rischiano di essere offese o disconosciute in un momento difficile e delicato come la morte del partner».

Redazione online28 gennaio 2013

La contesa tra Vienna e Legnago: “Non restituiremo le spoglie di Salieri”

La Stampa

La capitale austriaca dice no alla richiesta avanzata dalla cittadine veronese che ha dato i natali al famoso compositore
roma


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Le spoglie di Antonio Salieri, morto nel 1825 a Vienna, non torneranno a Legnago, come chiesto da un comitato della cittadina veronese che ha dato i natali al famoso compositore italiano, che, secondo la leggenda, era talmente geloso del grande Mozart al punto di averlo avvelenato. “Salieri appartiene alla storia della musica di Vienna”, ha spiegato al quotidiano Oesterreich una portavoce delle autorità culturali della capitale austriaca. E’ “molto difficile” che le autorità viennesi restituiscano i resti di Salieri, sepolto al Zentralfriedhof (Cimitero Maggiore) di Vienna, ha aggiunto la portavoce, dopo che la settimana scorsa l’Arena ha riportato la richiesta - anche se non formale - di un comitato cittadino capitanato dall’ex consigliere regionale Franco Bozzolin. 

Facebook: ecco perché abbiamo bloccato Vine

La Stampa

Il social network ha spiegato la propria politica per l’accesso ai dati da parte di applicazioni esterne

claudio leonardi

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Si è subito parlato di duello tra Facebook e Twitter, dopo che il sito creato da Mark Zuckerberg ha bloccato alcune funzioni di Vine , la nuova creatura del microblogging che consente di creare e condividere video-messaggi di sei secondi. In realtà, nei giorni scorsi più di una applicazione si era vista interdetta la piattaforma di programmazione di Facebook, le cosiddette Api (Application Program Interface), che permettono agli sviluppatori di software di creare strumenti in grado di interagire con il social network e accedere ad alcune informazioni condivise dagli utenti. Nel caso di Vine, le persone che usano l’app si sono accorti che era impossibile aggiungere amici tramite Facebook. 

Justin Osofsky, responsabile di questo specifico settore, ha spiegato nel blog le ragioni dell’improvviso black-out, frutto, a quanto pare, di una nuova politica aziendale. “La maggior parte degli sviluppatori che costruiscono applicazioni social e giochi, - si legge nel comunicato - potrà continuare a fare quello che sta facendo”, ma, è scritto più avanti, “per un numero molto inferiore di applicazioni che sfruttano Facebook per replicare le nostre funzionalità o avviare la loro crescita in un modo che crea poco valore per gli iscritti su Facebook, per esempio non fornendo agli utenti un modo semplice per ritornare a condividere su Facebook, abbiamo adottato delle politiche di contrasto”. 
In poche parole, o c’è un vantaggio per il social network, o non pensate di potere usare i nostri dati.

Come ha sottolineato la giornalista Donna Tam, su Cnet , una posizione simile fu adottata da Twitter un anno fa, quando lasciò fuori dalla porta delle proprie Api pezzi grossi quali Linkedin, Instagram e Tumblr. E tuttavia, a ben guardare, Vine prevedeva la possibilità di condividere i micro-video anche tramite Facebook, rispondendo, apparentemente, alla legittima richiesta del social network di poter godere di un vantaggio reciproco, quando apre lo scrigno della sua piattaforma.  La questione, dunque, potrebbe non essere chiusa qui. La nuova applicazione di Twitter, d’altra parte, ha riscosso un immediato successo e costituisce un probabile avvicinamento a quell’ingresso in borsa che gli analisti prevedono sia già scritto nel futuro prossimo del sito di micro-blogging. E che potrebbe rendere ancora più accesa la competizione con Facebook.

Che fine fanno i nostri dati su Facebook? Tutte le risposte dei manager europei di Zuckerberg

Corriere della sera
di Olga Mascolo *


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Lo chiamano il privacy paradox ed è il paradosso più reale dei nostri giorni: più riveliamo al mondo online, e più sentiamo la necessità che la nostra privacy venga protetta e difesa, nella realtà offline. È un problema più attuale che mai (in tutto il mondo oggi si celebra la giornata mondiale della privacy) ed è una questione che non passa inosservata alle istituzioni europee e al mondo accademico di stanza a Bruxelles, dove di recente si è tenuta la “Conference on Computing, Privacy and data protection 2013”.

In Belgio si è discusso di dati personali e tecnologia con interlocutori provenienti dalle università, dalle istituzioni europee e dalle maggiori aziende tecnologiche ma anche da piccole startup. Un aspetto è emerso più degli altri: è importante che resti valido un ordinamento unico in campo di trattamento dei dati, almeno a livello europeo. Erika Mann, capo dell’EU policy per Facebook, si raccomanda che vi sia un’unica interpretazione del regolamento europeo in campo di data privacy, “in modo che ve ne sia uno solo, contro le 27 eventuali interpretazioni nazionali”. L’assenza di uniformità, continua Erika Mann, “metterebbe in difficoltà le grosse aziende, come Facebook, e da un altro lato affosserebbe completamente le piccole start up, le quali spendono molti soldi in consulenza”.

Fra tutti i presenti alla conferenza, c’era anche Richard Allan, global manager della data policy per Europa, Medio Oriente e Africa, che ci ha aggiornato sullo stato della privacy per gli utenti su Facebook, in luce del nuovo graph search, e in relazione al riconoscimento facciale. O di più antiche questioni, come: che fine fa ciò che mettiamo su Facebook?

Si parla di privacy e uno degli argomenti caldi è il riconoscimento facciale. Nel 2012 è stata sospesa questa funzione su Facebook in seguito ad alcune indicazioni del Working party, che rappresenta le autorità per la protezione dei dati in Europa. Prevedete di utilizzare ancora questo strumento, e come?
“Noi abbiamo sempre cercato di rispettare le indicazioni che provengono dall’ordinamento dell’Unione Europea e lo faremo anche in futuro. Questi aspetti sono sempre stati gestiti dalla sede irlandese di Facebook, cui il bacino europeo fa riferimento. Siamo stati consigliati dalla nostra commissione di “data detection”, l’anno scorso, sulla tecnologia del riconoscimento facciale. Alla luce delle linee guida dell’articolo 29 del “Working party” (che rappresenta le autorità in campo di protezione dei dati in Europa, ndr) decidemmo di disattivare il servizio l’anno scorso (settembre 2012 ndr), ma vogliamo reintrodurlo quando troveremo un approccio giusto per notificare ed educare gli utenti al corretto utilizzo dello strumento”.

