martedì 8 gennaio 2013

Wikipedia, per cinque anni online una guerra mai avvenuta

Chiara Sarra - Mar, 08/01/2013 - 14:03

Un utente ha scoperto che il conflitto di Bicholim è stato inventato di sana pianta. Era tra le voci dell'enciclopedia online per ben cinque anni

Anche Wikipedia, l'enciclopedia online che ha mandato in soffitta i vecchi e polverosi volumi che riempivano scaffali e scaffali della libreria, ha i suoi difetti.


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Il tallone d'Achille del portale è sempre stato la veridicità delle informazioni, scritte da contributori di tutto il mondo. Gli stessi che controllano, però, dati e notizie stilati dagli altri, garantendo una pronta e puntuale correzioni di eventuali sviste o bufale. Non sempre questo meccanismo si mette in moto tempestivamente, soprattutto per le voci meno note. Ed è così che una guerra mai combattuta è rimasta online per ben cinque anni.

Si tratta di un presunto conflitto combattuto nella città indiana di Bicholim tra il 1640 e il 1641 tra il Portogallo coloniale e l’impero indiano del Maratha. La guerra era stata inserita su Wikipedia a luglio 2007 ed era descritta nei minimi particolari. Almeno fino a che un navigatore ha scoperto che era inventata di sana pianta così come le fonti citate a sostegno. "Dopo una attenta valutazione e alcune ricerche, sono giunto alla conclusione che questa voce è una frottola, una intelligente ed elaborata balla" ha scritto l’utente ShelfSkewed .

Cartelle esattoriali scadute Il giudice condanna Equitalia

Libero

Storica sentenza del tribunale civile di Salerno: l'agenzia di riscossione non può chiedere soldi oltre i termini fissati per legge. E se insiste, deve pagare i danni

di Claudio Antonelli



CatturaC’è un giudice a Salerno come in Francia. Oltralpe le toghe hanno sentenziato contro le norme del governo Hollande e imposto una revisione dell’aliquota al 75% sopra il milione di euro. La stessa che ha fatto fuggire Gerard Depardieu tra le braccia dello zar Putin. Più semplicemente in Campania, ma la bomba non è da meno, il tribunale ha messo Equitalia sullo stesso piano di un creditore qualunque. Ricordando, non solo  che deve rispettare il codice del contribuente (che sembra invece nato per essere calpestato dai governi), ma anche il codice civile. Col quale si scherza meno. Risultato? Storico, perché anche allo Stato spetta essere in buona fede. Se Equitalia insiste a esigere pagamenti di cartelle dopo la scadenza significa che sta aggredendo il contribuente senza averne più alcun titolo.

Per conoscere i tempi andare a vedersi il Dl  17 giugno 2005, n. 106 -  (Disposizioni urgenti in materia di entrate) che introduce i termini, fissati a pena di decadenza, entro i quali il concessionario deve  notificare  al contribuente la cartella di pagamento.  Dopo addio, niente, nulla è dovuto. Non solo. Si può anche chiedere i danni. Esattamente quello che è avvenuto a Salerno dove  i termini erano scaduti e il contribuente ha vinto 10 a zero. L’importanza della sentenza sta nel fatto che esce dalla penna di un giudice civile e non di uno tributario. Quest’ultimo si sarebbe forse generalmente limitato a disquisire sui contenuti del contendere. Qui invece il giudice ripristina quella parità tra Stato e cittadino che piace tanto ai liberisti e che da decenni è un miraggio in Italia.

«Pur essendo funzionale al raggiungimento di obiettivi di natura pubblicistica», si legge nella sentenza, «l’obbligazione tributaria ha natura comune a quella civilistica e dunque la legge deve regolamentare in maniera tassativa il rapporto obbligatorio d’imposta, sia rispetto ai  modi che ai tempi e all’entità del prelievo». Tant’è che nel 2005 la Corte Costituzionale nel pronunciamento 280 sulla base di tale equiparazione ha imposto a chi fa le leggi di fissare un termine entro il quale lo Stato e i suoi esattori possono esigere il credito. Mica si è debitori all’infinito.

Non basta. C’è un altro passaggio che solleverà molti cittadini. Appurato che il ritardo e la decadenza della richiesta non era imputabile al ricorrente, il giudice scrive che il concessionario, alias Equitalia, si trova in contropiede «per aver posto in essere una azione esecutiva senza titolo valido anche alla luce dello Statuto del Contribuente, che espressamente prevede che i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria siano improntati al principio della collaborazione e della buona fede».
Pertanto non c’è scritto da nessuna parte che il debitore deve agevolare il compito del creditore, ma solo non renderlo più disagevole.

Ergo, conclude il giudice, se il concessionario pone in atto comportamenti omissivi nelle notifiche chiunque può rivolgersi all’autorità giudiziaria per far valere i propri diritti.  Che di fatto è ciò che ha spinto l’avvocato Angelo Dente nel tutelare l’assistito.  «Mi sono posto la domanda», spiega a  Libero   l’avvocato, «se la Corte Costituzionale ha definito come illegittimo e in mala fede - perché contrario al principio di correttezza - il comportamento di un (normale) creditore quando non avendo titolo aggredisce il creditore perché tale principio non dovrebbe applicarsi anche a Equitalia?».   Illuminante è stato l’articolo 1175 del codice civile.  Laddove si dice che «il creditore  di  astenersi  dal pretendere un adempimento che sia o si scopra oneroso in rapporto alla situazione concreta verificatasi».

Senza entrare nei dettagli, conclude l’avvocato ho creduto molto nel fatto che «Equitalia non solo deve ritenersi equiparata a qualsiasi creditore, ma soprattutto che in virtù di tale status ad essa  si applica l’art 10 dello statuto del contribuente  (legge 27.7.2000 n 212) il quale espressamente prevede che i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria sono improntati alla buona fede».Il 2 gennaio, ultimo giorno utile, Equitalia ha fatto ricorso e ora si andrà avanti. Del danno e della riparazione, che in questo caso potrebbe valere migliaia di euro fino a 700mila, è quindi ancora presto parlare. Ci vorrà qualche anno. Ma intanto ha vinto il diritto e il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge.

Meme e il giradischi di mio padre

La Stampa

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Sembrava una piccola valigia da viaggio con gli angoli arrotondati e sul coperchio superiore aveva l’altoparlante smontabile. Negli anni Ottanta, quel giradischi era l’oggetto di culto di mio padre e un’alternativa alla noiosa programmazione di radio e televisione. La puntina percorreva i solchi sottili del vinile e la melodia pervadeva la piccola stanza compiendo un rituale quasi magico. 


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Anche se avevamo una collezione di album piuttosto ridotta: alcuni comprati nei negozi, altri prestati da amici o parenti. Mettevamo sempre la stessa musica, al punto che io e mia sorella abbiamo imparato a mente boleri e ballate che non avevano niente a che vedere con i gusti musicali della nostra generazione.

Ricordo inoltre che mio padre possedeva quattro dischi che si potevano mettere solo a volume molto basso e con le finestre chiuse. Si trattava di un long playing di Julio Iglesias (http://www.julioiglesias.com/), un altro con canzoni interpretate da Nelson Ned (http://es.wikipedia.org/wiki/Nelson_Ned), un terzo degli attori cubani Pototo e Filomeno (http://www.latremendacorte.info/pototo-filomeno.php) e infine quello di un quartetto noto come Los Memes (http://www.youtube.com/watch?v=YawUOPY-j6o).

Tanto il cantautore spagnolo come il brasiliano erano stati censurati dai mezzi di comunicazione nazionali, a quanto si diceva, per aver rilasciato dichiarazioni critiche sul conto del governo cubano. I due umoristi di casa nostra, invece, erano andati in esilio e tanto bastava per essere inclusi di diritto nella “lista nera”. Ma cos’avevano fatto quei quattro giovani che suonavano divinamente nell’altro “disco proibito”? In quel periodo non si potevano fare molte domande, perciò sono venuta a sapere il motivo soltanto dopo un lustro. È stato allora che mi sono resa conto che José Manuel Solís (Meme) era stato proibito per il semplice fatto di aver chiesto, nel 1969, di uscire da Cuba. Per 18 anni ha atteso che gli fosse concesso di emigrare, mentre i Torquemada culturali cercavano di cancellare le sue composizioni dalla nostra storia culturale. 

Sono dovuti passare oltre quarant’anni da quel silenzio imposto intorno alla figura di José Manuel Solís per poter organizzare un concerto omaggio al Teatro America dell’Avana, intitolato “Otro Amanecer (Un’altra alba, ndt)”. Sabato 5 e domenica 6 gennaio, abbiamo potuto ascoltare di nuovo le canzoni di Meme in un paese che non le avrebbe mai dovute censurare.

Lo spettacolo è stato una passerella di eccellenti interpreti: voci molto note accanto a giovani e talentuose promesse. Nonostante la modesta - per non dire inesistente - diffusione della notizia a mezzo stampa, la sala è stata sempre affollata durante i due giorni di presentazione. I momenti più emozionanti sono stati quando sullo schermo principale sono comparsi i volti di alcuni artisti esiliati. Maggie Carlés (http://www.youtube.com/watch?v=Mip-OkPhCvQ), Albita Rodríguez (http://www.youtube.com/watch?v=CfGEO2gRTlc), Annia Linares (http://www.youtube.com/watch?v=E_x6becSgbk), Xiomara Laugart (http://www.youtube.com/watch?v=GMf08VvMoQc) e Mirtha Medina (http://es.wikipedia.org/wiki/Mirtha_Medina) sono stati accolti con grandi ovazioni dal pubblico quando sono apparsi in quei video per pochi secondi.

