sabato 19 gennaio 2013

Addio James Hood, primo studente nero all’Università dell’Alabama

La Stampa

Insieme a una compagna sfidò il governatore. Grazie a Kennedy potè frequentare le elezioni


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James Hood, che mezzo secolo fa ha contribuito a cambiare la storia degli Stati Uniti riuscendo ad essere ammesso come primo studente afroamericano all’ Università dell’Alabama, è morto ieri nella sua casa di Gadsden. Aveva 70 anni. L’episodio che lo rese famoso risale all’11 giugno 1963. Quel giorno, determinato ad infrangere la barriera razziale nel suo stato, James Hood si presentò davanti all’ateneo a Tuscaloosa per iscriversi ai corsi, assieme ad una sua compagna, Vivian Malone, anche lei di colore.

A dispetto dell’ordine delle autorità federali di ammettere gli studenti neri, il governatore dell’Alabama, George Wallace (democratico e bianco) si oppose fisicamente all’ingresso dei due ragazzi nell’università dell’Alabama. Su ordine del presidente Kennedy, dovette intervenire la guardia federale per consentire infine ai due ragazzi di entrare e iniziare a frequentare i corsi insieme agli studenti bianchi. Hood lasciò l’Università dell’Alabama dopo pochi mesi. Si trasferì in Michigan dove continuò i suoi studi, ma tornò a Tuscaloosa nel 1999 per conseguire il suo dottorato di ricerca. Vivian Malone Jones, che quattro anni dopo divenne la prima laureata nera dell’Università, è morta nel 2005 a 63 anni.

Di Pietro apre la cassa: pago di più, voglio più seggi

Paolo Bracalini - Sab, 19/01/2013 - 07:56

Tonino è il primo finanziatore e piazza il suo "cerchio magico". Fuori la Mura

Roma - Pago, pretendo. La massa che affolla il simbolo «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia più che il Quarto stato di Pellizza da Volpedo è l'esercito di politici che preme per un posto utile nelle liste del pm.


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Nella lotta tra i capi dei partitini che compongono l'associazione dietro la lista, ovvero l'Idv, i Verdi, i Comunisti italiani, Rifondazione comunista, Federazione della sinistra, il Movimento arancione di Luigi De Magistris e la Rete 2018 di Orlando, chi ha la golden share è Antonio Di Pietro. «Golden» in senso letterale, perché parliamo di soldi. L'Idv di Di Pietro, che ha in cassa la bellezza di 31 milioni di euro e rispetto agli altri partitini della lista - e non solo a loro - è un milionario, sta coprendo buona parte (si dice la metà) delle spese elettorali per la lista Ingroia, e questo sacrificio economico è compensato da una posizione di forza al tavolo delle trattative sui posti in lista.

Se tutti i leader si stanno piazzando in ottime posizioni, come il capo del Pdci Oliviero Diliberto capolista al Senato nella rossa Emilia-Romagna, il rifondatore comunista Paolo Ferrero al numero tre nel Piemonte dei No Tav e il verde Angelo Bonelli terzo in lista nella Puglia dell'Ilva, Di Pietro non si è soltanto assicurato per sé il terzo posto blindato in Lombardia (scavalcando e facendo infuriare il movimentista anti-G8 Vittorio Agnoletto), ma sta piazzando tutto il suo «cerchio magico» dentro le liste, forte dello status di finanziatore di Ingroia. Con conseguenti tensioni e scontri con chi invece voleva la rivoluzione della società civile a partire dai nomi dei candidati, che non dovevano essere i parlamentari Idv in cerca di rielezione.

Così, la rivoluzione civile è già diventata una mezza guerra civile all'interno della lista, con uno scontro, all'ultima riunione, tra Di Pietro e lo stesso De Magistris, contrario al riciclo di deputati, senatori e consiglieri dell'Idv, al punto - racconta chi c'era - da minacciare di mollare tutto, come ha già fatto Salvatore Borsellino («Che delusione Ingroia»), seguito dagli esponenti del Popolo viola e dai movimentisti di «Cambiare si può», usciti dal progetto. Molti di questi sono targati Di Pietro, fedelissimi dell'Ufficio di presidenza, con l'esclusione finora solo della deputata e tesoriera Silvana Mura, perché indagata (ma lei combatte con le unghie per il suo posto: «Sono stata già interrogata, chiedo di essere candidata»).

Assicurati in ottime posizioni ci sarebbero invece diversi onorevoli e dirigenti nazionali Idv, dal responsabile organizzativo onorevole Ivan Rota (parente di Di Pietro), al coordinatore e deputato Carlo Costantini, dall'onorevole Maurizio Zipponi anche lui membro dell'Ufficio di presidenza, all'onorevole Antonio Palagiano (medico della famiglia Di Pietro), dai deputati Antonio Borghesi, Pierfelice Zazzera, ai senatori fedelissimi come Luigi Li Gotti (capolista al Senato in Sicilia) e Fabio Giambrone, fino al senatore Aniello Di Nardo, ex democristiano poi Ccd, poi Udc, poi Udeur, poi Idv ora Lista Ingroia. L'arrivo di Di Nardo, capolista in Basilicata, ha avuto un contraccolpo pesante: si è infatti tirato indietro Gildo Claps, fratello di Elisa Claps, chiamato dallo stesso Ingroia («Lo ringrazio, ma in lista volevo nomi nuovi»). Anche gli altri segretari avrebbero chiesto posti certi per i loro fedelissimi (tre a Rifondazione, tre ai Comunisti Italiani, due ai Verdi), meno dell'Idv. È giusto: pago meno, pretendo meno.

Ecco il rigore di Monti: si fa pagare la portavoce dalla cara vecchia Europa

Libero


Poco rigore, molta Europa. Che il Vecchio Continente e le sue istituzioni tifino per Mario Monti ancora premier non è certo un mistero. Ma dal "tifo" al supporto logistico ce ne passa. E così scoprire che Monti si fa pagare la portavoce e un assistente da Bruxelles desta una certa sorpresa, anche per la dimensione di "duro e puro" che il Professore ha cercato di costruire attorno alla sua persona. Che è successo? E' successo che Monti ha chiesto il "distaccamento" di due funzionari europei: si tratta, nello specifico, di Elisabetta Olivi, che cura i rapporti con la stampa, e Stefano Grassi, il consigliere per le politiche comunitarie e per le riforme economiche, nonché indicato come "suggeritore" per gli interventi pubblici.

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Regole non rispettate - I due sono funzionari della Commissione e, tecnicamente, possono lavorare nei Paesi membri: si tratta del cosiddetto "comando nell'interesse collettivo", una sorta di distaccamento lavorativo. Ma è possibile ricorrere a questa fattispecie rispettando una condizione ben precisa: l'interesse esclusivo deve essere della Commissione, poiché il funzionario, come spiega il Fatto Quotidiano, beneficia del trattamento economico e previdenziale di Bruxelles. Questa condizione ben precisa, oggi, non viene rispettata: anche se il governo è formalmente ancora in carica, lo staff di Monti lavora a tempo pieno nella campagna elettorale.

Niente incarici politici - Tra i possibili "distaccamenti" dei funzionari, la Commissione ammette quelli "presso persona che assolva un mandato previsto dai trattati o presso un presidente eletto di un'istituzione o di un organo delle Comunità o di un gruppo politico del Parlamento europeo o del Comitato delle regioni o di un gruppo del Comitato erconomico e sociale europeo". Insomma, pare evidente, l'ipotesi di un incarico partitico o politico non è assolutamente possibile. Eppure, Grassi e Olivi fanno proprio questo tipo di lavoro. E a pagarli è l'Europa. Lo conferma una nota di Palazzo Chigi: "A partire dal primo dicembre 2011 la dottoressa Elisabetta Olivi e il dottor Stefano Grassi sono distaccati dalla Commissione europea e non percepiscono alcun emolumento dalla presidenza del Consiglio dei ministri".

Gatta da pelare... - Per la precisione, dal momento della discesa in campo di Monti, Grassi si è un po' defilato, mentre la signora Olivi, ventiquattro ore su ventiquattro, è sempre al fianco del Professore. Pagata dall'Europa, ossia da noi, con soldi pubblici. Un brutto fatto per il Professore, sempre attento alle questioni di facciata e che della moralità sbandierata ha fatto uno dei vessilli della sua campagna elettorale.

Come saranno?

La Stampa

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yoani sanchez


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Il Sexto ha detto che farà un graffiti sulla mia valigia; una vicina mi ha regalato un amuleto per il viaggio e un amico mi ha annotato il suo numero di scarpe perché gliene porti un paio. Mi salutano anche se ancora non me ne vado. Non ho neppure una data di volo. Ma il 14 gennaio qualcosa è cambiato nella mia vita, perché è entrata in vigore la Riforma Migratoria annunciata lo scorso ottobre. Dopo un’attesa di 24 ore all’esterno del Dipartimento Immigrazione e Ufficio Estero (DIE), ho saputo che finalmente mi rilasceranno un nuovo passaporto.

Dopo venti “carte bianche” negate in meno di cinque anni, confesso che ero scettica e non nutrivo molte speranze. Ancora adesso, crederò di aver raggiunto il mio obiettivo solo quando mi vedrò dentro un aereo in procinto di alzarsi in volo. È stata una lunga battaglia portata avanti da molti. Un prolungato cammino per affermare il principio che entrare e uscire dal nostro paese deve essere un diritto inalienabile, non una benevola concessione. Anche se i cambiamenti introdotti dal Decreto Legge numero 302 risultano insufficienti, non avremmo ottenuto neppure quelli se fossimo rimasti con le braccia conserte. La riforma non è il frutto di un gesto magnanimo, ma il risultato delle denunce sistematiche portate avanti contro l’assurdo sistema migratorio. 

