domenica 20 gennaio 2013

Jeanne e Sandy, le amiche che hanno smascherato la talpa sovietica nella Cia

La Stampa

Una vita a Langley, fino al successo nel caso di Aldrich Ames

paolo mastrolilli
Inviato a new york


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Certe amicizie, certi legami profondi, nascono solo quando si condivide il pericolo. Per esempio quello di dare la caccia agli agenti Cia venduti all’Urss, durante la Guerra Fredda. Così si erano conosciute Jeanne Vertefeuille, una «vera icona» di Langley secondo il direttore Michael Morell, e Sandy Grimes. Jeanne era nata in Connecticut nel 1932 e si era laureata in Storia. Aveva studiato tedesco e francese, e le sarebbe piaciuto viaggiare in Europa, perciò fece domanda alla Cia direttamente dal college.

Erano altri tempi: le donne non potevano nemmeno sognare la prima linea, come la mitica agente «Maya», che oltre mezzo secolo dopo avrebbe guidato la caccia ad Osama bin Laden. Jeanne ottenne un posto, nel 1954, accompagnato da un consiglio: fai prima un corso da segretaria, perché tanto quello sarà il tuo mestiere nella «Company» dominata da maschi. Lei accettò, e come primo lavoro le ordinarono di battere a macchina i nomi degli scienziati nord-coreani. Non si era scoraggiata. Mai sposata, niente figli, aveva preso un appartamentino vicino alla sede della Cia, perché tanto la sua vita era tutta casa e bottega.

Tredici anni dopo, nel 1967, anche Sandy Grimes era stata assunta direttamente dal college. I suoi genitori avevano lavorato al Manhattan Project, quello per costruire la bomba atomica, e gli amici le dicevano che poteva diventare una spia perfetta. Nel frattempo Jeanne era cresciuta: Etiopia, Finlandia, l’Aja. Si era guadagnata i gradi di esperta nell’Urss, e quando guidava la stazione in Gabon aveva ricevuto l’ordine di rientrare. Era il 1986, e le spie americane nel mondo sovietico cadevano come mosche: almeno otto erano state scoperte e giustiziate. La Cia non voleva credere di avere una talpa, ma la situazione era diventata troppo grave per non indagare. Così aveva dato l’incarico alla Vertefeuille, un pesce piccolo, nella speranza che trovasse le colpe altrove o fallisse.

Nella squadra investigativa era entrata anche Sandy, che ricorda l’ex boss come un incubo: «Tutta lavoro. Con lei non si poteva neppure parlare del tempo, e se ridevo con una collega sbatteva la porta. Una volta che era stata in vacanza le avevo consegnato una montagna di rapporti scritti in sua assenza, e l’unica cosa che seppe dirmi è che c’erano due errori di battuta». Però erano appassionate al loro lavoro, e la caccia alla talpa le aveva rese sempre più vicine.

Quasi inseparabili. Si parlavano in codice, ma l’indagine faticava a procedere. Finché un giorno un collega segnalò che Aldrich «Rick» Ames, capo del controspionaggio nella Divisione Cia dedicata al’Urss, aveva cambiato vita: villa da mezzo milione di dollari ad Arlington, Jaguar in cortile, spese pazze. Sandy, sposata con due figli, un tempo veniva in ufficio insieme a Ames, ma lo aveva messo in cima alla lista dei sospetti. La Vertefeuille era d’accordo, però mancavano le prove. Nel 1991, quando stava per andare in pensione, la frustrazione spinse Jeanne a chiedere ai superiori di poter lavorare solo su questo caso. 

Ottenne il permesso e nell’agosto dell’anno dopo scoprì che Ames riceveva soldi sul conto in banca ogni volta che incontrava un funzionario militare sovietico. Il 21 febbraio 1994 «Rick» era in manette, forse il caso più grave di tradimento nella storia della Cia. Andata in pensione, Jeanne è rimasta amica di Sandy, scrivendo insieme anche un libro di memorie. Poi si è ammalata, l’ottobre scorso. Sandy l’ha accompagnata dal dottore e l’ha accudita ogni giorno in clinica, dandole da mangiare, aggiustando il cuscino, portando le lettere dei colleghi. Fino al 29 dicembre scorso, quando il cancro al cervello che aveva colpito Jeanne l’ha uccisa. «Glielo dovevo come amica», ha confidato Sandy al «Washington Post», «ma non abbiamo mai più parlato di Rick. Era un lavoro finito».

Lascio il mio posto a chi ha famiglia" Rinuncia al trapianto e muore

La Stampa

Walter Bevilacqua, pastore tra le montagne dell'Ossola, aveva 68 anni. Al parroco disse: "Io sono solo, è giusto così".

renato balducci


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"Sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere". Walter Bevilacqua lo aveva confessato al parroco poco tempo fa. La morte l'ha colto durante la dialisi a cui si sottoponeva ogni settimana all’ospedale San Biagio di Domodossola. Il cuore ha ceduto durante la terapia e la bara è stata portata a spalle al cimitero dagli alpini di Varzo, penne nere come lui. Dietro al feretro, le sue sorelle Mirta e Iside: "Era proprio come lo descrivono: altruista, semplice. Un gran lavoratore. Sapeva che un trapianto lo avrebbe aiutato a tirare avanti, ma si sentiva in un’età nella quale poteva farne a meno. E pensava che quel rene frutto di una donazione servisse più ad altri" racconta Iside.

Una vita piena di sacrifici, così come quelle di altri pastori di montagna, stretti alla loro terra. Solitario e altruista, nel momento più delucatio della vita ha detto no al trapianto. "Sono in molti che aspettano quest’occasione. Persone che famiglia e più diritto a vivere di me. E’ giusto così" aveva detto, con quella naturalezza che l'ha sempre contraddistinto. Bevilacqua è morto pochi giorni fa a 68 anni, una storia venuta alla luce quando il parroco del paese, don Fausto Frigerio, l’ha raccontata in chiesa durante la messa, un esempio da affidare a tutti. Quella frase pronunciata tanto tempo prima, gli era rimasta impressa: "Me l’aveva detto durante una chiacchierata. So che l’aveva confidato anche a un conoscente con cui si trovava in ospedale per le terapie» racconta il prete.

E' questa la notizia che ha bucato il silenzio dell'Ossola, in una valle corridoio verso la Svizzera, a una manciata di minuti. Sui monti della valle Divedro, Walter Bevilacqua ha trascorso i suoi ann, allevato dal nonno Camillo, uomo di altri tempi, ligio alle regole, gran lavoratore. Da lui aveva imparato a non risparmiarsi mai, a non lamentarsi delle difficoltù di chi vive in quota. "Credo non abbia mai fatto le ferie" racconta chi lo conosceva bene. L’agricoltura e gli animali erano la sua passione. Il suo mondo era là, una fetta di terra strappata alla montagna che poco più in alto diventa spettacolo nella conca dell’alpe Veglia.

Pausa caffè a inizio turno? Indecorosa

Corriere della sera

Bocciato il ricorso di un poliziotto che di mattina aveva lasciato il posto di lavoro per recarsi al distributore automatico

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La pausa caffè del dipendente pubblico, soprattutto ad inizio turno, non è un diritto e non è decorosa. Lo sottolinea una sentenza del Tar di Trento che ha respinto il ricorso contro un provvedimento disciplinare preso dalla questura del capoluogo trentino nei confronti di un poliziotto che si era allontanato per alcuni minuti dal suo posto di lavoro per prelevare caffè e acqua dal distributore automatico.

