sabato 26 gennaio 2013

Domani si celebra la Giornata della Memoria: la resistenza dei perseguitati

Il Messaggero
di Fabio Isman


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ROMA - Torna un giorno speciale: non esiste perché lo ha istituito una legge (in Italia, dal 2000), ma perché deve restare scolpito nella memoria di ognuno. Il 27 gennaio è la data in cui le truppe sovietiche, 68 anni fa, hanno liberato il lager di Auschwitz, il più famoso; ma è il giorno in cui ci si deve inchinare al ricordo di chi non c’è più, e dedicare almeno un momento all’esercizio della memoria. Non è difficile: chi vuole, può ormai consultare in Internet l’elenco dei circa 7.200 ebrei italiani deportati

(www.nomidellashoah.it): è la conclusione di un’indagine iniziata dal Cdec di Milano e, con il Libro della Memoria, da Liliana Picciotto 40 anni fa; vi si trovano tutti i nomi, brevi biografie, qualche foto stinta. Ed è in linea anche (www.ghettinazisti.it) una mostra didattica dedicata ai lager.
Quest’anno, il tema della giornata è la resistenza ebraica; e il pensiero va all’episodio più celebre: la rivolta nel ghetto di Varsavia; era il giorno di Pasqua. Però vi furono anche sollevazioni nei lager di Treblinka e Soribor; una fuga dal ghetto di Vilna, in Lituania; e numerosi altri avvenimenti. Nel nostro Paese, fu attiva un’organizzazione, la Delasem, che proteggeva gli ebrei perseguitati: ebbe esiti davvero assai peculiari.

TESTIMONI 

La difficoltà di raccontare e ricordare quanto è successo, quando gli ultimi testimoni purtroppo se ne vanno, resta un problema ampiamente dibattuto: per il secondo anno, a Roma, il Circolo Pitigliani affiderà il testimone ai nipoti, con l’iniziativa di far leggere loro memorie inedite di nonni o zii, che abbiano a che fare con la Memoria. Perché non si può limitarla ai lager, agli orribili campi di sterminio, che furono solo il portato ultimo di altre persecuzioni.

In Italia, iniziate nel 1938: con le infami leggi razziali, e con la discriminazione degli ebrei dai pubblici impieghi e dalla normale vita quotidiana nelle città; e sfociate poi, nella Capitale, con la retata di oltre mille persone il 16 ottobre di 70 anni or sono. Delle donne, una sola tornò; e in tutto, furono 15. Forse, Adolf Eichmann, che dirigeva il progetto, era davvero sadico: le razzie ebbero luogo sempre di sabato; a Trieste, il 9 ottobre; a Roma, il 16 (festa di Succot, le Capanne); a Firenze, il 6 e 27. Nella Capitale, la guidò Herbert Kappler: con le sue SS di via Tasso, e poi delle Fosse Ardeatine. Però, non c’è solo ieri. «Fare memoria» significa occuparsi anche di quanto succede oggi. I rigurgiti neofascisti non accennano a smettere.

OGGI

Per questo, domenica sera alle 20.15 «si spegnerà il Colosseo; e saremo lì, con il sindaco e l’ambasciatore d’Ungheria», dicono alla Comunità: in quel Paese, lo Jobbik, Movimento per un’Ungheria migliore, manda in Parlamento i suoi 49 deputati in camicia bruna, predica di rinchiudere i Rom, ha proposto che siano compilate liste di funzionari di religione ebraica. Lunedì, un dibattito in Campidoglio; martedì una solenne cerimonia al Quirinale. E intanto, varie manifestazioni. Da Firenze, un treno con 800 persone per Auschwitz; a Monza un carro merci in piazza; a Roma, anche una mostra di tre ore: in sette luoghi o musei, Massimo Attardi porrà un cubo di ghiaccio secco; evaporando, mostrerà il nome di un lager e un oggetto legato alla sua triste realtà. Per ricordare.


Sabato 26 Gennaio 2013 - 10:42
Ultimo aggiornamento: 13:36

A Mantova si riapre l'«armadio della vergogna»

Coriere della sera

Conteneva 700 fascicoli relativi a crimini di guerra nazisti: la scoperta diventa una lettura teatrale


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MANTOVA - Immaginate un grande armadio coperto dalla polvere del tempo, chiuso e con le ante rivolte verso il muro. Immaginate che contenga quasi 700 fascicoli relativi a crimini nazisti di guerra, e che uno dei più sordidi e spietati capitoli della storia umana possa riaprirsi, alimentato da nuove testimonianze. Non è una sceneggiatura cinematografica, ma un fatto realmente accaduto nel 1994 in un locale di Palazzo Cesi, sede di vari organi giudiziari militari, in via degli Acquasparta a Roma. Ora Mantova, in occasione della Giornata della Memoria, rispolvera e racconta la storia dell'«Armadio della vergogna», come venne presto ribattezzato.

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Il «boia di Bolzano» Michael Seifert (Ap) 

Torna alla luce il contenuto dei fascicoli e del registro generale, riportante 2274 notizie di reato, relativi a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l'occupazione nazifascista, me anche la storia ricostruita sulla base del processo al Tribunale militare di Verona contro il «boia di Bolzano» Michael Seifert, condannato all'ergastolo per oltre 18 omicidi nei campi di Fossoli e Bolzano e per 15 capi di imputazione. Morto nel 2010, fu estradato dal Canada dove si rifugiava facendo semplice vita di campagna.

Un nome, quello di Seifert, che emerse proprio dall'armadio, e risvegliò per un attimo il mondo dal torpore dell'oblio di quei fatti, tenuti in silenzio tanto tempo dalla stessa magistratura militare e dai governi, per non creare ulteriori dissidi con il nuovo alleate tedesco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sabato 26 gennaio, alle 21.30 al Cubo Studio di Via XX Settembre, gli atti di quel processo diventano lettura teatrale - voluta da Arci Gay di Mantova La Salamandra - grazie ad Elena Buccoliero, quattro voci narranti e un pianoforte. «Scusi, ha conosciuto mio padre?»: prende spunto da una frase di un uomo di mezza età detta timidamente ad un testimone, sperando di ricevere notizie del padre internato a Bolzano e Mauthausen. Ma all’interno dell’armadio emersero fascicoli su diverse e importanti stragi naziste, fra le quali l’eccidio di Sant'Anna di Stazzema, l'eccidio delle Fosse Ardeatine, l'eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto), di Korica, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato e dell'alto Reno.

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Antonino Intelisano 

A scoprire l'armadio in uno sgabuzzino della cancelleria nel 1994 fu il procuratore militare Antonino Intelisano, che a quell'epoca si stava occupando del processo contro l'ex SS Erich Priebke: giovedì 31 gennaio sarà al teatro del Bibiena a Mantova per un convegno-evento patrocinato da Accademia Nazionale Virgiliana, Comune di Mantova, Fondazione Villa Vigoni. Accanto a lui anche gli storici Mimmo Franzinelli, Alessandro Borri e Lutz Klinkhammer e il giornalista Daniele Biacchessi, caporedattore di Radio24, esperto di stragi e crimini nazisti.



Valeria Dalcore25 gennaio 2013 | 18:25

Dirigente della Fiom arrestato. È accusato di aver intascato 20mila euro da un'azienda che ora è fallita

Il Mattino

NAPOLI - Una tangente chiesta per tenere buoni i lavoratori e favorire l’accesso alla cassa integrazione: sono le accuse rivolte al sindacalista della Fiom Angelo Spena E così il meccanismo nato per sostenere il reddito dei dipendenti nei momenti di crisi dell’azienda torna nell’occhio del ciclone. È di venerdì la notizia di tredici imprese sono state denunciate perché utilizzavano la cassa integrazione in deroga e continuavano a tenere i lavoratori in azienda: in questo modo gli stipendi li pagava, seppure in maniera indiretta, lo Stato. Ma nel caso della cassa integrazione ordinaria i margini di intervento da parte del sindacato sono molto più ristretti perché i vincoli imposti dalla legge sono molto più stringenti.

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Nel caso della Mano Marine, invece, i soldi sarebbero stati incassati da Spena per favorire le procedure. Spiega il responsabile dell’ufficio del lavoro di Napoli, Renato Pingue: «Quando si attiva un a procedura di cassa integrazione il primo passo è un accordo sindacale, quindi i rappresentanti dei lavoratori hanno un ruolo per gestire l’attivazione della procedura. A fronte di questo primo passo si attiva un tavolo e si arriva a un accordo che deve essere firmato dai datori di lavoro e dai sindacati e allegato alla richiesta dell’azienda. La cassa in deroga, invece, è nata per quei settori che non erano coperti dalle norme precedenti e offre un margine di discrezionalità più ampio».
I dipendenti della Mano Marine, un’azienda storica, molto nota nel campo della costruzione delle imbarcazioni, che ha sede a Gricignano, avevano fatto dei brevi periodi di cassa integrazione ordinaria. Da aprile l’azienda aveva attivato la procedura della liquidazione e i lavoratori erano finiti in cassa straordinaria. Poi in autunno i licenziamenti e l’avvio di una nuova procedura per ottenere questa volta la disoccupazione. Fasi diverse nel quale il sindacato ha un ruolo importante. Che cosa sia successo nella fabbrica di Aversa non è ancora chiaro. Di certo in questo momento di crisi, difficile per i lavoratori e per le imprese, l’utilizzo degli ammortizzatori sociali è un elemento centrale.

La Regione ha speso fino all’anno scorso 360 milioni per la sola cassa integrazione in deroga ed è una delle Regioni che ha usato più attentamente l’istituto, infatti ha respinto il 50 per cento delle richieste pervenute. Le altre Regioni hanno sborsato molti più soldi: la Lombardia, ad esempio, ha utilizzato più di 920 milioni, la Puglia 670 milioni. E ora si aspettano nuovi fondi: dovrebbero arrivare dal governo altri 35 milioni per i primi mesi del 2012 necessari per sostenere i lavoratori delle aziende in difficoltà e le loro famiglie. Ma molto di più si spende per la cassa integrazione ordinaria: nel 2012 in Italia sono state autorizzate più di un miliardo di ore di cassa integrazione.

d.d.c.

sabato 26 gennaio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 11:11

Chi ci ascolta su Skype?

