martedì 29 gennaio 2013

Il 31 gennaio scade il bollo: come e dove si paga

Corriere della sera

Occhio ai ritardi: scattano sanzioni e interessi. Tabaccaio o agenzia: «pro» e «contro». Le ricevute si conservano tre anni

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Gennaio è il mese del bollo: l’ultimo giorno utile per pagare la tassa, senza mora, è il 31 gennaio. Entro quella data dovranno pagare quanti hanno la scadenza a dicembre 2012 o hanno immatricolano l’auto tra il 22 dicembre 2012 e il 21 gennaio 2013. In Piemonte e Lombardia, per chi immatricola l’auto tra l'1 e il 31 gennaio la scadenza è il 28 febbraio. Se il bollo viene pagato in ritardo, oltre alla tassa si dovranno corrispondere anche le sanzioni e gli interessi, calcolati in base all'entità del ritardo.

Sermetra, la più grande rete di agenzie di pratiche d'auto, ricorda i dettagli della maggiorazione: «1) Versamento entro 30 giorni dalla scadenza: sanzione pari al 3% della tassa originaria, oltre gli interessi legali giornalieri calcolati sui giorni di ritardo, la cui percentuale annua è pari al 2,5%. 2) Versamento dopo il trentesimo giorno di ritardo, ma non oltre un anno: sanzione del 3,75%, oltre gli interessi legali giornalieri calcolati sui giorni di ritardo, la cui percentuale annua è pari al 2,5%. 3) Versamento in ritardo di oltre un anno: sanzione del 30% più gli interessi dovuti per ogni semestre di ritardo calcolati automaticamente dal sistema. Con DL n.98 del 6/07/2011 convertito in Legge n.111 del 15/07/2011, dal 6 luglio 2011 è stato introdotto un altro tipo di ravvedimento operoso cosiddetto “veloce”, che consiste nell’applicazione di una sanzione ulteriormente ridotta, pari allo 0,2% per ogni giorno di ritardo, se il versamento viene regolarizzato entro 14 giorni dalla scadenza del termine utile per il pagamento, più gli interessi legali giornalieri (calcolati come sopra)».

Alcune Regioni applicano una sanzione ridotta anche per i pagamenti oltre l’anno, a condizione che il contribuente non sia stato raggiunto da avvisi di accertamento da parte della Regione. Di seguito, le Regioni e la sanzione applicata per il ritardo oltre l’anno, ma prima dell’invio di contenzioso: Piemonte: sanzione pari al 10% senza interessi moratori; Lombardia: sanzione pari al 30% senza interessi; Provincia Autonoma di Trento: sanzione pari al 3% oltre gli interessi pari all’1% fisso per ogni semestre maturato; Veneto: sanzione pari al 10% oltre gli interessi pari all’1% fisso per ogni semestre maturato; Puglia: sanzione pari al 10% oltre gli interessi pari all’1% fisso per ogni semestre maturato.

Il bollo si può pagare dai tabaccai, in posta, in banca e naturalmente nelle agenzie di pratiche auto. Queste ultime sono le uniche che possono correggere in tempo reale i dati eventualmente errati nel sistema. In particolare, le agenzie possono: 1) Individuare l’importo dovuto e regolarizzare i bolli in sospeso negli anni precedenti, con le relative sanzioni pendenti; 2) vedere cambi di residenza avvenuti o inserirne uno nuovo (il cambio può incidere sul prezzo, perché l'importo del bollo varia a secondo delle Regioni); 3) vedere i passaggi di proprietà o inserire quelli non registrati; 4) vedere le modifiche tecniche fatte al veicolo e registrate nell’archivio o registrarne di nuove (per esempio: gli impianti gpl/metano, che incidono sull’importo del bollo).

Per quanto tempo va conservata la ricevuta del bollo? In generale, tre anni. Se il bollo viene pagato dal tabaccaio, la ricevuta è fondamentale perché l’esercente non può accedere all’archivio dei versamenti. Se invece si va in un’agenzia, l’operatore può visualizzare i vecchi pagamenti sull’archivio regionale e può così recuperare quelli pregressi. Cosa si deve fare se arriva la segnalazione di mancato pagamento per un bollo relativo a un'auto che è già stata venduta? O se si riceve un avviso di pagamento per uno o più bolli che in realtà sono stati pagati? Le domande sono tutt'altro che campate per aria, come dimostrano le «cartelle pazze»... Nel primo caso, è necessario verificare in che data sia stata venduta l'auto consultando la copia dell’atto di vendita, se ancora disponibile, o richiedendo una visura al Pra, il Pubblico registro automobilistico. Nel secondo caso, bisogna recuperare le ricevute e verificare i dati.

CorriereMotori
28 gennaio 2013 (modifica il 29 gennaio 2013)

Crociata contro il blog che spiega l'arte in romanesco

Il Messaggero
di Stefano Sofi


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Le requisitorie di Johnny Palomba li avevano turbati, i corsivi di Zoro inquietati, le rime in rap-romanesco dei poeti del Trullo confusi. Ma a farli andare su tutte le furie è stato l’interesse del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano) per la nascita di un nuovo blog - l’Arte spiegata ai truzzi (nella loro lingua) - in cui le grandi opere, da Picasso a Piero della Francesca, vengono spiegate in romanesco spinto. Jackson Pollock? Eccolo descritto così: «Pemmè aartista qua s’è divertito na cifra a fa sto quadro, tipo che ha messo a tela pe ttera e jà buttato sopra er colore caa pennellessa o popo dar tubbetto così a spruzzo, ‘n po’come je veniva, scioè ‘n po’ ssì ‘n po’ nno ».

I TRUZZI
I truzzi (la Rete spiega che si tratta di un termine gergale giovanile, in uso prevalentemente nelle regioni del Nord-Italia, con cui si indica in maniera spregiativa un individuo rozzo) e i frequentatori abituali dei social network ne stanno usufruendo a piene mani e l’autrice, Paola Guagliumi (laureata in storia dell’arte e guida turistica) ne è più che soddisfatta. Ma ai puristi della lingua romana, raccolti attorno alla storica rivista Voce Romana e al Salotto Romano, tutto ciò ha mandato il sangue agli occhi: basta con l’ennesima volgarizzazione, basta con questa tendenza modaiola di stravolgere la lingua della tradizione. E hanno dichiarato guerra. Con una lettera aperta che sarà pubblicata nel prossimo numero di Voce Romana invitano soci e frequentatori del loro cenacolo, a

bombardare di e-mail il sito in questione «ma anche le autorità istituzionali, dall’assessorato alla Cultura alla Sovrintendenza, i ministeri competenti e in particolare lo stesso Fai». Sandro Bari, direttore di Voce Romana, anima e motore dei difensori della tradizione, è arrabbiatissimo: «Non bastavano la televisione e il cinema a svilire il nostro linguaggio dialettale, ora troviamo anche siti web con le espressioni più retrive del volgo. I romani più giovani non avranno memoria di quel che sta dietro di loro. Nel mondo, poi, già passiamo per la «società dei magnaccioni, ce piace de magnà e beve e nun ce piace de lavorà». Se continuiamo così sarà sempre più gioco facile per i Nordisti parlar male di Roma e dei romani».

LA REPLICA
Alle accuse, l’autrice del blog Paola Guagliumi replica con pacatezza: «A dire il vero non mi sono posta più di tanto il problema di quanto fosse puro il mio romanesco, ho voluto solo fare un’operazione che rendesse simpatico, leggero, l’approccio al mondo dell’arte spesso privilegio per pochi. E’ rivolta a tutti, non solo ai romani. E in un mondo globalizzato come il nostro, ormai pieno di contaminazioni culturali, mi sembra anacronistico porsi questo problema. Ma ben vengano le critiche, purché non si esageri».

«Pur se più gravi problemi oggi ci affliggono» come premette nella sua lettera aperta, Sandro Bari è tuttavia ostinatamente deciso a far valere le ragioni della tradizione. Si vedrà quanti e quali effetti sortirà la chiamata alle armi dei puristi. Anche se, a dire il vero, tra le associazioni e gli Istituti che si prefiggono di preservare la lingua del Belli e di Trilussa non corre buon sangue. Sono divisi su molte questioni. Una su tutte: si dice romano o romanesco? Del resto, già durante la Strenna del 1940 Marcello Piermattei chiedeva: «Chi sono i Romanisti?» forse replicando a una famosa canzone di Romolo Balzani di qualche anno prima che recitava: «Sò questi li Romani...».

stefano.sofi@ilmessaggero.it

Martedì 29 Gennaio 2013 - 08:45
Ultimo aggiornamento: 09:12

Apple deposita il brevetto per le «iShoes»

Corriere della sera

Un miliardo speso in ricerca e sviluppo. Tra i progetti delle scarpe con sensori per creare una «Body area network»

MILANO - Il prossimo rivoluzionario prodotto di Apple potrebbe essere un paio di scarpe. L'azienda ha infatti depositato all'Ufficio brevetti Usa la richiesta per un sistema di sensori inseriti nelle calzature. I termini descritti nel brevetto sono, come d'abitudine, abbastanza generici ma in sostanza mirano a presidiare non solo le scarpe ma il settore delle tecnologie da indossare in generale.

SCARPE INTELLIGENTI - I sensori possono essere inseriti solo nel tacco oppure assumere la forma di uno strato che attraversa la scarpa; rilevano alcuni parametri e li possono trasmettere in tempo reale a un dispositivo come uno smartphone e anche (citato nel testo) un orologio creando così una cosiddetta Body Area Network, e cioè una rete di comunicazione tra dispositivi da portarsi addosso. I dati raccolti riguarderanno sia la calzatura che il fisico di chi le indossa. Lavorando un po' di immaginazione non è implausibile pensare a delle scarpe che segnalano il proprio consumo, le prestazioni sportive ma anche eventuali problemi di postura.

La quantità e la qualità dei dati anche biometrici che si possono elaborare è vasta e gli sviluppatori non ne tralasceranno alcuna. Insomma a Cupertino stanno andando un passo oltre a quanto già fatto vedere dalla partnership con Nike, con una scarpa da jogging creata appositamente per ospitare un chip che raccoglie i dati sulla corsa e li comunica con l'iPod. Le informazioni che si possono ottenere dai sensori sotto la pianta del piede potranno essere utili anche ai non corridori e infatti nel testo del brevetto si parla esplicitamente anche di stivali.

1 MILIARDO IN R&D – Anche così è stato speso il miliardo che Apple ha investito in ricerca e sviluppo nell'ultimo trimestre del 2012, cifra record per l'azienda e non solo. E benché Tim Cook non abbia voluto specificare su quali progetti si stanno concentrando gli inventori di casa, una parte degli sforzi, come dimostrato da questa richiesta di brevetto, ce l'ha anche il settore dell'elettronica da indossare. Scarpe, orologi, occhiali sono una delle frontiere verso cui si sta muovendo non solo Apple.



