mercoledì 16 gennaio 2013

Tex contro Ingroia, diffida di Bonelli sui fumetti in campagna elettorale

Corriere della sera

La casa editrice contro l'utilizzo dei «suoi» personaggi nei manifesti della lista Ingroia

1
Gli eroi dei fumetti contro gli eroi della politica. O se si vuole Tex e Dylan Dog contro il pm Antonio Ingroia. Tra tante dispute la campagna elettorale ci riserva anche questa. E tutto perché nella foga di catturare l'attenzione di cittadini elettori sempre più disgustati dalla politica si attinge anche al mondo dei fumetti. Lo hanno fatto appena qualche mese fa i candidati alle primarie del Pd, raffigurati nel sito del partito come i Fantastici Quattro e lo fa oggi in modo ancor più massiccio l'entourage del candidato premier di «Rivoluzione Civile» Antonio Ingroia. In Rete circolano decine di manifesti con slogan messi in bocca a noti personaggi del mondo dei fumetti e sotto il simbolo del movimento di Ingroia.

ANCHE GRISU' - Tra gli altri c’è Dylan Dog, presentato come lavoratore a progetto, che esclama: «Basta con questi mostri che ammorbano le istituzioni». E poi l'annuncio: «Anche io voto Rivoluzione Civile. Insieme vinciamo». Oppure il draghetto Grisù (nei manifesti scritto in maniera errrata "Grisou") «vigile del fuoco discontinuo», che sogna: «Voglio un paese che non si nasconda dietro l'emergenza ma progetti il suo futuro». Al servizio della lista Ingroia quasi tutti i più noti personaggi del mondo dei fumetti, dai Simpson a Dylan Dog agli stessi Fantastici Quattro già reclutati dal Pd.

2
BONELLI NON CI STA - Non è per nulla chiaro chi abbia avuto l'idea di mettere in pista gli eroi dei fumetti per sostenere la campagna elettorale dell'ex procuratore aggiunto di Palermo. A quanto pare non sarebbe un'iniziativa ufficiale del movimento quanto piuttosto di gruppi di sostenitori che si sono spontaneamente mobilitati sulla Rete. In ogni caso la faccenda ha fatto infuriare la Sergio Bonelli Editore che ha preso carta e penna per diffidare chiunque dal mettere le mani sui personaggi della loro scuderia.

«Sergio Bonelli Editore spa, proprietaria del nome e dei diritti di utilizzazione del personaggio Dylan Dog -si legge in un comunicato ufficiale- dichiara di non essere in alcun modo affiliata o di sostenere, con l’immagine di Dylan Dog o di qualunque altro personaggio della casa editrice, alcuna formazione politica, e diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali».

TEX DI DESTRA? - Ad evocare personaggi dei fumetti si rischia di infilarsi nel vecchio tunnel della loro collocazione politica. Per anni molti si sono baloccati nel discutere se Tex è di destra o di sinistra. A quanto pare vicino alla sinistra era il suo creatore Sergio Bonelli morto nel settembre dello scorso anno. Ma in questo caso chi ha reclutato gli eroi dei fumetti non ha certo fatto differenza tra quelli idealmente di sinistra o di destra. Difficile catalogare Mafalda, Brontolo oppure Thor. Magari in una stagione in cui i personaggi della politica superano spesso la fantasia quelli dei fumetti appaiono più credibili nel raccontare parole di verità.

Gli eroi dei fumetti in politica Gli eroi dei fumetti in politica Gli eroi dei fumetti in politica Gli eroi dei fumetti in politica Gli eroi dei fumetti in politica


Alfio Sciacca
asciacca316 gennaio 2013 | 10:50

Il sequestro non ferma il calcio pirata alla tv

Corriere della sera

Lo streaming degli eventi sportivi continua indisturbato

MILANO - Quando martedì il Corriere.it ha diffuso la notizia del sequestro preventivo di dieci piattaforme illegali che rilanciavano il segnale – criptato – delle tv sportive a pagamento mi sono preoccupato. Non per me, io di solito queste piattaforme non le frequento e lo sport in tv non mi esalta, ma sapevo che alcuni amici avrebbero messo il lutto al braccio nell'apprendere i termini del provvedimento del procuratore aggiunto di Milano che ha accettato la richiesta di Rti-Mediaset. Ma gli amici servono nei momenti del bisogno e così ho subito pensato di rassicurarli: non sono un tecnico ma ho abbastanza esperienza di Web da sapere che oscurare la Rete, anche in piccola parte, è quasi impossibile. Confidavo sul fatto che sequestrata una piattaforma ne sarebbe spuntata subito un'altra. Così ieri notte, insieme a uno degli amici «pirati» che di fare l'abbonamento alle pay-tv non ha voglia (e nemmeno i soldi a dire il vero) ma è un vero sport-addicted, ho provato a testare la bontà delle mie conoscenze (ripeto non tecniche) e quella del provvedimento di sequestro.

Cattura
LA SERATA SPORTIVA - Mentre stavamo terminando la parca cena l'amico accende la tv per vedere i quarti di Coppa Italia Inter – Bologna. Ma anziché sulla Rai (dove la partita è in chiaro e si vede benissimo), e solo per motivi sperimentali, proviamo a collegarci tramite una dei più popolari siti che indicizzano le piattaforme che offrono le partite in diretta. Fare nomi è scortese, per intenderci quella piattaforma il cui logo è un celebre ex-arbitro italiano che sventola un cartellino rosso. Ci sintonizziamo all'ottavo minuto del primo tempo su una telecronaca in spagnolo dell'incontro diffusa – suppongo senza riconoscerne i diritti – da Masdesportv (il nome è camuffato, come lo saranno tutti quelli delle piattaforme citate in seguito).

La qualità del segnale è buona, abbastanza da apprezzare le espressioni sui volti dei calciatori e per vedere il gran gol di Guarin a fine primo tempo. Dopo il gol ci trasferiamo su un'altra piattaforma (Fuffo Stream) che rilancia il segnale Rai e anche in questo caso nessun problema a vedere il match. All'inizio del secondo tempo decidiamo di dare un'occhiata a quel che succede nella Coppa del Re spagnola: Real Madrid-Valencia. Questa volta il commento è in arabo e si distinguono solo i nomi dei giocatori, motivo per cui azzeriamo il volume. Finalmente al quinto minuto del secondo tempo lo schermo si fa nero e, penso, si vede che il sequestro è avvenuto proprio adesso.

Ma invece è solo un appannamento della connessione e il segnale si riprende in pochi secondi. Il mio amico mi avverte che di solito succede che durante la diretta le piattaforme vengano criptate, frustrando l'esperienza dello spettatore via web e allora riproviamo a sintonizzarci su Inter-Bologna. Tutto a posto, si vede come prima e per di più la partita è godibilissima (finirà 3 a 2 per l'Inter con gol all'ultimo minuto dei supplementari). A quel punto avrei anche esaurito le energie e la voglia di vedere altre partite è sottozero, ma l'amico è un fanatico e vuole andare avanti fino a quando vengono trasmesse le partite del basket Nba.

LA NOTTATA - Quindi bisogna tirare fino alle 2 del mattino quando inizierà Houston Rockets-Los Angeles Clippers. Che fare nell'attesa? Già che ci siamo e per non far scorrere via liscia la serata come se il sequestro preventivo non avesse alcun effetto, proviamo con altre piattaforme e altre partite. Il menu offre tra i piatti più succulenti Paraguay-Cile under 20. Commento in spagnolo, piattaforma Iustream e tutto tranquillo. Tranquillo dalla nostra parte dello schermo, in campo invece «gioco maschio» come avrebbe detto 30 anni fa Marcello Giannini da Firenze. Partita bellissima e anche qui 3 a 2 con gol decisivo segnato all'ultimo minuto.

La telecronaca in spagnolo (l'emittente piratata in questo caso era una pay-tv colombiana) adesso non solo non infastidisce ma anzi arricchisce l'esperienza, anche perché il cronista è di quelli che si scaldano e ogni rete è salutata dal classico e interminabile “goooooooooool!”. Ecco finalmente ci siamo, sono le due ed è l'ora della Nba. Io però stavolta mi limito a seguire il mio amico nella scelta della piattaforma (sempre raggiungibile dallo stesso indice con logo di ex-arbitro italiano) e verificare che anche questa volta il segnale sia pulito e la trasmissione fluida. Seleziono la piattaforma e aspetto i tradizionali 20 secondi per agganciare il segnale in un tripudio di banner pubblicitari. Nessun problema e quindi saluto l'amico che ha recuperato energie non so dove ed eccitatissimo si è seduto in punta di divano aspettando le schiacciate di Blake Griffin.

MEDITAZIONI - Torno a casa a piedi al freddo e penso che se la notizia del sequestro preventivo fosse rimasta taciuta nessuno tra gli utenti se ne sarebbe accorto e io avrei perso meno ore di sonno. Vero è che tecnicamente non abbiamo utilizzato nessuna delle piattaforme sequestrate (dinozap.tv, freedocast.com, hdcaster.net, hqcast.tv, ilive.to, limev.com, livescorehunter.tv, mips.tv, veemi.com) ma è anche vero che da spettatori non abbiamo notato alcun disservizio. E addormentandomi, felice di aver dimostrato all'amico che non doveva temere e stralunato da tanto sport in tv, mi torna in mente l'unico fastidio della serata, tutta quella pubblicità, non solo banner facilmente eliminabili o le reclame trasmesse dalla tv «piratata» ma anche spot video che interrompono la trasmissione via web. E in italiano, di inserzionisti italiani. E mi chiedo: non è che i detentori dei diritti stanno combattendo il nemico sbagliato?