Corriere della sera

Lettera aperta di un gruppo di associazioni a livello mondiale per chiedere trasparenza sul software per le telefonate in Rete

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MILANO - C’era una volta una favola tech europea. Un piccolo software nato in Estonia, e per una volta non nella Silicon Valley, nel 2003. Un software che nel giro di poco tempo ha rivoluzionato le comunicazioni mondiali, scardinando le rendite di posizione dei vecchi operatori telefonici. E permettendo alle persone di chiamarsi a costo zero o quasi da una parte all’altra del mondo. Ma questo software aveva anche un’altra caratteristica “magica”, almeno agli occhi dell’utente medio: utilizzava una tecnologia proprietaria che criptava le comunicazioni proteggendole da orecchie indiscrete. Parliamo ovviamente di Skype e di un seguito meno favolistico.

LA LETTERA - In realtà la storia è proseguita con il più classico happy end hollywoodiano: la start-up travolgente, dopo qualche difficoltà tra cui anche un matrimonio finito male con eBay, è stata acquisita dal colosso Microsoft per 8,5 miliardi di dollari nel 2011. Ma a questo punto sfuma l’alone fiabesco e iniziano i dubbi. Già, perché il cambio di proprietà ha generato incertezza sulla gestione dei dati degli utenti e sulle politiche relative alla privacy degli stessi. Almeno questa è la tesi di un gruppo di associazioni internazionali a tutela dei diritti digitali, attivisti internet, programmatori e giornalisti che giovedì hanno inviato una “lettera aperta” a Skype in cui chiedono di fare chiarezza su una serie di questioni. La domanda di base è: quanto sono davvero sicure le conversazioni e le chat Skype? Sono proprio a prova di intercettazione? Anche da parte degli stessi governi?

I DUBBI - Il dubbio nasce da diverse considerazioni. Innanzitutto dalle dichiarazioni da parte della stessa azienda che in alcuni casi sembrano però in contrasto con i fatti. Nel 2008 Skype asseriva di non essere in grado di intercettare le conversazioni dei propri utenti in virtù della cifratura usata e dell’architettura peer-to-peer. Inoltre specificava di non essere sottoposta alle leggi americane sulle intercettazioni - come il CALEA (Communications Assistance for Law Enforcement Act) che include anche servizi VoIp e comunicazioni internet – perché basata in Europa. Ma nel 2012 l’Fbi dichiarava di aver richiesto di vedere in un caso (e che caso, poiché si trattava di Megaupload) le chat Skype che risalivano fino al 2007, contraddicendo anche la policy ufficiale del provider che parla di 30 giorni come periodi di conservazione di quei dati. Soprattutto, l’acquisizione di Microsoft avrebbe cambiato il quadro normativo (non più europeo ma americano) e, secondo l’accusa di alcuni programmatori, che però non è mai stata confermata, anche quello tecnologico.

IL RAPPORTO - Di fronte a voci contrastanti e al fatto che Skype è di fatto utilizzato da molte persone anche per la sua promessa di sicurezza - a partire da attivisti, dissidenti di regimi autoritari, giornalisti – il gruppo di associazioni ha deciso di chiedere a Skype e a Microsoft maggior chiarezza in materia. In particolare vogliono che venga pubblicato un rapporto periodico sulla trasparenza sul modello di quello di Google, in cui tra le altre cose siano specificati: quali dati sugli utenti sono ceduti da Skype a governi e terze parti, Paese per Paese; il numero di richieste ricevute e quelle soddisfatte, e le motivazioni per cui hanno respinto o meno una richiesta; quali dati utenti sono raccolti e come sono conservati; quali di questi possono essere intercettati da terze parti; e infine, che tipo di sorveglianza rischiano quegli utenti che utilizzano Skype attraverso accordi con altre aziende come la cinese TOM.

IL CENTRO HERMES - «Questa lettera aperta solleva interrogativi che dovremmo rivolgere a tutti i fornitori di servizio online cui affidiamo i nostri dati», commenta al Corriere Claudio Agosti, presidente di Hermes, Centro per la Trasparenza e i Diritti Digitali in Rete, no profit italiana tra i firmatari della lettera aperta internazionale, insieme alla Electronic Frontier Foundation e a Reporter Senza frontiere. «Ma al di là della risposta che riceveremo, dobbiamo ricordare che come utenti abbiamo comunque due armi a disposizione: da un lato si tratta di chiedere a livello legale la portabilità dell'identità digitale, cioè la possibilità di cambiare un servizio online quando si vuole portandosi dietro i propri contatti, senza perdere quindi la propria rete: un po’ come è avvenuto nelle telecomunicazioni, dove un utente può cambiare operatore mantenendo il proprio numero di telefono. Dall’altro si possono adottare software che consentano di proteggere le chiamate e le chat su Skype da eventuali tentativi di raccoglierne i dati». Nel frattempo vedremo cosa risponderanno Microsoft/Skype. Anche perché in fondo un rapporto sulla trasparenza è spesso salutare non solo per gli utenti ma anche per l’azienda che lo pubblica. Come sa bene Google.

Carola Frediani
25 gennaio 2013 (modifica il 26 gennaio 2013)

E Tulliani non si muove: è ancora nella casa di An

Pier Francesco Borgia - Sab, 26/01/2013 - 08:40

Il nome del cognato di Fini compare sempre sul campanello della residenza di Montecarlo. I militanti: «Senza vergogna»

Fratelli d'Italia? Piuttosto «fratelli coltelli», penserà il presidente della Camera in merito all'ultima iniziativa della sezione di Lodi, della neonata formazione politica guidata da Guido Crosetto e Giorgia Meloni.


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In piena campagna elettorale non si risparmiano colpi; ed è così che un gruppo di militanti di Fratelli d'Italia si è recato a Montecarlo martedì scorso. Oggetto della visita? Naturalmente quello di verificare se al numero 14 di boulevard Princesse Charlotte risiedesse ancora Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di chi ancor oggi siede sulla poltrona più alta di Montecitorio.

L'amara scoperta, per i giovani attivisti, è stata di constatare che al citofono persiste il nome di Tulliani. Indignati, hanno deciso di apporre sul campanello, sulla cassetta delle lettere e sulla porta d'ingresso dell'appartamento cartelli con lo slogan «Fini, ridacci il maltolto». Il riferimento è chiaro. Nel comunicato che accompagna il raid si parla di «svendita» di un appartamento che era entrato nel 1999 nel patrimonio di Alleanza nazionale, come dono della contessa Anna Maria Colleoni, ultima discendente del celeberrimo condottiero Bartolomeo.

Bene che poi fu alienato dal partito e che finì nelle mani di una società off-shore con sede a Santa Lucia (Antille). Il clamore mediatico fu forte. I finiani parlarono di macchina del fango ma le prove erano (e restano) tali che dimostrano almeno una responsabilità «politica» piena di chi ha sempre sbandierato la totale estraneità ai fatti contestatigli. A un mese dal voto, hanno pensato gli attivisti lodigiani di Fratelli d'Italia piantonando lo stabile del monegasco boulevard Princesse Charlotte, nulla è cambiato.

E il vasto movimento d'opinione che è scaturito da questo «scandalo» non ha sortito alcun effetto. L'appartamento ereditato da An resterebbe nella disponibilità del signor Tulliani (anche se ufficialmente sarebbe di proprietà della società Printemps con sede proprio nelle Antille), mentre alla presidenza della Camera troviamo suo cognato, che aveva sì annunciato pronte dimissioni nel caso fosse dimostrata la sua malafede ma che non ha mai fatto un passo indietro pur di fronte all'evidenza di una responsabilità politica provata e censurata da tutto l'arco parlamentare (eredi di An compresi).

«Fini, oltre ad essere stato il voltagabbana per eccellenza - commenta Andrea Dardi, ideatore di questo raid - si è macchiato della vergogna di aver svenduto il patrimonio della comunità di An. Quanto accaduto è sintomo della pochezza politica in cui è precipitato il signor Fini». Da Montecarlo a Montecitorio, però, il denominatore comune è la resistenza. L'inquilino non vuol cercarsi un altro tetto. Tulliani proprio come suo cognato. E nel caso di quest'ultimo si può dire che la resistenza è trentennale. Altro che «società civile» e «nuovo che avanza»! L'ex delfino di Almirante si è già prenotato il posto in un cantuccio di Palazzo Montecitorio dove è candidato. Si sa, ci è affezionato, visto che vi risiede dal 12 luglio del 1983.

Onu contro gli Stati Uniti: “Quei droni uccidono i civili”

La Stampa

Scatta un’inchiesta anche sui raid israeliani a Gaza
maurizio molinari
corrispondente da new york


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Le Nazioni Unite iniziano un’inchiesta sull’uso dei droni da parte dell’Amministrazione Obama e al tempo stesso si dividono sulla scelta di adoperarli per sostenere la missione dei Caschi Blu nella Repubblica democratica del Congo.
Le contrapposte vicende aiutano a comprendere quanto l’intensificazione dell’utilizzo degli aerei senza pilota stia condizionando l’agenda del Palazzo di Vetro.

L’indagine è guidata da Ben Emmerson, titolare delle inchieste Onu sui diritti umani, che assieme a Christof Heyns, «special rapporteur» sulle esecuzioni extragiudiziali, si avvia a esaminare gli attacchi dei droni della Cia e del Pentagono in Pakistan, Yemen e Somalia. La task force, che opererà dalla sede Onu a Ginevra, estenderà l’inchiesta agli attacchi con i droni lanciati dalle truppe britanniche in Afghanistan e da quelle israeliane a Gaza: in tutto si tratta di 25 episodi, selezionati in base al sospetto che abbiano causato vittime civili violando le leggi internazionali.

Poiché i droni sono l’arma centrale nella strategia Usa contro il terrorismo, la Casa Bianca si prepara al duello: un team legale sta confezionando il manuale sulle «regole dei droni» in base alle quali vengono lanciati gli attacchi. Il presidente Obama avrebbe identificato due criteri-cardine per autorizzare i droni a colpire i terroristi della «Kill List» dell’intelligence: la «certezza dell’identità dell’obiettivo da eliminare» e l’«immediato pericolo che pone per la sicurezza degli Usa». John Kerry, segretario di Stato in pectore, davanti al Senato mette comunque le mani avanti: «I droni non fanno una politica estera».

