martedì 1 gennaio 2013

Napolitano: c'è vera questione sociale Distribuire meglio peso risanamento

Il Mattino


Il discorso di fine anno del capo dello Stato: «Giovani indignatevi, ma reagite. Gli stranieri nati in Italia sono italiani»
ROMA - Ultimo discorso di fine anno da presidente della Repubblica per Giorgio Napolitano.
 

CatturaL'Unità nazionale è il bene primario da tutelare, ha sottolinato il capo dello Stato rivolgendosi in diretta tv agli italiani per venti minuti. La fiducia sull'Italia è tornata, è l'ora di reagire ha aggiunto in un messaggio che guarda al futuro. Poi ha parlato dell'esistenza in Italia di una vera questione sociale e della necessità di distribuire meglio i costi del risamento, senza farli pesare sullle fasce più deboli. Accanto al Capo dello Stato le tre bandiere, quella della Repubblica, quella europea e quella della Presidenza della Repubblica. Sulla scrivania sgombra, solo il leggio con la Costituzione italiana.

Il Paese ha dato una grande prova di maturità passando attraverso sacrifici pesantissimi, ha argomentato il capo dello Stato. Grazie a questi la fiducia sull'Italia è tornata: tocca ora alla politica non sciupare l'occasione confermando la stessa maturità e concretezza nei programmi e mostrando «senso della misura e del limite». Perché il nuovo governo che uscirà dal voto di fine febbraio ha il dovere di affrontare il disagio della gente, lo sconcerto delle famiglie e la rabbia dei giovani. Cioè una vera e propria «questione sociale» che ormai paralizza l'Italia. E ciò può essere fatto solo con misure più eque ed equilibrate, con tagli che tutelino le fasce più deboli. Napolitano ha scelto di guardare al futuro, al dopo-elezioni, con una riflessione aperta e pacata, lontana da ogni registro polemico. Il presidente della Repubblica si è rivolto al Paese reale e ha affrontato quasi tutti i temi aperti dalla crisi economica, spiegando pazientemente quanto le politiche di rigore adottate dal Governo tecnico siano state efficaci.

C'è stato spazio anche per un passaggio tutto dedicato a Mario Monti, il professore chiamato a palazzo Chigi proprio da Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi del novembre 2011. Nessuna polemica, nessun giudizio. Né veti, né avalli. «Il senatore Monti ha compiuto una libera scelta. Egli non poteva candidarsi al Parlamento, facendone già parte come senatore a vita. Poteva, e l'ha fatto - non è il primo caso nella nostra storia recente (successe a Lamberto Dini ndr) - patrocinare, dopo aver presieduto un governo tecnico, una nuova entità politico-elettorale, che prenderà parte alla competizione al pari degli altri schieramenti. D'altronde - precisa Napolitano - non c'è nel nostro ordinamento costituzionale l'elezione diretta del primo ministro, del capo del governo».

«Alla vigilia di importanti elezioni politiche, non verranno da me giudizi e orientamenti di parte, e neppure programmi per il governo del paese, per la soluzione dei suoi problemi, che spetta alle forze politiche e ai candidati prospettare agli elettori», ha sottolineato il presidente della Repubblica.

«Mi attendo che ci sia senso del limite e della misura nei confronti e nelle polemiche, evitando contrapposizioni distruttive e reciproche invettive», ha quindi chiesto alle forze politiche il presidente della Repubblica. In special modo, ha aggiunto, «su tematiche cruciali eluse in questa legislatura».

Monti è tenuto ad assicurare entro limiti ben definiti la gestione degli affari correnti, e ad attuare leggi e deleghe già approvate dal Parlamento, ha rilevato ancora il presdidente della Repubblica. «Il Ministro dell'Interno garantirà con assoluta imparzialità il corretto svolgimento del procedimento elettorale, ha affermato quindi Napolitano.




E' stato un discorso volutamente sereno, privo di spigoli nello spirito - spiegano al Quirinale - di una riflessione aperta che un Paese maturo non può non affrontare. Con l'obiettivo di ricordare alle forze politiche le tante riforme mancate nella passata legislatura che i cittadini attendono da anni. Gran parte del discorso di fine anno del presidente è stato infatti dedicato a parlare al cuore degli italiani, esaltando l'importanza dei diritti civili senza nascondere gli effetti della più grave crisi dal dopoguerra. Ha cercato di infondere fiducia Napolitano, invitando i giovani ad «indignarsi» ma anche a «reagire». A non cedere alle sirene del populismo ma a vivere, magari in prima persona, la «nobiltà della politica».