PAUSA INDECOROSA - I giudici del tribunale amministrativo scrivono nella sentenza che «il ritiro di acqua e caffè dal distributore automatico non appare certo l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito ma solo un comportamento non conforme a canoni di diligenza e scrupolo professionale». I giudici del Tar aggiungono che «non sembra certo decoroso andare a prendere il caffè immediatamente all'inizio del turno, quando si presume che una persona abbia già fatto colazione».

Redazione Online17 gennaio 2013 | 13:17

Dentro il bunker di Hitler: le foto inedite di Life

La Stampa


Il dozzinale sofà a fiori, ancora coperto di sangue, dove il Fuhrer e la sua amante Eva Braun si tolsero la vita, esaminato dai corrispondenti di guerra. Un quadro del ’500 rubato da un museo di Milano abbandonato sopra una tanica di benzina. La scrivania coperta di carte. Il cappello con visiera del dittatore abbandonato per terra. Sono alcune degli scatti inediti pubblicati su Life.Time.com, ritrovati negli archivi della rivista, “catturati” dall’obbiettivo di William Vandivert, primo fotografo occidentale ammesso nei locali dove il Terzo Reich consumò le sue ultime, tragiche ore. 



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Australia, trovata pepita d'oro di 5 chili

Corriere della sera

In un sito aurifero vicino a Melbourne. Lo scopritore è un mister X

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In Australia un cercatore d'oro amatoriale ha trovato una pepita del peso di 5 chilogrammi grazie a un semplice metal detector. La pepita d'oro, dalla curiosa forma a "y" è stata scoperta mercoledì a poco più di 60 centimetri di profondità in quello che è ritenuto un sito aurifero vicino la città di Ballarat, a 110 chilometri da Melbourne. Il video con le immagini della pepita è stato postato su Youtube da un tale TroyAurum.

PEPITA D'ORO - La scoperta è stata confermata dal proprietario del Mining Exchange Gold Shop, il negozio che compera e rivende l'oro della città, Cordell Kent: «Tanta gente pensa che i giacimenti auriferi di Victoria siano esauriti e che non ci sia più nulla, ma (il cercatore) ha lavorato in un'area dove tantissimi avevano scavato in passato e la sua perserveranza è stata ripagata». Kent, che si sta occupando di trovare un compratore, ha spiegato che la pepita è tra le più grandi da lui mai viste e potrebbe fruttare al fortunato proprietario, rimasto anonimo, più di 230.000 euro.

Redazione Online17 gennaio 2013 | 11:57

Le aragoste? Mentre muoiono provano dolore

Corriere della sera

Non sono movimenti riflessi e automatici, ma espressioni di autentica sofferenza
Quando vengono immerse ancora vive nell'acqua bollente le aragoste soffrono, così come fanno i granchi e gli altri crostacei. La scoperta, pubblicata sul Journal of Experimental Biology, contraddice quanto si è creduto finora, ossia che i loro movimenti fossero semplicemente dei riflessi automatici.


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DOLORE - I ricercatori hanno osservato infatti il comportamento di granchi comuni sottoposti a una piccola scossa elettrica. «L'esperimento», ha detto Elwood Barry, «è stato progettato in modo da poter distinguere chiaramente le reazioni dovute al dolore da quelle generate da un movimento riflesso chiamato nocicezione».

NON È AUTOMATISMO - Quest'ultima è una reazione generata dalle terminazioni nervose periferiche. Mentre la prima è una reazione consapevole, la seconda è una sorta di automatismo. Finora si riteneva che i crostacei non provassero dolore, ma l'esperimento ha dimostrato che, dopo aver provato la prima scossa elettrica, cercano di nascondersi. Il risultato, affermano i ricercatori, non può non avere conseguenze sul modo in cui aziende alimentari e cuochi trattano granchi, gamberi e aragoste: «Contrariamente a quanto avviene per i mammiferi«, osserva il ricercatore, «per i crostacei non viene adottata alcuna forma di protezione nella convinzione che non soffrano, ma la nostra ricerca dimostra che le cose stanno diversamente».


Redazione Online16 gennaio 2013 (modifica il 17 gennaio 2013)

Costretti a delocalizzare in Vietnam» Il caso dell'italiana Coronet sul Wsj

Corriere della sera

L'ad Tagliarini: «I nostri clienti fuggono nel sud-est asiatico, non possiamo evitarlo. Il mercato in Italia è crollato»
Troppo presto per chiarire il futuro delle tre sedi di Coronet, azienda attiva nella produzione di pelle sintetica utilizzata nei settori della calzatura, della pelletteria e dell'abbigliamento. «Sto per andare in riunione per discuterne con il management, certo è che il mercato italiano è crollato», dice Jarno Tagliarini a Corriere.it. La sede operativa a Corsico, nel milanese. Due stabilimenti nel Lazio: uno a Cisterna di Latina, l'altro a Velletri. L'ultimo nel Guangdong a Huizhou, con oltre 300 addetti.


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L'INGRESSO IN VIETNAM - Ora - scrive il Wall Street Journal e conferma Tagliarini al Corriere - l'ipotesi di una prossima apertura in Vietnam, «Paese sufficientemente sviluppato a livello infrastrutturale e con un costo del lavoro più basso», ammette il manager. «Siamo costretti - rincara - perché tutti i calzaturifici nostri clienti stanno delocalizzando lì. E se vogliamo sopravvivere, mantenendo anche i livelli occupazionali in Italia (oltre cento addetti e un fatturato domestico da 12,5 milioni di euro, ndr) non abbiamo alternative. O investiamo nel sud-est asiatico o si muore».

GLI INVESTIMENTI - Il caso Coronet non è l'unico. Anzi, è preso a modello dal quotidiano americano per rilevare una tendenza sempre più diffusa. Che manda progressivamente in soffitta gli ultimi trent'anni di flussi d'investimento a livello globale. Dall'apertura al mercato di Deng Xiaoping la Cina si è trasformata in un'autentica piattaforma manifatturiera su scala mondiale. Attraendo gli investimenti diretti da parte delle aziende dei Paesi occidentali. La ratio è stata spiegata infinite volte dagli economisti e si origina da un costo del lavoro più basso, capace di far realizzare maggiori profitti. Ovvio che si tratti di prodotti a basso valore aggiunto, tendenzialmente semi-lavorati indicati per la sub-fornitura.

IL SETTORE - Il comparto calzaturiero è uno di quelli maggiormente interessati da questa migrazione di massa verso Paesi capaci di abbattere i costi di produzione. Finora era stata la Cina a fare la parte del leone. Ora anche il Paese del Dragone sta riconvertendo il proprio modello industriale su lavorazioni a più alto valore aggiunto. Non solo nel tessile, ma anche nell'elettronica di largo consumo. Il mercato domestico cinese cresce sempre più. Diventa più selettivo, i consumi si stanno orientando verso una maggiore ricerca del gusto e dell'eleganza per la crescita del potere di acquisto del ceto medio cinese.

E al contempo anche le pressioni sindacali si fanno sentire rivendicando aumenti salariali e così un costo del lavoro in progressivo aumento. Ecco perché per la prima volta dalla Grande Crisi gli investimenti diretti esteri verso la Cina nel 2012 sono scesi del 3,7%, una caduta che gli osservatori definiscono ciclica, ma che alcuni pensano sia l'inizio di un trend senza possibilità di inversione. Così la decisione di chi come la Coronet di puntare su Vietnam, Indonesia e Thailandia. «Per ora restiamo anche in Cina - spiega Tagliarini -. Il problema semmai è l'Italia, spero il prossimo governo capisca che senza una riduzione delle tasse la domanda interna non riparte e il rischio è chiudere». Con o senza Vietnam a farci restare a galla.