PASSIONE PER LE SCARPE – Quella di Apple per le calzature, soprattutto quelle per correre e fare sport, non è nuova. Prima di Nike + iPod e del brevetto attuale, a Cupertino delle scarpe con la mela morsicata si erano già viste. Le regalò ai dipendenti Steve Jobs negli anni '90. Un paio di sneakers bianche con logo sulla linguetta e scritta Apple sul fianco. Lo scorso autunno gli utenti si sono divertiti a immaginare tra il serio e il faceto i prossimi prodotti che sarebbero potuti uscire dall'azienda più cool del momento. Tra animali domestici robot e biciclette innovative qualcuno ipotizzò anche un paio di scarpe da ginnastica. Ore queste iShoes appartengono un po' meno alla fantasia e un po' più alla realtà.


Gabriele De Palma
28 gennaio 2013 | 17:45

Ma quale unità d'Italia Le strade di Aosta parlano solo in francese

Marco Zucchetti - Lun, 28/01/2013 - 07:38



Se la Regione Sicilia decidesse di punto in bianco di onorare le sue secolari radici spagnole ribattezzando Catania come Catañas e la spiaggia di Mondello come El Mundito, giustamente un plotone di barellieri farebbe irruzione nell'assemblea sottoponendo consiglieri e assessori a TSO. Qualcosa di simile sta accadendo invece in Valle d'Aosta, dove la politica locale ha scambiato la Dora Baltea per la Senna e l'Arco di Augusto per quello di Trionfo, ripensando la toponomastica come se Parigi avesse aperto una filiale ai piedi del Gran Paradiso.

Sono gli effetti della riorganizzazione geografica caldeggiata dalla Regione a statuto speciale, che dal 2011 invita i Comuni a richiedere l'ufficializzazione dei nomi di frazioni, villaggi e quartieri. Caso vuole, però, che tutto si sia tradotto in un'assurda francesizzazione a tappeto, senza alcuna attenzione alle «ragioni storiche». Già, perché capita che - come scritto da Enrico Martinet della Stampa - il Comune di Aosta abbia ottenuto di rinominare alcuni quartieri che nulla hanno a che spartire con l'eredità francese della zona: il quartiere Dora diventa «Quartier-De-La-Doire», il quartiere Cogne «Quartier-Cogne»; la punta di Bioula diventa «La Bioulaz», l'Arionda «La Riondaz». E pazienza se spesso sono quartieri sorti a Novecento inoltrato. E pazienza pure se il Quartiere Dora era originariamente abitato da veneti e chiamato per anni «Sciangai». Niente da fare, la rivoluzione francese non si ferma davanti al buon senso. E il sindaco di Aosta, Bruno Giordano, da una parte mormora che non vorrebbe essere ricordato come «Brun», dall'altra ricorda che «le leggi devono essere applicate» e la Commissione toponomastica regna.

A dire la verità, la francesizzazione non si ferma neppure davanti alle ragioni linguistiche, perché - se il bilinguismo è fondamento per statuto del particolarismo valdostano - non lo è nei fatti. L'ultimo censimento sancisce che i francofoni sono lo 0,1%: ovvero un centinaio di persone abbondante. Sempre nel censimento, si scopre che tra i 10 cognomi più diffusi ben 8 sono calabresi, come Mammoliti e Giovinazzo, e che sono diecimila i valdostani originari di San Giorgio Morgeto, nel Reggino. A rigor di numeri, avrebbe avuto più senso rinominare il Monte Bianco «Aspromonte Bianco».

Al massimo, per amor di localismo, si poteva imitare l'Alto Adige e utilizzare nella toponomastica il patois, dialetto francoprovenzale questo sì parlato dalla quasi totalità della popolazione come il tedesco per i bolzanini. Invece anche alcuni paesi dal nome locale, come Tsambarlet, sono stati annegati nello champagne, diventando Chambarlet. I valdostani, dalla loro, guardano con sarcasmo a questo integralismo francofono da operetta, dagli effetti non meno comici di quell'italianizzazione fascista che mutò La Thuile in Porta Littoria, Courmayeur in Cormaiore e Valtournenche in Valtornenza.

Il valdostano sarà pure separatista e fiero delle sue origini, ma di certo non è fesso e vede benissimo la strumentalizzazione politica del francese da parte dell'Union Valdôtaine e compagnia. D'altra parte, i partiti regionalisti hanno fatto del francese la loro ragione sociale e lo utilizzano per rivendicare il loro ruolo di baluardo contro l'avanzata italiota. Baluardo che negli anni ha dato vita anche ad altri eccessi sciovinisti, come gli atti ufficiali in cui le città italiane diventavano Turin e Boulogne o come rue Antoine Gramsci, ad Aosta.

Ecco, se c'è una cosa da salvare in questo giro di valzer ubriaco di toponimi, è forse proprio il fatto che il pensatore comunista ritroverà il suo vero nome e si tornerà a via Antonio Gramsci. Certo, si attendono gli esiti di questo caos sui Tom-Tom nei prossimi mesi, quando l'ignaro turista finirà nel gorgo delle «strade non trovate». Bazzecole di fronte alla guerra santa francofona combattuta dal Comune di Aosta, che pur di tornare a Napoleone ha messo in conto anche i costi del cambio di migliaia di documenti per i cittadini. La difesa della presunta identità val bene la ristampa della carta d'identità.

D'altronde la Valle d'Aosta deve difendere un primato: fu la prima amministrazione al mondo ad adottare il francese come idioma ufficiale nel 1536, prima ancora della stessa Francia. Follemente logico, dunque, che oggi cerchi un altro primato: essere la prima Regione italiana a rinominare la toponomastica in una lingua conosciuta da tutti, ma parlata da nessuno.

Iran, si converte al cristianesimo condannato a otto anni di carcere

La Stampa

Il pastore evangelico è accusato di minacce alla sicurezza interna


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Un pastore evangelico irano-americano convertito al cristianesimo è stato condannato a 8 anni di prigione da un tribunale di Teheran per proselitismo e gestione di una «chiesa sotterranea». La notizia è stata diffusa dall’American Center for Law and Justice (Aclj), un’organizzazione statunitense a difesa dei diritti umani e della libertà religiosa. Saeed Abedini - nato e cresciuto in Iran, convertitosi al cristianesimo a 20 anni e dal 2002 sposato a una statunitense - è stato condannato per minacce alla sicurezza interna iraniana. Secondo il gruppo, il pastore evangelico e il suo avvocato hanno potuto presenziare solo a una giornata del processo. La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, venerdì ha ripetuto l’auspicio di Washington per un processo «equo».

Con iOS 6.1 arriva in Italia il 4G su iPhone e iPad

La Stampa

Apple ha rilasciato oggi l’aggiornamento del sistema operativo. Diversi i miglioramenti, ma per chi ha apparecchi di ultima generazione il più importante è la possibilità di accedere alle reti superveloci LTE


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Annunciato da Tim Cook la scorsa settimana è appena arrivato iOS 6.1. Con la nuova versione del sistema operativo, Apple aggiunge il supporto LTE per altri 36 operatori iPhone a livello mondiale , tra cui l’Italia. Ad oggi, gli utenti iOS hanno caricato oltre nove miliardi di foto su Streaming Foto, spedito oltre 450 miliardi di iMessage e ricevuto oltre quattro trilioni di notifiche. “iOS 6 è il sistema operativo mobile più avanzato al mondo, e con quasi 300 milioni di iPhone, iPad e iPod touch che montano iOS 6 in soli cinque mesi, potrebbe essere la nuova versione di un sistema operativo più popolare di sempre,” ha affermato Philip Schiller, Senior Vice President Worldwide Marketing di Apple. 

Ulteriori aggiornamenti in iOS 6.1 includono la possibilità di utilizzare Siri per l’acquisto di biglietti per il cinema negli Stati Uniti attraverso Fandango, inoltre gli abbonati ad iTunes Match possono scaricare singoli brani sui propri dispositivi iOS da iCloud. iOS 6.1 è compatibile con iPhone 5, iPhone 4S, iPhone 4, iPhone 3GS, iPad (terza e quarta generazione), iPad mini, iPad 2 e iPod touch (quarta e quinta generazione). Ma solo iPhone 5, iPad mini e iPad quarta generazione hanno una dotazione hardware capace di supportare il 4G. In Italia i maggiori operatori telefonici mobili offrono già la connessione LTE in diverse città, che consentono di raggiungere velocità (teoriche) fino a 100 Mbps in download e 50 Mbps in upload. Vodafone, ad esempio , ha un’offerta a10 euro al mese in più rispetto al normale piano tariffario, attiva a Roma, Milano, Bari, Genova, Napoli, Torino, Padova e Palermo, in prova gratuita fino al 31 marzo. Attualmente la rete LTE è accessibile da iPhone solo con gli Tim, Vodafone e Tre. 

Svuotavano le casse e si regalavano stipendi d'oro

Paolo Bracalini Gian Marco Chiocci - Mar, 29/01/2013 - 09:52

Dai 400mila euro di aumento per Mussari ai 4 milioni di buonuscita per l'ex dg Vigni

L'ex presidente Mussari si aumenta fino a 350mila euro lo stipendio che era già corposo di suo (400mila). Il numero due Vigni si è beccato 4 milioni di euro di buonuscita, come «adeguato riconoscimento per l'opera svolta di questi anni alla guida della Banca».


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Eccoli i protagonisti del crac Mps. Partiamo da Vigni, direttore generale di Banca Monte dei Paschi dal 2006 fino al 12 gennaio 2012, quando il Cda della banca approva – come si legge nella Relazione sulla remunerazione 2012 – il suo licenziamento. Vigni, braccio destro del presidente Mussari in Mps, è l'autore principale dell'operazione Antonveneta, l'iceberg che apre una falla spaventosa nel Titanic senese. Anche lui è indagato, come Mussari, dalla Procura di Siena. Quando il nuovo Cda si riunisce il dg non è ancora ufficialmente sotto indagine, ma dentro Rocca Salimbeni sanno tutto, e decidono il siluramento. Immediato ma addolcito, diciamo così, da un «incentivo» alle dimissioni, 4 milioni di euro tondi tondi, oltre allo stipendio annuale di 1,6 milioni di euro.