Gabriele De Palma
16 gennaio 2013 | 15:03

Da Scilipoti a Barbareschi gli “eroi” che non rivedremo

La Stampa

Senza chance di rielezione dopo i cambi di casacca e le liti furibonde

mattia feltri
roma

Luca Barbareschi, Franco Barbato, Daniela Melchiorre, Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, Italo Tanoni: in ordine alfabetico, perché stilare l’ordine di merito è da ingrati. Senza di loro, la legislatura calante non sarebbe stata la stessa e la prossima rischia seriamente di non trovare sostituiti di livello.
Tre del gruppo (Barbato, Razzi, Scilipoti) li dobbiamo al fiuto - così devastante da poliziotto e poi da pm, così costipato da leader politico - di Antonio Di Pietro.


Cattura
Sebbene lui si difenda: che dubbi si potevano nutrire a proposito del presidente della Federazione emigrati abruzzesi in Svizzera (Razzi), poi sospettato dagli affiliati, forse malignamente, di essersi ingoiato i fondi per i terremotati? E quali a proposito di un ginecologo, ostetrico e agopuntore, professore convitato all’Università del Paranà (Scilipoti)? Furono invece loro due a mollare l’Italia dei Valori per fondare i Responsabili e salvare Silvio Berlusconi dal putsch di Gianfranco Fini, dicembre 2010.

E fu proprio Barbato a vendicare l’onore del partito filmando di nascosto Razzi mentre illustrava le ragioni non strettamente ideali del cambio di casacca: «Io avevo già deciso da un mese prima (di votare la fiducia, ndr). Mica avevo deciso, figurati, tre giorni prima». E l’altro: «Ma come? Tre giorni prima hai detto male di Berlusconi». E Razzi: «L’ho detto apposta. Dieci giorni mi mancavano. E per dieci giorni mi inc... Perché se si votava dal 28 marzo come era in programma io per dieci giorni non pigliavo la pensione».

Non è bastata nemmeno la generosa inclinazione all’horror di Vittorio Sgarbi, che presentò alla Camera il libro autobiografico di Razzi, a restituire un calibro al deputato. A quella presentazione arrivò un tizio uguale sputato a Scilipoti, il quale poi sostenne, con una certa immaginazione, di essere dotato di molti sosia, essendo altrettanti e di più gli impegni. Purtroppo non gli era consentito di impiegare le controfigure in aula, dove rientrava trotterelloso, lui così alla Danny De Vito, per il perenne ritardo al voto; e se prendeva parola, a ogni pausa gli ex amici dell’Idv intonavano in coro: «Munnezzaaaa». E lui, che è un fenomeno, faceva le pausa apposta sinché al tremillesimo «munnezzaaaa» i dipietristi se ne annoiarono. 

Era questa la Camera a cui andiamo a dire addio. La Camera dello stesso Barbato, che per la missione di spiare tutti con la telecamerina, e dare il filmato alle tv, finì con l’essere detestato anche dai suoi: «Non so se è peggio lui o Scilipoti», disse Gabriele Cimadoro, cognato di Tonino. Ci resteranno, di questo ex socialista della Prima repubblica, le soluzioni al problema-Fiorito («Quelli come lui in Cina li uccidono o li torturano»), i capelli alla chitarrista di piano bar, le giacche a scacchi arrotolate sulle braccia, una certa interpretazione del mandato parlamentare culminata con arcane dimissioni, e con il ritorno in aula pochi mesi dopo a formulare il giudizio sul governo: «Avete rotto i c...». L’ultimo giorno espresse un saluto all’altezza: «Cari deputati, andate tutti a quel paese».

Adesso ha da occuparsi di un’inchiesta a suo carico per tentato millantato credito: i superpoteri di parlamentare in cambio di ventimila euro. Nel misto, attiguo ai Responsabili - dopo aver cominciato la legislatura nel Pdl e averla proseguita nel Fli - finì anche Barbareschi, ritornato in pagina per i modi istintivi adottati contro quei gran rompitasche delle Jene. Ha litigato più o meno con tutti. «Scusate, se è in politica è colpa mia», disse Ignazio La Russa, in genere refrattario all’autocritica. Un giorno l’onorevole attore arrivò al pranzo del mercoledì dei finiani, nello studio di Italo Bocchino, e metà di loro si alzò e se ne andò. Barbareschi valutò sé e i camerati:

«Mi hanno emarginato. E quando non ho più contribuito alla strategia s’è visto il risultato: Fli era al 9 per cento, ora è all’uno». Impegnato nella strategia, firmò sbadatamente una proposta di legge che aumentava gli emolumenti ai partiti («un banale errore») e si astenne sul caso Ruby («No no, io ho votato con Fli, ci sarà stato un contatto»). Vicino a lui sedeva l’ex magistrato Daniela Melchiorre, a nostro giudizio la campionessa assoluta. 

Bisogna apprezzare la biografia politica (tutta insieme col fido Tanoni), che attraversa questa e la scorsa legislatura: presidente della Margherita di Milano, passa con Lamberto Dini, fonda i Liberal Democratici, diventa sottosegretario di Clemente Mastella nel governo Prodi, si candida nel 2008 col Pdl, fonda i Liberal Democratici Riformisti, esce dal centrodestra e passa al misto, dal misto passa all’opposizione, presenta alle Europee del 2009 i Liberal Democratici Riformisti insieme col Movimento Associativo Italiani all’Estero e con l’appoggio del Movimento Europeo Diversabili

Associati e del Fronte Verde Ecologisti Indipendenti, prende lo 0,23 per cento (è la lista meno votata), alle Regionali del 2010 è con l’Udc, partecipa alla fondazione del Polo della Nazione con Fli e Udc, esce dal Polo della Nazione, torna nel centrodestra, diventa sottosegretario allo Sviluppo Economico, si dimette dall’incarico, torna fra i centristi che ora non la candidano più, né lei né Tanoni. 
Però, caruccia e dolce, cancellò da Facebook le centinaia di vili insulti ricevuti in una delle occasioni sopra elencate; ebbe cura di lasciare l’annuncio dell’uscita della «splendida compilation» di canzoni dedicate alla mamma, da Anna Oxa a Beniamino Gigli. Ci piace ricordarla così. 

De Giorgi, il candidato di Monti è il proprietario di quattro siti porno

Sergio Rame - Mer, 16/01/2013 - 09:01

De Giorgi è proprietario della società Gay.it che raccoglie siti di video hard e incontri per escort. Lui replica: "Mai ottenuti vantaggi economico"

E adesso cosa dirà Mario Monti? Nei giorni scorsi le foto di Alessio De Giorgi, renziano candidato nella lista Monti, avevano suscitato non poco imbarazzo al Professore.


Cattura
Oggi, però, è venuto fuori che la società di De Giorgi è proprietaria di quattro siti che, oltre a proporre video pornografici con contenuto omosessuale, organizzano incontri gay con escort. Una vera e propria bomba a orologeria per il sobrio Professore che ha fatto passare il curriculum di ciascun candidato sotto la lente d'ingrandimento di Enrico Bondi.

Nelle foto pubblicate nei giorni scorsi, De Giorgi era immortalato mentre baciava travestiti e drag queen. Gli scatti avevano fatto il giro della rete mettendo in imbarazzo il Professore che aveva deciso di arruolare nella sua lista l'imprenditore e direttore del sito Gay.it per garantire un maggiore pluralismo sui temi etici e trovare, in questo modo, un fronte comune con la sinistra. De Giorgi, che nel 2002, grazie alla doppia cittadinanza italo-francese del compagno, firmò il pacs al consolato di Francia, è stato infatti membro della prima Assemblea nazionale del Partito democratico ed era intervenuto all’ultima Leopolda di Renzi.

"Se entrerò al Senato lo farò con le mie idee, la mia storia, le mie passioni, non cambiando una virgola di quanto ho pensato in questi anni", ha spiegato nei giorni De Giorgi sottolineando che resterà, comunque, "un uomo di centrosinistra". Proprio per questo, ci ha tenuto a sottolineare il cambio di rotta per una formazione politica di centro che decide di candidare "un omosessuale che si è speso sul tema dei diritti civili".

Non è il programma politico di De Giorgi a imbarazzare Monti, ma il suo curriculum. Oltre a essere indagato per reati ambientali e falso in atto pubblico, il renziano, omosessuale dichiarato e attivista per i diritti dei gay, ha problemi per le licenze dei suoi locali da ballo e per i contenuti dei siti gestiti dalla sua società Gay.it. Come ha anticipato Dagospia e poi rivelato la trasmissione di Radio 24 La Zanzara, la società è infatti proprietaria di gaysex.it, gaytube.it, nowescort.com e me2.it. Non appena la notizia è stata rilanciata, l'accesso ai primi tre siti.

Anche se adesso sono irraggiungibili, attraverso la cash di Google che permette di recuperarne il contenuto siamo riusciti a visionare ugualmente i siti di De Giorgi nei quali non compare mai la finestra che vieta l'accesso ai minorenno. Mentre gaysex.it e gaytube.it propongono video hard per omosessuali, le pagine di nowescort.com "sono destinate ad accogliere profili di ragazzi che, nel sito me2.it, intendono dichiarare la loro disponibilità ad effettuare servizi di accompagnamento personale". "Resta inteso che il sito www.me2.it non ha alcun rapporto contrattuale con i tali profili, diverso da quello che consente di costituire un profilo sul sito - si legge direttamente sul sito nowescort.com - la distinzione tra le due sezioni è meramente finalizzata a rendere edotti i navigatori del sito www.me2.it dei diversi scopi per i quali i profili sono inseriti nella banca dati, dai rispettivi titolari".