Lo introdurrete e adatterete al nuovo social graph search, e in che modo?
“È molto importante specificare come veniva utilizzato il riconoscimento facciale: è uno strumento che suggerisce i tag per le fotografie. E ha un vantaggio: permette che gli amici del proprio network sappiano di essere all’interno di una foto pubblicata, poiché ricevono una notifica automatica. Questo fa sì che loro possano esprimere disappunto sul fatto che la foto sia stata resa pubblica. Non ci sarà un impatto diretto sul motore di ricerca “graph search”: se si ricercano le foto di amici, questi verranno fuori solo se hanno accettato i tag, e se sono quindi presenti nella foto. L’unica funzione sarà di suggerire i modi in cui verranno taggate le foto”.

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“Nelle impostazioni si potrà scegliere di disattivarlo. Stiamo cercando di capire le modalità migliori, sia nella impostazioni generali della privacy o in un altro modo. Quando riattiveremo ancora il servizio, una volta che gli organi competenti in materia delle Commissione Europea avranno stabilito le regole guida al riguardo, ci atterremo a quelle. Sarà sicuramente possibile scegliere se tenerlo attivo o meno nelle proprie impostazioni”.

E una volta cancellati i contenuti, saranno reperibili ancora quando li si ricerca sul graph search?
“Si può scegliere se eliminare il contenuto dalla Timeline di Facebook o se eliminarla totalmente da Facebook. È un processo più lungo, ma una volta che si decide di eliminare i contenuti, questi non verranno fuori come risultato delle nostre ricerche con graph search”.

E Facebook conserva ciò che cancelliamo?
“Abbiamo stabilito come comportarci in base alle indicazioni europee di data protection. Se si cancella qualcosa, Facebook potrebbe conservarlo fino a 90 giorni dal momento in cui viene cancellato, sui server. Potrebbe, ma di solito le tempistiche sono inferiori. Dopo i 90 giorni, il contenuto non è più recuperabile. C’è un’eccezione: se un profilo è sotto inchiesta, allora i dati cancellati sono conservati. Ma sono circostanze in cui riceviamo specifica richiesta da parte della polizia, o le autorità, ed esaminiamo attentamente ogni caso”.

Proprietà intellettuale. Un’associazione dei consumatori tedesca sostiene che le condizioni di Facebook sui nostri contenuti non siano accettabili perché l’uso e la divulgazione del nostro materiale non è prevedibile. Riconsiderereste i termini per gli utenti europei?
“Nei termini di Facebook si dice che i contenuti restano degli utenti. Tuttavia, per fare sì che il sistema funzioni, gli utenti devono fornirci le loro licenze. Noi pensiamo che i termini del contratto siano chiari, e che al contrario descrivano quali sono gli utilizzi dei contenuti”.

Perché gli utenti europei devono accordarsi con Facebook in base al regolamento della California (così sta scritto nelle impostazioni)?
“Se si è utenti in Europa il contratto con Facebook è regolato dall’Unione Europea e fa riferimento al data protection autority europea, in Irlanda. Noi proviamo a rimanere coerenti a un livello globale, anche se è difficile, perché ci sono in tutto il mondo ordinamenti diversi”.

Un’altra ragione di malcontento, da parte degli utenti europei (associazioni e casistica) è che Facebook cambi continuamente i termini del contratto con gli utenti
“Noi siamo una compagnia che continua a innovarsi e quindi a cambiare. Vogliamo essere sicuri che gli utenti sappiano delle modifiche, vogliamo che le persone sappiano di come stiamo evolvendo. Ci sono cambiamenti minori che gli utenti di solito sono solo felici di accettare, come nelle applicazioni per il cellulare, perché sono delle migliorie al sistema. Per i grandi cambiamenti, vorremmo educare i nostri utenti a una maggiore consapevolezza, ed è quello che stiamo facendo con il graph search. Quindi, sì, continueremo ad aggiornare le regole perché il nostro sistema è in continua evoluzione”.

È vero che Facebook tiene traccia di quello che facciamo quando non siamo online su Facebook, per mezzo dei cookies?
“Questo avviene solo se si è su Facebook e solo se si sta usando un’applicazione di Facebook o un plugin di Facebook. Se non si sta utilizzando un’applicazione Facebook, i cookies non ci vengono spediti e non abbiamo traccia delle attività degli utenti non loggati”.

 E questa traccia che vi resta, che ne utilizzo ne fate, la utilizzate con propositi commerciali?
“No, non con propositi commerciali. Usiamo questi dati per stimare le performance, da un punto di vista tecnico, dei plugin: quanto velocemente si caricano, da quale sito web provengono. E infine utilizziamo i dati per statistiche aggregate, attraverso le quali l’anonimia degli utenti è preservata. Non sono dati personali, ma solo informazioni che prendiamo in base alle categorie: 5.000 donne hanno apprezzato questo servizio, 5.000 uomini di 40 anni hanno apprezzato un altro servizio: questo tipo di statistiche demografiche”.

Quindi nessun tipo di informazione personale, tutto completamente anonimo?
“Sì, esatto”.

Nel 2010 venne lanciata la web suicide machine 2.0, un software che permetteva agli utenti di disattivare automaticamente i profili social, fornendo le password necessarie. Facebook è stato l’unico, a differenza di Linkedin e Twitter a richiedere la sospensione dell’attività. Perché, non volevate perdere i vostri utenti?
“Era un’applicazione che incoraggiava gli utenti a fornire i dettagli di login. Noi abbiamo una determinata policy, progettata per mantenere la sicurezza dei dati su Facebook. Si possono avere certe applicazioni, ma devono rispettare le nostre regole. Non abbiamo pensato che fosse corretto per loro, incoraggiare gli utenti a dare dettagli di login a terzi. Quello che è successo non è collegato al merito dell’applicazione web suicide machine in sé, ma alle nostre regole che vietano di fornire i dettagli di login a terzi”.