Per questo ho intenzione di continuare a “spingere avanti i limiti” della riforma, sperimentando sulla mia pelle fino a che punto arriva la volontà di cambiamento. Per oltrepassare le frontiere nazionali non farò nessuna concessione. Se non può viaggiare la Yoani Sánchez che sono, per riuscirci non sono disposta a trasformarmi in un’altra persona. Una volta all’estero non nasconderò le mie opinioni perché mi lascino “rientrare” o per compiacere certi uditori, né mi rifugerò nel silenzio per evitare che mi neghino il ritorno. Dirò quel che penso del mio paese e della mancanza di libertà che noi cubani soffriamo. Nessun passaporto riuscirà a farmi tacere, nessun viaggio riuscirà a cambiarmi. 
Chiariti questi particolari, preparo il programma della mia permanenza fuori Cuba.

Spero di poter partecipare a numerosi eventi che mi facciano crescere professionalmente e civicamente, voglio rispondere a domande e dire la mia opinione sulle campagne di diffamazione che sono state organizzate contro di me… e in mia assenza. Visiterò quei paesi che da tempo mi hanno invitato, ma che la volontà di poche persone mi ha impedito di raggiungere; navigherò come un’ossessa su Internet e tornerò a scalare alcune montagne che ho abbandonato da circa dieci anni. Ma ciò che più mi entusiasma è che conoscerò molte cose di voi, cari lettori. Ho già i primi sintomi di quell’ansia: il formicolio nello stomaco che provoca la vicinanza dell’ignoto e il risveglio nel bel mezzo della notte mentre mi chiedo come saranno i vostri volti, le vostre voci. E io? Sarò proprio come mi avete immaginato? 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Programmi a confronto Le venti domande ai partiti

Corriere della sera

di Danilo Taino


Cresita, fisco, servizi, lavoro: l'analisi delle ricette economiche dei partiti con la collaborazione di Oxford Economics. Le nostre domande e il metodo di giudizio che sarà utilizzato di Danilo Taino


1 Quali sono i principali obiettivi che il suo partito intende raggiungere in campo economico?
Ne scelga tre tra:

a. Aumentare la crescita del Pil;
b. Migliorare la competitività;
c. Tornare alla lira;
d. Rivedere il Fiscal Compact;
e. Controllare l'inflazione;
f. Aumentare l'occupazione;
g. Rivedere la distribuzione del reddito;
h. Riformare il sistema fiscale;
i. Combattere l'evasione fiscale;
j. Aumentare i profitti societari;
k. Aumentare la spesa in ricerca e sviluppo;
l. Rivedere la spesa pubblica centrale;
m. Rivedere la spesa pubblica locale (Regioni, Province, Comuni).

2 Intendete cambiare la tassazione sul reddito delle persone (aliquote e/o fasce di reddito)? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante, ossia al netto di qualsiasi feedback sull'economia)?

3 Intendete cambiare le aliquote Iva? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

4 Intendete cambiare la tassazione societaria e/o la base imponibile aziendale? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

5 Intendete cambiare il livello di tassazione dei patrimoni? Se sì, secondo una formulazione una tantum o permanente? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex Èante)?

6 Intendete cambiare significativamente altre poste fiscali (transazioni finanziarie, benzina, lotterie, ecc.)? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

7 Intendete cambiare i tassi e/o la base imponibile della contribuzione sociale? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre le entrate dello Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

8 Quale percorso prevedete circa la spesa corrente dello Stato (esclusi dunque gli investimenti) in termini nominali e reali per i prossimi cinque anni? Per favore indicate le vostre stime per il 2012 e la variazione percentuale di ogni anno rispetto al 2012. Quanto del cambio proposto è riferito alla spesa corrente dell'Amministrazione centrale e quanto a quella delle Amministrazioni locali?

9 Spesa pubblica per pensioni come percentuale del Pil: proponete ulteriori interventi? Se sì, con questa misura di quanto vorreste incrementare o ridurre (ulteriormente) i costi per lo Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

10 Spesa per la Sanità come percentuale del Pil: proponete interventi? Con queste misure di quanto vorreste incrementare o ridurre (ulteriormente) i costi per lo Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)? Il cambiamento sarebbe correlato alla privatizzazione parziale della Sanità?

11 Spesa per l'Educazione come percentuale del Pil: proponete interventi? Con queste misure di quanto vorreste incrementare o ridurre (ulteriormente) i costi per lo Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)? Il cambiamento sarebbe correlato alla privatizzazione parziale del sistema educativo?

12 Quale percorso prevedete circa gli investimenti pubblici in termini nominali e in termini reali? Per favore, indichi le vostre stime per il 2012 e la variazione percentuale di ogni anno rispetto al 2012. Quanto del cambiamento proposto è riferito agli investimenti dell'Amministrazione centrale e quanto a quelli delle amministrazioni locali?

13 Le privatizzazioni sono parte del programma economico del vostro partito? Se sì, quante entrate prevedete di realizzare in ognuno dei prossimi cinque anni?

14 Quali misure il vostro partito prevede di prendere per aumentare produttività e competitività? Con quale tempistica?

15 Intendete introdurre ulteriori misure al fine di rispettare l'accordo sul Fiscal Compact? Con queste misure di quanto vorreste incrementare o ridurre i costi e/o le entrate per lo Stato in ognuno dei prossimi cinque anni (ex ante)?

16 Quali misure intende introdurre il vostro partito in relazione al mercato del lavoro? Con quale tempistica?

17 Il vostro partito intende introdurre ulteriori misure al fine di combattere l'evasione fiscale? Quante entrate aggiuntive porterebbero allo Stato in ognuno dei prossimi cinque anni?

18 Il vostro partito intende tornare alla lira? Se sì, con quale tempistica?

19 Il vostro partito intende rinegoziare il Fiscal Compact? Se sì, con quale tempistica?

20 Il vostro partito ha un piano di emergenza nel caso la fiducia sui mercati si deteriorasse e i tassi d'interesse a lunga scadenza salissero in maniera decisa come reazione alla realizzazione delle misure da voi proposte o per motivi legati a eventi internazionali?



18 gennaio 2013 | 10:19

Musica, attacco frontale di Amazon ad Apple

Corriere della sera

L'applicazione AmazonMp3 ottimizzata per i dispositivi della Mela permette di acquistare canzoni senza passare da iTunes

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MILANO - Un attacco frontale ad iTunes e al suo predominio nella vendita di musica direttamente su telefono o tablet. Questo il significato del nuovo sito di Amazon ottimizzato per i dispositivi con sistema operativo iOS (quello di iPhone e iPad), che in accoppiata con l'applicazione Cloud Player permette ai possessori di un "meladispositivo" di comprare direttamente album e canzoni dal nuovo store allestito da Jeff Bezos e ascoltarli. L'aspetto più nocivo per Apple è che il nuovo sito viene visualizzato dal browser sviluppato a Cupertino e bypassa così la piattaforma di applicazioni gestita da Apple evitando la commissione del 30 per cento su tutti gli acquisti che gli utenti effettuano via app.

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A GRANDE RICHIESTA - «Dal lancio della app Cloud Player per iPhone e iPod Touch, una delle principali richieste dei clienti è stata la possibilità di acquistare musica direttamente dai propri dispositivi – ha dichiarato Steve Boom, responsabile dei servizi musicali di Amazon – e per la prima volta gli utenti iOS hanno la possibilità di farlo». AmazonMP3, questo il nome del sito realizzato col nuovo standard Html5 e per questo perfettamente compatibile con il browser Safari di Apple, al momento è attivo solo per gli utenti statunitensi che potranno scegliere nell'immenso catalogo musicale – più di 22 milioni di brani – ai prezzi molto concorrenziali proposti da sempre dalla piattaforma di Bezos (i brani partono da 69 centesimi e gli album da 5 dollari). Lasciare un terzo dei ricavi al principale concorrente che tra l'altro, almeno per le vendite di file su smartphone, è in netto vantaggio sarebbe stato troppo penalizzante per Amazon che ora invece in caso di successo non dovrà spartire gli utili con il nemico.

CatturaCAMPO DI GUERRA - La linea del conflitto tra le aziende di Jeff Bezos e Tim Cook quindi si allarga. Dopo che Amazon ha sfidato Apple sui tablet, introducendo il Kindle Fire e inventando così una fascia di mercato low cost che oggi sembra promettere molto bene, e dopo che Apple ha attaccato il regno dei libri digitali (concorrenza che è finita nel mirino dell'antitrust Usa per un cartello tra Cupertino e alcuni editori per contrastare i modello di business di Amazon), la battaglia sulla musica, iniziata da Amazon nel 2007 con la vendita di mp3 senza DRM dallo store tradizionale, si riaccende. E quello servito da Bezos sembra un cavallo di troia: un "regalo" per gli utenti di iPhone e iPad gravido di insidie per Apple. Il lancio di AmazonMP3 avviene inoltre una settimana dopo un altro servizio molto attraente per gli utenti: quell'AutoRip che permette di ricevere sul proprio archivio cloud di Amazon una copia digitale di tutti i cd acquistati sullo store online a partire dal 1998. Il prossimo teatro di questo scontro tra titani saranno le mappe digitali, sui cui entrambi hanno investito molto e dove entrambi vestono le armature degli outsider. Gli avversari da battere sono Google e Bing e, come dimostrato dalle Mappe per iOS di Apple, non sarà semplice ritagliarsi uno spazio.

