martedì 15 gennaio 2013

Venti anni fa veniva arrestato Totò Riina

Raffaello Binelli - Mar, 15/01/2013 - 14:08

Latitante per oltre 30 anni, il 15 gennaio 1993 il boss di Cosa Nostra veniva fermato sulla circonvallazione del capoluogo siciliano

Quindici gennaio 1993. Una data storica per la lotta dello Stato alla mafia. La mattina di venti anni fa veniva arrestato Totò Riina, capo di Cosa Nostra e latitante per oltre trent'anni.
 

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U curtu  (così veniva chiamato il boss per la sua altezza) fu catturato sulla circonvallazione di Palermo, al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini (una zona semi residenziale), insieme al suo autista Salvatore Biondino. Alcuni anni della sua latitanza li aveva trascorsi proprio a casa sua, con la moglie, Antonietta Bagarella, e i suoi quattro figli. L'arresto maturò grazie alle dichiarazioni di un pentito, l'ex autista di Riina, Baldassarre Di Maggio.

Riina, una vita da criminale

Nato nel 1930, primo di sette figli, Riina perse il padre e un fratello a tredici anni. Ancora ragazzino, divenne così il capo famiglia, e si avvicinò alla vita criminale frequentando Luciano Liggio, la futura "primula rossa di Corleone", di cinque anni più grande di lui. Fu Liggio ad avvicinarlo al furto e al pizzo imposto ai contadini. A diciannove anni la prima condanna per Riina, per aver ucciso un suo coetaneo durante una rissa. Uscito dal carcere iniziò la sua "carriera" nella mafia. Diede inizio alla scalata ai vertici dell'organizzazione criminale nei primi anni Settanta, insieme a Liggio e a Bernardo Provenzano.

Nella lunga scia di sangue innescata per ordine di Riina si leggono i nomi di magistrati (Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino), giornalisti (Mario Francese), politici (Pietro Scaglione, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Alberto Giacomelli, Antonino Scopelliti), uomini delle forze dell'ordine (Giuseppe Russo, Boris Giuliano, Emanuele Basile, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mario D'Aleo, Giuseppe Bommarito, Pietro Morici, Beppe Monmtana, Ninni Cassarà), imprenditori (Libero Grassi) e politici (Michele Reina, Pio La Torre, Salvo Lima).

L'omaggio di Corleonealle vittime della mafia

Per il ventennale dell’arresto la città di Corleone ha organizzato una festival della legalità, apertosi domenica e culminato oggi nell’intitolazione di una strada al vicequestore Ninni Cassarà, ucciso dalla mafia assieme all’agente Roberto Antiochia. Ieri Leoluchina Savona, sindaco del Comune in provincia di Palermo che ha dato i natali a Riina e ad altri boss come Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, aveva chiesto scusa e perdono ai familiari delle vittime dei mafiosi corleonesi, consegnando loro, simbolicamente, le chiavi della città. A una rappresentanza delle tante vittime dei mafiosi, il sindaco ha detto: "Vi chiedo scusa a nome di tutti i corleonesi, vi chiedo perdono per il sangue che è stato versato. Quel sangue, però  non è stato versato invano: nei vent’anni che ci separano dall’arresto di Totò Riina, nei sette che fra poco si compiranno dalla cattura di Bernardo Provenzano, quel sangue è servito a tutti noi per ricordare che una sola può essere la strada, uno solo il campo da scegliere in questa guerra". 

Grasso: indagini mai interrotte

"Venti anni fa - ha detto Piero Grasso, ex procuratore nazionale Antimafia - dopo un enorme sforzo investigativo di magistratura e forze dell'ordine, veniva arrestato Totò Riina, il capo dei Corleonesi. Da allora le indagini non si sono mai fermate. Voglio sottolineare l'importanza del lavoro di coordinamento svolto in questi anni dalla Direzione nazionale antimafia, testimoniato anche da alcune operazioni concluse in questi giorni grazie alla competenza del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato".

Furto al clochard nel centro storico Due sedie a rotelle nuove per Vincent Interviene il consolato francese

Il Mattino
di Marco Piscitelli


Sul sito del Mattino scatta una vera e propria gara di solidarietà. L'uomo ha una cancrena e rifiuta tutte le cure mediche


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NAPOLI - Ha un nome il clochard costretto a vivere da oltre 40 giorni in condizioni igieniche precarie nel cuore del centro storico di Napoli. Si chiama Vincent, è francese ed una cancrena alla gamba lo costringe a sopravvive in un fagotto di coperte ed escrementi in piazza San Domenico Maggiore.

Il furto. Una triste storia che sembra aver toccato il fondo pochi giorni fa, quando alcuni balordi hanno rubato la sedia a rotelle con la quale si spostava. Una notizia pubblicata domenica sera sul sito del Mattino e rilanciata in pochi istanti su migliaia di computer e smartphone di tutta la città grazie alla rete dei social networks. Il tam tam digitale per aiutare Vincent ha dato i suoi frutti: qualche animo buono ha regalato - nel buio e nel silenzio della notte - due nuove sedie a rotelle ed un ombrello al clochard di piazza San Domenico Maggiore.

Ma non basta. Vincent affetto anche da disturbi psichici, rifiuta qualsiasi tipo di assistenza sanitaria, come spiega l'assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, Sergio D'Angelo, che segue ogni sviluppo della vicenda: «Conosciamo bene Vincent e i nostri servizi sociali seguono il suo caso da molto tempo. A dicembre è stato ricoverato in una struttura ospedaliera ma poche ore dopo è scappato via. Vincent - spiega D'Angelo - rifiuta qualsiasi tipo di assistenza ed è praticamente inavvicinabile».

Tso. A questo punto il Comune di Napoli potrebbe intervenire con un trattamento sanitario obbligatorio (Tso), vale a dire delle cure mediche obbligatorie, motivate da necessità e urgenza cliniche, dovute al rifiuto al trattamento del soggetto. «La procedura del Tso - spiega l'assessore D'Angelo - richiede una serie di autorizzazioni e contiamo di essere pronti per l'alba di mercoledì prossimo. Ovviamente si tratta di una soluzione estrema ma prevista dalla legge. Noi, comuque, continueremo a parlargli per convincerlo a ricevere le cure mediche».

Gli aiuti. La gara di solidarietà, intanto, continua: «Sono arrivati beni di prima necessità, riviste e blocchetti per appunti - raccontano Francesco Borrelli dei Verdi ed il consigliere Carmine Attanasio - Questo barbone è probabilmente un artista che continua a scrivere e disegnare nonostante la condizione in cui si trova. Ha perso circa 20 chili e fa i suoi bisogni sempre nello stesso posto senza che nessuno abbia mai pulito o disinfettato. Non può cercarsi il cibo, delira e si percuote creandosi da solo anche gravi ferite. A volte è in grado di accettare la carità, a volte non è neppure in condizione di capire chi vorrebbe aiutarlo ed inveisce contro i passanti. Beve e fuma molto».

Lettera al consolato. Ad accendere i riflettori sulla triste storia di Vincent è stato un abitande del quartiere, Gabriele Casillo, presidente dell'associazione Corpo di Napoli, che ha raccontato la storia al Mattino: «Io continuerò a monitorare anche nei prossimi giorni lo stato di salute di Vincent e sono pronto anche a contattare il consolato francese per risolvere definitivamente la questione. Cose del genere non accadono, specialmente nel 2013, in altre grandi metropoli italiane ed europeee. Bisogna aiutare quest'uomo che, a mio parere, ha deciso di abbandonarsi in questo modo per morire. Noi, nonostante tutto, non abbandoneremo Vincent al suo destino».

Il consolato francese. Sulla vicenda è intervenuto anche il console francese a Napoli Christian Thimoniere che, tramite la sua Segreteria, fa sapere che il consolato sugue la viceda di Vincent da almeno due anni. Tutti i tentativi di aiutarlo, anche offrendogli un rimpatrio in Francia, sono andati però a vuoto. Il Consolato fa sapere di essere in contatto con l'assessorato agli affari sociali del Comune e che continuerà nei prossimi giorni a seguire la vicenda. Proprio questa mattina un addetto ha parlato con il clochard per convincerlo a ricevere le cure dei sanitari ma anche in questo caso il rifiuto di Vincent è stato netto.

marco.piscitelli@ilmattino.it

 
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Il barbone abbandonato sotto una coperta dopo il furto della sediaa rotelle (foto di G.Casillo e newfotosud G.Esposito)



lunedì 14 gennaio 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: martedì 15 gennaio 2013 12:12

Armstrong confessa il doping a Oprah»

Corriere della sera

Chi era in studio racconta: «Voce rotta dai singhiozzi»  E Winfrey: «Intervista di oltre 2 ore. È arrivato pronto»

Lance Armstrong (Reuters)
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Lance Armstrong ha confessato a Oprah Winfrey, durante un'intervista, di aver usato farmaci dopanti per vincere il Tour de France. A riportarlo all'Ap è stata una persona a conoscenza della situazione, mentre l'intervista sarà trasmessa giovedì. Ad Armstrong sono stati tolti l'anno scorso tutti i sette titoli vinti nei Tour, dopo il report dell'Agenzia antidoping degli Stati Uniti che lo ha dipinto come un concorrente spietato, disposto a tutto per la vittoria. Il numero uno dell'Usada, l'Agenzia antidoping, Travis Tygart ha definito quello di Armstrong e della squadra U.S. Postal Service «il programma di doping più sofisticato, professionale e di successo che lo sport abbia mai visto». Nel mirino dell'agenzia sono finiti anche 11 ex compagni di squadra, mentre Armstrong è stato accusato di essere la mente del più complesso e sfacciato programma di doping che prevedeva steroidi, farmaci che intervenivano sulla circolazione e altri stimolatori.

