venerdì 18 gennaio 2013

Senza doping impossibile vincere sette Tour» Armstrong si confessa da Oprah

Corriere della sera

Trasmessa l'intervista in cui l'ex campione ammette: «Il mio cocktail di Epo, trasfusioni e testosterone...»

Alla fine ha confessato. Lance Armstrong ha ammesso di aver fatto uso di doping per vincere i suoi sette Tour de France. «Altrimenti sarebbe stato impossibile vincere», ha detto l'ex campione a Oprah Winfrey, nell'intervista trasmessa nella notte tra giovedì e venerdì di cui erano già state date alcune anticipazioni. Niente lacrime mentre si raccontava alla conduttrice, il volto non tradiva troppe emozioni e a volte l'atteggiamento è apparso freddo. Eppure ha parlato di pentimento: «Passerò il resto della mia vita - è la promessa - cercando di riconquistare la fiducia della gente e a scusarmi per quel che è successo». Ad Armstrong, che è stato spogliato di tutti e sette i titoli vinti al Tour del France, il Cio ha ora tolto anche la medaglia di bronzo della prova su strada di Sidney 2000.

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I FARMACI - «Il mio cocktail era fatto di Epo, ma non molto, trasfusioni e testosterone», ha spiegato Armstrong nella prima puntata in onda sul canale via cavo Own e online su Oprah.com (la seconda sarà in onda un giorno dopo). Il texano ha detto che l'ultima volta che si è dopato è stata nel 2005. «Nel 2009 e nel 2010, assolutamente no», ha detto l'ex maglia gialla. «Non ho inventato il doping, ma non l'ho fermato», ha continuato.

«NON ERO IL REGISTA» - Armstrong si è definito un «bullo», ma ha detto di non aver mai ordinato a nessuno di doparsi. Un'immagine che prova a contrastare quella tratteggiata dal rapporto dell'Usada, l'Agenzia antidoping degli Stati Uniti, che gli ha contestato di essere al centro del «più sofisticato programma di doping della storia». E proprio all'Agenzia si è rivolto, dicendosi pronto a presentarsi davanti a «una commissione verità e riconciliazione» dell'Usada, sperando in una eventuale amnistia del bando a vita dalle gare: «Se questa commissione fosse creata, sarei il primo a andarci». Ma Armstrong ha aggiunto che non è il suo compito quello di far pulizia nel mondo del ciclismo. E ha parlato anche del medico italiano accusato di essere il cervello del programma del doping della squadra: «Continuo a ritenere che Michele Ferrari fosse una brava persona - ha detto -. Ma non sono a mio agio a parlare di altre persone».


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L'ammissione di Armstrong da Oprah: «Io dopato in tutti e sette i Tour» (18/01/2013)

L'ammissione di Armstrong in tv: «Ho fatto uso di doping» (15/01/2013)

Doping ciclismo: parla la massaggiatrice di Armstrong (12/10/2012)




Redazione Online18 gennaio 2013 | 9:19

Pizzarotti e l'«ovviamente gratis» che diventa tormentone

Corriere della sera

Il sindaco 5Stelle di Parma cerca programmatori «volontari» E in tanti si arrabbiano: «Il lavoro va retribuito»

«C'è uno sviluppatore o un gruppo di sviluppatori, che vorrebbe collaborare con noi? Ovviamente in modo gratuito :)» D'accordo, siamo in tempi di austerità. E va bene che il comune di Parma è sepolto dai debiti (almeno 800 milioni, ereditati dalle precedenti giunte, quella del pidiellino Vignali - arrestato -, in testa). E va anche bene che il Movimento 5 Stelle è portatore di istanze di partecipazione e di taglio degli sprechi. Ma la frase di Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma del M5S, a molti non è andata giù. Quell'«ovviamente gratis» è diventata un piccolo tormentone social. E la faccina sorridente usata dal sindaco non è servita a rabbonire chi si è scandalizzato per un amministratore pubblico che chiede sulla sua pagina Facebook di contribuire senza retribuzione alcuna al Comune.


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GRATIS - Dopo una serie di messaggi di volenterosi pronti a rispondere all'appello, l'intervento dell'utente Ernesto Russolillo («Sindaco, con tutta la crisi che c'è in Italia nel campo dell'IT non si riescono proprio a trovare le risorse per "pagare" almeno con un gettone simbolico qualche programmatore che potrebbe aver bisogno di lavorare?») ha dato la stura a una serie di risposte tra il piccato e il decisamente infuriato. «Che si chieda del lavoro gratis è uno scandalo. In ogni campo. Uno scandalo» si legge tra le centinaia di interventi seguiti al post del sindaco. Alcuni ricordano la Costituzione, l'articolo 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro».

REPLICHE - A calmare le acque non sono serviti né gli interventi degli attivisti del MoVimento («Lezione di Economia 5Stelle. Se io faccio un lavoro gratis per il comune, il comune non spende quei soldi per la prestazione, prestazione che non verrà addebitata sulle tasse comunali che dovrebbero essere pagate anche dallo sviluppatore») né una successiva precisazione dello stesso Pizzarotti. Che puntualizza: «Non volevo offendere o sfruttare nessuno. Semplicemente, come c'è chi può fare volontariato tagliando l'erba o dipingendo un muro, chi è un informatico può aiutare nel suo campo. Se fosse un incarico a pagamento avrei seguito i canoni del comune, specificare quindi che era gratuito serviva a questo. Io ho sempre dato una mano ad associazioni che dovevano farsi il sito o altro, e non l'ho mai visto come sfruttamento».

#OVVIAMENTEGRATIS - È quell'«ovviamente» a non andare giù. Tanto che, come spesso capita su Twitter, è diventato un tormentone ironico sotto il segno dell'hashtag #ovviamentegratis. «MacGyver ha sviluppato un sito web per @FedePizzarotti con un magnete, due matite e del filo interdentale #ovviamentegratis». «Stasera vado alla coop e chiedo se vogliono contribuire alla mia alimentazione facendomi fare la spesa #ovviamentegratis» «Cerco casa a Desenzano del Garda, vista lago, possibilmente magione d'epoca. #Ovviamentegratis». E via di questo passo. Mal che vada Pizzarotti ha trovato un modo per affrontare l'annoso problema dei ritardi nei pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione. Basta pattuire prima di non pagare affatto.

p. ott.18 gennaio 2013 | 12:10

Cucchi, padre costretto a ipotecare casa per pagare le spese legali I periti: cure inadeguate, morte prevedibile

Il Messaggero
di Valentina Errante


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ROMA - Giovanni Cucchi è furioso. Non condivide la superperizia della Corte, che individua nei medici i responsabili del decesso di suo figlio «malnutrito e malcurato»,ma soprattutto non accetta che i suoi consulenti non abbiano potuto fare domande agli esperti nominati dalla Corte d’assise, chiamati a stabilire perché Stefano, arrestato il 16 ottobre 2009, sia morto nel reparto giudiziario dell’ospedale Pertini sei giorni dopo. «Pretendo le scuse dal ministro della Giustizia. Ho consegnato mio figlio allo Stato sano. Abbiamo dovuto ipotecare casa per far fronte alle spese del giudizio quando lo Stato avrebbe dovuto difenderci». A opporsi al fatto che il controesame dei periti fosse svolto dai consulenti e non dai legali della parte civile, sono stati i pm. Oggi la famiglia ha organizzato una protesta a piazzale Clodio.

Di fatto, la perizia, illustrata ieri in aula da Marco Grandi e Luigi Barana attribuisce le responsabilità ai medici, che non avrebbero trattato il paziente in maniera adeguata «determinandone il decesso». Cucchi non sarebbe stato curato: «I medici non hanno saputo individuare il quadro patologico. Hanno avuto una condotta colposa a titolo di imperizia o negligenza, quando non di mancata osservanza delle disposizioni codificate».

Per gli esperti, la causa della morte è «una sindrome da inanizione, ossia una mancanza (o grande carenza) di alimenti e liquidi» e non c'è un nesso di causalità tra la morte e la frattura al coccige o le ecchimosi al capo. Cucchi «doveva essere trasferito in una struttura di terapia intensiva», dicono i periti, dove sarebbe stato «probabilmente ancora consentito di recuperare il paziente». Non solo, «non avendo consapevolezza della patologia da cui era affetto, venne pure a mancare da parte dei sanitari del Pertini, un’adeguata e corretta informazione al paziente sul suo stato di salute e sulla prognosi a breve inevitabilmente infausta, nel caso egli avesse persistito nel rifiutare cibi e liquidi».