La notizia è subito esplosa. E De Giorgi ha replicato scrivendo una lettera a Dagospia per spiegare che la sua società ha mai ricevuto compensi economico. "La parola escort può sicuramente far drizzare le antenne ai campioni di moralismo e giustizialismo - ha spiegato il candidato renziano - ma c'è da precisare che su tali utenti la Gay.it non ha mai ottenuto alcun vantaggio economico". A detta di De Giorgi tre siti sono stati oscurati (me2.it è ancora online) per evitare che vengano utilizzati in campagna elettorale. "Visto che né pornografia né incontri tra persone costituiscono reato - ha commentato - trovo decisamente di cattivo gusto la campagna denigratoria e la sovraesposizione mediatica di cui sono vittima, che rischia di configurarsi come una vera e propria campagna sessuofobica di cui questo paese non ha sicuramente bisogno e di cui sicuramente tu non sei paladino".

La cognata di Casini usa soldi pubblici per le interviste

Andrea Zambrano - Mer, 16/01/2013 - 08:47

Silvia Noè coinvolta nello scandalo dei rimborsi in Emilia: "Che male c’è, così fan tutti"

Sarà anche la più votata in EmiliaRomagna come si giustifica Pier Ferdinando Casini nel tentativo di far passare come normale la candidatura alla Camera della cognata Silvia Noè.


Cattura
Lei, moglie del fratello, il suo posto in Regione lo ha conquistato, certo, con i voti.Anzi,l’Udc è pronta anche a difen­dere il suo lavoro, soprattutto dopo lo schiaffo subito quando fu bocciata come presidente della commissione Pari opportunità: una vera e propria discriminazione perché cattolica. Sedotta dal Pd e abbandonata secondo le solite logiche di schieramento. Ma la Noè oltre che per la sua azione in Consiglio regionale a favore delle famiglie e dei deboli nella rossa Emilia, è anche ricordata per la spiacevole vicenda delle interviste pagate con i soldi pubblici.

L’episodio spia dal quale la procura partì per guardare dentro il vaso di Pandora della Regione guidata da Vasco Errani con un’inchiesta che è ancora aperta. Certo, a fare notizia erano i grillini per quelle interviste «in ginocchio», ma tra i coinvolti ci fu anche la Noè. La quale spiegò nero su bianco anche le modalità con le quali per cercare visibilità sicura, i consiglieri venivano invitati, dietro pagamento, nelle tv locali a commentare la rassegna stampa di giornata. «Così fan tutti», ammise candidamente spiegando anche che quei soldi erano regolarmente iscritti a bi­lancio. «È il nostro modo per raccontare l’attività in Consiglio».

Il punto semmai è un altro: il consenso lo avrebbe conquistato anche se non fosse stata la cognata di Casini? Ecco il punto da cui partire per conoscere questa storia di famiglia e di grandi appoggi. Tanti quanti ne servono per pas­sare in Regione con oltre 5mila voti. E tanti, molti di più, quanti ne dovevano servire per farla passare come europarlamentare nel 2009 quando la Noè doveva contendersi il seggio nel collegio Nord Est quasi sicuro contro Gian Luigi Gigli ( oggi candidato nella lista Monti, ndr ), friulano, spinto dai movimenti per la vita dopo la vicenda Eluana Englaro.

La cognata di Casini era pronta a fare il grande salto. Sembrava la volta buona, ma alla chiusura delle liste spuntò fuori l’outsider Tiziano Motti da Reggio Emilia che con una campagna all’americana, a suon di manifesti e serate in discoteca, con 18mila voti sbaragliò tra lo sbigottimento di tutti tanto il medico pro life che si fermò a 15mila e la candidata più organica, al palo con 8mila.
E lì scoppiò lo psicodramma familiare. La Noè fin da subito capì che quei voti presi dall’editore reggiano, che oggi siede felice a Bruxelles, erano suoi di diritto e rovesciò al parente illustre tutta la rabbia di una donna tradita.

Non c’è militante attivodell’Udc che non parli con toni ormai epici della sfuriata da tragedia greca che in più riprese la Noè riversò verso il cognato. Con le candidature per le politiche Pierferdy è corso ai ripari piazzando la cognata in posizione quasi sicura: seconda dietro all’uscente Galletti. Chi la conosce bene insiste: in Regione ha lavorato bene, politicamente non è «una raccomandata». Il dubbio che sia una candidatura riparatrice dopo gli schiaffi del passato resta. Ma siamo proprio sicuri che non ci fossero altri nomi?

Salvini: «Dire negher non è un insulto»

Corriere della sera

L'esponente leghista: «Assurdo un processo per i buu allo stadio»

Matteo Salvini, segretario della Lega Nord da La Zanzara


Cattura
«Grittini? È un bravissimo ragazzo di ventuno anni che fa volontariato da quando ne aveva quindici, il "buu" gli può essere perdonato». Matteo Salvini, segretario della Lega Nord in Lombardia ed eurodeputato, a La Zanzara su Radio 24 in merito ai cori razzisti contro il giocatore del Milan Boateng durante l'amichevole Pro Patria-Milan intonati, fra gli altri, dall'assessore allo Sport del comune di Corbetta, il leghista Riccardo Grittini che in seguito a quell'episodio ha rassegnato le dimissioni.

«Se lo ha fatto - dice ancora Salvini a Radio 24 - ha fatto una cazzata, ma anch'io ne ho fatte tante. È assurdo comunque finire sotto processo per un "buu" allo stadio. Uno che fa un "buu" allo stadio rischia tre anni di galera, mentre è ai domiciliare uno che ha stuprato una ragazza a Bergamo. Secondo voi è normale?». Ma la parola «negher» è un insulto, chiedono i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo?: «Ma no, "negher" lo dicono anche Jannacci e Vecchioni, non è un insulto, dipende solo da come lo dici. Sono tristi quelli che usano la parola nero e poi li insultano. Fare un processo su un "buu" allo stadio mi sembra da terzo mondo».

Ascolta

A 12 anni, appello contro la violenza: “Bambini, i mostri vanno denunciati”

La Stampa

Un ragazzino che ha subìto violenza dal padre ha scritto una lettera per aiutare le altre vittime dei pedofili

barbara cottavoz


Cattura
«Credetemi, non siete colpevoli ma vittime. Trovate il coraggio e la vostra vita cambierà»: Luca (il nome è di fantasia) ce l’ha fatta. Ha raccontato che suo padre abusava di lui e il «mostro» è stato condannato a 10 anni, l’incubo è finito e lui adesso «è un ragazzo come tanti» a parte per quel segreto. Così ha deciso di scrivere una lunga lettera a La Stampa indirizzandola idealmente a tutti i bambini che sono come il Luca di qualche anno fa invitandoli a denunciare i pedofili e chi li copre.

L'incubo dai 4 agli 8 anni Luca oggi ha 12 anni, abita nel Novarese con la madre, frequenta le medie ed è seguito da una psicologa che lui chiama affettuosamente «la mia cara dottoressa». Ha subìto violenze dal padre dai 4 agli 8 anni e mezzo, poi si è rifiutato di dormire a casa dei nonni paterni dove lo incontrava nel fine settimana, per evitare «quel maledetto lettone». A 9 anni ha raccontato tutto alla mamma. Lei è andata dalla polizia.

La rabbia della madre
«Mi porto dentro un dolore e una rabbia immensi: la vita di mio figlio è stata devastata da chi gliel’ha data - racconta la donna -. E mi rimprovero di non essermi accorta dei segnali. Aveva un pudore eccessivo che io scambiavo per timidezza. Di notte si svegliava con incubi terribili e gridava: ho chiesto aiuto a una psicologa che ha esaminato i quaderni, ha parlato con le maestre e ha concluso che ogni bambino ha una storia a sè e non c’erano problemi. Io mi sono fidata». Ci era andata con il padre del bambino: «Insospettabile. Una persona piacevole con gli altri e che ci sapeva fare con i bambini. Non aveva mai dato adito a dubbi con nessuno».

L'appello: «L’omertà non paga»
Da allora ci sono stati anni difficili di tribunali, sedute dalla psicologa e confronti duri: «Ho passato ore a ripetere a mio figlio che lui non ha colpa, quello che è stato condannato dalla giustizia è suo padre racconta la mamma -. Mi sono venduta la casa per pagare gli avvocati. Ma noi vorremmo che da una storia simile uscisse anche un messaggio positivo: l’omertà non paga. Nessuno deve difendere i pedofili, nemmeno i loro familiari».

Il ritorno a un vità più normale
Intanto Luca è cresciuto e sta meglio: «Prima era chiuso, isolato da tutti e in classe passava lunghe ore assorto a guardare fuori dalla finestra. Adesso i primi risultati cominciano ad arrivare. Ha in mente la felpa alla moda e i giochi elettronici, va a mangiare la pizza con gli amici, scherza. La beata normalità, insomma». Per lei, la mamma, ancora non c’è: «Non voglio aiuto, sto espiando. Ho chiuso i ponti con la vita sociale e sentimentale. Non ce la faccio adesso. Mi sento colpevole: dovevo capire, dovevo fermarlo».