*Sono giornalista freelance, con un blogue simpatico. Sono specializzata in social media, nel loro utilizzo e nella loro critica. Ho studiato a Londra. Scrivo da un po’ (ho cominciato con le pagine di “a” alle elementari). Ho iniziato a collaborare con il Corriere per le Olimpiadi di Londra 2012.

Twitter @OlgaMascolo

Facewash per ripulire il proprio profilo

Corriere della sera

Inventato da tre studenti, l'app permette di ricercare parole su Facebook ed eliminarle dalla propria vita digitale
MILANO - Nella vita reale per ripulire la reputazione ci vogliono anni, in quella digitale basta un'app. Si chiama Facewash, letteralmente lavaggio del viso, e rimuove tutte le impurità da un'altra faccia ben conosciuta, quella di Facebook o faccialibro, che dir si voglia.


CatturaFACILE DA USARE - Il funzionamento è semplice: basta andare sul sito Facewa.sh, cliccare Get Started e consentire l'accesso ai nostri dati. A questo punto non resta che inserire una o più parole, meglio se separate con un meno, per far partire il motore di ricerca. Come un fido segugio l'applicazione andrà a caccia di modifiche di stato, immagini, commenti, link e post in cui compare il lemma incriminato restituendoli in una lista ben ordinata che consente di rivederli per poi decidere se cancellarli o meno.

FATTA IN DUE GIORNI - Nonostante sia ancora in fase di sviluppo, l'applicazione funziona benissimo, tanto più se si pensa che è stata sviluppata in meno di due giorni in occasione di un hackaton, una gara tra sviluppatori. E non c'è da sorprendersi che tutto sia partito da tre universitari americani: ormai siamo abituati a piccoli geni dalle grandi idee ma soprattutto gli studenti fanno parte della categoria sociale che più di altre posta foto, video e commenti poco adeguati per il futuro. «Ci siamo resi conto che ci sono un sacco di contenuti che potremmo desiderare di non mostrare a un futuro datore di lavoro», rivela il 22enne Daniel Gur, uno degli ideatori insieme a Camden Fullmer, 21, e David Steinberg, 24, e a quanto pare sono parecchi a essere d'accordo con loro.

USATA IN TUTTO IL MONDO - Finora infatti i lavatori di profili sembrano parecchi: l'applicazione ha fatto il giro del mondo in ben meno dei proverbiali 80 giorni e gli utenti che la usano sono già decine di migliaia. Per il futuro invece Gur ha in mente di aggiungere più lingue al motore di ricerca. All'interno del programma infatti sono già registrate parole sconvenienti che vengono cercate in automatico ma sono solo in inglese. Significa quindi che chi parla la lingua britannica può ripulire tutto con un solo clic, noi altri invece dobbiamo inserire ogni singola parola. Ma è una fatica che si fa con piacere.

Alessio Lana27 gennaio 2013 | 16:48

Il sindaco Pd diede precedenza al funerale del Br"

Fabrizio Boschi - Lun, 28/01/2013 - 08:33

Dopo la morte dell'ex Br il coinsigliere Pdl accusa il sindaco Pd: "Delrio ha spostato le altre cerimonie"

 Milano - Il sindaco Pd di Reggio Emilia, nonché presidente dell'Anci, Graziano Delrio, si è messo in un bel pasticcio.


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Che ora si allarga sempre di più. Certo, non perderà la sua bella poltrona per questo, ma un po' di faccia, sicuramente sì. I funerali dell'ex brigatista Prospero Gallinari, il 19 gennaio a Coviolo, cimitero alle porte di Reggio, continuano a travolgere la sinistra emiliana. Oltre al fatto che quelle esequie si sono trasformate in un raduno di ex brigatisti, terroristi e rappresentanti di centri sociali e No Tav, adesso, dopo otto giorni, viene fuori pure che il Comune di Reggio Emilia, ha fatto modificare il calendario delle altre cerimonie funebri, proprio per dare la precedenza a quella di Gallinari.

«Tutti i riti funerari riguardanti le altre persone decedute quel giorno sono stati inspiegabilmente spostati di diverse ore - denuncia il consigliere regionale Pdl, Fabio Filippi - con evidenti disagi per i loro familiari. Ciò per poter dare la precedenza assoluta a quel funerale, che poi si è trasformato in una manifestazione politica a favore della lotta armata e del terrorismo rosso». Quelle famiglie che, lo stesso giorno, avrebbero voluto (e dovuto) celebrare degnamente i funerali dei loro cari, hanno dunque subito questa umiliazione da parte del sindaco Delrio, mettendosi in fila dietro le esequie del brigatista rosso, dopo i ridicoli cori dei suoi amichetti.

«I cittadini non tollerano più che all'interno del Comune più rosso d'Italia vi possa essere ancora qualcuno che guarda con simpatia agli anni di piombo, considerati un'occasione mancata per la rivoluzione comunista», continua Filippi. Secondo il consigliere azzurro «la sepoltura di quel terrorista avrebbe dovuto avvenire a tarda sera, nel buio, come meriterebbe chi si macchia di simili crimini. Si è scelto invece di celebrarlo in pieno giorno, creando, addirittura, per lui una corsia preferenziale a danno di tutte le altre cerimonie. Ora il Comune si scusi. Farò fare un'interrogazione in aula».

Delrio si era già scusato una volta, due giorni dopo i funerali, quando per fuggire agli imbarazzi, aveva pensato bene di prendere le distanze da tutti (dopo essere stato lui ad autorizzarli), dichiarando Reggio Emilia «offesa da simili comportamenti». Il drappo rosso sulla bara, la falce e martello, la stella a cinque punte, i pugni chiusi. E ancora: mille persone che cantano l'Internazionale e la presenza di ex terroristi del calibro di Renato Curcio, Oreste Scalzone, Raffaele Fiore, Barbara Balzerani, Loris Tonino Paroli. Erano presenti anche Alberto Ferrigno, coordinatore provinciale del Prc di Reggio Emilia, e Claudio Grassi, ex senatore e attualmente in lizza alla Camera per Rivoluzione civile di Antonio Ingroia. Comunisti vecchi e nuovi, insomma.