Giovedì 17 Gennaio 2013 - 09:37
Ultimo aggiornamento: 09:37

Svista Pd : «candida» il Galasso sbagliato

Corriere del Mezzogiorno

Nella pagina dei papabili al Senato la didascalia si riferisce allo storico e non all'omonimo ex sindaco di Avellino


Sul sito del Pd - Clicca per ingrandire

NAPOLI - Va bene che in questa tornata elettorale gli esponenti della società civile sono cool e pure salvatori della patria. Ma il Pd esagera. E pur di cooptare un prof in più nelle pagine online sui candidati al Senato in Campania scambia il noto storico Giuseppe Galasso («professore alla Federico II», recita la didascalia) con l'omonimo ex sindaco di Avellino Giuseppe Galasso (medico), già in corsa per le parlamentarie di dicembre.

Redazione online16 gennaio 2013

Lombroso e il brigante di Vigevano Giallo dietro il teschio conteso

Corriere della sera

Il reperto si trova al museo di antropologia di Torino, ma il paese natale in Calabria chiede di riaverlo per seppellirlo


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PAVIA - «Grazie per avermi liberato, ora pensate agli altri miei fratelli che sono ancora prigionieri». Troppo in fretta aveva esultato il Comitato tecnico scientifico no-Lombroso, lo scorso ottobre, mettendo in rete quella frase sopra la foto del teschio del brigante Giuseppe Villella, morto a Vigevano nel 1864, ma ancora oggi «prigioniero» nel museo Lombroso di Torino. Non un brigante qualsiasi, ma quello su cui lo scienziato italiano, allora docente di clinica psichiatrica e antropologia all'Università di Pavia, fondò la sua teoria - poi rivelatesi infondata - del «delinquente per nascita».

Il paese di origine di Villella, Motta Santa Lucia (Catanzaro), si era rivolto al tribunale di Lamezia e aveva ottenuto che il teschio fosse restituito al suo paese per una degna sepoltura. Ma il museo ha fatto ricorso, sostenendo che quel reperto (come gli altri) è di proprietà dello Stato, e così l'ordinanza è stata sospesa in attesa della decisione della Corte d'appello, il prossimo 5 marzo. Tre anni dopo l'unificazione d'Italia, Lombroso a Pavia era alla ricerca di prove della sua teoria sui delinquenti per nascita. Aveva preso a frequentare reparti psichiatrici e carceri in cerca di casi da studiare.

A Vigevano aveva messo gli occhi su un uomo di mezza età, un brigante calabrese condannato a quanto pare per aver incendiato un mulino (ma mancano documenti su questo), che non se la passava bene, malato di tifo e scabbia. Quando morì di tifo, ottenne il corpo per fare l'autopsia. Il referto si trova al museo di antropologia criminale Lombroso di Torino e porta la data del 16 agosto 1864. Nel cranio - che poi per molto tempo rimase sulla sua scrivania come fermacarte -, lo studioso individuò quella fossetta occipitale mediana che divenne il «marchio di fabbrica» dei delinquenti.

Sul come Villella fosse finito in Lombardia e che cosa avesse fatto nel periodo precedente la cattura, non si hanno documenti. Anche la professoressa Maria Teresa Milicia, ricercatrice che ha scandagliato gli archivi, non ha trovato notizie. Fatto sta che negli ultimi anni il teschio del brigante è diventato oggetto di un'inedita contesa, e a sostegno del Comune di Motta Santa Lucia ieri è arrivata anche la Provincia di Catanzaro, per la quale quel teschio esposto in pubblico continua a essere il simbolo di un pregiudizio verso il sud con la facile equazione «terrone uguale delinquente». Ma non ci sarebbe da meravigliarsi se la questione arrivasse un giorno alla corte europea per i diritti dell'uomo, dal momento che la Calabria sostiene che dare una sepoltura ai resti del brigante, togliendoli dal museo, è un'iniziativa che «rientra nel rispetto dei diritti umani, nel rifiuto di qualsiasi atteggiamento di discriminazione, razzismo e offesa alla dignità dell'uomo».

Il caso Villella negli ultimi mesi si è anche tinto di giallo. Secondo una ricerca del Comitato no-Lombroso, il teschio potrebbe infatti appartenere a un altro Villella, nato nel 1795, e non al brigante, nato all'inizio del 1800. Si tratterebbe quindi di un omonimo, incensurato, finito in carcere grazie alle leggi speciali perché sospettato di brigantaggio. Il vero brigante, invece, nella sua vita aveva subito almeno tre condanne per aver sottratto ricotte, formaggio, pane, capretti e, a quanto pare, per aver dato alle fiamme un mulino dopo averlo saccheggiato.

Luigi Corvi
17 gennaio 2013 | 9:02

Tv «pirata» con il box di BitTorrent

Corriere della sera

Si può comprare online per 105 euro e permette di scaricare file (illegalmente) e di vederli direttamente in televisione

MILANO - Mentre Google e Apple (qui la notizia della televisone di Cupertino) cercano di diffondere le loro TV non incassando un grande successo, tanti piccoli gruppi stanno interpretando la televisione del futuro con soluzioni innovative. Dopo il CuBox, un computerino Android di 5 centimetri, ora sono i pirati ad andare all'arrembaggio con BBK BitTorrent Certified Box, un set top-box che trasforma la TV in un centro completo per la lettura e lo scaricamento di file.


SI SCARICA DA QUI - Le ragioni di un probabile successo risiedono soprattutto nella certificazione di BitTorrent, il client per la distribuzione e condivisione di file in Rete, che consente di scaricare file direttamente da questo scatolotto nero di 13 centimetri per lato per 3 di altezza senza toccare nient'altro. In pratica si sceglie il file, si attende il download e la riproduzione parte in automatico senza doversi appoggiare a uno store online.



NON SOLO DOWNLOAD
- Va da sé che tale condivisione sia illegale ma il BitTorrent Certified Box si rivela utile anche per chi non scarica. Non essendo legato a nessun brand, è privo di qualsiasi limitazione e legge di tutto: mp3, mpeg 1, 2 e 4, H.264, Xvid, AVI e ogni altra sigla venga in mente e si dimostra al passo con i tempi aggiungendo al carniere anche gli mkv, file che mantengono inalterate le qualità del Blu-ray permettendo di vedere film in full HD. Il che vuol dire che anche i non scaricatori potranno convertire la propria videoteca mantenendone intatte le qualità per poi goderla su qualsiasi device, visto che c'è il Wi-Fi integrato.



ANCHE AIRPLAY
- Parlando di libertà la stoccata arriva anche dalla compatibilità con iTunes, AirPlay e Airport Express per riprodurre senza fili i file da tutti i device della mela, con il protocollo rivale di bitTorrent, Vuze, e con la connessione per il digitale terrestre in HD, tre aspetti che rivelano come l'open source possa muoversi su terreni che avvantaggiano l'utente prima che il marchio, che qui, è bene ricordarlo, praticamente non c'è. Ma oltre la musica e i film, lo scatolotto trasforma la Tv in un monitor leggendo anche documenti di Office, file txt, pdf, presentazioni in Power Point, il tutto condito da un'interfaccia lineare e pulita e dal supporto per Android, di cui può scaricare le numerose applicazioni.

ESPANDIBILE ALL'INFINITO - Da ultimo lo storage. Di base ha solo una memoria flash da 4 giga ma la possibilità di pescare file da qualsiasi device e le tre prese USB ne potenziano la capacità a piacere dell'utente. Il tutto poi per 105 euro spese incluse, un prezzo in linea con i concorrenti.


Alessio Lana15 gennaio 2013 | 16:35

La mia casa? Da otto anni è l'aeroporto"

Maria Sorbi - Mer, 16/01/2013 - 07:58

Emilietta, 73 anni, vive a Malpensa dal 2005 e sogna di tornare nel suo Paese: Mauritius

Sembra che stia per partire da un momento all'altro. In realtà è ferma a Malpensa da otto anni. Vive lì.


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Cesira Ton, che tutti chiamano Emilietta (nella foto), 73 anni, ha creato il suo cantuccio tra le poltroncine degli «arrivi» e si confonde - discreta - tra la folla dei passeggeri che transitano per il terminal 1. Tre grosse valigie, un paio di coperte, una trousse: ecco, questa è la sua casa, resa più accogliente da una piccola stella di Natale che un amico le ha regalato durante il concerto degli Alpini di dicembre. Emilietta profuma di borotalco: ogni sera si lava nei bagni dell'aeroporto, silenziosa, senza che nessuno si accorga di lei. «Non sono mica una barbona io» dice, con la cipria sulle gote e il rimmel sugli occhi. «La notte stiro pure e mi cucino risotto e pastasciutta sul mio fornelletto portatile.

A volte mi metto perfino a fare il limoncello, viene una delizia». Apre uno dei suoi borsoni e mostra la biancheria e le lenzuola perfettamente pulite e ripiegate. Ogni sera le srotola su una delle panchine di marmo dello scalo e si accuccia per dormire un po': «Mai più di qualche ora, qui c'è sempre parecchio via vai». Lei non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. «Aspetto solo di partire, di tornare alle Mauritius. E questo è il posto più vicino a casa mia». Tuttavia la questione non è così semplice: laggiù Emilietta ha due figli, Oscar e Cristian, ma, racconta lei, non riesce a tornare perché il governo mauritiano l'ha inserita nella lista nera per via di un permesso di soggiorno scaduto tanti anni fa.