Non a caso Napolitano ha chiuso il suo discorso di 18 cartelle con una sottolineatura dedicata alle forze politiche con la quale sembra riferirsi sia al movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo che alla costruenda coalizione Monti: «al giudizio degli elettori si presenteranno anche nuove offerte, di liste e raggruppamenti che si vanno definendo. L'afflusso, attraverso tutti i canali, preesistenti e nuovi, di energie finora non rivoltesi all'impegno politico può risultare vitale per rinnovare e arricchire la nostra democrazia, dare prestigio e incisività alla rappresentanza parlamentare».

Ma il discorso del capo dello Stato che ha spaziato dallo stato degradante delle carceri italiane al raccapricciante aumento degli omicidi di donne. Dall'«indignazione» che «suscita la corruzione in tante sfere della vita pubblica e della società», alla repulsione che provoca «una perfino spudorata evasione fiscale o il persistere di privilegi e di abusi nella gestione di ruoli politici ed incarichi pubblici».

Tutti tasselli di uno sdegno morale che l'Italia vuole superare. Tocca ora alla politica - dice ancora il presidente - non mancare l'appuntamento delle elezioni e mostrare finalmente di essere al passo con i sentimenti del Paese: «questione sociale» significa, «prima ancora di indicare risposte, come tocca fare a quanti ne hanno la responsabilità», «sentire nel profondo della nostra coscienza» i disagi della gente dei quali «ci si deve mostrare umanamente partecipi».

Poi bisogna «agire per affrontare le situazioni sociali più gravi». «Lo si può e lo si deve fare distribuendo meglio, subito, i pesi dello sforzo di risanamento indispensabile, definendo in modo meno indiscriminato e automatico sia gli inasprimenti fiscali sia i tagli alla spesa pubblica, che va, in ogni settore e con rigore, liberata da sprechi e razionalizzata», ha sottolineato.

«Al di là delle situazioni più pesanti e dei casi estremi, dobbiamo parlare non più di disagio sociale, ma come in altri momenti storici, di una vera e propria questione sociale da porre al centro dell'attenzione e dell'azione pubblica», ha poi affermato il presidente della Repubblica.

«Scelte di governo dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico obbligano i cittadini a sacrifici» e «contribuiscono a provocare recessione» ma «guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato», ha detto ancora Napolitano.

«Guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato», ha osservato quindi il presidente della Repubblica. «Scelte di governo dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico - ha sostenuto - obbligano i cittadini a sacrifici, per una parte di essi certamente pesanti, e inevitabilmente contribuiscono a provocare recessione. Ma nessuno può negare quella necessità: è toccato anche a me ribadirlo molte volte. Guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato».

Napolitano ha poi espresso di nuovo rammarico per la mancata riforma elettorale. La prova d'appello per le forze politiche è rappresentata dalla qualità delle liste che presenteranno agli elettori, ha continuato Napolitano. «Non si è, con mio grave rammarico, saputo o voluto riformare la legge elettorale; per i partiti, per tutte le formazioni politiche, la prova d'appello è ora quella della qualità delle liste. Sono certo che gli elettori ne terranno il massimo conto», ha sottolineato ancora il capo dello Stato.

«L'insegnamento anche oggi ben chiaro: il rifiuto o il disprezzo della politica non porta da nessuna parte, è pura negatività e sterilità. La politica non deve però ridursi a conflitto cieco o mera contesa per il potere, senza rispetto per il bene comune e senza qualità morale», ha affermato Napolitano.

«L'Italia non è un paese che possa fare, nel concerto europeo, da passivo esecutore; è tra i paesi che hanno fondato e costruito l'Europa unita, ha titoli e responsabilità per essere protagonista di un futuro di integrazione e democrazia federale, condizione per contare ancora nel mondo», ha continuato Napolitano.

Giovani, avete ragioni per «indignarvi» ma trovate ora la forza per «reagire». Questo è stato poi l'invito del presidente Napolitano. «Sono loro che hanno più motivi per essere aspramente polemici, nel prendere atto di pesanti errori e ritardi, scelte sbagliate e riforme mancate», ha spiegato. Ma «importante è che tra i Giovani si manifesti, insieme con la polemica e l'indignazione, la voglia di reagire, la volontà di partecipare a un moto di cambiamento e di aprirsi delle strade».

«Già un anno fa, avevamo 420 mila minori extracomunitari nati in Italia: è concepibile che, dopo essere cresciuti ed essersi formati qui, restino stranieri in Italia? È concepibile che profughi cui è stato riconosciuto l'asilo vengano abbandonati nelle condizioni che un grande giornale internazionale ha giorni fa - amaramente per noi - documentato e denunciato?», sono le due domande amare che il presidente della Repubblica si è posto durante il discorso di fine anno.