Gallinari, tanto per ricordarlo, è stato membro del commando che ha sequestrato e ucciso Aldo Moro ed è stato a lungo ritenuto l'esecutore materiale dell'omicidio del presidente democristiano, noto per essere il «brigatista che non si è pentito». Condannato all'ergastolo, ottenne pure la sospensione della pena per le precarie condizioni di salute. L'unica canzone che Scalzone e soci avrebbero dovuto cantare, sarebbe dovuto essere Perdono. Con Delrio al seguito.

Starbucks: basta accuse o lasciamo l’Inghilterra

La Stampa

Dura reazione alla battuta del premier Cameron sulle tasse evase

claudio gallo
corrispondente da londra


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Starbucks, la multinazionale americana dei coffee-shop, ha preso molto male la battuta di David Cameron a Davos. Parlando delle aziende allergiche alle tasse, il primo ministro britannico ha detto che era ora «di svegliarsi e sentire l’odore del caffè», ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti non è stato affatto casuale. Starbucks ha risposto minacciando di sospendere investimenti per milioni di sterline in Gran Bretagna. Chris Engskov, direttore della filiale inglese, ha chiesto un appuntamento a Downing Street per lamentarsi degli «spiacevoli attacchi» e della «politicizzazione» del contenzioso.

Con l’economia che rischia di scivolare in recessione per la terza volta in quattro anni, Cameron sta combattendo una battaglia su più fronti: vuole uscire da quella che molti inglesi vedono come la palude europea (o quanto meno bonificarla) e vuole mantenere le misure di austerità che il suo mastino, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne, impone nonostante le critiche internazionali e del Fondo monetario. Mentre sta facendo implacabilmente a pezzi ciò che resta del welfare britannico, il premier ha cercato di sposare una battaglia popolare come quella delle tasse alle multinazionali straniere (non solo Starbucks, anche Amazon, Google e altri), per sollevare il suo consenso tra i ceti più spremuti dal governo.

La difesa di Starbucks è molto semplice, persino commovente: nel Regno Unito l’azienda non ha prodotto profitti e dunque non deve pagare le tasse. Se il governo continua a usare la retorica delle tasse, ignorando i posti di lavoro creati, gli investimenti futuri potranno essere in pericolo. Fonti vicino alla compagnia hanno fatto sapere al Sunday Telegraph che i piani annunciati per investire cento milioni di sterline rischiano di essere fermati. Scandalizzato, Engskov ha ricordato che Starbucks «è l’unica azienda ad aver acconsentito volontariamente a pagare tasse addizionali per almeno 20 milioni nei prossimi due anni».

Si stima che la multinazionale del caffè abbia pagato, dal suo arrivo in Gran Bretagna una decina di anni fa, 8,6 milioni di tasse aziendali a fronte di un incasso cumulativo di 3,1 miliardi. La scorsa settimana, il rapporto di Starbucks che registrava un profitto globale di 274 milioni, non aveva alcun prospetto separato per la Gran Bretagna come accade di solito. Per i tabloid britannici molte compagnie internazionali tagliano l’importo delle tasse attraverso pagamenti ad hoc ad aziende collegate. A dicembre, difendendo la politica fiscale di Google, l’amministratore delegato Eric Schmidt aveva detto: «Paghiamo un mucchio di tasse... e se la nostra struttura è in grado di sfruttare gli incentivi offerti dai governi, ne sono fiero. Si chiama capitalismo, questo».

L'Iran lancia nello spazio una scimmia L'animale torna sulla terra ancora vivo

Il Mattino


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TEHERAN - L'Iran ha lanciato con successo una sonda nello spazio con una scimmia a bordo. Lo riferisce la tv Al Alam. Il vettore ha raggiunto l'altezza di 120 km, tornando a Terra con l'animale in vita. L'Iran, come ha ricordato di recente il sito dell'emittente Press Tv, aveva inviato nello spazio la sua prima «biocapsula di creature viventi» nel febbraio 2010 usando i vettori iraniani Kavoshgar-3 (Explorer-3). L'invio della scimmia a bordo di un Kavoshgar 5 a 120-130 chilometri di altitudine era stato annunciato nel maggio scorso per l'estate ma era stato poi rinviato.

L'animale è stato addestrato per un anno e all'epoca era stato sottolineato che gli studi sulla scimmia sarebbero serviti per preparare un lancio di astronauti, in «cinque-otto anni» come ha previsto questo mese l'Agenzia spaziale iraniana. L'Iran ha un intenso programma spaziale, imperniato sul lancio di satelliti e già l'anno scorso ha completato almeno all'80% un proprio centro per questo tipo di attività iniziata nel 2009 con il satellite «Omid» (Speranza) proseguito nel giugno 2011 con il Rasad e, il 3 febbraio scorso, con il Navid portato da un razzo Safir B1.

Queste attività sono monitorate con attenzione per il sospetto, secondo Teheran del tutto infondato, che i vettori possano essere utilizzati in futuro per montare testate nucleari. L'Iran comunque si considera «la quinta o sesta maggiore potenza missilistica al mondo» ed esalta i risultati delle sue esercitazioni militari con testate convenzionali come elemento di deterrenza nei confronti delle minacce belliche israeliane.

lunedì 28 gennaio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 14:02

Primo Levi, nel Lager c’è una chiave a stella

La Stampa

Esce il romanzo che lo scrittore lesse avidamente ad Auschwitz aspettando la liberazione: ispirerà la storia del tecnico Faussone

ernesto ferrero


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Davvero singolare che nessuno, fino ad oggi, abbia mai pensato di tradurre un libro che gode dell’endorsement di Primo Levi. Lo troviamo nell’ultimo capitolo di Se questo è un uomo , alla data del 17 gennaio 1945. Primo è ricoverato da una settimana in infermeria per scarlattina, con febbre alta.

