venerdì 25 gennaio 2013

Qualcosa in più di un cavo

La Stampa

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yoani sanchez



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A dicembre si è riunito il nostro parlamento. Un gruppo di persone caratterizzato da età, origini sociali, razze e generi diversi, ma con identica fede politica. Oltre seicento deputati che dicono di rappresentare una nazione, mentre in realtà parlano solo in nome di un’ideologia. Il pluralismo è soltanto una finzione, fondata su statistiche studiate per impressionare, visto il numero di donne, giovani, meticci e operai che compongono il parlamento, anche se non esiste alcuna diversità di pensiero. Un arcobaleno con sette strisce dello stesso colore, o meglio, una tavolozza che contiene solo rosso e verde oliva. Ma oggi non voglio occuparmi tanto di questo docile gruppo di individui che applaude nel Palazzo delle Convenzioni, quanto del cavo di fibra ottica tra Cuba e Venezuela.

Quando il mese scorso il ministro delle Telecomunicazioni e Informatica ha riferito davanti all’Assemblea Nazionale, la stampa non ha fatto parola in merito al cavo Alba-1. In realtà, da agosto 2012, secondo quanto scrive oggi il periodico Granma (http://www.granma.cubaweb.cu/2013/01/24/nacional/artic04.html), l’impianto sottomarino era attivo per “traffico di voce corrispondente a telefonia internazionale”. Ciò vuol dire che quando Maimir Mesa ha parlato davanti al parlamento conosceva la notizia, ma ha scelto di non divulgarla. Perché? Forse temeva che un tale annuncio avrebbe ravvivato l’ansia, tra noi molto diffusa, di poterci collegare a Internet? Forse ci ha nascosto certi dati perché non conosce altra strategia informativa che non sia il segreto. “Meno cose sanno, meglio è”, sembra essere il motto dei nostri dirigenti. 

Malgrado ciò, questo mondo è un fazzoletto, una palla da baseball, un’arancia aspra e piccolina. Alcuni giorni fa, la ditta nordamericana Renesys ha annunciato (vedi http://www.renesys.com/blog/2013/01/cuban-mystery-cable-activated.shtml e anche http://www.renesys.com/blog/2013/01/cuban-fiber-completo.shtml) che aveva notato segni di vita nell’Alba-1. In un primo tempo si è trattato di un traffico in una sola direzione, che dopo si è completato con uno scambio di kilobytes. Il cavo era vivo e vegeto. Due anni dopo il suo arrivo in terra cubana, con un costo di 70 milioni e 1.600 chilometri di lunghezza, il lungo serpente di fibra ottica cominciava a funzionare. Ce ne siamo dovuti rende conto, come succede tante volte, grazie ai mezzi di comunicazione stranieri.

Solo quando la notizia era disponibile ovunque, questa mattina la stampa nazionale si è decisa a confermarla con un articolo molto sintetico. Il solito pezzo avverte: “La messa in funzione del cavo sottomarino non significherà automaticamente che si moltiplicheranno le possibilità di accesso”. 
La verità è che non credo più a niente e a nessuno. Non posso credere a una passiva Assemblea Nazionale, né a un ministro che tiene segrete le informazioni, né ai giornalisti ufficiali che hanno assistito a quella riunione parlamentare ma non hanno riportato l’assenza di un argomento così importante, né a un quotidiano che si pronuncia solo quando vengono svelati i suoi silenzi. Ancor meno credo nel carattere di veri cittadini di tutti quei milioni di cubani che hanno accettato in silenzio una situazione che comporta il minor acceso a Internet di tutto il nostro emisfero. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

I sistemi spicci di Jobs per tenersi i dipendenti

Corriere della sera

Una causa intentata da ex lavoratori di Palm fa emergere una serie di mail: minacce di cause per brevetti

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Una storia che stride con la «beatificazione» avvenuta post-mortem del fondatore di Apple Steve Jobs. Un tribunale californiano ha reso noto infatti per la prima volta l'esistenza di una serie di mail con cui Jobs nel 2007 minacciava l'allora amministratore delegato di Palm (la società al tempo leader nel campo dei personal digital assistant, apparecchi precursori per certi versi degli attuali smartphone) Edward Colligan di intraprendere azioni legali per la violazione di brevetti se quest'ultimo non avesse abbassato gli stipendi del suo personale per rendere meno attraente un eventuale passaggio dei dipendenti di Apple a Palm.

LE MAIL - «La vostra proposta di metterci d'accordo perché nessuna delle nostre due imprese assuma i dipendenti dell'altra non è soltanto malvagia, è probabilmente illegale» replicava Colligan a Jobs. Ma come rivela il sito di tecnologia «Gizmodo», Jobs finiva per essere decisamente convincente visto che in una mail scriveva a Colligan: «Sono sicuro che in caso di (controversia giudiziaria ) si renda conto dell'asimmetria in termini di risorse finanziarie delle nostre rispettive compagnie quando lei scrive "Finiremo per pagare un sacco di avvocati e un sacco di soldi"». Del resto la rivelazione delle mail nasce da una causa intentata proprio da ex dipendenti della Palm che ritengono di essere danneggiati dalla supposta intesa trovata tra Apple e Palm.

PRATICA - Ma la pratica di mettersi d'accordo per non soffiarsi i propri collaboratori più capaci tra le aziende della Silicon Valley (per evitare un'escalation degli stipendi dei dipendenti) sembrava, almeno all'epoca, piuttosto diffusa se in un'altra email Jobs scrive a Eric Schmidt, boss di Google: «Eric, mi è stato detto che il team che si occupa di software per la telefonia cellulare sta cercando di reclutare personale nel team che si occupa dell'iPod. Se questo fosse vero, metteresti la parola fine alla faccenda? Grazie Steve». Ma la cosa riguarderebbe anche altre compagnie , tanto che è emerso anche un protocollo d'intesa tra varie aziende come, oltre a Apple, AOL, IBM, Lycos, ecc... in cui i contraenti s'impegnavano a rispettare determinate regole nell'approccio ai dipendenti uno dell'altra.
Violazione di regole e leggi o solo cortesie fra aziende? Comunque vada a finire la causa californiana è legittimo chiedersi: e il mercato? E la libera concorrenza?

Marco Letizia24 gennaio 2013 | 17:07

Perché Apple perde quote in Cina?

La Stampa

Nel più grande mercato del mondo primeggia chi offre prodotti low cost.
valerio mariani


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Bloomberg riporta oggi che in Cina, il più grande mercato per telefonini e smartphone del pianeta, China Wireless Technologies ha raggiunto la terza posizione in classifica, scalando di tre posti rispetto al trimestre precedente. La notizia è che l’azienda vale l’1% del valore di Apple, che passa dal quarto al sesto posto. L’azienda cinese ha raggiunto questo risultato realizzando gli smartphone perfetti per la classe media cinese, ovvero dei terminali che hanno (più o meno) le stesse funzionalità di un iPhone ma – è il caso del Coolpad 8060 - costano meno di 100 dollari, meno del 20% del prezzo dell’iPhone più economico.

China Wireless Technologies Ltd. si aspetta di crescere del 40% entro quest’anno raggiungendo quota 28 milioni di terminali venduti grazie alla politica dei prezzi bassi e a una strategia di lancio di prodotti di ultima generazione. È da un po’ di tempo che si discute del fatto che Apple in Cina è scesa dalla quarta alla sesta posizione, fatto che, secondo gli esperti, prevede una sola soluzione: la realizzazione di un iPhone a prezzo più accessibile per i mercati emergenti.

La casa di Cupertino ci va con i piedi di piombo, prima di tradire la propria filosofia cerca disperatamente di far crescere la brand awarness e le vendite in Cina aprendo più negozi e cercando un accordo con China Mobile, il più grande operatore telefonico della nazione con 710 million di utenti e il 64% del mercato. Ed è possibile che il carrier lanci entro quest’anno una versione economica dell’iPhone a un costo compreso tra i 99 e i 149 dollari a patto che risolva i problemi di compatibilità della sua rete mobile con i terminali Apple, cosa a cui, peraltro, Samsung ha subito provveduto.

Il 15% di tutti gli smartphone venduti in Cina nel terzo trimestre del 2012 sono iPhone, nei tre mesi precedenti la quota era il 23% secondo i dati di Idc. Sempre secondo la società di analisi di mercato, nello stesso paese, le vendite di smartphone cresceranno del 44% in un anno toccando quota 300 milioni di unità e i terminali più venduti saranno quelli che costeranno intorno ai 700 yuan, poco più di cento dollari, appunto. Per intenderci, l’iPhone più economico in Cina costa poco più di 3mila yuan, l’ultimo iPhone 5, più di 5mila yuan.

Tornando alla classifica, il leader incontrastato è Samsung, aiutato dagli accordi con gli operatori e dalla varietà del portafoglio, che prevede anche modelli low cost. Nella top five si leggono tre produttori locali prima di Apple, tra questi Lenovo, al secondo posto, Zte e Huawei, rispettivamente al quarto e al quinto posto. Insomma, ci si deve aspettare un cambio di strategia globale dei produttori di telefonia, soprattutto da quelli che hanno poche scelte a portafoglio. La crescita dei volumi è prevista soprattutto nei continenti emergenti, Asia ma anche Africa e i produttori che propongono ancora telefonini tradizionali, e che sono in grado di soddisfare le condizioni degli operatori locali, sono certamente avvantaggiati.