«Chiedo solo di avere un permesso da turista, nulla di più». La sua telenovela non sembra affatto vicino a una svolta, ma lei non molla: «Da qui non mi muovo, solo qui mi sento libera. Se non posso avere la mia casa, voglio almeno la mia dignità». E così l'anziana signora ha rifiutato le offerte di aiuto, ha detto no al ricovero in istituto e cerca di essere indipendente in tutto e per tutto. Va avanti con la sua pensione da 600 euro e cerca di farsela bastare, inviando, appena può, qualcosina anche ai figli in Africa. Durante il giorno Emilietta guarda i turisti che le passano accanto e scruta quelli che tornano dalle vacanze alle Mauritius. «Hanno l'abbronzatura più bella di tutti - sorride commossa - li riconosco tra mille. È uniforme, dorata, mette allegria».

Di notte, quando i ritmi dell'aeroporto rallentano, Emilietta prende il taccuino e scrive favole. Tante sono ambientate in Africa, «dove sognare è un po' più semplice», ma è in corso d'opera anche una fiaba ambientata in aeroporto, la reggia che da otto anni Emilietta osserva in silenzio. «Magari un giorno pubblicherò un libro». Per ora la storia della donna in eterna attesa ha incuriosito il cinema. Su di lei è stato girato un film documentario («Il Castello», diretto da Massimo D'Anolfi e Martina Parenti) presentato al Torino Film Festival.

«Io non l'ho mai visto - scherza lei - e purtroppo non ho nemmeno ricevuto il cachet di Tom Hanks in The Terminal». Però i turisti la riconoscono e qualcuno si ferma a salutarla. Lei in genere dà poca confidenza e raramente accetta di condividere anche solo un caffè. «Chiacchiero solo con chi mi va, altrimenti preferisco starmene per i fatti miei, ho tante cose a cui pensare». Emilietta esce raramente dal «suo castello»: «Vado a fare la spesa al supermercato perché nei bar dell'aeroporto il cibo costa troppo per me e poi mica posso mangiare solo panini».


Il film Come in «The Terminal»

MaS - Mer, 16/01/2013 - 07:58

Ascoltando l'assurda vicenda di Emilietta, non si può non pensare alla trama di The terminal, il film interpretato da Tom Hanks (nella foto) e dedicato alla storia di «sir Alfred Mehran», l'uomo che visse per ben 18 anni - dall'agosto del 1988 fino al 2006 - all'aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Che fine ha fatto ora? Dopo aver lasciato lo scalo per problemi di salute, è stato preso in carico dalla Croce Rossa e, ad oggi, risiede in una casa di accoglienza a Parigi. Nasseri (questo il vero nome dell'uomo) è originario del Kurdistan: il padre è medico impiegato in una compagnia petrolifera anglo-iraniana, la madre un'infermiera inglese. Studia in Inghilterra e poi torna nel suo Paese, in Iran, nel 1976. È tra gli attivisti che contestano lo scià Mohammed Reza Pahlavi e, dopo quattro mesi in carcere, viene espulso.

L'Inghilterra gli rifiuta l'asilo politico e lui, disperato, comincia a vagare per l'Europa: solo nel 1981 ottiene la tessera da rifugiato in Belgio. Con i documenti in regola va in Inghilterra alla ricerca della madre ma commette un terribile errore: invia tutte le carte di rifugiato all'alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L'Inghilterra lo respinge e lui resta senza documenti, così che anche il Belgio gli rifiuta l'ingresso. Entra in Francia illegalmente e questo gli costa tre mesi di carcere. Dopo aver scontato la pena arriva all'aeroporto Charles De Gaulle. Ovviamente non riesce a decollare. E resta lì, per 18 anni, lavandosi nei bagni e dormendo alla bell'e meglio sulle panchine. Una situazione kafkiana, la sua, che sembra sbloccarsi nel 99, quando i suoi documenti sembrano pronti. Tuttavia lui, che nel frattempo ha perso al lucidità mentale, dichiara di chiamarsi sir Mehran e nega perfino di essere iraniano.

Scade il brevetto del Viagra, arriva il farmaco low cost

La Stampa

Quest’estate qualsiasi casa farmaceutica, utilizzando lo stesso principio attivo, potrà produrre una «pillola dell’amore» generica


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Era nato come un farmaco per prevenire l’infarto, si è invece rivelato un formidabile meccanismo per favorire l’erezione e salvare la vita sessuale di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ma oggi il Viagra, o meglio il citrato di sildenafil, nome del principio attivo, ha i mesi contati: a giugno scadrà il brevetto che ha rimpinguato le casse dell’azienda produttrice, la Pfizer (la pillola blu rende qualcosa come due miliardi di dollari l’anno), il che significa che da quest’estate qualsiasi casa farmaceutica, utilizzando lo stesso principio attivo, potrà produrre una «pillola dell’amore» generica e low cost.

Quando un farmaco perde il brevetto, e diventa generico, solitamente si verifica una riduzione del prezzo anche fino al 40%. Per un prodotto che oggi costa quasi 54 euro per quattro compresse, dunque, il risparmio potrebbe aggirarsi attorno ai 20-25 euro a confezione. E di certo si scatenerà una battaglia tra i produttori di generici per produrre la pillola blu, una vera miniera d’oro: solo in Italia, in dieci anni ne sono state vendute 60 milioni. E, col più che probabile calo dei costi, questa cifra potrebbe aumentare esponenzialmente.

Una storia da romanzo quella del Viagra, che inizia nel 1986 nei laboratori del Pfizer Central Research di Sandwich, in Inghilterra, dove alcuni ricercatori scoprono che l’inibizione di un enzima (PDE5) presente nella muscolatura liscia dei vasi sanguigni diminuisce la resistenza vascolare e riduce l’aggregabilità delle piastrine, gli elementi del sangue che svolgono un compito fondamentale nel processo di coagulazione ma il cui ammassarsi all’interno di vene e arterie ne può procurare l’occlusione, parziale o totale. Gli studiosi pensano ai possibili, benefici effetti di un farmaco capace di inibire l’enzima PDE5 nell’angina pectoris, impedendo così la chiusura delle arterie coronarie, la causa dell’infarto del miocardio. 

Tre anni di lavori e nel 1991 la sperimentazione non soddisfa anche se gli studiosi assistono ad un fatto sorprendente. Alcuni uomini coinvolti nella ricerca riferiscono di un effetto collaterale inaspettato e non sgradito: l’aumento della tendenza all’erezione. Si scopre che il sildenafil studiato dalla Pfizer in cardiologia come calcio-antagonista e somministrato per via orale, è in grado in una larga percentuale di casi (70-80%) di risolvere o migliorare la disfunzione erettile. Il 27 marzo 1998 la Food and Drug Administration riconosce il Viagra come la prima terapia medica orale per il trattamento delle disfunzioni erettili. La vita sessuale di milioni di persone cambia per sempre, relegando al medioevo pozioni afrodisiache e acccorgimenti casalinghi. Un boom da oltre 2 miliardi e mezzo di confezioni vendute, una parola entrata trionfalmente anche nel dizionario «De Mauro», un termine per anni in testa alle ricerche su Google. 

Ingroia scivola sulla lotta No Tav Bugnano (Idv): “Lascio, non posso stare in lista con gli estremisti”

La Stampa

La senatrice contro il capolista Durbiano: ha attaccato la magistratura per gli arresti e solidarizzato con le persone accusate di episodi violenti «Non posso dimenticare le minacce a Caselli»

maurizio tropeano
torino


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Per Antonio Ingroia il rapporto con la lotta No Tav rischia di trasformarsi in una Caporetto. Nel giorno in cui l’ex pm lancia un ponte per cercare di ricucire qualche legame con il movimento dopo l’esclusione dalle liste di Rivoluzione Civile di Nicoletta Dosio, una dei leader storica dei No Tav valsusini - «me ne assumo la responsabilità ma noi siamo contro la Tav senza se e senza ma» - perde per strada un pezzo dell’Italia dei Valori.

Patrizia Bugnano, senatrice uscente ha deciso di rifiutare la candidatura e di farlo criticando la scelta di indicare come capolista il sindaco No Tav di Venaus, Nilo Durbiano. Certo c’è sicuramente l’amarezza legata al fatto di non essere rieletta a Palazzo Madama anche se l’esternazione della senatrice, molto vicina ad Antonio Di Pietro, suona come un atto di accusa politico di tutta l’Idv. E per due motivi. Il primo: «non si tiene conto delle diverse sensibilità dei fondatori di questo progetto». Il secondo: «Non posso dimenticare le prese di posizione di Durbiano contro la magistratura e contro le forze dell’ordine in occasione dell’arresto di alcuni militanti No Tav accusati di episodi violenti e di devastazione».

