giovedì 10 gennaio 2013

Un cero acceso per l'eternità: dopo 655 anni gli eredi liberati dalla promessa dell'antenato

Corriere della sera

Dal 1357 hanno avuto l'obbligo di tenere acceso un lume in un santuario. Pena la perdita di tutto il patrimonio

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Da circa 655 anni la lampada del santuario della chiesa di Naefels, nel canton Glarona, è sempre accesa e commemora la morte di un certo Heinrich Stucki, ucciso dal proprietario terriero Konrad Müller nel lontano 1357. Quest'ultimo, per salvare la propria anima e non subire la rappresaglia dei familiari della vittima, accettò di sottoscrivere un accordo che prevedeva che lui e i futuri proprietari delle sue terre avrebbero pagato "per l'eternità" i costi per illuminare la lampada della chiesa. In caso contrario le sue terre sarebbero passate di proprietà all'istituto religioso.


DIRITTO CONSUETUDINARIO - Nel corso dei secoli coloro che hanno ereditato o acquistato gli appezzamenti che un tempo appartennero all'omicida, hanno sempre onorato il debito che oggi si attesta intorno ai 70 franchi l'anno (circa 57 euro). La somma serve per lo più a pagare l'olio di noce che permette l'illuminazione quotidiana della lampada. Tuttavia quando l'attuale parrocchiano della chiesa di Naefels ha voluto far iscrivere ufficialmente questo contratto nel registro fondiario del Comune, uno dei proprietari delle terre che appartennero a Stucki si è opposto. A questo punto la chiesa svizzera l'ha citato in tribunale, ma quest'ultimo, lo scorso 20 dicembre, ha dato ragione al contadino: il giudice ha stabilito che il diritto consuetudinario in vigore al tempo è decaduto almeno da metà ottocento, epoca in cui la Svizzera ha riformato la sua legislazione in materia di attività creditizia e ipotecaria.

Francesco Tortora
9 gennaio 2013 | 17:18

Il segretario al Tesoro e la firma scarabocchio

Corriere della sera

Obama ha scelto Lew al posto di Geithner. E in America non si fa che parlare della sua brutta grafia

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Il presidente americano Barack Obama completa la squadra di governo, andando a riempire un'altra importante casella: Jack Lew, attuale capo dello staff della Casa Bianca, dovrebbe rimpiazzare Timothy Geithner al Dipartimento del Tesoro. Non è tuttavia sulla figura - autorevole e navigata - del 57enne aiutante dell'ex speaker della Camera Tip O'Neill e due volte direttore dell'Office of Management and Budget della Casa Bianca che i media americani dibattono. Nemmeno sulle strategie che il probabile segretario al Tesoro intende adottare per contrastare l'aumento del tetto del debito e i tagli alla spesa. Negli Usa si parla soprattutto della «terribile» firma che rischia di comparire sulle nuove banconote.

ILLEGGIBILE - Ogni nuova banconota del dollaro che viene stampata riporta una firma elettronica del segretario al Tesoro in carica. Al momento quelle in circolazione recano la firma - elegante e leggibile - del segretario uscente Timothy Geithner e di altri capi del dipartimento. Quella di Jack Lew è quasi indecifrabile: uno scarabocchio arricciato che ricorda più un cavo del telefono, notano i commentatori più cattivi. Non è infatti chiaro quale nome si nasconda dietro a quel ghirigoro.

ROTONDITÀ - «È la firma più strana e misteriosa che abbiamo mai visto in un quarto di secolo», si legge sul portale degli esperti di grafia graphologyconsulting.com. «La peggiore firma del mondo», tuona Kevin Roose sul New York Magazine. La firma del prossimo segretario al Tesoro ricorda «i capelli di Sally Brown del fumetto Peanuts». Più ironico il commento nel blog Wonkblog del Washington Post: «La firma di Lew renderà il dollaro la migliore valuta di tutti i tempi». Il giornale della capitale ha interpellato un’esperta di calligrafia per cercare di capire qualcosa di più sulla persona Lew. È probabilmente il «tipo tenero», spiega. «Le morbide rotondità delle lettere mostrano che Lew può adattarsi rapidamente ed effettuare rapidi cambiamenti, ma è anche autoprotettivo. Non vuole che la gente veda il suo lato privato.»

Elmar Burchia
10 gennaio 2013 | 12:04

L’ e-commerce della droga? Funziona, vi spieghiamo come

La Stampa

Viaggio nei segreti del più grande sito di spaccio al mondo: l’ impunità è garantita

gabriele martini
torino


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Come Scampia, più di Scampia. C’è una piazza di spaccio aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, dove migliaia di pusher vendono, impuniti, qualsiasi tipo di droga. Possibile? Sì, possibile. Provare per credere. Il Paese dei balocchi per tossici è un sito internet. Si chiama «Silk Road», via della seta. Intendiamoci: arrivarci non è facile. Questo ebay della droga all’apparenza non esiste: se si digita l’indirizzo sul browser non si ottiene nulla.

Ma il sito esiste, eccome. Sta nascosto in un angolo buio della rete: l’Internet sommerso, il «Darknet». Per entrare in questo mondo virtuale parallelo bisogna utilizzare «Tor», un software gratuito che rende anonima la navigazione. È lo stesso sistema che permette agli attivisti iraniani di scambiare informazioni o ai blogger cinesi di aggirare la censura. Si carica il programma e dopo pochi minuti il gioco è fatto: si naviga nell’immensa zona franca senza controlli né regole, dove nessuno sa chi fa cosa.

Silk Road sembra Amazon. Ci sono foto della merce, prezzi, tempi di consegna e recensioni dei compratori. Il logo è un beduino su un cammello. Da qualche mese sono sparite le armi. Bandite. Tutto il resto è lì, a portata di clic. Abiti contraffatti, medicine, sostanze dopanti, passaporti falsi, materiale pornografico. Briciole rispetto alle 4.400 droghe in vendita. La moda del momento sono le nuove sostanze sintetiche: 4-MMC e Crystal meth. Incolori, inodori e insapori. Preparate in modo artigianale, a volte si rivelano mix letali. Falciano giovani vite nelle periferie di Mosca, nelle discoteche di Ibiza e ai rave party sulle spiagge brasiliane. E’ lo sballo globalizzato: abbatte frontiere e viaggia in piccoli pacchi da un continente all’altro seminando dipendenza. 

Su Silk Road i pagamenti avvengono in Bitcoin, la moneta elettronica che non lascia tracce. Si tratta di soldi virtuali generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Per comprarli basta una carta di credito. Si versiamo i Bitcoin sull’account ed ecco che tutto è pronto per l’acquisto, protetti dall’anonimato più assoluto. Molti spacciatori rifiutano di spedire ai nuovi arrivati. Non sempre il primo tentativo funziona: il rischio è finire nella lista nera dei «compratori sospetti». Ma conquistata la fiducia dei venditori, non resta che passare allo shopping. Dopo qualche giorno i pacchetti di droga arrivano a destinazione. 

«Quello di Silk Road è un contesto smaterializzato, difficilmente aggredibile», ammettono gli investigatori. L’offerta di droga cresce con trend esponenziale. C’è chi spaccia pochi grammi di erba, ma c’è anche chi vende fino a un chilo di cocaina o centinaia di pasticche di ecstasy alla volta. Non sono numeri da piccoli spacciatori. Andrea Ceccobelli, Capitano del Nucleo frodi tecnologiche della Finanza, lancia l’allarme: «C’è il rischio concreto che la criminalità organizzata utilizzi questi nuovi canali. In altri Paesi sta già succedendo: in Russia da anni le mafie arruolano laureati in informatica».

Carlo Solimene, direttore della Divisione investigativa della Polizia Postale e delle Comunicazioni, non si sbilancia: «Il fenomeno nel nostro Paese non sembra ancora particolarmente esteso». Sui trafficanti italiani il riserbo è massimo: «Posso solo dire – spiega Solimene – che ci sono attività investigative in corso». In sei mesi il numero di venditori su «Silk Road» è più che che raddoppiato. Secondo uno studio della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, il volume d’affari nel primo semestre del 2012 è stato di 1,5 milioni di euro al mese. Sarà felice il misterioso amministratore del sito, che incassa una commissione del 6% su ogni transazione. Si fa chiamare «Dread Pirate Roberts» (come il simpatico pirata di un film fantasy). Definisce «eroi» i venditori. Da mesi l’Agenzia federale antidroga Usa gli dà la caccia. Inutilmente. Anche lui è un nickname su un sito che non esiste. 


fotogallery : Droga via Web



video : Dal Web a casa: il viaggio senza ostacoli dell’Lsd



L’Internet segreto le cose da sapere




Ho coca peruviana pura. Spedisco tutto sottovuoto”
la Stampa

La roba parte entro 48 ore dall’ordine, sel la spedizione va male rimborso fino al 50%
 
Le regole non scritte degli spacciatori hacker italiani

gabriele martini
Torino


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I pusher hi-tech sono globalizzati, parlano un impeccabile inglese e hanno un solo credo: il denaro. Il loro mercato è Internet. Su Silk Road i venditori spediscono droga e sostanze illecite da Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Australia, Russia, India. La novità è che negli ultimi mesi si sono affacciati sul sito anche gli italiani. Lo spacciatore si nasconde dietro un banale nickname. C’è «Al Pacino» che vende hashish (da 5 grammi a un chilo), cocaina ed eroina. Conclude una decina di transazioni al giorno, il giro d’affari si può stimare in 3-6 mila euro a settimana. Scorpion 666 spedisce erba in mezzo mondo.

Dai 7 grammi di «Super Skunk» per i piccoli consumatori ai 100 grammi di «Commercial Weed». «Solo biologico», scrive il pusher sul suo profilo. «Facciamo partire pacchi tutti i giorni, la marijuana arriva in involucri sottovuoto dentro una busta». Nei commenti sulla bacheca virtuale i clienti sono soddisfatti: «Consegna rapida», «sostanze di alto livello». Anche «Top Gun» è italiano. Specialità cannabis. Invia fino a un chilo per volta. L’ultimo ad aver comprato da lui è un russo: «Ho aspettato 14 giorni, ma la qualità della sostanza è ottima».