La storia del crac di Mps: la banca rossa è nei guai per l'aiuto a Prodi e D'Alema

Libero
di Carlo Cambi


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Conosco bene Giuseppe Mussari, avvocato calabrese che la sinistra ha a un certo punto cooptato al ruolo di banchiere rosso in quella Siena che lui ha cercato di conquistare, ma che lo ha sempre sopportato come un forestiero, per quanto potente. Perché il povero Piero Fassino, quando disse a Consorte: «Abbiamo una banca», era male informato. Il Pci una banca l’ha sempre avuta: è il Monte dei Paschi. L’ascesa di Mussari al vertice è passata attraverso il vaglio del Pds, poi Pd. Perché prima di arrivare a presiedere la Banca, Mussari è stato presidente della Fondazione, che è la maggiore azionista e in cui la maggioranza è detenuta dal Comune, di strettissima osservanza comunista, poi democrat.

Se Mussari ha agito con disinvoltura nel mare magnum dei derivati non lo ha fatto senza il concerto dei vertici del Pd. Il «calabrese» probabilmente sarà un nuovo Primo Greganti: si è dimesso dall’Abi, è indagato dalla procura di Siena, si piglierà la croce, ma non parlerà. Non coinvolgerà quelli che «non potevano non sapere», ivi compresi D’Alema, Fassina e Bersani. E lo stesso ex dg Antonio Vigni, che pure ha condotto le operazioni prima con Deutusche Bank, poi con JP Morgan e infine con Nomura per ristrutturare attraverso i derivati – crusca del diavolo – l’enorme debito di Mps, non parlerà di quello che si potrebbe definire – mutuando da Ingroia – il livello più alto. Dunque Giuseppe Mussari sarà l’agnello sacrificale per tacitare gli imbarazzi del Pd.

Ma attenzione: la faccenda Mps chiama in causa anche Monti  e pure Bankitalia, che andrebbero interrogati su quello che davvero è successo.  Il Monte dei Paschi è la banca più antica del mondo, nata al servizio dell’agricoltura e della manifattura senese. Finché tale, è rimasta la banca più solida del mondo. Ma con la modernità del Mps è andato in crisi tutto il modello Siena. Basta un accenno per dire che in questo momento Siena ha l’università più indebitata d’Italia, il Comune commissariato, la Banca di fatto in amministrazione controllata. E sarebbe interessante indagare il rapporto di causa effetto tra crisi di Siena e crisi della Banca. Sarebbe miope pensare che la prima è effetto della seconda. Probabilmente è vero il contrario. Finché a Siena e nella Banca ha comandato il Pci con le sue ferree regole della doppia morale mai il Monte si sarebbe imbarcato in avventure finanziarie.

Quando il Pds, poi Ds, poi Pd, ha sentito odore di governo, il Monte dei Paschi è diventato strumento della politica di sostegno alle ambizioni nazionali della sinistra. E infatti la nomina di Mussari a presidente della Fondazione coincide con l’enorme apertura di credito che Mps ha fatto al Governo italiano all’epoca della premiership di Prodi e D’Alema. Le disgrazie del Monte dei Paschi sono l’enorme massa di Btp che ha in pancia (22 miliardi) e lo sconsiderato acquisto di Antonveneta, che Mussari e Vigni hanno fatto in nome e per conto della sinistra europea con il placet di Bankitalia regalando al Santander spagnolo una plusvalenza di 3 miliardi. Che poi Mussari  abbia agito con colpevole leggerezza, che poi Mps abbia finanziato senza troppa cautela tutto il milieu ex comunista è altrettanto vero.

Gli spacciatori di derivati a Mussari, che ha peccato di presunzione, sono Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura, assi portanti della Trilaterale, l’associazione dei più potenti banchieri del mondo, di cui Monti è (o è stato?) il presidente europeo. Mps ha una montagna di titoli pubblici, Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura gli hanno venduto derivati per ammortizzare le perdite derivanti dai titoli massacrati dallo spread. Poi ha chiesto alla banca di spremere i correntisti per recuperare valore.
La salita di Mario Monti al governo ha completato l’opera. Il premier ha usato la leva fiscale come un aggregatore di patrimonio che ha convertito in nuovi titoli di Stato e aiuti che sono andati a coprire i derivati emessi dalle banche della Trilaterale.

La vicenda Mps è emblematica anche per questo. Rende palese come si fa a travasare ricchezza, detenendo il potere politico, da una comunità ai forzieri degli oligarchi. Non è strano che a questo si sia applicato Monti, fa specie che questo sia avvenuto per le albagie degli ex nipotini di Marx. Le dimissioni di Giuseppe Mussari dal vertice dell’Abi sono una foglia di fico troppo misera per nascondere le vere vergogne dell’affaire.  Sarà bene che i solerti Procuratori senesi guardino oltre quella foglia di fico per stabilire le responsabilità dirette e indirette nel caso Monte dei Paschi. Sapendo che il loro sarà comunque un giudizio umano. Perché quello della Storia condanna già i teorici – ivi compreso Mario Monti – della bancarizzazione e finanziarizzazione del mondo. Come sapevano bene nel 1472 a Siena quando fondarono il Monte dei Paschi.

Vigili, ecco il galateo per gli agenti Vietati orecchini e sedersi nei bar

Il Messaggero

Su Facebook gli agenti si danno le regole


ROMA - Regola numero uno: «Il personale non deve avere un aspetto trasandato quando presta servizio». Regola numero due: le vigilesse «non devono portare i capelli sciolti sulle spalle o indossare orecchini pendenti». Regola numero tre: gliagenti «devono avere cura di barba e baffi». E così via passando per la divisa senza macchie, le telefonate private al cellulare solo se d’emergenza, il divieto di fare salotto negli esercizi pubblici, di fare capannello per strada, di parlare in romanesco e di ostentare il fumo della sigaretta. E magari di non parcheggiare in divieto di sosta e di indossare la cintura di sicurezz quando si è nell’auto di servizio.


Cattura È il vademecum per il comportamento dei vigili della Capitale. A scriverlo sono stati proprio loro: tre uomini e tre donne ai quali il comandante generale della polizia municipale, Carlo Buttarelli, ha chiesto di stilare un elenco di atteggiamenti o comportamenti che, dall'ottica dei cittadini, possano risultare sconveniente all’immagine del Corpo. I collaboratori di Buttarelli si sono messi all’opera e hanno proposto diciotto punti. E il comandante li ha subito pubblicati sul suo profilo Facebook.


ATTENTI AL LOOK
L’abito non fa il monaco, ma una divisa in ordine fa il vigile. E allora, regola numero quattro: calzare bene il berretto e non indossare l’uniforme con macchie e tracce di sporco. E soprattutto non accoppiare indumenti diversi.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI Gli stessi vigili si devono aver riscontrato che gli agenti spesso non si esprimono adeguatamente. Così alla regola sette si ricorda di non usare tra colleghi un linguaggio scarsamente rispettoso o eccessivamente familiare. Alle regole 13 e 14 si ricorda che quando ci si rivolge ai cittadini non bisogna assumere atteggiamenti provocatori o maleducati, e quando si risponde al telefono bisogna subito fornire il proprio nome e cognome.

FUMO E CELLULARI
Tra i divieti c’è quello di utilizzare i cellulari privati durante l’orario di servizio solo in caso di emergenza personali. Fumare, si può, ma «non in modo ostentato» e mai quando si parla con i cittadini. Alla regola numero dodici si spiega anche come il vigile deve comportarsi all’interno di bar e ristoranti: non deve sedersi, avere atteggiamenti di troppa familiarità con il personale del pubblico esercizio. Niente capannelli per strada. Infine l’utilizzo delle garitte: i vigili devono entrarci solo in caso di condizioni meteo particolarmente avverse. E comunque nella garitte non deve esserci più di un agente contemporaneamente.

IL BOOM DI COMMENTI
Buttarelli, che ha fatto della condivisione di idee e progetti uno dei punti fondamentali del suo comando, ha pubblicato il vademecum messo a punto dai suoi uomini su Facebook. Ed è stato subito un diluvio di commenti. Alcuni entusiasti. Altri critici.


Giovedì 24 Gennaio 2013 - 10:58
Ultimo aggiornamento: 21:21

Pomigliano, respinto il ricorso della Fiom sulla mobilità di 19 operai

Lucio Di Marzo - Mar, 22/01/2013 - 12:00

I diciannove operai lasciati a casa dall'azienda non saranno riassunti. Il Tribunale di Roma ha bocciato la richiesta del sindacato

Respinto dal Tribunale di Roma il ricorso presentato dalla Fiom sulle diciannove messe in mobilità decise per Pomigliano d'Arco.


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Il giudice ha dato ragione a Fiat, che il 31 ottobre aveva deciso di ridurre il personale, senza prima avere trovato un accordo con i sindacati. La decisione di Fabbrica Italia era arrivata in seguito a un'ordinanza della Corte d'Appello romano, che aveva obbligato ad assumere diciannove dipendenti, anch'essi iscritti alla Fiom, che aveva presentato ricorso per presunta discriminazione. In una nota emessa dopo la decisione della Corte, Fiat aveva spiegato a ottobre che "la sua attuale struttura è sovra-dimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione".

Burocrazia di una palla di neve

La Stampa

Non funziona l'Europa se i suoi dirigenti hanno bisogno di una circolare per i giochi invernali di ragazzi grandi e piccini. Eppure succede, sembrano i Monty Pyton e Cameron se la ride più tutti...