«Nella riunione del 12 gennaio 2012 il Consiglio di amministrazione ha approvato la risoluzione del rapporto di lavoro, in via consensuale, con il dottor Antonio Vigni, dal 2006 direttore generale della Banca. La Banca ha corrisposto al dottor Vigni la somma lorda di 4 milioni di euro a titolo di incentivo per agevolare la risoluzione del rapporto di lavoro». Al danno si aggiunge la beffa quando i nuovi capi di Mps scrivono che così «si è mirato a coniugare la politica del contenimento dei costi con l'obiettivo di assicurare al dott. Vigni l'adeguato riconoscimento per l'opera svolta in questi anni alla guida della Banca». Certo, c'è il contratto nazionale dei dirigenti che prevede un compenso per la risoluzione anticipata del rapporto di lavoro, ma di fronte al disastro Mps-Antonveneta, con responsabilità precise, 4 milioni di euro come «incentivo» a non restare più nella banca, appaiono una beffa.

La banca e la Fondazione, dal 2006 in poi soprattutto, vengono spolpate, e i loro amministratori continuano a incassare compensi d'oro. A cominciare dal presidente Mussari, che appena arrivato, nel 2006, si aumenta l'indennità di carica. Il suo predecessore, Pierluigi Fabrizi, presidente Mps nel 2005, percepiva 372mila euro come stipendio annuale, Mussari, pochi mesi dopo, ne prende 483.780. Ma non basta, perché solo qualche anno dopo, nel 2009, lo stipendio di Mussari è già lievitato a 716mila euro, come minimo.

«In conformità a quanto previsto dallo Statuto – si legge in una relazione ufficiale - in data 25 Giugno 2009 l'Assemblea della Banca ha deliberato di riconoscere al Presidente Avv. Giuseppe Mussari un compenso annuo fisso lordo di 700.000,00, comprendente anche l'emolumento spettante come membro del Consiglio, cui si potrà aggiungersi un'ulteriore parte variabile fino ad un massimo di 150.000,00 eventualmente da attribuire su delibera del Cda». C'è da togliere però dai 70mila ai 100mila euro l'anno, ogni anno, dalla retribuzione dell'avvocato Mussari. La cifra, cioè, che regolarmente, per dieci anni, il presidente Mps ha versato nelle casse del Pd di Siena (quasi 700mila euro regalati da Mussari al partito), pratica seguita da molti altri top manager e dirigenti della banca.

La liquidazione quando è uscito per andare a presiedere l'Abi, nel 2012, quella sembra che la banca l'abbia risparmiata, perché non è prevista per la presidenza, anche se va aggiunto invece il compenso da presidente della Fondazione Mps, incarico precedente di Mussari e ben retribuito, attorno ai 250mila euro (le fondazioni non hanno obblighi di rendere noti i compensi...). Stipendi d'oro anche per i consiglieri di amministrazione di Banca Mps. Stiamo all'ultimo bilancio, quello del 2012. Più di 400mila euro l'anno per il vicepresidente vicario Ernesto Rabizzi (che poi regalava 75mila euro l'anno al Pd senese, anche lui un simpatizzante...), un po' meno, 145mila euro, per il vicepresidente Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini e capo di un impero di costruzioni.

Minimo 100mila euro per gli altri, con un exploit del consigliere Alfredo Monaci, fratello del presidente del consiglio regionale (Pd) Alberto Monaci. Grazie agli svariati emolumenti nelle controllate del gruppo oltre che per la sedia nel cda, ad Alfredo Monaci è spettato un compenso annuo di 263mila euro. Ora l'ex consigliere ha rotto col Pd e corre con la Lista Monti, alla Camera. Più di 240mila euro anche per il professor Di Tanno, presidente del collegio dei sindaci di Mps, l'organo che doveva controllare che tutte le operazioni, negli anni caldi dell'acquisizione Antonveneta e di altre acrobazie finanziarie finite male, fossero corrette e trasparenti. Nella finanza, più ancora che in politica, chi sbaglia non paga. Ma viene pagato.

Sinistra filoebrea per un giorno Gli altri 364 abbraccia Hamas

Fabrizio Rondolino - Mar, 29/01/2013 - 08:51

Dal segretario Bersani a D'Alema, da sempre nel Pd tutti invocano più tutele ai palestinesi. Poi il 27 gennaio gli eredi del Pci si ritrovano uniti nel condannare Shoah e fascismo


La sinistra italiana, che si considera la parte migliore del Paese e fra le cui mani sventola da sempre la bandiera del «politicamente corretto», ha celebrato anche quest'anno con compita partecipazione la Giornata della Memoria. E quando Silvio Berlusconi s'è lasciato scappare un giudizio infelice su Mussolini, non le è sembrato vero di sbranare - come si usa dire oggi - il Cavaliere e il suo presunto fascismo di ritorno. Lasciamo da parte Berlusconi, e volgiamo per un attimo lo sguardo alla sinistra scandalizzata - o meglio sarebbe dire scandalosa, e fastidiosamente ipocrita, perché ogni 27 di gennaio è sì orgogliosa di commemorare la Shoah, ma negli altri 364 giorni dell'anno non esita ad applaudire Hamas.

Lasciamo da parte le frange più estreme, i militanti del «Forum per la Palestina» - quasi tutti di Rifondazione e del Pdci, e oggi con Ingroia - che bruciano in piazza le bandiere di Israele, inneggiano al terrorismo e invocano una perversa riedizione della «soluzione finale». E lasciamo da parte gli studenti che lo scorso novembre hanno lanciato oggetti e scandito slogan minacciosi davanti alla sinagoga e alla scuola ebraica di Roma, senza che nessuno si sentisse in dovere di pronunciare una parola di condanna. E lasciamo anche da parte i lettori oramai appassiti del Manifesto, che apprezzano le parole di Valentino Parlato sulla «sanguinosa aggressione dello Stato di Israele contro i disperati di Gaza» e coprono di insulti (è accaduto tre anni fa) un collaboratore storico come Zvi Schuldiner, reo di aver scritto che «il calcolo di Hamas è criminale».

Ma se dagli «estremisti» spostiamo l'attenzione sulla «sinistra di governo» - quella di Bersani e di Vendola - il paesaggio non muta un granché. Nel corso dell'ultimo conflitto di novembre, il governatore della Puglia non ha speso una parola per condannare i razzi che piovevano su Tel Aviv, e si è invece scatenato contro la «violenza israeliana contraria a ogni convenzione internazionale e, soprattutto, a ogni elemento di diritto», schierandosi senza se e senza ma con «una popolazione civile stremata dall'isolamento imposto da Israele». Che poi buona parte di questa «popolazione civile» inneggiasse allo sterminio degli israeliani è per Vendola un dettaglio trascurabile.

Non si è comportato molto meglio Bersani, che in quei giorni, incontrando la Comunità ebraica di Roma, ha sparato ancora una volta su Israele - «Le colonie e i check point sono un'umiliazione quotidiana» - e poi non è stato capace di andare oltre una pericolante equidistanza - «il Pd non è tifoso né di Israele né dei palestinesi» - fingendo di ignorare che da una parte c'è uno Stato democratico in lotta per la propria sopravvivenza fisica, e dall'altra un'organizzazione terroristica senza scrupoli.

Già, Hamas. È qui il cuore dell'ambiguità del Pd, qui c'è il nocciolo duro, ineliminabile e imbarazzante, di una politica estera che, se dovesse diventare la politica estera del nostro Paese, potrebbe creare un serio problema internazionale. Intervenendo al seminario dei progressisti europei al Cairo, lo scorso 20 gennaio, Massimo D'Alema ha spezzato l'ambigua equidistanza di Bersani sostenendo che «non è più accettabile fare finta che la relazione fra i palestinesi fragili e divisi e i potenti israeliani sia su una base di parità». E ha poi ribadito una sua radicata convinzione: bisogna «favorire una riconciliazione politica all'interno della fazioni palestinesi. Non avere avuto relazioni con Hamas da parte degli europei è stato un errore perché questo ha reso più difficile il processo di unità politica palestinese». Naturalmente, ha concluso D'Alema, «non è in discussione il diritto di Israele a esistere».

Peccato che Hamas non soltanto non riconosca questo diritto, ma anzi sia nata proprio per negarlo alla radice. L'articolo 11 dello statuto spiega infatti che «la terra di Palestina è un bene inalienabile, terra islamica affidata alle generazioni dell'Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa». L'obiettivo di Hamas è di conseguenza quello di «sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina» cancellando la presenza ebraica. Davvero un programma democratico e progressista con cui dialogare.

Aveva avvertito Matteo Renzi, durante le primarie: «La sinistra italiana deve abituarsi a ridire che Israele ha il diritto di esistere, perché troppo spesso c'è stato un atteggiamento anti-israeliano inconcepibile e insopportabile». Ma non è affatto andata così, e oggi la sinistra continua a flirtare con chi lavora per la distruzione di Israele. Come se gli ebrei meritassero ogni onore soltanto quando sono morti da molti anni.

Elezioni, il Garante Privacy esonera i partiti dall’informativa, ma chiede il rispetto delle regole

La Stampa


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I partiti possono utilizzare liberamente i dati delle liste elettorali, ma per fax, mail, sms serve il consenso specifico degli interessati. Lo ha stabilito - col provvedimento del 10 gennaio 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 14 gennaio 2013 - il Garante della Privacy. Il diritto dei cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (articolo 49 della Costituzione) deve essere esercitato nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonchè della dignità delle persone cui si riferiscono i dati utilizzati; partiti, movimenti politici, sostenitori e singoli candidati intraprendono numerose iniziative di selezione di candidati alle elezioni, di comunicazione e di propaganda elettorale, comportando così l'impiego di dati personali per l'inoltro di messaggi elettorali e politici al fine di rappresentare le proprie posizioni in relazione alle consultazioni elettorali.

Il Garante richiama un suo provvedimento del 2005 con un decalogo sulla campagna elettorale (disponibile sul sito www.garanteprivacy.it, doc. n. 1165613). Possono essere utilizzati senza consenso i dati contenuti nelle liste elettorali o in altri elenchi pubblici disponibili a tutti, i dati raccolti da titolari di cariche elettive o nell’esercizio di attività professionali e di impresa, i dati personali degli iscritti a movimenti politici. Non sono utilizzabili l’archivio dello stato civile né l’anagrafe, né gli elenchi telefonici. Per il trattamento dei dati dei simpatizzanti che sono entrati in contatto con movimenti o partiti, deve essere espresso un consenso una tantum. Lo stesso vale per gli abbonati a servizi di telefonia mobile o di comunicazione elettronica. Fax, sms o mail devono essere precedute dalla richiesta di consenso. Non vale la regola del silenzio-assenso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Disoccupato si vende su (finto) Amazon

Corriere della sera

Un web manager parigino crea un curriculum in stile e-commerce: «Ordinatelo subito, ne è rimasto solo uno»

MILANO - In tempi di crisi, trovare un impiego è diventato davvero un'impresa e bisogna aguzzare l'ingegno per farsi notare. Lo sa bene il francese Philippe Dubost, web product manager disoccupato che per attirare l'attenzione delle aziende ha avuto una brillante idea che ha velocemente conquistato la Rete. Invece di pubblicare sul web il solito curriculum vitae in formato standard, giovedì scorso il transalpino ha adattato il suo cv a una falsa pagina di Amazon presentandosi come una rara merce in vendita. Risultato? La sottile ironia e le credenziali del "prodotto" hanno convinto almeno cento datori di lavori che nei giorni scorsi hanno contatto il giovane parigino per offrigli un impiego.