L’utente «Boss» tratta coca e eroina: «Spedizioni con doppio involucro sottovuoto in tutto il mondo dal lunedì al sabato, i pacchetti lasciano l’Italia in 24-48 ore». Promette rimborsi del 50% sugli ordini non andati a buon fine. Rivendica di venire dalla strada, ne fa quasi un vanto: «Io sono un grande professionista, per dieci hanno ho venduto nel mondo reale».  È un mercato d’élite. I prezzi sono elevati. La forza di Silk Road è l’immenso assortimento e i rischi - «minimi, assicurano sul forum - che corre il compratore.

Di certo il numero dei pusher virtuali cresce e le polizie sono in affanno. «Italiano» offre cocaina, benzodiazepine, morfina, viagra, cialis e oppiacei. Parla al plurale: «Siccome viviamo nei pressi di tre frontiere spediamo gli ordini da Italia, Austria e Slovenia. Abbiamo farmaci di alta qualità e cocaina peruviana pura all’85%». La polvere bianca «arriva direttamente dal Sudamerica al porto di Napoli. In Italia non viene più tagliata. Abbiamo un’ottima reputazione. E siamo in questo business da 15 anni». Domandiamo delle spedizioni: «Usiamo Dhl o Fedex, consegna tra in sei giorni in tutta Europa». Qualche giorno di attesa in più se il compratore sta dall’altra parte dell’Oceano. E se qualcosa va storto? «Garantiamo un rimborso tra il 50 e il 70%. Ma il tasso di successo è del 99%». Poi la minaccia: «Su Silk Road facciamo centinaia di transazioni con diversi account. Se cerchi di fregarci, noi siamo in grado di risalire al tuo indirizzo. Semplicemente non lo fare». 

L'imprenditore che evade il Fisco : assolto perché le Asl non pagano

Corriere della sera

I giudici hanno considerato i mancati pagamenti sia come causa di «forza maggiore» che con assenza di dolo

MILANO - Una pubblica amministrazione che per anni non paga i propri fornitori non può pretendere di processarli se poi questi non sono in grado di sborsare immediatamente le tasse: due sentenze di altrettanti giudici di Milano assolvono dall'accusa di evasione fiscale un imprenditore e il responsabile di una famosa comunità per tossicodipendenti diventati evasori fiscali a causa dei ritardi nei versamenti dei fondi pubblici indispensabili alla vita delle loro attività. I due, però, dovranno comunque pagare (con sanzioni e interessi) le tasse: la legge non consente la compensazione tra dare e avere.

La Sintea Plustek di Assago (Milano) produce e vende protesi vertebrali, ovviamente destinate alle sale operatorie degli ospedali. Dal 2005 ha fornito prodotti per un milione e 700mila euro a tre Asl e ad un ospedale della Campania. Che il servizio sanitario nazionale paghi con una lentezza esasperante è risaputo, ma in questo caso lumaca burocratica e carenza di fondi hanno profondamente inciso sulle finanze dell'azienda che, dopo aver sollecitato e intimato in ogni modo alle strutture sanitarie di pagare, non è riuscita nemmeno ad ottenere un anticipo sui crediti dalle banche pagando generose commissioni. A causa delle fatture che aveva dovuto emettere anche senza incassare, nel 2008 la Sintea Plustek avrebbe dovuto comunque versare al fisco quasi 180mila euro di iva. E in cassa soldi non ce n'erano.

Le procedure di riscossione dell'Agenzia delle entrate hanno dato il via nel 2012, come impone la legge, al recupero delle tasse con relative sanzioni e a un procedimento per evasione fiscale in cui la Procura di Milano ha chiesto l'emissione di un decreto penale di condanna a 6.840 euro di ammenda nei confronti di Paolo Guerra, legale rappresentante dell'azienda. «Io che ho sempre rispettato la legge mi sono trovato in una situazione drammatica che ho vissuto come un abuso», racconta Guerra, assistito dagli avvocati Paolo Antimiani e Andrea Marini. Ma il giudice per le indagini preliminari Claudio Castelli lo ha assolto «perché il fatto non costituisce reato».

«L'imputato è stato costretto a non pagare da un comportamento omissivo e dilatorio da parte di enti pubblici che avrebbero dovuto pagare», scrive Castelli nella sentenza in cui ricorda come dal 2000 una direttiva della Comunità europea prescrive che i pagamenti vanno fatti entro 30 giorni, e anche se essa è stata recepita dall'Italia solo a novembre il suo indirizzo doveva comunque essere tenuto in considerazione. «Questo modo di procedere uccide le piccole e medie industrie italiane che come noi hanno prevalentemente rapporti con lo Stato» dice Guerra che lavora anche all'estero «dove i tempi di pagamento vanno dai 30 giorni della Svizzera ai 60 degli Usa ai 90 del Brasile». Nonostante tutto ha poi raggiunto un accordo con l'Agenzia delle entrate e ora sta pagando a rate il suo debito, mentre i suoi debitori ancora non hanno saldato tutto il vecchio conto. Continuerà a pagare.

La Comunità Saman fu fondata nel 1981 a Lenzi (Trapani) da Maurizio Rostagno, ucciso 7 anni dopo in un agguato da assassini ancora ignoti. La sua attività no profit nell'assistenza e recupero dei tossicodipendenti ora si estende in varie regioni. «Lavoriamo al 95% con gli enti pubblici, se non ci pagano chiudiamo», spiega il legale rappresentante Achille Saletti. I crediti vantati dalla Samman nei confronti di Asl o ministeri, come hanno dimostrato al giudice Maria Grazia Domanico gli avvocati Rita D'Agostino e Andrea Gatto, sono costantemente lievitati negli anni passando dai 752mila euro del 2006 ai due milioni e mezzo del 2009. Nel 2007 la cooperativa ha emesso fatture per 895mila euro a fronte delle quali avrebbe dovuto versare circa 85mila euro di iva nel 2008 quando, però, non li aveva e il debito dello Stato era salito a un milione e 750mila euro.

Un «omesso versamento delle ritenute» che, anche in questo caso, ha dato il via obbligatoriamente ad un procedimento penale nonostante Saletti avesse anche lui già contrattato con Equitalia una dilazione del debito dovuto all'erario cominciando a pagare le prime rate. A febbraio 2012 il moto inesorabile della macchina della giustizia è arrivato alla richiesta da parte del pm di un decreto penale di condanna per tre mesi di carcere convertiti in una multa da 3.240 euro. «Oltre al danno, anche la beffa di una situazione kafkiana» dichiara al telefono il rappresentante della Saman mentre viaggia in auto da Trapani a Palermo. «Non pretendiamo particolari attenzioni, ma neanche schiaffoni. Il no profit lavora con gli ultimi della terra e quello che per noi era motivo di orgoglio sta diventando un motivo di maledizione».

«Non risulta provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il dolo dell'imputati, nemmeno nella forma eventuale», scrive il giudice per le indagini preliminari Maria Grazia Domanico assolvendo Saletti. Secondo il gip, bisogna analizzare la «complessiva situazione di fatto in cui versava la Saman» per capire che non ha pagato l'Iva per «salvaguardare innanzi tutto l'esistenza stessa della cooperativa» stretta tra i «consistenti crediti» vantati nei confronti della amministrazione pubblica e il debito «in misura assai inferiore» verso l'amministrazione finanziaria.
Non pagare il fisco è stato un vero e proprio «caso di forza maggiore».

Giuseppe Guastella
10 gennaio 2013 | 8:32

Il mio farmaco salvavita bloccato in dogana da 62 giorni»

Corriere della sera

La denuncia di una paziente affetta da un morbo degenerativo: le confezioni arrivate dal Canada giacciono a Linate


MILANO - Naturalmente, trattandosi di un medicinale comprato apposta all'estero (in Canada, l'Italia non lo ha) che migliora di molto la vita di una signora perseguitata da una malattia spietata nel suo rapido incedere, un morbo degenerativo del sistema nervoso, naturalmente bisogna dimostrare che questo medicinale non sia uno strumento di tortura oppure uno strumento di morte. Perché alla dogana di Linate, dove il farmaco è bloccato, prigioniero del menefreghismo, della burocrazia e delle prese in giro, nel ritardo infinito succede anche di dover compilare un modulo. Nel modulo, obbligatorio per aver diritto al ritiro del farmaco peraltro già pagato, il destinatario, cioè la persona malata, deve assicurare che nel pacchetto dei medicinali non vi siano pellicce di cane e di gatto, derivati vari della foca e per l'appunto strumenti di tortura se non di morte. Inutile aggiungere che del farmaco la signora deve assumere tre pastiglie al giorno e che l'attesa dura da 62 giorni. La prima confezione arrivò a Milano l'8 novembre. Prima in quanto ne sono seguite altre due. Che hanno incontrato medesima sorte.

Della pena della dogana di Linate e dei pasticci delle Poste che inondano la signora di raccomandate con quesiti le cui risposte vanno riconsegnate in dogana non a mano, sia mai (abita in città), bensì inviando una lettera, sono pieni gli archivi e i forum di rabbia su internet da parte di gente che ha avuto analoga sventura. Esistono delle regole, è vero; c'è un regolamento, verissimo. E nessuna deroga ai singoli casi, al buon senso. Nè la signora può andarsi a prendere i farmaci: glieli devono spedire le Poste quando la dogana darà l'avallo.

Ma del resto, cosa pretendere. L'Agenzia delle dogane, nell'annunciare il 4 gennaio che a Milano, con sede a Linate, era stato attivato un altro ufficio, iniziava il comunicato stampa con fare trionfale e lo concludeva in maniera stringata. L'apertura dell'ufficio era presto spiegata: «Per fornire un servizio più efficiente a imprese e cittadini». Peccato che l'efficienza non contempli un numero telefonico da contattare in caso di bisogno. In fondo al comunicato c'erano due indirizzi email del direttore del suddetto ufficio e nient'altro.

La signora è comunque riuscita a parlare al telefono con qualcuno, superando fastidiose musichette e linee cadute. E ha scoperto, la signora, quanto segue. Che nonostante il farmaco sia sempre lo stesso e nonostante l'avvenuto invio per la prima confezione di tutta la documentazione necessaria, ecco, serviva rimandare altra documentazione. Da capo. Una nuova prescrizione medica, una nuova relazione (sul motivo per cui serve il farmaco) e di nuovo il giuramento che le pastiglie non siano strumenti di tortura e di morte...