Gabriele De Palma
18 gennaio 2013 | 14:44

L'amore secondo l'etologa: «Il colpo di fulmine? Una questione di odori»

Il Mattino
di Simona Antonucci


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ROMA - Quando gli umani amano sono... generosi! «L’Albanella reale prende in volo una preda e la offre alla sua albanella». Quando gli umani amano diventano creativi, scrivono poesie, fanno quadri, compongono canzoni. «L’uccello di raso costruisce per la partner incredibili pergole di tutti i colori, utilizzando, i fiori più profumati, le piume dei rivali e persino tappi delle penne a sfera». Quando gli umani amano, lo fanno per sempre. «Gli animali anche, ma solo se è necessario». Ed è su questa parola che si apre il baratro delle diversità. Necessario: «Gli albatros, una volta sperimentato che un’unione funziona, sia dal punto riproduttivo, sia per quanto riguarda le cure parentali, formano coppie solidissime e longeve.

Non che si possa avere la certezza che tutte le uova siano stato fecondate dallo stesso maschio o che uno stesso maschio non abbia fecondato più uova, ma in linea di massima, se un ciclo è andato buon fine, tendono a ritrovarsi anche per decenni», spiega Laura Beani, etologa all’università di Firenze, che domenica, alle 19, terrà una lezione su Amore animale e sessualità umana nell’ambito del Festival delle Scienze, all’Auditorium. «Siamo - afferma - gli animali con la più singolare vita sessuale». E in questo caso, singolare, non sembra avere un’accezione tranquillizzante.

Cure parentali meticolose, corteggiamenti vistosi, accoppiamenti generosi: ma gli animali si amano? «Provano sicuramente delle emozioni. Chi non si accorge quando il proprio cane è felice? E anche con i loro partner manifestano trasporto, attrazione. Ma perché caricarli della preoccupazione dei sentimenti! L’affetto, nell’ambito di una coppia animale, non ha logica. Un’unione deve funzionare per tutti altri motivi. Lasciamoli in pace, perché guastare il loro perfetto equilibrio».

Ma allora, se proveniamo da una stessa linea evolutiva, perché ci siamo evoluti al punto di considerare l’amore, la fedeltà e la durata nei secoli dei valori primari? «Ma siamo sicuri che non siamo anche noi animali promiscui? Io andrei molto cauta nel considerare l’homo sapiens diverso dagli altri alberi della vita. Certo, i nostri legami vanno oltre il periodo riproduttivo. Siamo animali culturali e il nostro paesaggio mentale è più ricco. L’intelligenza, certo, gioca un ruolo fondamentale nella longevità di un’unione. Ma quando si sceglie di stare insieme o di continuare a stare insieme, il motivo è sempre legato a una funzione necessaria».

In quale modo la biologia influenza la nostra attività sessuale-amorosa-riproduttiva...? Esiste o no il colpo di fulmine «Ci mettiamo 15 secondi per individuare le caratteristiche per noi fondamentali. Lo chiami pure colpo di fulmine. Io direi che è una questione di simmetria. La simmetria, in un viso o in corpo, è indicatore di uno sviluppo non perturbato, alta qualità genetica, perfetta per la riproduzione».

E lo strabismo di Venere? Così cade un mito!
«E’ una simmetria fluttuante, fascinosa. Ma sono anche altri i fattori decisivi. L’odore. Noi scherzando lo chiamiamo Ascel 5 che sta per Chanel 5. Gli ormoni di un maschio eccitato arrivano a vaporizzarsi e si depositano proprio sotto le ascelle. Il timbro della voce cambia nell’età riproduttiva... Ma basta così, non vorrei sembrare troppo animalesca».

Decide tutto l’uomo? La donna che ruolo ha? «L’uomo produce milioni di spermatozoi, la donna pochissime e preziosissime uova: dovrebbe ricordarlo sempre».

Quindi la famosa frase di Darwin Ardent males, choosy females (maschi focosi, femmine selettive) vale anche per gli umani? La popolazione femminile è più numerosa e più longeva...
«Nelle coppie biparentali, che si occupano entrambi della cura dei piccoli, come gli albatros o gli umani, anche l’uomo diventa selettivo. Un conto è una nottata di fuoco, altro conto è dover tirar su covate su covate».

E se a forza di tirar su covate, la routine uccide la passione, che cosa fanno gli animali? Hanno un loro viagra?
«Hanno degli euforizzanti, come la frutta molto fermentata, che dà un po’ lo stesso effetto dell’alcol. Ma va ricordato che una femmina animale non sceglierebbe mai un maschio incapace di accoppiarsi e riprodursi all’infinito».

All’infinito?
«Un leone si accoppia anche trecento volte consecutive. Ma non creda. Nulla a che vedere con la generosità. L’amplesso stimola l’ovulazione della femmina. Ma soprattutto vuole essere sicuro che è lui il padre di tutti i figli. Alcuni primati, poi, appianano i conflitti della comunità proprio con il sesso. Succede nelle migliori famiglie, o sbaglio».

La lezione degli animali. «Maschi e femmine sono profondamente diversi. Una diversità preziosa».

E la diversità omosessuale?
«L’omosessualità è osservata in 500 specie animali. Diversi da chi?».

sabato 19 gennaio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 11:11

Kaspersky scopre network di spionaggio verso i governi Nel mirino c’è anche l’Italia

Corriere della sera

Secondo l’esperto di sicurezza informatica ci sarebbero in corso attacchi informatici rivolti ad alti funzionari governativi di tutto il mondo
andrea stroppa


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E’ uscito da circa due giorni il report “Red October” iniziato a ottobre 2012 dal team di ricerca e analisi di Kaspersky, noto produttore di software di sicurezza informatica. Il report parla di una scoperta abbastanza inquietante, ci sarebbero tutt’oggi in corso degli attacchi informatici mirati ad alti funzionari governativi di tutto il mondo.

Gli attacchi sarebbero verso i governi, le ambasciate e le organizzazioni di ricerca scientifica, ma anche verso basi militari, agenzie aerospaziali e centrali nucleari, con lo scopo di rubare dati ed informazioni sensibili. Il network criminale sarebbe basato su un server centrale che però viene decentralizzato dall’utilizzo di altri server che fanno da proxy e rendono difficile il riconoscimento della “base” operativa. Questa attività di spionaggio sarebbe attiva dal 2007.

Il sistema d’attacco è di altissimo livello, in grado di rubare informazione anche da smartphone, compresi quelli basati su ios,Windows, ma anche di sottrarre dati da quello che viene inserito nella porta usb. I criminali avrebbero dei target ben precisi, verso alti funzionari e o dirigenti ai quali inviano e-mail ben architettate, frutto di una ottima ingegneria sociale. L’attacco generalmente inizia con una email. Nel messaggio di posta elettronica gli attacker allegano dei documenti word o excel e probabilmente pdf malevoli. Una volta che la vittima apre l’allegato, la macchina viene infettata e automaticamente dei moduli aggiuntivi per lo spionaggio vengono attivati. I moduli si dividono in due categorie quelli online e quelli offline. 

Che sia una organizzazione criminale di alto profilo non c’è dubbio, infatti i dati rubati non vengono semplicemente raccolti, ma prima di essere inviati ad un server vengono cryptati e poi trasferiti verso server localizzati in Germania ed in Russia. Lo scopo di questi attacchi non sarebbe chiaro, si ipotizza la vendita dei dati raccolti al migliore offerente oppure si ipotizza che dietro ci sia lo zampino di qualche governo compreso quello cinese. Il team di Kaspersky crede che gli autori di questa complessa botnet siano di origine russa, per il particolare slang individuato nelle ricerche. Nel mirino degli attacchi ci sarebbe anche l’Italia, nello specifico la nostra diplomazia. 

twitter@andst7

Armstrong offre 5 milioni al governo Usa “Ma questo risarcimento è inadeguato”

La Stampa

Il Dipartimento di Giustizia rifiuta la proposta. L’allarme del Cio:  «Dopo lo scandalo il ciclismo rischia di restare fuori dalle Olimpiadi»


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Lance Armstrong ha offerto di pagare più di 5 milioni di dollari al governo federale Usa come atto di risarcimento nello scandalo del doping. L’ex ciclista ha offerto anche di collaborare come testimone in un’inchiesta federale, ma, secondo quanto ha appreso la Cbs, il Dipartimento della Giustizia ha respinto entrambe le proposte come inadeguate. Le Poste statunitensi hanno pagato oltre 30 milioni di dollari in sponsorizzazioni alla squadra di Armstrong dal 1999 al 2004 come parte di un contratto che metteva al bando il doping. Il Dipartimento della Giustizia deve decidere questa settimana se unirsi a una causa federale contro Armstrong avviata dal suo ex compagno di squadra Floyd Landis. L’azione legale dovrà decidere se l’ex campione e altri hanno defraudato le Poste Usa, che in ottobre rischiano di finire in bancarotta, negando per anni di aver fatto uso di sostanze proibite.