Ma la stella folgorante è stata senza dubbio quel ragazzo di Mayajigua che è diventato un imprescindibile cantante, pianista e compositore cubano. Non è venuto a Cuba in occasione del concerto-omaggio, ha dichiarato che non tornerà fino a quando ci sarà questo governo, ma la sua presenza è stata una costante per le quasi due ore di durata del concerto. A tutto volume, senza chiudere le finestre, senza mettere il giradischi in tonalità bassa, senza spegnere la musica quando bussavano alla porta i vicini. Per la prima volta ho ascoltato la musica di Meme Solís senza nascondermi. Mancava soltanto lui per cantarla. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Altro che tagli, Palazzo Chigi riassume 50 dirigenti

Anna Maria Greco - Mar, 08/01/2013 - 07:54

Erano decaduti a novembre: il governo vantava risparmi per 14 milioni

Roma - A Palazzo Chigi già la chiamano spending rewind, storpiando il termine-chiave del governo Monti. Evocano il nastro che si riavvolge, per vedere sempre lo stesso film.


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Quello dei 50 dirigenti della presidenza del Consiglio, decaduti il primo novembre causa indispensabili tagli e i risparmi, che adesso già starebbero rientrando alla spicciolata e senza dare nell'occhio, con gli stessi incarichi e gli stessi stipendi di prima.

Costano ognuno alla pubblica amministrazione tra i 150 e i 250mila euro l'anno ed era stato annunciato con grande clamore un risparmio di circa 14 milioni di euro, grazie al decreto legge in vigore da metà agosto, che prevede l'utilizzazione di risorse interne per ridurre i costi. Invece pare che proprio a Palazzo Chigi la spending review che doveva tagliare gli incarichi ai dirigenti esterni si sia trasformata in una sospensione temporanea di appena due mesi.

Raccontano che alcuni dei 50 interessati non abbiano neppure restituito il tesserino d'accesso, né salutato amici e colleghi, sicuri di rientrare al più presto al loro posto. E, in effetti, i primi di loro dall'inizio di gennaio già sono di nuovo nell'ufficio appena lasciato. È bastata la lettera di richiesta del segretario generale, di un ministro o un sottosegretario per richiamarli indietro. Con tale celerità che alcuni ministeri, come quello del Lavoro, hanno risposto alla domanda con un certo imbarazzo, sottolineando di aver appena riassegnato un incarico all'interessato che dopo appena poche settimane già veniva di nuovo «comandato». Un tira e molla assurdo.

Nelle scorse settimane aveva destato sospetto la pubblicazione sulla rete interna della presidenza del Consiglio dei posti vacanti, con descrizione particolareggiata dei profili dei dirigenti richiesti, che apparivano così ad personam da scoraggiare le domande di altri. «Quasi una fotografia dei dirigenti decaduti - spiega Alfredo Macrì, presidente del sindacato indipendente della presidenza del Consiglio - sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, senza che nessuno degli interni potesse sperare di competere.

Il fatto è che se non si tagliano gli uffici risultano lo stesso posti vuoti, che in realtà sono assolutamente inutili, perché le stesse mansioni potrebbero tranquillamente essere assegnate a personale interno. Basta pensare che abbiamo un dirigente ogni 6 persone. Lavorano a Palazzo Chigi e nelle 20 sedi distaccate in 4.000, compresi 700 militari e abbiamo circa 450 dirigenti di prima e seconda fascia: solo 250 sono di ruolo e tutti gli altri esterni o comandati da altre amministrazioni».
 Macrì ha scritto il 19 dicembre a Mario Monti una lettera aperta per denunciare quello che stava succedendo e rivolgere una serie di imbarazzanti domande.

Nessuna risposta. E l'operazione, nel silenzio generale, è andata avanti. «Dopo soli due mesi - scriveva Macrì al premier - dalla cessazione degli incarichi, ha iniziato a conferire nuovamente incarichi, per giunta gli stessi e alle stesse persone e magari di staff (studio e ricerca)... Predicare bene e razzolare male non è, di questi tempi, un buon biglietto da visita. Qual è allora il senso di tale comportamento? Dov'è l'annunciato risparmio? Che senso ha ridurre i dirigenti di ruolo per «nominarne» altri da fuori? Cos'è questo se non spreco e clientela?».

Qualcuno potrebbe pensare ad un colpo di coda del governo Monti che, né più e né meno di quelli passati e alla faccia della bandiera del nuovo rigore, prima di chiudere i battenti pensa a sistemare gli amici.

Io mi impegno”: il messaggio di Rita Levi Montalcini ai giovani

La Stampa
rosalba miceli

La scienziata Rita Levi Montalcini parlava spesso in pubblico del suo «ottimismo epigenetico»: «Dico sempre che il mio non è un ottimismo genetico, bensì epigenetico. Questa è stata la mia fortuna». 


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L’ottimismo le ha permesso di sostenere aspettative positive anche in circostanze problematiche e di portare avanti una vita produttiva pur dopo aver raggiunto i cento anni di età. Ogni parola di Rita Levi Montalcini rimanda ad evidenze scientifiche. L’ottimismo epigenetico esiste - e la vita della scienziata ne è la testimonianza - così come verosimilmente esiste il suo contrario, il pessimismo epigenetico.

A livello molecolare entriamo nel campo dell’epigenetica (rimodellamenti nella struttura della cromatina che avvengono senza cambiamenti nella sequenza del DNA e rappresentano una sorta di codice in grado di modulare l’espressione di geni). Le alterazioni nello spettro delle modifiche della cromatina sono alla base di diverse patologie umane, poiché i markers epigenetici sono sensibili alle influenze dell’ambiente, particolarmente nelle fasi precoci della vita.

Negli ultimi anni lo studio delle emozioni all’incrocio tra biologico, psicologico e culturale ha analizzato i meccanismi con cui l’ambiente (famigliare, sociale, culturale) produce effetti sulla funzione dei geni. È noto che le interazioni acquisite dal cervello in età precoce, in special modo le informazioni neurologiche fissate dall’ippocampo, sono cruciali nel determinare la sensibilità e la modalità di reazione di fronte al mondo.

Le ricerche sul pensiero positivo, portate avanti principalmente da Seligman e Csikszentmihalyi, indicano che l’ottimismo, come fattore dell’azione umana diretta ad un obiettivo, si apprende nel corso dell’infanzia e del’adolescenza, così come lo stile mentale del pessimista (tendenza ad inserire qualsiasi avvenimento o incontro in una cornice negativa) può essere ricondotto ad una sorta di «impotenza appresa» nel gestire e superare le situazioni problematiche, che può giungere a paralizzare il pensiero e l’azione, e dare luogo ad un comportamento che cerca di evitare i fallimenti e fuggire le sfide della vita. Il concetto di obiettivo è centrale: in base al grado di impegno o di disimpegno nel raggiungimento degli obiettivi, gli individui possono essere distinti in ottimisti nel primo caso e pessimisti nel secondo caso.

Anche l’esperienza dell’apprendimento è influenzata dal mondo delle emozioni. Fiducia, curiosità, intenzionalità, autocontrollo, empatia, capacità di comunicazione e di cooperazione, sono elementi fondamentali per apprendere, collegati all’intelligenza emotiva più che all’intelligenza generale. È il messaggio che traspare dalle parole di Rita Levi Montalcini dirette ai giovani che incontrava visitando le scuole sparse in tutta la penisola (sintetizzate nell’articolo Il futuro ai giovani, del 2 ottobre 1992, pubblicato sul sito dell’Associazione Levi-Montalcini):

«Il tema delle nostre conversazioni, pur variando di volta in volta, aveva come oggetto di trattare uno o l’altro dei molteplici problemi che preoccupano i giovani che si affacciano alla vita e sono sostanzialmente simili a quelli che hanno turbato gli adolescenti delle generazioni che li hanno preceduti». La scienziata cerca di comunicare le consapevolezze che ha tratto dalla sua intensa esperienza di vita: «La prima di queste è la consapevolezza che ognuno dovrebbe sempre avere presente che la vita è una esperienza unica di straordinaria importanza che dovrebbe essere vissuta in profondità traendo da questa gli elementi positivi, anche se questi al momento nel quale sono vissuti non appaiono come tali.

Chi vi parla ha provato la validità di questo principio: le difficoltà e gli intralci, di qualunque natura essi siano, possono incidere favorevolmente nelle scelte e nel decorso della vita...Di non minore importanza, è la capacità di affrontare la vita con ottimismo e fiducia nel prossimo, anche se bisogna riconoscere che questa fiducia è messa, molte volte, a dura prova…Un atteggiamento ottimista e sereno è un talismano di immenso valore che vi aiuterà in tutti i momenti della vita e particolarmente in quelli più difficili…La sfiducia nelle proprie capacità, così diffusa tra i giovani, è causa di angoscia e di dubbi sulle proprie potenzialità.

Tuttavia la mia lunga esperienza e il quotidiano contatto con i giovani mi hanno convinta che gli adolescenti non differiscono gli uni dagli altri tanto nelle maggiori o minori capacità intellettuali, quanto nell’impegno con il quale affrontano il compito che è stato dato loro o che si sono prefissi». 
Ricordando il motto «I care» (Io mi impegno) che il grande educatore Don Milani affisse sulla porta della scuola che aveva istituito nel paese di Barbiana, la scienziata conclude: «L’impegno, la fiducia in voi stessi, la serenità e il coraggio nell’affrontare le difficoltà sono le doti che io mi augurerei che ognuno di voi possedesse». 