Quanto ancora ci vorrà? A proposito del pacchetto fermo alla dogana dall'8 di novembre, al telefono hanno assicurato la signora: tranquilla, di norma il tempo di consegna non supera mai i 45 giorni. Ma bisogna intendersi. Da quando cominciarli a contare, i 45 giorni? Poi, c'è forse da scommetterci sopra, le Poste diranno che non c'entrano nulla e che anzi sono vittime del sistema; i sindacati dei lavoratori sbufferanno contro il cronico taglio del personale; la dogana replicherà che le norme previste - la ricetta del medico, la relazione, eccetera - non le hanno inventate a Linate; e finirà che magari (magari) adesso i medicinali saranno d'improvviso recapitati con solerzia e gentilezza alla signora. Se non fosse che dopo di lei altri clienti, altri malati verranno trascurati, abbandonati, offesi.

Il marito della signora aveva contattato la casa farmaceutica canadese, aveva compilato online il questionario richiesto, aveva allegato la prescrizione, aveva ordinato e pagato. In un paio di settimane l'arrivo, alla dogana di Linate, del medicinale. L'Italia, il Nord America, distanze siderali. Tra Milano e Toronto, a esempio, ci sono 6.600 chilometri. Volete sapere quando dista la casa della signora da Linate? E che dite, ve lo calcoliamo in metri che tanto si riesce, visto che è poca cosa?

Andrea Galli
10 gennaio 2013 | 8:35

Il tramonto di Di Pietro tra nuovi scandali e flop politici

Stefano Zurlo - Gio, 10/01/2013 - 07:41

Rinuncia al simbolo per correre con Ingroia. E raccoglie firme per un referendum impossibile

È successo tutto in poche settimane. Le inchieste. Gli scandali. Un'offerta più seducente al market dell'estremismo legalitario.


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Per salvarsi dal naufragio Antonio Di Pietro ha deciso di saltare giù da quella zattera alla deriva che è ormai l'Italia dei valori. E si è imbarcato sul veliero «corsaro» con le insegne di Antonio Ingroia, il pm che ha cannibalizzato il movimento Arancione dell'ex pm Luigi De Magistris che a sua volta aveva fagocitato l'Idv del pm di Mani pulite Antonio Di Pietro.

I figli mangiano i padri, come nella mitologia greca, così il fu Tonino nazionale è stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco e a dichiarare con parole altisonanti la sua adesione a «Rivoluzione civile»: «La scelta di unirci a Ingroia è stata naturale, perché non ha avuto paura di affrontare il tema dei temi di questi anni: quello dei sistemi deviati delle istituzioni». Un bel cerotto nouvelle vague, dunque, sulle ferite per nulla rimarginate di queste settimane.

L'altro ieri, anche se pochi se ne sono accorti, hanno arrestato pure Mario Mautone, l'ex potente provveditore alle opere pubbliche di Campania e Lazio che nel 2008, in tutt'altra vicenda, quella del cosiddetto sistema Romeo a Napoli, si era fatto beccare mentre ascoltava le richieste di raccomandazione calorosamente srotolate al telefono da Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio. Altri tempi. Allora Di Pietro senior se l'era cavata con uno dei suoi show: «Mio figlio avrebbe segnalato un paio di nominativi di bravi professionisti. È un comportamento certamente senza alcuna rilevanza penale, ma, a mio avviso, comunque non opportuno e non corretto».

Ma sì, Di Pietro aveva picchiato il pugno sul tavolo del rigore e dell'intransigenza, come se Cristiano non fosse il proconsole del suo partito in Molise. Allora i molti ex dell'Idv, pentiti e ripentiti per la scelta incauta, puntavano il dito contro il clan Di Pietro e parlavano di una gestione allegra dell'Idv. Ma quel che dicevano gli Elio Veltri e poi tanti altri non aveva presa sull'opinione pubblica. E lui si ergeva a giudice inflessibile del rampollo e delle sua amicizie pericolose.

Così scivolose che oggi Mautone è di nuovo in cella, per gli appalti milionari della polizia. Intanto, lo scenario è cambiato: sono arrivate le inchieste devastanti di Milena Gabanelli, poi sono stati colti con le mani nel sacco, dal Lazio all'Emilia, i Maruccio e i Nanni e poi ancora la strada si è fatta sempre più difficile. Il tentativo di rientrare nell'alleanza Pd-Sel è fallito e Bersani ha alzato un muro che ha chiuso Di Pietro nel suo ghetto. De Magistris e Ingroia gli hanno portato via il mestiere, Massimo Donadi, con la sua scissione del Centro democratico, si è portato via un pezzo del partito.

Siamo ai titoli di coda. Alla confluenza, quasi anonima, in un movimento che aggiorna quello da lui stesso brevettato negli anni Novanta. Di Dietro, per rilanciare, si è inventato i referendum anti Fornero, raccogliendo pure un discreto gruzzolo di firme. Peccato che lo sforzo sia, come dire, platonico, perchè in questa stagione elettorale i referendum non si possono fare. E la foto scattata ieri in Cassazione, per il deposito del firme, rappresenta davvero un finale grottesco: Tonino con il rifondarolo Paolo Ferrero e il verde Angelo Bonelli. Peggio di una condanna per lui che odiava i comunisti e amava il decisionismo tecnocratico.

Cerco impiegato che sappia il tedesco, non lo trovo”

Corriere della sera
di Maurizio Di Lucchio


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Offrire un contratto a tempo indeterminato per un lavoro da impiegato commerciale a Milano ma non trovare candidati. Tutto per colpa della lingua tedesca. È il caso di Arredatutto.it,  un portale di e-commerce di mobili ed elettrodomestici che sta cercando dallo scorso luglio un giovane che conosca il tedesco ma invano. L’opportunità, oltre all’agognato posto fisso, prevede anche uno stipendio di circa 1350 euro per 14 mensilità e un ambiente di lavoro confortevole (un cortile in zona Navigli, in uno dei quartieri più belli della città).

Eppure, sembra che nessuno possieda il requisito fondamentale: parlare l’idioma di Goethe, la prima lingua più parlata in Europa. A denunciare la vicenda è Demetrio Triglia, uno dei due proprietari di Arredatutto.it, con una lettera al forum Italians di Beppe Severgnini.  «Il nostro è un sito multilingue: ci manca solo – ha aggiunto Triglia alla Nuvola – qualcuno che tratti con i clienti tedeschi o che parlano tedesco. La figura che cerchiamo  deve occuparsi di assistenza clienti, ordini, logistica, rapporti con il corriere: ce ne sono di ragazzi che lo possono fare. Peccato che dei 33 giovani che si sono candidati, solo una minima parte conoscesse il tedesco. E quei pochi, non andavano bene».

La diffusione del messaggio è stata abbastanza ampia. «La ricerca è stata fatta – aggiunge il titolare di Arredatutto.it – con vari annunci su siti gratuiti e a pagamento».  Non trovando il candidato ideale in Italia, l’imprenditore ha proposto il lavoro direttamente a una donna in Germania: «Era quasi fatta, ma al momento di chiudere la trattativa, ha preso un impegno con un’altra azienda. Ora continueremo a cercare e a fare colloqui». Gli italiani quindi non conoscono il tedesco. Nonostante la Germania sia il primo partner commerciale dell’Italia e le opportunità di impiego non manchino. Come è possibile?

La risposta è la più ovvia: non è studiato. Anche se il Goethe Institut registra in termini relativi un aumento del 18% degli iscritti ai corsi di lingua tedesca dal 2011 al 2012 e di una crescita del 10% nell’anno precedente, il numero di giovani italiani che studia il tedesco a scuola come seconda lingua è ancora esiguo. In base ai dati del Ministero dell’Istruzione, nel 2012/13 i ragazzi di medie e superiori che lo hanno scelto come seconda lingua straniera sono stati poco più di 280mila: 100mila nelle scuole secondarie di primo grado e 180mila in quelle di secondo grado.

Se si fa il confronto con la popolazione complessiva degli studenti delle superiori (2,55 milioni), la percentuale di allievi che studia il tedesco è del 7%. Segno che tra i banchi di scuola l’interesse per la lingua parlata dai connazionali di Angela Merkel è modesto. «Il tedesco è studiato poco nelle scuole italiane – osserva il sottosegretario all’Istruzione, Elena Ugolini – perché da parte delle famiglie c’è il pregiudizio che si tratti di una lingua troppo difficile. In realtà ha una grammatica molto chiara e con poche eccezioni: se si inizia da piccoli, la si può imparare con grossa soddisfazione».

L’altro problema, secondo il sottosegretario, è la poca consapevolezza dell’utilità di questa lingua in ambito lavorativo: «Nel decidere sull’istruzione dei figli, molti genitori non si rendono conto di quanto possa essere importante avere la padronanza del tedesco». Ugolini è però pronta a scommettere che la diffusione della lingua tedesca tra gli studenti italiani crescerà parecchio. «I motivi per essere ottimisti – dice – ci sono: primo, l’Italia è l’unico Paese europeo in cui lo studio della seconda lingua straniera è obbligatorio nelle scuole secondarie di primo grado; secondo, la riforma del 2010 ha attivato i licei linguistici, dove si studiano fin dal primo anno tre lingue, e si può sempre scegliere il tedesco».

A breve potremmo sentire più spesso pronunciare frasi come “Ich liebe dich” da studenti italiani anche perché, in base ad accordi da poco stipulati con la Germania, il numero di scambi dovrebbe aumentare: «Abbiamo appena sottoscritto un memorandum con Berlino – conclude la rappresentante del Miur – per favorire l’istruzione tecnica e professionale che prevede lo stanziamento di fondi per implementare lo studio del tedesco e per agevolare la mobilità studentesca, anche con la possibilità di fare stage in aziende tedesche. Nel frattempo, consiglio all’imprenditore di Arredatutto.it di rivolgersi al Goethe Institut: un candidato all’altezza lo trova sicuramente».

twitter@maudilucchio

Archeologia, il colore del Colosseo

Corriere della sera

Ritrovati resti di decorazioni policrome che permettono di stabilire come appariva l'Anfiteatro Flavio


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ROMA - Bianco all'esterno grazie al marmo che copre la sua facciata. E all'interno rosso, come il sangue che scorreva nelle lotte gladiatorie. Ma anche nero e azzurro cielo. Così appariva il Colosseo nell'Antica Roma. Lo hanno scoperto, grazie a pochi metri quadrati di decorazioni policrome rimaste intatte, gli archeologi e i restauratori che sono al lavoro su una galleria di servizio sul terzo livello. Una galleria mai aperta al pubblico e che, per l'estate, sarà finalmente visitabile.