Wada: “Ora confessi tutto”
Dopo l’intervista di Armstrong, intanto, è arrivata la presa di posizione della Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Se lo statunitense vuole essere riabilitato, almeno in parte, deve confessare tutto e deve farlo sotto giuramento. «La Wada ha letto con interesse gli articoli relativi alla “confessione” televisiva di Lance Armstrong», dice David Howman, direttore generale dell’agenzia, in una nota. «Sebbene la Wada incoraggi tutti gli atleti a illustrare tutte le attività illecite in cui sono stati coinvolti o di cui sono a conoscenza, queste informazioni devono essere comunque sottoposte all’attenzione delle competenti autorità antidoping. Quando il signor Armstrong renderà una piena confessione sotto giuramento, dicendo alle autorità tutto quello che sa sulle pratiche dopanti, solo a quel punto potrà aprirsi l’iter legale per la riapertura del fascicolo o la rivalutazione della squalifica a vita». 

Olimpiadi, ciclismo a rischio
Intanto Dick Pond, membro del Cio, ha lanciato un allarme preoccupante. Il ciclismo rischia di essere messo al bando dalle Olimpiadi se Lance Armstrong dovesse coinvolgere l’Unione Ciclistica Internazionale nelle accuse di aver insabbiato un vasto schema di doping. Pound ha detto che il Cio non avrebbe scelta se Armstrong dovesse provare che la Unione Ciclistica Internazionale ha agito impropriamente.

Cucchi, è battaglia tra periti il nuovo esame: fratture recenti

Il Messaggero
di Cristiana Mangani

L’analisi disposta dalla Corte: morì per denutrizione


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ROMA - «Fratture recenti, acute e traumatiche». Il parere arriva da tre super specialisti della Radiologia, ed è stato richiesto dalla famiglia di Stefano Cucchi dopo il deposito dell’ultima perizia richiesta dalla Corte d’Assise e depositata a dicembre scorso. I familiari della vittima non erano rimasti soddisfatti né convinti fino in fondo del risultato in base al quale Stefano era morto principalmente per malnutrizione. E così hanno deciso di rivolgersi a nuovi tecnici. In particolare, è stato il professor Giuseppe Guglielmi, componente del collegio di periti della famiglia, ad aver richiesto una “second opinion” a tre dei massimi conoscitori di radiologia muscolo-scheletrica: il presidente della Società Europea di radiologia muscolo-scheletrica e il direttore della sezione di radiologia muscoloscheletrica dell’università di Creta. Inoltre, ha fornito un parere scritto e motivato anche uno statunitense direttore della radiologia muscolo-scheletrica della Boston University. E questi hanno confermato la presenza di fratture acute (foto), oltre che del sacro, di L3 e di L5.

I RISULTATI Tutte fratture, secondo la relazione, recenti e traumatiche. In contrasto, dunque, con quanto dichiarato dai periti della Corte, secondo i quali potevano essere avvenute anche in fase post mortem. «Si tratta di un particolare importante - sottolinea l’avvocato Fabio Anselmo che assiste la parte civile - perché anche la commissione Marino, che ha partecipato alla consulenza tecnica con medici appositamente nominati, aveva fin da subito riconosciuto L3 come frattura acuta e recente».

Questa mattina si svolgerà una nuova udienza nell’aula bunker di Rebibbia. L’obiettivo dell’avvocato della famiglia Cucchi è di riuscire a far entrare nelle consulenze tecniche questo nuovo parere, anche se probabilmente, il deposito avverrà solo alla fine dell’esposizione. Nel frattempo si continuerà ad analizzare la condotta degli imputati.

L’accertamento degli esperti della Corte ha concluso che «i medici del reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini, dove Stefano Cucchi era ricoverato, non si sono mai resi conto di essere di fronte a un caso di malnutrizione importante, quindi non si sono curati di monitorare il paziente sotto questo profilo, né hanno chiesto l’intervento di nutrizionisti e, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso». Stefano è morto - hanno sottolineato - perché «nel punto di non ritorno, e cioè quando le scorte corporee di grassi si sono esaurite, nessuno è intervenuto».

LE FRATTURE OSSEE
Riguardo alle lesioni sulle vertebre - l’elemento che più preme alla famiglia - viene evidenziato che non si può stabilire se «siano state prodotte da un evento accidentale o da terzi». Nell’accertamento viene rilevata anche una frattura nel quarto segmento sacrale, ma - è scritto - «non è una frattura che giustificherebbe un ricovero tantomeno la morte. Pertanto le uniche sedi mostranti lesioni certamente attribuibili a un evento contusivo violento, avvenuto tra l’arresto e il ricovero, sono il capo e il sacro».


FOTOGALLERY

Cucchi, la nuova perizia radiologica
La frattura vertebrale che non sarebbe stata rilevata in precedenzaLa frattura vertebrale che non sarebbe stata rilevata in precedenza

Mercoledì 16 Gennaio 2013 - 08:51
Ultimo aggiornamento: 08:58

Anche quest’anno torna il “Mese del cucciolo”

La Stampa

zampa

3.900 veterinari in tutta Italia hanno aderito all’iniziativa



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Si rinnova anche nel 2013 il “Mese del cucciolo” che punta a diffondere tra i proprietari di animali una maggiore consapevolezza sull’importanza di regolari visite veterinarie fin dai primi giorni di vita dell’amico a 4 zampe. Avrà inizio il 15 gennaio e proseguirà fino al 15 febbraio. All’iniziativa, promossa da Purina in collaborazione con la Federazione nazionale Ordini veterinari italiani (Fnovi) e l’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), e giunta alla seconda edizione, hanno aderito 3.900 veterinari in tutta Italia: circa il 30% in più rispetto alla prima edizione. 

Ogni proprietario di cucciolo che si recherà per una visita in uno degli ambulatori partecipanti al progetto - spiega una nota dei promotori - potrà ricevere il Kit Cucciolo Purina Pro Plan contenente, tra le altre cose, un’assicurazione gratuita della durata di 9 mesi, consigli e informazioni utili per prendersi cura del proprio cane. Quest’anno tutti i dettagli sul Mese del cucciolo saranno disponibili grazie all’applicazione per iPhone “Ilmiocucciolo”, scaricabile da domani, che permetterà di accedere gratuitamente a tutte le informazioni utili non solo sul progetto, ma anche sul mondo del cucciolo con curiosità e servizi come la possibilità di creare un vero e proprio libretto sanitario del proprio pet, oltre a visualizzare video pillole informative dedicate ai cuccioli, fruire di servizi di dog training e altro. Per identificare il nominativo del medico più vicino aderente all’iniziativa si potrà cliccare sul sito www.ilmesedelcucciolo.it, chiamare il numero verde 800-525.505 o consultare la App dedicata. 

Il ministro: le mummie restino lì

La Stampa

Ornaghi: “Le ho ammirate da piccolo, se le togliamo che cosa faremo vedere ai bambini?”

letizia tortello


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«Se togli le mummie, togli l’Egizio. Fin dalla prima volta che venni qui, da piccolo, associai il museo di Torino a questi straordinari reperti. Non ha senso coprire le mummie, rimetterle nei sarcofaghi». Stop alle polemiche. E’ il ministro alla Cultura Lorenzo Ornaghi a mettere la parola fine sulla querelle del nuovo allestimento dell’Egizio. Chi si aspettava da parte sua frasi criptiche, slalom diplomatici per non prendere posizione, è rimasto sorpreso.

Con la fanciullesca semplicità di un turista qualunque, che fa il giro in mezzo alle meraviglie conservate della storia, Ornaghi non si è fatto pregare. Ha espresso il suo pensiero sull’opportunità di tenere esposti i celeberrimi corpi imbalsamati del 2000 avanti Cristo: «Non sono mica spettacolarizzate qui le mummie? Se le togliamo, cosa vengono a vedere i più piccoli?». Inutile il tentativo della direttrice del museo, Eleni Vassilika, che provava a spiegargli la novità da lei portata avanti: “Il protocollo dell’International Council of Museums prescrive che i reperti siano restituiti al loro corredo. In ottica del nuovo Egizio, nel 2015, stiamo pensando di propendere per una assai più discreta esposizione delle mummie”. Niente da fare. 

Ornaghi, accompagnato dalla presidente Christillin, dal direttore generale dei Beni Culturali Turetta e dall’assessore regionale alla Cultura Coppola, ribadisce: «Credo ci siano le condizioni per proporre i corpi in maniera più che appropriata. Trovo i reperti una forma educativa importante per le scuole. Altrimenti cosa si dovrebbe fare, ritirare tutte le reliquie dalle chiese?». Curiosa in silenzio, ascolta, si fa spiegare ogni dettaglio. Non sarà più lui, tra qualche mese, a nominare il presidente del nuovo comitato scientifico dell’ente, incaricato di decidere sul futuro delle mummie. Ma il destino sembra scritto. Anche il sindaco Fassino, a margine dell’incontro sugli stati generali del Teatro alle Fonderie Limone, ieri commentava: «L’Egizio è conosciuto per il suo patrimonio di valore mondiale. Lasciamolo dov’è e garantiamo l’esposizione adeguata di ogni bene, mummie comprese».

La tassa sulla birra strangola i pub E in Inghilterra i consumi crollano

La Stampa

La Heineken limita i danni diminuendo il tasso alcolico: così ridurrà l’imposta dovuta

alessandra rizzo


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Bevanda amatissima dagli inglesi e compagna immancabile nelle serate al pub, la birra è oggi un po’ più amara per molti consumatori: il prezzo è in continuo aumento, gravato da alte imposte governative, e i consumi scendono. Cattive notizie per i produttori e i loro dipendenti. Ma la Heineken, proprietaria del popolare marchio John Smith’s Extra Smooth, ha trovato un modo per limitare i danni: diminuire il tasso alcolico dal 3.8 al 3.6 % così da ridurre l’imposta dovuta. Secondo il Financial Times, questo consentirà al gruppo di risparmiare 6.6 milioni di sterline l’anno.