India, rabbia per le parole del guru “La ragazza doveva chiedere pietà”

La Stampa

Continuano le polemiche in seguito allo stupro di gruppo che ha scosso tutto il Paese. Il portavoce dei nazionalisti: “Vergognoso che un religioso si abbassi a tal punto»

new delhi


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Hanno suscitato un ennesimo vespaio in India le affermazioni di un popolare guru, tale Asharam, chiamato dai discepoli Bapu, cioè Padre, il quale ha in qualche modo giudicato corresponsabile di quanto accadutole la studentessa 23enne morta in ospedale a Singapore il 28 dicembre scorso, tredici giorni dopo essere stata aggredita, violentata e seviziata da sei individui a New Delhi. A detta del sedicente maestro spirituale induista, la ragazza avrebbe potuto evitare il peggio se avesse chiesto pietà ai propri aguzzini. «Una tragedia del genere non sarebbe avvenuta se lei avesse cantato il nome di Dio e fosse caduta ai piedi degli assalitori. L’errore non è dunque stato commesso da una parte soltanto», ha sentenziato il 71enne santone, il cui sermone filmato è stato addirittura diffuso via Internet. 

«Profondamente allarmante e penoso», ha definito la presa di posizione di Asharam il portavoce del partito nazionalista indù Bharatiya Janata, Ravi Shankar Prasad. «Rilasciare una dichiarazione del genere, in relazione a un crimine che ha traumatizzato la coscienza dell’intero Paese, è stato da parte sua non soltanto inopportuno ma altresì assolutamente deplorevole», ha aggiunto il portavoce. «È un’ignominia che un uomo di religione si abbassi fino a tal punto», è stato il commento del quotidiano Hindu.

«Asharam merita di essere condannato nei termini più perentori», ha aggiunto nell’editoriale, in cui sono inoltre stati aspramente criticati quegli esponenti politici, tanto del Partito del Congresso al governo quanto dello stesso Bharatiya Janata all’opposizione, i quali a proposito della vicenda della studentessa violentata e uccisa hanno rilasciato dichiarazioni di stampo sessista, sostenendo che le donne debbono restarsene a casa e attenersi rigorosamente alla tradizione. «La loro concezione di una società ideale appare radicata in quegli autentici pregiudizi che hanno generato una cultura di violenza contro le donne, di cui l’episodio di Delhi costituisce la più recente e orribile manifestazione», ha scritto il giornale.

Saviano imputato per diffamazione, ora tocca a lui difendersi in tribunale

Libero

Lo scrittore dovrà rispondere con Ezio Mauro e con un giornalista di Repubblica per diffamazione. Ad accusarlo è Umberto Marconi ex presidente della Corte d'Appello di Salerno

Tempi duri per l'autore di Gomorra. Ora in tribunale deve andarci per difendersi. 


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Roberto Saviano ora dovrà affrontare un processo. Stefano Aprile, giudice per le indagini preliminari di Roma, ha disposto l’imputazione coatta per il reato di diffamazione nei confronti di Umberto Marconi, ex presidente della Corte di Appello di Salerno, attualmente consigliere alla Corte d’Appello di Napoli, per Roberto Saviano, Francesco Viviano ed Ezio Mauro.

Lo scrittore, il giornalista e il direttore di Repubblica dovranno difendersi in giudizio. L’indagine risale al 2010, e riguarda il presunto dossier preparato dall’ex sottosegretario del Pdl, Nicola Cosentino, per infangare Stefano Caldoro. Secondo il gip capitolino due articoli pubblicati su Repubblica, a firma di Viviano e Saviano, il 16 e il 17 luglio del 2010, avrebbero contenuti diffamatori. La decisione del gip è in netto contrasto con la richiesta del pm che aveva chiesto per tutti e tre gli indagati il proscioglimento con l’archiviazione del caso.

Alla fine verrà una legge

Corriere della sera

In India, dove si stupra ogni 40 minuti, non si può rivelare il nome di una donna o di una bambina stuprata: non avrebbe altro destino che il suicidio o la prostituzione

NEW DELHI -Alla fine verrà una legge e avrà il tuo nome, ma per ora nessuno sa quale sia. In India, dove si stupra ogni 40 minuti, non si può rivelare il nome di una donna o di una bambina stuprata: non avrebbe altro destino che il suicidio o la prostituzione. Ma quando la vittima è stata uccisa, di quale privacy stiamo parlando?


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Nirbhaya (nome finto) era una studentessa di 23 anni, e il suo caso, il governo indiano, non è riuscito a rubricarlo in un’anonima statistica. Perché anche gli stupri non sono tutti uguali, alcuni casualmente diventano più mediatici ed esprimono la forma più acuta di un orrore che scuote la coscienza di intere nazioni. Questa è la cronologia dei fatti successi in un Paese dall‘invidiabile crescita economica.

Il 16 dicembre scorso, alle 8 di sera, Nirbhaya, insieme a un suo amico sale su un autobus dai vetri oscurati; il proprietario non è in regola con la licenza e l'autista è un abusivo. Sull’autobus ci sono 6 ragazzi ubriachi; uno dice: «Dove vai? Le ragazze di sera stanno in casa!». Iniziano a molestarla. L’amico tenta di difenderla, ma loro lo picchiano con una spranga di ferro, poi si accaniscono su di lei, la violentano e la torturano per due ore, mentre l'autobus continua il suo giro, a porte chiuse.

Alle 10.30 li buttano nudi sulla strada. Lui ferito, lei sanguinante, rimangono stesi a terra, nel freddo di una notte invernale. Per un’ora transitano veicoli e biciclette; i guidatori rallentano, guardano, poi tirano dritto. A mezzanotte arrivano 3 macchine della polizia. I poliziotti scendono e per mezz'ora discutono di questioni burocratiche (“Ce ne dobbiamo occupare noi? I vigili? La sicurezza stradale?”). Nessuno di loro si avvicina, nessuno li ascolta.

Quando il ragazzo, ferito alla testa e contuso in tutto il corpo, prende l’amica in braccio e la infila a forza dentro una macchina della polizia, un uomo in divisa gli porge un telo per coprirla. Nelle vicinanze c'è un rinomato ospedale privato, ma i poliziotti preferisco portarla in un più lontano e malmesso ospedale governativo. Un chirurgo si prende cura di lei: «Nella mia carriera di medico non ho mai visto nulla di più devastante, nulla di più brutale su un corpo umano».

Il basso ventre è spappolato, in pochi giorni viene operata due volte: le rimangono 2 cm di intestino sano, il resto è stato asportato, ma l’infezione comincia a corrodere anche gli altri organi. Mentre Nirbhaya sopporta dolori atroci, sul suo letto d’ospedale, gli inquirenti la interrogano e lei ricostruisce i fatti. Il suo amico riconosce i colpevoli, così le “bestie“ vengono identificate: una è minorenne. Mentre la notizia rimbalza su tutti i giornali e le tv del pianeta e per le strade di Delhi esplode la rabbia, le condizioni di Nirbhaya peggiorano. Lei però non perde la lucidità, non si chiude nel silenzio che in India copre questi drammi, perché una cultura distorta li considera vergognosi per la vittima e umilianti per la sua famiglia.

Lei chiede giustizia. Il suo grido corre nelle piazze di Delhi, toglie il velo ad un’omertà culturale che dura nei secoli, e la parola “stupro” diventa una emergenza nazionale sul tavolo del Primo Ministro. Probabilmente la ragazza non se la caverà, meglio prendere in mano la situazione e recuperare terreno agli occhi della popolazione: la caricano su una aeroambulanza in direzione di uno dei più prestigiosi ospedali di Singapore. Cesserà di vivere 3 giorni dopo, la notte del 29 dicembre. A Delhi scatta il coprifuoco, e in poche ore viene decisa la “strategia funebre”. Un aereo governativo riporta la salma in patria la notte del 30 dicembre, alle 3.30. La città è coperta da una nebbia fitta, due auto senza il corteo di scorta si avviano verso l’aeroporto militare per ricevere la salma: sono quelle del Primo Ministro e del Presidente del congresso, Sonia Gandhi.

Si trattengono 30 minuti per esprimere le condoglianze a un povero padre, e a una madre che non tocca cibo da 10 giorni. Non si è mai allontanata dal capezzale di quella giovane figlia dalla mente libera, che voleva diventare fisioterapista e risollevare le sorti di una famiglia povera. C’è anche una parola di consolazione per il fratello di 18 anni, che vedeva in lei un modello da seguire. Nel frattempo la città viene militarizzata: 1000 poliziotti e i corpi speciali dell’esercito blindano il quartiere dove vive la famiglia e tutti gli snodi cruciali della capitale. Alle 4 l’ambulanza, protetta dalla nebbia, trasporta la bara fino all’abitazione della vittima, dove ai parenti sono concessi 30 minuti di raccoglimento.

La stessa ambulanza alle 5.30 si dirigerà al crematorio pubblico, dove i becchini si fanno luce con le torce per preparare la pira. Fuori un cordone di polizia chiude l’accesso. Solo i più stretti familiari possono assistere alla cremazione. La madre sviene. Alle 7 del mattino la cerimonia è finita. Nirbhaya non c’è più. «Problemi di ordine pubblico» dirà il Primo Ministro. Un paese democratico (perché l’India è una democrazia), che organizza funerali di Stato, nasconde e impedisce al suo popolo di partecipare alla cerimonia funebre della vittima del più raccapricciante e disgustoso dei reati! 

Cosa aveva da temere? Aveva paura di tutta quella gente che probabilmente ha avuto un caso in famiglia o fra i conoscenti una vittima ignorata dalla “giustizia”?  La città ha reagito cancellando in poche ore tutte le feste di capodanno. La notte del 31 dicembre, immensi cortei hanno attraversato i quartieri: i giovani, gli studenti, i padri, le madri della seconda nazione più popolata del mondo hanno dato inizio a quella che forse sarà la rivoluzione del secolo, costringendo il governo a fare i conti con l’anima più nera della sua cultura e dei suoi uomini. Come può un Paese definirsi democratico ed essere al centro di una crescita economica, se non punisce severamente lo stupro o addirittura lo nasconde?