ECCEZIONALE IMPORTANZA - Si tratta di un ritrovamento di eccezionale importanza perchè permette, finalmente, di sapere di che colore era l'Anfiteatro Flavio. I lavori di restauro iniziati a ottobre hanno scoperto alcuni metri quadrati di intonaco che restituiscono le decorazione policrome originali del Colosseo.

Archeologia, il colore del Colosseo Archeologia, il colore del Colosseo Archeologia, il colore del Colosseo Archeologia, il colore del Colosseo Archeologia, il colore del Colosseo

AZZURRITE- In particolare, le pareti dell'Anfiteatro Flavio erano coperte di rosso, con blocchi di travertino rosso e nero e tratti di azzurrite negli intonaci, probabilmente a comporre, sulla volta, un cielo o un paesaggio marino. Toccherà agli archeologi studiare le decorazioni e stabilirne la reale natura ed epoca.

GLADIATORI - Sono state ritrovate anche particolari decorazioni: due falli - probabilmente successivi all'incendio del 217 d.C.-, disegni aprotopaici che servivano per scacciare la cattiva sorte. E graffiti originali che inneggiavano ai gladiatori e alle loro gesta con palme, corone, punte di spade e frecce.

VISITATORI- Il restauro sui cento metri quadrati di galleria del terzo livello è iniziato a ottobre e sono stati completati 60 metri quadrati per un costo di 80mila euro finanziato dalla Soprintendenza speciale per Beni Archeologici di Roma. E, a meno di sorprese, la galleria rimasta finora chiusa al pubblico, si potrà visitare già dalla prossima estate.

Maria Rosaria Spadaccino
9 gennaio 2013 | 15:43

Fiction sull'eroe che catturò Riina e fu processato dal pm Ingroia

Libero

"L'occhio del falco" racconta le imprese del capitano Ultimo. Chissà se dirà a mandarlo alla sbarra fu il giudice sceso in politica?

di Filippo Facci


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Eccoti «L’occhio del falco» su Canale 5 (lunedì e martedì sera) e cioè una neo fiction in cui Raoul Bova torna a interpretare il capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio: si riparte dal processo del 2006 che lo vide indagato per favoreggiamento e quando cioè gli imputarono la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, il «capo dei capi» che pure fu proprio lui a catturare nel 1993. Ultimo fu assolto con formula piena assieme al generale Mario Mori, tanto che Raoul Bova sul «Corriere» di ieri l’ha messa così: «Lo sport di questo Paese è infangare i suoi simboli, con Ultimo non ci sono riusciti e questo merita di essere raccontato».

Perfetto, ma perché tacere che il processo fu condotto da Antonio Ingroia? Non c’è scritto in nessun articolo, chissà nella fiction. E chissà se la fiction ricorderà che anche Massimo Ciancimino, ex cocco di Ingroia, nel 2010 insinuò che l’arresto di Riina non fu merito del capitano Ultimo bensì di una soffiata di Provenzano. E chissà se il capitano Ultimo ha letto il libretto scritto contro di lui da Benny Calasanzio Borsellino, nipote e milionesimo parente di Paolo, figlio di Rita, già coautore di un altro libro con Salvatore, e naturalmente - serve dirlo? - collaboratore del Fatto Quotidiano, giornale che in compenso non cita la fiction né Ingroia. Perdonate se provvediamo noi.

L’insostenibile peso del chilogrammo

Corriere della sera

L’inquinamento lo fa crescere. Si pensa di sostituire il chilo-campione conservato a Parigi
 
Vita tormentata per il campione del chilogrammo che fa da riferimento alle nostre misure nel sistema internazionale (SI). Protetto sotto tre campane di vetro al Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres a Parigi i suoi custodi hanno confermato che aumenta di peso. Due anni fa l’allarme contrario: si alleggeriva. Che cosa sta succedendo?


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INDAGINI - L’inquietudine per la crescita già serpeggiava da un po’ tanto che il Bureau diramava avvertimenti anche a tutti gli analoghi uffici di ogni nazione che ospitano copie del campione parigino. Indagando si è scoperto che se nella stanza ci sono strumenti con mercurio, la sua evaporazione finisce per favorirne il deposito sul prezioso reperto perché il platino di cui è costituito per la maggior parte (l’altra parte minoritaria è l’iridio) è «avido» di questo elemento. Il secondo contributo arriva dagli idrocarburi presenti nell’aria: anch’essi si depositano aggravando la situazione, anche se si parla di microgrammi in più rispetto alla norma.

PERDITA DI PESO - Risultato: quando effettuano le periodiche verifiche ponderali, gli specialisti prima lavano sia il campione che le copie due e anche tre volte se i margini di peso non convincono. «Ma il vero problema deriva dalla perdita di peso», racconta Walter Bich, custode delle due copie italiane all’Istituto nazionale di ricerca metrologica del Cnr a Torino. Altre due copie sono presso il ministero dello Sviluppo economico. La causa del guaio ora constatato risale alla sua costruzione nel 1875, meno raffinata rispetto alle tecniche impiegate oggi che non produrrebbero l’effetto indesiderato. Il platino alla fine della lavorazione risultava allora più poroso, lasciando sfuggire l’idrogeno: quindi dimagrisce.

PROTOTIPO - Il prototipo del chilo è un cilindro del diametro di 39 millimetri e alto altrettanto. Anche le copie distribuite nei vari Paesi sono protette da campane di vetro: due invece di tre. Ma non sono chiusure ermetiche e così l’aria inquinata può entrare e produrre il suo negativo effetto. «I confronti con il modello di Parigi sono effettuati ogni 25-30 anni», spiega Bich, «e l’ultimo per il nostro esemplare italiano risale al periodo 1988-1993». Però la questione più complicata è legata alla perdita del peso, più che all’aumento sul quale si può intervenire.

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COSTANTE DI PLANCK - Ma intanto è maturata l’idea di abbandonare il riferimento fisico per passare a un’unità più teorica: la costante di Planck. Altrettanto si è fatto con il metro, anche lui soggetto a variazioni inaccettabili. A tal fine si sta preparando una conferenza l’anno prossimo nella quale si dovrà discutere e votare il cambiamento non solo del chilogrammo, ma anche di altre tre unità di misura: l’ampere per l’elettricità, la mole per la chimica e il kelvin per la temperatura. «Accettare la costante di Planck per il peso non sarà facile, perché non è intuitiva», commenta Bich, «e fa riferimento all’azione che è il prodotto dell’energia con il tempo. Sarà un ostacolo non da poco per la comprensione. Perciò io credo che difficilmente si convinceranno ad accettarla». Se accadrà, per il prezioso chilogrammo arriverà finalmente la tranquillità del museo.

Giovanni Caprara
9 gennaio 2013 | 11:45

Premi Lotteria Italia: in dieci anni dimenticati 20 milioni di euro

Luca Romano - Mar, 08/01/2013 - 18:54

Un piccolo tesoro mai ritirato. Nell'ultimo decennio sono tornati allo Stato venti milioni di euro di premi della Lotteria Italia che nessuno ha reclamato

È un piccolo tesoro quello che gli italiani hanno dimenticato di ritirare negli anni. Una sommetta non indifferente, che negli ultimi dieci anni ha raggiunto i 20 milioni.


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E che viene, dal primo all'ultimo euro, dai premi non ritirati concessi dalla Lotteria Italia. Facendo una media secca, sono circa 2 milioni di euro all'anno quelli che ritornano allo Stato, non reclamati da nessuno. La regola è semplice: se entro centottanta giorni nessuno si fa sentire, i soldi tornano all'erario. Salvo casi eccezionali. Nella categoria delle eccezioni un premio da 5 milioni di euro, abbandonato nel 2009 a Roma. Era il primo premio della Lotteria. Venne rimesso in gioco l'anno successivo. L'orfanello più ricco dell'ultima edizione valeva ben due milioni di euro. Era stato venduto sull'A1, non lontano da Modena. Una bella cifra anche quella mai ritirata nel 2003: i premi ammontavano a un totale di 4 milioni di euro.

Dubai, il paradiso artificiale che fa arrossire Malpensa

Tony Damascelli - Mer, 09/01/2013 - 09:41

L'aeroporto di Malpensa è il benvenuto dell'Italia al mondo. Che accogliamo con sporcizia e lungaggini inutili. L'efficienza degli Emirati è un miraggio

D'accordo, gli emiri. Hanno i dollari che gli nascono sotto i cammelli e sopra le palme ma trascorrere una settimana a Dubai, con strade urbane a sette corsie, benzina con prezzo di centesimi venticinque alla pompa, in cifre 25, assenza totale di erario, Befera e affini, nel senso di tasse dirette, Imu, ritenute alla fonte, ma, esempio illuminante, se si decide di avviare un'attività, con creazione di società, è necessario il semplice versamento di imposta di registro pari a euro 200, null'altro.


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Per ogni nascituro lo Stato versa 60mila euro di dote con annesso terreno edificabile per la casa del futuro e così concede il diritto al lavoro, con posto assicurato, in rapporto al titolo di studio.

D'accordo, esistono le controindicazioni, anche miserabili e violente, salari bassissimi, duecento euro al mese per i camerieri, odore di schiavitù e di burqa esistenziale per le donne, non soltanto nell'abito, va da sé che anche a Dubai, dove l'ottanta per cento della popolazione è straniera e il resto è composta da emirati, esiste il gabbio e uno pure all'interno dell'aeroporto (roba da marziani, costo 5 miliardi e mezzo di dollari per uno sviluppo di chilometri quadrati centoquaranta, avete letto bene 140).

Il sito è piuttosto affollato, non soltanto lo scalo che supera i 60 milioni di passeggeri anno, ma anche il carcere, dove risiedono detenuti di vario tipo, da chi si è baciato in pubblico o di peggio ha esibito, a chi ha spacciato droghe o anche venduto donne e uomini; mi dicono che durante il periodo estivo negli Emirati l'afa sia terribile, la canicola combini brutti scherzi là dove la terra scotta e non vige la legge delle Colt ma delle colf e il termometro viaggia oltre i 50.