I russi sono a poche decine di chilometri da Auschwitz, che i tedeschi stanno per evacuare. I prigionieri in grado di camminare, circa 20.000, vengono avviati verso altra destinazione, e moriranno quasi tutti. Le SS non hanno ancora deciso se uccidere i rimasti prima di andarsene. Nelle ore tremende dell’attesa, un medico greco getta nella cuccetta del prigioniero 174517 un romanzo francese: «Tieni, leggi, italiano. Me lo renderai quando ci rivedremo». «Ancora oggi – scrive Levi - lo odio per questa sua frase. Sapeva che eravamo condannati».

Il malato si butta sul romanzo non diversamente da quanto aveva fatto negli stessi mesi Italo Calvino che, prigioniero dai fascisti e convinto d’essere fucilato la mattina dopo, per vincere l’angoscia passa la notte a recitarsi poesie di Montale che aveva imparato a memoria. Quale fosse esattamente il libro ce lo rivelerà lo stesso Primo facendogli l’onore di entrare nell’antologia personale La ricerca delle radici, che Giulio Bollati gli aveva commissionato per Einaudi nel 1981. Nel grafo che illustra la struttura dell’antologia, sta addirittura tra Conrad e Saint-Exupéry, e in compagnia di Lucrezio ed Eliot. 

Si tratta di Remorques del francese Roger Vercel, nato a Le Mans nel 1894, Premio Goncourt nel 1934 per un romanzo di guerra, Capitaine Conan. Un professore, studioso di Corneille e Racine, che aveva combattuto sul fronte occidentale, e poi seguito una carriera di docente, uscito dai ruoli nel 1945 (prepensionato? o rimosso per articoli antisemiti, come qualcuno insinua, senza peraltro che sino ad oggi se ne abbiano prove certe?) e infine morto prematuramente nel 1957. La produzione del tranquillo professore è imponente: una ventina di romanzi, altrettante raccolte di racconti, biografie, saggi.

Il mare vi ha una parte importante, ma non risulta che questo scrittore così intimamente conradiano avesse mai navigato, anche se dimostra una conoscenza così approfondita e tecnicamente esatta da capitano di lungo corso. Infatti dà il meglio di sé tra tempeste spaventevoli e naufragi annunciati. Veri protagonisti di Remorques, apparso nel 1935, sono un cupo oceano melvilliano, che esalta il coraggio degli uomini, e un possente rimorchiatore d’alto mare di stanza a Brest, il Cyclone, specializzato (per soldi) in salvataggi: 1800 cavalli di potenza, 30 uomini d’acciaio al comando dell’inflessibile capitano Renaud: gli presterà efficacemente i suoi tratti risentiti Jean Gabin in un film del 1941 sceneggiato da Prévert. Due sono le (sfortunate) missioni che il romanzo racconta: la prima al soccorso di un mercantile greco in avaria, che ricambierà la salvezza con una beffa di tipo levantino; la seconda di una nave inglese divorata dal fuoco. In mezzo, un quasi naufragio sugli scogli di Bretagna per inceppamento d’eliche.

Vercel, preciso e visionario al tempo stesso, riesce a spremere epica e suspense anche dai congegni della sala macchine, da cavi di traino, verricelli, pompe antincendio, battagliole e osteriggi. È capace di immagini forti, come quelle dei granchi e degli astici che si contendono a colpi di chele i cadaveri degli annegati. Ma non è questo che appassiona Levi. Spiega lui stesso che quel romanzo «insolito» gli è interessato anche dopo Auschwitz perché tratta un tema poco sfruttato: «l’avventura umana nel mondo delle tecnologia», per la quale non occorrono scenari esotici. Perché, aggiunge, «il rapporto uomo-macchina non è necessariamente alienante, e anzi può arricchire o integrare il vecchio rapporto uomo-natura».

Levi ne usciva confermato nelle sue convinzioni: l’etica (molto piemontese) del lavoro ben fatto può diventare una fondamentale esperienza esistenziale, conoscitiva, estetica. Lui stesso ci autorizza a cercare qui il primo germe de La chiave a stella: «La ricerca della paternità è sempre un’impresa incerta, ma non mi stupirei se nel mio Libertino Faussone si trovasse trapiantato qualche gene del capitano Renaud». Anche lui alle prese con sommersi e salvati.

Oggi a noi questa rocambolesca paternità appare piuttosto sicura. Sia reso merito alle edizioni Nutrimenti e a Filippo Tuena, direttore di collana, per averci fatto finalmente conoscere un romanzo che non è soltanto significativo nel percorso di Levi, ma può legittimamente aspirare a trovar posto nella miglior letteratura di mare. In italiano Remorques è diventato La tempesta , titolo forse un po’ restrittivo. Impeccabilmente informata la postfazione di Andrea Cortellessa. La traduzione è di Alice Volpi.

Cacciatori di vulcani: quando la natura esplode

Il Messaggero
di Carlos Solito


Cattura
Curiosità. Attrazione. Fascino sinistro come una sirena. Da sempre i vulcani hanno imposto paura e terrore con tremori, ruggiti, esplosioni, eruzioni. Ma da sempre queste forti espressioni della natura hanno richiamato l’attenzione di chi voleva sapere. Conoscere. Proprio come il filosofo greco Empedocle di Agrigento che, secondo la leggenda, fu talmente calamitato dall’Etna che per saziare la sua sete di conoscenza si gettò nel profondo cratere ribollente di lave.

È proprio negli ultimi tempi l’Etna ha ripreso la sua attività all’interno della Bocca Nuova (il più grande dei crateri sommitali) con eruzioni stromboliane ed effusive (miste a emissioni di cenere ed espulsioni di rocce litiche). Eruzioni episodiche che, a intermittenza, si sono fatte sentire con tremori e soprattutto vedere, con forti bagliori notturni, anche agli esordi di questo 2013: prima dal 10 al 18 gennaio, e ancora il 22, il Nuovo Cratere di Sud Est ha vomitato getti lavici misti a bombe incandescenti visibili, nottetempo, dai comuni attorno al gigante.