Il braccio di ferro giuridico che si annuncia fra il Consiglio Onu sui Diritti Umani e l’Amministrazione Obama si sovrappone alla crisi dei droni in atto al Consiglio di Sicurezza sull’ipotesi di inviarli a sostegno della missione Monusco in Congo. Sebbene in questo caso si tratti di droni disarmati, le fibrillazioni non sono da meno. Tutto è iniziato quando il Dipartimento del «Peacekeeping» dell’Onu ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di dotarsi di un numero limitato di droni - da 3 a 5 - per rendere più efficiente la sorveglianza sulla ricca regione mineraria del Nord Kivu infestata dai guerriglieri del M23. I 17.500 Caschi Blu vogliono giovarsi dell’intelligence dei droni per braccare i guerriglieri aumentando la protezione dei civili. Il Dipartimento di Stato Usa è favorevole, sostenuto da gran parte degli europei, ma i Paesi africani hanno sollevato vivaci obiezioni.

Il Congo ha espresso il timore di «intrusioni colonialiste», il Ruanda e l’Uganda - sospettate di avere inviato truppe nel Kivu - hanno aggiunto dubbi sulla gestione delle informazioni raccolte dai droni, in quanto solo pochi Paesi sono in grado di raccoglierle. Poiché il Ruanda siede in Consiglio di Sicurezza la vicenda ha paralizzato i lavori fino al passo indietro, compiuto lunedì dal presidente Paul Kagame che da Kigali ha detto: «Fateli usare». Uno dei compromessi di cui si discute al Palazzo di Vetro riguarda l’eventualità che i droni disarmati dei Caschi Blu vengano affittati non da singoli Stati ma da società private, al fine di rassicurare le capitali africane, inclusa Pretoria. Se l’accordo verrà trovato si tratterà della prima missione Onu dotata di veicoli senza pilota e ciò potrebbe portare a ripetere in tempi stretti l’esperimento anche su altri scenari: dal Darfur sudanese alla Somalia. Ma proprio tale prospettiva aumenta le resistenze africane.

Ecco Orion, il dopo-Shuttle sarà un’astronave euro-americana

La Stampa

Prima missione (senza equipaggio) prevista per il 2017. L’obiettivo della Nasa: «Inviare gli astronauti più lontano di quanto si sia mai fatto»
antonio lo campo


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La decisione era stata presa nel corso dell’ultima conferenza ministeriale dell’ESA, che si era tenuta a Napoli a fine novembre. Mancavano però i dettagli dell’ accordo con la NASA, e da alcuni giorni è ufficiale: la nuova navicella della NASA, la “Orion” già varata ai tempi del cancellato Programma Constellation, e in seguito “recuperata” come futura astronave dedicata alle missioni con astronauti verso Luna, Marte e asteroidi, diventa in parte americana e in parte europea.

La NASA aveva firmato un accordo già a metà dicembre con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) per la fornitura del modulo di servizio del veicolo spaziale Orion MPCV per la Exploration Mission -1, una missione senza equipaggio prevista per il 2017. Per quella data, il veicolo spaziale Orion decollerà sulla cima di un razzo SLS (Space Launch System, il vero successore del vettore Saturn V delle missioni Apollo), e dietro ad esso, sarà attaccato il modulo di servizio fornito dall’ESA.

Un progetto derivato dai moduli automatici ATV Derivato dagli attuali moduli automatici ATV, destinati al rifornimento per la Stazione Spaziale, il modulo alimenterà e spingerà il veicolo spaziale Orion nel suo viaggio spaziale: “Lo spazio è da tempo una frontiera per la cooperazione nell’esplorazione” - ha detto Dan Dumbacher, vice amministratore associato dell’ Exploration System Development al Quartier Generale NASA di Washington – “e quest’ ultimo capitolo è basato sull’eccellente stato delle relazioni con l’ESA come partner nella Stazione Spaziale Internazionale, che ci ha aiutato a portare avanti i nostri piani per inviare gli astronauti più lontano nello spazio di quanto abbiamo mai fatto prima”.

La Orion è formata da tre parti principali: la capsula per l’equipaggio, che può ospitare quattro astronauti, il sistema di aborto al lancio, che permette di spingere il modulo dell’equipaggio a distanza di sicurezza in caso di problemi critici durante il lancio (o sulla rampa di lancio), ed il modulo di servizio (quindi quello che realizzerà l’ESA, con la sigla MPCV), dove verrà ospitata l’energia di Orion ed i sistemi di propulsione e termici, oltre alle sue ali fotovoltaiche.

Il modulo di servizio è posizionato subito sotto la capsula equipaggio ed ospiterà le capacità di propulsione per il trasferimento orbitale, il controllo dell’assetto e dell’ascesa da grandi altezza in caso di aborto. Inoltre il modulo genererà ed immagazzinerà l’energia e fornirà il controllo termico, l’acqua e l’aria per gli astronauti. Questo modulo resterà connesso con il modulo conico dell’equipaggio fino a poco tempo prima del rientro della stessa capsula abitata sulla Terra. Questa è certamente una buona notizia anche per l’Italia e per la nostra industria di settore: così come per ATV infatti, sarà Thales Alenia Space Italia, negli stabilimenti di Torino, a realizzare molte delle componenti della struttura di servizio della “nuova Apollo” americana:

“Sarà un’evoluzione dei moduli ATV – ci conferma Luigi Quaglino, che e responsabile del Dominio Esplorazione e Scienza di Thales Alenia Space – “cioè i moduli di rifornimento per la Stazione Spaziale, progettati e costruiti per l’ESA in cinque unità, e che fino ad ora hanno fornito risultati soddisfacenti. Naturalmente nella versione Orion, al di là della struttura esterna, saranno ben diverse le componenti interne”. Il ruolo industriale dell’Italia per le future astronavi abitate MPCV è infatti la sigla del modulo di servizio di Orion, la parte europea: “Ci occuperemo di varie componenti” – aggiunge Quaglino – “ma in particolare dei sistemi di controllo termico, sia quelli passivi, cioè esterni al veicolo spaziale, sia quelli attivi che garantiscono la corretta temperatura ai sistemi operativi del nuovo sistema di trasporto, frutto della collaborazione euro-americana”.

“Si rafforza così la presenza italiana nella progettazione e costruzione nei sistemi logistici di supporto alla Stazione Spaziale: dopo aver partecipato al programma europeo ATV ed essere attivamente coinvolti in quello americano Cygnus, saremo presenti anche in quello euro-americano Orion MPCV”. L’Italia, che risulta essere il terzo paese contributore dell’ESA, conferma dunque il proprio ruolo di partecipazione industriale e scientifica, anche nei nuovi programmi a lungo termine dell’ente spaziale USA.

L’Europa ha deciso di investire, per tutti i suoi programmi spaziali, 10 miliardi di euro per i prossimi 3-4 anni “proprio partendo dalle condizioni di crisi” – come ha sottolineato il Direttore Generale dell’ESA, Jean Jacques Dordain – “per aiutare la ripresa su un fronte tecnologico avanzato come il settore spaziale”. “Non solo, ma alla conferenza ministeriale di novembre” – aggiunge Quaglino – “sono stati approvati i finanziamenti per completare l’attuale progetto del dimostratore di rientro IXV, così come é stato approvato lo studio per un veicolo preoperativo denominato “Pride”. Ambedue i progetti prevedono l’utilizzo del razzo vettore europeo Vega”. Tornando alla Orion, la sua Exploration Mission-1 del 2017 sarà la prima che vedrà un test integrato fra il veicolo spaziale Orion

ed il nuovo razzo vettore Space Launch System della NASA, e precederà il primo volo con astronauti, che presumibilmente avverrà nel 2020 con quattro astronauti a bordo della nuova navicella abitata euro-americana. Questa missione farà seguito al primo Exploration Flight Test-1, un volo di test previsto nel 2014 e nel quale un Orion senza equipaggio verrà lanciato, solo per questa occasione, sulla sommità di un razzo “Delta IV” in versione potenziata (Heavy), per volare ad un’altezza di circa 6.000 chilometri dalla Terra, la maggior distanza mai raggiunta da una navicella progettata per ospitare astronauti. Per questo primo volo di prova, un modulo di servizio provvisorio verrà però realizzato dalla società americana Lockheed Martin.


Il programma / Il video su come sarà il lancio del razzo SLS con la Orion

Mio padre a Birkenau mi disse: «Vado via, ma tu devi resistere»

Corriere della sera

Sami Modiano, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, racconta 70 anni dopo: «Io salvo grazie a un carico di patate»

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A otto anni Sami Modiano era uno dei bambini più vivaci e brillanti della scuola elementare italiana di Rodi. Forse era in assoluto il primo della classe, come sostenevano i genitori dei suoi compagni, con quell’ammirazione espressa e così insistita da poter sconfinare facilmente nell’invidia. Sì, perchè Sami, alunno eccellente, non aveva di sicuro l’aria e il comportamento del secchione. Nuotava, correva, giocava a calcio, scherzava, si divertiva, però a scuola gli bastava studiare il minimo per meritare il massimo.

Quella mattina, quando fu chiamato alla cattedra, si sentiva persino più sicuro e disinvolto del solito. Era pronto a rispondere alle domande del maestro ma il suo sorriso si spense subito perché l’insegnante, invece di interrogarlo, lo guardò come mai lo aveva guardato e gli disse: «Samuel Modiano, sei espulso dalla scuola!». Un ceffone morale umiliante, un vero choc, le gote di Sami si tingono di porpora, la gola si chiude. Con un filo di voce: «Ma che colpa ho?», «Che cosa ho fatto? dove ho sbagliato?». Per far capire a quel bambino sbigottito e improvvisamente spaventato che non aveva fatto nulla di male, e che quel provvedimento non riguardava né il profitto né la condotta, l’imbarazzato maestro gli pose affettuosamente una mano sul capo e aggiunse a bassa voce:

«Ora tornatene a casa, tuo padre ti spiegherà». Sami Modiano, che oggi ha quasi 83 anni e che per decine di volte si è salvato per puro caso nella più efferata partita a scacchi con la morte, ha scritto un libro che ha per titolo la risposta – abbastanza ermetica – alla domanda che per decenni lo ha tormentato: Per questo ho vissuto. Che cosa voglia dire in realtà, Sami lo scrive nelle pagine della sua tremenda odissea. Pagine che grondano dolore, orrore, sevizie, umiliazioni, morte, torture, sterminio. All’inizio del racconto, ecco il punto da cui tutto ha avuto origine: «Quella mattina, a Rodi, mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo».