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Un dirigente della Scuola Europea di Bruxelles - una delle istituzioni deputate all’educazione dei figli del personale della funzione pubblica europea (e, per simpatia, quelli dei diplomatici, degli uomini Nato, ma non dei comuni mortali) - ha inviato una circolare ai genitori “sul tema delle palle di neve”, la loro conformazione, i diritti che comportano e i doveri ad essi connessi. E’ un testo che sembra scritto dai Monty Python per prendere in giro la burocrazia malata, quella che genera il doppio dell’euroscetticismo tollerabile. Invece è vero.

"Ecco qualche regola valida quando nevica". Qualche. Ce ne sono altre? 

"La direzione della scuola ha deciso che gli alunni delle Primarie (i più piccoli) hanno diritto di tirare le palle di neve, sino a che la qualità della neve lo permette. E’ una cosa divertente per gli alunni che, normalmente, non hanno grandi possibilità di divertirsi nel corso della ricreazione. Ho chiesto loro di essere prudenti...."  Tuttavia, "sin da subito è stato proibito agli alunni delle Secondarie (i grandi) di tirare palle di neve". Troppo pericoloso. Continua, l’appassionato burocrate. "Per qualche giorno gli alunni si sono davvero divertiti e hanno giocato in modo responsabile. Ora che la qualità della neve è cambiata, e s’è trasformata in ghiaccio, ho comunicato agli alunni e ai professori che è proibito tirare palle di neve".

Segue un invito a mandare i ragazzi coperti a scuola - nota responsabile, stavolta, visto che da queste parti i giovani tendono a girare vestiti come ballerini di danza classica anche con cinque sotto zero. La chiusa della circolare insegue toni di alta pedagogia. "Sono del parere che sia un bene per gli alunni giocare fuori il più possibile e che importante che imparino a comportarsi in modo responsabile". Sono cose che fanno male all’Europa, che innaffiano la coriacea pianta dell’euroscetticismo. Una circolare sulla neve così scritta denota i sintomi della peggior burocrazia, quella che uccide l’idea di integrazione europea.

Cosa accadrà, adesso? Istituiranno una commissione di esperti per valutare sino a che punto termico la neve può essere tramutata in palla? Inviteranno esperti finlandesi a studiare un nome diverso per ogni differente tipo di palla? Apriranno una consultazione pubblica per valutare sino a che a età ci si può colpire? Finanzieranno la ricerca sulla dinamica dell’asteroide di ghiaccio? E gli studenti delle Primarie ricorreranno alla Corte di Giustizia per essere stati discriminati rispetto ai più piccoli?

Forse il nostro dirigente potrebbe essere assunto da Cameron e portato in giro a parlare del suo modo di gestire i giochi invernali a scuola, così da fomentare l’odio per l’Europa e far vincere i conservatori alle elezioni per i prossimi cento anni.

Bambini e ragazzi, ribellatevi!

Fate attenzione, rispettate gli altri, vogliatevi sempre bene, armatevi di buon senso e tirate tutte le palle di neve che volete, come si fa da secoli. E’ solo un gioco. Le circolari e regolamenti sui fiocchi pressati valgono solo nella testa di chi la testa l’ha disinnescata. 

Savona Calcio: l’impresa si riprende l’erba sintetica

La Stampa

Campo Comparato, un debito da 60 mila euro sul quale la Procura ha indagato l'ex presidente Pesce e il vice Oggianu

marco raffa


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«Abbiamo realizzato quel campo, rimettendoci materiale e manodopera, spendendo pure per le trasferte di operai e tecnici. Un intervento da 60 mila euro per il quale abbiamo ricevuto pochi spiccioli. E io a fine mese con cosa li pago gli stipendi ai miei dipendenti? Il mio avvocato si è insinuato nel fallimento del vecchio Savona per scegliere la restituzione del bene: appena il curatore ci darà l’ok, veniamo lì e ci riprendiamo il terreno di gioco. Anche perché quell’appalto aveva la formula del riservato dominio». I tifosi del Savona stiano tranquilli: il terreno del Bacigalupo è al sicuro (anche perché è in erba), non così quello in erba sintetica del campetto «Comparato» ristrutturato nel 2011 con un finanziamento del Credito Sportivo garantito dal Comune.

Secondo la Procura, che ha indagato l’ex presidente del Savona Pesce e il suo vice Oggianu, la società dirottò i soldi altrove, senza pagare l’impresa. E al Comune è toccato coprire le rate insolute del prestito. L’ingegner Piero Gustinelli, titolare della Arcadia Srl di Martinengo (Bergamo) specializzata nella realizzazione di strutture sportive e campi sintetici, è deciso: appena sarà possibile i suoi tecnici torneranno al Bacigalupo, aspireranno con gli appositi macchinari l’«intaso» (il fondo in microgranuli che è il vero segreto dei campi in sintetico), arrotoleranno il terreno e se lo porteranno via. «Se devo fare della beneficenza, almeno che possa decidere dove» chiosa Gustinelli. Anche così, però, la Arcadia ci rimetterà circa 20 mila euro. E gli utenti del «Comparato» non avranno più il terreno dove giocare.

Il compagno Giorgio fa una bella rimpatriata con i comunisti vietcong

Libero

Soccorso rosso a Roma. Il Capo di Stato (e Monti) ricevono il leader comunista del Vietnam. Ma il Quirinale cerca di nascondere l'incontro

di Franco Bechis


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Quando finalmente martedì scorso è salito sull’aereo che lo avrebbe portato a Londra, il povero Giorgio Napolitano ha tirato un sospiro di sollievo. Finalmente era terminata la visita italiana di Nguyen Phu Trong, segretario generale del comitato centrale del Partito comunista del Vietnam. Vero che l’invito era partito dallo stesso Quirinale, ma Napolitano non immaginava si sarebbe concretizzato proprio ora, diventando una delle ultime visite di Stato del suo settennato. Il presidente italiano voleva chiudere in bellezza, infilando in un crescendo rossiniano un incontro con Barack Obama a Washington, poi con Angela Merkel a Berlino, e infine con un bel discorso davanti al Parlamento europeo pochi giorni dopo avere ospitato la Regina Elisabetta di Inghilterra al Quirinale.

Invece la visita diplomatica del capo del partito comunista vietnamita (carica che in quel paese- Napolitano lo sa bene- vale più di qualsiasi presidente della Repubblica o premier), ha rischiato di mettere un timbro sinistro proprio in piena campagna elettorale italiana sul settennato di Napolitano. Tanto che la visita ha fatto venire più di uno stranguglione ai collaboratori più stretti del presidente della Repubblica. Nguyen Phu Trong, da buon comunista, aveva inteso il viaggio italiano come una visita ufficiale più che a un Paese occidentale, a vecchi compagni di fede. E così ha trasmesso il programma ufficiale alla Farnesina, che l’ha messo in bella copia facendone arrivare bozza al Quirinale.

Quando l’ha letto il consigliere diplomatico di Napolitano, Stefano Stefanini, a momenti è svenuto. Poi si è riavuto e ha imbracciato la classica matita rossa e blu per correggere, smussare, confondere. Ma come? Nella visita ufficiale l’incontro con Napolitano è in agenda ufficiale come quelli con il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero e con il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto?
Nascondere, nascondere immediatamente! E semmai dissimulare, se l’incontro proprio doveva esserci, via dal programma “visita di Stato”, meglio infilarlo fra le pieghe di un incontro culturale all’Auditorium di Roma. Mamma mia, questi vietnamiti hanno ufficializzato anche l’incontro con il segretario della Cgil, la compagna Susanna Camusso.

Siamo impazziti? Scrivere nel programma ufficiale “trasferimento alla Cgil?”. No, nella sede di corso Italia c’è una mostra sul Vietnam. Più prudente dissimulare, trasformarla in un trasferimento a una “mostra”. Così l’abbraccio con la Camusso (fotografato solo dai reporter vietnamiti) si è trasformata in una più neutra “visita alla mostra fotografica Solidarietà italo-vietnamita fra il 1960 e il 1970”, senza manco indicazione del luogo cui è accorso anche Diliberto: la sede nazionale della Cgil.
Nascondere, nascondere è stato l’ordine partito dal Quirinale. “Vogliamo dei titoli”, è sbottato il povero Stefanini, tipo “Il Compagno Napolitano cede ai vecchi amici vietcong”?. Al diavolo i vietnamiti, che rischiano di rovinare un settennato con una visita così partisan in piena campagna elettorale!

Eppure qualcun altro deve avere capito assai meglio del Quirinale il carattere di rimpatriata fra vecchi comunisti di cui si sarebbe rivestita la visita ufficiale di Nguyen Phu Trong. Di sicuro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha espressamente rifiutato l’incontro ufficiale previsto dal protocollo. Con un certo acume devono averlo capito il presidente della Camera, Gianfranco Fini e quello del Senato, Renato Schifani, che hanno trovato le scuse e i precedenti impegni giusti per sottrarsi agli incontri ufficiali. Non ha osato sottrarsi il premier Mario Monti, invitato dallo stesso Napolitano con la moglie al brindisi ufficiale al Quirinale e poi protagonista del calendario ufficiale per un incontro a Villa Doria Pamphili, con tanto di pranzo ufficiale offerto da palazzo Chigi nella sala d’Ercole.