E così, con la stessa rapidità con cui ha fatto sparire il corpo della vittima, ora il governo sta preparando una legge che ne porterà il nome (che però si continua a non rivelare). Da una parte si invoca la pena di morte per i colpevoli, (più probabile, ed auspicabile, l’ergastolo), dall’altra si sta definendo un programma che rivela l’orrore in cui vivono le donne indiane. “I poliziotti dovranno essere addestrati ad avere con le donne un approccio sessuale più rispettoso”; se ne deduce che finora erano autorizzati a molestarle, se non a violentarle.

Ogni corpo di polizia deve prevedere personale femminile; il trasporto pubblico deve garantire una sorveglianza di sicurezza; deve essere attivato un numero verde a cui le vittime possono rivolgersi per far scattare un immediato intervento; i centri di intervento devono prevedere personale femminile specializzato; negli ospedali deve essere garantita l’assistenza di medici donne (perché finora le vittime di stupro venivano liquidate come “chi è colpa del suo mal pianga sé stessa”); infine nei tribunali saranno giudici donne ad occuparsi di questi reati.

È passata una settimana ed ogni giorno, su tutti i quotidiani del paese, il governo ostenta la sua preoccupazione sfornando proposte tranquillizzanti, inclusa la castrazione chimica. Speriamo non sia solo propaganda e che, con il passare del tempo, le cose non tornino al loro incivile tran-tran, dove ad essere sacre sono solo le mucche, dove si spera nel figlio maschio, o per essere sicuri, si ricorre alla selezione embrionale. Parliamo di una nazione che, come tutte quelle asiatiche, oggi conta più uomini che donne. Allora quali leggi potranno mai modificare l’implicito riconoscimento della superiorità del maschio? Quale sarà, su scala mondiale, la ricaduta di una cultura così radicata e profonda?
Nirbhaya, diventata suo malgrado un simbolo, ha certamente aperto una strada senza ritorno.

Da oggi in India non sarà più possibile ignorare queste violenze, ignobili ed umilianti per l’intero genere umano. Il cambiamento però passerà solo attraverso una consapevolezza superiore, che non è quella della parità dei diritti, bensì quella della diversità nel suo significato più “sacro”: è la donna a garantire la fine o la continuazione della specie. Anche il più feroce degli stupratori è stato messo al mondo da una madre. Ogni bambina, ogni ragazza, ogni donna, è una potenziale madre. È un corpo che ha in sé quello che nessun uomo può avere: “la culla della tua infanzia”.
Siano per sempre dannati gli uomini che violano questa dolcissima, intima, fragile origine dell‘umanità.

Milena Gabanelli
7 gennaio 2013 (modifica il 8 gennaio 2013)

Le sterline di Londra per il boia in Iran

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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Il Regno Unito è un paese abolizionista: l’ultima condanna a morte è stata eseguita nel 1964 e la cancellazione definitiva della pena capitale risale al 1998. Da allora, il Regno Unito è stato protagonista, insieme all’Italia e ad altri paesi, di molte iniziative contro la pena di morte, tra cui le campagne che hanno portato alle varie risoluzioni per la moratoria delle esecuzioni da parte delle Nazioni Unite. Eppure, in quegli stessi anni, il governo di Londra ha destinato 3.600.000 sterline a quello iraniano, nell’ambito della cooperazione in materia di lotta al narcotraffico: denaro pubblico inviato soprattutto tramite l’Unodc, l’Ufficio dell’Onu che si occupa di droga e crimine, al secondo paese al mondo per numero di esecuzioni dopo la Cina, probabilmente il primo per quelle relative ai reati di droga.

In estrema sintesi, secondo l’organizzazione non governativa londinese Reprieve, il governo britannico ha finanziato la macchina delle esecuzioni in Iran. La denuncia è arrivata in occasione del dibattito parlamentare sull’ammontare degli aiuti allo sviluppo. Il governo Cameron ha difeso la decisione di destinare lo 0,7 per cento del bilancio, affermando che anche nei suoi momenti difficili, il paese ha “il dovere morale” di aiutare le regioni più povere del mondo. Per Reprieve, più che le regioni più povere del mondo, in questo caso si tratta di aiutare un governo repressivo che usa la pena di morte massicciamente, spesso al termine di processi sommari

 Facile replicare che la sintesi di Reprieve è troppo estrema. Il finanziamento di Londra, come quello proveniente da altre capitali europee, è destinato al miglioramento dell’efficienza della polizia antinarcotici, all’addestramento del personale di dogana e alla fornitura di materiali come mezzi di trasporto, scanner, visori notturni e sistemi di monitoraggio Gps. Il tutto, in un paese che ha seri problemi di droga e che è uno dei principali luoghi di transito ma anche di consumo di oppiacei. L’Iran ha il quarto tasso di mortalità per droga del mondo, 91 persone su un milione tra i 15 e i 64 anni. A indicare il successo dell’efficienza, dei programmi e dei finanziamenti non è però solo il numero enorme dei quintali di droga sequestrata ogni anno, ma anche quello delle persone arrestate. Un numero che però rischia di coincidere con quello delle persone impiccate.

Un portavoce del Foreign Office ha precisato che “dal 2007 il Regno Unito non finanzia più i programmi dell’Unodc in Iran. Abbiamo sollevato la questione del rispetto dei diritti umani nell’ambito dei programmi antidroga, abbiamo salutato con favore la pubblicazione di linee guida sui diritti umani per i progetti di Unodc e ci opponiamo fermamente all’uso della pena di morte per ogni reato, compresi quelli di droga”. Tuttavia, secondo Reprieve, tra il 2007 e il 2010 Regno Unito, Francia, Belgio e Irlanda hanno finanziato un progetto destinato a migliorare la qualità delle indagini dei servizi di sicurezza. Il governo di Londra vi ha contribuito con 750.000 sterline, più altre 117.000 in equipaggiamento di varia natura per il biennio 2010-11.

Proprio in quegli anni, il numero delle esecuzioni per reati di droga è profondamente aumentato, passando dal 28 all’82 per cento del totale: 96 nel 2008, 172 nel 2009, 360 nel 2010 e 488 nel 2011. Il dato del 2012 non è stato ancora calcolato (alle esecuzioni ufficiali e pubbliche devono aggiungersi quelle segrete) ma è probabile che seguirà la tendenza. Nonostante questi numeri spaventosi, l’uso, la cessione e il traffico di droga non sono minimamente diminuitiC’è da chiedersi se non esistano strategie e programmi più efficaci da adottare e da finanziare, senza sentirsi chiamare corresponsabili di impiccagioni di massa, per contrastare il narcotraffico e il consumo di droga.

Belfast torna a bruciare per una bandiera

Gaia Cesare - Mar, 08/01/2013 - 08:09

Il municipio decide di esporre lo stemma britannico solo 17 giorni l'anno. E gli unionisti scatenano l'inferno

Non c'è ancora scappato il morto. Ma l'aria a Belfast è pesante come nelle giornate più buie, quelle in cui dire Irlanda del Nord significava violenza fratricida, guerra civile per una frontiera e per una bandiera.


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Oggi come allora la storia si ripete: auto in fiamme, mattoni e molotov contro le forze dell'ordine, tra cui si contano oltre cinquanta feriti. Ragazzini di dieci e undici anni sul campo di battaglia, pietre come armi usate contro gli agenti prima di finire ammanettati guadagnandosi l'onore dei combattenti veri, i gruppi paramilitari in sonno, pronti a sfruttare ogni scintilla per riaccendere l'odio settario. A dividere sempre la stessa bandiera, la Union Jack britannica che nel suo nome porta il seme dell'unità ma che da secoli spinge a combattersi fratelli contro fratelli: repubblicani, nazionalisti e cattolici da una parte - il cuore che batte per un'Irlanda unita e indipendente da Londra - unionisti, lealisti e protestanti dall'altra, in lotta per difendere l'orgoglio british.

Quattro giorni consecutivi di violenze per le strade della capitale dell'Ulster innescati dalla decisione del Consiglio comunale di Belfast di issare la bandiera britannica sul municipio della città solo in alcune date prestabilite, 17 in tutto, invece che nei consueti 365 giorni dell'anno, come avviene dal 1906, l'anno in cui il municipio ha aperto le sue porte. Uno schiaffo per gli unionisti orgogliosi che il nord dell'isola serva la Corona britannica. Uno sgarro che nell'ultimo mese, subito dopo il voto del 3 dicembre, ha scatenato manifestazioni e proteste e pure il revival dell'antico slogan «no surrender», nessuna resa, fino agli scontri di questi giorni, cento feriti in tutto. D'un colpo la storica immagine che a giugno aveva fatto brindare alla fine dell'odio - la regina Elisabetta II, in viaggio in Ulster, che stringe la mano a Martin McGuinness, ex comandante dell'Ira e oggi vice primo ministro dell'Ulster - sembra già una foto sbiadita.

E dire che la decisione del consiglio comunale di Belfast è il frutto di un compromesso che avrebbe dovuto evitare tensioni. La proposta iniziale dei consiglieri nazionalisti prevedeva di far sparire completamente la bandiera dal palazzo comunale per rispondere alle indicazioni di un rapporto indipendente, che suggeriva di far sventolare la Union Jack solo in alcuni giorni dell'anno, in modo da promuovere buone relazioni fra le due comunità, cattolica e protestante. Alla fine i cattolici del Sinn Fein e i nazionalisti socialdemocratici dell'Sdlp hanno preferito votare la mozione conciliante dell'Alliance Party, il partito dei moderati pro-Londra, ago della bilancia in Assemblea, che alla fine

l'ha spuntata ottenendo che la bandiera venisse issata saltuariamente. Ma a nulla è valsa l'opera di mediazione. La consigliera Naomi Long, firmataria della mozione, è accusata di «tradimento» dai gruppi lealisti che hanno messo a ferro e fuoco Belfast est ed è stata pure minacciata di morte. Foschi presagi. Corsi e ricorsi che in realtà l'Ulster vive da anni: rigurgiti di violenza nonostante la pace sia una conquista faticosa, ma una realtà, dalla firma dell'Accordo del Venerdì santo del 1998, traguardo di Tony Blair.