Ovviamente questo paradiso artificiale tipo costruzioni Lego, dove non trovi una carta stracciata, un mozzicone di sigaretta o lattina strizzata di bibita lasciate o gettate a terra, dove i bagni pubblici di supermercati e metropolitana sembrano le sale operatorie di una clinica svizzera, tutto questo califfificio fa dimenticare, per qualche giorno, le cose di casa nostra che, ahinoi, ci vengono immediatamente sbattute in faccia non appena si riapre il portellone dell'Airbus e rimettiamo piede nel famoso Hub di Milano Malpensa.

Qui non è prevista la prigione ma sarebbe opportuna per coloro i quali sono o sarebbero delegati alla cosiddetta direzione, gestione e manutenzione del luogo e degli oggetti. Cito a memoria: pannelli scollati dalle pareti, soffitti, nella zona di passaggio, ad altezza minima e a rischio per cestisti e simili, pavimentazione opaca non per la qualità del materiale scelto da architetti e geometri ma per luridume, eppoi la comica dei carrelli per i bagagli, gratuita tra gli emiri di cui sopra.

Qui, invece, il passeggero deve fare la seguente operazione: munirsi di euro 2, moneta di uso corrente tra americani, giapponesi, indiani e turisti del genere che approdano all'Hub international, inserire la moneta in apposita gettoniera, attendere segnale di luce verde, percorrere tragitto verso la fila dei carrelli parcheggiati ma, attenzione, tornando a marcia indietro con lo stesso veicolo, non essendoci altre vie di uscita mentre alle tue spalle il resto del gruppo in attesa assiste al fenomeno con le braccia allargate come il Cristo sul Pan de Azucar o tra risatine da oggi le comiche e invocazioni a vari santi.
Recuperato il carrello si va ai nastri di arrivo, non di partenza, al ritiro bagaglio.

Lungo il percorso intravvedo un grosso sacco di plastica abbandonato e svolazzante sul pavimento che, nonostante la propria opacità, mette in evidenza l'oggetto. Sto per raccoglierlo e depositarlo nel previsto contenitore rifiuti, quando vengo anticipato, finalmente un segnale di riscatto tricolore, da un solerte addetto aeroportuale con divisa fosforescente. Sorriso di ringraziamento e sospiro di sollievo, forse stiamo svoltando. In verità il fosforescente di cui sopra svolta lui, come Diabolik, dietro una porta, dopo aver riabbandonato il sacchetto di plastica in un'altra zona sempre sullo stesso pavimento a tinte indefinite.

Non aggiungo lamentele sulla segnaletica improbabile e tutta uguale dappertutto dello scalo internazionale perché non vorrei innervosire Formigoni Roberto e la sua orchestra come già accaduto alla stessa formazione al Roissy De Gaulle di Parigi, facendosi e facendoci riconoscere per bon ton e rispetto delle norme, addirittura con filmato trasmesso da Striscia la Notizia. Malpensa è il buongiorno dell'Italia a chi arriva da dovunque e comunque sa di essere arrivato. In molti sensi. Attendo proteste, smentite, lettere di uffici stampa e delegati alla comunicazione. Fa parte dell'organizzazione, tengono famiglia e tengono stipendio. Suggerirei comunque il ricorso al burqa segnalato qua e là a Dubai, così, nel caso qualcuno, tra i maschi, volesse nascondersi la faccia.

Liste, tutti i nomi scelti da Berlusconi, Monti e Bersani

Libero

Solite facce, facce nuove, leader storici e pure impresentabili. Dal Pd, che ha chiuso per primo le liste dei suoi candidati, al Pdl, ai montiani, ecco tutti i nomi schierati dai tre sfidanti premier alle prossime elezioni politiche, Silvio Berlusconi, Mario Monti e Pierluigi Bersani.



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Centrosinistra
 
Definite dopo mille polemiche e accuse le liste elettorali del Pd. Pierluigi Besani sarà capolista in Lombardia dove corre anche il docente dell'Università Cattolica Carlo Dell'Aringa e Cinzia Fontana. L'ex giornalista del Corriere della Sera Massimo Mucchetti sarà capolista al Senato. In Sicilia il Pd punterà tutto su un altro giornalista Corradino Mineo, direttore di Rainews, capolista al Senato, mentre alla Camera capolista saranno lo stesso Bersani e Flavia Nardelli, segretaria generale dell'Istituto Sturzo. Capolista in Campania sarà l'ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani; in lista anche Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino. Piero Grasso, ex coordinatore nazionale antimagia sarà capolista nel Lazio dove correrà anche Beppe Fioroni. Paola Concia è candidata al Senato in Abruzzo, Laura Puppato guiderà invece la lista in Veneto. 

Impresentabili in lista - Intanto Pierluigi Bersani non si preoccupa delle polemiche sugli "impresentabili" del Pd. I condannati e gli indagati se li porta in lista e anche in posti alti. Francantonio Genovese, indagato per abuso d'ufficio e al centro di una polemica per una rete familiare piazzata negli enti di formazione regionale, è terzo nella lista Sicilia2. Qualche chilometro più a sud, ad Enna c'è la candidatura, al 7° posto in lista, di Vladimiro Crisafulli che è sotto inchiesta per abuso d'ufficio. Se si va verso nord le cose non cambiano. All'Aquila tra i candidati spunta Giovanni Lolli, rinviato a giudizio per favoreggiamento, prescritto. A Potenza invece c'è Antonio Luongo, rinviato a giudizio per corruzione. Per lui terzo posto in lista.


Centrodestra 

Il Pdl, invece, è ancora indietro per la definizione delle liste elettorali. Silvio Berlusconi potrebbe correre da capolista al Senato in quelle regioni chiave per riprendersi palazzo Madama come Lombardia, Piemonte e Sicilia, ma ancora non avrebbe sciolto la riserva. In tanti, infatti, gli suggeriscono che sarebbe meglio per lui fare da traino alla Camera, visto che il Porcellum al Senato lo "costringe" a schierarsi solo in tre Regioni, mentre a Montecitorio sarebbe libero di candidarsi in tutte le circoscrizioni. Ma anche la Campania resta strategica per tentare la rimonta. Pare infatti che Berlusconi sia tentato dall’idea di correre come capolista per palazzo Madama proprio in Campania dove sarebbero candidati, secondo l'Huffington Post, anche Nicola Cosentino, Nitto Palma, Marco Milanese, Luigi Cesaro, Renato Brunetta, Mara Carfagna e sembra anche Denis Verdini. In Puglia capolista sarebbe Raffaele Fitto, mentre Mariastella Gelmini sarà candidata in Lombardia alla Camera (al Senato  ci saranno Roberto Formigoni e Michela Vittoria Brambilla). Anna Maria Bernini sarà candidata alla Camera in Emilia, secondo Corriere.it, Giancarlo Galan in Veneto e Altero Matteoli in Toscana. Mentre Daniela Santanchè sarebbe capolista in Piemonte.


Centro
 
Non sono ancora definite le liste in campo montiano. A parte i colleghi sostenitori Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, di sicuro con il Professore correrà alla Camera o al Senato il direttore del Tempo Mario Sechi, cresciuto tra Giornale, Panorama e Libero, di cui è stato vicedirettore tra agosto 2009 e febbraio 2010. L'annuncio lo ha dato lo stesso Monti, intervistato da Alessandro Banfi a Checkpoint, su Tgcom24. Con Mario Monti si candidano anche Luigi Marino, presidente di Confcooperative, Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai, il presidente di Brembo ed ex vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei e Valentina Vezzali, la fiorettista pluricampionessa olimpica.

Signore, per arrivare alla parità ci vorranno altri quarant’anni

Corriere della sera
di Rita Querzè e Franca Porciani


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Sono passati vent’anni. Sembra un giorno. Dai primi anni Novanta a oggi per le donne, sul lavoro, è cambiato ben poco. E non è motivo d’orgoglio. Non è quello che si aspettava chi cominciava a lavorare in quei tempi, quando pareva che la parità vera fosse dietro l’angolo, anche in ufficio. Speranza mal riposta.

Il lavoro coniugato al femminile è stato più oggetto di dibattiti che terreno di cambiamenti profondi.
Chi non ne fosse convinto non ha che da scorrere i dati che pubblichiamo in queste pagine, frutto di un approfondimento curato da Isfol su dati Istat in esclusiva per Sette. All’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori di Roma abbiamo chiesto di verificare quale era la quota di donne nelle principali professioni vent’anni fa e di fare un paragone con la situazione attuale.





Il risultato è sorprendente. Le donne di oggi vivono una condizione lavorativa che non è molto diversa da quella delle colleghe dell’ultimo decennio del Novecento.

Sulle professioni tecniche si registra addirittura un arretramento delle posizioni rosa: dal 45,2 al 40,3 per cento. Certo, la definizione non deve trarre in inganno: di questa categoria fanno parte tutti i lavoratori con compiti esecutivi negli ambiti più diversi. Ma tant’è.Le donne aumentano nella categoria delle professioni non qualificate, nonostante in questi anni il loro tasso di scolarizzazione abbia fatto costanti progressi. Per fortuna qualche soddisfazione arriva dalla categoria delle professioni intellettuali e scientifiche ad alta specializzazione, che oggi si tingono di rosa nel 54,7 per cento dei casi (si partiva da quota 40,6 per cento).

I magistrati donna aumentano con il contagocce. Stessa cosa per le donne in politica. Imprenditrici, amministratrici e dirigenti erano il 14,4 per cento del totale e diventano il 21 per cento. Ben poca cosa. Di questo passo, per arrivare al fifty-fifty serviranno altri quarant’anni. Le docenti universitarie passano dal 26,9 al 36 per cento: com’è possibile, vista la presenza e i risultati delle donne nelle università? Si moltiplicano con molta calma le donne medico. Qualche soddisfazione viene invece da avvocati, notai, esperte di economia, gestione, commercio: la loro presenza raddoppia e arriva a sfiorare il 50 per cento.





La forte rappresentanza femminile in alcuni settori come quelli delle scienze sociali, della biologia o della farmacia è una buona notizia solo fino a un certo punto: si tratta di ambiti in cui le donne sono sempre state una presenza massiccia. In cui però oggi le opportunità di lavoro vanno restringendosi.
Scenario troppo pessimista? Lo abbiamo chiesto a Marco Centra, esperto di Lavoro e Pari opportunità dell’Isfol oltre che responsabile del servizio statistico. «Non direi proprio», risponde l’esperto.