Fabio Savelli
FabioSavelli17 gennaio 2013 | 12:24

Dalla California i diritti digitali sul lavoro

Corriere della sera

Nella legge dello Stato americano uno stop ai capi che vogliono curiosare negli account dei dipendenti
MILANO - Chi ama squadernare la propria vita online, anche se nella cerchia ristretta degli amici, può tirare un sospiro di sollievo. Nessun datore di lavoro potrà mai intimargli di accedere al suo profilo Facebook, per poi incappare in quella foto dove appare visibilmente brillo; o in quel commento in cui si scaglia ferocemente contro qualche politico. Nessuno a un colloquio di lavoro potrà chiedergli di dare un’occhiata alle sue pagine private sui social network, magari con la scusa di vedere come gestisce la sua immagine, o perché servirebbe a valutarne le attitudini e predisposizioni.



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In California, nello Stato più progressista d’America, è da poco entrato in vigore il Social Media Privacy Act, una legge che tutela il diritto alla riservatezza dell’identità online di lavoratori e studenti. Le cui vite digitali sono sempre di più scandagliate da inserzionisti del web, agenzie di collocamento, reclutatori e potenziali boss. La legge californiana sancisce un limite: un conto è quello che si trova apertamente sul web (chiunque è libero di digitare un nome su Google e vedere cosa esce); un altro entrare in profili e account personali.

Negli Stati Uniti i più bersagliati sono i candidati a un colloquio di lavoro o i giovani che stanno facendo una iscrizione in una scuola. La nuova norma proibisce ad aziende, enti pubblici e università di pretendere la password della email e dei profili online di lavoratori e studenti. Nella definizione di social media sono inclusi Facebook, Twitter, ma anche blog, piattaforme di messaggistica istantanea, siti. La legge vieta ai datori di lavoro di accedere a quei profili anche in presenza del loro proprietario. E non possono rivalersi formalmente sui dipendenti che hanno opposto il rifiuto.

Il Social Media Privacy Act è considerato la legge più importante promulgata negli Usa a difesa dei diritti di lavoratori e studenti nei nuovi scenari digitali. Regolamentazioni simili sono passate anche in altri cinque Stati, dal Maryland al Delaware. Tuttavia non sono mancate le critiche: la legge prevede che il boss possa comunque accedere agli account privati nel caso di sospetta cattiva condotta del dipendente. Inoltre — fa notare la Aclu, storica associazione americana per i diritti civili — la legge non tutela i giovanissimi, gli studenti delle superiori, che sono più spesso vittima di richieste di accesso indebite da parte del personale della scuola.

Rimane aperta la questione degli apparecchi elettronici in dotazione ai dipendenti: su quelli il capo ha diritto a «entrare» perché aziendali, anche se spesso le condizioni lavorative fanno sì che vita professionale e personale si mischino indissolubilmente.

E in Italia? «Lo Statuto dei lavoratori vieta l’uso di apparecchiature per il controllo a distanza dei lavoratori, una norma in cui dovrebbe ricadere anche la questione del controllo dei profili social», commenta l’avvocato Francesco Paolo Micozzi. E prevede anche il divieto di indagini sulle opinioni politiche, religiose, sindacali, o comunque non attinenti al lavoro, di candidati a un posto e dipendenti.


Carola Frediani
16 gennaio 2013 (modifica il 17 gennaio 2013)

Don Riboldi: «I miei 90 anni di battaglie per un Sud sempre tradito»

Il Mattino
di Pino Neri


La festa del primo vescovo anticamorra

Acerra. Un pezzo di storia del Sud ha compiuto ieri 90 anni. Don Antonio Riboldi, classe 1923, povere origini dalla brianzola Triuggio, ha celebrato il suo compleanno nella casa dell’Umana Accoglienza, convento trecentesco nel centro storico di Acerra. In attesa della messa solenne in suo onore, programmata per domenica nel duomo, quello di ieri è stato un compleanno in stile frugale per il vescovo emerito di quest’antica diocesi, protagonista di indimenticabili battaglie contro mafia e camorra, sin dagli anni Cinquanta, dall’esperienza di sacerdote nel Belice. Da allora «don terremoto» (appellativo attribuitogli dopo le tante proteste in difesa dei terremotati del Belice) continua l’apostolato scrivendo libri e articoli, celebrando messa, partecipando a convegni, parlando dai microfoni delle radio nazionali.


CatturaDon Riboldi, quale Acerra, quale hinterland vede, oggi?
«Al Sud si fanno sempre tante promesse di sviluppo che rimangono sempre lettera morta, campate in aria, costringendo questa gente generosa a una continua emigrazione da una terra piena di potenzialità inespresse a causa dell’assenza di occasioni. Qui avevano promesso il polo chimico, la Montefibre, chiusa da anni, un altro progetto campato in aria. Qui avevano promesso il polo pediatrico stanziando 7 miliardi di lire, che sono rimasti lì, a Roma. Il progetto non è mai decollato a causa delle incompatibilità ambientali, al problema dell’inquinamento».

Tanti problemi per tante battaglie, una vita di battaglie… «È dal 1978 che sono qui. Paolo VI mi ha voluto qui, dove mancava il vescovo da 12 anni. Ad Acerra veniva una volta a settimana il vescovo di Nola. Venivo dalla Sicilia, dove sono stato venti anni e dove ci fu un grave terremoto. Tentai di aiutare la gente a una ricostruzione possibilmente rapida, veloce, conoscendo i tempi lunghi dello Stato. Ho fatto sentire tanto la mia voce che mi hanno chiamato don terremoto. Ricordo che sette anni dopo il sisma portai a Roma 50 bambini del Belice. Incontrammo le massime autorità dello Stato: Saragat, Leone, Moro».

Quindi, Acerra, nel ’78... «La gente mi accolse in un modo incredibile. Dovetti subito fare comunione con il clero, promuovere gli incontri con i laici. È cosi che nacquero le giornate dell’aggiornamento, i ”Convegni di Settembre”, un grande evento di fede a cui una volta partecipò il mio grande amico Carlo Maria Martini, all’epoca già arcivescovo di Milano. Ad Acerra mi disse: ”Magari avessi queste possibilità a Milano”. Ma i primi tempi il grande pericolo di Acerra era la presenza della camorra».

Già, la camorra, lei è stato anche sotto scorta, qui, per molto tempo... «Il capo indiscusso era un certo Nicola Nuzzo, detto “carusiello”. Non fu facile scuotere la paura della gente. Occorreva togliere il mito della camorra, che ne impediva ogni possibilità di progresso. Per questo ci fu un’implacabile battaglia. Che portò i suoi frutti».

Lei parlò a Cutolo e a Nuzzo...
«Si. Andai a trovare Cutolo in carcere, un pomeriggio della domenica di Pasqua. Gli parlai a lungo ma lui non indietreggiò, non lo persuasi. Poi, una notte, parlai per tre ore di fila con Carusiello, che era in ospedale. Alla fine Nuzzo mi chiamò per dirmi che scioglieva il suo gruppo. Fuori lo seppero i camorristi, che lo uccisero».

Tanti sforzi e tanti rischi. Cosa pensa di aver lasciato alla gente di qui?
«Credo di aver lasciato un buon segno in questa diocesi, piena di grandi energie che aspettano solo l’occasione di esplodere. Peccato che di grandi occasioni ne arrivano poche. Volendo dare un giudizio sulla Chiesa di Acerra devo dire che è gente veramente generosa. Mi ha concesso tutta la fiducia possibile e gliene sono grato. Questa fiducia può ancora oggi creare un volto stupendo di Chiesa alla pari con la Chiesa dell’Italia intera».

giovedì 17 gennaio 2013 - 09:09

Sbancava slot machine grazie ad app su iPhone, denunciata nel cuneese

Il Messaggero


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CUNEO - Grazie ad un iPhone otteneva frequenti vincite alle slot machine. Una donna cinese è stata denunciata per fronde informatica dai carabinieri di Corneliano d'Alba, nel cuneese.