MERCE RARA E DA ORDINARE SUBITO - Philippe Dubost sulla falsariga di Amazon invita i potenziali acquirenti a controllare velocemente le qualità del prodotto e a "ordinarlo subito" perché "in magazzino vi è rimasto un solo pezzo". Il prodotto-Dubost si può aggiungere al carrello e il prezzo di listino di 999.999 dollari è cancellato così da invogliare i datori di lavoro a presentare la propria offerta di stipendio. Nella parte riservata ai dettagli del prodotto scopriamo che Dubost è disponibile a essere spedito in tutto il mondo e presenta le sue dimensioni (è alto 1 metro e ottantasei centimetri). Inoltre offre agli interessati la possibilità di selezionare una lingua (lui è trilingue), dichiara di avere una "mentalità imprenditoriale" e un'esperienza di cinque anni sui prodotti web. L'attenzione ai dettagli è maniacale e come nel famoso sito di e-commerce c'è la parte dedicata alla recensione dei clienti che hanno già sperimentato il prodotto. Proprio come i migliori beni in vendita su Amazon Dubost ottiene cinque stelle su cinque.

UN CV DIVERTENTE - Solo giovedì scorso il curriculum di Dubost è stato visto da ottantamila utenti e molti internauti hanno definito geniale la sua trovata. Ai media che l'hanno immediatamente contatto il transalpino ha dichiarato di aver optato per Amazon perché «è un vero e proprio appassionato del sito di e-commerce»: «Volevo fare qualcosa di divertente», ha spiegato Dubost all'Independent di Londra. «I curriculum di solito non lo sono per niente. Non è divertente scriverli e neppure leggerli. Ho pensato che sarebbe stato carino costruire un piccolo prodotto web che assomigliasse a un gioco con il quale si può interagire, proprio come quei giocattoli dei bambini dove ogni bottone che premi produce un suono diverso».

Francesco Tortora
27 gennaio 2013 | 15:43

Clooney offre la cena al vicino, che non lo riconosce

Luisa De Montis - Lun, 28/01/2013 - 09:52

L'attore americano ha offerto la cena a un uomo che sedeva al tavolo vicino. Motivo? Temeva di averlo disturbato. Ma lui non lo ha nemmeno riconosciuto


Di sicuro c'è che ha cenato gratis. Per il resto, Oliver Hermann, un imprenditore 50enne berlinese, non sa chi gliel'abbia offerta.


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Una delusione per George Clooney. Perché l'attore americano ha offerto la cena al suo vicino di tavolo al Royal Grill, un rinomato ristorante di Berlino.

Peccato però che il vicino non abbia riconosciuto la star di Ocean’s Eleven. L'imprenditore tedesco stava cenando da solo perché un amico lo aveva piantato in asso. Al tavolo accanto c’erano quattro clienti che bevevano vino rosso e chiacchieravano in inglese a cui educatamente il tedesco ha sorriso e augurato buon appetito prima di mettersi a sedere, ha raccontato l’uomo d’affari al quotidiano Bild. Al termine della cena (un’insalata e bistecca con verdura e patate innaffiate da vino rosso), quando l’uomo ha chiesto il conto, il cameriere gli ha risposto che era ospite del suo vicino di tavolo, che temeva di averlo disturbato con una conversazione salita un po' di toni.

"Non era affatto così: si erano comportati molto educatamente e mi hanno lasciato di sale", ha commentato Hermann che a quel punto ha consegnato il suo biglietto da visita a Clooney, in modo da presentarsi, e poterlo reinvitare a sua volta. Ma lui non l’ha riconosciuto: e solo al momento di abbandonare il ristorante, un altro ospite gli ha fatto notare che era stato invitato a cena dall’attore statunitense, che vive attualmente a Berlino, dove prepara la registrazione della sua prossima pellicola,

The Monuments Men

Ma quale Palazzo del potere Il Parlamento è una casbah

Massimo M. Veronese - Lun, 28/01/2013 - 08:16

Ci si picchia, si semina marijuana, si fa scambio di mogli, si allattano i figli. L’Aula dovrebbe essere la patria della politica. Invece è il regno dell’anarchia


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Dovrebbe essere il cuore del potere, l'Istituzione somma, la madre di tutte le politiche. Invece è un condominio, un mercato, una casbah. La casa della casta è come quella del Grande Fratello incasinata, anarchica e piena di tamarri. Uffici, aule, ristoranti, corridoi. Succede di tutto, incredibile compreso, mai perdere l'occasione di dare il peggio di sè. L'ultima la sapete: a Chuquisaca, finita una festicciola tra onorevoli, il deputato socialista Alcibiade Domenica ha scambiato la Camera per un pied-a-terre abusando di una ragazza delle pulizie stordita dall'alcol. Il luogo che non incute più rispetto ma istiga gli istinti peggiori. Se qualcuno vi tormenta con frasi fatte tipo «all'estero certe cose non succedono» oppure «siamo l'unico Paese al mondo che...» mandate quel qualcuno a quel paese.

Certe cose succedono dappertutto e peggio che da noi. Edwina Currie, conservatrice, ex sottosegretario di Stato di Sua Maestà, su quello che succede a Westminster ha scritto un romanzo verità «A Parliamentary Affair», affair da intendersi in un senso e nell'altro. Quaranta sfumature di incarnato prugna: ministri devoti allo scambio di mogli, sottosegretari segretamente omosessuali ricattati da anni, membri del gabinetto con figli illegittimi, mogli suicide e mogli ninfomani, nubili perverse e maiali patentati. Westminster più invivibile di Chernobyl anche se ovunque gli inciuci sono un must negli studi ovali e dintorni. I ritmi della politica sono massacranti, piagnucolava l'ex ministro delle Telecomunicazioni belga Rik Daems a «Dag Allemaal», la Novella 2000 fiamminga, il mio matrimonio, povero me, sta finendo per questo. Invece a massacrarlo era una bionda, Sophie Pecriaux, socialista e vallone, che con lui, liberale e fiammingo, aveva fatto grosse koalition e un figlio di nascosto.

Il Parlamento è un po' una casa delle libertà, ognuno fa un po' come gli pare: si portano i figli come Licia Ronzulli, la piccola Vittoria, tre anni, alza la manina per il voto insieme a mamma; si allattano neonati alla Camera dei Lord come la baronessa Bryony Worthington con il suo Rohan; si gioca a sudoku sull'iPad mentre si decidono gli aiuti alla Grecia come l'austero ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble; si piantano semi di marijuana nelle fioriere del cortile come Francesco Caruso «e piantatela di criticarmi...». E ci si mena. Alla Dieta coreana per i pasti gratuiti nelle scuole, alla Duma russa per un crocifisso strappato dal collo del deputato prete Gleb Iakunin. In Italia una volta si sono presi a botte per un rigore alla Juve.

Uno dei posti più pericolosi del mondo è la buvette. A Bagdad, indifferente agli schieramenti, un kamikaze ha fatto otto morti e una trentina di feriti; a Copenhaghen, impermeabile al ridicolo, il deputato socialdemocratico Peder Sass si è messo a leccare sale e tequila dal seno nudo di una ballerina per farsi bello agli occhi del canale tv Dr2. Eric Joyce, deputato lab di Falkirk, campione di judo ed ex maggiore dell'esercito, alla settima pinta ha trasformato lo Strangers bar di Westminster in un saloon del far west. «Ci sono troppi fottuti Tory qui dentro...» e giù botte a tutti compresi i Labours. Raccontano:

«C'era sangue dappertutto: una cosa del genere te l'aspetti da ragazzacci in vacanza a Faliraki non dagli eletti di Sua Maestà». Allo Strangers c'era appeso un cartello con scritto «uscita» a 10 centimetri dal pavimento per aiutare quelli che se ne andavano dal locale a quattro zampe. Pensare che l'eroina di tutte le buvette è stata appena licenziata. Iulia Borshenko, cameriera della Suprema Rada Cafeteria ucraina, è stata beccata a sputare nei piatti serviti ai deputati. Lo faceva da anni e non se n'è mai pentita: «È il minimo che si meritano...» dice. La vendetta va bene servita anche tiepida...

Dal piano di bonifiche al primo welfare E il Duce cambiò l'Italia

Roberto Chiarini - Lun, 28/01/2013 - 08:24

Il Cavaliere ricorda l'eredità del regime e parla a quegli elettori che rifiutano il legame tra Resistenza e nascita della Repubblica


Quando un politico parla di storia è inevitabile che ne faccia un uso appunto politico. Lo storico segue un criterio di verità, il politico uno di opportunità.


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Per il primo vale la rigorosità del metodo, per il secondo l'efficacia dell'azione, in termini soprattutto di consenso raccolto. Che senso attribuire perciò all'affermazione con cui Berlusconi ha voluto testimoniare ieri la sua partecipazione alla «Giornata della Memoria»? Le leggi razziali sono state certo sul piano morale «la peggior colpa» di Mussolini, ma perché aggiungere che il duce «per tanti altri versi aveva fatto bene»? A parte l'infelicità del momento scelto (una giornata che è della memoria e che doverosamente dovrebbe essere anche della presa di coscienza di una «colpa» che, in quanto italiani, pesa su tutti noi), è chiaro l'intento politico del leader del centrodestra.
Nel rimarcare che non tutta negativa fu l'opera del fascismo, si è riferito evidentemente alle opere e istituzioni di cui si rese promotore vuoi per ammodernare la dotazione infrastrutturale del nostro

Paese vuoi per creare un abbozzo di welfare in una società che ne era ancora completamente sprovvista: dal piano di bonifiche che interessarono molte plaghe del Centro-Sud agli interventi urbanistici volti a risanare quartieri malsani di tanti centri urbani, all'edificazione ex novo di nuove città in stile moderno per finire con le istituzioni create nel campo del dopolavoro e, più in generale, dell'assistenza, in particolare a favore della maternità e dell'infanzia. Un'intensa attività che aveva per il duce un preciso scopo politico: integrare le masse, fino allora escluse dallo Stato, al regime. Appunto il regime, ossia la dittatura che per un democratico fa la differenza nel giudicare l'operato di un politico.