«Le donne non hanno sfondato il soffitto di cristallo, ma continuano anche a essere “segregate” in alcuni settori. Non riescono a distribuirsi in modo da approfittare di tutte le opportunità offerte dal mercato».
Eppure in questi vent’anni nel mondo del lavoro italiano sono arrivate due milioni di donne in più (dai 7,3 milioni del ’93 ai 9,3 del 2011). «Il problema», precisa Centra, «è che queste signore sono finite negli stessi settori in cui erano entrate le loro mamme. Di fatto, consolidando le differenze. Inoltre l’aumento delle donne nelle professioni non qualificate lascia intuire uno straordinario spreco di competenze». Ma, a parità di qualifica, le donne guadagnano meno degli uomini, con un differenziale di genere (come si chiama adesso) del 9 per cento circa.

Il peso della famiglia. La prima intuizione di fronte a questi dati, ancora sconfortanti, è che la maternità c’entri, e non poco in questa situazione, anche se il nostro tasso di natalità è basso. «In effetti in tutti i Paesi europei, al di fuori della Finlandia, le mamme lavorano meno delle donne senza figli»; sottolinea Paola Profeta, docente di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano e autrice, con Alessandra Casarico, di Donne in attesa (Egea editore), «ma c’è un paradosso che è tutto italiano: l’abbandono del lavoro dopo la nascita del bambino è una scelta/obbligo che arriva al 27 per cento delle occupate e che si rivela spesso definitiva, a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei. Tasso di abbandono, poi, decisamente più alto per le donne che hanno soltanto la licenza media e per quelle che vivono al Sud».

Al di fuori di una fetta di privilegiate, il confinamento fra le pareti domestiche (ancora oggi il 50 per cento delle famiglie italiane è monoreddito) è una realtà. Dovuta alla mancanza di servizi per l’infanzia e di flessibilità (come part-time, telelavoro, congedi parentali), ma frutto soprattutto di un pregiudizio culturale durissimo a morire, motore primo di questo vuoto: l’idea che la conciliazione” fra identità sociale, personale e affettiva (figli compresi) sia una questione squisitamente, ed esclusivamente, femminile. Idea che trasforma la questione in un macigno: ecco, allora, che la cura della famiglia impegna la donna per sei ore al giorno, mentre l’uomo si limita a un’ora, quando va bene.
D’altro canto, non parla da sé l’inattività femminile delle province di Napoli e Crotone che arriva al 72,4 per cento?
Le scelte politiche. La questione è complessa, senz’altro condizionata anche da scelte politiche. Illuminanti, a questo proposito, le ricerche condotte sull’allocazione delle risorse nei Comuni e il “genere” dei politici che li governano (sindaci, consiglieri comunali). Dove predomina il sesso maschile, si opta per la giustizia, la pianificazione del territorio; dove domina il “rosa”, si previlegia la spesa per la scuola dell’infanzia e la primaria, le biblioteche, lo sport, l’assistenza agli anziani. Guarda caso, quello che solleva un po’ le donne dal famoso macigno.





L’opinione di alcune donne che “ce l’hanno fatta” e di uno studioso del mondo femminile

«Questi dati? Somigliano a quelli dei Paesi del Nord Africa»
Come percepiscono questo mondo del lavoro ancora così poco femminile donne che svolgono professioni significative? Ecco le loro risposte. In aggiunta, l’opinione di un sociologo (una voce maschile ci voleva).
Barbara Hoepli -Editrice - «Assistiamo oggi a una ascesa della presenza femminile ai vertici delle case editrici. Ma il quadro generale non è dei più rosei: le donne fanno fatica ad affermarsi, soprattutto in certe professioni. Colpisce che nell’ambito dell’informatica in Italia gli uomini siano ancora oggi protagonisti quasi assoluti. A differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove una donna di soli 37 anni, Marissa Mayer, è stata nominata amministratore delegato di Yahoo, per di più quando era in attesa di un figlio. Ma non tutto è nero: in ambito giuridico c’è un aumento significativo delle donne, il 22 per cento».
Franca Melfi -Chirurga toracica- «Di questi dati mi ha colpito soprattutto quello che riguarda i medici: nell’arco di vent’anni mi aspettavo un incremento delle donne più importante di quel 10 per cento che è stato registrato dall’Isfol (evidentemente la percezione soggettiva non corrisponde al dato statistico). La chirurgia è un ambito della medicina storicamente maschile, al limite dell’arroganza; per la donna terreno tuttora da pionieri. Il rischio è quello di trovarsi relegata all’endoscopia. Solo in cardiochirurgia pediatrica la donna ha trovato più spazio».
Alina Marazzi -Regista cinematografica - «Faccio parte della generazione che si è affacciata sulla scena sociale quando il movimento femminista si era già spento, ma l’esperienza di quegli anni mi ha sempre interessata anche perché ritengo che ci sia un filo conduttore da riallacciare fra quell’epoca, ricca di conquiste sociali importantissime, e la realtà odierna, contraddittoria e frustrante per le donne (sul tema la regista qualche anno fa ha realizzato un film, Vogliamo anche le rose, ndr). Nel mondo del cinema la presenza delle donne è più importante che in altri campi: sono molte le donne registe e sceneggiatrici».
Anna Soru -Presidente Acta, associazione consulenti del terziario avanzato- «I cambiamenti, soprattutto quelli culturali, sono lenti. Anche perché il nostro è un Paese gerontocratico: di conseguenza, il ricambio generazionale è lento e questa inerzia rallenta i cambiamenti. Forse il rammarico maggiore è legato alla scarsa propensione delle donne ad abbracciare professioni diverse da quelle svolte in passato. Gli ambiti dove abbiamo raggiunto la parità sono quelli che offrono meno opportunità di lavoro».
Alessandra Perrazzelli -Presidente di valore D- «I dati sul lavoro delle donne in Italia sono comparabili con quelli dei Paesi del Nord Africa. E attenzione: pensare solo alla realtà di alcune città del Nord, in particolare Milano, è fuorviante. C’è ancora un enorme lavoro da fare. Ora è fondamentale che l’obiettivo sia condiviso anche dagli uomini. Il benessere dell’Italia dipende anche dal coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro».
Enrico Finzi -Sociologo, presidente AstraRicerche- «Dietro la crescita del lavoro impiegatizio al femminile si nascondono molti contratti poco qualificati. Il nostro Paese fa progressi, ma troppo lenti. E le quote rischiano di essere un’arma a doppio taglio. Alla lunga potrebbero far passare il seguente messaggio: le donne vanno avanti anche quando non lo meritano»

Questo articolo è stato pubblicato su Sette del 4 gennaio 2013

Il navigatore che trova la strada panoramica

Corriere della sera

Ecco la app della Michelin, non un vero e proprio Gps ma utile per calcolare prezzi e distanze. Gratis per Apple e Android
MILANO- Il più veloce o il più breve alle volte non bastano: quando serve trovare il percorso panoramico o il più economico, il classico navigatore da auto non basta più. Ai possessori di smartphone o tablet Apple o Android viene in aiuto l’app gratuita ViaMichelin Mobile disponibile nei rispettivi store. A differenza degli altri navigatori GPS non «naviga», cioè non segnala le svolte man mano che ci si avvicina però consente una pianificazione avanzata del percorso.

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TANTE OPZIONI PER VIAGGIARE-Come sul sito viamichelin.it, è possibile scegliere la strada migliore in base alle proprie esigenze, impostando diversi parametri: privilegiando le autostrade o viceversa evitando i pedaggi e i bollini obbligatori in alcuni paesi europei, escludendo dal percorso i collegamenti marittimi o ancora precisando che si viaggia con la roulotte al seguito. Dopo di che, si possono impostare una serie di dati (tipo di vettura, carburante utilizzato, moneta) che calcolano il costo complessivo del viaggio, comprendendo anche eventuali pedaggi. E, fra le opzioni generali, si può chiedere alla app il percorso consigliato da Michelin, oppure il più rapido, il più corto, il più economico o quello panoramico che conduce sulle strade più belle fra la partenza e la destinazione.

PREZZI DI BENZINA, DIESEL E GPL- Naturalmente, la pianificazione può essere richiesta sia che si viaggi in auto sia in moto ma anche a piedi o in bicicletta. Ad esempio, da Milano a Riva del Garda a bordo di una vettura familiare a GPL (station wagon o monovolume) attraverso il percorso consigliato dalla app, si impiegheranno 2 ore e 48 minuti per percorrere i 175,5 chilometri che separano le due località (di cui 99 km su autostrade, precisa ViaMichelin) e il costo sarà di 22.60 euro (di cui 7 di pedaggi). Lo stesso tragitto in moto, invece, seguendo percorsi panoramici, richiederà 3 ore e 38 minuti dei quali solo 11 in autostrada; in questo caso, sebbene aumenti il tempo di percorrenza, diminuiranno i chilometri complessivi (165) ed anche il costo (21,02 euro). E, naturalmente, il tracciato panoramico disegnato dalla app non si accontenterà di collegare il punto «A» al punto «B» ma darà al motociclista l’opportunità di godersi il viaggio ad ogni chilometro percorso.

Stefano Marzola
8 gennaio 2013 (modifica il 9 gennaio 2013)

Santoro alle Maldive Bungalow da 1500 euro prima dello scontro col Cav

Libero

Il conduttore di Servizio pubblico in vacanza nel resort extralusso sull'atollo di Cocoa island. Costo del soggiorno: 9mila euro, volo escluso


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Prima della battaglia finale, il riposo del guerriero. Muhammad Ali e George Foreman, in vista dell’incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi del 1974, si temprarono per tre mesi sotto i cieli sconfinati dello Zaire. Silvio Berlusconi ha scelto il Kenya come balsamo pre elettorale.  Michele Santoro ha preferito le sabbie calde e i mari trasparenti delle Maldive: sette giorni di relax per prepararsi al match più atteso della sua carriera, quello contro il nemico di sempre, il Cavaliere. Silvio, infatti, dovrebbe comparire domani sera sul ring di Servizio Pubblico, pronto ad affrontare gli assalti di San Michele Martire: sarebbe il primo scontro frontale dopo oltre un decennio di guerra fredda. E così, per rinfrancar lo spirito tra un fendente e l’altro, Santoro si è goduto una settimana di meritato riposo sull’atollo di Cocoa Island, a una quarantina di minuti da Malé. La gitarella alle Maldive con pernottamento in un suggestivo bungalow accucciato in riva al mare sarebbe costata circa novemila euro: 1500 a notte  più vari extra per tutta la famiglia (moglie e figlia).