Bottino da 10mila euro.
Sul telefono, che è stato sequestrato, era stata installata una applicazione che interagiva con il software delle macchinette così da alterare le vincite. In poco tempo, la donna era riuscita a guadagnare così 10 mila euro. Già a dicembre i carabinieri avevano denunciato due cinesi dotati di analogo software.


Mercoledì 16 Gennaio 2013 - 15:13
Ultimo aggiornamento: 15:14

Con Lincoln resuscita un'epoca: quando Spielberg fa sul serio

Il Messaggero
di Fabio Ferzetti

Il presidente più amato della storia Usa in un ritratto sfaccettato e profondo. Che non nasconde le bassezze del politico, ma esalta la grandezza della sua battaglia antischiavista


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Come un autodidatta venuto dalle campagne del Kentucky cambiò la storia del mondo. E un regista sinonimo di spettacolo dedicò alla sua impresa unfilm sorprendente, controllatissimo, tutt’altro che facile. Attento a pesi e contrappesi del racconto almeno quanto Lincoln e i suoi successori dovettero esserlo a quelli della democrazia. Nessuno ha mai raccontato la politica quanto il cinema Usa. Eppure il Lincoln di Spielberg (in sala dal 24), re del cinema di genere se mai ve ne furono, non usa nessuno dei trucchi con cui per decenni la vita politica americana è stata semplificata, accelerata e lucidata ad uso del grande pubblico, ma scolpisce un film storico sfaccettato e problematico addosso alla vibrante performance di Daniel Day- Lewis e alle sottigliezze del copione di Tony Kushner (il commediografo di Angels in America, già complice di Spielberg in Munich).

Che non fa nulla per rendere più facile la sfibrante battaglia parlamentare con cui Lincoln riuscì a imporre il 13mo emendamento, abolendo lo schiavismo e vincendo al tempo stesso la lunga e sanguinosa guerra civile (le due cose non andavano affatto di conserva: anzi, come il film non si stanca di ripetere, anche gli alleati di Lincoln erano certi che la causa antischiavista avrebbe complicato e prolungato la guerra). Ma al tempo stesso toglie dal piedistallo il presidente più venerato della storia Usa per farne una figura umanissima e vulnerabile, padre e marito in ansia oltre che politico insuperabile. Ma soprattutto spregiudicato, come vediamo in questo film che si concentra sui suoi ultimi mesi di vita, nel 1865. Dando per scontate molte, forse troppe cose per la platea internazionale.

SPREGIUDICATO Tutto è lecito infatti per ottenere la vittoria: Lincoln ha bisogno di 20 voti e non si fa scrupolo di comprare deputati elargendo cariche e favori. Anzi mobilita un colorito plotone di mestatori che batte le retrovie democratiche e i repubblicani conservatori convincendo gli incerti con argomenti molto concreti. Anche se tocca al presidente motivare i suoi, troppo inclini a temporeggiare, urlando l’importanza storica del momento in una delle rare scene madri («Noi siamo sul palcoscenico del mondo, adesso! La dignità della specie umana è nelle nostre mani, non solo per chi è vivo ora ma per chi ancora deve nascere»!).

Mettere l’accento sulla battaglia anti-schiavista significa anche andare orgogliosamente contro il revisionismo che oggi sposta le cause della Guerra di Secessione verso temi più astratti. Ma Spielberg non si concede un grammo di retorica. L’orrore per il razzismo di Lincoln è scritto nei suoi rapporti con i domestici di colore, nella semplicità appena venata di imbarazzo con cui ascolta due soldatini neri recitargli a memoria il discorso di Gettysburg, in quel figlioletto adorato che si addormenta sulle fotografie dei coetanei di colore in vendita (600 dollari per un bambino schiavo, 700 se ne compri due), e poi ha gli incubi. O in quel sogno angoscioso che solo la moglie di Lincoln sa interpretare, e vede il presidente tutto solo su un vascello lanciato a gran velocità verso la costa.

PARRUCCHE
Una delle poche scene visionarie di un film giocato con intelligenza sulla coralità. La grandezza di Lincoln - la sua umanità - sta infatti anche nella complessa rete di relazioni, familiari, politiche, sociali in cui vive. E ricordiamo almeno le scenate ricorrenti della moglie (grande Sally Field), ancora minata dal dolore per la morte di un figlio piccolo e incapace di capire la freddezza solo apparente del marito. O il memorabile personaggio di Tommy Lee Jones, alleato del presidente, che col suo fervore giacobino filo-afro rischia a ogni passo di compromettere la causa.

Mentre il Lincoln di Day-Lewis, sfinito ma penetrante, non perde occasione per conquistare (o esasperare) gli astanti dispensando aneddoti, citazioni e storielle salaci (doppiaggio acrobatico di Pierfrancesco Favino). Anche se la battuta migliore, per ironia e consapevolezza umana e politica, spetta a Tommy Lee Jones: «Questa è la faccia di un uomo che si è battuto a lungo per il popolo senza avere simpatia per il popolo. E senza parrucca è anche peggio».


LINCOLN
Storico, USA, 150’
di Steven Spielberg, con Daniel Day- Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones David Strathairn, Joseph Gordon-Levit


Mercoledì 16 Gennaio 2013 - 14:59
Ultimo aggiornamento: 15:11

Vibratore e penna usb: il sex toy Duet lux è due volte utile

Il Messaggero


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ROMA - Stravagante e doppiamente attenta a soddisfare i bisogni di chi l’acquista, l’ultima invenzione della Crave, l’azienda specializzata nella produzione di sex toy, è una comune USB pendrive che all’occorrenza si trasforma in un elegante, bizzarro, compatto stimolatore clitorideo da infilare in borsetta. Sembrerà forse ridicolo, ma l’azienda ha ideato questo vibratore USB, che si chiama Duet Lux, pensando al concetto generale di privacy: dai documenti e file elettronici che solitamente memorizziamo ogni giorno in pennette USB a quello della sessualità, del modo di vederla e soprattutto viverla. Quattro velocità e quattro pattern per la vibrazione, disponibile in versione da 8 o 16 Gb e ricaricabile attraverso una porta USB. Tre le versioni disponibili, due di queste superlussose sfoggiano delle parti in oro puro a 24 carati. Eleganza, tecnologia, utilità e sessualità in un accessorio che costa dai 114 ai 257 euro.


Mercoledì 16 Gennaio 2013 - 16:15    Ultimo aggiornamento: 16:33

Usato sicuro, ma i difetti emergono con la prima manutenzione. Non è detto che la garanzia sia scaduta

La Stampa


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Dopo 15 giorni il veicolo aveva dato problemi, ma solo col preventivo per la riparazione si era compreso il problema, e due giorni dopo era partita la lettera al venditore. Tempi rispettati, perché non si può spingere il danneggiato ad azioni generiche o suscettibili di rivelarsi infondate.  La distinzione può ‘salvare’ la garanzia a tutela del compratore, ben oltre il limite degli otto giorni fissati per l’azione nei confronti del venditore (Cassazione, sentenza 19922/12).