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La storia del bambino-ebreo di Rodi trafigge il cuore e ferisce l’anima. È una storia che Sami, come quasi tutti i sopravvissuti all’Olocausto, aveva taciuto per quasi tutta la vita perché, nel raccontarla, la sofferenza era come raddoppiata: non bastava l’infarto emotivo della cronaca e dei ricordi incancellabili delle sofferenze patite; il veleno aggiuntivo era provocato dall’incredulità espressa da molti di coloro che lo ascoltavano. «Guardandoli, sembrava mi volessero dire che non credevano alla mia storia. E questo, ancora una volta, mi feriva a morte». Alla fine, dopo molte titubanze, ha prevalso il dovere: di trasmettere ai giovani la vissuta testimonianza di quello che è stato l’Olocausto, nel cuore dell’Europa colta ed evoluta; e poi di onorare chi fu annientato dall’odio razziale degli aguzzini nazisti.


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Leggi razziali a Rodi. Sami si è speso e si spende con generosità, passione, sdegno, ma anche con la lievità di chi non ha perduto il senso dell’umorismo. La sua storia si apre con le immagini di un’infanzia felice, in una famiglia felice, su un’isola felice, Rodi – conquistata dagli italiani, che l’avevano strappata ai turchi all’inizio del ’900 –. Immagini trasformate in poche ore, in quel maledetto 1938, in un incubo, costringendo le vittime a dover convivere da subito con l’ansietà, l’angoscia, la paura. E con la consapevolezza di essere il “diverso” che gli altri cercano di evitare, magari voltando il capo dall’altra parte.

Il padre di Sami che perde il lavoro, la madre uccisa da una grave malattia, la necessità di procurare cibo per il genitore e la sorella, la generosità che i soldati italiani nutrono per quel ragazzino nonostante le leggi razziali, la disoccupazione e la discriminazione che colpisce come una frustata la minoranza ebraica dell’isola. Chi poteva, dopo la promulgazione delle leggi razziali del ’38, lascia l’italiana Rodi per andare a vivere e a trovare un approdo più sicuro in America, in Argentina, in Canada, in Africa. In quattro anni, metà degli israeliti erano espatriati: gli ebrei rimasti superavano di poco i 2.000. Sami non capiva, era ancora un bambino, e non pensava che dopo qualche tempo avrebbe benedetto la prematura scomparsa della sua mamma.

Morendo nel suo letto di dolore, la donna non avrebbe visto e patito il picco dell’orrore, a differenza del marito e dei figli. Il racconto dell’ingannevole convocazione degli ebrei di Rodi si raccorda subito con il calvario della deportazione. Un calvario simile a quello di tutti i correligionari dei Paesi occupati dalla macchina da guerra di Adolf Hitler, ma – nel caso dell’isola del Dodecaneso – con una feroce sofferenza aggiuntiva, il doppio viaggio verso la morte: il primo in mare, stipati su una chiatta maleodorante riservata al trasporto degli animali, sotto lo spietato sole di agosto, fino al porto di Atene; il secondo viaggio sul treno dell’infamia, nel buio soffocante dei vagoni per il bestiame. Destinazione la Polonia, i campi di sterminio.

Sami ormai ha poco più di 13 anni, ma ne dimostra alcuni di più. La famiglia, giunta a Birkenau, supera la prima brutale selezione: il cenno a sinistra del medico nazista, che giudicava a vista, voleva dire camera a gas e forno; il cenno a destra indicava i “privilegiati”, risparmiati perchè giudicati adatti ai lavori più duri. In pochi giorni di internamento, quasi tutto diventa chiaro, anche nello sguardo ancora innocente di un ragazzino. La fugace e quotidiana visione di sua sorella, oltre la cortina di ferro attraversata dalla corrente, conforta Sami fino al giorno in cui non la vede più, e comprende che è andata all’infermeria, anticamera della morte. Suo padre, prostrato dal lavoro massacrante, dal freddo, dalla fame e dalle torture gli rivela, una sera, che ha deciso di farsi visitare, metafora che significa “non ce la faccio più”. Ma prima di consegnarsi agli assassini, impone al figlio di tenere duro. «Sami, tu sei forte. Devi farcela. Ce la farai!». E così il ragazzino di Rodi, diventato adulto, resta solo a combattere per la vita.


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IL DOCUWEB


Una volta Sami ha un cedimento, ha la tentazione di farla finita, è pronto a lanciarsi contro il filo spinato, davanti al quale ogni giorno veniva obbligato a raccogliere i cadaveri delle persone che, una notte dopo l’altra, decidevano di morire. Lo trattiene l’accorata imposizione di suo padre: “Devi farcela!” Ci riesce, almeno fino a quando, affamato, indebolito e ridotto ad uno scheletro, non riesce a superare la nuova selezione. Vuol dire camera a gas. Il suo destino è segnato. Lo chiudono, assieme ad un gruppo di altri sventurati, nell’anticamera della finta doccia dove le conduttore del letale Zyklon B sputano veleno a getto continuo. Ma non succede nulla. Una nuova forma di tortura, sperimentata dai nazisti? Passano le ore in un silenzio irreale, poi si spalanca una porta, ma non è quella della camera a gas. Un ufficiale tedesco dà ordine di uscire all’aperto, perchè si è prodotta un’emergenza. Sami racconta l’emergenza con un sorriso amaro: «Sono vivo grazie ad un carico di patate». Chissà quante volte avrà raccontato questo incredibile episodio.

«Proprio patate, sissignore! Era infatti arrivato un treno carico di patate, ma non vi erano abbastanza prigionieri per scaricarlo. Era quasi mezzogiorno, e quasi tutti i deportati si trovavano fuori dal campo, al lavoro. Bisognava scaricare le patate in fretta perchè un altro treno della morte, carico di ebrei, attendeva il turno per arrivare alla rampa di Birkenau. Io e gli altri candidati al gas ci siamo guardati, stupefatti: non era ancora il momento di morire. Fummo condotti a scaricare le patate, sistemandole a piramide su assi di legno. Alla fine, ci fu un’animata discussione fra due ufficiali nazisti: uno diceva che dovevamo andare al gas subito; l’altro invece – visto che già indossavamo il pigiama a righe e avevamo preso confidenza con le leggi, la disciplina e le punizioni del lager – sostenne che era meglio rimandarci nelle nostre baracche. Per il gas sarebbero stati pronti i passeggeri del treno che stava sopraggiungendo. Prevalse il fanatismo organizzativo del secondo. Per noi, quindi, morte rinviata».

La marcia della morte. Sami ha un carattere forte, ma rivivere quei momenti gli provoca una smorfia dolorosa. «A Birkenau avevo perso la fede, bestemmiavo il dio che non faceva nulla per impedire quell’atrocità. Poi, Dio l’ho ritrovato. Mi ha fatto sentire la sua presenza anche alla fine di quell’atroce sofferenza. Mentre stava arrivando l’Armata rossa sovietica per liberarci, i nazisti ci misero in fila per la fuga notturna, dopo aver fatto saltare i forni e distrutto le prove più evidenti dello sterminio, cercando di cancellare quel che ormai tutto il mondo sapeva. Durante il trasferimento, che i sopravvissuti ricordano come la marcia della morte, chi cadeva, scivolava o zoppicava veniva ammazzato immediatamente con una raffica di mitra. Ero sfinito, mi piegai sulle ginocchia. Ero morto, sì ero morto, sapevo e sentivo che nessuno avrebbe potuto far più nulla. Invece, due miei sconosciuti compagni di sventura mi presero, uno per le braccia l’altro per le gambe, e mi salvarono, alla fine della marcia, lasciandomi svenuto – ma vivo – accanto ad una montagna di cadaveri. Non ho mai conosciuto i nomi di chi mi ha salvato.

Li ho cercati ma non ho mai ritrovato quei due angeli che erano stati più forti della volontà di sopravvivere, una forza che imponeva a ciascuno di pensare egoisticamente a se stesso, a farcela. E poi Dio si è ricordato di me, dandomi la fortuna di incontrare mia moglie. Vivere con un sopravvissuto non è facile. Occorre pazienza, generosità e amore. Io l’amore vero lo ho trovato. Sono stato fortunato». È incredibile sentir parlare di fortuna da un uomo che ha visto e patito le sofferenze più indicibili. Doppiamente incredibile perchè, anche dopo dopo la liberazione, la vita di Sami Modiano, salvo per caso, non è stata facile. La fuga dal villaggio dove erano dislocati i soldati sovietici che lo avevano salvato. Fuga dettata dal piano di un amico, che temeva di essere inviato sul fronte russo, e dal desiderio di tornare a casa, nonostante i sovietici trattassero i sopravvissuti con molta umanità. Altre settimane di marcia notturna, ma questo – racconta Sami – «per me, come si può immaginare, non era il principale problema». Alla fine, l’arrivo a Roma. Ero italiano a tutti gli effetti, ma non avevo mai visto il mio Paese.

Dall’Africa a Ostia. Modiano aveva perduto tutto. Rodi era lontana. E così è andato a cercare parenti e amici, prima a Ostia, dove vive tuttora, poi in un altro esilio, nel Congo Belga, dove altri si erano trasferiti e avevano intrapreso con successo attività commerciali. L’intraprendente ragazzino, diventato adulto combattendo con la morte, non ci pensa due volte. Sbarca dall’aereo nel cuore dell’Africa, prende confidenza, si impegna, viene colpito più volte dalla malaria ma si riprende, mette in piedi una piccola impresa. Finalmente è quasi un benestante. Si sposa e si convince che la vita è tornata finalmente a sorridergli. Ma non è così. La brutale conquista del potere da parte di Mobutu e la caccia agli stranieri, depredati di tutto, lo spinge ad abbandonare il suo ultimo esilio. Un medico belga gli dice: «Sami, ti sei salvato ad Auschwitz-Birkenau.