Eppure, come accade nelle terre martoriate da una lunga scia di sangue - 3700 morti da piangere e per qualcuno ancora da vendicare - la paura è che la scintilla di Belfast infiammi la vicina Repubblica d'Irlanda, dove i membri del neonato Ulster People's Forum si troveranno sabato per protestare di fronte alla sede del Parlamento irlandese, per chiedere, in segno di reciprocità, che il tricolore irlandese smetta di sventolare su Dublino. Tra loro - giura il portavoce - ci saranno unionisti vittime dell'Ira negli anni della violenza. Prenderanno di mira l'abitazione del primo ministro Peter Robinson, tra l'altro leader del partito a loro contiguo, il Democratic Unionist Party «perché non abbandoni i protestanti». Quanto basta per far tornare l'Irlanda tutta, unita, ad aver di nuovo paura.

Altro che piramidi Il segreto dei Faraoni erano le tasse basse

Matteo Sacchi - Mar, 08/01/2013 - 07:36

Un convegno in corso a Milano svela tutto dell'amministrazione dei sovrani dell'antico Egitto. Erano teocratici, ma non dispotici 

All'inizio della civiltà... fu la burocrazia. E ovviamente, a stretto giro di posta, la moltiplicazione delle cariche. Si inizia dallo «Scriba reale» per arrivare già entro la VI dinastia al «controllore degli scribi reali» e al «vice controllore degli scribi reali» o al «controllore di tutti gli scribi di tutti gli ordini reali e dei documenti».


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Insomma se uno va a curiosare al convegno organizzato dall'Università Statale di Milano in collaborazione con la Sorbona - Egitto: amministrazione, economia, società cultura dai Faraoni agli Arabi - l'impressione è che la tecnocrazia abbia detto la sua a partire dall'archetipo di tutti gli Stati: quello dei faraoni. Come spiega, a margine di un suo intervento proprio sui primordi dello sviluppo amministrativi, Patrizia Piacentini, ordinario di Papirologia e Egittologia dell'ateneo milanese: «Non appena quello Egiziano diventa uno Stato vero, troviamo una pletora di alti funzionari pagatissimi. Molti dei quali nemmeno vanno a lavorare. Ci mandano un sostituto». In un mondo dove la scrittura e i numeri della primitiva finanza fiscale sono preclusi ai sudditi, che non sanno leggere, il grande ufficiale trionfa incontrastato.

E non per niente comportarsi come un faraone non è proprio considerato un sinonimo di «buon governo». E però a mettere una parola buona sui sovrani dell'Alto e del Basso Egitto ci ha pensato uno dei guru dell'egittologia francese, Pascal Vernus: «Quello dei faraoni era senza dubbio un governo autoritario e teocratico. In certi casi anche duro... La parola del faraone, se pronunciata e suggellata in un certo modo, era la parola degli dei, era demiurgica. Però gli egiziani avevano una sorta di diritto di petizione.

E noi sappiamo che in taluni casi i monarchi rispondevano anche quando si trattava di cose minime. E il prelievo fiscale per i nostri standard erano piuttosto ridotti...». Non bastasse l'Egitto vanta anche il primo sciopero della storia: «Gli operai specializzati del villaggio di Deir el-Medina (il nome antico era Pa demi - «la cittadina» -) che lavoravano alle tombe della Valle dei Re smisero di lavorare per ritardi nei loro stipendi, per lo più versati in forma di beni di consumo... Non li passarono per le armi: li pagarono».

E a quanto pare, tecnocrati permettendo, c'era anche un certo spazio per la satira politica. Racconta sempre Vernus che magari il faraone quando parlava “ex cathedra” era divino, ma per il resto del tempo poteva essere un mortale capriccioso. «Abbiamo dei papiri che raccontano la storia d'amore tra il faraone Pepi II (morto nel 2184 a.C., ndr) e il suo generalissimo Sasenet. Fughe notturne da palazzo, corde calate dalle finestre e incontri clandestini...». Ma se il repertorio degli scandali è modernissimo, c'è anche un probabile sex gate legato alla morte di Ramses III, alla fine nel lunghissimo periodo gli egiziani sembrano essere stati per lo più abbastanza felici, carestie e guerre permettendo.

E per quanto riguarda il periodo tardo dei monarchi tolemaici c'è chi ne è praticamente sicuro. Si tratta della professoressa Katelijn Vandorpe dell'Università di Lovanio. Ha studiato l'indice di felicità e di prosperità economico dell'Egitto sotto i Tolomei e le sette Cleopatra. Beh, non pare se la passassero male. «È difficile parametrare una società antica con una moderna. Ma soprattutto dal II secolo avanti Cristo i monarchi ellenistici mantennero da un lato la possibilità di ricorso alla corona dei cittadini, dall'altro moltiplicarono le opere pubbliche, le garanzie sulla proprietà privata, gli sforzi di consentire la felice convivenza tra egiziani e greci e il bilinguismo».

Comunque, a un alto indice di felicità contribuivano anche le imposte: «La tassazione mediamente si aggirava su un'imposizione complessiva attorno al 15-18% del reddito prodotto. C'era una piccola imposta personale e una tassazione che invece riguardava i prodotti e la ricchezza... Ovviamente in una società prevalentemente agricola si trattava per lo più di un prelievo sui prodotti della terra. Non so qui in Italia, ma nel mio Paese, il Belgio, il prelievo fiscale è ben più alto». E in effetti se si trattasse di presentare un programma elettorale basato su tasse e affini, oggi una coalizione capeggiata da Tolomeo V Epifane avrebbe discrete possibilità di spuntare un buon risultato alle urne.

Il Dylan inedito stampato in cento copie Asta sul web per i quattro cd clandestini

La Stampa

Sony mette sul mercato un centinaio di cofanetti con 86 canzoni registrate nel 1962: non per venderle ma per non perdere i diritti

piero negri

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Pare che alla vecchia maniera, nei negozi, ne abbiamo vendute un centinaio di copie. Un successo, come dimostrano le quotazioni dei cofanetti di quattro cd, in vendita su eBay a prezzi che sfiorano i mille euro. Il titolo è «The 50th Anniversary Collection», il contenuto 86 canzoni registrate nel 1962, l’anno in cui Bob Dylan scrisse Blowin’ In The Wind. Le nuove norme europee sul diritto d’autore - ha spiegato un portavoce della Sony Music - «rendono di pubblico dominio tutto quanto non viene pubblicato nei primi cinquant’anni di vita. Per cui è stato necessario pubblicare entro la fine del 2012 tutto quanto Dylan aveva registrato nel 1962».

La Sony ha dunque fatto uscire i quattro cd in un centinaio di copie, distribuendoli in alcuni negozi di Francia, Svezia, Germania e Gran Bretagna, e sul sito ufficiale di Dylan, negli ultimi giorni dell’anno, e solo agli utenti che si collegavano da Francia e Germania (il prezzo era 100 euro). Che cosa accadrà ora alle 86 canzoni così pubblicate? Probabilmente nulla: Bob Dylan e la Sony Music hanno ora pieno possesso dei diritti d’autore e decideranno che farne con molta calma. E le nuove norme stabiliscono che dal 1963 in poi la durata dei diritti d’autore è 70 anni. Se ne riparla nel 2033...

Fallisce Richard Ginori, colosso delle porcellane

La Stampa

L’azienda di Sesto Fiorentino è in liquidazione dalla scorsa primavera, quando il bilancio consuntivo 2011 aveva rivelato perdite superiori allo stesso capitale sociale


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La Richard Ginori è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze. La decisione è stata depositata stamani dai giudici chiamati a pronunciarsi sull’ammissibilità o meno dell’azienda al concordato preventivo. Secondo quanto si apprende, i membri del collegio dei liquidatori raggiungeranno in mattinata il tribunale per prendere visione del decreto di fallimento. L’azienda di porcellane di Sesto Fiorentino è in liquidazione dalla scorsa primavera, quando il bilancio consuntivo 2011 aveva rivelato perdite superiori allo stesso capitale sociale.

Il collegio dei liquidatori ha lavorato per una soluzione di concordato preventivo, cercando un soggetto che potesse rilevare le attività commerciali e produttive della Richard Ginori: soggetto che, lo scorso dicembre, era stato individuato nella cordata composta dalle aziende Lenox e Apulum. Attualmente la Ginori conta 314 lavoratori, tutti da agosto in cassa integrazione per cessazione dell’attività. In questo momento, davanti al palazzo di giustizia di Firenze, sta proseguendo il presidio dei Cobas, con un centinaio di lavoratori che hanno manifestato profonda amarezza quando si è appresa la decisione del fallimento, e adesso stanno aspettando l’arrivo dei liquidatori per capire gli scenari futuri

App store, 40 miliardi di download: la metà nel 2012. Con 500 milioni di account attivi

Il Mattino


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NEW YORK - Le app scaricate dall'App store di Apple sono state quasi 20 miliardi solo nel 2012. Lo comunica Cupertino in una nota, sottolineando che gli account attivi sull'App store sono ormai 500 milioni. Complessivamente, le app scaricate dallo store online sono 40 miliardi. L'azienda spiega che la comunità di sviluppatori Apple ha creato oltre 775.000 app per gli utenti di iPhone, iPad e iPod touch nel mondo e gli sviluppatori hanno ricevuto oltre sette miliardi di dollari da Apple.