Vale ancor più quando in ballo c’è un’automobile che, presentata come in «ottimo stato», rischia di lasciare in panne il nuovo proprietario, che l'aveva acquistata con la garanzia dell’«ottimo stato della vettura», testimoniato anche dal fatto che «il motore era stato completamente revisionato, la settimana precedente, da meccanico di fiducia del venditore». Ma alla prima manutenzione, effettuata da un’officina autorizzata, si scopre la verità: la vettura ha alcuni vizi, che obbligano il nuovo proprietario a sborsare quasi 2 milioni di lire. Il compratore – che ha versato un milione e mezzo di lire in contanti alla consegna, e deve saldare il conto con dieci vaglia cambiari – mira alla «riduzione del prezzo» e al «risarcimento del danno».

Per la Cassazione, non si può spingere il danneggiato a «proporre, senza la dovuta prudenza, azioni generiche a carattere esplorativo o comunque suscettibili di rivelarsi infondate», sicché «la conoscenza completa, idonea a determinare il decorso del termine» in materia di garanzia «dovrà ritenersi conseguita, in assenza di convincenti elementi contrari anteriori, solo all’atto dell’acquisizione di idonei accertamenti tecnici».

I giudici pongono in evidenza «la distinzione tra piccoli inconvenienti, subito riscontrati, ed inconvenienti più gravi». Non si può trascurare che «un piccolo inconveniente non si traduce in un vizio denunciabile, e solo la certezza oggettiva di un difetto legittima la denuncia». Ecco perché, quindi, la decisione, sfavorevole all’istanza del compratore, deve essere rimessa in discussione: toccherà ancora ai giudici di Appello affrontare la questione e valutare meglio l’applicazione dei termini per la validità della garanzia.

Fonte: http://www.dirittoegiustizia.it/

Decolla il drone della Nasa contro la febbre della Terra

La Stampa

Oggi la prima missione: “Vapore acqueo e ozono protagonisti del riscaldamento globale”

gabriele beccaria


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«Global Hawk» decollerà oggi per la prima volta. «Griffato» Nasa, si arrampicherà fino a 15 mila metri d’altezza e per 30 ore farà funzionare a tutto regime 11 strumenti per analizzare nuvole, gas e temperature, in un habitat straordinariamente vicino a noi, eppure straordinariamente sconosciuto. Obiettivo: capire qualcosa di più dei meccanismi che stanno riscaldando e alterando la Terra e inducono quella febbre che crea disastri a catena. Ferendo la natura e facendo sempre più male all’uomo.

Di riscaldamento globale - ormai si sa - si muore. Mentre Pechino è prigioniera della più estesa nuvola nera di sempre, un concentrato di veleni che ha sforato tutti i possibili parametri, si cominciano a stilare macabre contabilità e anche futuribili contromisure. Decine di milioni di persone - è stato calcolato - potrebbero essere risparmiate da siccità e inondazioni nei prossimi decenni se la lotta all’effetto serra metterà in campo iniziative concrete entro tre anni. Altrimenti si prevede una catastrofe globale per il 2050, sostiene l’ultimo studio sul tema, quello dell’Università britannica di Reading, pubblicato su «Nature Climate Change».

E dopo i ripetuti fallimenti delle trattative internazionali a impegnarsi è il neoeletto Barack Obama. Se il 2012 sarà ricordato come l’anno più caldo di sempre e negli Stati Uniti è stato segnato dallo schiaffo di Sandy, il primo uragano della storia ad aver mandato in blackout New York e parte del New Jersey, il Presidente riscopre la vocazione «green» che l’aveva lanciato verso la Casa Bianca quattro anni fa e dal suo staff è filtrata l’indiscrezione che «sta seriamente considerando un vertice sull’emergenza climatica». L’annuncio potrebbe arrivare a breve, in vista del Discorso sullo Stato dell’Unione, il tradizionale appuntamento davanti al Congresso.

È questo l’intreccio disorientante di notizie, allarmi e promesse ed ecco perché la Nasa non poteva scegliere momento migliore per lanciare il drone. Invece di fare la guerra ai talebani, dovrà fare breccia in ancora vaste aree di mistero. Alcune, fondamentali, riguardano i contenuti di vapore acqueo e le concentrazioni di ozono e le loro interazioni nella stratosfera, vale a dire il secondo strato in cui è tradizionalmente divisa l’atmosfera e che si estende tra i 15 e i 50 km d’altezza: la missione Attrex (acronimo di Airborne tropical tropopause experiment) esplorerà i cieli irrequieti che sovrastano il Pacifico tropicale e analizzerà le reazioni chimiche al confine tra stratosfera e troposfera sottostante, cioè il guscio d’aria che ci sigilla: nota come tropopausa, è questa sottile striscia l’habitat dove molti «ingredienti» base di ciò che respiriamo si uniscono, si scontrano e reagiscono, condizionando le variazioni climatiche del Pianeta.

Partendo dalla base di Edwards in California, «Global Hawk» si intrufolerà proprio là, con una serie di spedizioni fino al 2014, e raccoglierà dati su dati sui processi che fanno dell’ozono un elemento bifronte - temibile gas serra alle quote più basse e benevolo schermo protettivo contro le radiazioni UV alle quote più alte - e del vapore acqueo il fattore scatenante di quelle metamorfosi. «Disporremo finalmente di misurazioni accurate», ha dichiarato il responsabile del progetto, Eric Jensen, aggiungendo che è stato scelto questo periodo per le caratteristiche fredde e particolarmente secche e, quindi, più interessante da indagare. L’anno prossimo altri voli verranno realizzati sopra l’Australia e Guam e - spiegano i ricercatori dell’Ames Center della Nasa - per allora si avrà qualche arma in più contro l’effetto serra.

Addio Conrad Bain, il papà di Arnold

Corriere della sera

L'attore, 89 anni, è conosciuto come il signor Drummod



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E' morto all'età di 89 anni Conrad Bain, conosciuto in Italia per il ruolo del signor Drummond nel telefilm 'Il mio Amico Arnold', successo televisivo degli anni '80. Bain, ha fatto sapere la famiglia, è morto per cause naturali. Todd Bridges che interpretava il figlio adottivo maggiore, Willis, ha commentato: "Sono molto triste per la sua morte. Dovevamo festeggiare presto i suoi 90 anni. Per me è stato una figura paterna, non solo nel telefilm".

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Il quoziente d'intelligenza? Un mito da sfatare

Corriere della sera

Capacità del cervello multiformi e difficili da giudicare. Ricerca sulle capacità matematiche dei bambini

MILANO - Avete provato, magari per semplice curiosità, a sottoporvi ai test per misurare il quoziente intellettivo e il risultato è stato deludente? Non vi demoralizzate, il QI è una "leggenda" che sarebbe ora di sfatare. Parola di Adrian Owen del canadese Western's Brain and Mind Institute, che in uno studio pubblicato sulla rivista Neuron (dall'assai suggestivo titolo "Fractionating human intelligence") ha "fatto a pezzi" il mito del QI attraverso la più ampia indagine mai svolta sull'argomento.


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STUDIO ENORME – Owen ha infatti coinvolto oltre 100mila persone da tutto il mondo, che hanno preso parte allo studio partecipando attraverso il web; tutti hanno eseguito 12 test cognitivi per indagare memoria, ragionamento, capacità di pianificazione e attenzione, associati a un questionario che indagava abitudini, stile di vita e situazione socioeconomica e familiare. «Siamo rimasti davvero colpiti dal grado di partecipazione: pensavamo che all'appello online avrebbero risposto poche centinaia di persone, invece in migliaia hanno aderito, di ogni età e matrice culturale, da ogni parte del

mondo», riferisce Owen, sottolineando che questo naturalmente dà "forza" ai risultati ottenuti. Che sono, in effetti, abbastanza eclatanti: «Nessuna componente da sola, tantomeno l'IQ, può spiegare tutte le capacità e l'"intelligenza" di un soggetto - spiega il ricercatore -. Dopo aver esplorato una tale mole di abilità cognitive, possiamo dire che le variazioni nelle performance sono imputabili a tre distinte componenti, ovvero la memoria a breve termine, il ragionamento e la capacità di verbalizzazione. Misurare l'intelligenza con un singolo test, qualunque esso sia, può dare perciò risultati fuorvianti».