Mica vorrai morire qui». E così, assieme alla moglie, torna in Italia e ricomincia daccapo, inventandosi una terza o una quarta vita. Che carattere straordinario! Adesso Sami si divide tra Ostia e Rodi. D’inverno sta a casa, nella sua casa sul litorale, e va a raccontare nelle scuole, nei licei e nelle università di tutta Italia cosa è stato l’orrore dei campi di sterminio, quanto è stato facile instillare e alimentare il più feroce odio razziale, quanti (in Italia) hanno venduto gli ebrei ai nazisti, e quanto sia velenosa e infame la campagna negazionista. D’estate si trasferisce a Rodi, per tener viva la memoria di quella terribile deportazione e per cementare la minuscola presenza della comunità ebraica sull’isola. Dalla fine della guerra, Rodi è greca. Ma quando chiedo a Sami se si senta più greco o italiano, quest’uomo fiero, salvo per caso, non ha un attimo di indecisione: «Sono italiano, e mi sento italiano».


Antonio Ferrari
24 gennaio 2013 (modifica il 25 gennaio 2013)

Il giallo dei germani spariti «Cibo per gente affamata»

Corriere della sera

Furti nei parchi, vittime anche conigli e anatre. Una donna ha visto due uomini che infilavano i pennuti in sacchi neri


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CREMONA - Quattro di loro, tre maschi e una femmina, sono normalmente al loro posto. Ma gli altri trenta? «Li hanno rubati, l'ho visto con i miei occhi», giura la testimone che ha lanciato l'allarme sul mistero della scomparsa dei germani di Cremona. Via Aquileia, a ridosso del centro storico, costeggia l'Ocrim, gloriosa azienda di mulini, e finisce dove cominciano le sponde del Morbasco, il piccolo canale che dà il nome al parco sovracomunale. Un'oasi di verde e silenzio nonostante le auto siano a pochi metri e le case a pochissimi. È lì che, martedì a metà mattinata, il giallo dei germani scomparsi va in scena.

«Stavo passeggiando, come faccio spesso, quando mi sono accorta della presenza di due uomini - racconta la donna, che abita vicino -. Avevano dei sacchi neri dai quali spuntavano i volatili. Ho urlato per convincere quegli sconosciuti ad abbandonare il loro bottino. Ma, senza lasciarlo, si sono messi a correre verso un furgoncino fermo in uno spiazzo e sono fuggiti senza darmi il tempo di annotare il numero della targa». Non è la prima volta che i pennuti spariscono, mentre è la prima volta che chi li fa sparire viene colto (quasi) sul fatto.

Il comandante della polizia provinciale, Luigi Pigoli, una sparizione, in quella zona, se la ricorda, «ma è un episodio che risale a un paio d'anni fa e riguardava le lepri. I germani? Non è facile catturarli, bisogna avere delle gabbie. Faremo dei controlli». Il caso, però, è tutt'altro che chiuso. Anche perché l'assessore comunale all'Ambiente, Francesco Bordi, non sottovaluta l'accaduto, tanto da aver scritto alla Provincia, anche in qualità di presidente del parco, per chiedere notizie sul «fattaccio» e sollecitare una maggiore sorveglianza, d'intesa con i vigili. «Sono preoccupato - confessa l'assessore -. È un problema che si va diffondendo. La causa è la fame, credo sia questa la considerazione più logica. Non si tratta di cacciatori ma di qualche disperato, probabilmente irregolari, anche se non è detto. I germani li prendono non per venderli - sono troppo pochi, quanti pochi soldi incasserebbero? - ma per mangiarseli».

Gli animalisti rumoreggiano ma non sono sorpresi: lo strano caso agita anche loro. «Dal quartiere Po, contiguo al parco del Morbasco, ci hanno avvisato che alcuni pescatori dell'Est, già che c'erano, si sono portati via dei conigli selvatici. Chiediamo più attenzione», dice il portavoce del Wwf, Carlo Capurso. Le segnalazioni si sprecano. Dalle rive di un altro canale, il Robecco, al punto opposto della città, non lontano dall'ospizio, un residente denuncia: «Anche se so che non si potrebbe, allungo ai germani e alle anatre cibo, soprattutto pane e pezzi di dolce. Erano decine, ma da qualche mese sono diventati pochissimi. La notte li sentivo starnazzare. Chissà perché?». Il mistero dei pennuti si infittisce.

Gilberto Bazoli
24 gennaio 2013 | 11:14

F-35, il caccia dei guai: “Ma il cantiere alla base militare di Cameri non si ferma”

La Stampa

Trenta super jet “sospesi” dal Pentagono sono prodotti allo scalo militare del Novarese

claudio bressani


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Altre nubi nere si addensano sul progetto F-35. Nubi temporalesche, con tanto di fulmini, ai quali il supercaccia sarebbe vulnerabile, al punto da rischiare di esplodere se colpito. L’ennesimo guaio, che ha causato uno stop ai voli di prova. Le notizie degli ultimi giorni preoccupano anche l’assessore regionale allo Sviluppo economico Massimo Giordano, da sempre sostenitore del valore del progetto F-35 e delle sue ricadute per il territorio (sarà assemblato anche a Cameri): «Al momento - dice - non ho elementi di giudizio oltre a quanto ho letto sui giornali.

Se i problemi segnalati saranno confermati, spero che vengano superati in fretta e che il progetto non subisca battute d’arresto». Almeno un rallentamento pare inevitabile perché il Pentagono ha sospeso i voli di prova, o meglio li ha vietati a distanza inferiore alle 25 miglia (40 chilometri) dai temporali. Le ragioni sono state svelate dal quotidiano britannico Sunday Telegraph, che ha pubblicato il contenuto di un rapporto riservato di 18 pagine dell’Operational Test and Evaluation Office: gli F-35 della versione B, o Stovl, a decollo corto ed atterraggio verticale, di cui sono stati già costruiti 25 esemplari, sarebbero vulnerabili ai fulmini perché le pareti dei serbatoi sono state rese troppo sottili per alleggerire il velivolo e migliorarne le prestazioni. La sospensione interessa tutti gli F-35, che finora, considerando anche le versioni A (ad atterraggio e decollo convenzionale) e C (per portaerei tuttoponte dotate di catapulta), sono stati costruiti in 36 esemplari.

L’Italia, rispetto ai 131 inizialmente previsti, un anno fa aveva deciso di scendere a 90, di cui 60 del modello A e 30 del B, destinati questi ultimi sia all’Aeronautica sia alla Marina (da imbarcare sulla portaerei Cavour). I costi, secondo le ultime cifre fornite dal ministero della Difesa, dovrebbero essere di 99 e 106,7 milioni di euro a esemplare. La spesa totale di 12 miliardi di euro di qui al 2027, ma le cifre sono in continuo aumento e destinate a crescere ancora. La Lockheed Martin ha risposto minimizzando e sostenendo che «il programma per il velivolo F-35 Lightning II prevede che i test sulla protezione antifulmine siano realizzati nella fase conclusiva delle prove in volo».
Ma sarebbero emersi anche altri guai: si parla di problemi al software, all’integrazione delle armi, al casco che fornisce al pilota i dati dei sensori dell’aereo. E pure di «crepe sulla parte inferiore della fusoliera», rilevate a dicembre sempre sulla versione B.


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"Promossa" la base militare dei nuovi caccia F35


Le immagini del corteo per dire "no" agli F35


Una protesta in bicicletta contro gli F35

Pechino-Hong Kong, scoppia la guerra del latte in polvere

La Stampa
ilaria maria sala


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Si allarga il raggio dei viaggi dei turisti cinesi, e la guerra del latte in polvere diventa globale. La fame di formula per infanti prodotta all’estero in Cina è infatti estrema, e divenuta totale da quando è scoppiato il caso del latte in polvere contaminato da melamina (aggiunta da produttori privi di scrupoli per aumentare artificialmente il contenuto proteico di una miscela acquosa), che ha portato alla morte di almeno 6 neonati, facendone ammalare almeno 300,000 di calcoli ai reni. I consumatori cinesi non si fidano delle marche di latte in polvere prodotte nazionalmente, anche se estere, e prediligono dunque quelle prodotte e vendute fuori dai confini nazionali. Così, Hong Kong, che dal 2003 ha facilitato l’ingresso senza visto per vari milioni di cinesi, dopo la crisi del 2008 si è improvvisamente trovata senza latte in polvere.

I negozi che la vendono, dopo anni di arrabbiature di clienti locali incapaci di trovarne foss’anche una lattina, hanno deciso di razionarla, e nessuno può portarsene via più di tre barattoli alla volta. Ogni volta che da Hong Kong ci si reca in Cina si può star sicuri che qualche amico “del continente” con figli chiederà di portare un po’ di latte in polvere. Ma chi davvero spazzola via dagli scaffali la preziosa polvere bianca non sono tanto amici e parenti in visita, ma i traders che fanno la spola fra Hong Kong e la Cina, a piedi da Shenzhen, compiendo fino a dieci andate e ritorno al giorno e portando in patria tutto il latte in polvere che riescono a fare acquistare dai loro associati che scandagliano l’ex-Colonia britannica.

La frontiera fra Shenzhen e Hong Kong (la più trafficata al mondo) è ormai un unico tunnel di pubblicità di marche di latte in polvere: Abbott e Nutrilon e Caricare e Gerber, con immagini di neonati con il cappello da laureato, o quello geniale che nella culla traccia formule matematiche in aria e quello cicciottello, con una bella forchetta in mano. Di fianco, mamme raggianti, anche loro ben nutrite da altre formule in polvere, arricchite di vitamine, carote e broccoli. I traders che fanno la spola con Hong Kong facendo incetta di latte in polvere sono però anche una delle cause più visibili della crescente insofferenza di Hong Kong nei confronti dei visitatori dal continente – che si è concretizzata in manifestazioni, lettere infuriate ai giornali, la nascita di un movimento indipendentista e alterchi pubblici fra locali e cinesi in visita.