Usa, la prima volta della Coca-Cola contro l'obesità

Il Messaggero

Per la prima volta Coca Cola prende di petto il tema della obesità e lancia una campagna contro gli eccessi a tavola che prevede sia una serie di spot sui principali network Usa sia lo sviluppo delle opzioni 'diet' nei distributori automatici di bevande.
 

CatturaPer la multinazionale con sede a Atlante si tratta di una rivoluzione della comunicazione del brand tra i più noti al mondo. Ed è un passo che il colosso Usa fa a partire da casa propria, gli Stati Uniti, dove è più forte il dibattito sia sul junk food, con l'impegno in prima persona della first lady Michelle Obama, che sugli effetti dell'assunzione delle bibite gassate e con edulcoranti. Del resto, nell'ultimo decennio (anni 2000-2010) i cittadini Usa obesi gravi sono aumentati, secondo un recente studio dell'economista Roland Sturm, del 70%, passando dal 4% al 7% della popolazione per un totale di 15 milioni di persone.

E l'ultimo rapporto del «Journal of Obesity» stima che i cittadini «mediamente grassi» rappresentino più di un terzo della popolazione americana. A partire da oggi la Coca-Cola manderà in onda in tv una serie di spot pubblicitari di due minuti durante le trasmissioni di punta dei maggiori network americani. Il messaggio è che l'aumento di peso è dovuto al consumo di calorie in eccesso di qualsiasi tipo, non solo dalle bibite gassate. In linea con il dettato di gran parte dei nutrizionisti, ma anche con la guerra ai maxi formati dei drink avviata dal sindaco di New York, Michael Bloomberg.

Presto, nella Grande Mela, entrerà in vigore il divieto di vendita di bibite gassate formato extralarge nei ristoranti, cinema e aree pubbliche; e anche dal sindaco di Cambridge in Massachusetts intende replicare il veto ai maxi-drink. In Italia il ministro della Salute Balduzzi sta chiedendo più frutta nei bevande e ha promosso un decreto ad hoc su questo. Secondo fonti stampa americane, la campagna può essere interpretata come una mossa per rispondere alle costanti pressioni a cui è sottoposto il comparto delle bibite gassate. Ma è lo stesso gigante Usa a smentire di giocare in difensiva: «Questa campagna - ha detto Diana Garza Ciarlante, portavoce della Coca-Cola - non è una reazione ad un pubblico sentimento negativo. L'azienda ha semplicemente sentito il bisogno di affrontare la questione e di entrare a far parte del dibattito intorno all'obesità».

 
GUARDA IL VIDEO

martedì 15 gennaio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 15:03

Dagli inceneritori ai gioielli: l'eco-tragitto delle ceneri di scarto

Corriere della sera

Un procedimento dell'Università di Brescia rende inerti i metalli pesanti delle ceneri tossiche

Può un rifiuto tossico e pericoloso come la cenere degli inceneritori diventare una materia preziosa? Sì, se a salvarla dalla discarica ci pensa la chimica. Con una reazione trovata, quasi per caso dieci anni fa, grazie a una tesi di laurea all’Università di Brescia. Uno studio che ha permesso di trovare un composto chiamato Cosmos, fatto con silice e cenere di scarto del carbone, in grado di inertizzare i metalli pesanti delle ceneri tossiche, rendendole performanti e, in alcuni casi anche meglio, delle materie prime tradizionali. E quindi utilizzabili all’interno di altri materiali come, ad esempio, il cemento, la plastica o il calcestruzzo.


Cattura
SILICE - Un processo che, nel corso del tempo, è stato testato e affinato nel laboratorio di chimica dell’università bresciana fino a diventare una delle punte di diamante dei programmi di ricerca europei Life+. Con un progetto triennale, concluso a dicembre, che non solo è stato pluripremiato dall’Unione Europea per il valore sociale aggiunto, ma che è riuscito a portarsi a casa altri tre anni di finanziamenti per le sue potenziali di recupero di altri scarti del ciclo dei rifiuti. Un nuovo riciclo che potrebbe abbassare notevolmente l’intero costo del processo. Unico dubbio sulla convenienza di processare la cenere tossica, infatti, il prezzo elevato della silice. Che, per il momento, rende ancora più conveniente a livello economico sotterrarla in discarica. Un problema di conti per cui, tuttavia, è stata trovata una soluzione. Ossia recuperare la silice da un altro rifiuto che ne è pieno: la cenere di scarto del riso.

IL PROGETTO - A portare il progetto in Europa, chiamato Cosmos (COlloidal Silica Medium to Obtain Safe inert) come il nome del composto, l’Università di Brescia, sostenuta dalla sua spin-off Csmt, la Contento Trade e la Tekniker che hanno cofinanziato al 50% gli esperimenti. Una serie di test che, negli ultimi 36 mesi, hanno permesso di portare l’indagine sulla cenere fuori dai laboratori e di lavorarne una quantità su scala preindustriale con un reattore per processarla, costruito apposta nei pressi del termovalorizzatore bresciano.

«Il salto più importante», Alberto Turano, ingegnere responsabile del progetto per Csmt, «è stato passare da inertizzare pochi grammi a lotti da 200 chili. Il rischio era che la cenere tossica reagisse in maniera diversa se processata in tali quantità. Invece, non c’è stato nessun rilascio di sostanze pericolose e il risultato dei laboratori è rimasto inalterato». Un’operazione che ha permesso di ottenere ingenti quantità di cenere inertizzata che, in questi anni, è stata sperimentata con successo da diverse aziende che lavorano plastica, piani cottura e manti stradali, come aggiunta ad altri materiali.

LA REAZIONE MAGICA - Una vera e propria materia prima a disposizione che, in molti casi, grazie a carbone e silice, riesce persino a migliorare le proprietà fisiche e meccaniche di altri materiali. Il segreto? Racchiuso dentro a una reazione chimica. «Si tratta», spiega Elza Bontempi, professoressa di chimica della facoltà di ingegneria e responsabile del progetto per l’ateneo bresciano, «di una reazione molto lenta che, per essere totalmente efficace richiede almeno due giorni di tempo». Un tempo di attesa accettabile se il risultato e le sue applicazioni si rivelano così straordinari. «La ricerca principale è stata cercare sostanze in grado di attivare le ceneri tossiche.

Fino a trovare la formula perfetta in grado di renderle totalmente inerti». Una caccia conclusa mescolando silice e ceneri di carbone. «In laboratorio, per mescolare il Cosmos, usiamo un robot da cucina. E seguendo questo principio abbiamo creato il mescolatore più grande, costruito vicino al termovalorizzatore». Un processo pensato anche come un circolo chiuso, dove anche l’elemento più piccolo trova il modo di essere riutilizzato. Ad esempio, i sali che si depositano dopo il lavaggio del Cosmos. «Tutti questi sali», aggiunge la professoressa, «potrebbero essere utilizzati per sciogliere la neve sulle strade. Un’operazione per cui ogni anno il Comune di Brescia spende circa 300 mila euro».

COSMOS RICE – Uno scenario che potrebbe essere ancora più idilliaco se si risparmiasse sul costo della silice. Opzione presa in considerazione dai ricercatori. «La silice che serve per preparare il Cosmos», spiega Bontempi, «ai trova anche negli scarti dei prodotti agricoli. Ad esempio, nella pula di riso». Una nuova indagine sul reimpiego dei rifiuti, che è riuscito a diventare la seconda coda del progetto originale e di ricevere finanziamenti comunitari per altri tre anni. «La pula viene già bruciata e utilizzata per il recupero termico, quindi per ricavare la silice è sufficiente recuperare la cenere di scarto delle risaie». Un gioco di scarti per gli scarti che potrebbe rivelarsi cruciale. «L’Unione Europea dice che la discarica dovrebbe essere l’ultimo passo dei rifiuti. Per questo», conclude la professoressa, «noi cerchiamo tutte le soluzioni possibili per fermarci prima».

RIFIUTI PREZIOSI - Uno stop che ha permesso di trovare un composto polifunzionale, che in questi anni è anche stato utilizzato, oltre che testato come aggiunta ad altri materiali, per creare oggetti e gadget. Tra questi una serie di gioielli e monili, fatti con ceramica e Cosmos, distribuiti gratuitamente. «Usare un materiale di scarto tossico per fare ciondoli», aggiunge Turano, «aiuta ad aumentare la sua accettazione sociale, eliminando i pregiudizi e le paure ingiustificate». Un simbolo che ha trovato il plauso di tutta la Comunità Europea che, anche per questa creazione, ha riconosciuto altri premi al progetto bresciano.


Carlotta Clerici
14 gennaio 2013 (modifica il 15 gennaio 2013)

Si scioglie il ghiacciaio di Ötzi Sulle piste stop allo sci estivo

La Stampa

Temperature sempre più elevate sulle montagne della Val Senales

maurizio di giangiacomo
val senales (BOLZANO)


Cattura
Il ritrovamento della «mummia del Similaun» da parte di due escursionisti tedeschi, vent’anni fa, è stato un colpaccio per l’economia turistica in Alto Adige. In Val Senales, dove «Ötzi» era rimasto sepolto nel ghiaccio per 5mila anni, è nato un frequentatissimo archeo-park. Per non parlare del museo-archeologico di Bolzano, dove riposa oggi, preso d’assalto da migliaia di turisti.