E aggiunge: «Chi critica la magistratura e le forze dell’ordine, chi manifesta solidarietà agli arrestati, chi ipotizza presunti attentati alla democrazia in seguito a inchieste della magistratura, non può e non deve rappresentarmi». Poi arriva l’affondo: «Ho ancora negli occhi le scritte ingiuriose e le minacce rivolte al Procuratore capo Giancarlo Caselli sui muri di Torino, così come eventi pubblici annullati per timore di blitz violenti». Io non dimentico e soprattutto non solidarizzo con i presunti autori di questi episodi». Ingroia che con Caselli ha lavorato alla Procura di Palermo viene accusato di scarsa memoria: «Io non dimentico e soprattutto non solidarizzo con i presunti autori di questi episodi».

Quel milione della Toscana al «profeta» arrestato per abusi

Corriere della sera

Arrestato per maltrattamenti e violenza sessuale ma il tribunale gli manda minori da recuperare

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Abusi sessuali, «praticati e professati per liberare i ragazzi dal male». Umilianti «chiarimenti»: di fatto, una pubblica confessione durante la quale la vittima di turno, minorenne, veniva esposta a una sorta di «stupro psicologico» (viene ricordato il caso di un ragazzo costretto a mangiare a quattro zampe da una ciotola, neanche fosse un cane). Lavaggi del cervello talmente intensivi da sfociare nel plagio. E poi punizioni corporali, come quella di essere rinchiusi per ore nella cella frigorifera.

«Il sesso permeava l'esistenza della comunità, i minori divenivano prede e ciò avveniva, non solo con il consenso collettivo, ma anche con quello dei genitori affidatari presenti in comunità». E ancora: «L'omosessualità era non solo permessa, ma addirittura incentivata: un percorso obbligato verso quella che veniva definita "liberazione dalla materialità"...». Sono solo alcuni dei passi della relazione finale della commissione d'inchiesta del consiglio regionale della Toscana che, dopo 4 mesi di lavoro, 23 sedute e l'audizione di 53 persone, sarà presentata oggi a Firenze dal presidente Stefano Mugnai (Pdl) e dal vice Paolo Bambagioni (Pd).

Tutto ruota attorno a Rodolfo Fiesoli, 71 anni, pratese, uno che amava farsi chiamare «il Profeta». Fino al dicembre del 2011, quando venne arrestato per maltrattamenti e violenza sessuale (ora è ai domiciliari), era lui il fondatore, il guru, l'anima, il capo indiscusso de «Il Forteto», che, oltre a essere una florida coop agricola (fatturato annuo di 15 milioni) adagiata tra i cipressi e i prati del Mugello, per quasi 30 anni è stata considerata da tutti (istituzioni, Regione Toscana in primis; sinistra con annessa «intellighenzia»; frange cattoliche; settori della magistratura, a partire dal Tribunale dei minori) una delle strutture d'eccellenza, un modello, nel campo delicatissimo dell'accoglienza dei minori in difficoltà.

Un alone di ammirazione che si è tradotto per decenni in contributi pubblici, favori, coperture e sponde politiche. Un alone di ammirazione incomprensibile se si pensa - ed è questo che lascia sconcertati, al di là dell'inchiesta in corso da parte della Procura di Firenze (22 gli indagati, tra cui il cofondatore della comunità, Luigi Goffredi) e delle risultanze della commissione d'inchiesta regionale - che già nel 1985, a pochi anni dalla nascita de «Il Forteto», Fiesoli e il suo socio Goffredi furono arrestati e condannati per maltrattamenti e atti di libidine. Non solo, ma nel 2000 la Corte europea per i diritti dell'uomo sanzionò l'Italia al pagamento di 200 milioni di lire per i danni morali subiti da due bambini, figli di italiani emigrati in Belgio, affidati alla comunità.

Nonostante questi precedenti, il Tribunale dei minori ha continuato ad inviare minori: almeno 60 fino al 2009, quando le prime denunce, poi diventate un fiume in piena, ruppero un silenzio molto simile all'omertà. La commissione regionale, la cui relazione (anticipata dal Corriere fiorentino ) è stata approvata all'unanimità, si chiede «come sia stato possibile tutto ciò», quali procedure e controlli siano saltati: chi, colpevolmente, abbia chiuso un occhio, se non tutti e due. Il presidente del Tribunale dei minori, Laura Laera, in carica solo dal giugno scorso, ha detto di aver trovato «dossier poco documentati sulla comunità e relazioni dei servizi sociali scarni». E a chi le ha chiesto come sia stato possibile che il tribunale abbia continuato ad affidare i ragazzi, ha risposto laconica: «Non dovete chiederlo a me».

Di certo, uno dei punti di forza di Fiesoli, che si è sempre dichiarato innocente, puntando il dito contro mai precisate «sette che vogliono distruggermi», erano le pubbliche relazioni. Tra libri, articoli, interviste e conferenze, dalla comunità si diramava un'attività comunicativa a dir poco intensa. Impressionante poi, secondo quanto ricostruito dalla commissione d'inchiesta, il numero di vip e politici passati da «Il Forteto»: da Piero Fassino a Susanna Camusso, da Rosy Bindi a Livia Turco, dall'ex governatore Claudio Martini ad Antonio Di Pietro.

E poi magistrati del Tribunale dei minori, giudici onorari e non. Scrive la commissione: «Chi compie un passaggio in vista di prossime elezioni, chi per una stretta di mano con foto, chi scrive prefazioni...». Il Forteto era considerato una piccola cassaforte di voti per la sinistra: «Quando il politico andava lì, faceva magari il 10% di tre serate nel paese...» ha raccontato l'ex sindaco pci di Calenzano, Fabrizio Braschi. E dalla regione Toscana piovevano soldi che era una meraviglia: «Dal 1997 al 2010 - scrive la commissione - la comunità ha ottenuti contributi per 1 milione e 200 mila euro».

Francesco Alberti
16 gennaio 2013 | 9:06

Aste giudiziarie, c'è chi compra a prezzo di saldo

Corriere della sera

Case piccole, spesso in periferia, ma non mancano le occasioni


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MILANO - Preferiscono rimanere nell’ombra. E certo l’argomento è delicato: si tratta di case vendute all’asta per ripianare debiti con banche o altri creditori a vario titolo. Drammi con cui la II Sezione Civile del Tribunale di Milano, quella fallimentare, e la III competente per le esecuzioni, hanno a che fare tutti i giorni. Ma ogni abitazione persa è una potenzialmente sul mercato. Magari venduta all’asta, a prezzi di saldo. E chi compra alle vendite giudiziarie c’è, nonostante la carenza di liquidità che paralizza il mercato immobiliare e nonostante centinaia di aste che ancora vanno deserte , come spieghiamo mercoledì 16 gennaio nelle pagine milanesi del Corriere dedicate a Casa e Condominio.

LA CRISI - C’è chi cavalca l’onda della crisi e profitta dei pignoramenti in netto aumento per comprare, anche se spesso non esce allo scoperto. Non si tratta solo di qualche agenzia che acquista per rivendere o fa da consulente a piccoli investitori privati (una per tutte Gabetti). Né soltanto di società immobiliari collegate alle banche, che dai gestori delle pratiche sui crediti ricevono sistematiche imbeccate sugli immobili «d’occasione» venduti alle aste giudiziarie - come spiega bene una fonte esperta ed interna ai crediti in un gruppo bancario internazionale. Sono anche semplici privati che si avvicinano al mondo delle aste, un tempo solo all’incanto e pilotate in modo poco chiaro, ma oggi molto più trasparenti grazie alle offerte in busta chiusa presentate ad avvocati notai e commercialisti, e davvero accessibili a chiunque abbia un po’ di liquidità di pronto utilizzo.

PERIFERIA - «Per lo più si tratta di alloggi minimi in zone periferiche ma capitano anche pezzi più grandi e semicentrali», dice ad esempio un notaio (anche lui preferisce non farsi citare) che proprio in questi giorni, al quarto tentativo d’asta, ha assegnato un monolocale in zona Loreto - cosa più unica che rara - ad un signore extracomunitario. A Milano il ribasso delle case aggiudicate è del 38% sul prezzo base della prima asta, fa eco Massimiliano Bertolino Ad della Fare Npl, società specializzata nella gestione dei crediti in sofferenza. Ovvero del 50% rispetto al prezzo di mercato, precisa Achille Frontini, da quarant’anni perito estimatore del Tribunale. Mentre Bruno de Gasperis, Ad di Asteimmobili Servizi che fino al 31 dicembre ha gestito a Milano la pubblicità legale delle vendite giudiziarie, rimarca:

«Gli annunci sui giornali e soprattutto sul web (tribunale.milano.it) con foto e planimetrie, e la nomina delle persone preposte a mostrare gli alloggi ai potenziali compratori, hanno di molto facilitato il reperimento delle informazioni». Rassicura infine anche Albino Bertoletti, presidente di Sivag e custode di alcuni alloggi «ostici» per conto del Tribunale: «Spesso gli appartamenti si riescono a vedere subito e senza problemi. Nei rari casi in cui l’affittuario occupi con un titolo legittimo opponibile alla procedura e non lasci entrare i potenziali acquirenti, invece, si procede con le aperture coatte. Ne facciamo circa 20 al mese».