La Heineken ha spiegato che la riduzione, introdotta a partire da febbraio insieme a un leggero aumento di prezzo, va incontro al gusto di consumatori sempre più abituati ad una birra leggera, e “non compromette il sapore e la qualità” della John Smith. Ma l’annuncio ha suscitato proteste tra i residenti della zona di Tadcaster, il piccolo paese nel North Yorkshire in cui viene prodotta la birra. 
L’imposta sull’alcol è da tempo al centro di una battaglia tra governo e produttori di birra. In ballo non c’è solo il prezzo della pinta, ma anche il futuro di molti pub e di circa 1 milione di persone impiegate nel settore.

Secondo le lobby dei produttori, l’imposta è aumentata di almeno il 40 % dal 2008, quando l’attuale sistema è entrato in vigore, e oggi equivale ad un terzo del prezzo di una pinta. I dati più recenti forniti dalla British Beer and Pub Association mostrano un calo di vendite a Luglio-Settembre del 4.8 % nei pub e del 6.5 % nei negozi, nonostante Olimpiadi ed Europei di calcio. Ma le richieste di alleviare l’imposta (con tanto di petizione firmata da 100,000 cittadini per preservare “la tradizione Britannica di andare al pub e godersi una buona birra”) sono rimaste inascoltate: il governo, già alle prese con tagli alla spesa pubblica, ha escluso per ora riduzioni.

Perché non possiamo non dirci verdiani

La Stampa

Per il bicentenario della nascita, La Stampa propone il Verdi più bello, quello che racconta l’Italia

alberto mattioli


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Ritorno alla base. Alle origini. A un grande musicista e a un grandissimo drammaturgo. A qualcuno che ci ha spiegato chi siamo e perché siamo così. Insomma a Giuseppe Verdi. In occasione del bicentenario della nascita, La Stampa (in collaborazione con Classica, canale tv interamente dedicato alla grande musica) propone ai lettori le sue pagine più belle, quelle che ci portiamo dentro perché la sua non è solo musica, è la carne e il sangue di cui siamo fatti. Ripartire dai fondamentali, ogni tanto, fa bene. 

E allora perché Verdi resta, duecento anni dopo, una parte così importante di noi, di tutti noi? Per esprimersi, scelse un tipo di teatro che è sempre stato apparentemente pazzesco e oggi può sembrare anche un pezzo da museo. Eppure conquista il mondo, ancora e sempre. Mentre tenete in mano questo giornale, Un ballo in maschera va in scena a Sydney, Aida a Braunschweig, Don Carlo a Varsavia, Otello a Leeds, Il trovatore a New York. E domani? Il corsaro a Trieste, Luisa Miller a Tel Aviv, Otello a Oldenburg, Rigoletto a Linz, La traviata a Helsinki. Verdi è un genio universale perché al centro della sua arte ha sempre e solo messo l’uomo. «Il gran maestro del cuore umano»: quello che lui diceva di Shakespeare, noi lo diciamo di lui (e magari, se l’avesse conosciuto, l’avrebbe detto anche Shakespeare).

Però per noi, intendo noi italiani, Verdi passa dall’universale al particolare. Non si tratta solo del suo ruolo di Padre della Patria e di colonna sonora del Risorgimento, che poi fu molto più complesso e contraddittorio di come ce l’hanno sempre raccontato, perché la Storia non è un’autostrada bella dritta ma una strada di montagna tutta curve e svolte. Poi, certo, è vero che l’Italia l’ha fatta anche lui e anzi lui molto più di altri. Ma è anche vero che quando scrive il coro del Nabucco per Verdi quelli che cantano la Patria sì bella e perduta sono gli ebrei in esilio sulle rive dell’Eufrate e basta (la coscienza politica, se la farà dopo). Però è altrettanto vero che da subito quel coro è diventato il vero Inno nazionale della nostra Patria fragile. E continua a darci i brividi perché questa Patria, che magari amiamo senza stimarla, oggi come allora non vorremmo vederla perduta.

E tuttavia Verdi non è l’Italia solo per questo. E’ l’Italia perché l’ha raccontata, ci ha raccontato, per quello che siamo davvero. Per obbedire alle convenzioni del suo tempo doveva vestirci da ebrei della Bibbia o da spagnoli del Cinquecento, collocare la sua Italia eterna nella Mantova dei Gonzaga o nell’Egitto dei faraoni. E quando volle mettere in scena i suoi contemporanei in abiti contemporanei, in Traviata, non glielo lasciarono fare (allo stesso modo con cui oggi i poveretti che vogliono difendere Verdi da Verdi strillano se l’escort Violetta canta in minigonna...).

Ma nelle sue opere c’è l’Italia, l’Italia di ieri, di oggi e presumibilmente di domani, l’Italia che cambia tutto per restare la stessa, con le sue ipocrisie e i suoi eroismi, il suo cinismo e le sue illusioni. E’ l’Italia di Simon Boccanegra che, nella più alta pagina «civile» che la nostra cultura abbia conosciuto, va gridando pace e amore ai compatrioti che non lo capiscono e che di tutte le guerre si ostinano a preferire quella civile. E’ l’Italia di sempre perfino nella cronaca spicciola fatta di «cene eleganti» (il primo quadro di Rigoletto), di Vaticano esentasse (Don Carlo), di bravi borghesi che vanno a puttane ma non ne sposerebbero mai una (La traviata), del ragazzo di buona famiglia che s’innamora della colf immigrata (Aida), del funzionario che s’arrabbia perché obbedire al nero è intollerabile (Otello) e così via.

Per ripensare Verdi, che è poi quello che si dovrebbe fare in un anniversario, per scoprirlo o riscoprirlo come vi proponiamo di fare con le musiche e le parole che abbiamo scelto per voi, bisogna partire dal fatto che non ci racconta un passato remoto e favoloso, storie antiche che bisogna contestualizzare nel suo tempo. Si capisce che c’è anche questo: l’Ottocento borghese è Luisa Miller o Traviata, il Romanticismo è Ernani, la lotta fra Stato e Chiesa è Don Carlo, l’esotismo colonialista è Aida, il Risorgimento è La battaglia di Legnano e così via. Ma la grandezza di Verdi, la sua vera grandezza, è che nulla è così presente come questo passato. Non è un museo, non è un reperto, non sono le care vecchie cose. Il suo altrove mitico è qui. Siamo noi.

Dal Nabucco a l Falstaff

In occasione del bicentenario della nascita, «La Stampa» (in collaborazione con il canale tv Classica) rende omaggio al genio di Verdi con un’iniziativa editoriale che unisce musica e parole. Quattro libri e quattro compact-disc per raccontare la vita e far ascoltare alcuni dei momenti più celebri e più amati delle sue opere: sinfonie, cori, arie, pezzi d’insieme, affidati a grandi interpreti. Dal Nabucco al Falstaff. La narrazione biografica unita a una riflessione critica è affidata a quattro diverse firme del nostro giornale, Alberto Mattioli per la giovinezza, Sandro Cappelletto per il momento del grande successo, Giorgio Pestelli per la maturità e Paolo Gallarati per gli ultimi anni, offrendo così al lettore uno spettro di opinioni con cui misurarsi. Tutti i venerdì a partire da dopo domani a 8.80 euro in più su www.lastampa.it/shop e nelle edicole di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta

Mauro e Stefania, matrimonio ai tempi della Caritas

La Stampa

Oggi sposi dopo l’incontro alla mensa dei poveri

marco neirotti
inviato a biella


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I film dolcecuore si sono dissolti dagli schermi tv con l’Epifania e il filo del sentimento vive confuso nel freddoloso viavai della routine. Non un principe e non una Biancaneve saranno oggi in Comune a Biella per aggiungere alla loro storia la formula «vi dichiaro marito e moglie», bensì due viandanti della fatica quotidiana, Mauro e Stefania, 51 e 28 anni, che dopo le nozze taglieranno la torta a fine pranzo - con i tanti amici della strada - nel loro ristorante di tutti i giorni, la mensa della Caritas. A scambiar gli anelli portano ciascuno un passato di lavoro, soddisfazioni, affetti e un presente di difficoltà. Due percorsi che si sono incrociati lì, tra la cortesia dei volontari e la compagnia di altri che hanno sentito la crisi incombere, il lavoro sfaldarsi, le sicurezze sgretolarsi. Ma senza ferire dignità e fiducia.

La sciarpa annodata stretta, il bavero alzato, Mauro Mercandino si racconta parrucchiere per uomo. Fino al 2010, quando scende il buio: «Ho perso il negozio, ho trovato lavori saltuari. La sera al dormitorio, a pranzo alla mensa». Lo ospita un amico, poi recupera il piccolo alloggio che fu della madre, senza luce, senza riscaldamento, «ma almeno è un tetto, un nido». A Torino Stefania Piolatto manda avanti con passione una cartoleria, con la mamma.

È il 2008 quando le cose incominciano ad andar male, l’attività dev’essere chiusa: «Venni a Biella con il mio amore d’allora». Ma nuova sofferenza incalzava: «Tornai per un po’ a Torino, lavorai in un’impresa di pulizia». Amici la invitarono ancora qui e qui incontrò Mauro. Che racconta: «Una sera mangiammo qualcosa insieme. E lei mi disse una cosa semplice: buon appetito. A me? Non ero abituato a quell’attenzione, scoprii una delicatezza nuova».