Ma quel preziosissimo ritrovamento, consentito dallo scioglimento del ghiaccio provocato dalle temperature sempre più alte, anche a quota 3.000, potrebbe aver segnato pure l’inizio della fine dello sci estivo in Provincia di Bolzano e più in generale sulle Alpi, come una piccola «profezia dei Maya». Con tanto di ultimo avvertimento, l’estate scorsa: il crollo della croce dalla cima del vicino ghiacciaio dell’Ortles, simbolo della montagna più alta dell’Alto Adige; era ceduta la roccia, ma sempre per le alte temperature, capaci di sciogliere il permafrost anche a quote superiori ai 3.000 metri.

Dopo decine e decine di allarmi sull’«agonia» dei nostri ghiacciai, il primo ad arrendersi è proprio quello della Val Senales dove, dalla prossima estate, non sarà più possibile sciare nel periodo estivo: dopo la chiusura degli impianti di risalita, programmata per i primi giorni del mese di maggio, gli appassionati – tanti tedeschi ma anche italiani, specie dalle regioni del Nord - dovranno attendere il mese di ottobre per tornare. Insomma, per gli ospiti una stagione comunque più lunga di quella di tante altre località dell’arco alpino, ma soprattutto senza la suggestione di una sciata mentre i colleghi magari sbuffano sotto il solleone in ufficio o al mare.

Oggi tocca al ghiacciaio della Val Senales, ma il destino degli altri ghiacciai dell’arco alpino – in primis quelli vicini, come quello del Presena, al Passo del Tonale, a cavallo tra Trentino Alto Adige e Lombardia – sembra segnato. «Dal 1850 i ghiacciai si sono ritirati di un terzo e negli ultimi 30 anni il loro scioglimento è stato ancora più veloce» dice Roberto Dinale, glaciologo dell’ufficio idrografico della Provincia di Bolzano, che prevede che la stessa sorte della Val Senales, nei prossimi 10-15 anni colpirà i comprensori sciistici vicini, come lo Stelvio e il Tonale: «Quanto resisteranno alle temperature ogni anno sempre più alte dipenderà solo dalla loro esposizione e dall’altitudine».


Una prospettiva, quella della «morte» dello sci estivo, che ha spinto ad esempio gli impiantisti della società Carosello, sul ghiacciaio Presena, ad affrontare costi altissimi per sperimentare la copertura delle piste con i teloni (su una superficie pari a 14 campi da calcio) e rallentare così lo scioglimento del ghiaccio e della neve: nelle ultime stagioni estive l’operazione - che coinvolge anche le università di Milano e Trento, il Comitato glaciologico nazionale e la Provincia Autonoma di Trento – avrebbe consentito di «salvare» uno spessore di neve e ghiaccio di due metri. «Ma è una tecnica improponibile su grande scala per i costi - chiosa ancora Dinale – Così si prolunga solo l’agonia del ghiacciaio».

Del resto, che lo sci estivo in Val Senales avrebbe avuto vita breve gli addetti ai lavori sembravano saperlo. «Ormai d’estate arrivavano solo gli sci club e le squadre agonistiche nazionali – dice il direttore delle funivie, Helmut Sartori – I turisti dei bei tempi non si vedono già da qualche anno». Già, molti sono in fila al museo di Ötzi.

Se Ruzzle fa giocare il mondo

La Stampa

Ci si sfida sui telefonini con la versione digitale del Paroliere: ecco perché piace tanto
davide jaccod


Cattura
Solo due minuti. La partita dura poco, e la si gioca ovunque: attaccati alla sbarra della metropolitana, seduti sul divano, nascosti sotto la scrivania. Basta una mano libera, o anche solo un dito. L’applicazione del momento è fatta di lettere. Si chiama Ruzzle, è nata meno di un anno fa e adesso vive un boom che ha sorpreso i suoi stessi programmatori: in più di cento Paesi l’hanno scaricata in 12 milioni. A spopolare è un gioco nato in Svezia a marzo dell’anno scorso grazie a Mag Interactive, che riprende il meccanismo del glorioso «Paroliere» e lo trasforma in un’app tradotta in dieci lingue.
 
Il gioco ha dalla sua quella semplicità capace di farne un successo globale. Sullo schermo di smartphone e tablet appaiono 16 lettere, disposte su una griglia di quattro per quattro: ogni giocatore ha due minuti di tempo per trovare il maggior numero di parole che possono essere create unendo fra loro le lettere, utilizzandone ciascuna al massimo una volta. Ogni lettera ha un valore, e qualche casella fornisce bonus che moltiplicano il punteggio: al termine del tempo, ognuno vede registrati i propri punti. Chi ne accumula di più in tre round vince.

Tutto qui. Il meccanismo efficace, però, è quello che dilata la sfida: una volta iniziata la partita, ognuno dei giocatori ha a disposizione 72 ore per trovare i suoi due minuti. L’avversario, intanto, non deve stare ad aspettare un cenno di risposta: nello stesso tempo può iniziare altri duelli con altri utenti, riprendendo la sfida iniziale quando anche l’altro avrà giocato. E ci sono tutti quei fronzoli che trasformano un innocuo giochino in un divoratempo elettronico che tiene inchiodati allo schermo: statistiche personali, classifiche e traguardi, il tutto gratis, con la possibilità di eliminare la pubblicità e inserirsi in un circuito più ampio scaricando (a due euro e mezzo) la versione «premium».

La storia non è nuova, però segna una nuova tappa in quel percorso capace di prendere vecchi prodotti di successo e trasformarli in applicazioni pagate (molto) poco da tanti (tanti) utenti: una nuova pietra filosofale, che trasforma l’idea in denaro. «Il successo dei giochi di parole – spiega Ennio Peres, tra i massimi esperti italiani di enigmistica – nasce dal fatto che basta avere una certa familiarità con la lingua italiana. In altri spesso bisogna imparare regole complesse o mettere in campo strategie che in questi casi non servono». A completare il quadro è la facilità di trovare avversari: il sistema mette in contatto i giocatori facendo iniziare una partita che può accumulare rivincite su rivincite. Una chat permette di scambiarsi messaggi. «Confrontarsi con un altro utente – continua Peres – permette un’esperienza diversa da quella del videogioco, dove ci si misura con un dispositivo elettronico: questo percorso rende il tutto meno monotono, ma si tratta pur sempre di avversari virtuali».

Solo e-reader nella “Bibliotech” del futuro

La Stampa

Nascerà in autunno in Texas la prima biblioteca pubblica senza libri
roma


Cattura
Si chiamerà Bibliotech e sarà la prima biblioteca pubblica senza libri: nascerà in autunno a San Antonio in Texas nell’ambito di un progetto che vedrà l’apertura di un intero sistema di biblioteche del genere nella contea di Bexar. La notizia pubblicata su un quotidiano locale, è stata rilanciata da molti blog tra cui Gizmodo .  Ecco come funzionerà: presterà agli utenti ebook reader per cicli di due settimane.

Ci saranno pure pc ma niente carta e, presumibilmente, niente cataloghi. «Abbiamo il nome di chi prende il lettore di e-book. Lo porta via, proprio come un libro nelle biblioteche classiche. In due settimane, il dispositivo si scarica e non vale più la pena tenerlo», racconta al San Antonio Express, Nelson Wolff, la persona che sta dietro tutto il progetto. «Molte biblioteche stanno sperimentando da un po’ di tempo un sistema senza libri, ma San Antonio è la prima totalmente senza carta», fa notare Gizmodo.com. 

(Ansa) 

Siete buddisti? Niente licenza edilizia»

Corriere della sera

Le accuse di «intolleranza religiosa» e la replica del primo cittadino De Rosa: «Non ravvisiamo l'interesse pubblico»

CASTELLI (TERAMO) – A Castelli, centro ceramico conosciuto in tutto il mondo, è guerra tra una piccola comunità di buddisti fedeli all’insegnamento del maestro vietnamita Thic Nhat Hanh e l’amministrazione comunale. Lo scontro ruota intorno a un progetto di ampliamento edilizio favorito dalla precedente giunta e ostacolato da quella nuova. Il sindaco, Enzo De Rosa, vorrebbe revocare la variante urbanistica con cui sono state concesse le prime autorizzazioni alla fondazione Avalokita, che rappresenta gli interessi della comunità.


Cattura
IL CASO - Così è scoppiato un caso che alcuni non esitano a definire d’intolleranza religiosa, anche se il primo cittadino non ci sta a sedere sul banco degli imputati. «Semplicemente non ravvisiamo l’interesse pubblico», si affretta a precisare, annunciando esposti alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica contro le licenze concesse dalla precedente amministrazione. La storia inizia due anni fa, il 30 luglio 2010, quando il consiglio comunale (il sindaco dell’epoca è Concezio Di Flavio) approva una variante al piano regolatore riguardante alcune aree in prevalenza agricole. La variante consente di realizzare «attrezzature private d’uso collettivo per attività culturali, di incontro e di scambio» ed è collegata a un accordo di programma tra Fondazione Avalokita e Comune che prevede, in una frazione di Castelli denominata Villa Rossi, la costruzione di nuovi edifici e di una sala di meditazione aperta a tutti.

LA CONTROPARTITA - La contropartita a carico della Fondazione, secondo l’accordo di programma, è di circa 80 mila euro. Tutto ok fino a quando la nuova giunta capeggiata dal sindaco De Rosa, eletto nel maggio del 2011, prende posizione ritenendo illegittima la variante. In una lettera ufficiale, spiega che le costruzioni «si inseriscono in un progetto sociale e religioso collegato alla spiritualità buddista, completamente estraneo alla cultura, alle radici e agli abitanti del Comune di Castelli».