LE STORIE (INNOMINATE) - Un lavoratore dipendente milanese circa un anno fa ha comprato una grande villa fuori Milano al quinto tentativo d’asta e (purtroppo per l’esecutato e i creditori) ad un prezzo stracciato, meno della metà del valore. «Una casa con giardino che diversamente non avrei mai potuto permettermi. L’abbiamo comprata in gruppo, con amici, ci andiamo a turno e dividiamo le spese. E’ stato l’affare della nostra vita, per trovarlo ho passato diversi mesi a spulciare gli annunci delle aste», confida.

Un’altra, avvocatessa, con il fratello e la sorella e utilizzando una piccola eredità ricevuta, ha addirittura costituito ad hoc una società immobiliare per contenere in un'unica «scatola» gli ormai tre appartamenti acquistati all’asta nel giro degli ultimi anni: «Due a Milano, che affitto. Nel terzo ci abito». Ci vogliono costanza, prontezza, forse pelo sullo stomaco e anche una certa propensione al rischio, pare di capire: «le poche case davvero interessanti - sostiene - iniziano ad essere convenienti verso il terzo tentativo d’asta. A quel punto bisogna agire con solerzia, possibilmente non all’incanto, prima che il prezzo scenda tanto da indurre i creditori a sospendere la procedura».

I PROFESSIONISTI - L’ideale, ammette, è «chiedere direttamente ad un professionista delegato alla vendita, magari conosciuto in precedenza, d’avvisare se capitano occasioni particolari». Occhio, però: questo è un mondo che fino a ieri è stato dominato dalla malavita e nonostante i notevoli sforzi amministrativi degli ultimi anni non è ancora del tutto trasparente. Una terza persona, anche questa preferisce non farsi citare con il nome, che intendeva partecipare all’asta di un immobile in centro, qualche tempo fa è stata invitata a desistere da alcuni chiari «avvertimenti» e perciò ha abbandonato il campo. Segno che sì, ora alle aste, se si ha un po’ di liquidità e di pazienza si compra facilmente - ma bisogna fare sempre un po’ (tanta) attenzione.

Elisabetta Andreis
15 gennaio 2013 | 22:00

Sicurezza stradale, arrivano nuove patenti: via i punti anche ai minorenni

Il Messaggero

ROMA - Quelli che la patente ce l'hanno già in tasca, possono stare tranquilli: per loro non cambia nulla. Ma tutti gli altri, a partire da sabato 19 gennaio, si troveranno a fare i conti con una nuova normativa che, di fatto, ridisegna radicalmente le regole per ottenere la licenza di guida: aumentano le categorie delle patenti, scompare il patentino per i motorini, anche ai minorenni saranno sottratti i punti in caso di infrazione che prevede la decurtazione.


CatturaNuove patenti. La nuova disciplina è il frutto di due direttive europee - la 2006/126 e la 2009/113 - che sono state recepite nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 59/2011 e che hanno un preciso obiettivo, ribadito anche dal Consiglio dei ministri in occasione dell'approvazione di alcune disposizioni integrative allo stesso decreto: «migliorare il livello di sicurezza stradale e la formazione dei conducenti, oltre ad armonizzare e facilitare la libera circolazione di merci e persone in Europa».

15 tipi di licenze.
Se sarà più facile circolare, lo si vedrà. Quel che è certo è che da sabato sarà un po' più difficile districarsi tra le tante categorie di patenti, che passano da 9 a 15 con l'introduzione di sottocategorie che consentono di guidare solo una parte dei veicoli inseriti nella categoria principale (AM; A1; A2; A; B1; B; BE; C1; C1E; C; CE; D1; D1E; D; DE). Per quanto riguarda le categorie C (camion) e D (autobus), la differenza fondamentale sta nel fatto che vengono sostituite dalla C1 e dalla D1, conseguibili a 18 e 21 anni, mentre per avere la C e la D piena bisognerà avere rispettivamente 21 e 24 anni.

Microcar e minorenni.
La patente B1 è invece quella che consentirà di guidare le microcar con massa superiore a 400 kg e sarà conseguibile a 16 anni. La principale novità riguarda però i minorenni. Viene infatti introdotta una nuova categoria - la 'AM' - per motorini e microcar, che va a rimpiazzare il Certificato di idoneità guida ciclomotore, il cosiddetto Patentino. La AM - spiega la circolare della Motorizzazione del 9 gennaio scorso - potrà, come il Cigc, essere presa a 14 anni (per la guida all'estero occorrono 16 anni) ma, a differenza di prima, per ottenerla bisognerà sostenere un esame identico a quello per la patente A. E, soprattutto, anche ai possessori di patente AM verranno tolti i punti se commettono infrazioni che lo prevedono. Inoltre, in caso di sospensione della licenza di guida, dovranno sottoporsi alla revisione.

Addio patentino.
L'altra differenza rispetto al passato è che, a partire da sabato, i corsi per la preparazione alla prova teorica per il conseguimento dell'ex patentino, non saranno più impartiti dalle scuole. Chi vuole la patente Am, dunque, o si presenta da privatista o dovrà seguire un corso presso le autoscuole (non obbligatorio). La A1 (quella per le moto 125) si può prendere a 16 anni mentre la nuova A2 a 18 e consente di guidare moto fino a 35 kw. Per avere la A così come è oggi (guida di tutte le moto senza limitazioni) bisognerà avere 20 anni ma solo se si ha la A2 da almeno 2 anni, altrimenti bisognerà attendere i 24. Nessuna di queste novità riguarderà chi ha preso la patente prima del 18 gennaio 2013: le licenze conseguite entro quella data, dice la circolare, «conservano la loro efficacia. Pertanto il titolare di tali patenti rimarrà comunque abilitato alla guida di quei veicoli che la stessa gli consentiva».


Martedì 15 Gennaio 2013 - 19:48
Ultimo aggiornamento: 21:18

Curiosity pronta a perforare la prima roccia marziana

Il Messaggero


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ROMA - Il robot laboratorio della Nasa Curiosity è pronto a perforare la prima roccia marziana con il suo trapano. Lo sperimenterà «nei prossimi giorni» su una roccia piatta con deboli venature e nodi che potrebbero racchiudere molti segreti dell'epoca in cui sul pianeta rosso scorreva l'acqua. Lo ha annunciato la Nasa in una conferenza stampa. Sarà l'avvenimento più importante della missione Mars Science Laboratory (Msl) dal momento dell'arrivo di Curiosity su Marte, il 6 agosto, ha osservato il responsabile della missione Richard Cook, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa.

L'esperimento.
È un'operazione piena di incognite: «non saremo sorpresi se qualcosa non dovesse andare come previsto», ha detto ancora Cook. Non sarà infatti possibile avere il controllo del trapano e del modo in cui interagirà con la roccia durante la perforazione. La roccia che Curiosity trapanerà appartiene al letto di un antichissimo fiume ed è stata chiamata «John Klein» in onore dell'ex responsabile della missione Msl, morto nel 2011.

La roccia. Inizialmente Curiosity raccoglierà alcuni campioni di polvere all'interno della roccia per «impregnare» il trapano, quindi inizierà la perforazione e tutti i frammenti di roccia raccolti saranno analizzati nel laboratorio di bordo del rover per individuare la composizione chimica.


Martedì 15 Gennaio 2013 - 21:01

Don Giorgio De Capitani: "Berlusconi figlio di una madre degenere"

Libero

Nuove folli dichiarazioni del parroco che ha augurato la morte a Berlusconi: "Silvio, un bugiardo fin dal concepimento"


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Ora basta. Fermatelo. Il protagonista è ancora lui, Don Giorgio De Capitani, il prete che odia Silvio Berlusconi. Prima gli augurato un ictus, poi la morte, sperando che "il Signore lo uccida". Ora il parroco no global della provincia di Lecce torna all'attacco, un affondo ancor più infamante. Il bersaglio è ovviamente il Cavaliere. Anzi, la madre defunta di Berlusconi, Rosa: "Sì, è un bugiardo, fin dal concepimento nel grembo di sua madre - ha dichiarato -. Ma chi è questa madre degenere che ha partorito un mostriciattolo simile? Forse il seme era diabolico". La misura è colma. Fermate De Capitani.