Stefania lo scruta, lo studia, deve sforzarsi per uscire da un guscio: «Ero serrata ai sentimenti, con loro avevo chiuso dopo la morte improvvisa, per il cuore, del mio ragazzo. Da allora mi prese la paura di soffrire ancora». Condividono la ricerca di lavoro, di futuro, la mensa. E le sere nella casa silenziosa dove abita lui, con un fornello da campeggio, senza tv e lampadine, senza corrente elettrica: «Ore e ore con due candele a parlar di tutto, del passato, del lavoro, della politica».

E le storie si fondono.  Oggi matrimonio sarà. Intanto le giornate muovono secondo una cadenza rodata. La mattina tappa all’Ufficio di Collocamento, poi un salto al caldo in quei locali dove puoi sfogliare il giornale, l’incontro con gli amici con i quali si condividono questi ritmi lenti, poi il pranzo alla Caritas e il pomeriggio al Drop In, il centro attrezzato dal Comune, con il caffè e il te, il calcetto e il ping pong, le docce e le lavatrici per gli indumenti. La sera nel piccolo alloggio, a «parlare, parlare, parlare».

C’è sempre di che parlare, anche di ieri, ma soprattutto di domani, del lavoro («qualunque lavoro») e dell’oggi faticoso. Dice Stefania: «Mio padre mi fa avere 70 euro la settimana, che sono fondamentali, sono l’aiuto per le piccole necessità materiali e ma anche per mantenere intatta la dignità». Nel suo diario c’è una foto di lei bambina con papà. Ci sono i versi che ha scritto e scrive, quelli dell’amore e quelli della sofferenza:

«La pioggia può nascondere le mie lacrime / non il mio dolore». E il richiamo al segno che ciascuno lascia: «Tu puoi non far più parte di questo mondo / non della mia vita». La sfida della vita è lì davanti. Il matrimonio è un passo innanzi. Stefania ancora: «Una sera, sotto Natale, andai in chiesa con Mauro, ad accendere delle candele. Il prete chiese se qualcuno voleva dire due parole. Andai all’altare: se avete smesso di credere, ricredetevi, non si può smettere di credere alla vita».

Casa nuova, possibilità di parcheggio obbligatoria

La Stampa

Nei fabbricati di nuova costruzione è obbligatorio riservare spazi e parcheggi in misura proporzionale alla cubatura dell’edificio. Secondo la Cassazione (sentenza 19613/12) tutti i condomini hanno un diritto reale d’uso sugli spazi in questione.
Il caso



Cattura L’impresa costruttrice di un condominio si riserva la proprietà esclusiva dei posti auto nel cortile dell’immobile, ma un condomino parcheggia comunque la propria auto su uno di essi. Parte la citazione in tribunale, che accoglie la domanda dell’impresa. La Cassazione invece richiama l'articolo 18 della legge 765/1967, si limita a prescrivere, per i fabbricati di nuova costruzione, «la destinazione obbligatoria di appositi spazi e parcheggi in misura proporzionale alla cubatura totale dell’edificio», determinando, mediante tale vincolo di carattere pubblicistico, «un diritto reale d’uso sugli spazi predetti a favore di tutti i condomini dell’edificio», senza imporre al costruttore alcun obbligo di cessione in proprietà degli spazi in questione. La decisione della controversia non comporta un accertamento sulla proprietà dei posti auto, ma sulla «presenza o meno nell’edificio di aree destinate a soddisfare l’esercizio di tale diritto d’uso da parte del condomino», cosicché quest’ultimo avrebbe potuto parcheggiare la sua auto in altri spazi all’interno dello stabile.


Fonte: http://www.dirittoegiustizia.it/

Vaticano, per S.Antonio tutti a San Pietro con cani e gatti per la benedizione

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - Giovedì 17 gennaio per festeggiare Sant'Antonio abate, protettore degli animali, Papa Ratzinger ha autorizzatola messa e la benedizione solenne di cani, gatti e altri animali domestici. In Piazza San Pietro, davanti al colonnato del Bernini, ritornano così le celebrazioni in onore del patrono di tutti gli allevatori, molto venerato nel mondo contadino. Per il sesto anno consecutivo l'Associazione italiana allevatori (Aia) davanti al colonnato berniniano ha allestito anche una mini fattoria. Mucche, pecore, vitelli, galline, conigli e cavalli. La parte del leone la faranno le razze bovine.

All’interno di una specie di stalla all’aperto ci saranno le frisone, la Bruna italiana, la pezzata rossa, la maremmana, la chianina e poco più in là cinque maiali e diversi stalloni. Tutti gli animali provengono da allevamenti vicini alla capitale, dalle province di Cerveteri, Bracciano, Anguillara), Rieti (Cittareale, Borgovelino. Esattamente come è accaduto nelle ultime edizioni, sono invitati a partecipare tutti i romani in compagnia dei propri animali a cui verrà offerto dai veterinari dell’Aia un check up gratuito completo. Il programma delle celebrazioni prevede alle ore 10.30, una messa celebrata dal cardinale Angelo Comastri, all'interno della Basilica di San Pietro; a mezzogiorno la sfilata lungo Via della Conciliazione di cavalli e cavalieri e la fanfara dei Lancieri di Montebello, che terminerà con la benedizione solenne.


Martedì 15 Gennaio 2013 - 18:29
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Gennaio - 00:15

Usa la Lingua dei segni: accoltellato. L’importanza di quel God Save the Queen a Londra (e Italia’s Got Talent…)

Corriere della sera

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di Claudio Arrigoni


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Stava camminando per strada. Lo hanno accoltellato. Senza un motivo apparente. E invece un motivo c’era: stava parlando con un suo amico e, entrambi sordi, lo faceva con la lingua dei segni, scambiata per i segnali di una gang. Così Robert Jarell Neal, 22 anni, ha preso un coltello e ha colpito Terrance Ervin Daniels, 45 anni, a Burlington, North Carolina, Stati Uniti. Ne scrive il Time e non è la prima volta che accade. Nel giugno dello scorso anno, questa volta in Florida, stessa scena: due amici che chiacchierano usando la lingua dei segni, presa per il saluto della gang rivale, e vengono accoltellati.

Quella volta fu una donna, Barbara Lee, 45 anni, che vide in un locale di Hallandale Beach due persone sorde dialogare con dei gesti. Li insultò e accusò di far parte di un’altra gang. Quelli non capirono. Lei tornò con Marco Ibanez, 19 anni, che li accoltellò, per fortuna non gravemente. Daniels invece, trasportato in elicottero all’ospedale della University of North Carolina, è grave, ma stabile.

Storie di ordinaria follia, come capitano non solo negli States. Cause banali che portano a fatti di sangue. Ma in questi casi il motivo è anche altro: l’ignoranza. Non sapere che uno dei metodi che le persone sorde hanno per comunicare è quello di una lingua che non si esprime con le parole, ma con i segni. Su InVisibili ne abbiamo parlato in diverse occasioni, raccontando anche del bellissimo spettacolo “Amalia e basta” e non torniamo sulle discussioni fra “segnanti” e “oralisti”, spiegata lì. Partiamo da quei due casi per riflettere su altro.

Quei gesti scambiati per saluti o segnali di gang rivali farebbero sorridere se non fossero parte di episodi finiti in tragedia. Mostrano quanto c’è ancora da fare. Si potrebbe dire: be’, quelli facevano parte di bande criminali, magari erano disadattati, ci mancherebbe che sapessero della lingua dei segni. Troppo facile liquidarla così. Anzi, forse è proprio questo il punto.

Pensiamo a quanto non educhiamo sulle differenze. Di più: a quanto non comunichiamo sulle differenze. Su quanto poco si faccia nelle scuole (primarie e secondarie) per spiegare che esistono minoranze, che vadano rispettate e che vi sono dei modi anche per farlo, dal linguaggio al comportamento, sappiamo e vorremo fare in modo che questo cambiasse. Ci vorrebbe poco: inserire questo nei programmi di educazione civica, che sembrano scomparsi.

Sulla comunicazione la spinta data dallo sport, i grandi campioni paralimpici e la Paralimpiade,  ha certamente aiutato a dare visibilità e anche a modificare atteggiamenti e cultura sulla disabilità, ma ancora non basta. Per restare all’argomento sordità e alla lingua dei segni mi piace pensare all’inno britannico cantato nella lingua dei segni alla Cerimonia di apertura della Olimpiade: un’integrazione linguistica come mai vi era stata in un evento visto da centinaia di migliaia di persone. E quella splendida True Colors, il brano reso alla fama mondiale da Phil Collins prima e Cindy Lauper poi, eseguito anche nella lingua dei segni dalla British Paraorchestra, protagonista all’apertura olimpica e supporto anche dei Coldplay alla cerimonia di chiusura della Paralimpiade di Londra 2012, insieme ai grandi campioni paralimpici, che ha fatto il giro del web mondiale.

Per venire all’Italia, ha destato stupore e attenzione, pochi giorni fa, l’esibizione a Italia’s Got Talent, show trasmesso da Canale 5 e visto da milioni di spettatori, di Eugenio Scarlato, un rapper sordo, primo nel nostro Paese, che canta usando la lingua dei segni, sentendo la musica attraverso le vibrazioni, la canzone “Dubbio dubbio”: parola usata nel ritornello che è stato facilissimo imparare. Ed è stato bello vedere lo studio e i giurati alzare le braccia e agitare le mani per applaudire. C’è chi a volte dubita, giusto per rimanere nel tema della canzone, sui reali motivi che spingono uno show ad avere esibizioni di questo tipo. Argomento che francamente non interessa affrontare in questo momento. Grazie anche a quell’esibizione, milioni di persone hanno visto, e apprezzato, che la musica e l’arte non sono preclusi a nessuno, neanche a chi non sente. E che ci sono tanti modi di comunicare. Forse, se quei tipi delle gang americane avessero visto la British Paraorchestra in “God save the Queen” o il rap di Scarlato avrebbero tenuto quei coltelli in tasca. Almeno in quelle due occasioni.