Sempre secondo De Rosa, il progetto sembra rispondere principalmente alle esigenze «di un gruppo limitato di persone non residenti e come tale non si concilia con l’interesse pubblico della comunità castellana». Risultato: l’attesa autorizzazione non arriva e la Fondazione è costretta a rivolgersi alla Provincia di Teramo per la nomina di un commissario ad acta, il quale non può far altro che avallare la richiesta visto che la variante approvata dal Consiglio è ancora in piedi. Ma il presidente della Fondazione, Stefano Carboni, è ugualmente arrabbiato.

LA SETTA - Non ci sta ad essere additato da alcuni quasi come se fosse il capo di una setta. E così reagisce con decisione a quella che i buddisti vivono come un’ingiustizia. «Il nostro è un centro laico – queste le sue parole, riportate dal quotidiano locale Il Centro – e l’insegnamento spirituale che seguiamo è innanzitutto uno stile di vita, al quale aderiscono persone di ogni provenienza religiosa. Molti di noi, infatti, sono cattolici praticanti». Il sindaco si difende, ne fa una questione di contropartita mancante.

«Non hanno versato al Comune - fa notare - gli 80 mila euro previsti dall’accordo di programma». «Abbiamo già pagato quattromila euro di oneri accessori e abbiamo proposto di versare il contributo straordinario in proporzione a ciò che riusciremo a costruire. Questa proposta è stata però rifiutata», replica Carboni, sottolineando che il percorso che ha portato all’accordo di programma «è stato condiviso con tutta la popolazione di Villa Rossi in due incontri pubblici nei quali ognuno ha potuto esprimere le proprie esigenze e possibilità».

Nicola Catenaro
14 gennaio 2013 | 17:52

A 20 anni dalla cattura del boss Totò Riina Corleone chiede scusa alle vittime di mafia

Corriere della sera

Con una lettera aperta il primo cittadino consegna simbolicamente la città ai familiari delle vittime

Corleone chiede scusa ai familiari delle vittime di mafia per «il sangue che è stato versato» per mano dei boss corleonesi, a cominciare da Totò Riina e Bernardo Provenzano. La singolare iniziativa è del sindaco della cittadina in provincia di Palermo Leoluchina Savona che ha scritto una lettera aperta letta nell'ambito del Festiva della legalità in occasione del ventesimo anniversario dell'arresto di Riina. «Corleone non è più il paese di Totò Riina -scrive il primo cittadino- ma quello di Ninni Cassará, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano, Mario Francese, Antonino Saetta e tutte le altre vittime di cosa nostra».

PERDONO - Nel ventesimo anniversario dell'arresto del capo dei capi il sindaco di Corleone ha voluto simbolicamente consegnare la città ai familiari delle vittime della mafia. «Chiedo loro perdono per l'uccisione dei loro cari -ha insistito il sindaco- vi chiedo scusa a nome di tutti i corleonesi, vi chiedo perdono per il sangue che è stato versato. Quel sangue, però, non è stato versato invano: nei vent'anni che ci separano dall'arresto di Totò Riina, nei sette che fra poco si compiranno dalla cattura di Bernardo Provenzano, quel sangue è servito a tutti noi per ricordare che una sola può essere la strada, uno solo il campo da scegliere in questa guerra».

VIA GIULIANO - Nell'ambito della giornata della legalità è stata intitolata una strada alla memoria di Boris Giuliano, un'altra sarà dedicata a Ninni Cassarà. «Oggi -ha detto il sindaco ai familiari delle vittime di mafia- vi consegno ciascuna strada, ciascun vicolo, ciascuna casa di Corleone: ve le consegno con l'impegno di essere i vostri fratelli, i vostri genitori, i vostri mariti e mogli che vi sono stati strappati dalla ferocia dei boss. Prendetela, riconquistatela insieme a noi».

Redazione Online14 gennaio 2013 | 20:31

Monopoli, su Facebook si votano le nuove pedine: i fan si ribellano

Il Messaggero
di Flavio Pompetti


Cattura
NEW YORK - Ad un primo sguardo sembra che il popolare gioco da tavolo del Monopoli sia rimasto immutato nel tempo: un dinosauro da ludoteca perfettamente preservato nella forma originaria. In realtà in quasi ottanta anni di vita ha subito costanti variazioni che lo hanno tenuto al passo con i tempi. Gli indirizzi delle proprietà schierate sui lati del quadrante hanno assunto nomi locali in 74 lingue (in Italia dopo l'esordio di una toponomastica che comprendeva "Via del Fascio", dalla fine della seconda guerra sono tornate a identificare nomi reali di luoghi).

Le banconote sono state sostituite in alcune edizioni da carte di credito, o da conti da trasferire tramite applicazioni su iPhone. Persino sulla plancia gli affezionati giocatori di altri tempi avranno notato la rivoluzionaria trasformazione della casella "Vai in prigione" da rossa a nera. Nel 1941 un'edizione confezionata in Inghilterra per i prigionieri dell'esercito di Sua Maestà in mano ai nazisti, nascondeva lime per metallo e soldi veri, tanto da aggiungere nuovo significato alla carta "Esci di galera".

TUTTI ALLE URNE
Uno degli elementi di relativa stabilità, a parte la strategia che richiede sempre di accumulare ricchezza per mandare in bancarotta gli avversari, è il lotto dei segnaposto disponibili. Nella versione americana oggi sono la tuba, una nave da guerra, un pastore scozzese, il vecchio scarpone, il ditale da cucito, la carriola da cantiere, l'auto da corsa, il ferro da stiro. Oggetti innocui e generici ai quali abbiamo tutti fatto l'abitudine. Tuttavia capaci di dividere, e di animare feroci polemiche tra i fan del gioco, ora che la ditta costruttrice, l'americana Hasbro, ha deciso di sopprimerne qualcuno e ha lanciato una sorta di referendum abrogativo tramite Facebook.

I segnaposto esprimono una forte associazione personale per chi è abituato a giocare Monopoli da tempo, e sceglie ogni volta lo stesso. Come rassegnarsi all'idea di vedere sparire il ditale o lo scarpone, dopo aver assistito inermi negli anni alla scomparsa del candelabro, o nella versione italiana del fiaschetto di legno? L'astuta trovata della Hasbro di aprire il dibattito tra i 10 milioni di fan su Facebook è servita se non altro a far parlare di nuovo del gioco immortale, e alimentare attesa per la nuova edizione attesa tra un paio di mesi nei negozi. «Questi oggetti esprimono una componente insospettabile del gioco, e cioè la sua natura interclassista» ha scritto sulle pagine della e-zine Slate Lowen Liù, esperto di giocattoli.

SCONTRO DI CLASSE
Prodotto per la prima volta in scala commerciale nel 1935 infatti, Monopoli è un gioco dell'era della Grande Depressione, e più che incarnare lo spirito del capitalismo americano (accusa che gli è costato il bando in Cina e a Cuba), era stato concepito dalla sua creatrice Magie Philips come uno strumento per denunciare il rischio dell'accentramento delle proprietà immobiliari in poche mani di privati. Vista in questa luce, la difesa della carriola e dello scarpone contro il cappello a cilindro e la fuoriserie assume una valenza del tutto nuova, e la lotta a colpi di voto elettronico sul network sociale diventa addirittura uno scontro di classe.

«Se guardate alla classifica attuale vedrete che il lotto dei possibili sopravvissuti alla scelta sono un cane da sfilata, un'auto da corsa, un incrociatore, e una tuba. Oggetti accomunati da un singolo fattore: appartengono all'1% della popolazione». Scrive sempre Liu - il cui articolo è titolato apoditticamente Questa scelta rovinerà Monopoli, e forse l'intera America - cosa viene proposto come rimpiazzo? Un robot antropomorfo, un anello di diamante, un elicottero.

È troppo! Il gioco che da tante generazioni serve ad evidenziare in ogni famiglia i segni precoci di una personalità aggressiva e rampante, ma anche quelli di una indisponibilità sostanziale a correre «la corsa pazza dei topi», rischia di omologarsi all'andazzo generale dei giochi elettronici più recenti, dove l'obiettivo unico possibile è l'annientamento del nemico, il raggiungimento del successo come unica soluzione di vita. Per fortuna c'è ancora tempo per rovesciare il pronostico con il voto, e ripristinare la democrazia anche al Parco della Vittoria.


Lunedì 14 Gennaio 2013 - 13:11
Ultimo aggiornamento: 13:13

Il viaggio di Holly, gatta viaggiatrice Tornata a casa dopo 62 giorni e 300 chilometri

Corriere della sera

Ridotta a pelle e ossa era arrivata nel giardino dei vicini di casa dei proprietari. Rintracciati grazie al chip di riconoscimento

Campionessa di orienteering: nel novembre scorso i coniugi Jacob e Bonnie Richter della Florida, si erano recati per qualche giorno di vacanza a Daytona Beach. Con loro l’inseparabile gattina Holly di quattro anni. Una notte, forse spaventata dai botti e dai fuochi d’artificio che venivano esplosi sulla spiaggia, il felino è scappato. Per giorni i due padroncini hanno cercato in lungo e in largo l’amata gattina, invano. Poi, come se nulla fosse accaduto, l'amato micio è ricomparso: è tornato a West Palm Beach dopo 62 giorni, facendo un viaggio di oltre 300 chilometri.