Caravaggio, il San Giovannino riscoperto. Zeri l'aveva identificato nel 1951

Il Messaggero
di Fabio Isman

Assegnato al Merisi un dipinto con forti analogie con quello della Galleria Corsini e con l'Incoronazione di spine di Vienna


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ROMA - Assegnato a Caravaggio, poco visto in Italia (e mai da 60 anni), con una singolare storia alle spalle: riemerge da tempi abbastanza remoti un San Giovannino di Caravaggio che offre da mangiare a una pecorella, e, diciamolo subito, non può essere una copia. È largo 112 cm e alto 78; la postura del Battista ricorda i dettagli di due dipinti: il soggetto analogo della Galleria Corsini a Roma, e l’Incoronazione di spine di Vienna; magari, pure il San Gerolamo che scrive di Malta. Gli esami scientifici mostrano che le peculiarità corrispondono a quelle tipiche di Merisi. Ha già convinto tanti esperti del pittore: da Claudio Strinati a Maurizio Calvesi, Carlo Giantomassi (grande restauratore), fino a Rossella Vodret, che l’ha vincolato come opera autografa a maggio, e voluto per una mostra da poco conclusa nel Sud America. Il «Caravaggio ritrovato» ha persuaso pure Clovis Witfield, Sergio Guarino (nel 2011, ha rinvenuto documenti rivelatori) e Sebastian Schütze, tre altri noti esperti.

IL BLOCCO

La sua storia è quanto mai curiosa. La racconta Fabrizio Russo, negozio in via Alibert, a Roma: «Anche mio nonno Franco era un antiquario. Nel 1951, presenta il dipinto all’Ufficio esportazioni: voleva venderlo a un’asta a New York, come Caravaggesco». Ma a Christie’s il San Giovannino non arriva: bloccato dalla commissione; lo Stato esercita il diritto di prelazione. Lo decidono tre esperti: Giorgio Castelfranco, storico dell’arte, collaboratore di Rodolfo Siviero nel recupero delle opere portate via dai nazisti e già direttore di Palazzo Pitti; Corrado Maltese, allievo di Pietro Toesca e docente universitario, autore di una Storia dell’Arte in Italia 1785-1943 edita da Einaudi e pochi anni prima, segretario di Ranuccio Bianchi Bandinelli, un grande direttore generale delle Belle Arti; e Federico Zeri, allora trentenne.

Cinque mesi prima, si era aperta a Milano, curata da Roberto Longhi, la famosa mostra caravaggesca. Affermano i tre: «Opera di alto pregio da attribuirsi a Michelangelo da Caravaggio, nella sua piena maturità», «è una strettissima congiuntura caravaggesca, fra i più importanti acquisti delle Gallerie nazionali nell’ultimo decennio». Lo Stato paga il basso valore dichiarato del dipinto (30 mila lire), e, fino al 1958, lo espone a Palazzo Barberini, non ancora restaurato, acquisito nel 1949 per diventare Galleria d’Arte antica.

Ne nasce una «querelle» giudiziaria: Franco Russo contesta la prelazione. «Rivendica la sua buona fede: non avrebbe mai pensato di esportare la tela, se l’avesse ritenuta di Caravaggio», spiega Maurizio Lupoi, figlio del legale che ne curò gli interessi; «ma ci vollero tre gradi di giudizio». Nel 1958, il quadro torna a Franco Russo. Il quale se ne va improvvisamente due anni dopo: «Nonno non ha potuto nemmeno raccontarci qualcosa di quel dipinto», dice Fabrizio. Il negozio di via del Babuino è venduto, la tela resta in casa. La genealogia continua: prima, due fratelli di Franco, Ettore e Antonio, aprono gallerie nel centro di Roma; poi, il figlio una a via Capo le Case: «Ma aveva tre lauree, e si occupava semmai di centrali nucleari». Finché pubblicizza il dipinto, ormai non più della famiglia, come della Cerchia di Caravaggio: nella mostra per i «Cent’anni di una tradizione», iniziata dal suocero, Pasquale Addeo.

LE INDAGINI
  «E’ il 1998; e dopo quella celebrazione, cominciamo gli accertamenti». Nel 2010, Bruno Arciprete lo pulisce a Napoli. Sergio Guarino ritrova una tela di dimensioni e soggetto analoghi nella raccolta del cardinale Pio: ceduta nel 1777, come Caravaggio, a Gavin Hamilton, un mercante famoso; e ce n’è menzione tra i beni d’un altro cardinale, Giacomo Filippo Nini, nel 1681: «S. Gio. Battista, tela grande, che colla destra porge l’herba all’agnello vestito di pelliccia e manto rosso mano del Caravaggio». Lo esamina l’ingegner Claudio Falcucci, della Sapienza, che dice: «Ho indagato circa 30 opere di Merisi; ho studiato tre volte questo quadro, l’ultima nel 2011. Non c’è un disegno, ed è abbastanza solito in Caravaggio; ci sono invece quelle incisioni nella tela abituali per lui. Vari pentimenti e correzioni: non è una copia. Tipici i profili a risparmio: zone non dipinte in cui sfrutta la preparazione della tela. Tante le compatibilità e analogie: per come è dipinta, una gamba è analoga al quadro Corsini: anche certe incisioni li accomunano».

A concludere è Claudio Strinati: «Tra i molti che negli ultimi anni sono stati avvicinati alla mano di Caravaggio, questo è di gran lunga il più interessante e importante»; «nuova e sorprendente l’iconografia»; «un conoscitore come Zeri non avrebbe caldeggiato l’acquisto»; «il restauro ha messo in evidenza una qualità della stesura coerente con quanto ora sappiamo del metodo di lavoro di Caravaggio»; gli ricorda anche il Narciso di Palazzo Barberini (che, secondo alcuni, è però di Giovanni Antonio Galli, «lo Spadarino»: ma veste come il giovane nella Buona Ventura dei Capitolini, e come la Maddalena penitente Doria Pamphili). Per lui, il dipinto è «dell’estrema fase del pittore». E’ un nuovo mistero, un nuovo (ma antico) e prezioso ritrovamento.


Mercoledì 09 Gennaio 2013 - 12:57

L'Ue vuole le tasse di Amazon

La Stampa

La presidenza irlandese immagina un intervento correttivo per far pagare più imposte ai colossi del commercio online. "E' una questione che va affrontata, per ragioni economiche ed etiche", dicono a Dublino, per sei mesi capitale dell'Europa


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“E’ un problema che va affrontato”, assicura Joe Costello, ministro irlandese del Commercio e, per i prossimi sei mesi, presidente di turno dell’Unione europea. Ce l’ha con le imprese del commercio online che pagano meno tasse di quello che dovrebbero, le varie Amazon che hanno vendono libri in un paese e versano le imposte (pochissime) in Lussemburgo, nelle isole della Manica o nella stessa Irlanda.

E’ una questione che fa infuriare i concorrenti come gli Erari di mezza Europa. “E’ legale – ammette Costello – ma minon pare tanto etico”. Sistema semplice. La società che commercia via Internet libri e dischi ha la sede operativa in un semi paradiso fiscale e i depositi nei diversi mercati dove è presente. Voi comprate un libro in Italia e loro ve lo mandano dal nostro paese. In realtà. La transazione vien però effettuata con una società di diritto lussemburghese, o altro, che dunque pagherà poco pegno alò Granducato e quasi nulla al ministero delle Finanze. 

Il parlamento europeo ha sollevato la questione. Anche i liberisti inglesi lo hanno fatto. Del resto non solo è una pratica che rappresenta un minor gettito, ma è una concorrenza potenzialmente sleale nei confronti dei dettaglianti. Che chiudono “Se non interveniamo, saranno i cittadini a costringerci a farlo”, insiste Costello. Che poi vive in Irlanda, dove una tassa secca del 12,5 per cento sulle imprese, parecchio contestata nel resto dell’Ue.

Il ministro ha spiegato a La Stampa che bisognerebbe anzitutto confrontarsi con i diretti interessanti. Vedere quali sono le vie di uscita che proteggano i consumatori, il getitto e la libera impresa. In Irlanda hanno un problema serio con Google. “Loro ci dicono che creano occupazione e che pagano le tasse; non pensiamo non sia abbastanza”. Il colosso americano, precisa, versa appena i 2 per cento al fisco. Poco davvero. Soprattutto in tempi di cresi e mentre si chiedono sacrifici ai contribuenti. 

Detto che la questione non è stata ancora definita dal governo di Dublino, Costello ritiene che possa essere il caso di alzare il livello del dibattito a Bruxelles. “E’ una questione che riguarda tutti”, argomenta. Come dire che l’Europa ha fatto la legge che ha permesso di trovare il buco. Adesso sarà meglio che disegni una via per chiudere la falla. Basta chiedere al Consiglio di incaricare la Commissione di studiare il caso e proporre un rimedio. Il parlamento non attende altro. “E’ anche una questione etica”, ripete Costello. Davvero. Però servono i fatti. 

Annunci lavoro, regina Elisabetta cerca lavapiatti. Paga: 1.400 euro al mese

Il Messaggero


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LONDRA - Deve essere affidabile, attento ed essere pronto a viaggiare per almeno tre mesi l'anno. L'esigente famiglia reale britannica cerca queste caratteristiche per il suo nuovo lavapiatti, che guadagnerà la cifra, non certo esorbitante, di 14 mila sterline l'anno (circa 17 mila euro). L'annuncio di lavoro è stato pubblicato sul sito della casa reale e ha già attirato l'attenzione della stampa e dei curiosi. Il lavapiatti dei reali sarà di base a Buckingham Palace ma dovrà essere sempre pronto a trasferirsi in qualche altra residenza dei Windsor.Gli sarà offerto vitto e alloggio e dovrà contribuire, questo è il suo compito, a tenere pulita la mensa in cui mangia il numeroso staff della Regina.