 Don Giorgio: "Signore, fai venire l'ictus a Berlusconi"

Don Giorgio: "Signore, fai venire l'ictus a Berlusconi"

Ictus, preghiere, evirazioni: l'anti-Cav Don Giorgio le prova tutte

Ictus, preghiere, evirazioni: l'anti-Cav Don Giorgio le prova tutte

Don Giorgio
Delirio omicida del prete: "Dio, spedisci quel porco del Cav all'inferno"/Vd

Delirio omicida del prete: "Dio, spedisci quel porco del Cav all'inferno

Offerta di lavoro per Erika: "La assumo come segretaria"

Libero

L'imprenditore reatino Flavio Di Vittorio pronto a fare un contratto a tempo indeterminato alla ragazza della strage di Novi Ligure: "Ho due figlie come lei, mi ha commosso"

di Antonella Luppoli



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Lui, Flavio Di Vittorio, è un piccolo imprenditore di Rieti. Lei è Erika De Nardo, quella della strage di Novi Ligure. Cosa li lega? Non una storia d’amore, ma un grande gesto di solidarietà. Il signor  Di Vittorio si è quasi commosso  leggendo una delle ultime interviste rilasciate da Erika ai media, nella quale la ragazza confidava: «Non ne posso più, c’è sempre qualcuno che mi riconosce e mi tormenta. Non posso neppure lavorare». E a offrirle  un lavoro ha deciso di pensarci lui, attraverso Libero: «Ho una segretaria - spiega l’uomo - che è appena andata in maternità, quindi ho bisogno di una persona che prenda il suo posto». E non solo per il tempo della sostituzione: «Terrei Erika anche dopo il  rientro della mia dipendente».

Il cinquantaquattrenne rietino offrirebbe alla De Nardo una vera occupazione nella sua «Euroservizi s.r.l.», un’impresa che opera nel settore dell’edilizia. L’azienda è nata nel 1997, quattro anni prima che la giovane - ora ventinovenne - si macchiasse dell’omicidio della madre Susy,  uccisa con 57 coltellate a 41 anni, e del fratellino Gianluca, che di anni ne aveva solo 11. Il tutto con la complicità del fidanzatino adolescente Omar Favaro. L’eco mediatico della vicenda fu  enorme. Erika da allora in poi è stata classificata come una pluriomicida, la «lei» della coppia folle di Novi Ligure. Ma oggi la primogenita dei De Nardo è fuori dal carcere. Ha vissuto gli ultimi anni nella comunità «Exodus» di don Mazzi, alla quale è rimasta molto legata e dove ha trovato la voglia di rimettersi in gioco. Ricominciare. Quale  occasione migliore di quella offerta dal signor Di Vittorio?

Proprio quest’ultimo, con l’accento romano che lo contraddistingue, specifica che il suo slancio è privo di qualsiasi secondo fine. «Non voglio farmi pubblicità, non è nel mio interesse. Ho due figlie anch’io - spiega - una di 27 anni e l’altra di 21 e se avessero commesso lo stesso errore fatto da Erika, ringrazierei infinitamente chi decidesse di dare loro una seconda possibilità». Prosegue: «Anni fa mi sono separato da mia molgie, e le mie figlie ne hanno molto sofferto. Questo sarebbe un modo per riscattare me stesso da quel senso di colpa che mi accompagna quotidianamente per il dolore che ho loro arrecato». Insomma Di Vittorio, come molti papà separati, non è riuscito a godersi al cento per cento le figlie e adesso vorrebbe «recuperare» con un grande atto di altruismo.

Sul mercato del lavoro, la domanda e l’offerta sembrano oltretutto coincidere. Erika infatti chiede di poter lavorare per poter iniziare a fare una vita normale, uguale a quella dei suoi coetanei. Ne ha il diritto - sostiene - perché ha scontato la sua pena e nel mentre si è anche laureata in Filosofia con il massimo dei voti. Il suo debito con la giustizia è estinto. Erika è entrata in prigione sedicenne e ne è uscita 15 anni più tardi, totalmente cambiata. Adesso, le interviste dipingono  una donna educata, riservata, particolarmente intelligente, amante della natura e degli animali.

È pronta, stando a chi l’ha seguita negli ultimi mesi,  a riappropriarsi della sua vita  dopo averla quasi distrutta in una notte di sangue e follia. Erica deve anche  ricostruire il rapporto con il padre Francesco, che le ha già concesso il suo perdono, così come aveva fatto la madre, poco prima di morire sotto le sue coltellate. Dal canto suo l’imprenditore Di Vittorio ha bisogno di una persona «seria e sveglia» che possa ottemperare alle mansioni di segreteria: «Rispondere al telefono, preparare e ritirare documenti». L’obiettivo è offrirle un contratto a tempo indeterminato. Magari, per iniziare, potrebbe trattarsi di un part-time, quindi quattro ore lavorative.

«Non so - butta lì l’imprenditore - magari dalle 8 alle 12 o dalle 9 alle 13. Non ho ancora preparato nulla. La mia è solo un’idea. Se Erika volesse trasferirsi a Rieti, io sarei solo felice di accoglierla», aggiunge Di Vittorio. Che precisa: «Non le chiedo nulla, solo che abbia voglia di lavorare, che sappia usare il computer e che non mi dia problemi». Non è interessato al passato di Erika, né a sapere cosa sia passato nella testa della ragazza quel 21 febbraio 2001, men che meno si preoccupa di eventuali malumori che potrebbero scaturire nella piccola comunità di Rieti. L’imprenditore agisce d’istinto. E conclude: «Se Erika accettasse di trasferirsi nel Lazio, potrei anche ospitarla in un appartamento che ho appena ristrutturato, così da non dover pensare neppure all’alloggio». Ma solo a ricominciare.



Erika, ultimo giorno in comunitàErika lascia la comunità: le fotoErika De Nardo disoccupata:

 





Tartaglia tre anni dopo e quell'ossessione per piazza Duomo

Libero

L'uomo che colpì il Cav con la statuina, quando può uscire dalla casa di Cesano Boscone, torna nel cuore del capoluogo meneghino


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L'uomo della statuina del Duomo - sette centimetri per dieci e tre etti e mezzo di peso -, l'uomo dell'attentato a Silvio Berlusconi. Massimo Tartaglia. Da quella statuina in faccia sono passati tre anni. E lui, in Duomo, ci torna appena può. Ogni sabato e ogni domenica, come racconta il Corriere della Sera, quando ha il permesso di evadere dalla libertà vigilata, di andare a Milano. Invariabilmente, Tartaglia, come se sentisse il richiamo di quel luogo che gli ha cambiato la vita, si reca nel cuore pulsante del capoluogo meneghino, tra la Galleria e il corso.

Ossessione Duomo - Lui racconta che la sua meta preferita sono l'Apollo e l'Odeon, due cinema. Ma, prima, si ferma in piazza Duomo. Proprio dove colpì il Cavaliere scagliandogli quella statuetta in faccia. Nel tempo libero e in attesa della sua prima esposizione, Tartaglia fa il fotografo. E quando arriva in anticipo per lo spettacolo al cinema scatta fotografie. In piazza Duomo ovviamente: "Cerco riflessi nelle pozzanghere - spiega al Corsera -, sulle vetrine, alle finestre, sui lastroni delle strade. L'esito - annuncia - lo vedremo più avanti, quando esporremo le foto".

Il sogno del lavoro - Il "Massi", come lo chiamano - accusato di lesioni pluriaggravate per l'attacco a Berlusconi, poi assolto per incapacità di intendere di volere - nel suo tempo libero dipinge, ascolta musica in cameretta, rigorosamente con le cuffiette, soprattutto band inglesi. Ora è in libertà vigilata, nella sua casa di Cesano Boscone, alle porte di Milano. Prima un passaggio in una comunità terapeutica, che lasciò dopo aver ottenuto il permesso dai giudici che giudicarono le sue condizioni "nettamente migliorate". Ora da Cesano Boscone può "evadere" soltanto il sabato e la domenica. Prende la corriera. Arriva in piazza Duomo. Forse pensa al suo vecchio attacco. Poi va al cinema. E continua a coltivare un sogno: lavorare. "Però part-time. Quattro o cinque ore al giorno. Di più non potrei, non sono pronto, lo sostiene anche il medico. Prendo psicofarmaci. Il mio percorso è lungo, molto lungo".

Twitter 2,5 milioni di follower per il Papa ma il Dalai Lama ne ha oltre 6

Il Mattino
di Franca Giansoldati


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Città del Vaticano - «Che cosa avviene nel Battesimo? Siamo uniti per sempre a Gesù, rinati ad una nuova vita». L’ultimo tweet di Papa Ratzinger sul microblogging più famoso al mondo risale a domenica scorsa, festa liturgica del battesimo di Gesù. Da allora ad oggi di strada Benedetto XVI ne ha fatta, tanto che a mezzogiorno è stata sfondata la quota di due milioni e mezzo di persone. Per la precisione 2.502.702. A tenere il computo dei followers sono i collaboratori del Papa che lo aiutano a gestire quotidianamente l'account @Pontifex e gli adattano le riflessioni teologiche alle 140 battute richieste da Twitter.