L'INTERVISTA - Oprah Winfrey ha twittato sul suo profilo «Appena concluso con @lancearmstrong Più di due ore e mezza. È arrivato pronto!». Sabato Armstrong ha commentato a proposito dell'intervista: «Ho detto a Winfrey di andare nella direzione che avesse preferito e che le avrei risposto direttamente, onestamente e candidamente». Parlando della Fondazione Livestrong, da lui fondata, la voce dell'ex ciclista è stata rotta da alcuni singhiozzi, ha raccontato chi era presente in studio.

LA TESTIMONIANZA - Dopo la confessione a Oprah, secondo il New York Times, Armstrong starebbe pensando anche di testimoniare contro alcune influenti personalità del ciclismo che sapevano del doping e probabilmente lo avevano agevolato. Le testimonianze servirebbero all'ex campione per mitigare il bando a vita dagli sport olimpici. Armstrong starebbe parlando con il Dipartimento della Giustizia per una possibile testimonianza in azioni legali contro proprietari di squadre: tra queste il banchiere Thom Weisel e altri esponenti del team sponsorizzato dall'Us Postal Service a partire dagli anni Novanta.



L'ammissione di Armstrong in tv: «Ho fatto uso di doping» (15/01/2013)


Uci: Non c'è più posto per lui nel ciclismo (22/10/2012)

Doping ciclismo: parla la massaggiatrice di Armstrong (12/10/2012)

"Dietro Armstrong, il più sofisticato sistema di doping al mondo" (10/10/2012)

Redazione Online15 gennaio 2013 | 8:37

Telecomando unico per i canali Rai

Il Messaggero
di Alberto Guarnieri

«Premendo un tasto si entra nel portale della tv pubblica»

 


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ROMA - La Rai comincia a muovere i primi passi verso la multimedialità e un utilizzo più efficace dei ben quattordici canali che ha a disposizione sul digitale terrestre, il più ricco bouquet gratuito di canalitelevisivi e radiofonici, generalisti e specializzati. Per rendere più fruibile agli utenti la proposta free della tv pubblica arriva il Telecomando integrato, che consente di scegliere con estrema semplicità quale canale televisivo o radiofonico sintonizzare sul televisore domestico. Chiariamo subito: non si tratta di un nuovo strumento da aggiungere ai tanti che già ci riempiono la casa e le mani, ma di un modo supplementare, e gratuito, di utilizzare il telecomando del proprio televisore.

È infatti sufficiente la pressione del tasto rosso di un qualsiasi telecomando per accedere a qualsiasi canale televisivo e radiofonico Rai e conoscere il programma in onda, il successivo, ma anche avere una scheda sulla trasmissione che si vede. È insomma l’apertura di un vero e proprio «portale» Rai, che si dovrebbe arricchire poi di nuove funzioni e opportunità soprattutto per chi è in grado di collegare il proprio televisore a una connessione internet a banda larga. Per avviare il Telecomando integrato basta sintonizzare un canale Rai (sia con televisori con ricevitore digitale integrato, sia con televisori analogici collegati a un decoder per il digitale terrestre) e premere il tasto rosso.

Compariranno in sovrimpressione sul programma in onda la lista dei canali e le informazioni «present» e «next» ,cioè «in onda» e «seguirà» (l’italiano è sempre meno di moda), dei singoli canali. Con un semplice «OK» il televisore si sintonizzerà istantaneamente sul canale prescelto. È previsto, dicevamo, che il Telecomando integrato evolva per divenire la porta di accesso a tutta l'offerta interattiva e multimediale Rai per il televisore domestico. Per quest'ultima funzionalità il televisore dovrà essere connesso alla Rete. L'applicazione Rai è stata realizzata con tecnologia MHP (Multimedia Home Platform) così da essere fruibile su tutti i comuni decoder e sugli attuali tv digitali. I ricevitori sono identificati dai bollini DGTVi: Blu per i ricevitori a definizione standard e Gold per quelli ad Alta Definizione, con ingresso IP.

«L'offerta digitale - commenta il direttore generale Luigi Gubitosi - ha cambiato il panorama televisivo; i canali digitali Rai vanno bene e continuano a crescere. Il nuovo servizio sarà attivo entro pochi giorni. È una opportunità disponibile finora solo nelle pay tv (la grafica ricorda infatti molto quella di Sky - ndr) e che sarà ora alla portata di tutti in modo gratuito». Da notare anche che i canali Rai si doteranno anche della possibilità di ricevere l’audio anche in un’altra lingua oltre l’italiano. Certo, il digitale terrestre, quasi privo di alta definizione e del tutto della possibilità di registrare, resta tecnologicamente ancora indietro rispetto al satellitare. Non a caso nelle priorità dei progetti Rai c’è innanzitutto l’aumento dei canali Hd e la possibilità di scaricare nei giorni successivi i programmi messi in onda.


Martedì 15 Gennaio 2013 - 11:59
Ultimo aggiornamento: 12:01

Stupratore kosovaro ai domiciliari, Severino difende la procura: "Scelta tecnica"

Sergio Rame - Lun, 14/01/2013 - 12:54

Ancora polemiche per la scelta di mandare ai domiciliari il kosovaro che violentò una 24enne incinta. Dopo le proteste lo stupratore vuole cambiare casa

Mentre Vilson Ramaj, il kosovaro 32enne arrestato venerdì scorso per avere stuprato una ventiquattrenne a Bergamo e finito ai domiciliari, sta valutando la possibilità di inoltra la richiesta per cambiare domicilio, il ministro della Giustizia Paola Severino difende la scelta presa dalla procura.


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"Comprendo le tensioni perchè il caso è terribile, orrendo, aggravato ancor di più dallo stato di gravidanza della giovane vittima - ha spiegato la Guardasigilli - allo stesso tempo bisogna ricordare che il nostro codice prevede da sempre che si possa attendere la sentenza in carcere o ai arresti domiciliari, è una scelta tecnica del giudice".
"Abbiamo applicato le norme del Codice di procedura penale", ha spiegato nei giorni scorsi il procuratore Francesco Dettori facendo presente che le linee del Codice di procedura penale impongono certe linee di comportamento "Sono linee di operatività imprescindibili - ha continuato - bisogna capire che il pm non è un accusatore puro e semplice, ma è anche il tutore della legalità. Il Codice va utilizzato come si deve, non possiamo essere asserviti alle reazioni più o meno razionali dell'opinione pubblica. Nemmeno noi magistrati possiamo essere al di sopra della legge''. Ai microfondi di Prima di tutto su Rai radio 1, la Severino è intervenuta spiegando che quello di Bergamo è "un caso orrendo" aggravato dalla circostanza che la donna è incinta.  
"Pensare che una ragazza non possa andare a riprendere la macchina al parcheggio senza rischiare di essere violentata è veramente atroce", ha continuato la Guardasigilli che, però, ha invitato a fare fare dei distinguo dal punto di vista tecnico. "Il nostro codice prevede che si possa attendere la sentenza vuoi in carcere vuoi agli arresti domiciliari - ha concluso la Severino - si tratta di una scelta di carattere tecnico e qui il giudice certamente avrà valutato anche i precedenti della persona, ritenendo che la sua vita trascorsa consentisse di dire che non avrebbe ripetuto quel reato e che comunque la detenzione domiciliare potesse essere sufficiente".
Nel frattempo il legale di Romaj sarebbe pronto a chiedere il cambio di domicilio dopo che sabato sera, sotto la casa dell'immigrato kosovaro, si era raccolto un gruppo di duecento persone infuriate che avevano lanciato fumogeni, bottiglie e altri oggetti contro l'abitazione.



Lo stupratore di Bergamo vuole cambiare casaDopo l'«assedio» della gente

Redazione - Lun, 14/01/2013 - 07:33

Avrebbe intenzione di chiedere il cambio di domicilio il kosovaro di 32 anni, arrestato venerdì scorso per avere stuprato una ventiquattrenne a Bergamo e finito ai domiciliari (la giovane, che era uscita da un locale con le amiche, ha poi scoperto al ricovero in ospedale di essere incinta del suo fidanzato).
 

E secondo il procuratore di Bergamo Francesco Dettori «è una richiesta legittima e da valutare». Il legale di Vilson Romaj sarebbe pronto a chiedere il cambio di domicilio per il suo assistito dopo che l'altra sera, sotto la casa dell'immigrato accusato di stupro (ma non portato in carcere), si era raccolto un gruppo di duecento persone infuriate, fra cui alcuni ultrà dell' Atalanta, che avevano lanciato fumogeni, bottiglie e altri oggetti contro l'abitazione, di fatto «assediata». Sabato sera c'è stato un corteo silenzioso di trecento persone con una fiaccola per le vie del quartiere, per protestare contro la violenza.

Cuba apre le frontiere: cittadini liberi di lasciare l'isola

Il Messaggero

all'estero, grazie alla riforma della legge sull'immigrazione varata dal presidente Raul Castro ed entrata in vigore oggi.



Cattura Un passaporto per l'oceano. La riforma autorizza i cubani sopra i 18 anni a recarsi all'estero, purché forniti di un passaporto in regola. La legge dovrebbe favorire soprattutto i circa 2 milioni di cubani che vivono all'estero (l'80% negli Usa) e gli sportivi e i professionisti fuggiti dal paese nel corso di viaggi oltreconfine. Fino ad oggi, i cubani che volevano uscire dal paese dovevano chiedere al governo una autorizzazione e presentare una lettera di invito dall'estero. I cittadini potevano restare fuori da Cuba non più di 11 mesi, altrimenti venivano dichiarati espatriati definitivi, senza possibilità di ritorno, e si vedevano confiscare i beni.


Lunedì 14 Gennaio 2013 - 12:22

Sette metri quadri per 4 detenuti: "In carcere trattati come bestie"

La Stampa

La denuncia degli avvocati penalisti che hanno ricostruito una cella in piazza per far capire come si vive dietro le sbarre

massimo mathis

Quattro uomini, due letti a castello, sei armadietti, tre sgabelli e un tavolino mobile. In tutto sette metri quadri. Il bagno-cucina annesso è meno di due metri per due e contiene: water, lavandino, piano-cottura, armadietto per pasta e caffè. Non è un monolocale Ikea ma la cella dove sopravvivono, venti ore al giorno, 365 giorni l’anno, i sessantacinquemila detenuti rinchiusi nei duecentosei penitenziari italiani.