INFLUENZA SUL CERVELLO – Il ricercatore ha anche sottoposto alcuni soggetti a risonanza magnetica funzionale, osservando che le differenze nelle abilità cognitive hanno "sede" in distinti circuiti cerebrali. Inoltre, avendo a disposizione dati così numerosi, è stato possibile valutare quanto alcuni elementi come l'età e il sesso o abitudini come il gioco al computer possano influenzare le funzioni cerebrali: l'avanzata degli anni ad esempio incide sul ragionamento e la memoria, il fumo impatta negativamente sulla capacità di verbalizzazione e la memoria a breve termine, l'ansia mina "solo" la memoria a breve termine.

«Il cosiddetto "Brain training" sembra invece non avere alcun effetto sulla funzionalità del cervello, mentre i videogiochi parrebbero favorire il ragionamento e la memoria a breve termine», specifica Owen, che sta continuando lo studio con nuove versioni dei test. Si può partecipare andando sul sito www.cambridgebrainscience.com/theIQchallenge; basta registrarsi per far parte del nuovo studio, le cui finalità però non sono state rese note dagli autori per evitare che i risultati dei test possano essere falsati dalle aspettative dei partecipanti.

MATEMATICA – E mentre Owen continua le sue ricerche, un altro studio conferma che l'IQ è stato forse sopravvalutato: uno psicologo dell'università di Monaco, Kou Murayama, ha appena dimostrato che essere bravi in matematica non dipende dall'IQ, ma da quanto si è motivati a imparare numeri e operazioni. Murayama ha studiato oltre 3.500 bambini delle elementari, scoprendo che l'intelligenza conta nei traguardi matematici che si raggiungono ma solo all'inizio, quando si apprendono le prime competenze nella materia; più avanti quel che serve per avere buoni voti è soprattutto una buona motivazione, associata magari all'autostima e a capacità di studio che devono essere favorite dagli insegnanti.

«Motivare i bambini e interessarli alla materia è uno dei modi migliori per farli progredire nello studio. Vale per la matematica ma, probabilmente, anche per le altre materie», dice il ricercatore. Salvo ulteriori smentite, quindi, chi non è iscritto al Mensa (il "club dei cervelloni" che fanno parte del 2 per cento della popolazione con quoziente intellettivo più alto) può tirare un sospiro di sollievo: il QI conta, ma (forse) non troppo.


Elena Meli
17 gennaio 2013 | 8:35

Minori a rischio, vittime di ciberbullismo e tentati da gioco d'azzardo e fughe da casa

Corriere della sera

Presentata la ricerca di Erispes e Telefono Azzurro sui «cittadini (fragili) di domani»: uno su 20 cerca online metodi di suicidio

Sono attratti dal gioco d'azzardo fin da piccoli. Non riescono a staccarsi da tv, internet e cellulare: sono in rete anche oltre 4 ore al giorno e sul web cercano siti che esaltano violenza, razzismo, anoressia e suicidio. Scambiano tra di loro sms, mms o video a sfondo sessuale (sexting), ma sulla rete sono anche vittime di cyberbullismo. In casa soffrono la crisi, tanto che uno su tre ha deciso di rinunciare alla paghetta. Hanno già imparato a conoscere la violenza, soprattutto verbale, nei rapporti di coppia e due su tre ammettono di bere alcolici. Nel 2012, infine, quasi il 30% è scappato di casa.

Sono i «cittadini (fragili) di domani» e a delinearne il profilo è l«'Indagine conoscitiva sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza» presentata a Roma da Telefono azzurro ed Eurispes. Queste generazioni «contano poco nelle scelte politiche e negli investimenti», ha sottolineato il presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo: nella «battaglia» elettorale «non è stato mostrato nessun interesse per loro, perché non votano: il paese assegna ai bambini il debito quando nascono, ma non la capacità di costruire il futuro». Nella nostra società, ha osservato il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, «domina il timore per il futuro e la sensazione che non ci siano prospettive. I ragazzi vivono l'oggi ma faticano a immaginare il domani».


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ALLARME GIOCO D'AZZARDO - L'8% dei bambini tra i 7 e gli 11 anni gioca a soldi online. Il 15,3% scommette soldi offline: solo il 74,1% dichiara di non averlo mai fatto. Giocano a soldi online e offline anche, rispettivamente, il 12% e il 27% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni. I maschi sono i più a rischio dipendenza e, in generale, a un adolescente su quattro tra quelli che giocano capita a volte di perdere molti soldi.

SEXTING, 1 SU 4 VITTIMA DI CYBER-BULLI - Il 23,6% dei ragazzi ha trovato sul web pettegolezzi o falsità sul proprio conto; uno su 5 sue foto imbarazzanti. Il tutto mentre in rete aumentano i casi di 'sexting': oltre un adolescente su 4 (25,9%) ha ricevuto un sms, un mms o un video a sfondo sessuale, nel 2011 la percentuale si era fermata al 10,2%. Solo il 12,3% (6,7% nel 2011) degli adolescenti ammette di aver inviato materiale a sfondo sessuale non vedendoci nulla di male (41,9%).

FUGHE DA CASA, SCAPPA UN RAGAZZO SU 3 - Nel 2011 se n'era andato il 9,6% degli adolescenti, nel 2012 quasi il 30%. Il motivo principale è il contrasto con i genitori; la fuga dura qualche ora (47,3%) e i giovani decidono da soli di tornare a casa (67,2%).

LA CRISI IN CASA, TAGLI SU PAGHETTA - Un adolescente su due (50,1%) e il 28,7% dei bambini affermano che la propria famiglia è stata colpita dalla crisi: i ragazzi ammettono che in casa ci sono difficoltà ad arrivare a fine mese (26,1%) e si è più attenti sulle spese per cibo e vestiti (48,4%) o sugli extra (59,2%), tanto che il 33,7% ha rinunciato alla paghetta. Vista la situazione attuale temono per il loro futuro: la paura di non trovare lavoro da adulti è largamente diffusa, solo il 18,2% dice di non averla. 64%

ALCOLICI - Cominciano a bere già nel periodo della scuola media (65,7%), ma il 21,1% degli intervistati aveva meno di 11 anni quando ha bevuto il primo drink.

UNO SU 3 MALTRATTATO DA PARTNER - Si chiama «dating violence» e registra la presenza di violenza fisica e verbale all'interno delle giovani coppie: al 29,1% dei ragazzi è successo che il proprio partner urlasse contro di lui, uno su cinque (20,9%) invece è stato insultato. Il 5,4% dichiara che il partner ha minacciato di picchiarlo. «Questo fenomeno, assieme al consumo di alcol e al gioco d'azzardo, sono sottovalutati», ha denunciato la vice capo del Dap, Simonetta Matone.

SUL WEB CERCANO METODI SUICIDIO - Un adolescente su 20 ha cercato online siti che esaltano il suicidio; i ragazzi accedono anche a siti che incitano a violenza (19,3%), reati (12,1%), razzismo (13,1%) e anoressia (9,9%).

DUE SU TRE A RISCHIO CYBER DIPENDENZA - Il 68,7% non riesce a staccarsi da internet quando richiesto. Il 95,7% naviga tutti i giorni, il 16,2% anche per più di 4 ore. Idem per il cellulare, usato dal 40,5% per più di 4 ore. Senza internet il 38,4% dei ragazzi avrebbe paura di non riuscire a conoscere nuove persone, il 22% si sentirebbe tagliato fuori dal gruppo di amici. A scuola invece si naviga poco: pur avendo gli strumenti a disposizione, denunciano gli intervistati, il 46,2% degli adolescenti dice di non aver mai usato internet nell'ultimo mese con un insegnante.