Monti però è riuscito a darsi poi al momento della firma dei memorandum di intesa Italia-Vietnam (assai poverelli) per cui ha lasciato il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il sottosegretario alla Difesa, Filippo Milone. Per irrobustire un po’ quel momento- che avrebbe dovuto essere l’unico motivo di Stato della visita ufficiale, è venuto anche l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni per firmare un memorandum di intesa con l’ente petrolifero vietnamita. A dare peso a quegli accordi di prammatica ha pensato poi lo stesso Napolitano, amplificandoli oltre il dovuto: “il Vietnam è un punto di riferimento per il superamento della crisi in Europa”, ha esagerato il presidente della Repubblica italiana.

Abbracci a parte con gli ex compagni (Camusso, Diliberto e Ferrero, ma è sembrato goduto anche dei colloqui con Napolitano), Nguyen Phu Trong si è goduto con i suoi collaboratori anche l’ospitalità di lusso del Westin Excelsior di Roma. I vietnamiti volevano proprio quell’albergo, e quando hanno inviato le loro richieste alla Farnesina, si sono rischiati altri svenimenti. La richiesta era di cento stanze per la delegazione e per il leader comunista vietnamita una supersuite da 5 mila euro a notte. Con delicatezza i diplomatici italiani hanno fatto sapere di avere un budget rigido non modificabile per le varie visite di Stato: era possibile ospitare in dieci junior suite, ma nessuna a quei prezzi. Gli extra avrebbero dovuto essere a carico del partito comunista vietnamita. I comunisti che secondo Napolitano sono in grado di salvare l’Europa dalla crisi, non hanno battuto ciglio. Aprendo il borsellino per consentire una sistemazione dignitosa al loro segretario generale.

Criminali nazisti, nove condanne in Italia

Corriere della sera

L'elogio al nostro Paese del centro Simon Wiesenthal
Dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS


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Italia in prima linea nel perseguire i criminali nazisti, insieme a Germania e Stati Uniti. A elogiare il Bel Paese, alla vigilia del Giorno della Memoria del prossimo 27 gennaio, è il Centro Simon Wiesenthal, fondato dall’omonimo sopravvissuto alla Shoah scomparso nel 2005 dopo una vita spesa a raccogliere informazioni sui criminali nazisti e a stanarli per poterli sottoporre a processo. «Insieme a Germania e Stati Uniti, l’Italia è ai primi posti nella graduatoria dei paesi che con maggior successo hanno messo sotto inchiesta e processato crimini di guerra nazista nello scorso anno», recita il rapporto annuale dell'organizzazione che ha preso in esame un arco di tempo compreso tra primo aprile 2011 e il 31 marzo 2012. Grazie soprattutto all’Italia, nel corso dell’ultimo anno le condanne sono aumentate di ben cinque volte: da due a dieci. Nove di queste condanne sono avvenute, infatti, nel nostro paese e una, quella del boia del campo della morte di Sobibor Ivan Demjanjuk, in Germania.

CONDANNE TARDIVE - Ma in tutti i casi si tratta di condanne simboliche e purtroppo tardive. Ivan Demjanjuk è morto lo scorso marzo in una casa di cura per anziani e i tutti e nove i criminali condannati dalla giustizia italiana hanno ricevuto sentenze in contumacia. La lista include Fritz Jauss, Ernst August Arthur Pistor e Johann Robert Riss, condannati il 25 maggio 2011 dal tribunale militare di Roma per l’uccisione di 184 civili a Padule di Fucecchio, tra Firenze e Pistoia, nel 1944. Gli altri sei sono Erich Koeppe, Alfred Luhmann, Helmut Odenwald, Ferdinand Osterhaus, Wilhelm Karl Stark, Hans Georg Karl Winkler, condannati il 6 luglio del 2011 da una corte militare di Verona per gli eccidi che nella primavera del 1944 insanguinarono l’Appennino tosco-emiliano, costando la vita ad oltre 400 persone.

NIENTE CARCERE - Ma nessuno di questi criminali – alcuni deceduti, gli altri tra gli 85 ai 93 anni – è finito in carcere in quanto le autorità tedesche non hanno mai concesso l’estradizione né permesso l’esecuzione della pena in loco. «Ciò non vuol dire che un giorno non riusciremo a vederli dietro le sbarre», spiega al Corriere.it il Dottor Efraim Zuroff, Direttore della sede di Gerusalemme del Simon Wiesenthal Center e autore del rapporto, «come è successo a Josef Scheungraber, che dopo essere stato processato in contumacia in Italia, fu condannato all’ergastolo in Germania nell’agosto 2009». Il Centro Wiesenthal ha inoltre bocciato 11 delle 42 nazioni prese in esame, per assenza di incriminazioni o condanne. Tra queste Australia, Austria, Canada, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania e Ucraina. «Nel 2012 le inchieste per crimini di guerra nazisti sono state almeno 1.138 in 10 paesi», incalza Zuroff, «con il numero più alto in Germania (528), Polonia (458) e 74 negli Stati Uniti».

Alessandra Farkas
24 gennaio 2013 | 20:51

Sardegna, addetto stampa Pdl a Vendola: «Odore di becero frociame». E' bufera

Il Messaggero


CAGLIARI - È scontro in Sardegna tra Sel e Pdl dopo che l'addetto stampa del Gruppo del Popolo delle libertà in Consiglio regionale ha pubblicato sul suo profilo Facebook una frase offensiva contro Nichi Vendola.E Sel, parlando di «ennesimo atto di inciviltà omofoba proveniente dal partito di Silvio Berlusconi», chiede l'intervento immediato del segretario Angelino Alfano.


CatturaQuesta la frase incriminata scritta dal giornalista Paolo Trudu: «C'è qualcuno che può rispondere a Vendola il quale, con l'acidità di una vecchia isterica dichiara che a destra sente puzza di camorra, dicendogli che nella sua sinistra sale alto l'odore di becero frociame».

Le reazioni. Immediata la replica del coordinatore regionale di Sel, Michele Piras: «Non ci offendiamo per le affermazioni, piuttosto proviamo un senso profondo di nausea per una persona così volgare, omofoba e triste. L'omofobia è un cancro, che va contrastato sul piano culturale ed anche legislativo». «Ci auguriamo che una buona volta l'on. Alfano prenda coraggio, condanni questi atteggiamenti, prenda i provvedimenti del caso», scrive invece in una nota l'ufficio stampa nazionale di Sel. Sulla stessa linea la deputata del Pd, componente della commissione Giustizia, Anna Paola Concia: «Se Alfano, dopo lo spettacolo devastante sulle liste del Pdl, ha ancora in corpo un pò di dignità e di rispetto per i cittadini italiani, censuri in maniera forte e decisa il portavoce del gruppo Pdl alla Regione Sardegna che ha insultato pesantemente Nichi Vendola».

L'Ordine dei Giornalisti. Sul caso interviene anche il presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Sardegna, Filippo Peretti, annunciando l'avvio di un'indagine preliminare nei confronti di Trudu e ricordando che tutti gli iscritti all'Albo «sono tenuti a rispettare le norme deontologiche a tutela della dignità professionale e del rispetto delle persone anche quando scrivono in forma privata in spazi pubblici o ai quali può accedere il pubblico, come ad esempio i social network».

Le scuse. Lo stesso giornalista oggi si è scusato, sempre su Facebook: «non c'entra nulla la mia professione e il partito in cui milito - spiega - Chi mi conosce sa bene che l'omofobia non fa parte della mia cultura. Se qualcuno si è sentito offeso, me ne scuso profondamente, ma mai nessuno si è scusato quando gli attacchi gratuiti provengono da altre parti verso la mia parte politica, religiosa, culturale sessuale».


Martedì 22 Gennaio 2013 - 19:46
Ultimo aggiornamento: 19:48

Roma, lite in Campidoglio sull'Inno: «Limitarlo per evitare farsa»

Il Messaggero


ROMA - Bagarre in Campidoglio per la richiesta della conisgliera Monica Cirinnà di limitare l'Inno durante le sedute soltanto a «circostanze più solenni come, per esempio, le cerimonia per il conferimento di cittadinanza o durante incontri di livello internazionale» Il consigliere del Pd capitolino parla di «ragione di decoro». Quanto avviene oggi mortifica l'inno di Mameli. L'intento iniziale intendeva risvegliare il sentimento nazionale per fronteggiare le farneticazioni secessioniste e le offese alla città di Roma da parte della Lega. Oggi invece ci troviamo di fronte a una ripetuta sciatteria sia tra i banchi dell'Assemblea Capitolina che tra quelli del pubblico».


Cattura «Il centrodestra - annuncia Cirinnà - non può ritenere più patriottica una esecuzione musicale che ha svilito sia politicamente con alleanze antinazionali e antiunitarie e con atteggiamenti poco consoni al decoro dovuto in concomitanza dell'esecuzione dell'inno d'Italia». Durante l'esecuzione, dice, «accade di tutto: consiglieri al telefono, via vai dall'Aula e sgradite alzate di voce. Tra un appello ed un altro, considerando la permanente assenza del numero legale, abbiamo assistito più volte a false partenze della registrazione musicale dell'inno». «Vogliono limitare l'#Inno d'Italia in Aula per ragioni politiche. Pomarici.Per analoghi motivi volevano proibirci di gridare #ForzaItalia ai Mondiali» il commento del presidente dell'Assemblea Capitolina Marco Pomarici su Twitter, che informa una nota, in merito «alla mozione presentata per limitare l'Inno d'Italia ad inizio dell'Assemblea Capitolina solo ad occasioni solenni per motivi di assonanza politica».