CatturaUna cella in piazza
Metti una cella in piazza per capire l’emergenza carceri. L’idea è venuta a chi in prigione ci lavora, volontari e avvocati. L’ultima tappa a Novara dove la campagna in collaborazione con La Fraternità di Verona - qui patrocinata dal Comune - è arrivata a pochi giorni dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante di sette carcerati di Busto Arsizio e Piacenza.

Strasburgo ha inoltre imposto un risarcimento di 100 mila euro per danni morali e ha dato al governo un anno di tempo per rimediare alla situazione carceri. La cella, che è stata allestita in un container dai detenuti di Padova, non è passata inosservata vicino ai portici di piazza delle Erbe, pieno centro a Novara. Dietro le sbarre pitturate di smalto rosso, si riproduce fedelmente la vita in prigione. «Spazi omologati per due ma “tollerati” per quattro - denuncia l’avvocato Renzo Inghilleri, della giunta nazionale dell’Unione Camere penali -, se sono in sette fanno i turni per stare in piedi.

La gente stenta a crederci ma le assicuro che è così. Ho girato molte strutture, la cosa che colpisce ogni volta è lo sguardo dei detenuti che si stringono alle grate: un misto di curiosità e malinconia. Una stretta al cuore, sembrano bestie. Spesso sono trattate così. E non è colpa del personale, che fa di tutto per creare condizioni migliori: il sovraffollamento rende disumano qualsiasi luogo».

Ventimila persone «di troppo»
Delle ventimila persone «di troppo» al fresco, oltre il 40 per cento è in attesa giudizio definitivo. «Basta questo dato - prosegue Inghilleri - a dimostrare che in Italia c’è un costante abuso della custodia cautelare in cella». La soluzione? «Non nuovi istituti ma una riforma del sistema penale, la galera deve essere riservata solo ai reati più gravi. Occorre depenalizzare. Indulto e amnistia non cambiano le cose, ma in emergenza ben vengano».

Le carceri italiane sono tra le più sovraffollate d’Europa; la politica elude il problema. Dall’associazione Antigone piovono accuse: «La pena diventa sempre più strumento di violenza e di espropriazione della dignità umana. E le carceri non sono mai abbastanza: più prigioni si costruiscono, più se ne riempiono». L’ultima fotografia del ministero è del 31 dicembre 2012: 65.701 detenuti contro una capienza «regolamentare» di 47.040. I turni li fanno anche per respirare.

In confronto, Novara è un motel due stelle. Nei bunker di via Sforzesca, che hanno ospitato pure il boss Bernardo Provenzano (tuttora vi sono 70 detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il dieci per cento del totale in Italia), 197 detenuti a fronte di una capienza regolare di 179; un quarto sono stranieri. Fra questi solo 89 hanno condanne definitive.

Poggioreale e Regina Coeli al collasso L’orrore è altrove. Poggioreale, Napoli: 1300 detenuti in più rispetto al massimo consentito. Visitato a fine 2012 dal presidente della Camera penale di Napoli, Domenico Ciruzzi, con una delegazione dell’Unione delle Camere penali italiane che sta girando tutti gli istituti di pena, è stato definito «una pattumiera sociale, una situazione intollerabile per un Paese civile, il fallimento totale della nostra politica». Rischia di scoppiare anche Regina Coeli. Nella casa circondariale della capitale capienza 600 detenuti, a ottobre ne risultavano 1044 - l’VIII sezione è parzialmente chiusa, mentre la V e la VI lo sono per intero perché giudicate inadeguate dal punto di vista abitativo. Così diventano dormitori anche gli spazi destinati alla vita in comune, alla scuola e alle attività penitenziarie.


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Una cella in piazza per due giorni a Novara

Da vecchi è più difficile cancellare i ricordi inutili

La Stampa

Così diventa più difficile l’apprendimento
Washington


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Invecchiando il cervello non perde la capacità di acquisire nuove informazioni, ma allenta l’abilità di filtrare ed eliminare le vecchie memorie o i metodi datati. Un processo che rende con il passare del tempo più difficile l’apprendimento. È il risultato di una ricerca condotta dalla Georgia Health Sciences University coordinata dal neuroscienziato Joe Tsien che ha spiegato in un articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports: «Quando siamo giovani il nostro cervello è in grado di rafforzare alcune connessioni ed indebolirne altre per permettere alle nuove nozioni di fissarsi nella mente». 

«Il recettore NMDA nell’ippocampo del cervello - ha ripreso Tsien - agisce come un interruttore per regolare apprendimento e memoria ed opera tramite due sub-unità chiamate NR2A E NR2B. L’ultima è espressa in percentuali maggiori nei bambini e fortifica le connessioni delle sinapsi, ottimizzando i processi di apprendimento e di memoria. Dopo la pubertà aumentano le percentuali dell’NR2A e iniziano a ridursi le “comunicazioni” tra i neuroni. Questo spiega, ad esempio, perché con il passare degli anni apprendere una lingua per bene diventa più complesso: perché si indebolisce quel sistema cerebrale che permette di allentare le vecchie connessioni e di rafforzare le nuove per ri-bilanciare la memoria e fare spazio alle nuove nozioni da apprendere». 

Fiumicino, all'aeroporto smarrito di tutto: dalle dentiere ai fucili alle manette

Il Messaggero
di Giulio Mancini


Dimenticare l’erogatore d’ossigeno medicale prima di salire inaereo. Oppure abbandonare le grucce nella toilette. O anche provare a tornare a casa con valigie appesantite da sampietrini strappati alla strada come souvenirs. E’ un campionario di umanità distratta e di viaggiatori strampalati quello che ogni giorno transita per l’aeroporto di Fiumicino. Una terra delle cose perdute o desiderate che svela gioie e infelicità del frettoloso popolo che vola.


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IL BILANCIO Quello delle feste natalizie, subito dopo quello delle vacanze estive, è il periodo di massimo affollamento di distratti al «Leonardo da Vinci». Nel mese a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno si supera ampiamente il numero di 600 oggetti dimenticati, media mensile di riferimento presso lo specifico servizio gestito dalla società «AdR, Aeroporti di Roma». E' piena di interrogativi, oltre che di merce di tutti i tipi, la vita degli impiegati dell'Ufficio Oggetti Smarriti. Nel magazzino interrato antistante il terminal 3 e nello spazio blindato dell’Area sterile arrivano tutti gli effetti personali dimenticati in aerostazione o sugli aerei Alitalia. Millecinquecento di questi sono bagagli, pezzi di vita di chi parte o arriva nel più grande scalo italiano.

600
Sono gli oggetti smarriti dai passeggeri dello scalo romano nel periodo di Capodanno. Solitamente le cose si dimenticano o in prossimità dei controlli di sicurezza, dove maggiore è l'ansia per le operazioni che si devono compiere, oppure mentre si caricano o scaricano i bagagli dall'auto. Resta il mistero di molti rinvenimenti. Come spiegare, infatti, la dimenticanza di stampelle e di carrozzine per disabile? E quelle dentiere lasciate sul bordo di un lavandino?

O, anche, manette, pistole finte o persino «giochini» per adulti abbandonati nei gabinetti al termine, probabilmente, di incontri a luci rosse? «Facciamo del tutto per risalire al proprietario che, ovviamente, deve dimostrarne di averne titolo» spiega Marco Sbrenni, responsabile dei Servizi ai Terminal di AdR. Il suo pensiero, per esempio, va al magnate russo che ha dimenticato su un lavabo in toilette un orologio d’oro del valore di 30 mila euro. O alla nota cantante lirica italiana che ha scordato una coppia di costosissimi orecchini appena comprati.

LA CLASSIFICA
Nella graduatoria dell'oblìo il primo posto spetta ai mazzi di chiavi. Seguiti dagli occhiali. Terza piazza per cellulari e tablet. Ma la tipologia dell'abbandono è varia e tra gli oggetti più smarriti figurano anche ombrelli, sciarpe, portafogli, agendine, giacche e soprabiti, libri, macchine fotografiche e anelli. E se il proprietario non è reperibile o non ne reclama il possesso che succede di quei pezzi di vita? «Solo uno su cinque torna al proprietario - riferisce Sbrenni - Dopo un anno d’attesa, poi, i valori recuperati oltre frontiera sono materia di dogana. Il resto viene donato in beneficenza».

In questo panorama dell’oblio non mancano le denunce da parte delle forze dell’ordine verso viaggiatori stralunati. E’ il caso del passeggero Usa che pretendeva di portare con sè in un unico trasportino 14 gatti raccolti a largo Argentina. Al rifiuto dell’equipaggio ha risposto abbandonando i mici nell’aerostazione. Oppure del turista norvegese ubriaco addormentatosi sul nastro trasportatore e risvegliatosi sotto la macchina a raggi x antiesplosivo.



Lunedì 14 Gennaio 2013 - 09:57
Ultimo aggiornamento: 09:58

Il re dei panettieri nel paese fantasma

La Stampa

Ha 35 anni ed è l’unico residente di un borgo Anni 20. Il suo pane premiato come il migliore della Sicilia

laura anello
Borgo Santa Rita (CL)


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«Non ti fare fottere dalla nostalgia», intimava Alfredo-Noiret al piccolo Totò di «Nuovo cinema Paradiso» raccomandandogli di non voltarsi indietro, di dimenticare la Sicilia, «terra maligna». Maurizio, invece, con la nostalgia ha impastato il pane, è vissuto ogni giorno, ha scelto contro tutto e tutti di non lasciare il suo borgo di 11 abitanti perduto tra le campagne dell’isola.