Telefono Azzurro: ecco i rischi che corrono i più piccoli (17/01/2013)

Redazione Online16 gennaio 2013 (modifica il 17 gennaio 2013)

Vincono i vescovi, l'Enoteca Marcucci sloggia

Corriere della sera

La sentenza di sfratto è stata confermata dalla Corte d'Appello di Firenze. Costrette a traslocare anche 100 mila bottiglie

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FIRENZE – Ha vinto l’Arcidiocesi: l’Enoteca Marcucci, la più blasonata della Versilia, deve sloggiare dalla vecchia sede con tutto il prestigioso armamentario: più di centomila bottiglie di vino preziosissimo. Lo hanno deciso i giudici della sezione civile della Corte d’Appello di Firenze che hanno confermato la sentenza di primo grado del giudice di Viareggio. Sotto shock il proprietario del locale, Michele Marcucci: «La stagione è saltata e non so più neppure se riuscirò a riaprire. Credo che sia un danno non solo per me, ma per tutta la Versilia». Critico con i giudici fiorentini l’avvocato del patron, Alfredo Malfatti: «Dopo che un collegio di tre magistrati aveva dimostrato la non validità della sentenza di sfratto, adesso quella stessa decisione diventa legittima, anzi la più bella del mondo. Non riesco a capire come sia potuta accadere una cosa del genere. Comunque aspettiamo le motivazioni ed eventualmente faremo ricorso in Cassazione».

BOTTIGLIE - Il ricorso comunque non fermerà lo sfratto. E dunque Marcucci dovrà trasferire quanto prima le centomila bottiglie tra le quali un Mouton del 1945, rosso di Bordeaux da 10 mila euro, Dom Pérignon del 1995 (12 mila euro) un Krug collezione 1964 magnum da 11 mila euro e la Tache (Romanè Conti) del 1979 valutata almeno 15 mila euro, tanto per citarne alcune. Tra i frequentatori abituali dell’Enoteca Montezemolo, Moratti, Armani, Bocelli, Renato Zero, Guerritore lo stilista anglosassone Paul Smith, Botero, Mitoraj, la famiglia Barilla. E ancora da scrittori come Saviano, Ken Follett, Veronesi, Sveva Casati Modignani, Giorgio Faletti, Crepet e persino dal premio Nobel della letteratura, Vargas Llosa. Libagioni super partes hanno coinvolto politici di destra e sinistra, come il ministro La Russa e l’esponente del Pd Dario Franceschini.

Marco Gasperetti
16 gennaio 2013 | 20:08

Gli amici: Aaron Swartz ucciso dall'ottusità

Corriere della sera

Il padre del genio ribelle: «Vittima della giustizia americana»
dal nostro inviato MASSIMO GAGGI

HIGHLAND PARK (Illinois) - «Aaron non è morto suicida. È stato ucciso da un governo ottuso e tradito da un'università che l'ha fatto perseguire per sottrazione fraudolenta di "paper" accademici, anche se il Mit dovrebbe essere uno dei più grandi templi della diffusione del sapere». Robert, padre di Aaron Swartz, il genio della Rete, ideatore del sistema Rss e cofondatore di Reddit, parla con voce profonda, calma, durante la cerimonia funebre per il figlio, toltosi la vita venerdì scorso a New York. Siamo in un piccola sinagoga di mattoni rossi ad Highland Park una cittadina residenziale sul lago Michigan, a metà strada tra Chicago e Milwaukee.

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Fuori ci sono molte auto nere della polizia e diverse pattuglie di attivisti di Anonymous e i simpatizzanti della battaglia di Swartz per un «open access» libero e universale: idee da vero «guerrigliero digitale», anche a costo di forzare i sistemi informatici di sicurezza e di mandare in soffitta il concetto di proprietà intellettuale. Ragazzi che sono venuti a dare una loro testimonianza, dopo l'enorme emozione per il gesto disperato di Aaron che si è tolto la vita schiacciato tra la depressione e la prospettiva di finire in carcere, stritolato da un sistema giudiziario che ha trattato un ribelle idealista come il peggiore dei criminali.

Che ha trasformato l'applicazione di un principio in sé giusto in una vera persecuzione. Ma la gente è lì anche per fare da cordone di protezione contro la Westboro Baptist Church: una chiesa - in realtà una setta estremista - che aveva minacciato di turbare il funerale manifestando contro la memoria di Aaron, bollato come «uno di quei cybercriminali che sono l'ultima faccia della sfida blasfema dell'uomo a Dio». Ma i disturbatori non arrivano e, nella sinagoga, famiglia e amici possono celebrare il loro dolore infinito e l'incredulità per questa vicenda che sta trasformando un ragazzo straordinario e fragile nel primo martire dell'era digitale.

È già così sulla Rete, dove da giorni infuriano le accuse contro i giudici, lo Stato e tutte le «istituzioni conservatrici» che difendono il vecchio ordine, dall'università ai media tradizionali. Anche la cerimonia contribuisce all'immagine del martirio, ma nelle parole di Robert, degli amici, dei professori, della fidanzata, c'è più sconcerto che rabbia. Non una ribellione antisistema, ma lo stupore di una comunità progressista davanti allo Stato faro della democrazia nel mondo che si dimostra feroce, incapace di applicare con equilibrio leggi vecchie e generiche che lasciano ai magistrati (in teoria anche loro progressisti) enormi margini per interventi discrezionali.

Certo, con la morte di Aaron torna in primo piano la disputa sul copyright: la battaglia tra i difensori della legalità, dei diritti di proprietà intellettuale e gli attivisti della Rete che vogliono smantellare il sistema, imporre una rivoluzione culturale in un sistema che giudicano irriformabile con gli strumenti tradizionali. Gli amici che hanno condiviso con lui queste battaglie ricordano adesso la sua passione, l'impegno a battersi per l'«open access» sempre e ovunque, il suo desiderio di aprire la strada a nuovi paradigmi, di diventare una specie di prototipo di un nuovo tipo di intellettuale pubblico: «Aveva mille idee», ricorda uno di loro, «voleva trasformare anche la politica, ma senza approcci ideologici. Il suo era un atteggiamento da "computer scientist". Aveva visioni come quella delle "robo-polls", sondaggi automatici, affidabili e a basso costo che potrebbero cambiare le nostre vite e la democrazia. E voleva partire subito. Era febbrile, impaziente, questo il suo problema».

Tutti sanno che Aaron era psicologicamente fragile. Aveva grandi idee, ma era anche depresso. Pensava alla velocità della luce, ma quando si fermava a riflettere scopriva di aver commesso errori più o meno gravi. «Come quando - ricorda un suo professore - due anni fa definì un assassino, uno dei partecipanti a una mia iniziativa culturale. Ci rimasi malissimo e glielo dissi. Lui mi scrisse, disperato, ammettendo di aver sbagliato: "Un eccesso di zelo nel mio frenetico tentativo di difendere la mia totale indipendenza di giudizio", provò a spiegarmi». Un aneddoto che rende bene la psicologia di questo innovatore e attivista passato per «hacker» agli occhi degli inquirenti. Uno che la legge l'ha violata più volte, entrando nei sistemi di certificazione pubblica e poi negli archivi del Massachusetts Institute of Technology, ma per aprirli a tutti, per offrire documenti federali gratis, anziché costringere gli utenti a pagare una, pur minima, tariffa. Una specie di Robin Hood delle tecnologie informatiche, insomma, non un ladro d'identità.