A’MUNTAGNA Il laboratorio del vulcanismo in Italia è quasi sempre associato all’A muntagna, lo chiamano così in Sicilia. Una vera signora, con tutti i suoi pregi e difetti: vanitosa di fioriture primaverili, ambrate pennellate autunnali e candidi veli di neve, ma anche capricciosa in grado di adirarsi e sputare fuoco. Unica nel suo genere ‘A muntagna, oltre che col nome Etna che appunto la connota al femminile come fosse una dama, è conosciuta anche al maschile come Mongibello. Traducendo il termine che coniuga il latino mons e l’arabo gebel si leggerebbe quindi il monte dei monti. E in realtà, il vulcano più grande, alto e attivo d’Europa, è il re dei monti a tutti gli effetti.

D’altronde la sua solenne maestosità, che ha stupito greci, arabi, celti, normanni, è ancora più marcata dalla geografia che lo piazza nel cuore del Mediterraneo con ben 3.350 metri d’altezza e un’ampiezza di 1.260 chilometri quadrati. Un vero e proprio gigante mai stanco di ruggire e vomitare fiumi di fuoco e lava. Mai stanco; è proprio il caso di dirlo. Soprattutto se consideriamo che da quando l’edificio vulcanico si è iniziato a formare, a partire da 600mila anni fa, fino ad oggi la genesi è stata scandita da un continuo sovrapporsi di fasi eruttive attraverso diversi sistemi di risalita magmatica. Fasi che nel corso dei millenni hanno letteralmente costruito il vulcano lasciando tristi ricordi di terrore ormai indelebili nella storia di queste terre.

IL FARO DELLE EOLIE
Ma non solo: a svegliarsi, oltre la soglia della cosiddetta consueta attività stromboliana, c’è pure lo Stromboli che a partire dalla mattina del 23 dicembre scorso ha aperto le danze a un parossismo, dopo l’episodio del febbraio del 2007, e ancor prima quello più violento del 2003 che generò uno tsunami sulle coste dell’isola. Parossismi, li chiamano così i vulcanologi gli eventi straordinari di questa perfetta piramide vulcanica che si eleva dal mare per oltre 900 metri e la cui origine risale a circa 160mila anni fa quando il vulcano, già attivo negli abissi marini, emerse dal Tirreno. Le manifestazioni di questo capriccioso risveglio sono rappresentate da un’intensa attività esplosiva sulla terrazza craterica che causa dei trabocchi lavici artefici di conseguenti flussi e quindi colate lungo la Sciara del Fuoco.

Gli ultimissimi eventi più copiosi, misti a frane, sono stati quelli del 12, 14 e 15 gennaio scorsi in cui il magma ha raggiunto il mare con dense nubi di vapore ricche, tra l’altro, di cenere sollevata da continue e piccole frane. Nella parte più settentrionale dell’arcipelago delle Eolie, Stromboli ha dato il nome ad analoghi comportamenti vulcanici in tutto il mondo: i tre crateri sommitali di Pizzo Sopra la Fossa (750 metri di quota), ogni 20-30 minuti (attività di media energia) esplodono ceneri, lapilli, bombe e ruggiti. Le bocche si trovano all’interno della depressione a ferro di cavallo della Sciara del Fuoco creatasi tra 10 e 5mila anni fa sul settore nordoccidentale del vulcano.

I DORMIENTI Inevitabilmente questi risvegli ci ricordano come l’Italia sia una terra di vulcani. A nord e al centro sono i Colli Euganei, il monte Amiata e i Castelli Romani a rappresentare questo affascinante fenomeno, ormai spento da centinaia di migliaia di anni. Nel sud invece ci sono le manifestazioni più interessanti, oltre che attive: Etna ed Eolie (Stromboli e Vulcano) in Sicilia, il Vesuvio e i Campi Flegrei in Campania e, ancora, i dormienti Vulture in Basilicata, monte Epomeo a Ischia e monte Guardia dei Turchi sull’isola di Ustica. Montagne “tirate su”, strato dopo strato, da eruzioni antiche di milioni di anni attraverso crateri e bocche effusive spaventose di lave fluide e viscose vomitate direttamente dalle camere magmatiche degli abissi della Terra. Ogni qualvolta si ripete lo spettacolo di un’eruzione – perché di uno spettacolo si tratta – la geografia di un vulcano, di un luogo, cambia.

Si accumulano rocce, mutano i profili, si scavano valli e condotti ipogei, le coste si allungano con nuove penisole, i crateri possono collassare e ridurre conseguentemente la loro altitudine. E soprattutto i paesaggi dell’uomo sono costantemente minacciati. Specie quando i confini di questi si spingono sui fianchi, se non in prossimità dei crateri, come nel caso del Vesuvio dove oltre un milione di persone è letteralmente seduto su una vera e propria bomba: sempre sotto stretto controllo della comunità scientifica nazionale e internazionale, risulta essere tra i vulcani più pericolosi del mondo. Potrebbe sembrare paradossale, considerando la loro forza devastante, ma come in molti altri luoghi del mondo anche i vulcani attivi d’Italia sono protetti da parchi che tutelano la loro natura preservandola dall’intervento spropositato dell’uomo.

Un ecosistema che “mette radici” e vive da rocce e terre nate sottoforma di fuoco. Una sorta di laboratorio della natura che, con una ridottissima scala temporale (umana), ripropone il magnifico nascere della vita quasi fossimo nelle ere primeve del nostro pianeta. Così l’Etna è un Parco Regionale, istituito nel 1987 ed esteso su 58.095 ettari. Dal 1997 Stromboli è, invece, una Riserva Naturale Regionale Orientata di oltre mille ettari. I Campi Flegrei sono un Parco Naturale Regionale, istituito nel 2003 su 2.775 ettari. Mentre il Vesuvio è l’unico vulcano italiano a essere protetto da un Parco Nazionale: nato nel 1995, si estende su 8.482 ettari.