«È stato un anno incredibile per la comunità di sviluppatori iOS, noi continuiamo a investire per fornire loro il migliore ecosistema in modo che siano in grado di creare le app più innovative al mondo», spiega Eddy Cue, Senior Vice President Internet Software and Services di Apple. Nella nota Apple si sofferma sulle app di successo: «Nel 2012, il team di Imangi Studios, formato da moglie e marito, ha visto oltre 75 milioni di download per il proprio gioco Temple Run; Backflip Studios e Supercell, due sviluppatori emergenti di giochi, hanno guadagnato in totale oltre 100 milioni di dollari per i giochi in versione freemium DragonVale e Clash of Clans. Infine, servizi emergenti fra cui Uber, Flipboard, HotelTonight e AirBnB hanno attirato milioni di utenti verso iOS.

Aziende come Electronic Arts, Ubisoft, Autodesk, Marvel e Major League Baseball hanno continuato ad ampliare la propria offerta su iOS, mentre sviluppatori quali Bad Robot Interactive di JJ Abrams e Bottle Rocket Apps hanno continuato a espandere i confini di ciò che le app iOS possono fare».

Gli ultimi dati sull'App store erano stati resi noti a giugno, nel corso della conferenza degli sviluppatori Apple. Allora Tim Cook aveva spiegato che le applicazioni scaricate erano a quota 30 miliardi, oltre 400 milioni gli account attivati e 5 miliardi era l'ammontare dell'assegno staccato da Cupertino agli sviluppatori.

lunedì 7 gennaio 2013 - 17:05

Il capo della polizia tedesca: «La criminalità in Germania si chiama 'ndrangheta»

Corriere della sera

L'allarme lanciato da Jörg Ziercke al convegno in ricordo di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia
 
BARCELLONA POZZO DI GOTTO (Messina) – Arriva dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz il primo messaggio per ricordare Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia 20 anni fa in Sicilia: «La lotta alla mafia è priorità anche in Europa». E arriva dalla Russia di Putin Ilya Politkovsky, il figlio della giornalista Anna Politkovskaya, al Palacongressi di Barcellona Pozzo di Gotto con Sonia Alfano, la presidente della prima commissione antimafia istituita l’anno scorso a Strasburgo, felice di questo abbraccio: «Io e lui, figli di due giornalisti a cui è stata chiusa la bocca, ma fino a un certo punto».

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MAFIA SENZA CONFINI - Che gli assassini di Beppe Alfano non siano riusciti nel compito di soffocare la voce di un cronista indipendente è provato da questo anniversario che trasforma la sua città nella sede di un vertice internazionale di forze di polizia, un summit con rappresentanti della Dea, dell’Fbi, dell’Interpol. Presenti il direttore aggiunto di Europol, la Dia, i Ris, il capo della polizia tedesca. Occasione per confrontare tecniche investigative e metodi di lavoro. Con magistrati come Nicola Gratteri, Roberto Scarpinato, Giovanni Salvi, Marcello Viola. Con Don Luigi Ciotti e tanti giornalisti di trincea, compreso il figlio di Anna Politovskaya in sintonia con Sonia Alfano, decisi a lavorare «perché in tutta Europa sia riconosciuto il reato di associazione mafiosa, visto che non esistono confini per i boss e per quanti li proteggono nel sistema politico ed economico».

GERMANIA IN TRINCEA - In linea con questa prospettiva Jörg Ziercke, il presidente della Bka, la polizia federale tedesca: «La metà dei gruppi criminali identificati in Germania appartengono alla ‘ndrangheta che è il maggior gruppo criminale sin dagli anni Ottanta». Grande attenzione anche da parte del Fbi, come ha detto Robert Stewart, supervisore della Task force europea contro il crimine organizzato, toccato dalla storia di Beppe Alfano: «E’ un vero ed importante esempio di lotta alla mafia e noi lo ringraziamo per il suo sacrificio, utile alla presa di coscienza collettiva».

TRATTATIVA STATO MAFIA - C’è però ancora molto da fare per raggiungere una verità compiuta, visto che solo di recente, su pressione della famiglia e su indicazione del Gip, la Procura di Messina ha riaperto le indagini per il delitto Alfano, adesso orientate su un filone attualissimo, quello della «trattativa Stato-mafia». Come ribadiscono Sonia Alfano e l’avvocato Fabio Repici «la trattativa sulle stragi del ’92 ha radici profonde a Barcellona Pozzo di Gotto».

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MISTERO DI MAGGIO - Siamo nella città di Rosario Cattafi, mafioso al 41 bis, lo stesso che negli anni Ottanta, come dice Sona Alfano, era stato «miracolato» a Milano in vicende giudiziarie istruite da Francesco Di Maggio, l’ex magistrato della Procura di Milano anche lui originario di Barcellona Pozzo di Gotto, vice di Domenico Sica all’Alto commissariato antimafia e vice capo del Dap (la direzione dei penitenziari) all’epoca delle stragi, nel 1993. Uno dei protagonisti che potrebbe aver avuto un ruolo chiave nella genesi del provvedimento poi adottato dal ministro Giovanni Conso per sottrarre 300 mafiosi al regime del carcere duro, il «41 bis», nel novembre ’93.

IL NASCONDIGLIO DI SANTAPAOLA - Questi alcuni dei nodi che si affrontano in due giorni di riflessione a Barcellona, la città da dove partì il telecomando utilizzando da Giovanni Brusca per la strage di Capaci e «dove trascorreva la sua latitanza Nitto Santapaola», come insiste Sonia Alfano: «Mio padre scoprì il suo nascondiglio prima delle forze dell’ordine... Per questo lo ricordo come un uomo solo contro tutto e tutti. Pronto a denunciare persino i componenti del suo stesso partito, l’Msi, nel 1985, per la loro inerzia di fronte alla candidatura di un boss...».

Felice Cavallaro
7 gennaio 2013 | 16:33

Fiction su Gomorra, de Magistrs-Saviano è polemica (dura) su Facebook

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco: basta Scampia come brand mediatico negativo. Lo scrittore: «Condivide la volontà censoria prova che il rivoluzionario al potere è il più zelante dei reazionari...»


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NAPOLI - «Il sindaco di Napoli condivide la volontà censoria su Scampia prova che il rivoluzionario al potere è il più zelante dei reazionari...». Non ci va di fioretto Roberto Saviano nel prendere posizione - ancora una volta - contro Luigi de Magistris. La sciabolata, l'autore di Gomorra la dà su fb, in un breve messaggio con il quale linka il suo esteso intervento per il quotidiano per il quale scrive. Il post è in risposta a uno precedente del sindaco di Napoli pubblicato sul suo blog. Oggetto l'opportunità o meno di negare il permesso di girare a Scampia la fiction di Sky dedicata appunto al traffico di droga gestito dalla camorra nel quartiere della periferia nord di Napoli. Permesso negato dal presidente della municipalità Angelo Pisani.


«STANCHI DEL CLICHE' SU SCAMPIA» - «Non appartiene a questa amministrazione il diniego di autorizzazioni che riguardano le varie attività culturali e comunicative» aveva scritto de Magistris sul suo blog. «Ma siamo stanchi di vedere Scampia ridotta, anche sul piano dell'immagine e non solo nazionale, a territorio di conquista della camorra in lotta, come se a Scampia non esistesse altro al di fuori delle piazze di spaccio e della faida dei clan. L'ho detto e lo ribadisco: Scampia è anche una cittadinanza attiva e democratica che quotidianamente, nella sua vita normale, porta avanti e fa vivere il valore della legalità. Scampia è anche la rete di associazioni e di scuole impegnate sul territorio e che sono, per mezzo delle loro attività, un presidio di legalità e di alternativa sociale alla devianza».


«I DIRITTI TELEVISIVI FINANZIANO LE ASSOCIAZIONI DEL QUARTIERE» - E ancora: «Scampia è anche il quartiere pilota della raccolta differenziata porta a porta che qui abbiamo voluto sperimentare nel piano di ampliamento e che è arrivata al 70%. Scampia è anche l'insofferenza dei suoi abitanti, in maggioranza per bene, esasperati dal vedere il loro quartiere raccontato (e anche sfruttato) come brand mediatico negativo. Chiedo allora perché i diritti televisivi pagati lautamente non vengono riconosciuti, per esempio, al finanziamento dei progetti delle associazioni e delle scuole impegnate sul territorio? Sarebbe non solo un segnale d'amore verso questo quartiere e questa città, ma anche un aiuto concreto per sostenere il cammino di emancipazione e riscatto che Scampia e Napoli stanno compiendo e vogliono continuare a compiere.


Nat. Fe.07 gennaio 2013

Sposa 15enne si rifiuta si consumare: marito 90enne chiede restituzione dote

Il Messaggero


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RIAD - Fa discutere in Arabia Saudita il matrimonio celebrato da un uomo di 90 anni e una adolescente di 15. Le nozze sono state celebrate alcuni giorni fa, dopo che la ragazza è stata comprata dalla sua famiglia di provenienza con una dote di 17.500 dollari.Ma ora l'uomo, che pure rivendica la «legittimità e correttezza» delle nozze, minaccia di ripudiare la sua giovane sposa e di chiedere la restituzione della dota versata alla sua famiglia. Il matrimonio, infatti, non è stato consumato, perché la prima notte di nozze e le notti successive la ragazza si è chiusa a chiave in camera, impedendo al suo sposo attempato di giacere con lei. L'uomo, citato da al-Arabiya, ha affermato di sospettare una «cospirazione» tra la sposa e sua madre. La pratica dei matrimoni con giovani ragazze è diffusa in Arabia Saudita, ma l'età particolarmente avanzata dello sposo ha sollevato, in questo caso, una valanga di critiche sulla stampa e sui social network. Le critiche hanno colpito soprattutto la famiglia della ragazza, accusata di averla letteralmente venduta.