Mago del software prigioniero in Siria La comunità Twitter si mobilita per il rilascio

Corriere della sera

Colleghi e amici lanciano gli hashtag #FreeBassel e #FastForBassel. Ingegnere, rischia la prigione a vita
 
Il 15 marzo scorso Bassel Khartabil, aka Safadi, e’ stato prelevato dalla polizia del regime in Siria in un’ondata di arresti a Mazzah nel distretto di Damasco. Bassel, ingegnere siriano-palestinese di software open-source, e’stato indicato al numero 19 fra i cento pensatori piu’ influenti al mondo dalla prestigiosa pubblicazione Foreign Policy, seguito al 20 posto da Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea. Per chi e’ ingegnere di sofware open-source il riconoscimento non sorprende. Non e’ stato reso noto nessun capo d’accusa. Dopo essere stato trasferito alla prigione militare di Seyidnaya, dove ha subito torture fisiche e psicologiche, da qualche giorno Bassel e’ stato ritrasferito alla prigione civile di Adra. Dal suo arresto la famiglia non aveva avuto alcun contatto con lui, ora gli viene concessa una visita alla settimana.

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RISCHIO ERGASTOLO - Nonostante questa notizia positiva, la sua situazione e’ di grave pericolo; il suo caso resta sotto la giurisdizione di una corte marziale e rischia l’ergastolo. Gli viene negato qualsiasi patrocinio legale, non fare appello e le sentenze di questi tipi di tribunali sono estremamente severe e con decorso immediato. Bassel inizio’ ad appassionarsi di programmazione a 15 anni quando lo zio, gli mostro’ il suo computer.

Dopo circa trenta minuti, lo lascio’ solo e da quel momento inizio’ il suo percorso di autodidatta via peersharing che, a 31 anni, lo hanno reso un ingegnere di software rispettato e conosciuto per l’evoluzione del web in Siria che prima di lui era considerata un «buco nero». Bassel ha prestato la sua professionalita’ come volontario per vari progetti non solo in Siria: Creative Commons, Mozilla, Wikipedia, Fabricatorz e Sharism. Per questo motivo Fp gli ha riconosciuto «innovative capacita’ di programmazione che hanno aiutato ad integrare la Siria nella comunita’ on-line e per aver insistito e creduto in una rivoluzione pacifica in Siria».

AMICI E COLLEGHI - Oltre alla comunita’ del web molti altri, da rappresentanti dei diritti umani a deputati del Parlamento Europeo, si sono uniti per una campagna in favore del suo rilascio twittando con gli hashtags #FreeBassel e #FastForBassel. I suoi colleghi del Creative Commons hanno aperto un sito web http://freebassel.org/. I suoi amici lo descrivono come «una persona molto generosa con gli altri e di fine ironia, non vive distaccato dal mondo. Per questo motivo la sua mancanza e’cosi sentita, non solo da familiari e dalla fidanzata ma da tutta la comunità che lo conosce»

Com’e accaduto spesso dal principio della Primavera Araba, è grazie anche al ruolo di internet e dei social networks da facebook a twitter se molti avvenimenti ed informazioni dalle zone di guerra sono stati resi noti ai media. In questo senso dobbiamo tutti un ringraziamento e un tweet a Bassel. Bassel e’ sempre stato un attivista pacifico ed ha gia’ sofferto in passato detenzioni e torture, la sua casa e il suo ufficio sono stati bombardati ma non ha mai voluto lasciare il suo paese, credendo fermamente nell’importanza di restare. In uno degli ultimi cinguettii Bassel dice: «Le persone sul terreno sono quelle che portano il cambiamento. Le persone che sono in vero pericolo non lasciano mai il loro paese. Sono in pericolo per delle ragioni e per questo non vanno via».

Gaja Pellegrini-Bettoli
@gajap7215 gennaio 2013 (modifica il 16 gennaio 2013)

Più bravi ma con i voti più bassi, il rebus degli studenti lombardi: i dati di «Tuttoscuola»

Corriere della sera

«Lo svantaggio pesa nel curriculum, meglio prove uguali per tutti» Il provveditore: bisogna intervenire


MILANO - Penalizzati da insegnanti severi, tirati nei voti. Gli studenti lombardi portano a casa pagelle meno brillanti, escono dalla maturità con punteggi più bassi e devono fare salti mortali per conquistare la lode. Anche se risultano più preparati. C'è uno spread della valutazione che poi pesa quando presentano il curriculum, quando vanno ai concorsi, quando cercano lavoro, il teorema non è nuovo, la novità sono i dati. I ragazzi di Milano e dintorni brillano ai test Invalsi e nelle rilevazioni Ocse Pisa, prove standard, uguali per tutti, ma quando le valutazioni sono soggettive, scrutini ed esami di maturità, la partita la stravincono i colleghi del Sud a partire dai calabresi, che però restano indietro nei test nazionali.

LE VALUTAZIONI - Il dibattito sulla valutazione è ripartito da Milano, alla presentazione del «Rapporto sulla qualità della scuola in Lombardia» confezionato da Tuttoscuola , con il direttore dell'Ufficio scolastico regionale che si è impegnato a intervenire. «Non posso chiedere agli insegnanti di essere meno severi, sono giustamente seri. Ma i nostri ragazzi risultano penalizzati. Il problema della valutazione c'è - ha detto il provveditore Francesco De Sanctis -. Anche le università non si fidano dei voti degli altri e utilizzano i loro test». Uno dei dati che scalda gli animi: i cento e lode alla maturità, traguardo raggiunto dallo 0,45% dei lombardi, e dall'1,4 dei calabresi.

Reazioni. «I conti non tornano. Invalsi alla maturità subito», ha rilanciato secca l'assessore regionale Valentina Aprea. «La Lombardia avrebbe tutto da guadagnare con la trasformazione della terza prova in prova nazionale, la valutazione sarebbe più omogenea», ha sostenuto anche Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttoscuola . «Poi nei concorsi per titoli lo svantaggio si paga. Qualcuno può far più fatica di altri a trovare lavoro».

LA RICERCA - Lo storico mensile del settore, che ha già consegnato due rapporti nazionali - 2007 e 2011 - in questa indagine sulla Lombardia per la prima volta ha valutato le scuole comune per comune (per le paritarie non tutti i dati erano disponibili). Le migliori? Sono a Cassano Magnago, città natale del leghista Umberto Bossi, provincia di Varese. Le peggiori a Como. Che cosa è stato pesato? Molto.

Per esempio: patrimonio delle scuole, spese per l'istruzione degli enti locali, dotazione di pc e laboratori, tempo pieno, numero di alunni per classe, servizi mensa e trasporto, numero dei precari, profilo degli insegnanti, dispersione scolastica, livelli di apprendimento e risultati di scrutini e diplomi. Un centinaio gli indicatori, 35 mila i dati incrociati, pescati negli archivi di Miur, Istat, Ragioneria dello Stato. Per arrivare a una valutazione su: strutture e risorse, organizzazione e servizi, personale, risultati. E per concludere: la Lombardia è sempre sopra la media nazionale, era al secondo e terzo posto e resta ancora in alto.

LA MAPPA DELLE SCUOLE - L'indagine è stata pensata per rispondere alla domanda «dove la scuola funziona meglio». Adesso la mappa c'è. E ci sono spunti da salvare. In ordine sparso: gli istituti migliori sono nei comuni più piccoli; le scuole più ricche sono i tecnici e i professionali; gli insegnanti sono più giovani che altrove ma si considera «moderatamente giovane» chi è sotto i 45 anni (!) e in cattedra ci sono meno uomini; diminuiscono i trasferimenti, aumenta l'assenteismo. Poi le «classi pollaio», dolente nota. «Alle superiori anche in 33, troppi. Ma c'è stato un problema di distribuzione delle risorse, Milano è stata penalizzata», ha detto De Sanctis, in carica da due mesi. E poi c'è il tema della valutazione. «Sacrosanta la serietà nei giudizi. Ma agli studenti lombardi si chiede di più».

Federica Cavadini
16 gennaio 2013 | 10:28

Dottor Google, mi aiuti lei” Boom di auto-diagnosi online

La Stampa

Uno studio del Pew Center lancia l’allarme: il 35% degli americani si affida al Web per curarsi senza rivolgersi agli specialisti
claudia nardi


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“Dottor Google” sostituirà presto il medico di famiglia. Sempre più persone ricorrono, infatti, a Internet e ai motori di ricerca per diagnosticare un problema di salute per sé o perfino per gli altri. A lanciare l’allarme è il Pew Research Center che ha diffuso oggi l’indagine dal titolo “Health Online 2013”, condotta nell’ambito del progetto “Pew’s Internet and American Life Project”. Lo studio, condotto su un campione di oltre 3000 americani, rivela come il 35 per cento di queste persone si affida al web per cercare informazioni riguardanti la natura dei disturbi fisici di cui soffrono. A indossare più spesso il camice bianco virtuale sono le donne ma anche i giovani, le persone con diploma di scuola superiore e chi ha un reddito familiare superiore a 75mila dollari l’anno.