Criticando la Cirinnà parla di «fini politici e di visibilità» il consigliere Pdl di Roma Capitale, Roberto Bianchini. Edmondo Tomaselli aggiunge: «L'inno d'Italia non può e non deve essere limitato e, anche se siamo in piena campagna elettorale, credo non debba essere motivo di strumentalizzazione». Fabio Sabbatani Schiuma, presidente del gruppo Popolo della vita - Trifoglio parla di «sentimenti antinazionali». Federico Mollicone e Andrea De Priamo, rispettivamente capogruppo e consigliere di 'Fratelli d'Italia - Centrodestra nazionalè di Roma Capitale parlano di «richiesta ridicola e pretestuosa». Francesco Lollobrigida, candidato al Senato con Fratelli d'Italia-Centrodestra nazionale, non ci sta: «La proposta arrivata da un consigliere del Pd capitolino è da un lato sconcertante, e dall'altra ridicola.

Chiedere di non eseguire l'inno nazionale perchè il nostro movimento politico ha scelto di farvi riferimento nel nome, è oltretutto oltraggioso e insensato». Athos De Luca si unisce alla richeista della Cirinnà: «Ci allontaneremo dall'aula per protesta contro questo abuso dell'inno, proprio per il rispetto che abbiamo per i valori dell'unità della Repubblica».


Martedì 22 Gennaio 2013 - 13:48
Ultimo aggiornamento: 17:26

Londra, negozi del lusso del Vaticano “Guardian” accusa: società offshore Replica da Roma: cose note da 80 anni

Il Messaggero


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LONDRA – Dal negozio di Bulgari su New Bond Street ad un edificio nell'elegantissima zona di St. James's Square, all'angolo con Pall Mall. Il Guardian ha scovato proprietà immobiliari di altissimo pregio (e valore) a Londrache fanno capo al Vaticano. In un lungo articolo il quotidiano britannico racconta tuttavia che rintracciare la vera proprietà dei lussuosi immobili non è così facile, visto che, scrive, il Vaticano si avvale di una struttura di società offshore e che anche i referenti individuati, alla richiesta del giornale di rendere nota la proprietà, si sono trincerati dietro la facoltà di mantenere quelle informazioni riservate.

Il Guardian va oltre Londra e accenna ad altre e altrettanto prestigiose proprietà immobiliari che fanno capo al Vaticano, a Parigi per esempio. E sottolinea come questo impero sia stato costruito negli anni utilizzando, in origine, il denaro ricevuto da Mussolini in cambio del riconoscimento del regime fascista da parte del Papa. Il quotidiano, infine, menziona di aver contattato al riguard

La replica del Vaticano. «Sono stupefatto per l'articolo del Guardian perchè mi sembra provenire da qualcuno che sta tra gli asteroidi. Sono cose note da 80 anni, con il Trattato del Laterano e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere 'Finanze vaticane' di Benni Lai». Così il direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, conversando con i giornalisti circa l'articolo del Guardian. Che l'Apsa, cioè la Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica abbia una sezione «straordinaria - ha aggiunto il portavoce vaticano - è scritto anche sull'elenco telefonico del Vaticano».


Martedì 22 Gennaio 2013 - 16:28
Ultimo aggiornamento: 16:37

Il mondo diventa ovale: l'irresistibile ascesa del rugby

Il Messaggero
di Paolo Ricci Bitti


ROMA - Un giro del mondo ovale con 6R-1CRorchi e giganti, eroi di guerra e di pace, premi Nobel e statisti, campioni olimpici e attori. Un giro del mondo da fare adesso in libreria, perché ormai la popolarità crescente del rugby non si misura solo con i tutto esaurito dello stadio Olimpico per il Sei Nazioni, che riparte il 2 febbraio, o con il faccione irsuto di Martin Castrogiovanni o – persino – con il giallorosso Daniele De Rossi che invita i bambini a tirare placcaggi. Nelle ultime settimane sono usciti in Italia quattro libri sul rugby che diventano sette se ci allunghiamo all'ultima stagione sportiva.

Una moltitudine senza precedenti ma con una caratteristica: nemmeno una di queste opere è un manuale. Niente tecnica, ma narrativa, saggistica, autobiografie e diari di viaggio. Neanche ci trovassimo alle latitudini in cui si parla inglese o francese: qui negli anni la letteratura che traguarda le terre di Ovalia ha schierato, per dire i primi scrittori da premio Nobel che vengono in mente, Samuel Beckett, Albert Camus e John Maxwell Coetzee. Un boom editoriale che accompagna del resto l'allegra determinazione di migliaia di bambini neorugbysti che stanno saturando i sempre troppo pochi campi con le porte ad acca: presto il tetto dei centomila tesserati sarà raggiunto.


Cattura HOBBIT E PILONI
Il decollo comincia con Peter Freeman, giornalista e regista televisivo, che porta i lettori in Nuova Zelanda durante l'ultima coppa del mondo, meraviglioso pretesto per intrecciare scenari della Genesi, storie trisecolari di rugby e leggende che nella terra dell'Hobbit rasentano la realtà. Ecco Quello strano rimbalzo (Manifesto Libri, 144 pagine, 16 euro). Con i piedi per terra, anzi nel fango, si torna con Props-Piloni (Absolutely Free Editore, 130 pagine, 13 euro) di Francesco Volpe, giornalista di lungo corso ovale al Corriere dello Sport.

Imperdibile per i fans del gigante barbuto Castrogiovanni e per chi vuole attraversare, senza scottarsi, l'inferno della prima linea, là dove dal combattimento più aspro e, alle prime apparenze, brutale, nasce il rugby. Epperò si scoprono, in questi tredici muscolari ritratti, traduttori dal latino e dal greco e ingegneri elettronici. È un orco della mischia anche Sebastien Chabal, di cui l’editore Baldini & Castoldi Dalai (283 pagine, 17.50 euro) ha tradotto la biografia La mia piccola stella, titolo tenero per il devastante rugbysta francese, per qualche stagione l'icona più potente dopo Jonah Lomu, l’asso degli All Blacks.

Del colossale Lomu scrive il giornalista e rugbysta Giacomo Mazzocchi nel libro Gli eroi siamo noi (Minerva Editore, 350 pagine, 19.50 euro). La star planetaria degli All Blacks è uno dei tanti protagonisti del compendio che include Carlo Pedersoli-Bud Spencer, Bettino Craxi, Paolo Bonolis, Paolo Rosi, Giorgio Chinaglia, i sopravvissuti delle Ande, Mark Bingham (guidò la rivolta dei passeggeri del volo UA 93 dirottato l'11 settembre 2001 da Al Quaeda), i rugbysti dell'Aquila che la notte del 6 aprile 2009 portarono sulle loro spalle anziani e malati in luoghi sicuri mentre la città veniva devastata dal terremoto.

PLACCAGGI E TRINCEE
E ancora Marcello Fiasconaro, l'australiano John Cootes (il prete bello), Umbertone “Polifemo” Silvestri, Maci (Maciste) Battaglini, i fratelli Mauro e Mirco Bergamasco, il capitano Sergio Parisse. Non poteva mancare, nella maxiformazione, il genovese Marco Bollesan, capitano e poi allenatore degli azzurri che, unico italiano, ha meritato un capitolo de Gli implaccabili (Absolutely Free Editore, 144 pagine, 13 euro, fresco di premio Coni, sezione Narrativa) di Giorgio Cimbrico, sommo cantore di sport che segue gli eroi delle epopee ovali dai templi del gioco alle trincee dei conflitti mondiali.

Sempre Marco Bollesan ghigna sulla copertina dell’autobiografia Una meta dopo l'altra, scritta per Limina Editore, 142 pagine, 16 euro, insieme al cronista e pilone Gabriele Remaggi: un ritratto magistrale del primo personaggio del rugby italico. Risalgono al 1978 e per di più sono solo sei pagine, ma restano di folgorante attualità gli Appunti sul Rugby scritti da J.M.Coetzee: li pubblica ora Einaudi nella raccolta di saggi e interviste Doppiare il capo (272 pagine, 24 euro). La vastità degli interessi del maestro sudafricano non poteva evidentemente tralasciare gli intrecci di storia e vita racchiusi in quel mondo ovale che è il pallone da rugby.

Firenze, il conto del ristorante si paga con il baratto

Il Messaggero
di Simone Canettieri


FIRENZE - Più che una moda stravagante, ormai, sembra un'esigenza dettata dalla crisi. Così a distanza di secoli il baratto inizia a riprendersila rivincita sulla moneta. Sta di fatto che la forma di scambio più antica del mondo sta uscendo dalla caverne per ritornare a galla, anzi tavola. A Firenze, culla del commercio e della banche, da quattro mesi ha aperto la prima trattoria italiana a tema. Si chiama «L'è maiala», che in vernacolo toscano vuol dire, appunto, «sono periodi bui». In questo locale nascosto tra i viali che cingono la città di Dante (via Agnolo Poliziano 7) si mangia a volontà e poi al momento di pagare si può saldare il conto con altri generi alimentari o piccoli oggetti (come quadri e soprammobili) di antiquariato o modernariato purché siano legati alla tradizione locale. Il motto è do ut des: così la pancia può riempirsi senza traumi per il portafoglio. Ma prima c'è un passaggio preliminare che vede gli aspiranti commensali da una parte e i ristoratori dall'altra: la contrattazione.