Ma siamo in campagna elettorale e al Cavaliere interessa intercettare un orientamento che sa condiviso da una larga parte dell'opinione pubblica moderata, quanto meno scettica, se non apertamente contraria alla koinè ufficiale dell'antifascismo che individua nella Resistenza una netta rottura di continuità nella storia d'Italia. Un'opinione pubblica magari non apertamente nostalgica, ma non per questo disposta a far propria la «memoria rossa», ossia la sua declinazione marcatamente progressista offerta dall'antifascismo militante, memoria questa considerata un attributo distintivo della sinistra. L'uscita di ieri fa il paio con quella, di qualche anno fa (siamo nel 2003), quando Berlusconi cercò di sminuire l'opera repressiva svolta dal duce nei confronti degli antifascisti affermando che «mandava la gente a fare la vacanza al confino» in qualche pittoresca isola del Mediterraneo.

Ha voluto riconfermare, anche a costo (ma forse proprio con l'intento) di suscitare un vespaio di critiche, una versione benevola e comprensiva del passato regime che funziona da reagente e da collante di quell'opinione pubblica avversa alla sinistra e, nella fattispecie, alla sua proposta di elevazione della Resistenza ad atto di rifondazione della politica nazionale, premessa e promessa di un inveramento della democrazia in una qualche versione nazionale dell'utopia socialista. La guerra della memoria come continuazione della guerra politica con altri mezzi.


*Docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano

Sigaretta elettronica, i numeri del boom In Italia un mercato da mezzo miliardo

La Stampa

Gli operatori del settore: entro l’anno un milione di fumatori abbandonerà le bionde tradizionali



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Un mercato da circa 200 milioni di euro e che a fine anno dovrebbe più che raddoppiare con un numero di `svapatori´ (così si chiama chi usa le sigarette elettroniche o `e-cig´) che passerebbe dagli attuali 400.000 a circa 1 milione. Ma è solo l’inizio. Perché in Italia i fumatori tradizionali di «bionde», incalliti o meno, sono circa 12 milioni. E i produttori delle e-sigarette credono fortemente nella potenzialità del fumo elettronico e nella ridotta nocivita’ delle e-cig rispetto alle sigarette.

Quanto il fenomeno sia in crescita lo dimostra anche il recente dibattito in occasione della Legge di Stabilità. Un emendamento puntava infatti ad equiparare la vendita di e-cig a quelle tradizionali. Poche righe ma di grande impatto: «qualsiasi dispositivo meccanico o elettronico, che abbia la funzione di succedaneo dei prodotti di tabacco sia assimilato ai tabacchi lavorati e sia soggetto alle disposizioni in materia di distribuzione, detenzione e vendita». Imponendo quindi le stesse accise, i divieti di vendita vari, ecc. Ma i produttori si sono rivoltati e l’emendamento è stato cassato. È chiaro però che un mercato in ascesa così `ghiotto´ tornerà al centro dell’attenzione politica. Con prevedibili futuri interventi.

I produttori lo sanno. E, ad esempio Massimiliano Mancini, titolare della FlavourArt (che produce le essenze) e presidente dell’associazione di categoria ANaFe, si propone come interfaccia delle istituzioni per arrivare in tempi brevi ad una regolamentazione. Anche perché - spiega - «è pur vero che lo Stato ci perde con minori accise ma vogliamo mettere quanto risparmia in termini di minori cure per danni fumo-correlati? In più incassa con l’Iva e le tasse che pagano i nostri imprenditori senza contare le ricadute sull’occupazione e sul territorio, dove attività commerciali allo stremo stanno vivendo nuova vita».

Una rete ora piccola ma in costante crescita: 7-8 aziende di produzione, 1.500 negozi, 5.000 addetti tra produzione e commercializzazione e ordini che non riescono ad essere più evasi per la quantità di richieste decisamente superiore all’attuale capacità produttiva. E i numeri degli altri paesi gli danno ragione: in Germania gli `svapatori´ sono già 2 milioni, in Grecia, nonostante la crisi 400.000 e negli Usa si stima che a fine 2013 il giro d’affari legato alle e-cig raggiunga 1 miliardo di dollari. Ma fa male »svapare»? «Sicuramente - risponde Mancini - si richiedono altre valutazioni, ma la crescente bibliografia scientifica mondiale e l’entusiasmo degli svapatori globali sta confermando che siamo sulla buona strada nell’ottica e negli obbiettivi sanitari del `Tobacco harm reduction´».

Il Thr - spiega - è un obiettivo dato da istituzioni ed enti scientifici a livello globale per offrire sul mercato alternative meno nocive del tabacco fumato (tipo lo Snus Svedese che si mette sotto le labbra). In pratica è un alternativa allo smettere completamente, offrendo appunto metodi diversi, meno dannosi. In particolare le e-cig «non servono per smettere di fumare, ma per fumare in maniera diversa. Ma - sostiene ancora Mancini - «la nicotina usata nei liquidi dei produttori più seri, è della qualità migliore, ovvero altamente raffinata, ove le componenti native e nocive del tabacco (nitrosammine) sono rimosse dai processi di purificazione». Insomma la guerra alle bionde tradizionali è aperta. 



E ora è battaglia sulla sigaretta elettronica
La Stampa

Il prodotto dalle e-cigarettes offre le stesse sensazioni del fumo. Permessa nei luoghi chiusi ma molti cinema si ribellano

raphaël zanotti
TORINO


Quella nube densa che accompagnava ogni proiezione cinematografica sembrava relegata alla sfera dei ricordi, a metà strada tra l’Eskimo e il mangianastri elettromagnetico. Ma anche il fumo, il più evanescente degli oggetti, evidentemente può vivere un revival. Nei cinema, ma così nei bar, nei ristoranti e persino nelle aule scolastiche, ormai non è raro imbattersi in voluttuose, quanto quasi inodori, spire di fumo. Le sigarette elettroniche sono il primo, vero attacco a una cultura, quella imposta (e accettata) dalla legge Sirchia, che da dieci anni ha bandito il fumo da tutti i luoghi pubblici. Un fenomeno tanto rapido nella sua diffusione da lasciare indietro il legislatore italiano, notoriamente non un fulmine.

Mentre in alcuni Paesi la sigaretta elettronica è semplicemente vietata (come in Cina, Paese in cui tra l’altro è nata nel 2003), in altri viene fortemente limitata da una legge che la vede a volte come prodotto associato al fumo altre come dispositivo medico. In Italia, invece, ancora non si è deciso. E nel vuoto legislativo, il fumo elettronico avanza a grandi falcate. A Torino, capitale degli «svaporatori» (così si chiamano i fumatori di sigarette elettroniche), i negozi spuntano come funghi. Smooke, catena leader del settore con un volume d’affari da 7 milioni di euro, ha appena inaugurato il suo 200esimo punto vendita.

Ma è l’intero settore che tira. Si calcola che il volume d’affari viaggi sui 100 milioni di euro, con 1500 addetti e 2 milioni di potenziali clienti. Le sigarette elettroniche vengono di solito scelte dai tradizionali fumatori per più ragioni. Economiche: costa meno delle sigarette tradizionali. Salutiste: con la sigaretta elettronica non si aspirano le 4000 sostanze nocive che vengono sprigionate dalla combustione delle tradizionali «bionde». E di comodità: non vige alcun divieto di svaporare nei luoghi pubblici.

Ma a questi si sono di recente aggiunti anche i minori. Nelle aule scolastiche la sigaretta elettronica è sempre più diffusa. Una moda che, in mancanza di dati scientifici sulla sua nocività, il governo ha tentato comunque di frenare promulgando, di recente, un’ordinanza che ne vieta la vendita ai minori di 16 anni. Per ora non esiste un divieto per i luoghi pubblici, anche se qualche veto in quelli privati è arrivato: sui luoghi di lavoro, imposto dai datori. O nei cinema, come «consiglio» della direzione. Il vapore disturba la visione, e ci sono già stati litigi.

Per ora gli svaporatori non si lamentano. Nei loro forum non si fanno illusioni: prima o poi il divieto arriverà. E qualcuno addirittura lo auspica. Perché se è pur vero che non sono le odiate sigarette «analogiche», è altrettanto vero che gli arroganti esistono in qualunque categoria. Anche tra gli svaporatori. E l’idea di veder tornare le sale cinema, i bar e i ristoranti come camere a gas non piace a questa nuova generazione di fumatori post sirchiani.

Ustica, lo Stato risarcirà le famiglie delle vittime

Corriere della sera

La Cassazione: «Non è stata garantita la sicurezza dei cieli»

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La strage di Ustica avvenne a causa di un missile e non di una esplosione interna al Dc9 Itavia con 81 persone a bordo, e lo Stato deve risarcire i familiari delle vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. Lo sottolinea la Cassazione in sede civile nella prima sentenza definitiva di condanna al risarcimento. È la prima verità su Ustica dopo il niente di fatto dei processi penali.


 
Ustica: sentenza definitiva dalla Cassazione, i familiari saranno risarciti (28/01/2013)

LA STRAGE - Il 27 giugno 1980, l'aereo dell'Itavia Douglas DC-9, decollato dall'Aeroporto di Bologna e diretto a Palermo si squarciò in volo all'improvviso e scomparve in mare. Dopo oltre trent'anni di inchieste, molti aspetti di questo disastro, tra i quali le cause stesse, non sono ancora stati chiariti. I procedimenti giudiziari per alto tradimento intentati contro alcuni vertici militari italiani che avrebbero ostacolato le indagini si sono conclusi con la completa assoluzione degli imputati. Il procedimento civile, giunto a conclusione con la sentenza della Cassazione, ha avuto invece vita a sé. E in questa sede è prevalsa la tesi del missile.

 
Ustica, Daria Bonfietti: "Bene, ma la verità è ancora incompleta" (28/01/2013)

LA MOTIVAZIONE - Per la Cassazione, è difficile motivare se non con un missile l'abbattimento del Dc9, anzi la teoria «è abbondantemente e congruamente motivata». La sentenza 1871, depositata dalla Terza sezione civile della Suprema Corte, respinge i ricorsi con i quali il Ministero della Difesa e quello dei Trasporti volevano mettere in discussione il diritto al risarcimento dei familiari di tre vittime della strage, i primi a rivolgersi al giudice civile, seguiti - dopo - da quasi tutti gli altri parenti dei passeggeri del tragico volo. Senza successo i ministeri, difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, hanno per prima cosa tentato di dire che il disastro aereo si era ormai prescritto e poi che non si poteva loro imputare «l'omissione di condotte doverose in difetto di prova circa l'effettivo svolgimento dell'evento».