La ricerca sottolinea i pericoli derivanti dal potere amplificatore della rete. L’abitudine di questi “medici di se stessi” è quella di accontentarsi della propria autodiagnosi senza sentire una seconda opinione: una persona su tre, infatti, evita addirittura di rivolgersi a uno specialista per la conferma. Tra gli adepti di Dottor Google che, al contrario, si rivolgono al medico dopo essersi autodiagnosticati una fantomatica malattia, il 41 per cento ha dichiarato che il proprio dottore conferma la loro diagnosi mentre il 18 per cento ha affermato che il medico non si trovava d’accordo con la prognosi che i pazienti avevano creato.

L’esplorazione superficiale del web a fini di automedicazione rischia di esagerare o aggravare la condizione di salute di coloro che decidono di scavalcare l’autorevolezza scientifica. Così un semplice mal di testa sfocia in una patologia incurabile. Sempre più spesso, questi ipocondriaci della rete soffrono della cosiddetta cyberchondria, una sorte di sindrome da malato immaginario in versione tecnologica, che colpisce quelle persone che vanno a cercare su Internet informazioni mediche per i più disparati motivi: per piacere, necessità, studio, curiosità.

Secondo lo studio Pew, per gli habitué della diagnosi fai da te, e della conseguente terapia fai da te, la fonte numero uno è Google: il motore di ricerca più famoso al mondo ha ufficialmente sostituito i siti specializzati di medicina. L’inaffidabilità delle fonti è, quindi, una questione all’ordine del giorno e per i pazienti non è facile trovare, nell’oceano delle informazioni approssimative e fuorvianti, un barlume di attendibilità. La nostra società, sempre più caotica, rischia di scontrarsi con una realtà in cui il medico curante verrà presto abbandonato per privilegiare il suo sostituto virtuale più veloce, gratuito e disponibile 24 ore su 24.

Magenta «cancella» il villaggio dei disabili

Corriere della sera

Avrebbe permesso a 40 persone di vivere integrate nella comunità, grazie a spazi polifunzionali aperti a tutti

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MILANO - Doveva essere un villaggio per disabili unico nel suo genere e il primo di questo tipo in Europa. Una "cittadella" che avrebbe permesso a quaranta disabili di vivere integrati nella comunità, grazie a spazi polifunzionali aperti a tutta la cittadinanza. Tuttavia, se il "Villaggio El Dorado" vedrà mai la luce, probabilmente non sarà più a Magenta, comune di 24mila abitanti nel Milanese, dove invece la struttura avrebbe dovuto sorgere.

L'amministrazione comunale di centrosinistra ha infatti deciso di non procedere con l'approvazione definitiva del piano di lottizzazione che comprendeva anche il Villaggio El Dorado. Un atto che cancella la cittadella dei disabili, nonostante la sua realizzazione avrebbe portato in città anche nuove attività e spazi di aggregazione aperti a tutti. Nel villaggio, infatti, accanto alle residenze per i disabili e i loro genitori anziani dovevano trovare posto laboratori artigianali, un vivaio, una ludoteca, forse un mini market in cui i disabili in grado di farlo avrebbero potuto perfino lavorare. Accanto al villaggio, sarebbe sorto anche un maneggio per l'ippoterapia e altri sport equestri.

TROPPO CONSUMO DI SUOLO - Ma la costruzione della cittadella avrebbe portato con sé anche un nuovo quartiere: l'immobiliare proprietaria del terreno ne avrebbe infatti ceduto in uso una parte per la cittadella dei disabili solo in cambio della possibilità di costruire «tredici edifici, di cui 12 di cinque piani e uno di 4 anni e un parcheggio di 222 posti auto», spiega l'assessore all'urbanistica Enzo Salvaggio. L'approvazione del piano avrebbe dato il via immediatamente alla costruzione dei palazzi, mentre il progetto del Villaggio, secondo il comune, «non garantiva certezze» sulla sua realizzazione.

La Fondazione Durante Noi, costituita dai genitori dei ragazzi disabili, non possiede ancora i 16 milioni di euro per realizzare la struttura, ma l'approvazione definitiva, che avrebbe sancito il passaggio del terreno, era la condizione sine qua non per ottenere finanziamenti dalle banche o da altre fondazioni. Ma il Comune ha forti dubbi «sull'effettiva capacità del piano di rispondere a dei reali bisogni sociali che esistono a Magenta» e una certezza: in città non c'è bisogno di ulteriori condomini, dato che ci sono già centinaia di alloggi sfitti. D'altronde, fermare il consumo di suolo è stato uno dei temi chiave della campagna elettorale di Gianmarco Invernizzi, che è diventato sindaco nel maggio scorso.

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«BUTTATI SEI ANNI DI LAVORO» - La bocciatura del progetto getta nello sconforto le famiglie dei quaranta disabili che avrebbero dovuto vivere nella cittadella. «Lo stop al nostro progetto e le critiche proprio al Villaggio El Dorado ci hanno profondamente amareggiato, anche perché negli incontri precedenti non c'era stato alcun segnale che facesse pensare a una conclusione di questo tipo» spiega Marina Forenza Erriquez, insegnante e scrittrice, nonché l'ideatrice del villaggio, che è stato poi disegnato dall'architetto Roberto Perissinotto secondo i desideri delle mamme dei ragazzi disabili. «In questo modo stiamo buttando via sei anni di lavoro - accusa la Erriquez -.

Tuttavia, siamo stati contattati dall'assessore ai servizi sociali di Magenta, Simone Lonati, e la settimana prossima avremo un incontro. Ci ha assicurato che il Comune è ancora interessato alle attività della nostra Fondazione. Restiamo quindi in attesa». A criticare la decisione della giunta è anche Simone Gelli, ex assessore della precedente amministrazione di centrodestra, che aveva invece adottato il progetto del Villaggio Ed Dorado, nell'aprile del 2012. «Il "dopo di noi" è un tema su cui non si può scherzare - accusa Gelli -.

Spiace vedere cancellato un progetto senza che si abbia la bontà di presentarne in contemporanea uno alternativo, capace di dare certezze alle nostre famiglie che da anni inseguono questo sogno, ovvero di essere sicuri che i loro figli, anche in mancanza di entrambi i genitori, possano essere seguiti in strutture idonee oltre che appropriate». La giunta, tuttavia, difende la sua scelta, respinge le accuse e precisa che «continueremo il lavoro che abbiamo intrapreso per individuare risposte reali e concrete ai bisogni presenti in città nell'ambito sociale, non da ultimo quello relativo alla protezione giuridica e non solo dei disabili nella prospettiva "dopo di noi"».

Giovanna Maria Fagnani
16 gennaio 2013

Il «passo indietro» di mr Alibaba a 48 anni

Corriere della sera
DAL NOSTRO INVIATO


PECHINO
- Ha dato l’addio con una email a tutti i dipendenti. «Il prossimo 10 maggio 2013 darò le dimissioni da direttore generale esecutivo». Jack Ma, uno degli artefici del miracolo (su Internet) cinese - fondatore di Alibaba.com e molto altro - a soli 48 anni cede il timone per «lasciare spazio ai giovani». Non ha ancora intenzione di andare in pensione («resterò nella carica di presidente della compagnia», ha scritto ancora nell’email), tuttavia il suo gesto, smentito fino a ieri, ha molto impressionato i media cinesi, abituati da un decennio alle originali performance di Jack Ma. Anche la data scelta per le dimissioni ha fatto discutere, dato che si tratta dell’«Alibaba Day», ovvero l’anniversario della sua fondazione, nel 1999.


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GIRO D’AFFARI - Intanto sorprende il fatto che le dimissioni del capo della più importante compagnia online della Repubblica Popolare (un giro d’affari di 160 miliardi di dollari, 25 mila dipendenti) non sia stato ancora, non solo nominato, ma nemmeno trovato. Un altro espediente di Ma per sorprendere il pubblico? In realtà, la mossa sembra meditata. «E’ ora - ha dichiarato dalla sua sede di Hangzhou, nella Cina Orientale - di far spazio a menti più giovani e fresche, a nuove idee». Jack Ma ha detto anche che desidera «passare il testimone» a persone nate «negli anni ’70 e ’80: perché una compagnia che opera sul web deve sapersi rinnovare per restare competitiva».

SUCCESSORE - Così il successore di Ma sarà scelto più avanti. Un «gruppo di lavoro» è già all’opera. Trenta tra i collaboratori più fidati che hanno il compito di selezionare il futuro leader: che potrebbe anche essere uno di loro. Il motivo dietro alla decisione di lasciare (o meglio: di fare un passo indietro) potrebbe essere legata alle difficoltà che Alibaba.com ha segnalato soprattutto all’inizio del 2012, quando i ricavi delle vendite sono sensibilmente diminuiti. Un fattore attribuito alla crisi internazionale ma anche alla «saturazione» del mercato. Dunque, «nuovi uomini (o donne) e nuove idee» per restare da protagonisti in un mercato, Internet, che in Cina ha appena superato i 560 milioni di utenti.


Cattura
NESSUNA RIVOLUZIONE
- Dalla compagnia, comunque, arrivano anche inviti a «non fraintendere le motivazioni delle dimissioni». Non ci sono «rivoluzioni» alle porte. Alibaba.com, continuerà per la propria strada anche nel futuro: «Il nuovo capo - ha dichiarato Li Zhi, un analista del mercato online - dovrebbe essere qualcuno che sia compatibile con la cultura d’azienda di Alibaba, e non un manager pronto a cambiarla radicalmente». Cambiamenti sì, rivoluzione no: anche questa è la Nuova Cina.



Paolo Salom
@PaoloSalom16 gennaio 2013 | 12:07