Cattura
IMPRESA - Il gatto viaggiatore della Florida non avrà compiuto un'impresa come il micio Vaino che, quattro anni fa, in Finlandia, tornò a casa facendo 800 chilometri. Ciò nonostante, lo straordinario senso di orientamento, ma soprattutto il fiuto di Holly, può fare invidia a molti atleti di orienteering. Holly è stata ritrovata sabato scorso, sfinita e oramai ridotta a pelle e ossa, nel giardino di un vicino di casa della famiglia Richter. Barb Mazzola ha portato l’animale presso un veterinario della zona che, tramite il chip sul gatto, è riuscito a rintracciare i proprietari. «Riusciva a malapena a camminare; non era più in grado di fare nemmeno un ‘miao’», ha raccontato Mazzola alla Abc News. I Richter sono scoppiati in lacrime appena appresa la notizia, racconta invece la Cnn.

MISTERO - Probabilmente resterà un mistero come abbia fatto Holly a ritrovare la via di casa. Soprattutto la ricerca olfattiva, ma anche precisi riferimenti geografici, guida cani e gatti verso gli odori familiari. Imprese e avventure simili sono state raccontate più volte in passato: molti di loro sono ritornati a casa dopo aver percorso centinaia di chilometri anche senza conoscere buona parte dei luoghi attraversati. A questi fatti la scienza non è ancora riuscita a dare una risposta esauriente. Poco male: i gatti sono amati anche per le storie magiche e la loro natura misteriosa.

Elmar Burchia1
4 gennaio 2013 | 15:01

Frenata sull'iPhone5: Apple in crisi?

Corriere della sera

Dimezzati i preordini per gli schermi del telefono, il titolo perde il 25%: Cupertino dei record mostra le prime crepe

Cattura1
MILANO - Apple in crisi? Pare impossibile per l'azienda che ha battuto tutti i record – di vendite, capitalizzazione in Borsa e del consenso dei consumatori – nell'elettronica di consumo e ora guarda dall'alto in basso tutti i concorrenti. Eppure dei segnali di un peggioramento del futuro della mela morsicata ci sono, e hanno natura diversa tra loro.

NUMERI - Innanzitutto i numeri, poco discutibili. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le ordinazioni dei componenti dell'iPhone 5 sono state riviste al ribasso. I preordini per il trimestre gennaio-marzo degli schermi del telefono sono stati dimezzati rispetto alle previsioni fatte al momento della presentazione. E non era mai capitato. Inoltre anche il titolo in Borsa ha accusato una flessione del 25 per cento negli ultimi mesi: a metà settembre ogni azione valeva 700 dollari, oggi "solo" 520. Secondo gli osservatori il calo è dovuto alla perdita della leadership assoluta che Apple deteneva in ogni settore in cui si è affacciata.

Se fino a un anno fa era opinione comune che non esistessero smartphone migliori dell'iPhone, oggi qualche voce fuori dal coro c'è; lo stesso vale per i tablet e soprattutto per l'iPad mini, che sconta un prezzo di listino fuori mercato rispetto ai concorrenti. Insomma fino a pochi mesi fa a Cupertino erano riusciti a imporre al mondo (e ai mercati) i propri prodotti quasi fossero idee platoniche. iPhone e iPad non erano semplicemente il migliore smartphone e il miglior tablet, erano il modello per tutti gli altri oggetti che rientravano nella stessa categoria. L'idea platonica di smartphone appunto. Oggi non è più così, colpa anche della innovazione centellinata nei nuovi modelli, che vengono perfezionati progressivamente ma non si impongono più all'attenzione dei consumatori come l'innovazione fatta prodotto.

Cattura

OPINIONI
- Poi i sondaggi e le impressioni, più aleatorie e discutibili dei numeri suddetti ma non meno significativi. Stando a quanto emerso dalle ultime ricerche fatte dagli analisti di mercato e dalle società di marketing l'azienda di Cupertino sta perdendo parte della sua allure soprattutto con i giovanissimi. Il 22 per cento degli adolescenti statunitensi ha dichiarato di voler acquistare un Samsung Galaxy come prossimo smartphone; e benché il 68 per cento desideri un iPhone, non era mai successo dall'esordio del melafonino che non fosse l'unico desiderio dei ragazzi americani. Le motivazioni in questo caso sono varie e le più curiose sono generazionali.

Dato che i loro genitori usano i prodotti Apple, questi vengono associati a qualcosa di datato, da cui distinguersi. Avete visto adolescenti vestirsi come i genitori? Ecco il meccanismo sarebbe analogo anche per i gadget tecnologici. Inoltre questa percezione sarebbe acuita, in base a quanto dichiara a Forbes Tina Wells dell'agenzia Buzz Marketing, dal fatto che gli stessi genitori dotati di prodotti sfornati da Cupertino lascerebbero in dotazione ai figli i modelli vecchi ogni qual volta si comprano l'ultimo uscito. E se proprio devono comprare telefoni o tavolette nuove ai pargoli, si indirizzano su prodotti meno costosi. Così per i figli il nuovo è il Galaxy o un Windowsphone o un Surface, perché gli unici melaprodotti su cui mettono le mani sono datati.
 

Cattura2IMMAGINARIO - Se di crisi vera e propria non si può certo parlare per il gruppo capeggiato da Tim Cook – che resta la prima azienda per capitalizzazione – certo la prospettiva era migliore l'anno scorso. Per un’impresa che ha fatto la propria fortuna sull'idea di coolness, perdere posizioni nell'immaginario collettivo è, in prospettiva, poco meno grave che perdere quote di mercato.


Redazione tecnologia14 gennaio 2013 | 15:27

Centrali al torio: troppo facile la proliferazione militare

Corriere della sera

Non è la soluzione ideale: si possono infatti facilmente ricavare materiali per programmi militari segreti

Il torio non è la soluzione per evitare la proliferazione militare nucleare come da molti sperato. La sostituzione dell’uranio con il torio (simbolo chimico Th) nelle centrali atomiche di prossima generazione rischia di generare materiali fissili adatti a produrre ordigni nucleari. L’allarme è stato lanciato all’inizio di dicembre da uno studio effettuato da specialisti di energia nucleare di quattro università britanniche e pubblicato sulla rivista Nature. Secondo gli autori, da 1.600 chili di torio è possibile ottenere «in meno di un anno» 8 kg di uranio-233 (U233), cioè la quantità minima richiesta per realizzare un ordigno nucleare.


Cattura
IL TORIO – Il torio da molti è stato indicato come l’ideale sostituto dell’uranio nelle centrali nucleari per uso civile, tanto che nazioni come Usa, Gran Bretagna e India hanno avviato avanzati programmi di ricerca per studiarne la fattibilità. Rispetto all’uranio, il torio presenta infatti molti vantaggi: è 3-4 volte più abbondante (si stima che il 25% delle riserve mondiali si trovi in India) e quindi meno caro, e, in apparenza, non favorisce la proliferazione nucleare in quanto per essere reso utilizzabile in una centrale atomica deve passare attraverso una serie di delicati passaggi in strutture che non possono essere nascoste ai controlli internazionali. «Il torio possiede indubbi punti a suo favore, ma il dibattito della comunità scientifica sul tema della proliferazione è stato unilaterale e troppo superficiale», ha commentato Steve Ashley, del dipartimento di ingegneria dell’Università di Cambridge e capo del gruppo di ricerca.

I PASSAGGI - L’isotopo più comune del torio è il Th232, che non è in grado da solo di sostenere una fissione nucleare. Deve prima essere separato da tutti gli altri isotopi di torio, poi bombardato con neutroni che lo trasformano in Th233. Dopo 22 minuti questo decade in protoattinio-233 (Pa233) che a sua volta dopo 27 giorni diventa uranio-233 (U233): è questo l’isotopo che può sostenere la fissione nucleare e produrre energia. Nel corso dell’ultimo passaggio, però, si forma anche una piccola quantità di uranio-232 (U232), una sostanza altamente radioattiva. Per questo motivo, la separazione dell’U233 dal torio deve avvenire con estrema cura e con tecniche molto sofisticate in camere di contenimento pesantemente schermate. Si tratta di strutture molto grandi che non possono passare inosservate e non consentono agli «Stati canaglia» di creare un programma nucleare militare segreto.

SEPARAZIONE – Ma, dicono gli scienziati britannici, il Pa233 può essere separato dal torio irradiato con un semplice procedimento chimico. Dopo la separazione, il protoattinio decade in puro U233 senza alcuna produzione del tossico e pericoloso U232. Il ciclo può essere avviato in impianti molti piccoli – anche nei reattori di ricerca (ce ne sono circa 500 nel mondo) – e quindi può tranquillamente sfuggire ai controlli internazionali più accurati. Gli autori perciò chiedono all’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) di effettuare analisi più in profondità su tutta la filiera del torio. «Ma la cosa più importante è riconoscere che il torio non è la strada verso un nucleare del futuro esente dai rischi di proliferazione, come qualcuno crede», afferma Ashley.
 
INDIA – Nonostante ciò l’India prosegue nel suo programma di centrali al torio e all’inizio dello scorso novembre ha annunciato l’assoluta sicurezza del nuovo reattore ad acqua pesante (Ahwr) da 300 megawatt che potrebbe essere realizzato già il prossimo anno. Shiv Abhilash Bhardawaj, direttore tecnico della società indiana per l’energia nucleare (Npcil), in una conferenza stampa ha reso noto che questi reattori sono così sicuri che potrebbero essere costruiti anche nel bel mezzo di una grande città come Mumbai. Secondo altri esperti internazionali, le sue dichiarazioni non hanno fondamento proprio a causa della presenza nelle centrali degli isotopi di uranio di cui si parlava in precedenza, che potrebbero essere rilasciati nell’ambiente in caso di incidenti.