Ustica, Andrea Purgatori: "Ora serve uno scatto politico" (28/01/2013)
 
LA REPLICA - La Cassazione ha replicato che «è pacifico l'obbligo delle amministrazioni ricorrenti di assicurare la sicurezza dei voli». Tesi avvalorate dalla Corte di Appello di Palermo nel primo verdetto sui risarcimenti ai familiari delle vittime depositato il 14 giugno 2010. Quanto alla prescrizione, il motivo è stato giudicato «infondato». Ad avviso della Suprema Corte, l'evento stesso dell'avvenuta vicenda della strage di Ustica «dimostra la violazione della norma cautelare». I supremi giudici sottolineano che non «è in dubbio che le Amministrazioni avessero l'obbligo di garantire la sicurezza dei voli». La Suprema Corte, dopo aver rigettato i ricorsi della Difesa e dei Trasporti, ha invece accolto il reclamo dei familiari delle tre vittime rinviando alla Corte di Appello di Palermo per valutare se possa essere concesso un risarcimento più elevato rispetto al milione e 240mila euro complessivamente liquidato ai familiari.

LE PISTE - Le piste investigative sulla strage di Ustica negli anni si sono suddivise principalmente fra l'ipotesi di un coinvolgimento internazionale (in particolare francese, libico e statunitense), di un cedimento strutturale o di un attentato terroristico (un ordigno esplosivo nella toilette del velivolo), supponendo l'esistenza di un collegamento con la strage di Bologna, avvenuta soltanto 35 giorni dopo, e dal cui aeroporto era decollato l'aereo dell'Itavia. Nel 2007 l'ex-presidente della Repubblica Cossiga, all'epoca della strage presidente del Consiglio, ha attribuito la responsabilità del disastro a un missile francese «a risonanza e non ad impatto» destinato ad abbattere l'aereo su cui sarebbe trovato il dittatore libico Gheddafi. Una ricostruzione fatta propria dai giudici di Palermo, di primo e secondo grado. E quindi dalla Cassazione.

Redazione Online28 gennaio 2013 | 20:39

Nel Paese che scappa mi scappa di votare

La Stampa

Se tutti se ne vogliono andare, chi porterà la gente al seggio?
giacomo poretti


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Un paio di settimane fa avevo promesso ai lettori che avrei cercato di convincerli che votare è meglio che andare a sciare o farsi fare una gastroscopia. «Non promettere mai!», diceva sempre mia nonna Maria, la più piccola delle due. Se cercavo di strapparle la promessa di un regalo, lei diceva: «Vedremo». È la stessa nonna che in sessant’anni di matrimonio non ha mai promesso a mio nonno di stargli accanto tutta la vita: «Vediamo com’è, finché non mi stufi», diceva.

Immancabilmente quella nonna, finché è rimasta in vita, mi ha sempre fatto regali bellissimi, uno al compleanno e uno a Natale; e poi la nonna piccola è stata innamoratissima e fedele tutta la vita al nonno Domenico. Anche perché, per usare un eufemismo, non era proprio un bocconcino. Usava quella frase dal vago contenuto minaccioso per tenerlo in allarme, per fargli capire che non doveva esagerare con i sanguiss e i mezzi litri di vino rosso, e anche con me e con i suoi nipoti usava la minaccia dei regali appena esageravamo nel fare i monelli.

In effetti, ripensando alla nonna, adesso sarei in difficoltà a mantenere la promessa ai lettori. Le motivazioni al voto questa settimana sono decisamente al ribasso, e soprattutto dopo gli avvenimenti degli ultimi giorni varrebbe la pena di prenotarsi una settimana bianca, altroché andare a votare. Tutti che vogliono scappare, in Italia: sottosegretari indagati che vengono fatti scappare dalle liste del loro partito, i quali indagati rubano le liste dei candidati e scappano minacciando di farsi scappare qualche rivelazione che rovini i candidati incensurati che li hanno costretti a scappare; banche che rischiano di fallire e loro protettori politici che scappano; top player che non vedono l’ora di scappare a giocare a calcio in un altro Paese; fotografi delle dive che scappano, e che però poi fanno di tutto per farsi beccare così poi gli scappa qualche intervista a pagamento; alleati che scappano dalle proprie coalizioni per fuggire in un’altra coalizione.

È una fuga continua: cervelli in fuga, capitali in fuga, fuga di notizie, fuga dalle nostre scuole. Genitori che fanno la fila per iscrivere i figli alla scuola inglese, americana, perfino tedesca; c’è persino un sito, «Italians in fuga», che ti dà le istruzioni e i consigli per scappare dal nostro Paese e cercare fortuna altrove! Ma cosa abbiamo di così brutto? Siamo davvero così inaffidabili, così ridicolmente cialtroni? Forse bisognerebbe un po’ sgridarla, la politica, minacciarla, con l’intenzione di farla stare nei binari della decenza, per tenerla sulla corda come faceva la nonna, che spaventava il nonno minacciando di andarsene, di lasciarlo solo per il resto della vita.

Ma questa politica non si spaventa, se ne fa un baffo delle minacce delle nonne. Siccome a questo punto non rimarrebbe che l’amara e dolorosa gastroscopia, farò uno sforzo estremo tentando di indicarvi almeno i criteri di scelta dei candidati singoli, anche se non è facile: purtroppo ormai siamo arrivati al punto che se un candidato è serio, onesto, incensurato, eterosessuale e fedele alla moglie desta molti sospetti. Cosa ci fa uno così in politica, che vuole? «Sei venuto a rovinarci»? E poi sei così noioso, senza nemmeno una scappatella extraconiugale, senza nemmeno un accertamento di Equitalia per multe per eccesso di velocità non pagate. Un candidato così fa paura, e allora lo si liquida in questo modo: «Bravissima persona, niente da dire, ma non è adatto alla politica, non ha le palle, un tipo così dopo una settimana in politica se lo mangiano».

Forse allora dalla gastroscopia ci salveranno i programmi. Forse. Finora i partiti si sono impegnati a formare le liste dei candidati e passeranno le prossime settimane a formare alleanze, a distruggerle, a ricostruirle, a ristrutturale, quindi credo che avremo solo il venerdì precedente le elezioni per capire gli obiettivi futuri: solo in quella serata i candidati premier faranno la loro promessa solenne agli italiani, solo in quella sera sigleranno il contratto con gli italiani promettendo l’inverosimile. A questo proposito, pare che le società di sondaggio stiano mettendo a punto degli studi particolari e le prossime proiezioni non saranno sulle intenzioni di voto degli elettori ma sulle sparate preelettorali dei partiti.

Da alcune indiscrezioni sembra che il quadro che emerge sia il seguente: a poco meno di un mese dal voto vince con il 93 per cento la promessa di abolizione totale delle tasse; al secondo posto, abolizione dell’obbligo di fedeltà coniugale con l’86 per cento; al terzo posto, abolizione della multa per parcheggio in doppia fila con l’84 per cento. Poi, a seguire: abolizione della raccolta differenziata; introduzione di assegni famigliari anche a chi non ha figli, per eliminare un’odiosa e ingiusta discriminazione sociale; introduzione dei buoni «happy hours»: dopo il secondo Cuba Libre, il terzo si potrà consumare gratis. Gli incentivi per fare ripartire l’economia sono al settimo posto.
Poi, un’attenzione particolare ai giovani e agli studenti: abolizione dell’obbligo di rispondere alle interrogazioni scolastiche, il professore potrà interrogare l’alunno solo in presenza del suo avvocato o con una liberatoria firmata da entrambi i genitori e congiuntamente dai loro testimoni di nozze.

Poco spazio invece per gli anziani: è solo al ventiduesimo posto la promessa generica di lotta alla senilità, e al quarantesimo posto una velleitaria e quanto massimalista abolizione degli ospizi e delle case di riposo: a quel punto agli anziani non rimarrebbe che scappare dall’Italia. Se ci fosse ancora la nonna, direbbe così: «Tranquilli, me ne vado al Creatore prima che mi cacciate voi, però Giacomino non promettere niente a questa gente qua». «Nonna ma io ho fatto una promessa con gli italiani, ho siglato un contratto con loro, come faccio?». «Tu nei prossimi giorni rilassati con qualche happy hour, parlo con qualcuno importante qua in alto e poi vedrò di venire a te in sogno... Forse». Vi prometto, per me, e per voi, che farò di tutto per sognare la nonna e darvi qualche buona ragione per andare a votare. Ve lo prometto.... Ops! L’ho ridetto!

Hazrat che non ha voluto diventare un kamikaze

La Stampa

L’odissea di un giovane afghano che sogna un altro futuro a Torino

niccolò zancan
TORINO


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Hazrat Safari non scappa più. Dopo otto anni in fuga ostinata e contraria, forse ha trovato la sua casa qui, a Torino. In pace. «Nei miei sogni più belli un giorno diventerò un cantante come Hamad Zhaid, oppure sarò uno scrittore o un imam moderato», dice con due occhi stanchissimi. Intanto è già chiaro tutto quello che non è diventato: un kamikaze, un bambino morto, un ragazzo senza sogni, polvere nel deserto.

Nove mesi di terapia
La storia di Hazrat vale un libro. Ma riuscire a tirarla fuori è stato molto complicato. Ci sono voluti nove mesi in terapia da una psicologa. Silenzi e paura, sfociati in un pianto liberatorio. Alla fine ha incominciato a parlare. La sua testimonianza è stata giudicata «dettagliata e credibile» della commissione governativa che gli ha concesso un permesso di soggiorno di 5 anni - il massimo - e il riconoscimento dello status di rifugiato politico. Hazrat Safari, 19 anni, è nato nel villaggio di Qarluk, vicino a Mazar-e Sharif, nel Nord dell’Afghanistan in guerra. I suoi genitori sono stati uccisi quando aveva 8 anni.

È stato un parente contrario al secondo matrimonio di suo padre ad occuparsi personalmente della questione. A 9 anni Hazrat vive nascosto in un gabbia con due cani. A 10 fa il cameriere in Pakistan. A 11 anni viene mandato in una madrassa coranica integralista di Kandahar. «Ogni mattina, per quattro mesi, a scuola mi dicevano che c’era un modo per rivedere mamma e papà. Dovevo combattere contro gli infedeli, contro gli sciiti. Dovevo diventare un martire. Potevo andare in paradiso». Tornando a casa, era un giorno d’estate, Hazrat decide che è venuto il momento di incominciare il suo viaggio. «Sono musulmano e credo al Corano - spiega - ma non credevo al mio maestro. Non mi piaceva che parlasse di mio padre e mia madre in quel modo. Volevo andare via, verso l’Iran. Riuscire a passare il confine per me era come trovare la libertà». 