CatturaLE REGOLE Nel ristorante c'è una regola ferrea: la valutazione sulle merce da scambiare per il servizio si effettua prima di mettersi seduti. Niente scherzi, insomma. L'arte del baratto, anche per il gusto, è fatta di un antipasto chiamato intesa. Poi il gioco è fatto e ci si può mettere a tavola, dimenticandosi l'orologio. Qualche esempio? Per un piatto di ribollita bastano quattro chili di patate, una porzione di trippa fiorentina può essere gustata in cambio di qualche grappolo di pomodori o di una bottiglia di buon vino, rigorosamente rosso. E via così: io ti do questo, tu mi fai mangiare quel piatto in menu. L'esperimento, racconta l'ideatrice Donella Faggioli, sta riuscendo alla grande. E nel fine settimana i quaranta coperti della trattoria, colorata e sbarazzina, sono sempre esauriti.

Tortelli del Mugello (ripieni di patate), pappardelle al cinghiale, fegatelli, tonno del Chianti (maialino), pappa al pomodoro: con il baratto, assicurano i clienti divertiti e sazi, sono più buoni. «La gente se ne va via soddisfatta - continua Donella, protagonista di questa start up insieme ad altri trentenni come lei - perché si mangia bene e non si rinuncia alla cena fuori, un lusso di questi tempi anche per la classe media». E il sempre vigile fisco come l'ha presa? «Bene - conclude la ristoratrice - noi facciamo gli scontrini a prezzi pieno, riservandoci di farci pagare come meglio desideriamo». Sull'oggettistica da dare indietro per avere un piatto caldo c'è un minimo di selezione: spazio ai manufatti locali e al modernariato, purché l'osteria non diventi un polveroso robivecchi. Se poi non avete niente in soffitta da portare o le provviste in casa vi sono finite c'è sempre l'ipotesi B: pagare alla vecchia maniera. In contanti o con la carte di credito. Il prezzo di un pasto completo - vino escluso - si aggira intorno ai venti euro.


Martedì 22 Gennaio 2013 - 17:19

Ero in auto con mia sorella disabile. Quando ho chiesto di liberare il posto mi hanno detto: noi siamo vigili, tu non sei nessuno»

Il Mattino
di Fulvio Scarlata


«Noi siamo vigili urbani, tu non sei nessuno. Protesti? E pigliati questa multa»: è la scenata messa su da due vigili di Frattamaggiore che avevano occupato il posto disabili con la loro auto di servizio.
Piazza Umberto Primo, Frattamaggiore, martedì scorso, ore 11,30. Simeone Crispino arriva con la sua auto, con la sorella gravemente handicappata in auto. Vede il posto disabili, parcheggia su marciapiede di fronte, mette le quattro frecce e chiede ai vigili di lasciare il posto.

Visto che nulla accade fa una cosa "gravissima": scatta una fotografia di quanto sta accadendo. E poi una seconda, poi una terza. A questo punto i due vigili, un uomo e una donna, scendono dal mezzo chiedono a Crispino di fermarsi. L'uomo esige che il posto si liberi. Anche perché, come dimostra chiaramente un cartello, il posto riservato all'auto dei vigili c'è, ma è occupato da un dipendente del Comune. «Questa cosa a lei non la riguarda - risponde la vigilessa - noi siamo vigili e siamo a posto. Nel fare le foto lei sta commettendo un abuso.

Lei fa le foto? Ed io le faccio la multa».

Inutile far notare che forse l'abuso lo stanno commettendo proprio i tutori dell'ordine e della legge. La donna in divisa si avvicina all'auto, ferma, con la disabile dentro e con le quattro frecce accese, e prende i dati. La scena incute terrore nella donna handicappata, che comincia ad agitarsi. A quel punto i familiari sono costretti a lasciare i documenti alla tutrice dell'ordine e riportare la disabile a casa. Problemi altrui, per la vigilessa, che senza problemi va avanti: 40 euro di multa. Per aver chiesto il rispetto del posto disabili e aver osato fare una foto per avere una testimonianza di quanto stava accadendo.

 
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Frattamaggiore, i vigili urbani occupano il posto disabili




venerdì 25 gennaio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 10:10

Un’esplosione stellare colpì la Terra nel medioevo

Corriere della sera

Un lampo di raggi gamma negli anni 774-775 originato dallo scontro fra due buchi neri o stelle di neutroni

La Terra è stata colpita da un potente lampo di raggi gamma nel medioevo. Questa è l’ultima conclusione a cui sono giunti gli astrofisici dell’Università di Jena dopo una serie di indizi emersi negli ultimi due anni che hanno portato le idee in diverse direzioni. L’anno scorso ricercatori giapponesi, analizzando il legno di antichi cedri, scoprivano uno strano e consistente livello di radioattività dovuta al carbonio-14 registrata tra il 774 e 775 dopo Cristo.

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ANOMALIE - In seguito, in alcuni campioni di ghiaccio prelevati nelle profondità dei ghiacci in Antartide, facevano risalire allo stesso periodo un’intensa e anormale presenza di berillio-10. Questo isotopo viene creato quando gli atomi dell’alta atmosfera sono colpiti da un pesante flusso di radiazioni. Subito si pensò all’esplosione di una supernova, ma l’ipotesi venne in fretta scartata perché vedremmo anche oggi qualche residuo in cielo. Si avanzarono allora due altre spiegazioni: la prima sosteneva che la causa fosse un’eccezionale esplosione avvenuta sul Sole che bombardò il nostro pianeta in modo significativo.

SCONTRO GALATTICO - Ora sul bollettino mensile della Royal Society, Ralph Neuhauser con il suo gruppo tedesco di Jena sostiene invece che la causa sia dovuta all’emissione di un potente flusso di raggi gamma. Lo straordinario lampo sarebbe stato originato dallo scontro fra due buchi neri o stelle di neutroni. Un lampo gamma è uno dei fenomeni più energetici dell’universo. Quando si verifica, in pochi secondi viene diffusa tanta energia quanto il Sole riesce a produrne nell’intero arco della sua vita. Solitamente i lampi registrati ad esempio dal satellite Agile dell’Asi hanno radici al di fuori della nostra galassia. Questo, al contrario, data la distanza calcolata, risulterebbe al suo interno.

LAMPO GAMMA - L’interazione con l’atmosfera terrestre genera elementi di cui si ritrova traccia, appunto, negli alberi o nei ghiacci. Se nell’evoluzione delle indagini sul fenomeno la spiegazione del «lampo gamma» sembra la più convincente, altri studiosi non abbandonano del tutto l’ipotesi che possa anche essere frutto di un’esplosione solare; magari di una stella analoga al nostro Sole sempre della Via Lattea.

OGGI COLPITI SATELLITI - A parte le tracce rilevate dell’evento, non resta altra testimonianza anche se, data la distanza, non si ritiene che il fatto abbia provocato sulla Terra altre conseguenze. Di certo se accadesse oggi le cose andrebbero ben diversamente e a essere colpiti gravemente sarebbero innanzitutto i satelliti in orbita. Naturalmente tutto dipende dalla lontananza del luogo in cui avviene l’esplosione.

Giovanni Caprara
21 gennaio 2013 (modifica il 22 gennaio 2013)

Un fulmine può incendiare l'F35»

Corriere della sera

Rivelato il contenuto di un rapporto del Pentagono. Serbatoi troppo leggeri la possibile causa

La fase di test mette a dura prova il progetto del cacciabombardiere F35. Un paio di giorni fa la notizia della sospensione dei voli di prova da parte del Pentagono. Motivo: un problema registrato durante un volo di addestramento nella base di Eglin in Florida della Usa Air Force: un problema ha causato lo spegnimento dei reattori. Ora le indiscrezioni, riportate dal «Sunday Telegraph», secondo le quali l'aereo,se colpito da un fulmine potrebbe esplodere. L'edizionedomenicale del quotidiano britannico cita un documento riservato del Pentagono, nel quale vengono indicati i difetti del caccia della Lockeed Martin, al cui progetto partecipa anche l'Italia, che ha deciso di acquistarne 50 (all'inizio ne erano previsti 130) per un valore di circa 170 milioni di euro

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IL PUNTO DEBOLE - La vulnerabilitá dell'F35 ai fulmini sarebbe dovuta al tentativo degli ingegneri di contenere il peso dell'aereo che avrebbe comportato un difetto nella costruzione del serbatoio. Per questo, se colpito da un fulmine, oltre che dal fuoco nemico, rischierebbe di esplodere. Per questo, scrive il Sunday Telegraph, il Pentagono stabilisce che i voli di prova degli esemplari giá realizzati del caccia «non sono permessi» in un raggio inferiore ai 40 chilometri di distanza da un temporale. Sempre al serbatoio del carburante dell'F35 è legato un altro difetto di progettazione che impedirebbe all'aereo di scendere rapidamente a basse quote, manovra che potrebbe portare a incrinature sull'al.