Aggiunge Ralph Moir, fisico nucleare del californiano Lawrence Livermore Laboratory, che la posizione indiana sul torio ha ragioni essenzialmente ideologiche e non scientifiche risalenti addirittura al 1954, al primo piano nucleare indiano per sfruttare i grandi giacimenti di torio della nazione. «Le tecnologie legate al torio porteranno non solo benefici, ma anche grandi problemi. Per un nucleare più sicuro, il dibattito sui rischi associati al torio deve essere approfondito», conclude Ashley.

Paolo Virtuani
11 gennaio 2013 (modifica il 14 gennaio 2013)

Poste lumaca: dopo 4 annila lettera è tornata al mittente

La Stampa
barbare testa


Cattura
Arriva con un ritardo di quattro anni, la lettera della Fondazione Simone Stella e Leone Grossi di Loano. Un disguido, una dimenticanza, qualcosa che non va come deve, e lettere e cartoline finiscono per non arrivare mai, o per farlo dopo mesi, se non addirittura anni. Questa però era una missiva che conteneva le indicazioni per esprimere un voto. Il destinatario era infatti un socio, e come tale aveva il diritto non solo di votare, ma anche di candidarsi all'interno della Fondazione.

L'invio è avvenuto il 30 ottobre 2008. Il timbro che del suo ritorno in Fondazione è del 20 dicembre 2012. Quattro anni per una lettera che doveva andare da via della Casella a via Leopardi. Meglio sarebbe stato portarla a mano. Le elezioni per il rinnovo del consiglio erano in programma per il 1 dicembre 2008, quindi la lettera sarebbe dovuta arrivare con largo anticipo.  A firmarla lo stesso Stefano Ferrari, presidente della Fondazione nel 2008,  ancora in carica. Anche lui, come altri della Simone Stella e Leone Grossi, si dice rammaricato di quanto accaduto, proprio per l'importanza che aveva la lettera.

La piattaforma Magnolia è ancora la struttura più alta del mondo

Corriere della sera

Misura in tutto 1.432 metri, nessun paragone con il grattacielo più alto: il Burj Khalifa a Dubai con 828 metri

Cattura1
La piattaforma petrolifera offshore Magnolia Tlp si conferma anche per il 2013 la struttura più alta del mondo. Operativa nel Golfo del Messico, con i suoi 1.432 metri di altezza totale, la piattaforma della ConocoPhillips resta anche per quest'anno la più alta struttura mai realizzata dall'uomo. Niente a che vedere con il grattacielo più alto, che da gennaio 2010 è il Burj Khalifa a Dubai, che si ferma a «soli» 828 metri d'altezza.

Cattura
PIATTAFORMA - La piattaforma Magnolia venne realizzata nel 2004 in Corea del Sud al costo di 600 milioni di dollari, ha una capacità produttiva giornaliera di 50 mila barili di petrolio e 4,2 milioni di metri cubi di gas. Attualmente è sottoutilizzata: estrae infatti solo 5 mila barili di petrolio al giorno. Magnolia è una piattaforma galleggiante Tlp (tension-leg platform) ancorata ai profondi fondali da cavi d'acciaio




Paolo Virtuani14 gennaio 2013 | 13:02

Christian De Sica: «Una mostra su papà, artista del popolo»

Il Messaggero
di Gloria Satta


ROMA - La Capitale s’inchina a Vittorio De Sica. Il maestro del neorealismo e della commedia, l’attore, l’uomo, il padre, l’italiano venerato nel mondo intero sarà protagonista di una grande mostra in programma all’Ara Pacis dall’8 febbraio al 28 aprile. S’intitola Tutti De Sica e offrirà allo sguardo del pubblico film, lettere, oggetti personali, abiti, premi, curiosità su Vittorio che moriva nel 1974, a 73 anni, dopo aver vinto quattro Oscar. Promossa da Roma Capitale, prodotta dalla Cineteca di Bologna e da Zètema, ideata da Equa di Camilla Morabito, la mostra è stata realizzata con la collaborazione dei tre figli di De Sica, eccezionalmente riuniti: Christian e Manuel, frutto dell’amore di Vittorio e Maria Mercarder, e Emi nata dal primo matrimonio del regista con Giuditta Rissone. E’ Christian, 62 anni, reduce dal successo del film Colpi di fulmine, a raccontare in anteprima Tutti De Sica.


CatturaCosa significa il titolo? «Che ognuno di noi può riconoscersi in Vittorio. Tutti gli italiani gli somigliano».

In che senso?
«Per la simpatia, la pazienza, la disponibilità. Qualità purtroppo in via di estinzione...».

Con che spirito avete collaborato alla mostra?
«Con la gioia di vedere nostro padre finalmente celebrato. In Italia non si era fatto mai nulla. Il Paese ha la memoria corta, ma il pubblico non ha dimenticato De Sica. Riceviamo tante lettere e su Internet si parla sempre di Vittorio e dei suoi film. La gente non ha smesso di amarlo, anche se l’intellighentia non gli ha mai perdonato di essere un maestro e nello stesso tempo un personaggio popolare».

Cosa vedremo all’Ara Pacis?
«Tra i tanti oggetti, saranno esposti l’Oscar vinto nel 1948 per Ladri di biciclette, la bici del film, il frac di scena, le ghette, il panama bianco. Papà era un uomo del popolo ma sembrava un aristocratico. E ci sarà il corredo di cui ogni attore, nel passato, doveva dotarsi. Vedremo anche la Mercedes nera regalata dal produttore Lombardo, la 24 ore di coccodrillo dono un po’ kitsch di Saltzman...».

Scopriremo qualche aspetto poco conosciuto dell’artista?
«Si, la dimensione teatrale. Tutti conoscono il De Sica del neorealismo e delle commedie di successo come Pane amore e fantasia. Ma raramente si parla del suo impegno sulla scena. Papà esordì in teatro a nove anni con Francesca Bertini. Era così emaciato che gli mettevano l’ovatta nelle guance...l’ultima sua regia è stato Liolà di Pirandello. In un certo senso è stato un personaggio pirandelliano».

Perché?
«Ha indossato mille maschere. Veniva dal cinema dei Telefoni bianchi, un mondo inesistente, poi grazie a Zavattini sentì il bisogno di dire la verità e fece I bambini ci guardano, Sciuscià, Ladri di biciclette».

La mostra affronta il periodo americano? «Documenta il periodo in cui Vittorio andò a Hollywood a cercare i soldi per Ladri di biciclette. Mostrò Sciuscià a Chaplin che tuttavia lo gelò dicendogli: “torni tra qualche anno, per questo genere di film noi non siamo pronti”. I finanziamenti finì per averli in Italia dal conte Cicogna».

C’è un erede di De Sica?
«Penso di essere io. Nel mio piccolo, qualcosa ho imparato. Ma papà è morto troppo presto, avrebbe potuto insegnarmi tante altre cose».

A che punto è il remake di La porta del cielo, il film che nel 1944 vide sbocciare l’amore tra i suoi genitori?
«Ho scritto, con Graziano Diana, la sceneggiatura e avrei già il regista, l’inglese Peter Chelsom. Ma il progetto, tutto in costume, è molto complicato...In più io, che interpreterei il ruolo di Vittorio, devo farmi perdonare il fatto di essere un attore nazional-popolare. Proprio come papà».


Lunedì 14 Gennaio 2013 - 10:51
Ultimo aggiornamento: 10:53

Accanto all'altare aspetta la sua padrona Il pastore tedesco in chiesa ogni giorno

Corriere della sera

La storia di Ciccio commuove tutta la comunità. La donna che si prendeva cura di lui è morta 2 mesi fa


Il cane che aspetta ancora la sua padronaIl cane che aspetta ancora la sua padrona

SAN DONACI – A distanza di due mesi dalla morte di Maria, l’anziana donna che lo accudiva, nutre ancora la speranza di incontrarla e, con la complicità del parroco, l’aspetta ogni pomeriggio sul sagrato della parrocchia. Ciccio è un pastore tedesco di 14 anni che, ogni giorno, accompagnava l’anziana in chiesa e poi rientrava a casa con lei. Privato delle sue attenzioni, è stato quasi adottato dall’intera comunità di San Donaci e, in particolare, da don Donato Panna che gli consente di restare in chiesa durante la messa ed ha sistemato uno spazio per lui anche durante il resto della giornata. Non se la sente di lasciarlo fuori, né di rompere quel filo di speranza che tiene legato il cane al ricordo della sua padrona, morta all’improvviso a novembre.

Ogni giorno in chiesaOgni giorno in chiesa

L'ATTESA DEL CANE - Ciccio non ha dimenticato le loro abitudini e aspetta che torni a frequentare la chiesa Santa Maria Assunta. Finita la funzione, il cane resta fuori, in piccolo spazio coperto della chiesa dove tanti fedeli e conoscenti di Maria portano all’animale cibo e acqua. In accordo con la scelta del parroco, tutti stanno contribuendo alle sue cure. Ma qualcuno ha pensato anche che il cane meriti l’affetto di un’altra famiglia e, attraverso il social network Facebook, ha pubblicato la sua storia e la sue foto. Ciccio se ne sta proprio accanto a don Donato, e aspetta con sguardo malinconico. Intanto, la comunità sta premiando la fedeltà dell’animale con attenzioni e affetto e lo stesso fa don Donato che, colpito dal comportamento di Ciccio, ha intenzione di accudirlo e di “concedergli” un posto nella sua parrocchia. Un gesto condiviso dall’intera comunità.


123

456

 

 

Francesca Cuomo
15 gennaio 2013