Ora, però, l’inaspettata passione per il latte in polvere sta svuotando gli scaffali in Australia come in Olanda, in Germania come in Inghilterra. Ed ecco che anche Olanda i negozi hanno cominciato a razionare il latte in polvere: 4 lattine di formula per infanti per persona, mentre i tabloid in diversi di questi paesi hanno reagito senza andare per il sottile: il 3 gennaio, il Daily Telegraph di Sydney ha titolato in prima pagina che “i cinesi fanno incetta di latte in polvere!”. La Bild, tedesca, il 18 gennaio aveva una pagina intera in cui diceva che “i cinesi si bevono il latte in polvere dei nostri bambini!”, altri hanno utilizzato termini ancora più allarmisti e xenofobi.

Il problema, però, rimane: per i produttori, perché è difficile prevedere quanto latte in polvere sarà comprato dai turisti. Per i neo-genitori cinesi, anche, perché il terrore di restare senza latte in polvere “sicuro” è grande, in particolare in un Paese dove ancora non ha preso piede l’idea che l’allattamento al seno fornisca tutto il nutrimento necessario nei primi mesi di vita di un neonato. Come rassegnarsi a dare “solo” il seno a un bambino, e rischiare di non farlo crescere abbastanza alto, ben nutrito e intelligente? Del resto, con le memorie di carestia ancora vive nella mente di innumerevoli persone, e con la politica del figlio unico che limita le coppie a un solo bambino per famiglia, tutti cercano di dare il meglio al proprio piccolo – che ormai è sempre più ipernutrito. La guerra del latte in polvere è cominciata.

Twitter@IlariaMariaSala

Capolavoro Certosa:«Pagare il biglietto per conservarne lo splendore»

Corriere della sera

Ogni anno 700 mila visitatori. Prezzo d'entrata: cinque euro


PAVIA - Far pagare un biglietto per visitare la Certosa di Pavia, per sostenere la gestione economica di un monumento che ogni anno è visitato da più di 700 mila persone, ma che ha bisogno di costante manutenzione. Questa è una delle proposte avanzate nella riunione tenutasi alla Provincia di Pavia a cui, oltre al vicepresidente e assessore ai Beni culturali dell'amministrazione provinciale Milena D'Imperio, erano presenti rappresentanti della Regione, del comune di Certosa, delle Soprintendenze ai beni architettonici e al patrimonio storico artistico e di Pavia Monumentale, l'associazione che aveva consegnato al ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi, un dossier sui problemi dell'abbazia.

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L'OPERA - Un monastero che si trova a otto chilometri dal centro di Pavia, di proprietà del Demanio, ma per convenzione abitato e curato dai frati cistercensi. Costruito a partire dal 1396 su impulso di Gian Galeazzo Visconti, è stato dichiarato monumento nazionale nel 1866. Oggi i turisti che arrivano alla Certosa non pagano alcun biglietto: entrano nel cortile e hanno libero accesso al museo gestito dalla Cooperativa Dedalo che effettua visite guidate in lingua straniera. Nella basilica sono, poi, i monaci ad accogliere e accompagnare i turisti ricevendo in cambio delle offerte (facoltative). È difficile quantificare, quindi, quante persone esattamente ogni anno visitano la Certosa: Pavia Monumentale ipotizzava un biglietto da 5 euro che, stimando un numero di presenze tra le 700 mila e il milione, porterebbe ad incassare fino a 5 milioni di euro da destinare ai restauri e all'impiego di una trentina di addetti alla Certosa.

IL TICKET - «Per poter far pagare un ticket d'ingresso il primo passo che faremo sarà quello di interpellare la "Commissione biglietto" del ministero dei Beni culturali deputata a decidere sull'argomento - spiega il vicepresidente della Provincia di Pavia Milena D'Imperio -. Ovviamente con la garanzia che gran parte degli incassi rimangano a disposizione per la gestione del monumento. I tempi burocratici, però, ci è stato spiegato, potrebbero essere più lunghi di un'intera legislatura».

Bisogna quindi pensare al presente e anche su questo problema si sono valutate le strade da percorrere. «Verrà scritto un protocollo d'intesa tra gli enti e i soggetti coinvolti per un futuro accordo di programma regionale per provare a reperire risorse immediate per la Certosa». Il primo obiettivo, per favorire l'afflusso dei visitatori con orario continuato, è di tener aperti il museo e il cortile interno anche dalle 12.30 alle 14.30, orari in cui oggi i monaci chiudono l'entrata al monumento. «Per farlo occorrono 10mila euro per pagare la Cooperativa Dedalo che gestisce il museo. I monaci hanno dato la loro disponibilità a consentire l'accesso nel cortile anche durante la pausa pranzo - spiega Milena D'Imperio -. La Basilica riaprirebbe, invece, regolarmente alle 14.30».


Enrico Venn
i23 gennaio 2013 | 14:27

Nur, il sacerdote cattolico che celebra il funerale del padre musulmano

Corriere della sera

Durante l'orazione: «Papà mi ha insegnato che esiste un solo Dio, che siamo tutti fratelli».
Dal nostro inviato Riccardo Bruno


DOMODOSSOLA - Il giovane parroco attende la fine dei versi del Corano. Poi si sfila le scarpe, sale sul tappeto accanto alla bara e inizia la sua preghiera. «Papà mi ha insegnato che esiste un solo Dio, che siamo tutti fratelli». È l’ultimo saluto del figlio ad Adel, arrivato dall’Egitto 34 anni fa. Alla periferia d’Italia, appena prima del confine francese, in un cortile tra due file di garage, si celebra un funerale insolito: il figlio Nur, che ha abbracciato la fede cattolica fino a farsi prete, tiene l'orazione funebre per il padre, musulmano osservante e fiero delle sue origini.

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CERIMONIA ALL'APERTO - Mentre una trentina di arabi invocano «Allah Akbar», Allah è grande, attorno le famiglie del posto si mescolano alla comunità islamica, e tra loro una decina di sacerdoti cattolici e due suore giunte da tutta la diocesi. «Vale più una giornata come questa che mille convegni sull’integrazione» osserva don Renato Sacco, di Pax Christi, animatore in provincia del dialogo tra le religioni. È stato lui a suggerire di tenere la cerimonia funebre all’aperto, perché il piccolo appartamento che ospita il centro culturale islamico avrebbe contenuto a malapena una decina di persone.

Adel Nassar, il padre di don Nur, quando seppe che suo figlio avrebbe indossato l’abito talare non la prese bene. Ma subito dopo lo incoraggiò e lo aiutò. E sicuramente oggi sarebbe contento di vedere come è stato il suo addio alla vita. «Era il suo sogno vedere tutti uniti, musulmani e cattolici. Finalmente quel desiderio si è realizzato» osserva Ali Bouchbika, uno dei primi a credere nella comunità islamica in Val D’Ossola. Adesso sono più di 1.500, soprattutto marocchini, come lui, ma anche tunisini ed egiziani. Un po’ di diffidenza, qualche tensione, alcune battute di politici difficili da digerire, ma in fondo una convivenza pacifica, meglio che altrove.

I RACCONTI DEL PADRE - Il futuro don Nur è cresciuto in questi cortili, sentendo i racconti del padre e dei parenti immigrati, e correndo nell’oratorio che frequentava la madre Ines, infermiera e impegnata nell’associazionismo cattolico. Una famiglia dalla fede profonda, anche se coniugata in due modi diversi. Sempre nel rispetto reciproco. Il frutto di tutto questo è lì, in quella immagine di un giovane prete che a stento trattiene le lacrime per il dolore del padre morto e che prima di tutto si preoccupa di ringraziare «il fratello Said e il fratello Mohammed, che ieri lo hanno lavato e profumato».

MESSAGGIO DELLA CURIA - Il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, manda un messaggio che la comunità islamica apprezza: «La singolare esperienza del padre di don Nur, l’aver voluto bene alla moglie, di diversa religione, non solo gli ha permesso grande attenzione alla coscienza e al cammino degli altri, ma ha ricevuto altresì ammirazione per la rettitudine della sua fede e l’impegno nella sua comunità». Alle quattro della sera, la bara di mogano viene calata dentro la fossa, nel campo del cimitero che è stato da poco riservato ai non cattolici. Adel Nassir è il primo ad essere sepolto lì. Gli addetti del cimitero avanzano con il piccolo trattore per coprire di terra il feretro. Ma gli uomini della comunità islamica li fermano e afferrano le pale, preferiscono fare da soli. Quelli de posto li guardano, sorpresi. Ma presto, anche loro si uniscono.


Riccardo Bruno
rbruno@corriere.it23 gennaio 2013 | 21:21

Il passeggero vuole usare un biglietto falso: il conducente non può insultarlo

La Stampa


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L’autista di una autobus di linea è condannato alla multa e al risarcimento dei danni in favore della persona offesa, un minorenne cui l’imputato aveva rivolto la seguente frase ingiuriosa: «o sei stupido o non capisci niente, ti ho detto che questo biglietto è falso, scendi e comprati un altro biglietto se vuoi salire, altrimenti resti a terra», stracciando poi con rabbia il biglietto in questione che la parte civile voleva utilizzare. Il conducente ricorre per cassazione: lamenta innanzi tutto che il reato non sarebbe procedibile per difetto di querela – in presenza di una semplice denuncia – e che la costituzione di parte civile da parte dei genitori del minore non sarebbe stata confermata dallo stesso divenuto maggiorenne. La Cassazione (sentenza 44968/12) respinge il ricorso e sottolinea che, poiché la manifestazione della volontà del soggetto offeso di perseguire il reato non è vincolata ad alcuna formalità, l’utilizzo dell’espressione ‘si faccia giustizia’ è sufficiente ad esprimere tale volontà.