Domenica 27 Gennaio 2013 - 16:24    Ultimo aggiornamento: 16:25

Lo stile nascosto di Twitter: il Vintage

Corriere della sera
di Alberto D'Ottavi

Con la collaborazione di Alejandro Mendo


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Stanchi delle solite polemiche? Su Twitter c’è di più. L’aspetto interessante del network di Dorsey, Stone e William è il suo essere non solo social, ma anche basato su interessi. Ciascuno può comporre il suo stream liberamente, potendo leggere i tweet anche di chi non è un contatto diretto. Basta qualche ricerca, qualche account che valga la pena seguire e si trova di tutto. Per esempio il vintage (vedi per esempio  questa ricerca), decisamente uno degli stili più evidenti di questi tempi.

Nato per ribellarsi alle catene di abbigliamento, il Vintage si è fatto spazio negli ultimi anni per voglia di unicità e di uno stile originale. Dal punto di vista semantico, tutto è potenzialmente Vintage poiché la definizione del concetto si applica a “Qualsiasi oggetto prodotto almeno vent’anni prima del momento attuale”. E infatti il termine deriva dal francese antico vendenge (a sua volta derivante dal latino vindēmia) indicante in senso generico i vini d’annata di pregio. Il presente si fonde nel passato, il retrò accetta tocchi moderni.

Gli oggetti vintage sono spesso considerati di culto. Pare ragionevole, quindi, che il Social Channel che più ha abbracciato questo trend sia stato Twitter, la rete elitista per eccellenza. Si sa che i tweep guardano con aria di sufficienza al resto: “Twitter non è Facebook, dai, su” ;)
Insomma: per chi è interessato alla filosofia del nuovo antico ecco a voi la Top Tendei must-follow del Vintage

@Blomming  (Disclaimer: è la startup di chi scrive) La prima piattaforma di Social Commerce: creatività e talento al servizio della moda, e viceversa. Un ricco canale per scoprire il meglio del Vintage indipendente.
@LeBagatelleNet Un’ allegra brigata che ricerca, vende e racconta oggetti vintage: gioielli d’epoca, arredi, accessori, moda, design d’autore, memorabilia e rarità.
@SenioMannucci Ricerche di stile in ambito abbigliamento vintage. A Pisa e dintorni.
@Brocantart  Ben più che uno Shop, una selezione accurata come poche. Si definisce “Il futuro del vintage” a Milano.
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La cosiddetta punta dell’iceberg. Il vintage oggi spopola in ogni vetrina, anche online. Una raccolta ragionata di prodotti, italiani e non solo, si trova in questo post. Fatevi leggere su Twitter!

Da WhatsApp ai social network Internet sempre più a pagamento

Corriere della sera

Dopo YouTube e Twitter, quelle tariffe che spiazzano gli utenti

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«Fai in modo che si abituino ad avere un servizio gratis. E poi chiedi loro di pagare per continuare ad averlo». La strategia di marketing è chiara: prima rendere l’utente dipendente da un’app o da una piattaforma. Poi, quando questo non ne può più fare a meno, gli si impone un canone. Un «ricatto», forse, che a molti non piace. Nativi digitali in testa. Capita, sempre più spesso, anche con una delle applicazioni più scaricate al mondo: WhatsApp.

Il servizio di messaggistica è gratuito. Una volta scaricato sullo smartphone, permette di chattare senza pagare un costo aggiuntivo. Tutto risolto? No, perché dopo un anno di utilizzo l’applicazione diventa a pagamento, sia per gli utenti Android (79 centesimi all’anno) che per quelli iOS (0,89 euro). «Cos’è? Come un canone Rai», si lamenta qualcuno su Google Play. «Boicottiamolo», scrive un lettore a Corriere.it. Ma c’è anche chi sottolinea: «Le condizioni del servizio sono indicate chiaramente. Quindi non lamentatevi. E in più la cifra richiesta è ridicola a confronto con quello che si spende per gli sms». Già, i termini del contratto sono chiari.

Le compagnie sanno che i servizi a pagamento sul web sono impopolari e procedono per tentativi. Se si accorgono che i download calano, rimettono in circolazione solo la versione gratuita dell’applicazione ed eliminano quella con il canone posticipato, in modo da acquisire nuovi utenti. Il tutto creando grande confusione. Soprattutto se si pensa che piattaforme come YouTube, DropBox, Linkedin o Gmail sono diventati ormai strumenti di lavoro, indispensabili per comunicare con i propri contatti. «Il problema sono i ricavi pubblicitari», spiega Marta Valsecchi dell’osservatorio Mobile e Web del Politecnico di Milano. «Il servizio deve essere sostenibile per le software house.

Una volta lanciato il prodotto, se le inserzioni sono insufficienti, viene introdotto il canone per fare cassa». Il trucchetto però non sempre funziona: «Soprattutto i giovani sono abituati ad avere tutto gratis in rete, dai film, passando per le canzoni fino ai servizi di chat. Quindi non sono disposti a pagare». È un attimo e il pensiero corre al dibattito scatenato negli Usa dallo Stop Piracy Online Act (la proposta di legge contro la pirateria in rete). Secondo molti, in testa gli hacktivist, è giusto che alcuni servizi siano gratuiti. Perché aiutano a diffondere le informazioni. E perché permettono la condivisione del sapere. «Inoltre, se la concorrenza in rete è tanta, ci sarà sempre qualcuno pronto a offrirti gratuitamente la stessa cosa che tu proponi a pagamento», continua Valsecchi.

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Gratis però non è sempre sinonimo di qualità. Il rischio è infatti — avviene con Facebook — che l’azienda non faccia pagare nulla ma poi utilizzi i dati sensibili dei suoi utenti per fare profitto. Non a caso è successo anche con WhatsApp, di recente tacciata di acquisire tutti i nomi della rubrica telefonica dei suoi iscritti. Così come Facebook viene accusata, ormai ogni giorno, di non rispettare la privacy degli utenti.