«Pazzo, mi dicevano, quando ho deciso di aprire il forno qui, dove sono rimaste solo la mia famiglia e quell nella casa lì di fronte. Vattene come hanno fatto tutti gli altri a cercare lavoro altrove, mi urlavano». E invece Maurizio ha vinto la sua scommessa con la vita, una sfida personale che sa di storia universale. E che racconta come dalla periferia, dalla tradizione, dal ritorno alla natura e ai suoi ritmi possa partire una storia imprenditoriale che sta per essere coronata dal premio «Best in Sicily», assegnato dal portale «Cronache di gusto» alle eccellenze siciliane.

Tra legioni di scintillanti rivendite di città e di ottime botteghe di paese, i gourmet hanno deciso che il migliore fornaio dell’isola è proprio Maurizio Spinello, 35 anni, il fornaio del borgo Santa Rita, a undici chilometri da Caltanissetta. Il paese quasi fantasma costruito nel 1920 dal barone Ignazio La Lomia per i contadini del suo feudo che nel tempo hanno acquisito la proprietà delle case, cubetti bassi di pietra su cui svetta la chiesa intitolata alla patrona, dedicata dal barone alla moglie nel 1935. «Questa è casa mia», dice Maurizio presentando madre, padre, i figli Salvatore di 11 anni e Marco di 8. Ragazzini sorridenti, innamorati del borgo. «Andarcene? Mai», dicono ridendo di ritorno dalla scuola che sta nel paese di Delia, a un quarto d’ora dal villaggio. «Un tempo la scuola era qui - racconta il fornaio - c’erano pure la caserma dei carabinieri, la rivendita di tabacchi, lo spaccio alimentare.

Era pieno di famiglie di contadini e pastori. Ma negli Anni 60 cominciò l’esodo. Mio padre restò, con le sue 40 mucche, ma ci dava da vivere sempre più a fatica. Finché mia madre, per arrotondare un po’, si mise a fare il pane e a venderlo alla gente di passaggio, con un po’ di latte e qualche uovo. Quel pane è diventato la mia vita». La svolta nel 1999: Maurizio ottiene la licenza. E poco dopo convince il direttore della filiale della Banca Toniolo a concedergli un prestito di cento milioni di lire: «Quando gli ho parlato del progetto si è quasi commosso».

Si apre una porta, esce agile un’anziana. «Buongiorno, signora Gina». Ha 90 anni, ne dimostra 20 in meno. La più anziana del borgo, la capostipite dell’altra famiglia che è rimasta. Suo figlio Vincenzo - moglie e tre figli - fa il contadino. «Ma io sono l’unico che ha la residenza qui, posso fare il sindaco», scherza Maurizio mostrando la sua prima bottega e la nuova, più grande, aperta tre anni fa in quella che era la stalla del padre. Dietro la rivendita, un laboratorio di 140 metri quadrati dove lavora dalle 5 del pomeriggio alle 4 del mattino, spesso da solo, talvolta aiutato a turno dai genitori.

Al centro il forno, alimentato dal legno di mandorlo e di ulivo. «Grandi sacrifici e fatica. Ma sono felice - racconta - e penso a chi è andato in città e ora è disoccupato. Ricordo i loro sorrisi di sfottò». Dicevano: ma a chi venderà il pane? «All’inizio rifornivo una catena di supermercati e le botteghe dei paesi del circondario, ero diventato quasi un monopolista, facevo 250 chili al giorno e giravo come un pazzo con il mio furgone. Ma ce la facevo appena, perché vendevo a prezzi bassi.

Dopo 7 anni ho incontrato gente che lavorava con il biologico. Si è aperto un mondo, il mio mondo». Il suo mondo sono i grani antichi siciliani che mostra come le monete di un tesoro: «Si chiamano Russello, Tumminia, Perciasacchi, Senatore Cappelli. Rendono meno delle varietà convenzionali, ma la qualità è incomparabile». E poi c’è il mulino, a pietra. «Ho girato mezza Sicilia per trovarne uno, tutti mi facevano vedere quelli moderni, che surriscaldano il grano durante la molitura. Poi ho incontrato un altro pazzo come me, Filippo Drago, e il suo mulino del ponte, alle porte del paese di Castelvetrano. Ho chiuso il cerchio».

Mostra le pagnotte, pronte a essere infornate: «Non c’è ombra di lievito di birra, perciò il pane resta fresco per 15 giorni. Ci sono solo farina, acqua, sale e crescente, cioè la pasta madre ricavata dal pane già lievitato. Ogni volta che faccio il pane, ne prendo un pezzo e lo conservo per l’impasto successivo, una catena che non si spezza mai». Con la qualità, sono arrivate la certificazione dell’Aiab (l’associazione italiana di agricoltura biologica) e le richieste da spacci e mercati qualificati di tutta Italia. «Ho ridotto la produzione: 150 chili al giorno e sono orgoglioso di ogni boccone. Lo assaggi». Sa di fieno, di terra, di legno. Sa della gioia di avercela fatta.

Vaticano, conto «sospetto» da 40 milioni dietro al blocco di bancomat e carte

Corriere della sera

Scoperta l'entità dei flussi dei Pos: Sul deposito alla Deutsche Bank non è possibile applicare la norma antiriciclaggio

ROMA - Si gioca su oltre 40 milioni di euro l'anno la partita tra Santa Sede e Banca d'Italia per l'autorizzazione a utilizzare Bancomat e carte di credito. È questa l'entità della movimentazione che risulta dai documenti contabili acquisiti dalla procura di Roma prima di segnalare quelle «anomalie» che hanno portato al blocco di tutti i Pos degli esercizi commerciali che si trovano all'interno del Vaticano. Si tratta di ben ottanta «punti vendita», dai Musei alla farmacia, passando per decine di negozi e anche per lo spaccio. Per loro il colpo subito è gravissimo visto che dall'inizio dell'anno i pagamenti possono avvenire soltanto in contanti e ciò - tenendo conto dei milioni di turisti e visitatori che arrivano costantemente - sta causando serie difficoltà e anche perdite economiche.

Ma sembra assai difficile, se non impossibile, che il servizio possa essere nuovamente garantito. Anche perché quanto accaduto riporta in primo piano le «carenze» nel sistema antiriciclaggio dello Ior, l'Istituto per le opere religiose, già evidenziate dai pubblici ministeri titolari dell'inchiesta sulla correttezza delle operazioni bancarie effettuate sui conti intestati a religiosi. Sono gli atti a svelare che cosa è accaduto prima che si arrivasse a questa iniziativa senza precedenti.

Gli 80 Pos sul conto Deutsch
Secondo le relazioni dell'Uif, l'Unità di informazione finanziaria di Palazzo Koch, tutti i soldi acquisiti attraverso i Pos confluiscono su un unico conto intestato allo Ior e aperto presso una filiale della Deutsche Bank. Per l'installazione delle «macchinette» l'istituto di credito avrebbe dovuto chiedere una apposita autorizzazione, ma questo non è mai avvenuto. Un anno e mezzo fa era stato proprio il pool di magistrati guidati dal procuratore aggiunto Nello Rossi a segnalare l'anomalia e così era scattata l'ispezione di Bankitalia. Siamo a settembre del 2011. Soltanto dopo l'avvio dei controlli l'Istituto di credito sollecita una «sanatoria». Gli accertamenti giudiziari che avevano determinato la segnalazione riguardavano un altro conto Ior sul quale erano stati depositati 23 milioni di euro dei quali si ignorava la provenienza. In questo nuovo caso bisognava stabilire se fosse invece possibile ricostruire il flusso del denaro.

Il saldo da 10 milioni
All'11 settembre 2011, giorno in cui parte la verifica, risulta un saldo di circa 10 milioni di euro. I documenti relativi alla movimentazione annuale consentono però di accertare che sono più di 40 i milioni transitati su quel conto negli ultimi dodici mesi. Soldi dei quali non si sa praticamente nulla, come ha evidenziato anche Bankitalia in una nota pubblicata due giorni fa per evidenziare i motivi che hanno indotto i vertici a sospendere i pagamenti con Bancomat e carte di credito.

I responsabili di palazzo Koch sottolineano come «per l'attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificati previsto per i rapporti con le banche comunitarie, che consente a queste ultime di non comunicare i nomi dei clienti per conto dei quali sono effettuate le singole operazioni». Il nodo è sempre lo stesso: non si conosce l'intestatario effettivo del deposito aperto presso Deutsche e soprattutto chi ha la delega ad operare, dunque non è possibile applicare la normativa antiriciclaggio.

I conti di preti e suore
La stessa situazione era già emersa in altri casi esaminati dai magistrati di depositi intestati a religiosi che in realtà risultavano messi a disposizione di persone estranee al Vaticano. Il 6 dicembre scorso Bankitalia ha notificato la decisione di non concedere la «sanatoria», il 3 gennaio non è stato più possibile pagare con le carte. È stato verificato che sul conto Ior affluivano ogni giorno decine di migliaia di euro, ma poiché la maggior parte dei Pos sono intestati a società con sede in Vaticano non è possibile sapere da dove arrivi effettivamente il denaro e soprattutto chi lo utilizzi poi in uscita. In particolare, nonostante i controlli disposti, non si sa che fine abbiano fatto, nel 2011, i 30 milioni di euro che risultano prelevati dal conto, né tantomeno chi abbia compiuto le operazioni di prelievo.


Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it 14 gennaio 2013 | 7:59

Concordia, parla De Falco: «Quel "vada a bordo c...o" mi ha rovinato»

Il Mattino


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ISOLA DEL GIGLIO - «Psicologicamente è stato molto pesante. Non è un caso che in tutto questo anno abbia scelto di scomparire. Quella frase mi ha danneggiato tanto». Il capitano Gregorio De Falco, quello che al telefono con Schettino, a naufragio ancora in atto, esplose urlando "Torni a bordo cazzo", risponde così a chi gli chiede della frase che ha fatto il giro del mondo . «Penso che potrò riparlarne tra qualche tempo, adesso no», aggiunge a margine della messa nel primo anniversario della tragedia della Costa Concordia, sull'isola del Giglio.