Certo, se rubi maglioni in un negozio quel gesto resta un reato e può portarti in prigione anche se l'hai fatto per regalarli agli «homeless». E adesso non è da escludere il rischio che la vicenda di Swartz - che agli occhi di Lawrence Lessig, il docente di Harvard massimo teorico della demolizione del copyright, è già «un'icona e un esempio» - venga utilizzata strumentalmente da chi vuole condizionare il futuro digitale in modo assai meno disinteressato. Ma, ascoltando il racconto della famiglia e degli amici, non si può non essere colpiti dalla distanza tra gli errori, la foga di questo giovane genio informatico e l'ottusa risposta di un sistema giudiziario che ha applicato una legge troppo generica che risale agli anni Ottanta. Ma nel Paese in cui, come ha ricordato in lacrime la fidanzata di Swartz, Taren, vengono emesse le condanne al carcere più dure del mondo, i magistrati di Boston non hanno mostrato flessibilità, non hanno cercato di capire.

Altri geni, ha ricordato papà Robert - da Steve Jobs a Mark Zuckerberg, hanno ammesso di aver trasgredito qualche norma nella loro vita turbinosa, ma l'hanno fatta franca. Aaron ha, invece, trovato magistrati per i quali «un furto è sempre un furto, che sia fatto col computer o con un piede di porco» e che, davanti al timore di un suicidio dell'imputato, hanno suggerito la «profilassi» dell'incarcerazione. «Aaron» ricorda ora il suo avvocato, «voleva andare al processo di aprile con un'arringa sullo spirito della rivoluzione americana da pronunciare lì, in quel tribunale affacciato sulla baia di Boston. Ma non ce l'ha fatta».

Massimo Gaggi
16 gennaio 2013 | 11:51

Messo nel tritacarne»: il direttore di Gay.it rinuncia alla candidatura nella lista Monti

Corriere della sera

Il candidato «mancato: «Campagna mediatica portata avanti in questi giorni ai miei danni soprattutto da Libero»

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Travolto dalle polemiche. Alessio De Giorgi, direttore di Gay.it, rinuncia alla candidatura con la lista Monti. Sul suo sito è lo stesso De Giorgi a comunicare «la decisione sofferta di voler rinunciare alla candidatura al Senato della Repubblica nella lista unitaria "Con Monti per l'Italia" in Toscana». «Una decisione, questa - attacca De Giorgi - presa non senza molte difficoltà di coscienza, vista la denigratoria campagna mediatica portata avanti in questi giorni ai miei danni soprattutto da Libero e da altri giornali ed emittenti».

LA DENUNCIA - De Giorgi denuncia di essere stato «vittima di un tritacarne vero e proprio, che ha cercato ed è riuscito a scandagliare in profondità ogni mia attività imprenditoriale, con una intensità inaudita e non applicata a nessun altro candidato della prossima competizione elettorale». Tutto questo con «il disegno» di «mettere in difficoltà il senatore Monti e la sua lista, tentando di mettere in evidenza presunte contraddizioni, in base ad un non meglio specificato senso comune, sia all'interno della lista Scelta Civica sia all'interno della coalizione, attuata forse per coprire mediaticamente ben altre contraddizioni in liste vicine ai giornali che hanno portato avanti questa campagna». Il direttore di Gay.it che ribatte punto su punto agli attacchi che ci sono stati nei suoi confronti fa sapere comunque che continuerà a sentirsi «impegnato nella campagna elettorale delle liste che fanno riferimento al senatore Monti».

Redazione Online 16 gennaio 2013 | 18:06

Acqua, verso la sfida del XXI secolo

Corriere della sera

Da quest'anno, per un decreto del governo Monti, sarà l'Autorità per l'Energia e il Gas a stabilire il prezzo dei servizi idrici integrati - Piero Riccardi, Ernesto Pagano



Link: Video

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Da quest'anno, stabilire il prezzo dell'acqua, o meglio, dei “servizi idrici integrati”, tocca all'Autorità per l'Energia e il Gas. Il referendum del giugno 2011 aveva infatti abrogato il principio della remunerazione del capitale investito (comma 1 art 154, D.Leg.vo 3 /4//2006), che dava diritto al gestore di ottenere un profitto dall'erogazione del suo servizio. In soldoni, sull’acqua non ci si poteva guadagnare. Conseguenza pratica: tutto da rifare per le tariffe.

Dopo più di un anno di stallo, ad investire l’Autorità per l’energia e il Gas di questo compito è stato un decreto del governo Monti dell’estate scorsa che ha messo una toppa al vuoto legislativo che si era venuto a creare dopo la consultazione popolare. Nel decreto si dava anche un tempo all’Authority, che doveva esprimersi entro il 31 dicembre 2012. A tre giorni dalla scadenza, il 28 dicembre, l'Authority ha stabilito i criteri con cui i vari Enti d'ambito dovranno determinare entro marzo 2013 il prezzo della bolletta. L’autonomia degli Enti però è solo sulla carta perché la tariffa dovrà sempre essere sottoposta e approvata dall’Authority stessa che, dunque, ha l’ultima parola sulla questione tariffe.

Per stabilire quanto deve costare l’acqua ai consumatori, l’Autorità per l’Energia e il Gas scrive di aver preso in considerazione la volontà popolare: se il referendum aveva abrogato il principio di “remunerazione del capitale” fissato in via amministrativa al 7 per cento, ora al suo posto c’è il «riconoscimento del costo della risorsa finanziaria» che, come dice la stessa Authority in un comunicato stampa, è «per sua natura variabile in funzione dell’andamento dei mercati finanziari». Significa che sull’acqua non ci si potrà guadagnare? Rimane tutto da vedere. Secondo Rosario Lembo, presidente del Comitato Italiano del “Contratto Mondiale sull'Acqua”, affidare il controllo delle tariffe alla stessa authority cui fanno capo gas ed energia elettrica, vuol dire equiparare l'oro blu alle altre fonti di energia, cosa che «disattende lo spirito stesso del referendum, perché sottopone l'acqua alla stessa logica di mercato di luce e gas».

Intanto l’acqua è sempre più inquinata e la popolazione mondiale aumenta, insieme al suo fabbisogno. Dunque l’acqua potabile è sempre più scarsa, e per la legge più elementare dell’economia, quanto più scarso è un bene tanto più assume valore economico. Gli interessi di chi vede nell’oro blu il business del futuro saranno la sfida di chi invece considera l’acqua addirittura un diritto umano.

MULTIMEDIA

Due anni di acqua pubblica a Parigi: risparmiati 70 milioni e bollette più basse
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Che fine ha fatto il referendum sull'acqua in Italia?
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Acqua inquinata, se i responsabili non si trovano mai
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Piero Riccardi, Ernesto Pagano
16 gennaio 2013 (modifica il 17 gennaio 2013)

Biamino: foto per non dimenticare lo sterminio

La Stampa


Fotografie dal Campo. Auschwitz-Birkenau 2012. Così s’intitola la mostra fotografica di Bruna Biamino, organizzata in occasione del Giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio, e promossa dal Consiglio Regionale in collaborazione con la Fondazione Torino Musei e la Comunità Ebraica di Torino. Scatti capaci di raccontare più di tanti testi, che sollecitano attraverso le immagini la nostra coscienza storica e ci consentono di «visitare» i campi di sterminio per ciò che sono stati e che non deve essere dimenticato. La mostra sarà aperta dal 17 gennaio al 17 febbraio 2013 in due sedi espositive, Palazzo Lascaris e Palazzo Madama, con ingresso libero.



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