Fra i requisiti del candidato, anche la capacità di lavorare in team e una certa esperienza in questo tipo di ruolo. Non è l'unico annuncio di lavoro sul sito reale: si cercano anche un geometra e un capo guardiano. Gli stipendi di palazzo, come è rinomato, non sono però alti: difficile superare le 300 sterline a settimana.


Mercoledì 09 Gennaio 2013 - 13:15
Ultimo aggiornamento: 13:17

Il Tiziano ritrovato Quando un restauro è davvero salvifico

Vittorio Sgarbi - Mer, 09/01/2013 - 09:34

Un dipinto problematico smette di esserlo grazie a uno studio attento e illuminante. Ed è una festa

Ritorna Tiziano, con un dipinto problematico, visto e studiato dai nostri maggiori, come punto di equilibrio fra Tiziano e Lorenzo Lotto. Forse questa non risolta incertezza lo ha tenuto tra le opere difficili in cerca d'autore.


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Il magnetico ritratto è stato reso noto come opera di Tiziano da Mayer (1926) che vi leggeva la data 1538. Poco dopo Venturi (1933) - osservando che la cifra poteva essere letta 1538 come pure 1533 - la inseriva «in quella speciale famiglia di ritratti di Tiziano… accomunati dall'assoluta immobilità della posa».

Di diverso parere Berenson (1955) che, confermando la datazione al 1538 la riferiva invece a Lorenzo Lotto, sia sulla base di una nuova lettura della firma («io leggo chiaramente uno zo, la cui z è identica a quella del Lotto sulla pala di Ancona del 1550, e poi un ANTUS, trasformato in ANUS, in ZO è quanto rimane del prenome dopo il tentativo di cambiare la firma originale LORENZO LOTUS in quella di TITIANUS») sia per motivi di stile («Il personaggio è così lottesco, che bisognerebbe avanzare l'ipotesi - insostenibile - di un momento lottesco di Tiziano: più plausibile è che il Lotto abbia cercato, in questo ritratto, di avvicinarsi quanto poteva, alla tecnica del massimo pittore veneziano»).

Il Ritratto di gentiluomo, dopo il restauro, non lascia dubbi sull'autografia di Tiziano, con la riapparizione della firma e della data, 1533, accertata. È ancor più notevole che ritorni in Italia un dipinto la cui storia era nota solo in America dopo una esportazione in epoca imprecisata, e con l'approdo a una destinazione prestigiosa, in un grande museo. Tiziano coglie con straordinaria efficacia i caratteri fisiognomici e l'acutezza psicologica del personaggio che potrebbe essere in ragione dei libri un umanista, un giureconsulto.

L'espressione intensa e pensosa e la posa solenne e autorevole. Richiamano la rettitudine dello spirito e la decisione nell'azione. La vibrazione luministica della materia, annuncia quella coinvolgente libertà di tocco che il maestro praticherà nelle opere del decennio successivo, di travolgente naturalezza (Ritratto di Pietro Aretino, 1545, Firenze, Pitti). Esempio straordinario ne è il tappeto, con una stesura quasi astratta, per definirne il «disegno Lotto» ricomponibile a distanza.

Dal 21 dicembre 1955 il Ritratto di Gentiluomo ha trovato casa nel Cleveland Museum of Arts a Cleveland, ed è singolare e istruttivo che sia ritornato in Italia per essere visto dopo più di 50 anni a Baldissero d'Alba, a partire proprio dal 21 dicembre di quest'anno. Nel dubbio, il Museo di Cleveland ha ritenuto di esporre il dipinto senza procedere al restauro, che ci consente ora di vederlo con occhi nuovi respingendo la suggestiva ma ingiustificata deviazione del Berenson verso il Lotto, da cui lo separa l'esecuzione libera e impaziente. Dallo sguardo penetrante, indomito, alla veste eseguita con pittura veloce, al taglio dell'architettura così nitida, ai tocchi di colore in libertà sul tappetto, il «Ritratto di gentiluomo» mostra il carattere e l'energia della pittura di Tiziano. Ed è una festa riconoscerlo e vederlo in Italia.

L'esposizione

Curiosa sorte, quella del Fondo Peterzano. Se n'è discusso per mesi, dopo l'annuncio dei due ebook che attribuivano ben cento disegni delle raccolte del Castello Sforzesco al giovane Caravaggio. Ora che quei fogli sono visibili in una mostra nella Sala del Tesoro del Castello nessuno ne parla. Peccato, perché a osservarli da vicino non solo cade ogni possibile fantasia che riconduca al Merisi, ma anche l'idea che una parte significativa di quei disegni sia riferibile alla bottega del suo maestro, il bergamasco Peterzano.

Di sua mano, a essere generosi, ce ne sono 12, che su 1200 pezzi fa un centesimo. Si conta inoltre una ventina di altri esemplari definiti dai curatori «strettamente legati allo stile e alla tecnica disegnativa del Peterzano, ma che denotano una qualità grafica inferiore». Sulla qualità conveniamo. Sulla tecnica, al più ci si può spingere a dire che vengono da una bottega lombarda di tardo Cinquecento. Di contro, la maggior parte dei disegni esposti di un qualche valore è sì lombarda, ma del Seicento. Parlare di un Fondo Peterzano, alla luce di quanto visto, non ha più molto senso. Andrea Dusio

Una camera in affitto è meglio della privacy

La Stampa

Sempre più italiani condividono il loro appartamento
pierangelo sapegno


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Ma che cos’è la privacy? Potrebbe essere un ricordo del benessere, come dice Matteo, che ci ride sopra. Qualcosa che possiamo perdere, dividere a metà, o chissà che cosa. La verità è che dobbiamo ancora capire come sarà la vita che ci aspetta.
Chiara Rivella racconta un pezzo della sua, e noi non riusciamo a vederla. Ha 36 anni, è single, vive a Milano da sette, ha comprato casa in zona parco Sempione, via Bramante, un bilocale abbastanza ampio. Tipo manager, comunicazione interna, computer e iPod. Mutuo, 450 euro al mese. Da due anni affitta la sua camera da letto, cinque giorni alla settimana, niente week end. Quaranta euro a notte. Diciamo che si paga le spese e le resta qualcosa. Ma non è questo quello che conta, è che è come in una canzone, «e questa casa non è un albergo», e una casa è sempre una famiglia, e lei racconta che molti dei suoi ospiti sono diventati amici e che ci esce fuori a cena, perché alla fine la vita è strana e siamo un mondo da scoprire.

Eppure funziona così: «Ho messo la casa in un sito, Air Bnb, e loro prendono i dati, mail e telefono, rispondono alle domande, se c’è l’ascensore e l’aria condizionata e quelle cose lì, e poi se decidono di venire pagano direttamente a loro». Sembra tutto così asettico. Chiara lavora, ogni mattina esce presto e corre via, come si fa a Milano. Non vede nemmeno in faccia la persona che viene. Lascia le chiavi nel negozio sotto casa. E quando torna alla sera, poi lo trova lì, nella sua camera da letto. Sono come i rapporti che passano dal computer: così veloci, così virtuali. E lei si fida sempre? «È come la fede. O si crede o non si crede. Però, quando esco, lascio in casa tutto e non è mai successo niente».
In due anni, ha conosciuto un mucchio di brave persone, molti sono stranieri, quasi tutti professionisti, qualche turista, e ogni tanto si finisce per parlare insieme, «e andiamo fuori a cena: me l’hanno sempre offerta».

Ma lei ha cominciato anche perché voleva conoscere della gente nuova. Un suo amico, invece, che ha una bella casa in via Meda, affitta la sua camera solo quando c’è il Salone del Mobile e gli alberghi sono tutti pieni. Perché lo faccia, in fondo non lo sa. A Paola Mura l’idea è venuta pensando a sua madre che aveva uno splendido appartamento liberty in via Le Chiuse, Torino. Paola è andata in affitto a San Salvario, 140 metri quadri, 900 euro al mese. Ha chiesto il permesso alla padrona di costruire un bagno in più e se poteva fare bed & breakfast. «Ho due stanze oltre alla mia, una doppia e una singola. Chiedo dai 30 ai 60 euro al giorno».

La privacy? «È una cosa un po’ complessa. Quando hai tanti ospiti, rinunci a qualcosa e guadagni in qualcos’altro. Guadagni in relazioni». Qualche brutta storia l’ha avuta: «Una volta in due non mi hanno pagato la camera, scappando dopo quattro giorni, svuotando il frigo e portando via delle cose». E un’altra volta, un signore ha cercato di aggredirla: «Mi sono messa a gridare così forte che è fuggito via di corsa con la sua valigia». Eppure, adesso che ha dovuto smettere perché il lavoro l’ha portata via a Milano e a Roma, sono più le cose che le mancano, molte delle persone che ha conosciuto, registi, attori, tanti poliziotti e carabinieri, e tutta gente qualunque che aveva un mondo da raccontare, e un medico che faceva l’ipnosi e che oggi incontra ancora, quando scende nella Capitale.
Pure un suo amico musicista,

Diego, ha cominciato da quest’estate ad affittare una camera: «In media, 15 giorni al mese, e molti ritornano perché si trovano bene ed è nato pure qualcosa. Riesco a sostenere le spese, sarebbe tutto ok. L’unica cosa sono le tasse, minimo 23 per cento e poi a salire a seconda del reddito, e il fatto che per tre mesi sei obbligato a chiudere come vuole la legge». Ma è l’Italia che è fatta così: se ti metti in regola, ti distruggono. In compenso, nel nostro futuro non finiremo più di correre intorno al mondo, anche senza conoscerci, come Matteo, che vive a Firenze, e affitta una camera, proprio di fronte

all’ingresso, cominciando a farlo per pagarsi l’Imu, e per questo rigorosamente in nero: «Era il mio studio. Io ho portato tutto in fondo al corridoio, in un’altra stanza, il computer, la libreria, la stampante. Lì ci ho lasciato un divano letto. Però, l’ospite entra, si chiude dentro, e noi se vogliamo non ci vediamo neanche». Novanta euro al giorno. Matteo dice che poteva permettersi di scegliere pure i clienti: «Nessun giovane». Poi una volta ha conosciuto una signora che veniva da lui e s’è fermato a parlarci e non ha più smesso, perché è fatto proprio così questo mondo che ci gira intorno e non finisce mai. Ha sempre una sorpresa da scartare.