Inoltre, la perdita della capacità di stare in giudizio di una parte non ha effetto se non dichiarata in maniera esplicita; così, sulla base del prevalente orientamento del giudice di legittimità, il processo prosegue tra le parti originarie anche quando il minore sia divenuto maggiorenne durante il giudizio senza tuttavia rinunciare alla costituzione di parte civile ad opera dei genitori. In merito alla mancata applicazione delle scriminanti dell’adempimento di un dovere o della provocazione, la Cassazione valuta i fatti nella loro non contestata ricostruzione come manifestazione di una sproporzione assoluta della «condotta offensiva dell’imputato, esorbitante dai limiti dell’esercizio della propria funzione e non giustificata da alcun fatto ingiusto del soggetto passivo». Risulta in effetti che il biglietto utilizzato dal ragazzo fosse falso e che egli abbia chiesto all’imputato spiegazioni riguardo all’impossibilità di utilizzarlo, ma ciò non giustifica la reazione del conducente né le sua mansione gli permetteva di ingiuriare la persona offesa.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Apple studia un maxi iPhone

La Stampa

Secondo le indiscrezioni dalla Cina la nuova versione del “melafonino” potrebbe avere un monitor da 4,8 pollici, come la serie Galaxy


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È già passata ai 4 pollici dai vecchi 3,5, ma forse Apple ha in programma anche un iPhone più grande in linea con le dimensioni del Galaxy S III (da 4,8 pollici) di Samsung, azienda che ha appena festeggiato i 100 milioni di unità vendute della sua serie Galaxy. Le nuovo indiscrezioni arrivano dalla Cina, esattamente dal China Times che parla di una prossima versione del melafonino che potrebbe chiamarsi “iPhone+”, un nome un po’ particolare che non stupisce dopo la scelta di “New iPad”.

La novità di questo ipotetico nuovo prodotto dovrebbe essere dunque lo schermo che fa entrare Apple ancor più in competizione con Samsung. Cupertino forse prova a diversificare la sua produzione in un momento in cui, la notizia è di pochi giorni fa, avrebbe tagliato gli ordinativi di componentistica per l’iPhone 5. Le indiscrezioni parlano addirittura di un lancio dell’”iPhone+” a giugno, ma ancora non è chiaro se avrà un Retina Display e di quali altre caratteristiche tecniche sarà dotato. Il nuovo melafonino sarebbe dunque a metà strada tra l’attuale modello di iPhone 5 e un iPad mini, in attesa che Samsung scopra le sue carte future. Secondo altre voci, a giugno potrebbe arrivare anche un iPhone “mini”, ovvero la versione economica con scocca di plastica in 6 colori. In rete poi si parla anche di un probabile smartphone Galaxy S IV e di un nuovo tablet Galaxy Note 8.0, che potrebbe fare il proprio esordio tra un mese, al World Mobile Congress di Barcellona.

Su Instagram 40 milioni di foto al giorno

La Stampa

Facebook rende noti alcuni dati del servizio di upload di foto
valerio mariani


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In occasione della modifica dei termini di utilizzo del servizio, Facebook rende noto qualche dato su Instagram, azienda acquisita nel 2012 per 715 milioni di dollari. Gli utenti attivi sono 90 milioni al mese e ogni giorno vengono postate 40 milioni di foto, mentre ogni secondo si registrano 8500 like e circa un migliaio di commenti. I primi dati di traffico si aggiungono a quello sui 100 milioni di utenti iscritti fornito a settembre del 2012.

Sul web qualcuno sostiene che i dati sono, in un certo senso, una risposta ufficiale alla questione emersa qualche tempo fa a seguito del poco popolare update ai termini di utilizzo delle foto. La modifica prevedeva un utilizzo “disinvolto”, anche a fini pubblicitari senza riconoscimento di royalties e senza avvisare, delle foto postate dagli utenti. Così, la mossa di comunicazione, potrebbe essere considerato un messaggio a chi accusa i vertici di Facebook, e ora anche di Instagram, di essere poco trasparenti.

Successivamente alla sollevazione popolare, fu reintrodotta immediatamente la regola originale con la promessa del co-fondatore Kevin Systrom di ripensare i termini di utilizzo con l’obiettivo di iniziare a generare fatturato pubblicitario dalla grande mole di foto che gli utilizzatori di tutto il mondo inseriscono ogni giorno. L’aggiornamento ai termini di servizio è valido dal 19 gennaio e, come dichiara lo stesso Systrom: “non cambia il fatto che ogni utente è proprietario delle foto che posta”. Ciò che cambia, alla luce di questi dati, è che il servizio diventa ancora più interessante per gli investitori pubblicitari, sarà dunque prioritario per Systrom e soci trovare un modo per far fruttare il patrimonio.

La “collezionista” di cani: rinchiudeva randagi in rifugi abusivi

La Stampa

zampa

Sono stati ritrovati 54 animali in due diversi edifici dismessi e fatiscenti


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A Mondragone sono stati rinvenuti due rifugi abusivi dalle guardie zoofile OIPA di Caserta. 28 cani vi erano rinchiusi, in box fatiscenti, al buio e in terribili condizioni igienico-sanitarie. Era pervenuta una segnalazione alla Asl di Caserta da parte del Ministero della Salute e sono stati eseguiti controlli in un edificio abusivo adiacente alla casa di una donna, P. S., già denunciata nel luglio 2012 per l’abbandono di 16 cani. Un ulteriore controllo ha poi condotto le guardie zoofile presso un altra struttura dismessa, in cui altri 26 cani erano imprigionati nelle medesime condizioni.

Dalle indagini svolte è risultato che la donna “collezionava” i randagi, che prendeva per la strada e portava nel canile “lager”, costringendoli a vivere in condizioni di estremo maltrattamento: chiari segnali di stress, box sporchi delle feci degli animali che riportavano, inoltre, fratture e ferite di vario genere non curate. Gli animali sono stati posti sotto sequestro e portati in clinica veterinarie per le cure necessarie. La “proprietaria” è stata nuovamente denunciata per maltrattamento e abbandono di animali.

Parlare male del capo su Facebook? Da oggi in America si può

La Stampa

Le autorità scendono in campo contro restrizioni e paletti aziendali «illegali» sull’accesso ai social media


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I lavoratori hanno il diritto di esprimersi su Facebook e su Twitter, liberamente e senza paura per il loro posto di lavoro e per il loro stipendio anche se a fare le spese dei loro commenti è il capo. Mentre le aziende cercano di scoraggiare i dipendenti a usare i social network, mettendo a punto in alcuni casi anche dei codici di condotta, le autorità federali americane scendono in campo con i lavoratori e reputano illegali le `restrizioni´ e i paletti aziendali sui social media. La National Labor Relations Board - riporta il New York Times - ha anche chiesto che alcuni lavoratori che avevano perso il posto a causa dei loro post online fossero riassunti dalle loro società

TeleSUR contro Paraboliche

La Stampa

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yoani sanchez


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Un’antenna con i baffi sporge dalla finestra, ma è soltanto una mascherata, una simulazione. Il segnale televisivo in realtà proviene da un cavo che attraversa alcuni tetti e una strada. L’impianto illegale porta a diverse famiglie una selezione di cartoni animati, telenovelas e programmi musicali per la modica cifra di dieci pesos convertibili al mese. Soltanto il padrone dell’antenna parabolica è in grado di decidere che cosa si può vedere in ogni istante della giornata.

Con il controllo remoto nelle sue mani, ha il potere di cambiare canale e scegliere a che cosa avranno accesso tutti i clienti della sua rete. Evita gli argomenti politici per non crearsi problemi, mentre privilegia i reality show. Il risultato finale è una televisione di puro svago, per fuggire dalla quotidianità, un compendio di poco valore culturale sbilanciato verso il divertimento. 

Come concorrente di questa “programmazione privata”, a partire dalla prossima domenica si presenta TeleSUR, il canale venezuelano che trasmette via satellite. Per anni noi cubani abbiamo avuto accesso solo a tre ore in differita della programmazione di questa multinazionale. Adesso disporremo di 13 ore e 30 minuti delle sue trasmissioni in diretta, con contenuti che vanno dall’informativo all’educativo; dalla cronaca nera alla trasmissione di giochi sportivi professionistici.

Una novità, senza dubbio, che non sarà esente da un alto grado di contaminazione ideologica. TeleSUR ricorda la produzione del nostro Istituto Cubano di Radio e Televisione, perché diffonde il solito assioma: i paesi dell’ALBA sono vicini al paradiso mentre il resto del mondo è a un passo dall’inferno. Fortunatamente non dobbiamo scegliere solo tra queste due opzioni. La filtrata antenna parabolica o la parziale visione di TeleSUR non sono - oggi come oggi - le nostre uniche possibilità.

Da alcuni mesi si è allargata l’offerta di pacchetti acquistabili sul mercato alternativo, che riuniscono documentari e serie televisive. Una televisione a richiesta, una programmazione secondo il gusto personale distribuita grazie a supporti digitali come dischetti e memorie USB. Se la produzione nazionale non si diversifica e non amplia i suoi orizzonti, perderà una parte di audience a vantaggio di questi nuovi concorrenti e finirà per essere un contenitore di programmi prelevati o piratati da altre televisioni, una sovrapposizione di materiali audiovisivi poco attraenti e privi di una personalità propria. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

In carcere 21 anni per errore: ora chiede 69 milioni allo Stato

Il Messaggero
di Massimo Martinelli

Giuseppe Gulotta è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di due carabinieri


ROMA - La prima richiesta è partita qualche settimana fa, in forma amichevole, diretta al ministero dell’Economia: 69 milioni di euro secchi.Che lo Stato dovrebbe pagare per aver rubato la gioventù a un uomo che adesso ha 55 anni. E che da quando aveva diciotto anni è inseguito da una giustizia che di imparziale non ha nulla. Lui si chiama Giuseppe Gulotta, e quando lo accusarono di aver ucciso due carabinieri era un semplice muratore. Oggi non è più nemmeno quello: secondo i medici ha subito uno stravolgimento della personalità pari al 70 per cento. E tutto perché alcuni investigatori, che non hanno mai subito alcun procedimento disciplinare, lo consegnarono a un tribunale come il vero assassino dei carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, uccisi in provincia di Trapani il 27 gennaio 1976. Nel fascicolo giudiziario sulla vicenda c’era anche una parziale ammissione da parte di Gulotta.