ASCOLTA LA REGISTRAZIONE

Il ricordo del naufragio.
«Penso che quella notte abbiamo fatto un buon lavoro - prosegue -. Sono un funzionario dello Stato e ho abbracciato questa professione. Qualcuno ha detto che il nostro intervento fu tardivo. Non è così, come diceva madre Teresa di Calcutta 'ho la sana consapevolezza di tutto ciò che si poteva fare e io l'ho fatto'». «Abbiamo capito subito che si trattava di una situazione di estrema difficoltà -. Noi siamo stati molto tempestivi, altro che intervento tardivo. Certo si poteva fare di più se avessimo avuto la collaborazione che dovevamo attenderci».

«Candidato? Nessuna proposta». De Falco, parlando con i giornalisti, ha anche smentito di aver mai ricevuto la proposta di candidarsi in politica: «Se avessi ricevuto una richiesta di candidatura da Monti o da altri ne sarei stato onorato e l'avrei valutata, ma la richiesta non è arrivata».

domenica 13 gennaio 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Sir Fairweather: “L’indipendenza della Scozia è il nostro problema”

La Stampa

Il diplomatico: «I Paesi intorno alla Cina finiranno per allearsi maggiormente con gli Usa»

alain elkann


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Sir Patrick Fairweather, lei è stato ambasciatore del Regno Unito in Italia, diplomatico a Bruxelles, responsabile dei Servizi diplomatici durante la Guerra del Golfo, Presidente di una fondazione che si occupa dei Balcani. Stiamo cominciando un anno nuovo ancora immersi nella crisi economica con focolai di guerre e grandi incertezze.

Come vede la situazione mondiale?
«È difficile essere ottimisti, per varie ragioni, e tre sono particolarmente importanti. La prima riguarda gli Stati Uniti e la questione del Fiscal Cliff che è stata parzialmente risolta, ma è soltanto un modo di rimandare il problema per due mesi; la scorsa settimana «The Economist» scriveva che il 2013 sarà difficilissimo e a gennaio e febbraio possono succedere molte cose. Il secondo motivo per essere pessimisti è che l’Unione Europea va avanti e forse la situazione oggi è meno grave, ma non si può certo dare per scontato che verrà costruito un sistema fiscale-finanziario unico, in modo particolare per via della Francia. E del resto ci sono problemi anche in Italia».

Quali sono i problemi dell’Italia, secondo lei?
«Se Beppe Grillo con un partito qualunquista come il suo raggiunge il 15 per cento dei voti e la sinistra ha il 30, Monti il 15 e Berlusconi un altro 15, sarà difficilissimo formare un governo con un programma convincente per i mercati. Bersani potrebbe trovarsi nella situazione dell’ultimo governo Prodi. Lui aveva il problema di Rifondazione Comunista e oggi c’è Vendola».

Qual è la terza questione aperta a livello mondiale?
«È la Siria. Se il regime viene spazzato via questo avrà un impatto di indebolimento in Iran, ma si creeranno tanti problemi e possono andare per aria molti schemi. Penso ai turchi, ai curdi, all’Iraq, alla Giordania».

E Israele?
«Ci sono le elezioni fra tre settimane, da cui molto dipenderà. Se vincessero con una forte maggioranza il gruppo di Netanyahu e la Nuova Destra, questo renderà la pace con i palestinesi molto più difficile. E poi c’è un quarto punto, visto che sono un inglese».

A quale problema che riguarda la Gran Bretagna si riferisce?
«I rapporti che la Gran Bretagna ha con l’Europa. Credo che il primo ministro Cameron non vorrebbe che il problema europeo diventasse quello principale per il suo governo, ma ciò che succede in Europa dal punto di vista fiscale e finanziario sarà difficile per la piazza finanziaria di Londra e porterà il tema dell’Europa in cima all’agenda politica».

E l’America di Obama?
«Come ho detto, il Fiscal Cliff è un problema, poi ci sono situazioni gravi in Asia, tra Cina e Giappone, Cina e Stati Uniti».

In Asia che cosa potrebbe accadere?
«Penso che i Paesi limitrofi intorno alla Cina siano preoccupati e finiranno per allearsi maggiormente con gli Usa».

Dunque è pessimista? Pensa addirittura a una nuova guerra?
«No, non fino a quel punto. Faccio una distinzione dei problemi. Quello che è da osservare è l’imprevedibilità della Cina. Il fatto che sia rimasta chiusa in se stessa per 500 anni e oggi si stia aprendo al mondo è un passaggio difficile ma anche molto positivo. Il commercio ne ha avuto un grande sviluppo e anche l’investimento industriale, ma dobbiamo fare attenzione perché in certi Paesi, per esempio in Zambia, ci sono state reazioni molto negative alla Cina; e in Birmania i generali si sono sentiti controllati dai cinesi e tutto questo non è semplice».

Ambasciatore, lei conosce bene l’Italia , come la vede nel mondo di oggi?
«Penso che abbia bisogno di avere un governo che sia in grado di correggere il grande problema del debito pubblico e poi bisogna che faccia assolutamente qualcosa per far ripartire la crescita. Il paese ha un’economia stagnante da dieci anni e questo è un grande problema. Alla riunione anglo-italiana di Pontignano, quest’anno, abbiamo parlato del fatto che la piccola e media impresa in Italia non riesce a crescere e questo invece sarebbe invece auspicabile».

E il ruolo del Regno Unito?
«Intanto, come ho detto, è cruciale la relazione con l’Europa e poi c’è il problema di capire se il Regno rimane Unito o se la Scozia diventerà indipendente, cosa possibile anche se non probabile. Se la Scozia dovesse votare per l’indipendenza ci si domanda se potrà far parte dell’Unione Europea e io penso che ci sarà pressione a Bruxelles da parte della Spagna, che forse potrebbe mettere il veto. Io però credo che per l’Inghilterra sia una buona cosa quella di avere un governo che prova a fare qualcosa per risolvere il problema del debito e del deficit». 

Italia e Inghilterra sono Paesi in decadenza?
«Hanno problemi, ma non penso siano in decadenza. In Italia c’è stato un buon governo, quello di Monti, e mi auguro che il prossimo continui l’operato».

E la Germania?
«Fa molto bene per la crescita dell’export, per via dell’Euro che l’ha molto favorita. Ma le ultime cifre mostrano una diminuzione».

Ha nostalgia degli anni italiani?
«L’Italia è sempre nel mio cuore, ma sono fortunato, perché ci vengo tante volte all’anno».

Ecco la "grosse koalition" delle liste fuori di testa

Libero

L'alleanza che si merita il Paese è tra le decine di "civette": con l'Economia in mano a "Forza evasori", le Pari Opportunità ai "Bunga Bunga" e la Difesa ai "Pirati"

di Marco Gorra


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Altro che Pdl e Pd, altro che Bersani e Monti. La grande coalizione che questo Paese si merita è quella tra Forza Evasori, Democrazia atea e le dozzine di rimanenti liste più o meno farlocche che, puntuali ogni cinque anni, calano sugli elenchi del Viminale occupandoli militarmente. Si tratta, ovviamente, di gente che il Parlamento non lo vedrà nemmeno in cartolina ed il cui unico scopo nella vita spesso è mettere le mani sulle briciole del rimborso elettorale. Ma, dato che sognare non costa niente e dato che comunque la prospettiva non sarebbe poi tanto più fosca rispetto a quella del governo Bersani-Vendola, tanto vale fare il giochino ed assemblarla davvero, la grande coalizione delle liste civetta, completa di totoministri e programmi.

Mai Cencelli fu più agevole: siccome nessuno dei partiti conta un accidente, si procede col criterio una testa, un ministero. Così, candidato naturale per il dicastero dell’Economia non può che essere la lista Forza Evasori - Stato ladro, i cui sherpa stanno già studiando per la finanziaria un condono globale totale da fare impallidire le sanatoriucce di Tremonti. In questo caso, per la lista Liberi da Equitalia si profilerebbe la creazione di un sottosegretariato ai roghi delle cartelle esattoriali. In pole per la Sanità c’è il movimento No alla chiusura degli ospedali, che conta sull’appoggio della lobby degli infermieri precari e su un forte radicamento territoriale nei Comuni sotto i cinquanta abitanti. Per le poltrone di Famiglia e Pari opportunità è gara a due tra Dna con Cicciolina e Movimento Bunga Bunga. Superate le iniziali incomprensioni (si pensava fosse una lista di fan di Star Trek), ad Alleanza per la Terra toccherà il ministero dell’Ambiente, mentre per l’Agricoltura la candidatura più forte sul tavolo è senza dubbio quella di Civiltà rurale.

Allo studio poi l’ipotesi di spacchettare gli Affari di culto onde garantire adeguata rappresentanza a Democrazia atea. Il Viminale andrebbe di diritto a Io non voto (che garantisce la massima trasparenza quanto a gestione delle operazioni elettorali), mentre per gli Esteri il consenso intorno ai sudtirolesi di Die Freiheitlichen è pressoché unanime in considerazione del fatto che molto più che questionare con la Merkel il prossimo ministro degli Esteri non dovrà fare, e allora tanto vale saltare un passaggio. Scontata la creazione di un ministero per le Politiche del Mezzogiorno da affidare ad Arsura del Sud, così come l’assegnazione del dicastero allo Sport alla lista Forza Roma, cui la promessa di mandare in immediato esilio in Siberia laziali e juventini ha garantito percentuali da capogiro nei quartieri popolari della Capitale.

Restano però scoperte alcune caselle chiave. A partire dalla Giustizia (sussistono divergenze circa quanto lontano e in che direzione vada buttata la chiave) e dalla Difesa, dove pure salgono le quotazioni del Partito pirata, che almeno quanto a Marina militare un qualche know how pare garantirlo. Sicura, infine, la nomina di Dimezziamo lo stipendio ai politici per l’Attuazione del programma perché va bene che il potere è scendere a compromessi, ma uno straccio di coerenza lo vorremo pure mantenere.