IL FRONTE ITALIANO - La scorsa settimana, tuttavia , il segretario alla Difesa Usa uscente, Leon Panetta, in visita a Roma aveva rassicurato sostenendo che «l'F35 è l'aereo del futuro», garantendo che nello sviluppo del progetto sono stati fatti «progressi importanti» e i test del caccia sono stati «un grande successo». Ma in Italia l'F35 è anche un caso politico, perché una parte della sinistra ha più volte chiesto il taglio totale della spesa per i cacciabombardieri per utilizzare quei fondi in altro modo. Le rivelazioni sui test degli aerei, alimentano la polemica: «Si possono leggere sui giornali di tutto il mondo - dice Nichi Vendola - le notizie cattive che riguardano i cacciabombardieri F35, che sarebbero aeroplani assolutamente insicuri. Credo che anche il buonsenso oggi consigli di chiudere il programma di acquisto e di usare quelle risorse, si tratta di miliardi di euro, per mettere in sicurezza e finanziare la scuola pubblica». E il verde Bonelli: «Il programma per l'acquisto dei caccia bombardieri F-35 è uno schiaffo in faccia all'Italia onesta e alle famiglie che non ce la fanno a causa della crisi»

Redazione online
21 gennaio 2013 | 19:51

Anche gli scienziati vestono le Barbie

Corriere della sera
di Antonella De Gregorio


Cattura1
Un giocattolo serve per giocare. Punto. Poi, certo, insegna, spiega, accompagna nella scoperta dei misteri della vita. Ma dopo aver sfogliato “La scienza del Giocattolaio” – un simpatico libro scritto da Davide Coero Borga per Codice edizioni – una sorta di dizionario illustrato dei giocattoli più famosi (dal fresbee, al Lego, al Dolce Forno), non si può fare a meno di pensare anche a tutti quegli alambicchi, formule chimiche e matematiche che si celano dietro ai balocchi.

Un libro a schede, che presenta in ordine cronologico – dall’aquilone agli evolutissimi Lego Mindstorm – 31 giocattoli. Con carte d’identità, suggerimenti pratici per giocare, e tutte le storie “dietro le quinte”: chi l’ha inventato, quando, come e perché. E naturalmente le curiosità e le implicazioni scientifiche. Quanti ingegneri ci sono tra i progettisti del Meccano? Lo sapete che i Lego vengono utilizzati per simulare gli spostamenti dei robot su Marte? E che i Mindstorms NXT sono impiegati in molti politecnici come dispositivi a basso costo per sviluppare processi di intelligenza artificiale? Che negli anni ‘50 una versione del piccolo Chimico conteneva quattro diverse tipologie di uranio?

Insomma, mentre ascoltavo l’autore raccontare dei primi mattoncini assemblabili in legno, nati per mano di un falegname nei boschi della Danimarca, e delle leggi della fisica sfidate dalle Hot Wheels; mentre davanti a un pubblico di bimbi rapiti e adulti curiosi – alla libreria Feltrinelli, a Milano – smontava come un orologiaio matto, pezzo a pezzo, le icone di infanzie presenti e passate, per svelarne trovate scientifiche e piccoli segreti nascosti, mi è sorta la domanda più spontanea: come fa ad essere un atto di portata scientifica “vestire la Barbie” (uno dei 31 giochi  “preferiti di sempre”)?

La bambola-donna-perfetta, generata più di Cinquant’anni fa coi piedi troppo piccoli, il seno troppo grande, la bocca a cuore, gli occhi sgranati senza espressione, una silhouette che istiga all’anoressia… a quale branca della scienza appoggia il suo equilibrio imperfetto?
Le Crystal Ball, l’Allegro Chirurgo, la sabbia magica: quelli, certo…  Ma la Barbie, cosa c’entra?
“Barbie per me sta a cavallo tra i due mondi. Media, racconta come la società si rappresenta la scienza” – ha risposto Coero Borga. “Sulla questione di genere ha precorso i tempi, rivestendo ruoli tecnico-scientifici quando nella realtà erano appannaggio quasi esclusivamente maschile”.  

Astronauta quattro anni prima che Neil Armstrong mettesse piede sulla Luna. Chirurgo nel 1973. Ambasciatrice, rock star, pilota, ballerina, vigile del fuoco. “Candidata presidente” per il Partito delle Ragazze, con tanto di programma elettorale consultabile online, durante la campagna per le presidenziali Usa, “in chiaro appoggio a una candidatura della Clinton”, spiega l’autore. Biologa, ricercatrice, mamma, manager e, da ultimo, “geek and chic” (laptop, auricolare e t-shirt, in omaggio al codice binario) col plauso dell’associazione americana che rappresenta le donne laureate in ingegneria”.

Ha coperto tutto il ventaglio delle possibilità di identificazione. “Il suo personaggio è stato sfruttato per promuovere l’uguaglianza tra i sessi, con l’intenzione di dimostrare alle future donne che possono intraprendere qualsiasi carriera”, dice lo scrittore.
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Che da piccolo, guarda caso, sognava di costruire, possedere, vendere giocattoli. E cita anche la questione ambientale: la Mattel a un certo punto – era il 2009 – è stata costretta a scelte green (a passare cioè da un packaging fornito da una società che letteralmente sterminava foreste pluviali, a ditte e volumi di imballaggi più rispettosi dell’ambiente) per via delle pressioni di Greenpeace, che aveva messo in rete un video-shock che mostrava Ken Carson – lo storico fidanzato della bionda di plastica – mollare in mondovisione Barbie, ignara corresponsabile della distruzione del Pianeta. L’happy end, poi, con riappacificazione via Facebook – favorito dalla svolta ecologista della  Mattel – secondo Coero Borga è emblematico di quanto scienza e (in questo caso) ecologia, travalichino il destino di semplici balocchi e siano pervasivi di ogni aspetto della società.

A me sembra che se alla Mattel qualche merito vada ascritto, sia più relativo ai tentativi di emanciparsi dallo stereotipo della bionda vacuità, ideando una serie di bambole politicamente ed educativamente corrette: di pelle scura, di burqa vestite, addirittura senza la mitica chioma da sogno: calve, per rassicurare le bimbe davanti alle madri sotto chemio, o per consentire a piccoli malati di identificarsi, di giocare senza paure e frustrazioni. E però, la Barbie “bald” non è mai stata commercializzata. E’ stata donata a ospedali pediatrici che ospitano bimbi colpiti da tumori. Tutto lì. Una rivoluzione a metà.
Professioni, colore della pelle, disabilità e malattia. Diverse edizioni «politicamente corrette» non hanno sortito l’effetto di diffondere un’idea della donna più rispettosa dei valori veri della femminilità.
Quanti di noi hanno mai realmente incontrato queste Barbie sugli scaffali dei negozi? Quante sono, del miliardo di bamboline in circolazione (ogni secondo che passa, sostiene la Mattel, ne vengono vendute tre, nel mondo. Il novanta per cento delle bambine americane di età compresa tra i tre e i dieci anni ne possiede almeno una)?

Bella. Con anima. E senso civico. Barbie potrebbe essere uno strumento per incoraggiare cambiamenti sociali.

Ma allora: perché questa bambolina non decide di crescere, una buona volta?

Salvate l'azienda Richard-Ginori» Perché fallisce un'eccellenza italiana

Corriere della sera

Viaggio nella fabbrica che creava bellezza in ceramica tra delusione e speranze


FIRENZE - Perché un'azienda nata nel lontano 1735, un marchio di eccellenza italiana nel mondo fallisce? Come mai l'Italia non sa preservare e valorizzare le proprie risorse migliori?
Non c'è una sola risposta e per di più semplice. O forse ce ne sono troppe, alcune anche molto chiare. La prima certezza brutale è che il 7 gennaio scorso il tribunale di Firenze ha dichiarato il fallimento della Richard Ginori 1735 Spa, la storica manifattura di porcellane di Sesto Fiorentino. La più famosa fabbrica di porcellane del mondo chiude.


Cattura Un colpo incredibile per il marchio e per i 314 lavoratori in cassa integrazione. Adesso l'azienda è nelle mani del curatore fallimentare che ha avviato l'esercizio provvisorio. La speranza è riuscire a dare una nuova vita alla Richard-Ginori. Impresa non facilissima, anzi.

ECCELLENZE E CONTRADDIZIONI ITALIANE - La storia della Ginori è la storia di un territorio e di un'eccellenza. La storia di imprenditori illuminati (prima il marchese Carlo Ginori che fondò la Manifattura di Doccia nel 1735 e poi l'industriale milanese Augusto Richard che nel 1896 la fuse col proprio gruppo), di maestranze e operai-artigiani che con le loro mani hanno creato il bello per anni.
Quel bello che finiva prima nelle case delle famiglie italiane sotto forma di oggetti di ceramica per andare poi in tutto il mondo.

Saperi, conoscenze e qualità che rischiano di essere perdute.
Ma la storia della Richard-Ginori è anche la storia delle contraddizioni di un Paese che sfrutta male quello che ha, che sciupa le opportunità migliori senza curarsene. La Richard-Ginori non è una fabbrica come le tante altre che (purtroppo) falliscono: è un brand italiano conosciuto nel mondo, un monumento alla bellezza italiana. E' come se fallisse non un'azienda ma un istituzione del Paese.

GLI ANNI DEL DECLINO - Basta guardare la lista dei proprietari della Richard-Ginori dagli anni '70 ad oggi per capire dove stia una parte del problema: l'azienda è passata di mano dalla Finanziaria Sviluppo di Michele Sindona nel 1970 alla Sai di Salvatore Ligresti nel 1977; nel 1998 fu rilevata dalla Pagnossin spa di Rinaldini fino al passaggio nel 2007 alla Starfin Spa (senza dimenticare i vari tentativi negli anni di speculazione sulla possibilità di edificare per un valore di almeno 30 milioni di euro, a scopo residenziale, nell'attuale area occupata dalla manifattura e sempre bloccati dal comune di Sesto Fiorentino).

«Il declino è iniziato - dicono gli operai - quando i faccendieri e gli speculatori della finanza si sono sostituiti agli imprenditori capaci». Finché la Richard-Ginori ha avuto strategia e visione è cresciuta; quando è finita nelle mani di finanziarie e di controllate di controllate che hanno pensato solo a sfruttare il marchio senza investire e rinnovarsi nella produzione e innovazione, si è avviata verso la fine. «Quando si è cercato la grande distribuzione dimenticando l'eccellenza».