Suhaila Zein el-Abedin, dell'Associazione nazionale saudita per i diritti umani, ha rivolto un appello alle autorità, affinchè intervengano «al più presto per salvare questa bambina dalla tragedia che sta vivendo». L'attivista ha ricordato come nell'Islam il matrimonio debba basarsi sul mutuo consenso e la decisione della ragazza di barricarsi nella sua camera prova che non era consenziente. Jamal al-Toueiki, uno psicologo interpellato dalla stampa locale, ha spiegato che vicende come questa hanno già indotto molte ragazze al suicidio. E anche su Twitter le proteste si moltiplicano. «Non si tratterà di un caso di traffico di esseri umani punibile in base alle leggi saudite?», si chiede il blogger Mouhammad Khaled Alnuzha. «Questa ragazza è considerata come un prodotto. Il padre l'ha venduta senza vergogna, in cambio di denaro, status e potere», ha commentato l'utente SX84, che si definisce esperto legale. «Un uomo di 90 anni ha comprato un'adolescente o suo padre l'ha vendita? - si chiede la psicologa Samira Al-Ghamdi - C'è bisogno di una legge che punisca questi atti».


Lunedì 07 Gennaio 2013 - 15:31
Ultimo aggiornamento: 15:32

Noi di Scampia contro la fiction e i luoghi comuni su Napoli»

Il Mattino
di Pietro Treccagnoli


La Befana nella calza per Scampia ha portato il carbone della polemica. Quella solita. Mai che arrivassero dolci e cioccolatini. Mai che scendesse dalla scopa e ramazzasse un po’ di luoghi comuni, insieme all’aria cupa di violenza indifferente che si avverte anche in giorno di festa. Lungo lo stradone dal nome azero, via Bakù, tra i palazzoni dal socialismo irreale e caucasico, non respiri l’aria di guerra che tracima dai tg, ma qualcosa di peggio: il disinganno e la rabbia.
 

Cattura Prima ancora di andare in cerca delle foreste del bene che crescono in silenzio, dei condomini tranquilli dell’infinita maggioranza di cittadini onesti, vittime due volte, della camorra e del marchio della camorra, prima, di fronte al carcere, c’è l’unico bar visibile, il bar Zeus, dove ci si ferma per un caffè e si scappa. E c’è poca voglia di parlare. Ci si sente, e si è, di passaggio. Sempre, figuriamoci la domenica pomeriggio. Ha ragione Saviano? Ha ragione Pisani? Bloccare le riprese di una serie tv di «Gomorra» su Sky è censura? O è sintomo di esasperazione? «La verità è che ne abbiamo le scatole piene» sbotta Vincenzo, che ha la faccia di chi si guadagna la giornata a fatica. «E onestamente, lo scriva». L’ho scritto. Di più non vuole dire. La giovane donna che lo accompagna, con un cenno, fa capire che ha ragione e che non conviene insistere.

A Scampia, la domenica è un giorno peggiore degli altri. Si è lontani da tutto e vicino a niente. Le uniche facce sorridenti le trovi, dall’altro capo del quartiere, dove anche i cartelli fanno capire che è già Piscinola. Nei vagoni del metrò che sale al Vomero e poi riscende in centro i ragazzi si scambiamo gli auricolari dell’Ipod e smanettano come forsennati sulla tastiera del telefonico. Alzano lo sguardo solo per rispondere: «Saviano, chi? Gomorra, cosa?». Non sai se ti prendono in giro o davvero sono lontani anni luce da una polemica che si gioca su tutt’altro campo, diverso da quello che praticano loro. C’è, però, una Scampia che vuol sentire. E che vuol gridare. Magari non la trovi girando attorno alle lugubri Vele o lungo via Ghisleri.

Nel canalone, pieno di cartacce e cespugli rinsecchiti, di tossici che si bucano alla luce del sole non se ne vedono. «Non ci sono quasi più» spiega un ragazzo in moto che accosta, più incuriosito lui di noi che noi di lui. La piazze di spaccio (altro non sono che spazi di palazzi recintati, occupati e sorvegliati come fortini dai venditori di droga) sono diminuiti, quasi azzerati, per l’assedio delle forze dell’ordine e per la faida dei girati. Così le voci di dentro, dal ghetto che non vuole sentirsi più ghetto e neanche più sentirsi bollare come ghetto, allùccano che sono stufi (l’espressione reale è più feroce e verace) dell’etichetta, di questa griffe del male che arricchisce solo gli altri.

Una sintonia che, mutatis mutandis, accomuna destra e sinistra, se proprio la si vuol buttare nel teatrino della politica, nelle tarantelle degli schieramenti. «Qui ci vuole tutto, altro che le chiacchiere e le fiction» confessa Danilo che a Scampia c’è nato, ci studia e se ne vorrebbe andare. «A me basterebbe un bar o un pub dove passare le serate, senza spostarmi in un altro quartiere, ché il motorino non ce l’ho più. Me l’hanno rubato, ai Colli Aminei». Esigenze minime. Perché poi, per sentire un’argomentazione più articolata, tocca andare ad ascoltare chi come Paolo Battimiello nel quartiere ci lavora da anni come preside della Virgilio («E non me ne andrò più»). Spiega con il tono diplomatico di chi per professione educa: «Scampia non ha bisogno di fiction, ma di un racconto realistico, fatto da gente che viva qui.

Basterebbe una settimana, almeno. La censura non c’entra nulla. Dico a chi vuole scrivere e vuole davvero il bene del quartiere: vieni qui, condividi la nostra realtà». E che cosa ne verrebbe fuori? «Di sicuro molte più luci di quante se ne leggono». C’è il sospetto che si sia allestito un palcoscenico per farsi pubblicità. Lo conferma, chiaro e tondo, Maria De Marco che è stata assessore della passata Municipalità. Ma ammette e premette: «Gli abitanti di Scampia davvero non ce la fanno più. Si sentono trattati come i pesci di un acquario. Pisani ha intercettato un diffuso sentimento di fastidio verso una nuova speculazione. Ma lo sta usando male, per un fine personale. Non vedo un grande impegno per dare soluzioni ai problemi reali della gente che nel quartiere ci vive, resiste e non vuole stare sempre sotto i riflettori.

Mi sembra il gioco dei cliché contrapposti. Ho sentito dire da qualcuno, per ripicca, che Scampia è meglio del Canton Ticino. E non voleva fare una battuta». Che Gomorra sia sbarcata al Nord è un dato assodato, ormai, ma illudersi che la Svizzera sia scesa così a Sud è molto più di una fiction o di una provocazione. È una barzelletta. Svizzera? Ma se non si trova neanche un bancomat?

lunedì 7 gennaio 2013 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 13:01

Pubblicità retorica, contratti solo part-time» Cgil all'attacco di Mc Donald's Italia

Corriere della sera

«Il primo articolo della Carta Costituzionale derubricato a slogan pubblicitario»
«L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro: 3mila nuovi posti li mettiamo noi». La campagna mediatica di Mc Donald's Italia a suon di pagine pubblicitarie acquistate sui principali giornali italiani scatena l'ira del principale categoria sindacale del commercio: la Filcams Cgil. Sigla di certo poco incline al compromesso, la più oltranzista soprattutto in tema di aperture domenicali e lavoro festivo.


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LA NOTA - La Filcams ha diffuso una nota, in cui ha sparato ad alzo zero contro la multinazionale del panino, che ha appena annunciato l'apertura di nuovi punti di vendita in tutta Italia, soprattutto nel Meridione in preda a uno smottamento occupazionale e circa 330mila posti di lavoro persi negli ultimi cinque anni: «Il primo articolo della Carta Costituzionale derubricato a slogan pubblicitario», mette nero su bianco il sindacato guidato da Susanna Camusso. E ancora, l'accusa di «"sensazionalismo" sul terreno dei diritti fondamentali e del lavoro».

LE ACCUSE - Così diventano doverose «le precisazioni» rispetto «alle patinate comunicazioni pubblicitarie alle quali ormai da qualche anno l'azienda ci ha abituato»: «Mc Donald's è una di quelle rare multinazionali della ristorazione commerciale/veloce ad essersi sistematicamente sottratta al confronto relativo al contratto integrativo aziendale - scrive Filcams Cgil -. Ad oggi le relazioni sindacali a livello nazionale sono pressoché inesistenti, né elementi di conforto pervengono a livello territoriale». Eppure la controllata italiana di Mc Donald's ha più volte rivendicato la stabilità dei contratti di lavoro degli oltre 16mila dipendenti, l'alta mobilità sociale all'interno dell'organigramma del gruppo (con la possibilità di diventare direttore di ristorante dopo anni di carriera), più volte sottolineato dall'amministratore delegato Roberto Masi, anche in un articolo recente sul blog del Corriere della Sera, la Nuvola del Lavoro.

IL TERRITORIO - Nello spot pubblicitario Mc Donald's rivendica anche la sinergia con il territorio, con la filiera agro-alimentare in primis, e con le migliaia di piccoli imprenditori, franchisee dei punti vendita diffusi su tutto il territorio italiano. Dice Filcams che invece è il tema della qualità occupazionale a preoccupare, perché circa «l'80% dei lavoratori, non certo per scelta, ha un contratto a tempo parziale di poche ore settimanali, con il sistematico obbligo di prestare servizio in orario notturno e domenicale/festivo». Come del resto - evidenzia Filcams - la procedura di licenziamento collettivo aperta qualche mese fa dimostrerebbe. In realtà questa vertenza poi si è ricomposta nonostante la chiusura nella storica Galleria Vittorio Emanuele e l'incredibile corsa all'ultimo pasto (democratico e low cost) dei milanesi in coda per ore e ore.

IL MC-DIPENDENTE - Certo è che ancora argomento di disputa e di dialettica asprissima il dipendente che frigge le patatine nella catena americana. Una divisione tra guelfi e ghibellini. Tra chi ritiene - come Filippo Di Nardo (autore de Il lavoro di Mc Donald’s in Italia, editore Rubbettino) - che il Mc-dipendente non rappresenti per nulla l’icona del lavoratore sfruttato del XXI secolo. Anzi che sia sinonimo di un lavoro ispirato alla cultura della stabilità contrattuale e della mobilità professionale. E chi invece pensa sia il perfetto esempio della catena di montaggio del mondo globalizzato, con l'odor del fritto sui vestiti e le aspirazioni professionali frustrate dalla Grande Crisi.