Casini vuol candidare la cognata e il genero

Libero

Il leader dell'Udc vuole nella lista alla Camera Silvia Noè, moglie del fratello in Emilia e il fidanzato della figlia in Friuli


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Dopo Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini. La "cognatite", infatti, contagia anche Pierferdy.  Se Gianfranco è stato inguaiato dal fratello di Elisabetta Tulliani per la nota vicenda della casa di Montecarlo ereditata dal partito e finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, Pier Ferdinando Casini starebbe brigando per piazzare al numero due della sua lista alla Camera l’imprenditrice Silvia Noè, moglie del fratello Federico, e già capogruppo Udc in Emilia Romagna.

Ma nei pensieri di Pier Ferdinando non c’è solo la cognata. La famiglia per Casini è importante per questo avrebbe molto a cuore la posizione di Fabrizio Anzolini che potrebbe conquistare un seggio sicuro in Friuli Venezia Giulia. Anzolini è il vicepresidente friulano dell’Udc e fin qui non ci sarebbe nulla di strano, ma è soprattutto è il fidanzato di Maria Carolina Casini, figlia dell’ex presidente della Camera e della sua prima moglie Roberta Lubich.
 
Non solo la cognata, ma anche il genero. Pier Ferdinando, quindi, sulla questione familiare riesce a superare perfino il prodigo Fini. Le pressioni di Casini non sono state digerite dal segretario Udc Lorenzo Cesa, che secondo indiscrezioni , avrebbe addirittura minacciato di andarsene. Uno strappo che avrebbe inevitabilmente ripercussioni sul partito e sull'immagine di Casini che ne uscirebbe a pezzi esattamente come è successo per Fini ormai considerato prigioniero dei "Tullianos".

La replica  "Sfido chiunque a trovare un candidato più votato e stimato di Silvia Noè in Emilia", Pier Ferdinando Casini intervistato da Lucia Annunziata nella tramissione "In mezz'ora" su Rai3 ha difeso la sua scelta spiegando che è ispirata da motivi di merito e non di parentela. Per quanto riguarda il genero Casini ha precisato che Fabrizio Anzolini non è capolista in Friuli, che è un giovane "molto intelligente" ma che "dovrà ancora trottare".

Il giorno X che aspettavo da una vita

La Stampa




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 Oggi è il 14 gennaio 2013, Giorno Zero, Giorno X, giorno della Riforma Migratoria. In qualche ufficio hanno già deciso chi potrà uscire. Non resta che attendere. Manca soltanto che lo dicano a noi, che siamo i diretti interessati. Più di settanta persone fanno la fila per entrare nei locali dell’Ufficio Emigrazione del Municipio Plaza. Sono in coda da ieri e attendo con pazienza che venga il mio turno. Nonostante i mille dubbi e le tante incertezze, le speranze hanno sempre il sopravvento. La Riforma Migratoria è partita. 

Noi siamo qui per verificarne i limiti. Vedo intorno a me adulti che tengono per mano bambini, tanti giovani in età da militare, un brulicare di persone. Se l’ufficio del Municipio Plaza è così affollato, in tutto il paese saranno migliaia le persone in attesa del passaporto. Mi sorprende la grande quantità di bambini, che prima di oggi non potevano uscire dal paese, se non in maniera definitiva. Finalmente arriva il mio turno.

Mi riceve un’impiegata cortese e mi aiuta a compilare la pratica per ottenere un nuovo passaporto. Devo attendere 15 giorni per averlo, ma ricevo subito la notizia tanto attesa: quando avrò il nuovo passaporto, potrò viaggiare. Ancora non riesco a crederci! Ho vinto una battaglia contro i demoni dell’assurdo sistema migratorio. Per ben venti volte mi hanno negato il permesso di uscita, ma adesso la possibilità di viaggiare pare molto vicina. Nella prima settimana di febbraio avrò il mio passaporto e potrò uscire da Cuba… incrocio le dita! 

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Quando sarò sopra un aereo ci crederò. Forse anche altri attivisti come le Damas de Blanco, Rosa Maria Payá e Guillermo Fariñas potranno viaggiare. Non ci sono soltanto buone notizie, in questa giornata. Jorge Luís Garcia, Yris Perez, Yanisbel Valido e Orestes Fdez sono stati arrestati. Non solo. Si diffonde il colera all’Avana e nessuno ne parla. Il Granma non dà la notizia, la televisione tace…


Yoani Sánchez, 14 gennaio 2013

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Votare è bellissimo Quasi sempre. A volte

La Stampa

I consigli per vivere la campagna elettorale senza troppi danni
giacomo poretti


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Ci sono state domeniche in cui andare a votare era bellissimo. Penso al referendum Repubblica o Monarchia e contemporaneamente, nella stessa domenica, all’elezione dei rappresentanti dell’Assemblea costituente; oppure a quella domenica di due anni dopo, nel 1948, in cui, dopo una campagna elettorale dai toni quasi drammatici, il Paese si mobilitò per andare alle urne: più del 90% degli aventi diritto si recò ai seggi.

Si votò in tante altre domeniche e sempre con una straordinaria partecipazione popolare; personalmente ne ricordo almeno un paio dove l’esito della consultazione elettorale avrebbe modificato le abitudini del Paese e le mie: il referendum sul divorzio nel 1974 e la domenica del 20 giugno del 1976 in cui per la prima volta votarono anche i diciottenni, e io per la prima volta entravo in una cabina elettorale.

Me la ricordo ancora quella domenica, i sogni di cambiamento che potevano avverarsi con quel segno scritto con una matita copiativa e la frustrazione avvilente nel constatare un paio di giorni dopo - non c’erano gli exit poll - che la lista per cui avevo votato aveva raggranellato un misero 1,52%. Poi ci furono elezioni amministrative, referendum sulla caccia, sull’acqua potabile, sugli embrioni, sul finanziamento dei partiti che regolarmente viene abolito e immediatamente dopo ripristinato; elezioni politiche nazionali e per il Parlamento europeo.

Mi hanno sempre appassionato le elezioni, tutti i tipi di elezioni, anche quelle per il rinnovo del circolo del tennis, dei rappresentanti dei genitori di classe, e dei consiglieri del condominio. Mi piace votare, mi piace esprimere le mie preferenze: tutte le mattine mi sveglio e dentro di me avviene una campagna elettorale per come mi devo vestire, si presentano le liste, quella dello «Spezzato classico con cravatta», «Citizen con maglioncino in cachemire», che vince quasi sempre, e «Pantalone strettissimo a tubo e corto a scoprire la caviglia, con giacca tre taglie in meno, tanto non usa allacciarla», la quale ottiene gli stessi voti grosso modo dell’Udc: non è mai decisiva ma rompe le balle a tutti quanti.

Dopo essermi vestito avvengono regolarmente le elezioni per stabilire cosa mangiare a colazione: «Lista del solo caffè» vittoriosa per un ventennio, spesso insidiata da «Cappuccino e brioches al cioccolato»; ultimamente l’intervento del medico, curiosamente simile a quello del Presidente della Repubblica, ha imposto una specie di governo tecnico del breakfast: «Pane integrale, gallette di kamut e acqua calda senza zucchero».

Lo spread della glicemia ne ha tratto giovamento ma sento in fondo allo stomaco il borbottio di malcontento che sta preparando una lista, «Vaffa kamut!»  Anche sul mio luogo di lavoro ci sono continue elezioni. Con i miei soci e amici Giovanni e Aldo spesso siamo chiamati a esprimere una scelta: si fa tv o cinema? Teatro o incidiamo un disco? Questi sono temi dove basta la maggioranza semplice, ed essendo in tre è abbastanza facile arrivare a una governabilità effettiva della scelta.

Diverso il discorso sul contenuto propriamente artistico: una sceneggiatura, uno sketch, un soggetto pubblicitario deve essere deciso all’unanimità. E non vi dico l’estenuante lavoro di mediazione, le cene dei comitati elettorali: Aldo che invita a cena Giovanni per convincerlo a fare come dice lui, Giovanni che mi invita a cena per sondare le mie intenzioni, il nostro produttore che invita a cena tutti e tre per trovare una mediazione.  Una volta trovato l’accordo sullo sketch proposto da Aldo, il medesimo non si ricorda più cosa aveva proposto, allora Giovanni ci invita in pizzeria e propone di fare uno sketch suo. A quel punto Aldo si ricorda che quello era il suo, allora tutti vanno via incazzati e il produttore paga il conto, che poi ci detrae dal compenso.

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Segue una cena in cui nessuno ricorda niente e in cui normalmente verso l’ammazza-caffè ci viene in mente una situazione che fa ridere tutti e tre. Il produttore felice paga il conto del ristorante, che poi ci detrae dai compensi. Ultimamente abbiamo indetto le primarie per stabilire il titolo del nuovo spettacolo teatrale. C’erano due candidature: il primo titolo, proposto da me e Giovanni, «Disciùles!», che in lombardo significa «Datti da fare», e un secondo proposto da Aldo, «Ammutta muddica» che in siciliano significa «Datti una mossa». Con due voti su tre ha vinto «Ammutta muddica». Ma come è possibile se i lombardi votanti sono due e il meridionale uno solo? Che ci siano stati brogli? O piuttosto Giovanni è un franco tiratore?

In ogni caso votare è sempre bello. Molto spesso è bello. Quasi sempre. Delle volte sì e delle volte meno. Purtroppo verso la fine di febbraio ci toccherà andare a votare. Diciamo la verità: questa volta avremmo fatto volentieri una bella sciata, o una bella dormita (per i meno sportivi); anzi, per essere più espliciti, quest’anno sarebbe augurabile per quella domenica ammalarsi di influenza, stare a letto con 39 di febbre e iniziare un ciclo di antibiotici. Un amico mi ha confessato che per evitare di andare a votare ha già prenotato un ricovero in clinica per il venerdì precedente: si sottoporrà a gastroscopia e colonscopia, benché non soffra di reflusso esofageo e sia regolare come un orologio svizzero. Eppure, a noi che la gastroscopia ci terrorizza, votare ci tocca.