IL FALLIMENTO - Oggi lo stabilimento è obsoleto, nel maggio scorso - con debiti oltre i 40 milioni di euro - la fabbrica di Sesto Fiorentino è stata posta in liquidazione volontaria ed è stato nominato un collegio di liquidatori. Nonostante le offerte di Arcturus SpA (Sanbonet) e quella integrata delle soc. Lenox Corporation e Apulum S., i giudici del tribunale di Firenze, chiamati a pronunciarsi sull'ammissibilità o meno dell'azienda al concordato preventivo, hanno dichiarato il fallimento della società.

Oggi è forte il rischio (per alcuni, quasi una certezza) che scompaia un grande marchio italiano. Abbiamo fatto delle domande ad alcuni protagonisti di questa situazione per capire se e come la Richard-Ginori si salverà. Quello che è certo è che l'Italia ha perso un'opportunità. E una fetta di bellezza.

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Iacopo Gori
21 gennaio 2013 (modifica il 22 gennaio 2013)

La password migliore? Quella con l'errore

Corriere della sera

Gli algoritmi sono in grado di scoprire le chiavi anche più complicate. Ma un inciampo grammaticale può ingannarli

MILANO – Nello scegliere la password per proteggere i propri dispositivi o accedere ai servizi online in cui lasciamo i nostri dati sensibili, ormai ci resta solo da fare... qualche errore di grammatica. Dunque anche le password molto lunghe, quelle in cui maiuscolo e minuscolo si rincorrono intercalati da numeri casuali, non sono più abbastanza per eludere il rischio che i nostri dati vengano sottratti e magari riutilizzati. È la scoperta di un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University, Pennsylvania, capitanati da una giovane ingegnere informatico indiana, Ashwini Rao, che ha messo a punto un nuovo algoritmo quasi infallibile per craccare le stringhe più segrete lasciate in giro sulle nostre identità digitali. E confutare la credenza che oggi, più la password è lunga e più è sicura.

L'ALGORITMO – Alla Carnegie, dove un intero settore lavora sulla sicurezza e sulle password già da molti anni, è stato studiato infatti un nuovo algoritmo che ha il compito di craccare password di ogni sorta. In particolare, lo studio ha analizzato l'impatto delle password molto lunghe e della loro struttura grammaticale sulla sicurezza informatica e personale delle stesse. Decretando che non è la lunghezza ad aiutare a sviare i software dei cracker di dati, giacché anche lo stesso programma creato dai ricercatori stessi era in grado di cogliere senza problemi il 10 per cento delle chiavi di accesso lunghe. Più che la lunghezza infatti, a concorrere a rendere una password infallibile è la presenza di errori grammaticali. Perché questo algoritmo della Carnegie come altri, è in grado di applicare le regole di sintassi e di riconoscere anche frasi lunghe di senso compiuto, usando peraltro i più comuni dizionari online. Scovando la chiave anche laddove, in mezzo al testo, vengano usati cifre e segni diversi (un esempio: scrivere 3 invece che tre) dalle lettere.

MEMORIA E SICUREZZA – Come spiegano i ricercatori, si tratta di trovare una mediazione tra l'usabilità (come farò a ricordare una password arzigogolata?) e la sicurezza (sono certo che la mia chiave di accesso protegga i miei dati?). E proprio la grammatica potrebbe venire in aiuto, a patto però di ricordarsi l'errore fatto nella scelta della stringa di caratteri segreta. Un errore formale, un verbo coniugato erroneamente, una parola scritta con troppe doppie, potrebbero infatti eludere i software oggi in uso. Fino, ovviamente, alla prossima scoperta. Quel che è certo è che le chiavi più utilizzate (la data di nascita, la propria email, il proprio nickname ripetuto, stringhe di numeri in fila come 01234, il nome del proprio gatto, il codice di avviamento postale seguito dal proprio cognome e così via) oggi mostrano livelli di protezione molto bassi, meglio dunque ripiegare sugli errori da matita rossa.

L'AGONIA DELLA PASSWORD – E mentre Wired a fine 2012 titolava “la password è morta e l'Economist consigliava di creare password indecifrabili ma impossibili da ricordare per sviare i tentativi di accesso, Google ha deciso di pensionare le chiavi create direttamente dagli utenti sostituendole con una chiavetta crittografata per via dei troppi furti di dati personali. In Pennsylvania a dire il vero, proprio alla Carnegie, già nel 2009 avevano avvertito che le chiavi create dagli utenti mancavano di inventiva e di sicurezza: in una ricerca commissionata da Microsoft avevano dimostrato come arrivare ai contenuti personali delle email era un gioco da ragazzi, perché bastavano semplici conoscenti per rispondere alle domande di controllo che avrebbero permesso di cambiare la propria password di ingresso. Questa volta però, più che i cracker e i ladri di dati personali, sul banco degli imputati c'erano proprio i big del web, non abbastanza pronti a creare sistemi di accesso protetti ai propri servizi.


Eva Perasso
21 gennaio 2013 | 16:56

Sparisce e torna dopo anni Se il gatto è più fedele del cane

Oscar Grazioli - Mar, 22/01/2013 - 08:57

Si orientano meglio perché "leggono" il magnetismo terrestre. E sono molto più resistenti alle intemperie delle altre specie 

Quante volte mi sono sentito chiedere da proprietari disperati: «Quanto devo aspettare per prenderne un altro?». In altri termini, quale è il limite di tempo oltre il quale cessa la speranza di rivedere il proprio gatto smarrito? La risposta più corretta dovrebbe essere «Mai», trattandosi di un gatto, mentre potrebbe avere dei limiti temporali molto più probabili se si trattasse di un cane.


Cattura
È proprio di questi giorni la notizia di Holly, una gatta squama di tartaruga di quattro anni che ha percorso quasi 400 chilometri nell'arco di due mesi per ritornare nella sua casa di Palm Beach dopo che era stata smarrita dai sui proprietari a Daytona. Interrogati da un giornalista del New York Times, famoso per avere scoperto altre volte che si trattava di bufale orchestrate dai proprietari ansiosi di finire sui giornali, i Richter hanno opposto una solidissima prova al scetticismo. Holly aveva il microchip, quindi nessun errore e nessuna bufala. D'altronde, le storie di gatti smarriti a grandi distanze da casa e poi ricomparsi improvvisamente dopo settimane o mesi (talora anni) non dico non facciano più notizia, ma vengono evidenziate dai media solo nei casi più eclatanti, come quello di Holly o, andando indietro nel tempo, quella di Sugar e del suo proprietario californiano che lo smarrì durante un viaggio attraverso gli States.

Ebbene, Sugar tornò a casa dopo un anno e dopo avere percorso 2400 chilometri. Un'alta storia accertata è quella di Suti, gatto nero che seguì (obbligato) la sua proprietaria nel trasloco da una città all'altra dell'Oregon. Evidentemente non gli piaceva la nuova destinazione perché i proprietari della sua vecchia casa se lo videro arrivare in giardino dopo cinque mesi e 150 chilometri di cammino. In piena salute. Imprese possibili solo per il gatto? No, anche i cani sono capaci di tornare sui loro passi per centinaia di chilometri a volte, ma è molto più raro che accada. Prima di tutto il gatto è in grado di sopravvivere molto meglio e molto più a lungo del cane, anche in ambienti ostili.

Un garage, una cantina, una soffitta, un fienile, quattro balzi e il gatto è al sicuro dalle intemperie. Per la verità cantine e garage costituiscono una delle maggiori fregature per i gatti, perché ci rimangono chiusi magari per 10 o 15 giorni, specie durante i periodi delle ferie. E non sempre il loro miagolio viene avvertito come l'abbaiare di un cane. A parte questo caso, il cane soccombe più facilmente per le intemperie, gli incidenti stradali, la mancanza di alimenti e, non ultimo il furto. Il gatto, molto più sospettoso, non si fa «prendere su» dal primo che passa.

Ma quale meccanismo guida i gatti in queste imprese? Sembra sia il magnetismo terrestre. Per loro il territorio è diviso in quadrati che riescono a «leggere» a seconda delle emissioni magnetiche. Alcuni ricercatori avrebbero trovato nei «polsi» del gatto delle sottili particelle di metallo magnetico che starebbero a corroborare l'ipotesi della loro straordinaria sensibilità per il magnetismo. In un famoso esperimento infatti potenti calamite furono in grado di disorientare gatti portati a distanza da casa. Se perdete il gatto dunque, niente panico. Prima o poi, quasi certamente torna a casa. Se non avete calamite in giro.

di Oscar Grazioli

Tra due giorni non ci sarà più cibo per gli animali dello Zoo di Napoli che da un anno e mezzo è in amministrazione controllata. A lanciare l'allarme sono i dipendenti della struttura. Non c'è pace per gli ospiti dello Zoo di Napoli: fieno, frutta e tutte le altre derrate alimentari sono quasi finite e le tigri, gli uccelli e l'elefante, insieme a tutti gli altri animali, rischiano di rimanere senza cibo. Lo Zoo e il parco dei divertimenti Edenlandia sono da un anno e mezzo amministrati da un curatore fallimentare. Il 31 gennaio scadrà l'ultima proroga concessa dal Tribunale e se entro questa data non vi saranno accordi per il subentro di una nuova società, i 70 dipendenti saranno licenziati e incerto sarà il futuro degli animali.