FabioSavelli
FabioSavelli7 gennaio 2013 | 15:10

Pamplona, la rivolta dei fabbri: «Non cambiamo più la serratura agli sfrattati»

Corriere della sera

Gli artigiani hanno deciso di non accompagnare più gli ufficiali giudiziari. «Non possiamo più essere complici»

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Nell'ultimo anno in Spagna, a causa della crisi, sono stati eseguiti più di 50.000 sfratti. Intere famiglie, spesso composte da persone che hanno perso il lavoro e non riescono ad arrivare alla fine del mese, sono state costrette dalle banche, con cui hanno sottoscritto negli anni passati un mutuo, ad abbandonare la propria dimora. Tuttavia tre settimane fa è stata lanciata una singolare protesta. L'assemblea dei fabbri di Pamplona ha deciso all'unanimità che non accompagneranno più gli ufficiali giudiziari negli interventi di sfratto e soprattutto non cambieranno più le serrature delle case da cui sono allontanati i proprietari o gli inquilini morosi.

AIUTI - L'anno scorso le banche iberiche hanno ricevuto i 40 miliardi di euro di aiuti, ma gli sfratti sono aumentati di circa il 130%. La Spagna ha approvato un decreto reale che limita gli sgomberi, ma questo - secondo i detrattori - non coinvolgerebbe le persone che ne hanno più bisogno perché escluderebbe i pensionati e le madri single con un minore che ha più di tre anni. Nel 2012 nella zona intorno Pamplona sono stati effettuati circa 700 sfratti e questa attività ha prodotto in media il 10% del fatturato dei fabbri locali.

Tuttavia nonostante i loro ricavi siano aumentati con la crisi, le quindici aziende che raccolgono i fabbri che lavorano nell'area urbana di Pamplona hanno detto basta. Stanche di fare «il lavoro sporco» delle banche, hanno deciso di boicottarle. La strategia, che a prima vista può apparire ingenua, potrebbe avere successo perché se le serrature delle case non sono cambiate, gli ex proprietari morosi possono rientrare nelle proprie abitazioni quando vogliono e per riattivare la procedura di sfratto passano mesi e a volte anche anni.

SUICIDI - Secondo Iker de Carlos, portavoce dei fabbri di Pamplona, con questa decisione la sua categoria ha sì perso parte del proprio lavoro, ma ha riacquistato la propria dignità e l'antico onore: «Ciò che vedi in televisione è diverso da quello che avviene nella vita reale - dichiara il ventiduenne al El Pais - Non possiamo essere complici di chi butta fuori persone dalla propria casa. Sappiamo che la nostra non sarà una rivoluzione, ma vogliamo essere un esempio per la società della Navarra e proporre una soluzione per questa situazione ingiusta».

Il vero dramma - spiega de Carlos - sono i numerosi suicidi avvenuti a causa degli sfratti. Il ventiduenne racconta la storia della cinquantatreenne Amaia Egana, ex consigliera socialista della città di Barakaldo, che lo scorso autunno si è gettata dalla finestra proprio il giorno in cui l'ufficiale giudiziario le ordinò di abbandonare la casa: «Non è stato un suicidio, ma un vero e proprio omicidio - taglia corto De Carlos - Siamo essere umani e non possiamo continuare ad accettare gli sfratti mentre le persone si uccidono. Se le banche hanno bisogno di fabbri per continuare queste azioni, li chiamino da altre zone della Spagna».

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LE ALTRE CITTA' SPAGNOLE - David Ormaechea, presidente dell'Unione dei fabbri di sicurezza, associazione spagnola composta da circa 300 aziende associate per cui lavorano almeno 2000 professionisti, afferma che anche nelle altre città iberiche come Madrid e Barcellona tanti colleghi sono pronti a imitare i fabbri di Pamplona. La sua federazione da tempo solidarizza con gli sfrattati e partecipa a iniziative volte a boicottare quegli sgomberi che sono considerati "estremamente gravi" ovvero quando intere famiglie, con bambini e anziani, sono cacciate dalle proprie abitazioni:

«Siamo dei professionisti, ma abbiamo una coscienza - ammette Ormaechea - Non possiamo partecipare a questi eventi». Dello stesso avviso Guillermo Knob, un altro portavoce della Federazione, che ammette come il passo compiuto dai colleghi di Pamplona sia estremamente nobile ed è certo che presto la maggior parte dei fabbri spagnoli si adeguerà. Tutti adesso attendono cosa faranno le banche. Durante le feste natalizie non è stato possibile testare la reazione degli istituti di credito che avrebbero deciso di arrestare temporaneamente le procedure di sfratto.

Francesco Tortora
7 gennaio 2013 | 13:24

Scontri in piazza, condanne a 6 anni per l'aggressione al blindato dei carabinieri

Corriere della sera

Sei accusati di devastazioni e lesioni per la manifestazione degli indignati di piazza San Giovanni


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ROMA - Sono stati condannati a sei anni di reclusione, con rito abbreviato, i sei autori dell'assalto al blindato dei carabinieri avvenuto il 15 ottobre del 2011, nel corso della manifestazione degli Indignati a piazza San Giovanni a Roma. I condannati sono accusati di devastazione, saccheggio e resistenza e lesioni a pubblico ufficiale pluriaggravata.

ARRESTI DOMICILIARI - Con rito abbreviato il gup Massimo Battistini ha condannato per i reati di devastazione e resistenza a pubblico ufficiale Davide Rosci di 30 anni di Teramo, Marco Moscardelli, 33 anni di Giulianova, Mauro Gentile di 37 anni di Teramo, Mirko Tomassetti, 30 anni di nazionalitá svizzera, Massimiliano Zossolo 28 anni di Roma e Cristian Quatraccioni 32 anni di Teramo. Tutti sono attualmente agli arresti domiciliari ed erano stati arrestati nell'aprile scorso a conclusione dell'indagine che le forze dell'ordine avevano sviluppato successivamente agli incidenti il 15 ottobre. Tra i fatti contestati al gruppo l'assalto anche al furgone dei carabinieri dato alle fiamme in piazza San Giovanni. In quell'occasione fu anche aggredito il conducente dell'automezzo e fu colpito al volto a colpi di bastone.

CHIESTI 8 ANNI - Per tutti il pubblico ministero Simona Marazza aveva chiesto 8 anni di reclusione ciascuno. Contestualmente alla condanna detentiva il gup ha stabilito che a titolo di risarcimento danni in via provvisionale ciascuno degli imputati debba risarcire di 30mila euro il carabiniere aggredito e il ministero della Difesa costituito parte civile nel procedimento. Commentando la decisione del giudice l'avvocato Maria Cristina Gariup, che difende alcuni degli imputati ha detto tra l'altro: «L'attribuzione agli imputati del delitto di devastazione e saccheggio non è condivisibile. Si tratta di una responsabilitá oggettiva della quale manca la prova materiale. Non c'è la prova di quanto contestato agli atti». Un altro difensore ha commentato: «Le sentenze vanno rispettato attendiamo le motivazioni per far ricorso ma al momento riteniamo che giustizia non sia stata fatta».

Redazione Roma Online7 gennaio 2013 | 14:28

Grillo molla tutto e annuncia: "Dopo il voto torno in teatro" E' la fine del Movimento?

Libero

Il leader del Movimento Cinque Stelle tornerà a fare il comico: "Dopo le elezioni mi occuperò solo delle mie cose".

Un annuncio che arriva a sorpresa. Grillo non va in tv e perde ancora consensi. Schiacciato dagli altri leader pensa di tirarsi indietro


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Beppe Grillo è al capolinea. L'effetto soprpersa è passato. Tutti sanno chi è, tutti sanno cosa dice e fa Gianroberto Casaleggio. Tutti sanno cosa è il Movimento cinque Stelle. O meglio tutti quelli che stanno sulla rete, online. Gli altri che invece restano davanti alla tv sanno poco del mondo grillino. E' questo il tallone d'Achille di Beppe. Una debolezza che fa perdere consensi. Grillo non va in tv.

E i sondaggi calano. Secondo Renato Mannheimer ora è allarme rosso. Il M5S è a quota 13.14 per cento, 6-7 punti in meno rispetto alla grande cavalcata siciliana per le regionali con tanto di traversata dello stretto a nuoto. Insomma non andare in tv ti frega. Berlusconi e Monti lo stanno cannibalizzando e lui non sa come difendersi. Così comincia un pò a mollare. Già qualcuno si è chiamato fuori. Federica Salsi, Giovanni Favia e tanti altri espulsi dal movimento pensano al loro futuro, anche a nuovi progetti politici e anuovi movimenti. I rumors delle ultime ore parlano di trattative in corso fra Ingroia con "Rivoluzione civile" e i fuoriusciti a cinque stelle.

La setssa Federica Salsi ha confermato un corteggiamento da parte di Di Pietro e Ingroia ma per il momento ha detto un non secco. Però fa una previsione:  La Salsi fa le sue previsioni sul voto e sulla fine del M5S: "Gli scontenti del movimento voteranno per Ingroia".  E quando la barca comincia ad affondare il capitano potrebbe anche abbandonarla. Grillo sul suo futuro è chiaro: "Io sono un comico, morirei per una battuta....Subito dopo le elezioni, che cercheremo di entrare in Parlamento, io riprendo a fare teatro, a fare le mie cose". Prepariamoci a dire addio ai "vaffa" di Beppe e ai comizi in giro per l'Italia. Dopo il voto cala il sipario sulla politica e si alza ancora una volta quello del teatro. Beppe annusa che il vento non è più a favore di vela. L'incantesimo sta per finire. Meglio tornare alle vecchie abitudini.