CatturaTORTURA
Che, si scoprirà dopo, era stata estorta con la tortura. I giudici non se n’erano accorti e lo avevano condannato all’ergastolo. Come tutti gli ergastolani Gulotta aveva perso anche i diritti civili, anche la possibilità di sposare la donna che amava, pronta a impalmarlo anche nella cappella del carcere. Gulotta sembrava dunque destinato a morire in prigione, come già era accaduto a un suo presunto complice, deceduto pochi mesi dopo l’arresto.

REVISIONE
A consegnare al suo legale fiorentino, Pardo Cellini, un grimaldello per scassinare la serratura della cella era arrivato invece un ex ufficiale dei carabinieri, Renato Olino che, nel 2007, aveva raccontato come le confessioni di Gulotta e degli altri presunti complici fossero state ottenute dopo terribili torture da parte dei carabinieri. L’ufficiale si era dimesso dall’Arma e non aveva retto al rimorso. La sentenza di revisione della condanna è arrivata a febbraio scorso. E solo adesso è diventata definitiva, dopo che la procura generale ha rinunciato a ricorrere in Cassazione. Contestualmente è arrivata la decisione di chiedere il maxirisarcimento: «Abbiamo fatto il conto basandoci sulle tabelle del tribunale di Milano - spiega l’avvocato Pardo Cellini - Se la richiesta amichevole non dovesse essere presa in considerazione siamo pronti ad iniziare un nuovo processo».


Mercoledì 23 Gennaio 2013 - 09:02

Il blog cattolico Pontifex.roma sparisce dal web

Corriere della sera

Il sito più volte al centro delle polemiche per aver attaccato le donne e la comunità gay

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La schermata bianca e la scritta «reserved», riservato. Niente più stemma papale. Addio ai titoloni contro donne, gay e pure i magistrati. Pontifex.roma.it, il blog cattolico è stato chiuso. Da chi non si capisce, si è pensato a un attacco hacker. Poi alla polizia postale (nessuna risposta). E quindi direttamente al server che ospitava la piattaforma. Un giallo. Ma intanto i cinguettii esultano per una «vittoria». Twitter in subbuglio. «Non è poi una cattiva notizia».

LE DONNE - Pochi giorni prima di Natale, Bruno Volpe, giornalista di Bari e animatore del blog, aveva scandalizzato l'opinione pubblica con un articolo sulle donne che «provocano, cadono nell'arroganza.... si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti». Frasi riprese da un prete di Lerici, don Piero Corsi, che aveva affisso il pezzo sulla bacheca della chiesa, scandalizzando fedeli e cittadini, obbligando persino il Vaticano a prendere una posizione. Ne è seguito un'interrogazione parlamentare di Emanuele Fiano, Pd.

ULTRAS- Ma non è stata di certo la prima volta che Pontifex scandalizza. Più volte ha preso posizione contro i gay, «dall'omosessualità si può guarire», sugli aborti che ha definito «stragi», per non parlare delle femministe, «streghe di una volta». Per non parlare dello scandalo della pedofilia nella Cheisa, degradato ad «attacco sionista». Nel mirino sono finiti anche gli ebrei: idee che hanno attirato fino a a 25 mila contatti al giorno. Tra plausi e critiche. Ora è rimasta solo una schermata bianca. E la scritta «reserved».

Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it22 gennaio 2013 | 18:50

Usa, via le armi d a Groupon

Corriere della sera

Dopo il disegno di legge di Obama il sito di coupon negli Usa rimuove gli sconti su pistole e fucili. Le proteste su Twitter
Niente sconti su fucili e rivoltelle. Groupon, il celebre sito di coupon, ha bloccato le offerte relative alle armi da fuoco. La decisione pare essere una mossa cautelativa, presa dopo la proposta di legge di Obama per limitare le armi d'assalto e incrementare i controlli sugli acquirenti.


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LE PROTESTE SU TWITTER - L'a.d. Andrew Mason ha annunciato «Tutte le offerte attualmente in essere e quelle programmate riguardo le armi su Groupon North America sono state bloccate mentre revisioniamo i nostri standard interni che influenzano le offerte che proponiamo». E una portavoce dell'azienda ha aggiunto: «La categoria è ora sotto revisione dopo recenti feedback da parte dei consumatori e dei venditori».

La decisione sembra essere dunque un atto dovuto, soprattutto in seguito alle ultimi stragi alla scuola Sandy Hook, in Connecticut e quella in New Mexico. Ma non deve essere stata presa a cuor leggero dagli amministratori di un sito che fa dell'offerta sfrenata una ragion d'essere. Soprattutto a fronte di un mercato, quello americano, da 8,5 miliardi di dollari e un incremento costante delle vendite online. Tuttavia la mossa non è passata per nulla inosservata. Negli Usa infatti sono tanti i cittadini che rivendicano il diritto di portare armi per autodifesa, sancito dal secondo emendamento della Costituzione americana.

E LE IRONIE - Così dopo che gli annunci su fucili e pistole sono stati rimossi dall'elenco delle promozioni, su Twitter si è scatenata una tempesta di critiche e di attacchi. Con tanto di minacce di boicottaggio: «Chiedo a chiunque faccia parte della comunità del secondo emendamento di boicottare Groupon, perché il messaggio che stanno dando è "Non vogliamo supportare i cittadini rispettosi della legge che si prendono del tempo per imparare la sicurezza sulle armi"».

Ma c'è anche chi si stupisce del contrario chiedendosi come mai il sito avesse in passato deciso di incentivare la vendita di pistole e fucile. E qualcuno ci scherza su scrivendo «Per favore, non proponete sconti anche sulle munizioni e le testate nucleari. Grazie mille». Resta da vedere però come la prenderà la lobby delle armi statunitense, così potente e così capace di influenzare le abitudini di acquisto degli americani.

Marta Serafini
@martaserafini22 gennaio 2013 | 17:59

Wikipedia raggiunge un milione di voci Ma è giallo sulla “pagina-record”

La Stampa

Storico traguardo per l’edizione italiana dell’enciclopedia virtuale: tra le pagine che si contendono il primato, quella dedicata agli scout portoghesi e quella di una band californiana

marco bresolin


Cattura
Il Milione. Non quello di Marco Polo, ma quello di Wikipedia, l’enciclopedia virtuale che ha travolto il mondo di quelle tradizionali, sia per accessibilità (è completamente gratuita), sia per funzionamento (chiunque può contribuire alla stesura dei testi, proprio chiunque, come dimostrano alcuni strafalcioni...). Questa mattina la versione italiana ha infatti raggiunto quota un milione di voci, un traguardo storico che fino ad oggi era stato superato soltanto da quattro edizioni: inglese, tedesca, francese e olandese. A breve nel club dei milionari entreranno anche le edizioni spagnola, russa e polacca. Considerato il numero di persone di lingua ispanica nel mondo, questo «successo» è indice di grande attività da parte degli internauti italiani che cercano - e caricano - informazioni in Rete.

Il mistero del record
Da giorni gli «wikipediani» più assidui tenevano d’occhio il contatore: tutti volevano essere i «papà» della milionesima voce. L’offensiva è scattata alle prime ore di questa mattina. «Un utente - spiega Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia - si è messo a pubblicare le pagine di cinquanta diversi scogli italiani, sperando di arrivare a tagliare il traguardo del milione». Ma a quell’ora non era l’unico utente sveglio: altri hanno approfittato del contatore che si avvicinava sempre di più alle sette cifre per infilare la propria pagina.

Erano le 4.50 quando è andato online Scautismo e guidismo in Portogallo, dichiarata quasi ufficialmente la milionesima pagina. Quasi perché allo stesso minuto ne sono state pubblicate altre: 8mm, una band californiana; Archeanactide, una dinastia ellenica del V secolo a. C.; Le Formiche, un gruppo di scogli che si trova vicino a Ponza. L’associazione Wikimedia Italia ha optato per un ex aequo. Se volessimo riassumere la pagina vincitrice con una vignetta, potremmo disegnarla più o meno così: ieri mattina, alle 4.50, un milione di scout portoghesi sono arrivati a visitare Le Formiche e, mentre la guida raccontava loro la storia degli Archeanactide, i ragazzini ascoltavano con le cuffiette del loro lettore mp3 una canzone degli 8 millimetri.

Dodici anni di storia
L’edizione italiana di Wikipedia ha preso vita nel 2001. La prima voce creata nell’agosto di quell’anno? Comunicazione, neanche a farlo apposta. Nel febbraio del 2003 le voci erano già mille, diecimila nel giugno dell’anno seguente, centomila nel settembre del 2005. Una crescita esponenziale fino a ieri. In questi anni il numero totale delle modifiche effettuate è salito a 38 milioni, una media di 38 per ogni voce. Ma chi aggiorna Wikipedia? Chiunque può farlo, utenti registrati o no (una modifica su cinque è fatta da utenti anonimi). Al momento sono 800 mila gli account attivi, e di questi, 8.000 hanno fatto modifiche nell’ultimo mese. Alcuni hanno il titolo di Amministratore (sono 111), che hanno cioè i privilegi per fare una serie di azioni non consentite agli utenti normali. 

Fotografia degli interessi
Molto curioso vedere, mese per mese, quali sono state le pagine più aggiornate dagli utenti (l’elenco è in fondo a questa pagina). Per esempio si scopre che quella più modificata nel maggio 2006 è stata Giorgio Napolitano (eletto proprio in quel mese) , oppure che nell’ottobre del 2008 il primato è toccato a Mariastella Gelmini, diventata ministro pochi mesi prima. O ancora Serie A 2010-2011 nell’ottobre del 2010, fino ad arrivare alla comparsa di Mario Monti nel novembre del 2011. Sport, politica e la morte di personaggi famosi (da Luciano Pavarotti a Marco Simoncelli): questi i tre settori che - stando alle statistiche - attirano più curiosità. E per vedere le visite di ogni pagina giorno per giorno, c’è anche un sito che raccoglie le statistiche personali di ogni voce: qui, per esempio, emerge il boom di contatti (circa cinquantamila in due giorni) per la pagina di Silvio Berlusconi nel giorno della sua presenza alla trasmissione Servizio Pubblico dal «nemico» Santoro.


marco.bresolin@lastampa.it