Ma con quale stato d’animo ci avviciniamo a quella domenica? Nauseati, svogliati, confusi, straniti, avviliti, arrabbiati, delusi? Questa campagna elettorale assomiglia al calciomercato di gennaio: le nostre squadre fin qua hanno deluso e ora speriamo nel miracolo del top player per salvare la stagione. La formazione delle liste elettorali segue le stesse regole delle squadre di calcio, i segretari di partito sono come i presidenti del pallone: solo da loro dipende la scelta dei futuri onorevoli e senatori, come l’acquisto del terzino di fascia o del centrocampista con i piedi buoni. Non esiste una consultazione democratica, la nostra felicità dipende dalla possibilità di spesa del nostro presidente o dalle simpatie del nostro segretario di partito.

Siccome di questi tempi non si ha quasi mai voglia di andare a votare, nelle prossime settimane aiuteremo i lettori a convincersi che votare è meglio che andare a sciare o rimanere a dormire o farsi una gastroscopia. Forse. Continua...

E femmina? Allora abortisco». Anche in Europa si pratica il Gendercide

Francesca Angeli - Dom, 13/01/2013 - 08:29

Per la prima volta un membro del governo inglese ha ammesso che le statistiche rivelano una scomoda verità: tra gli asiatici ed i cinesi sono più numerosi gli aborti in caso di feto femmina. Un anno fa il Consiglio d'Europa ha raccomandato a tutti gli stati membri di monitorare la situazione.

L'aborto selettivo a danno delle bambine si diffonde anche in Europa tra le comunità di immigrati indiani e cinesi del Regno Unito.


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La pratica di interrompere volontariamente la gravidanza quando si aspetta una femmina invece di un maschio è un problema noto da tempo ma che si riteneva circoscritto all'area della Cina e dell'India dove una gravidanza al femminile viene considerata praticamente una disgrazia. La nascita di un maschio è sempre preferibile per motivi culturali ed economici. Ora per la prima volta un membro del governo inglese ha ammesso che le statistiche rivelano una scomoda verità: tra gli asiatici ed i cinesi sono più numerosi gli aborti in caso di feto femmina. Con tutte le conseguenze che comporta la conoscenza di questo dato.

Una riflessione si impone visto che in alcuni casi si parla di seconde o terze generazioni di immigrati che evidentemente resistono a qualsiasi influenza e appaiono addirittura impermeabili a quelli che l'Unione Europea ritiene valori fondamentali ed irrinunciabili tra i quali c'è sicuramente la non discriminazione per motivi di appartenenza ad un sesso. Earl Howe, sottosegretario alla Sanità, rispondendo ad un'interrogazione di un parlamentare indipendente Lord David Alton, antiabortista dichiarato, ha ammesso che esiste anche in Inghilterra un rischio di Gendercide, ovvero di uno sterminio del genere femminile, l'aborto volontario scelto perchè si aspetta una femmina invece di un maschio. Una realtà che riguarda esclusivamente le comunità indiane e cinesi.

«Mentre nel Regno Unito la proporzione tra nati maschi e femmine è nella norma -ha spiegato il sottosegretario- É emerso che dal 2007 al 2011 la proporzione è cambiata a seconda dell'origine della madre». Ovviamente le autorità sanitarie hanno invitato a prendere i dati con le pinze ma la polemica è scoppiata, alimentata dal fronte antiabortista ma non solo. É stato infatti proprio il Consiglio d'Europa a chiedere un'analisi dei dati sul numero di maschi e femmine nati da madri di specifiche nazionalità. Invito rivolto a tutti gli stati membri per monitorare la situazione. Non è la prima volta che la questione viene sollevata nel Regno Unito perchè i dati sulle nascite dal 1990 al 2005 avevano già rivelato questa tendenza.

Ora il governo britannico è finito sotto accusa ed è stato formalmente richiesto da varie associazioni di verificare se sia o no in corso un gendercidio in alcune comunità. Il Daily Telegraph nei giorni scorsi ha denunciato tre inchieste in corso che riguardano appunto altrettanti medici sospettati di aver praticato aborti selettivi sulla base del sesso. L'aborto selettivo è «illegale e moralmente sbagliato», si è sentito in dovere di ricordare qualche giorno fa un portavoce del ministero della Salute britannico.

Timori esagerati? Non si direbbe visto che un anno fa proprio il Consiglio d'Europa ha raccomandato a tutti gli stati membri, incluso il Regno Unito, di smettere di rivelare il sesso del feto ai genitori prima di un certo periodo perchè in questo modo si potrebbe incoraggiare l'aborto selettivo. Il Consiglio aveva rilevato come l'aborto selettivo a danno delle femmine avesse raggiunto proporzioni preoccupanti in Albania, Armenia e Georgia. Non aveva però fatto cenno specificamente all'Inghilterra che ora invece deve fare conti con questa drammatica realtà.

L'enigmista che svela ai lettori il suo male nascondendolo tra le righe di un cruciverba

Corriere della sera

L'annuncio dato dal reverendo John Graham autore dei «giochi» per il «Guardian»
LONDRA - Non c'era altro modo di comunicarlo, per un enigmista distinto al punto di ricevere un Mbe (membro dell'impero britannico) per servizi resi alla stampa dalla Regina nel 2005. Ha messo un'introduzione, enigmatica anche questa, al suo cruciverba di venerdì: «Araucaria ha il 18 verticale del 19, che sarà trattato con 13 15».


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Un mistero degno delle parole crociate delle quali è maestro, definizioni geniali da cui, per la prima volta in mezzo secolo, il suo pubblico di fedelissimi non ha tratto alcun piacere. Araucaria - nome d'arte del Reverendo John Graham, 91 anni, autore dei cruciverba del Guardian, del Financial Times e di una mezza dozzina di riviste enigmistiche - ha il cancro all'esofago. Le cure alle quali si sta sottoponendo sono palliative. Terapia del dolore, insomma, e niente più.

Per Graham si avvicina la fine. «Mi è sembrato molto naturale annunciarlo con un cruciverba», ha spiegato. Voleva condividere la diagnosi con i suoi seguaci, perché dopotutto è questa l'arte dell'enigmista: trasmettere idee o messaggi criptati ai lettori, aggiungendo alla bellezza pura dell'incastro verbale il brivido della scoperta. «A volte inizio con una parola di cui mi piace il suono, a volte con una scena che mi ha colpito», aveva spiegato qualche mese fa agli appassionati che avevano fatto la fila al Guardian per sentirlo parlare e per farsi autografare una sua griglia di quadratini bianchi e neri. Questa volta da raccontare c'era il tumore e allora ecco un cruciverba con risposte come «infermiera», «stetoscopio», «endoscopia». «Non ci ho messo tanto a comporlo, mi è venuto facilmente», ha spiegato al Guardian , che ieri ha messo la sua storia in prima pagina. «Non credo che ne parlerò ancora, non c'è nient'altro da dire».

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È fatto così quest'uomo tranquillo e brillante che dalla sua casa di Somersham, nel Cambridgeshire, costruisce rebus verbali dal luglio del 1958, nascondendosi inizialmente dietro l'anonimato e dal 1970 in poi con un pseudonimo che in Inghilterra «nessuno sa pronunciare o scrivere».
Finché può, intende andare avanti. «Qualcuno dovrà avvisarmi se la qualità comincia a calare, ma non ho intenzione di smettere». Dopotutto, aggiunge, è da mezza vita che non fa altro. E non c'è ragione di rammaricarsi o commiserarsi. È sollevato di non doversi sottoporre a un intervento o alla chemioterapia, «due opzioni che grazie al cielo sono state escluse». Ha chiesto ai medici quanto durerà. «Non lo sanno, non posso saperlo. Mi hanno detto che saranno anni e anni o potrebbero esserci ancora diversi mesi».

Attraverso il Guardian Graham ha voluto ringraziare i tanti appassionati ce gli hanno scritto e telefonato. «Un vero e proprio diluvio di bigliettini», ha sottolineato, «ai quali non posso rispondere individualmente». Il suo lavoro, ha assicurato, gli ha fatto trascorrere ore meravigliose. Quando la morte arriverà lo troverà felice e soddisfatto. Al suo pubblico lascerà la memoria di tanti momenti preziosi, si legge sui messaggi lasciati sul sito del Guardian . «Per tanti anni mia moglie ed io abbiamo tratto grande piacere dal decifrare le misteriose acrobazie verbali del signor Graham», ha scritto RN Smith, da Birmingham. «Il grido di "ti abbiamo battuto signor Graham", quando riuscivamo a completare uno dei suoi cruciverba, mi suona ancora nelle orecchie. Oggi mia moglie non c'è più e alla fine del cruciverba di venerdì ho potuto dire solo "Dio ti benedica, signor Graham". Grazie per le parole crociate e per i bellissimi ricordi di mia moglie che mi ha regalato».

Paola De Carolis
13 gennaio 2013 | 9:49

La Cina copia anche le nostre biciclette

Giannino della Frattina - Dom, 13/01/2013 - 07:19


Detto in italiano è l'uomo che ha convinto i milanesi ad andare in bicicletta, anche se nel suo biglietto da visita si legge «project manager bike sharing Italia» di Clear Channel, la multinazionale che da san Antonio, Texas è sbarcata anche qui da noi. Perché oggi i numeri di Sergio Verrecchia possono già raccontare di 16mila abbonati, 6mila prelievi al giorno d'inverno, oltre 10mila da primavera, 26mila abbonamenti giornalieri e 15mila settimanali venduti l'anno scorso. Perché oggi le biciclette gialle sono 2.700 e le stazioni per agganciarle 160, ma già da marzo si passerà a 210 stazioni e 4mila bici (a Parigi sono 21mila, 140mila prelievi al giorno).