Non appena però Menlo Park parla di introdurre un canone, fosse anche solo per inviare i messaggi privati a contatti vip, gli iscritti minacciano la fuga. E stessa cosa succede per Twitter, dove i trending topic a pagamento fanno venire l’orticaria ai puristi dei 140 caratteri. Stallo alla messicana, lo chiamerebbe il regista Quentin Tarantino. Il cane che si mangia la coda per quelli che non amano il genere pulp. La strategia per uscirne? «Molti si rifiutano di pagare perché hanno paura di dare il proprio numero di carta di credito. Sarebbe sufficiente legare il canone del servizio all’abbonamento del telefono e gli utenti diventerebbero più disponibili», conclude Valsecchi. Ma siamo davvero sicuri che basterebbe solo questo?

Marta Serafini
@martaserafini30 gennaio 2013 (modifica il 31 gennaio 2013)

Calabria, invalido «d'oro» gioca a basket E corre per le politiche: è capolista

Corriere della sera

L'avvocato Alberto Sarra aveva ottenuto un super vitalizio da 7 mila euro. E la nomina a sottosegretario in Regione

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«'a Lazzaro, facce ride! Così si sentirebbe urlare ogni furbetto riconosciuto disabile al 100%, se fosse fotografato a giocare a basket. Subito dopo arriverebbe la revoca: basta vitalizio. Il sottosegretario calabrese Alberto Sarra, però, fa spallucce. E dopo aver avuto in dono una pensione dieci volte più alta di quella dei disabili non autosufficienti non solo fa il cestista ma corre per entrare in Parlamento.

Riassumiamo? Nei primi giorni del 2010 quando ormai sta per scadere la legislatura e si avvicinano le nuove elezioni che saranno vinte dal suo amico (e antico camerata giovanile) Giuseppe Scopelliti, il deputato regionale Alberto Sarra viene colpito da uno choc emorragico. Una cosa seria. Per qualche ora l'uomo, che di mestiere fa il legale e si è tirato addosso le critiche di chi gli rinfaccia di difendere personaggi in odore di 'ndrangheta, lotta tra la vita e la morte. Alla quale viene strappato da un delicato intervento chirurgico. Segue una guarigione così rapida che non si vedeva da quando a Cafarnao Gesù disse al paralitico: «alzati, prendi la tua barella e va' a casa». Due settimane e già partecipa alla nascita del «Partito del sud», tre settimane e già detta comunicati, dodici settimane e diventa sottosegretario alla presidenza, poltrona concepita dalla giunta precedente di centrosinistra, conservata da Scopelliti e solo più tardi abolita dalla prossima legislatura.

Quanto sia stata positiva la guarigione lo dice l'archivio dell'Ansa: da momento della nomina ad oggi 189 dispacci d'agenzia. A testimonianza di un'attività frenetica di incontri, convegni, inaugurazioni, trattative che farebbero ansimare di fatica un sano, figurarsi un invalido. Buon per lui: evviva. Quello che non quadra è che parallelamente a questa dimostrazione quotidiana di dinamismo infaticabile, Alberto Sarra avviava l'iter burocratico per farsi riconoscere dalla Regione totalmente invalido al lavoro. Invalidità riconosciuta il 13 giugno scorso da una commissione di cui faceva parte il suo cardiologo di fiducia Enzo Amodeo con una dichiarazione definitiva: «considerata la patologia - aneurismi dei grossi vasi arteriosi del collo e del tronco complicati da dissezioni della aorta torico-addominale - si ritiene l'avvocato Alberto Sarra permanentemente inabile a proficuo lavoro».

Pochi giorni e, con un'efficienza che sarebbe sensazionale anche a Tokyo o Zurigo, l'Ufficio di presidenza del Consiglio regionale gli riconosceva l'«inabilità totale e permanente dal lavoro». Il mese dopo, coprendo il suo nome con la scritta «omissis» per nascondere sotto il velo della privacy un provvedimento che avrebbe indignato i cittadini, il Bollettino Ufficiale comunicava la concessione a Sarra di un assegno mensile di 7.490,33 euro «al lordo delle ritenute di legge, a titolo di vitalizio, con decorrenza dal 7 gennaio 2010». Vale a dire un vitalizio dieci volte maggiore di quello concesso ai disabili più gravi (quelli che non possono neppure cibarsi da soli o sono immobilizzati in un polmone d'acciaio) più gli arretrati per un totale di circa 225 mila euro.

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Sconcertante: come poteva una persona ricevere una pensione di invalidità totale e «permanente» e insieme una indennità di altre migliaia di euro per ricoprire l'incarico di sottosegretario sommerso, stando alle agenzie, da mille impegni? Alla domanda del «Corriere della Calabria», Sarra rispose chiedendo alla Regione Calabria che il vitalizio da handicappato al 100% gli fosse temporaneamente sospeso. E la stessa cosa sostenne quando anche noi raccontammo la storia. Come se l'aver chiesto la sospensione di quel vitalizio (non la revoca: solo la momentanea sospensione che in qualunque momento potrebbe annullare chiedendo di tornare allo status di pensionato) cancellasse lo sconcerto sul privilegio. E non era finita.

Dopo avere scritto a noi («sono schiavo di una protesi che non mi consente neanche di dormire...») lamentandosi di come era stata raccontata la vicenda, il sottosegretario «totalmente e permanentemente disabile» per ogni lavoro, ha deciso di sobbarcarsi di un ulteriore carico di impegni. In questi giorni, infatti, è tutto preso dalla campagna elettorale (e si sa quanto siano faticose le campagne elettorali) come capolista del «Grande Sud».

Il tocco finale però, come dicevamo, l'hanno dato le foto pubblicate sul sito «soveratiamo.com». Dove Alberto Sarra gioca a basket con Scopelliti e altri amici. Sia chiaro: sarebbe indecente se ogni italiano non si sentisse sollevato nel vedere in quelle immagini la prova che, grazie a Dio, i postumi di quell'accidente fisico sembrano superati. Di più: facciamo tutti il tifo per lui.

Ma resta la domanda che ponevamo non solo noi ma anche il presidente della federazione italiana delle associazioni di sostegno all'handicap Pietro Barbieri, sconcertato per l'abissale differenza di trattamento: quanti altri disabili totali, al mondo, sono liberi di entrare e uscire a loro piacimento dalla condizione di disabilità totale a seconda delle opportunità di carriera politica?

Gian Antonio Stella