Verso la libertà
Hazrat parte con 32 persone. Ecco in cosa consiste il suo equipaggiamento: una tunica molto vecchia, il corrispettivo di 30 euro e un cappello colorato da bambino, regalo di un’anziana signora di Kandahar. Diventa subito amico di Adel, 23 anni, «barba lunga, testa bella», in fuga anche lui. «Mi ha detto che dovevo cambiare i miei sandali. Mi ha fatto comprare un paio di scarpe da ginnastica. 
Poi siamo andati in un negozio di taniche, la mia riserva d’acqua era di tre litri e mezzo. Infine, Adel mi ha detto: “Visto che probabilmente domani saremo morti, concediamoci un buon pranzo”. Siamo entrati in un ristorante. Ho mangiato tre potentissime porzioni di Dash, carne, cipolla e peperoncino». 

Il trafficante di uomini
Alle 5 di quel pomeriggio, con la pancia piena e un terzo dei soldi iniziali in meno, Hazrat e Adel aspettano il trafficante di esseri umani in un villaggio che si chiama Quachakbar, che significa «mezzogiorno». Nel senso: è un paese con metà giornata limpida, mentre il resto è fatto di tempeste di sabbia così dense che non si vede a un metro. È in quel momento che si mettono in marcia, quando il giorno diventa impenetrabile e l’orizzonte sfuma. Dopo ottanta ore di cammino, arrivano in un allevamento di polli pieno di lavoratori afghani. Ma sono in Iran, finalmente. Felici. Anche se è solo l’inizio.

Ogni tanto, mentre racconta, Hazrat si ferma e sorride sperso. Dentro agli occhi passano i posti che ha visto. I momenti cruciali. Sceglie l’Italia - spiega - guardando un programma «con delle belle ragazze» trasmesso da una parabola montata sull’unica finestra di una stanza nel centro di Teheran, dove dormono 36 persone, compreso lui. Per trovare i soldi necessari al viaggio lavora sei anni: raccoglitore di pistacchi finché ha le mani piccole, spaccapietre, operaio in una fabbrica di mangimi, pastore, cuoco, muratore, operaio in una fabbrica di detersivi. Ed è già scappato tre volte alla polizia, quando finalmente riesce a mettere da parte 7 mila dollari. Il prezzo da pagare ad altri trafficanti. 
Ti racconta di gole e strapiombi.

Di un posto sulla frontiera turca con montagne incontaminate, cavalli bradi e farfalle gigantesche. Di quando gli fanno passare il confine a piedi e lo guidano, a distanza, con un telefonino da 20 euro. Di quando in Grecia, per sette volte, con sette diversi passaporti falsi, viene fermato al controllo dell’aeroporto. Fino a quando gli spiegano che deve provare dal mare. Hazrat si imbarca al porto di Patrasso al secondo tentativo, sbarca ad Ancona: i poliziotti lo fermano subito. È il 19 ottobre 2010. Ha 17 anni. Non parla. Non sa spiegare. Meglio, non ci riesce. Però a Bari incontra le assistenti sociali, poi una psicologa molto brava e paziente. Ed ecco la storia di Hazrat Safari, il bambino che non voleva essere un kamikaze. 

L’arrivo a Torino
Il viaggio finisce a Torino. Alla casa del quartiere di San Salvario tutti lo chiamano per nome. Hazrat ha davanti un vecchio computer portatile, su cui sta provando a scrivere la sua storia in un italiano già di buon livello. È contento di essere qui, anche se non ha mai avuto una fidanzata. «Purtroppo l’opinione su quelli che arrivano dal mio Paese non è molto buona», dice sorridendo con timidezza.   Sabato scorso ha giocato a pallone sotto la neve, tre contro tre: cinque erano afghani. Dorme in una comunità. Lavora come cameriere in un albergo del centro, ma è solo uno stage. Gli piace studiare, altrettanto mangiare: «Mi piace molto la pizza, sì. Ma nulla vale la colazione che mi ha preparato una volta mia madre. Erano pesci fritti. Tanti pesci di fiume, piccoli e grandi. Vorrei tanto saper cucinare allo stesso modo, per sentire ancora una volta quel gusto buonissimo».

Shawnda si sveglia e 17 anni sono spariti

Corriere della sera

La donna americana affetta da sclerosi multipla nel 2005 ha dimenticato più della metà dell sua vita. Che ancora non torna

Cattura
MILANO – “Mommy?”. Shaylin chiama la sua mamma, appena svegliatasi, una mattina di otto anni fa. Ma la madre, Shawnda Rush, non ha minimamente idea di chi sia quella tenera bimbetta di 19 mesi e ciononostante si mette a giocare con lei. Poi Shawnda va in cucina e vede un uomo girato di spalle e inizia a sospettare che Shaylin sia sua figlia e che quell’uomo sia suo marito. Ma lei non ricorda nulla di loro. Questa è la storia di Shawnda Rush, della Virginia, che parte nel 2005, ma solo oggi viene raccontata, dopo anni in cui la trentenne di allora, oggi trentottenne, cerca di imparare ex novo tante cose e di riannodare i fili di una vita amputata dalla compromissione totale della memoria a lungo termine che le cancella 17 anni di ricordi.

MATRIMONIO FINITO - La bimba nel frattempo non sa chiaramente dell’amnesia che ha colpito la madre, anche se avverte un certo disagio nella sua prima crescita e spesso, scimmiottando la mamma (come fanno tutti i bimbi con i grandi), pronuncia la frase “non mi ricordo”. Con il marito invece finisce, dopo tre anni. Il matrimonio comprensibilmente risente della mancanza improvvisa di quel vissuto in comune che unisce una coppia, del venir meno di tutti gli appigli che offrono i ricordi, della probabile perdita di identità che un’amnesia così totale comporta.

2LA SCIENZA NON SI SPIEGA - Intanto la scienza non si spiega, non completamente quantomeno, il tragico accaduto. Nel 2004 a Shwanda era stata diagnosticata la sclerosi multipla e la donna accusava spesso intorpidimento e disturbi della vista, sintomi notoriamente legati alla patologia. Un anno dopo, forse anche in conseguenza di un vero e proprio bombardamento di farmaci che le vengono prescritti, arrivano, sempre più frequenti, momenti di confusione. Finché un mattino la giovane donna si sveglia come se avesse 13 anni, come se non fosse mai stata madre né moglie, come se 17 anni di vita fossero svaniti improvvisamente, senza lasciare alcuna traccia, spolverati via. Avendo 13 anni effettivi Shawnda chiede aiuto alla madre, Marsha, che racconta alla figlia la sua vita di donna. A quel punto inizia per la tredicenne in un corpo da trentenne il difficile lavoro di ricostruzione della propria identità e di apprendimento di tutto ciò che aveva perso.

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IMPARARE DI NUOVO - Utilizza Facebook, le foto postate, i messaggi inviati dagli amici, cercando di catturare elementi in grado di far emergere ricordi, ma anche cercando di re-imparare per la seconda volta come si interagisce con gli amici e con la gente in modo adulto, perché la donna ha trent’anni, ma gli ultimi diciassette mancano all’appello. E poi vede le soap opera e i talk show, che a sentire gli altri erano la sua passione, quello dell'attore George Lopez in particolare, per imparare a parlare come un’adulta e per apprendere anche il vocabolario dell’amore. E poi inizia a fare i compiti di matematica della figlia per acquisire alcuni nozioni di base, impara come usare una carta di credito e persino come utilizzare un cellulare, perché nel pezzo di vita che la memoria le aveva risparmiato il telefonino non c’era ancora.

Dopo 8 anni Shawnda non ha ancora smesso di ricostruire ciò che era e ciò che ora probabilmente non sarà mai più completamente. E soprattutto rimane l’inquietante dubbio della medicina sullo strano episodio. Secondo Avindra Nath, il neurologo che ha in cura la donna al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, l’amnesia è una conseguenza abbastanza rara della sclerosi multipla e un buco di 17 anni è difficile da spiegare solo con la patologia. Rimane il mistero, in attesa e nella speranza che qualche scheggia di memoria emerga dalla mente di Shawnda Rush, aiutando anche la scienza a capire qualcosa di più. Per il momento pare un caso rarissimo, anche perché a giudicare dalle informazioni si tratterebbe di un’amnesia retrograda (o primaria, pura), nella quale dunque non si osservano altri disturbi cognitivi e si registra una completa lucidità per quanto riguarda gli eventi accaduti in seguito.


Emanuela Di Pasqua27 gennaio 2013 | 13:46

Cardarelli, circolare ai dipendenti «Vietato fare la spesa in orario di lavoro»

Il Mattino
di Marisa La Penna

Accade a Napoli al Cardarelli, il più grande presidio del Meridione


NAPOLI - La circolare porta la firma del direttore medico di presidio Franco Paradiso ed ha per titolo «Gestione delle attività assistenzali». Sembra uno dei tanti documenti che arrivano dai vertici del Cardarelli diretti al personale in cui si fa riferimento a noiose e ripetitive disposizioni che, il più delle volte, restano a ingiallirsi, inascoltate, nelle bacheche dei reparti. Questa volta, però, la lettura della nota manda su tutte le furie il primo infermiere che, superato il capoverso iniziale della circolare, in cui si fa riferimento, appunto, alla «corretta gestione delle attività assistenziali» apprende con stupore che se va a fare la spesa al supermercato rischia di perdere il posto.

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Non in assoluto, ovviamente. Sarà sottoposto a sanzioni disciplinari se si reca al supermarker aziendale, ubicato nella struttura ospedaliera, durante le ore di lavoro. La notizia si diffonde in un baleno attraverso il tam tam dei cellulari, delle mail. Il passaparola coinvolge infermieri, operatori socio-sanitari e finanche medici e primari. Intervengono i sindacati. E un nuovo foglio si affigge nelle bacheche. È quello in carta intestata dell’Anaao-Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri. Porta la firma del leader Franco verde e dei dottori Armellino, Genna e Laccetti. «La nota del direttore Paradiso, pur corretta nella forma e nel contenuto, nasce da una distorsione delle relazioni sindacali» esordisce l’Anaao. E riprende: «Da mesi i sindacati chiedono la regolamentazione dell’orario di lavoro, ma l’amministrazione risponde chiedendo ai primari farraginosità super burocratica.