«Purtroppo è anche colpa della crisi», spiega Verrecchia raccontando che ora gli abbonamenti viaggiano a 50-60 al giorno. Roba mai vista e imprevedibile. Per tutti, ma non per lui che ci ha sempre creduto e ora vuol far salire gli addetti al servizio da 42 a 60. Più pedalate, più posti di lavoro. «Il Comune ci aiuta, ma la prima a crederci è stata Letizia Moratti, fu bravissima». Ora anche l'assessore Pierfrancesco Maran «è entusiasta, ma bisogna insistere, servono altre stazioni in centro dove nelle ore di punta san Babila e Duomo si riempiono e si svuotano la sera. Ci sono otto pulmini sempre al lavoro per ridistribuire le bici, ma se c'è traffico tutto si blocca».

Difficile convincere il Comune? «Più facile qui che a Roma. Nonostante il clima più freddo». Perché, contro ogni aspettativa, il milanese si è rivelato l'utente perfetto. «Per lui - spiega Verrecchia - conta l'efficienza e la rapidità. Tre secondi per prendere la bici e uno per restituirla. Buona cultura, confidenza con internet, il 70 per cento sono impiegati, manager, funzionari che ci vanno al lavoro. Nel fine settimana si scende ad appena 2.500 prelievi». I motivi della scelta? «È il mezzo più veloce per andare al lavoro e il milanese è uno pratico. Poi fa bene alla linea e non si inquina, la coscienza ecologia sta aumentando». La ricetta da proporre ai Comuni è semplice: pagare gli stalli e le stazioni per agganciare le biciclette, poi la società si occupa a costo zero della costosissima manutenzione, 2-3mila euro a bici all'anno. In cambio la concessione a utilizzare gli spazi pubblicitari.

Un business reso oggi un po' meno conveniente dal calo della pubblicità, ma nessuna intenzione di rinunciare. Anzi. Perché dopo Stoccolma, Barcellona, Saragozza, Città del Messico, Washington e Verona in Italia, la nuova scommessa potrebbe essere la Cina. «Certo - ammette Verrecchia - lì i numeri potrebbero essere un problema». Si scommette sull'innovazione tecnologica. Sui telefonini si potrà scaricare un'app gratuita con cui sapere in tempo reale tutto del servizio: indirizzo delle stazioni e biciclette a disposizione. «E fra qualche tempo - annuncia Verrecchia - lei verrà a trovarmi in ufficio con una bicicletta elettrica». Un'evoluzione che «porterà dagli attuali 500 metri in media di tragitto, a 2-3 chilometri», consentendo così di coinvolgere anche zone meno centrali.

Anche parlando di bici gialle, si scopre che il milanese ha una buona coscienza civica, perché «i casi di danni o vandalismi sono molto bassi, solo il 5 per cento». C'è chi cerca di tenersi le bici ridipingendole, «ma la polizia le trova e ce le riporta». Perché forse non tutti si rendono conto di pedalare su una fuoriserie: bici progettate appositamente per Milano e brevettate dai designer della società, di alluminio per non arrugginire, cambio Shimano, trasmissione cardanica per evitare la manutenzione della catena, cavi coperti perché non si aggancino rischiando cadute, dinamo che rimane accesa a bici ferma per tre minuti (semaforo di notte), gomme kevlar che non si bucano. E per colpa del famigerato pavé di Milano, hanno cambiato i telai mettendo quelli da ciclo cross. Costo totale ben 730 euro, «ma ordinandone migliaia, mica una decina». Il colore? Scelto personalmente dall'allora presidente di Atm Elio Catania, il giallo dei vecchi tram di Milano. In tanti protestano per il pavé. «Stiamo già cambiano tutte le selle, saranno più morbide». Il segreto? «Trattare da clienti e non da utenti».

La crisi ci toglie anche le voci Doppiatori milanesi alle corde

Simonetta Caminiti - Dom, 13/01/2013 - 07:20


Sono invisibili e, a modo loro, sono dappertutto. Come forse solo gli dèi. «Prestano le voci» - così gradiscono che si dica - ai volti di Hollywood, alle star dei cartoni animati, alle lapidarie «frasi da pubblicità».


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I doppiatori italiani hanno due capitali: Roma e Milano. E, se i film di circuito, gli attori più famosi d'oltreoceano sono distribuiti quasi esclusivamente a Roma, anche Milano fa letteralmente sentire la sua voce. Patria (sonora) di telefilm, serie d'animazione cult, soap-opera che hanno fatto epoca: «Ultimamente affidano un po' di cinema anche a noi», spiega la doppiatrice milanese Patrizia Salmoiraghi (tra le altre, la «voce misteriosa» di Caterpillar, Radio Rai2).

«Finalmente stanno capendo che siamo bravi quanto i colleghi romani. Per molto tempo, siamo stati considerati “figli di un dio minore”». Eppure Milano ha dato i natali ad Antonio Colonnello (la mitica voce di Fonzie), Renato Mori (Morgan Freeman), Roberto Del Giudice (l'incorregibile Lupin), Veronica Pivetti (tuttora, tra l'altro, doppiatrice) e Cristina Boraschi (Julia Roberts). Che vita è quella di un doppiatore? Che formazione richiede e che mercato ha?

La retribuzione di queste «creature del buio» parte anche a Milano dai «gettoni di presenza»: un'entrata fissa di 72, 71 euro per il doppiatore che viene scritturato per un ruolo. Il resto delle tariffe si basa sulle «righe» recitate (una riga singola 1,54 euro per i cartoon; 2,34 per i film). Un direttore di doppiaggio - il vero e proprio regista dell'edizione italiana - viaggia sui 167 euro a turno (un turno di circa 3 ore). Queste, almeno, le cifre del contratto nazionale, cioè il minimo sindacale assegnato a questi professionisti. «Ci sono poi colleghi con più o meno potere contrattuale - prosegue Salmoiraghi - ma si tratta perlopiù delle “voci ufficiali” di qualche grande attore».

Guai a chiamarli «doppiatori di Milano», i doppiatori di Milano. «Siamo attori italiani»: sono perfettamente d'accordo Simone D'Andrea (una delle voci italiane di Colin Farrell e Orlando Bloom) e Patrizio Prata (eroe vocale di Dragon Ball e Pokemon, tra gli altri). Sono spesso in trasferta nella capitale, ma sono nati e si sono formati a Milano. «Da bambino - racconta Prata - volevo diventare una “voce”: non sapevo cosa fosse il doppiaggio e già volevo farlo. Giocavo solo con registratori, giradischi e microfoni, ma avevo il terrore della corrente, così chiedevo a mio fratello di inserire le spine elettriche nella presa. Oggi, lui è un elettricista. E io un doppiatore». I suoi colleghi che vivono a Milano sono meno numerosi di quelli di Roma. «Alcune fasce, per esempio non sono coperte - prosegue Prata - e i ruoli dei bambini, a Milano, sono interpretati spesso da donne adulte».

Mestiere che qualcuno, nel settore, paragona agli artigiani del vetro di Murano: professione che tende ad essere tramandata da sempre di padre in figlio. «Io - dice Simone D'Andrea - ho iniziato a doppiare a 17 anni. Se lo consiglierei a mio figlio? Può darsi, ma non a Milano. Milano è una città ricca di talenti, nel doppiaggio, ma questi talenti sono penalizzati. C'è sempre meno lavoro. Chi lo sa il perché? Forse anche ragioni politiche...».

Bolle d’aria nei termosifoni, l’appartamento è freddo. L'inquilino non può fare da solo, spetta al condominio

La Stampa


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La Cassazione (sentenza 19616/12) accoglie le rimostranze di una donna, perplessa per la temperatura troppo bassa nell’abitazione. Origine del problema sono le bolle d’aria presenti nei termosifoni installati nell’appartamento, però è giusto chiedere semplicemente all’inquilino di intervenire in maniera autonoma. Si tratta sempre di un impianto centralizzato di riscaldamento, gestito a livello condominiale, e quindi è obbligatorio l’intervento del condominio per porre rimedio al problema. La temperatura è tra i 20 e i 22 gradi nell’appartamento della inquilina, appena 1,5 gradi in meno rispetto alla media registrata nelle altre abitazioni del condominio. Ciò basta, secondo l’amministratore, per considerare pienamente funzionante l’impianto centralizzato di riscaldamento.

La tesi è accolta dai giudici di Appello, che azzera l’ipotesi di interventi ad hoc sull’impianto centralizzato, ritenuto pienamente funzionale e «idoneo ad assicurare l’adeguato riscaldamento dell’appartamento» se solo chi vi abita «provvedesse, quando del caso, ad intervenire manualmente, con manovra semplicissima, sulle valvole di sfiato in dotazione a tutti i radiatori». Ciò consentirebbe di eliminare le bolle d’aria presenti nei termosifoni e di rendere più rapido e più efficace la fase di riscaldamento.

Ma la visione adottata dai giudici di Appello è contestata dalla inquilina dell’appartamento perché si afferma che l’impianto «funziona regolarmente» ed è «idoneo ad assicurare l’adeguato riscaldamento», da un lato, eppure si sostiene anche, dall’altro lato, che gli inconvenienti potrebbero essere risolti con un intervento manuale sulle valvole di sfogo dei termosifoni e che l’inquilina «corre il rischio, ogni volta che rientra nell’appartamento, di trovarlo non riscaldato».

Questa linea di pensiero è seguita anche dai giudici della Cassazione, i quali chiariscono che «gli impianti e i servizi in un condominio, per essere perfettamente funzionali, cioè idonei allo scopo cui sono destinati, devono assicurare, alle stesse condizioni, la stessa prestazione, ovvero la stessa utilità, a tutti i condomini». Quindi non è pensabile che «un condomino possa o debba assumersi l’onere, ben poco conta se impegnativo o sopportabile, di effettuare uno o più interventi per rendere perfettamente funzionale un impianto condominiale, soprattutto quando esistono tecniche che consentono di escludere definitivamente, per la loro funzionalità, la necessità di un intervento umano». Il ricorso proposto dalla donna è accolto e la questione è riaffidata alla Corte d’Appello.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it