Dall'analisi fatta all'interno del Vaticano risulta che i followers più numerosi sono i lettori in lingua inglese (56,9%), seguiti da quelli in spagnolo (23,3%) e subito da quelli italiani (10,8 %). E' in queste tre lingue che si concentra il 91% dei lettori del Papa. Il 9 % del restante riguarda followers in lingua portoghese, francese, tedesca, polacca e araba. Nell'andamento dell'account si sono registrati due momenti distinti: dal 12 al 31 dicembre 2012, quando il Papa ha conquistato per così dire circa 2 milioni 300mila followers, e dal primo di gennaio ad oggi che sono cresciuti di 200mila circa, pari a 13,3 mila al giorno.

In Vaticano viene giudicato un buon risultato nonostante le fisiologiche reazioni critiche (a volte anche al limite della bestemmia) provenienti soprattutto dal mondo anglosassone. Un effetto collaterale ampiamente considerato che si dovrebbe attenuare col tempo. Attualmente in testa agli account più seguiti in assoluto c'è quello di Lady Gaga, con 33 milioni di persone. Il Dalai Lama invece ne ha 6 milioni, e si colloca in cima alla lista dei leader religiosi maggiormente gettonati. Tenendo conto che in meno di un mese @Pontifex ha sforato quota 2 milioni non è escluso che entro la fine dell'anno possa ampiamente raggiungerli. Chissà.


martedì 15 gennaio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05

Gioca e vinci un panino da Mc Donald's Ma l'app (hackerata) mette nei guai l'azienda

Corriere della sera

Diversi siti Internet hanno diffuso delle pratiche che consentivano di ottenere più panini gratuiti su dispositivi jailbroken

Nelle intenzioni dei guru del marketing doveva essere un'operazione di fidelizzazione della clientela. «Gioca&Gusta un panino con Mc Donald's», l'iniziativa che stava già intercettando proseliti tra gli appassionati del mondo Apple e al tempo stesso famelici divoratori di Big Mac. Dal proprio smartphone bastava scaricare la applicazione dedicata. E mettersi in gioco. Se si era sufficientemente bravi si poteva vincere un panino da ritirare in uno dei punti vendita che aderivano all'iniziativa.
 
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LO SCOPO - Le modalità le aveva spiegate la stessa azienda nella campagna di lancio: Lo scopo del gioco è quello di completare i mini-game al suo interno, cercando di usare gli ingredienti disponibili, di riprodurre alcuni suoni, di tenere in equilibrio un vassoio, di portarlo a destinazione e tanto altro. Una volta completati i vari giochi, l’utente potrà scegliere uno dei panini presenti sul vassoio. Da quel momento in poi, ci si potrà recare presso un qualsiasi MacDonald’s che aderisce all’iniziativa e spostare virtualmente sul sacchetto virtuale presente in prossimità delle casse il panino selezionato nel gioco. A quel punto riceverete un panino, vero, in modo gratuito.

L'HACK - Peccato che a pochi giorni dal lancio dell'iniziativa Mc Donald's si è trovata costretta a ritirare l'app dallo store di Cupertino, perché alcuni siti avevano trovare il modo di aggirare il gioco in modo da ottenere più panini gratuitamente grazie a dispositivi jailbroken. Per i non addetti ai lavori il jailbreak è il processo che permette di installare su un device applicazioni e pacchetti alternativi a quello ufficiale dell'App Store. Così Mc Donald's ha ritenuto di dover comunicare il passo indietro anche attraverso la sua pagina Facebook e ha diramato una nota in cui viene confermata «l’esistenza di siti web che indicano la possibilità di ottenere i premi di "Gioca & Gusta con McDonald’s" aggirando la modalità corretta di partecipazione al gioco. Per questo motivo ci vediamo costretti a interrompere il gioco stesso e l’erogazione dei premi, a tutela nostra e di chi ha partecipato secondo regolamento». Campagna (abortita) di marketing al tempo di Apple.


Fabio Savelli
FabioSavelli15 gennaio 2013 | 17:17

Una foto di Mussolini per pubblicizzare un pranzo con karaoke: bufera su un circolo Arci

Corriere della sera

Protesta il Pd: «Provocazione gravissima». Il gestore del locale: «Solo uno scherzo»


MILANO - A Sesto San Giovanni, dopo il vandalismo alla lapide che ricorda i fratelli Casiraghi martiri della Resistenza, scoppia un vero e proprio putiferio politico per un pranzo della domenica, in un circolo Arci, pubblicizzato con un'immagine di Benito Mussolini. Il Pd di Sesto ha immediatamente condannato l'iniziativa, chiedendo all'Arci di prendere le distanze dal circolo e suggerendo di modificare il percorso del corteo - previsto sempre per domenica 20 gennaio per la posa di una nuova corona d'alloro sotto la lapide dei fratelli Casiraghi -, arrivando davanti al circolo Arci sotto accusa. Anche l'amministrazione comunale condanna il volantino. «Una provocazione gravissima, abbiamo provveduto ad informare l'autorita' giudiziaria», informa il sindaco Monica Chittò.

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IL PRANZO - Tutto è partito da un'iniziativa apparentemente innocua: un pranzo con karaoke al circolo Torretta di via Bergomi, orgoglioso quartiere operaio che sorgeva accanto alla Breda. Oltre al classico menù, nel foglio che reclamizza l'iniziativa campeggia una foto di Benito Mussolini, con la scritta «Io ci sarò». Apriti cielo. Una provocazione per Sesto, che ha voluto in tutti i cartelli stradali, sotto il nome del Comune, la scritta «Medaglia d'oro al valor militare» per il contributo dato alla Resistenza, pagato anche in termini di vite umane perdute.

Il segretario cittadino del Pd, Carlo Rapetti, è durissimo: «Quel volantino è un insulto a migliaia di sestesi. L'ex circolo Torretta non può diventare un luogo di riorganizzazione fascista. Chiediamo alle forze dell'ordine di vigilare perché l'apologia di fascismo è ancora reato». Da aprile 2012 alcuni soci del circolo si sono rivolti all'Arci di Milano dopo che il presidente uscente aveva dichiarato la sua militanza nella Lega Nord e iscritto al circolo l'ex senatore leghista Celestino Pedrazzini. Ora scoppia la vicenda del volantino. L'Arci ha annunciato un'azione legale per l'uso improprio del logo.

IL GESTORE - Il gestore del circolo Iulian Ignat: «Niente di politico, solo uno scherzo riuscito male, pensavo di far venire più gente al pranzo. Volevamo provocare, non offendere la Costituzione». Il volantino, nel frattempo, è stato rapidamente cambiato. Una donna in decolleté al posto di Benito.

Ferdinando Baron
15 gennaio 2013 | 17:54

Gli scimpanzè e il loro senso della giustizia

Corriere della sera

Nei primati il senso del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto sono simili a quelli umani
Il senso del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto: è una caratteristica squisitamente umana, sintomo di un’evoluzione della specie. Nell’antichità era Nemesi ad amministrare le ricompense del fato e la giustizia riparatrice, ma l’equità non ha mai smesso di abitare nella mente dell’uomo, che di giustizia (a volte anche sbagliando) si è occupato fino dall’antichità. E ora uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences rivela che gli scimpanzè, pur non avendo una dea deputata a distribuire e gestire l’equità e le ricompense né un potere istituzionale dedicato a questo valore, avvertono tanto quanto l’uomo il senso del giusto e che persino la loro scala di valori ricalca in modo impressionante quella umana.


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GIOCO DELL'ULTIMATUM - I ricercatori del Yerkes National Primate Research Center della Emory University di Atlanta, in collaborazione con i colleghi del Georgia State University, hanno infatti effettuato due serie di esperimenti su alcuni scimpanzè, sottoponendo gli animali a una sessione del gioco dell'ultimatum e paragonando le loro risposte a quelle di un gruppo di bimbi piccoli. Gli animali hanno dimostrato durante l’esperienza ludica un senso di equità normalmente attribuito solo all’essere umano, mostrando a loro modo di non sopportare una divisione non equa delle vincite tra due giocatori.

Il gioco dell’ultimatum, come spiega l’autore dello studio, Darby Proctor, è largamente utilizzato in economia e sociologia come standard per determinare il senso dell’equo e consiste proprio nell’interazione tra due giocatori al fine di decidere come dividere una somma di denaro che viene data loro: il primo giocatore decide come dividere la somma tra sé e l'altro giocatore, ma il secondo può accettare o rifiutare e in quest’ultimo caso nessun giocatore riceverà nulla, mentre nel primo caso il denaro sarà suddiviso in base alla proposta del primo giocatore. Normalmente gli umani tendono ad attribuire una parte consistente del premio (intorno al 50 per cento) all’avversario e i primati dell’esperimento si sono uniformati alla perfezione alla propensione umana, rivelando altrettanta rettitudine.