Nell’ambito della regolamentazione dell’orario di lavoro troverà soluzione anche la questione posta dal direttore Paradiso. E così ogni dipendente potrà marcare e smarcare il cartellino per andare a fare la spesa. Recuperando, ovviamente il tempo speso al supermarket». In realtà la nota del direttore del Cardarelli è inattaccabile. In sintesi sostiene che il personale sanitario che è impegnato ad assistere i pazienti dell’ospedale non possono abbandonare il posto dilavoro - e qundi l’assistenza ai degenti - per andare a fare la spesa.

Una direttiva sacrosanta, insomma. «Eventuali esigenze connesse all’esercizio di cui sopra (vale a dire al spesa al market, ndr) potranno essere espletate al di fuori degli orari di lavoro» è scritto infatti dal direttore Paradiso che ha inviato, per conoscenza, la missiva a tutti i direttori delle unità operative del noscomio vomerese, nonchè al direttore sanitario aziendale. Qualche anno fa un altro provvedimento analogo pure fece andare su tute le furie il personale sanitario del Cardarelli. Ci riferiamo alla circolare che vietava a tutti, medici, inferimieri, operatori socio-sanitari, di andare al bar e allo spaccio dell’ospedale con gli indumenti di lavoro. Vale a dire le divise con le quali poi lavoravano nei reparti. Una direttiva che è ancora in vigore ma i cui effetti stanno diventando più blandi.

domenica 27 gennaio 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 12:12

Inventata la pistola per "taggare" gli umani

La Stampa

Spara dna sintetico che permette di marchiare persone fino a 40 metri di distanza
gianluca nicoletti


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E’ stata inventata la pistola che “tagga” gli esseri umani nella loro dimensione concreta,  produce un marchio sulla pelle per segnarci come se fossimo una foto di Facebook. L’ arma è un giocattolone di plastica color arancio chiamato The High Velocity DNA Tagging System ed è prodotta dalla Selectamark, azienda inglese che produce apparecchiature per la marchiatura e che si vanta del fatto che la maggior parte delle forze di polizia del Regno Unito usa i loro prodotti per prevenire e scoraggiare la criminalità nelle proprie aree.

L’ ultimo prodotto è una pistola che spara proiettili speciali, delle palline verdi, che non producono ferite, ma che a una distanza di quaranta metri sono in grado di “spiaccicare” addosso al bersaglio, passando anche attraverso gli abiti, una traccia di DNA sintetico che marchierà in maniera indelebile, per alcune settimane,  il soggetto senza che lui se ne possa accorgere. Con una lampada UV a luce bianca sarà in seguito possibile leggere la traccia e identificare il soggetto.

L’ uso ufficiale della nuova arma assomiglia a quei rivelatori di banconote false che leggono tracce invisibili a occhio nudo, solamente che è molto più discreto e soprattutto inquietante nei suoi possibili impieghi. Al momento, da come viene pubblicizzata, l’ arma prevede il suo utilizzo in caso di manifestazioni di piazza in cui non sarebbe possibile identificare con certezza chi tra la folla compie reati, o per situazioni criminose in cui si dovesse rendere rintracciabile un criminale che riesce a sfuggire a un arresto.

La taggatura compulsiva degli umani con un marchio invisibile potrebbe non essere un’ ipotesi poi molto fantasiosa, a quanto dichiara la stessa Selectamark, già McDonald’s avrebbe chiesto di installare in oltre 700 ristoranti della sua catena lo stesso dispositivo, sotto forma di erogatore spray, con il fine apparente di mettere l’ etichetta a eventuali ladri. Sicuramente la diffusione del marchiatore invisibile rischia di aggiungere un nuovo elemento alle scie digitali che già segnano ogni nostro quotidiano respiro.

Ipotizziamo per assurdo che il dispositivo fosse di libera commercializzazione, l’ idea di poter essere “taggati” contro la nostra volontà, in momenti e situazioni particolari della nostra giornata, soprattutto con qualcosa di molto più invasivo che il timbretto che si usa all’ ingresso delle discoteche, potrebbe cominciare a destare qualche lecito segnale di preoccupazione sulla salvaguardia della nostra privacy. 

Usa, il cane che vede anche per il fratello cieco

La Stampa

zampa

Il proprietario: lo aiuta quando ci sono difficoltà lungo i percorsi

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Parenti serpenti e fratelli coltelli, si dice tra gli esseri umani. Dovremmo seguire l’esempio degli animali, che spesso ci danno lezioni. Prendiamo la storia di Poncho e Gonzo, due cani da slitta del New Hampshire che passano la vita a gareggiare nella neve o portare i turisti a spasso come fossero dietro a Zanna Bianca. Poncho e Gonzo sono fratelli, e fino a qui nulla di strano. La storia però si complica quando scopriamo che Gonzo è cieco, e riesce a fare il suo mestiere solo perché Poncho lo aiuta e lo guida, quando è in difficoltà. Il teatro di questa storia è il Muddy Paw Sled Dog Kennel di Jefferson, nel nord del New Hampshire. Inverni gelidi, al confine col Canada, dove i cani sono strumento di sopravvivenza.

Il canile appartiene a Neil Beaulieu, che è nato nel Maine ma ha lavorato diversi anni in Alaska, partecipando alla mitica Iditarod, una gara -maratona di mille miglia al Circolo polare artico. Finita quell’esperienza Neil si era trasferito nel New Hampshire per aprire il suo canile, che oltre alle gare offre servizi ai clienti degli hotel, portandoli a fare passeggiate di venti minuti, o marce di 50 miglia che durano tutta la notte. Poncho e Gonzo facevano parte della sua muta e andavano veloci, fino a quando Neil si accorse che Gonzo faticava a trovare la scodella del cibo. Lo portò dal veterinario, che diede subito la sua diagnosi: stava diventando cieco, e non c’era nulla da fare per salvarlo. Gonzo però sembrava sempre determinato a correre, e allora il veterinario disse: «Lasciatelo fare».

Ben Morehouse, manager del canile, lo legava vicino al fratello, e presto si accorse che i due comunicavano: «Gonzo correva con la testa girata verso destra, per usare l’udito e l’olfatto per orientarsi, ma quando non capiva la direzione di una curva o la velocità a cui prenderla, si appoggiava a Poncho. Il fratello, invece di ribellarsi, lo aiutava e lo accompagnava». La vita dei cani da slitta è dura, e la regola naturale è che quando uno cade gli altri lo lasciano indietro. «Una volta - racconta Beaulieu - li avevo portati lungo un costone. La neve era profonda ma morbida. Gonzo si avvicinò troppo al bordo e scivolò. Poncho, invece di tirare avanti, abbassò la testa nella neve, acchiappò il fratello con i denti e lo rialzò. Insieme ripresero il ritmo della corsa come se nulla fosse accaduto. Ho passato la vita sulle slitte, ma una roba del genere non l’avevo mai vista».

Così Poncho e Gonzo continuano a correre fianco a fianco, senza sapere che hanno una missione molto importante. Il Muddy Paw Sled Dog Kennel, infatti, accoglie anche i cani abbandonati che altrimenti finirebbero male, e la storia dei due fratelli ha ispirato Beaulieu ad andare avanti.

La bambina dell'orfanotrofio è diventata chef per i capi di Stato

La Stampa

La storia di Fabrizia Levorato, titolare dell'Hostaria La Speranza, a Solcio di Lesa 

CHIARA FABRIZI


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Senza muovermi da Lesa, ho visto il mondo. Anzi, il bel mondo si è seduto al mio tavolo». Perché da Fabrizia Levorato, nella sua Hostaria La Speranza, nella frazione di Solcio, si sono seduti sultani, capi di stato, premier, attori, uomini della finanza internazionale. E lei li ha serviti tutti, con lo stesso zelo con cui serve il turista della domenica, in gita sul Lago Maggiore. «Certo, in qualche caso, ho dovuto aggiungere al menù il piatto richiesto dal cliente. Come, nel caso di Abramovich, il magnate russo, che voleva dell’agnello». Per il resto tutti si fidano ciecamente delle scelte di Fabrizia, in cucina come della sua discrezione: «Capita spesso che i grandi alberghi di Stresa mi chiamino per annunciarmi l’arrivo di ospiti speciali, il cui nome resta per me top secret. Con il rischio che magari non li riconosca.

E’ accaduto con Nicolas Sarkozy e Carla Bruni prima che la loro storia fosse di dominio pubblico. Arrivavano dal Liechtenstein e volevano assaggiare la cucina piemontese. Il presidente l’ho riconosciuto subito, ma la donna che era con lui no, sino a quando le mie giovani cameriere me ne hanno svelato il nome». Un consommé per Carlà, ma per il sanguigno Sarkò un bel risotto al barbaresco. Anche Silvio Berlusconi e Mario Monti, entrambi con dimora a Lesa a poche centinaia di metri di distanza, sono clienti dell’Hostaria La Speranza: «Amante di piatti milanesi e ghiotto della crema allo zabaione il primo, più parco il secondo: la scorsa estate ha scelto pesce di lago».

In qualche caso, il passaparola su cibo, cordialità e ambiente, ha trasvolato l’oceano: «Un giorno mi è arrivata una prenotazione da Boston, che riservava l’intero locale. Pensavo ad uno scherzo. Qualche mese dopo sono arrivati da me tutti i Kennedy al completo: c’era Ted, Caroline con il marito Schwarzenegger e i figli. La data non la dimenticherò mai: il 10 settembre 2001. Il giorno dopo ricevo una telefonata dal loro contatto in Italia: erano rimasti bloccati nella villa di Belgirate che li ospitava e dove li aveva raggiunti la notizia dell’attacco alle Torri. Dovevano restare lì e mi chiedevano di provvedere a tutti i pasti».

Storie incredibili, ma vere, come le firme apposte sul registro degli ospiti: «A nessuno chiedo fotografie: chi viene qui vuole passare una serata tranquilla». Lungo l’elenco: dall’uomo di Mediobanca Enrico Cuccia alla showgirl australiana Megan Gale. Non avrebbe mai immaginato, Fabrizia Levorato, da bambina, di arrivare così in alto con il suo lavoro: «Sono cresciuta all’orfanotrofio di Arona: suor Virginia è stata la mia mamma.

Da piccola, subito in cucina, dove ho imparato molto». Aveva un sogno: «Volevo cantare. L’ho sfiorato quando ad Arona sono giunti, per la trasmissione “Campanile Sera”, Mike Bongiorno, Enza Sampò e Enzo Tortora. Partecipai al gioco e diedero a me la palla d’oro, per la vittoria in una puntata. Tortora mi avrebbe anche adottato». Il successo non le ha fatto dimenticare chi è: «Ogni mese faccio la spesa per la Caritas, per chi non ha nulla. A me la Speranza ha dato una ragione di vita».