BAMBINI E SCIMPANZÈ – L’esperimento ha coinvolto venti bambini di età compresa tra 2 e 7 anni e sei scimpanzè adulti. Nel gioco bambini e scimpanzè sono stati chiamati a scegliere due gettoni di differente colore che, con il consenso del partner, potevano essere rimpiazzati con cibo o adesivi (a seconda della specie). Un gettone premiava entrambi i giocatori, mentre l'altro favoriva chi faceva il furbo danneggiando l’avversario. Alla fine del test sia i bimbi che i primati hanno scelto il gettone «onesto» e hanno diviso il tutto in parti uguali, dimostrando un innato senso dell’onestà, a eccezione del caso in cui il ruolo del partner fosse passivo e quest’ultimo fosse impossibilitato a rifiutare l’offerta, condizione nella quale la scelta egoista ha prevalso invece in entrambe le specie.

SOLIDALI - Non stupisce alla luce delle tante scoperte pregresse che gli scimpanzè, oltre a essere solidali e altruisti, sensibili ed evoluti, siano anche naturalmente onesti e riluttanti ad accettare la disuguaglianza. Senza bisogno dell’intervento delle divinità o della magistratura, ma semplicemente per istinto.

Emanuela Di Pasqua
15 gennaio 2013 | 16:51

Strasburgo: “No a sanzioni per chi espone simboli religiosi”

La Stampa

La Corte europea dà ragione a una donna sottoposta a misure disciplinari perché voleva indossare una croce durante il lavoro

Alessandro speciale
roma


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Dopo quasi sette anni, si è conclusa con un successo la battaglia legale di Nadia Eweida, dipendente della compagnia aerea British Airways. La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto oggi che la donna era stata discriminata quando le era stato proibito di portare al collo una croce sul posto di lavoro. Il Regno Unito è stato giudicato colpevole di non aver protetto il diritto di Eweida alla “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, protetto dall'articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, e dovrà rimborsare alla donna 2mila euro per danni morali e 30mila euro per le spese processuali.

Ma quello della dipendente della compagnia aerea britannica è stato l'unico dei quattro casi di presunta violazione dei diritti dei cristiani discussi dalla corte di Strasburgo a venire accolto. Il tribunale ha infatti respinto il ricorso di Shirley Chaplin, un’infermiera, riconoscendo il diritto dell’ospedale in cui lavorava d’impedirle d’indossare il crocifisso per motivi di “salute e sicurezza”.

La Corte ha anche respinto due ricorsi sul trattamento delle coppie omosessuali, entrambi presentati da dipendenti cristiani che avevano perso il lavoro perché si erano rifiutati di svolgere mansioni che ritenevano una forma di approvazione delle unioni tra persone dello stesso sesso. Gary McFarlane, un terapista di coppia, si era rifiutato di curare una coppia gay che si era rivolta a lui, mentre Lillian Ladele, un'impiegata comunale a Londra, non aveva voluto celebrare unioni civili. Sia Chaplin che McFarlane hanno annunciato ricorso contro la sentenza alla Grande Chambre della corte di Strasburgo.

Per la Corte, che ha discusso in un'unica tornata i ricorsi dei quattro contro le sentenze sfavorevoli ricevute dai tribunali del lavoro britannici, “ogni differenza di trattamento a base di orientamento sessuale non può essere giustificata se non da ragioni particolarmente forti e che la situazione delle coppie omosessuali è paragonabile a quella delle coppie eterosessuali per quanto riguarda il bisogno di riconoscimento di tutela giuridica e protezione delle loro relazioni”.

Nel caso di Eweida, la sentenza del tribunale di Straburgo ha messo in evidenza “l’importanza della libertà di religione, elemento essenziale dell’identità dei credenti e fondamento, tra altri, delle società democratiche pluraliste”. Allo stesso tempo, la Corte ha messo in guardia dai casi in cui la “la pratica religiosa di un individuo sconfina sui diritti altrui”: in quei casi, “essa può essere oggetto di restrizioni”. La British Airways aveva cambiato nel 2007 i propri regolamenti per permettere ai dipendenti di indossare simboli religiosi – e da allora Eweida, una cristiana copta, ha potuto indossare il crocifisso senza problemi.

Anche se il verdetto sul caso della dipendente della British Airways era di gran lungo il più atteso dei quattro, nel complesso la Corte ha ribadito la possibilità di limitare il diritto di affermare la propria identità religiosa sul posto di lavoro quando questa viene a ledere i diritti altrui. Ai datori di lavori e alle aziende viene lasciato un margine relativamente ampio di discrezionalità nello stabilire i propri regolamenti interni per i dipendenti, che sono poi tenuti a rispettarli. Il primo ministro David Cameron ha accolto con favore la sentenza, perché “le persone hanno il diritto di non venire discriminate a causa delle loro convinzioni religiose”. Per l'arcivescovo anglicano di York, John Sentamu, “i cristiani e i seguaci di altre religioni dovrebbero essere liberi d’indossare i loro simboli senza subire discriminazioni”.

E tutto pronto per il Facebook Phone

La Stampa

Smartphone, app, sistema operativo. Tra qualche ora Mark Zuckerberg svelerà al mondo il suo nuovo progetto

antonino caffo


Cattura
Oggi è un gran giorno per Facebook. Alle ore 19 italiane presso gli uffici di Menlo Park in California, Zuckerberg presenterà al mondo un nuovo prodotto legato al marchio Facebook. Nelle ultime ore la rete sta impazzendo nel tentativo di capire cosa potrebbe essere. Tra le tante previsioni quella che pare più probabile è un Facebook Phone, di cui si parla già da diverso tempo. Dopo il tonfo degli HTC ChaCha e Salsa che avevano il “benestare” del CEO di Facebook, questa volta toccherebbe ad uno smartphone fatto in casa con sistema operativo Android, o addirittura un Facebook OS.

Di certo la presentazione di un telefonino “powered by Facebook” sarebbe la soluzione più ovvia date le informazioni che si hanno ad oggi. Durante i primi giorni del 2013 Zuckerberg aveva annunciato l’avvio di un test in Canada di un’applicazione di Facebook che permette agli utenti iOS di telefonare gratis agli altri amici via internet . L’ingresso nel mondo VoIP sarebbe quindi solo il primo passo verso una totale virata verso il mondo mobile che è cresciuto anche grazie all’avvento delle app e in particolar modo di quelle social che permettono agli utenti di essere connessi anche fuori casa.

Il Facebook Phone
Si è parlato nel settore di un Facebook Phone per lungo tempo, tant’è che ad un certo punto è dovuto intervenire lo stesso Zuckerberg per smentire ufficialmente le voci. Proprio il mistero sulla presentazione di stasera ha provocato una salita nel prezzo delle azioni del social network che già negli ultimi quattro mesi erano salite di circa il 7%. L’ipotesi che la presentazione di oggi riguardi l’arrivo di un device può essere intesa dall’invito spedito da Facebook ai giornalisti: “Venite a vedere cosa stiamo costruendo”. Mark Zuckerberg ha troppa esperienza per invitare i giornalisti solo per annunciare un cambio nella piattaforma o magari l’arrivo di un nuovo accordo di sponsor.

Per tutto questo ci sarà occasione tra due settimane quando Facebook fornirà il report di guadagni del quarto trimestre del 2012 davanti ad un pubblico ben più interessato al tema. Certo Facebook è un brand che fa gola a molti. Il settore mobile potrebbe abbracciare un Facebook Phone capace di restituire al social network di Zuckerberg quell’appeal che sembrava perso con il tempo. Uno smartphone dal marchio blu accontenterebbe tutti quei fan ancora delusi dalle pratiche deludenti in termini di privacy, oltre agli “indecisi” che ancora non sono iscritti alla piattaforma che coglierebbero al balzo l’occasione di portarsi a casa un cellulare all’avanguardia, sempre connesso e di moda.

Le altre ipotesi
L’arrivo di un Facebook Phone non è la sola ipotesi a tenere banco. Secondo gli esperti ci sarebbe la possibilità che Facebook possa presentare un proprio sistema operativo mobile chiamato Facebook OS. In realtà il team di Facebook ha già avuto a che fare con Android quando nel 2011 venne scoperto il Project Buffy, un modello di smartphone con sistema operativo Android personalizzato. Una mossa del genere porrebbe in diretta concorrenza Facebook con Apple (Zuckerberg nuovo Steve Jobs?) visto che l’azienda di Menlo Park potrebbe ripercorrere le stesse tappe della casa di Cupertino, proponendo soluzioni software e hardware sviluppate internamente.

Come contorno alla presentazione centrale di stasera, il CEO di Facebook potrebbe presentare le varie soluzioni che ad oggi permettono di avere Facebook un po’ ovunque. Tra queste la possibilità di avere il social network in automobile grazie al Sync System di Ford; un motore di ricerca sociale per rivaleggiare con Google (come afferma il portale Gizbot) e l’annuncio ufficiale del restyling della timeline con l’utilizzo di una sola colonna per mostrare le notizie sulle bacheche personali, invece delle due attuali.