«In momenti impegnativi di scelta come quello della imminente competizione elettorale è giusto guardare all'Italia che vorremmo nella pienezza dei suoi valori civili e culturali», ha affermato ancora Napolitano. «E quindi come paese solidale che sappia aver cura dei soggetti più deboli, garantendoli dal timore della malattia e dell'isolamento, che sappia accogliere chi arriva in Italia per cercare protezione da profugo o lavoro da immigrato e offrendo l'apporto di nuove risorse umane per il nostro sviluppo. Paese, quindi, l'Italia, da far crescere aperto e inclusivo», ha aggiunto il capo dello Stato.

«L'Italia non è un paese che possa fare, nel concerto europeo, da passivo esecutore; tra i paesi che hanno fondato e costruito l'Europa unita, ha titoli e responsabilità per essere protagonista di un futuro di integrazione e democrazia federale, condizione per contare ancora nel mondo», ha sottolineato ancora il capo dello Stato.

«Ho per ormai quasi sette anni assolto il mio compito, credo di poterlo dire
, con scrupolo, dedizione e rigore. Ringrazio dal profondo del cuore tutte le italiane e gli italiani, di ogni generazione, di ogni regione, e di ogni tendenza politica, che mi hanno fatto sentire il loro affetto e il loro sostegno», ha concluso Napolitano.



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Caldone scrive a Ingroia: giù le mani dal Quarto Stato

La Stampa

Il sindaco di Volpedo contesta l'uso del celebre quadro di Pellizza nel  simbolo del movimento politico Rivoluzione civile 


Cattura
Giù le mani dal «Quarto Stato»: la silhouette del celeberrimo quadro di Pellizza da Volpedo compare nel simbolo di «Rivoluzione civile», il movimento politico di Antonio Ingroia, ma il sindaco di Volpedo, Giancarlo Caldone, socialista, ex assessore provinciale, non ci sta. Il primo cittadino ha scritto ad Ingroia chiedendo che l’immagine non venga più utilizzata: «Questa mia decisione - spiega - non nasce da una motivazione politica ma dal fatto che, come sindaco del Paese, sono veramente disgustato dall’utilizzo indebito che si è fatto in questi anni di questa icona».
Il quadro «è stato utilizzato e sfruttato in mille modi nel campo dello spettacolo.

Da Bernardo Bertolucci, che non si è neppure degnato di dare una risposta all’invito rivoltogli dal Comune nel 2001, quando il quadro ritornò a Volpedo, e ultimamente da Adriano Celentano. Nel campo privato l’industria Lavazza l’ha utilizzato per la sua pubblicità, anche in questi casi senza educazione alcuna. Tanto per citare alcuni casi». Il sindaco non manca di rivolgere a Ingroia una critica di tenore estetico: «Mi permetta ... il suo stilizzato è veramente orrendo ... A differenza di quanto fece il suo ex collega e futuro compagno di partito Antonio Di Pietro, con il quale mi sono complimentato per email».

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«Il Quarto Stato» è di proprietà del Comune di Milano. «Forse - dice il sindaco - il Comune e il paese che rappresento non possono proibire l’uso legalmente, ma moralmente sì». Ed è così deciso, Caldone, da rivolgere delle critiche (questa volta di natura politica) anche al segretario del suo partito, Riccardo Nencini, che ieri aveva fatto un comunicato analogo: «come può un partito che si è venduto al Pd per un piatto di lenticchie permettersi di parlare del ’Quarto Statò e di Volpedo?». Quella diffusa da Caldone è la lettera con cui «un sindaco di campagna» vuole anche sollevare il tema della disattenzione delle istituzioni verso i piccoli comuni: «la piazza principale di Volpedo, dipinta da un quadro di Pelizza, è minacciata da un grave dissesto idrogeologico» ma nonostante gli appelli in pochi - dice - si sono interessati. «A riprova che ’il Quarto Statò viene solamente sfruttato e strumentalizzato»

E in vigore la riforma delle pensioni. Ora però serve far decollare quelle complementari»

Corriere della sera

Mastrapasqua, presidente dell'Inps: da quest'anno per gli uomini serviranno 66 anni e 3 mesi, per le donne 62 e 3 mesi

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Con il primo dell'anno scatta un provvedimento che segnerà profondamente la vita degli italiani. La riforma della previdenza è entrata pienamente in vigore, dato che comincia a dispiegare concretamente i suoi effetti. Da oggi infatti si va in pensione con un'età maggiore: gli uomini a 66 anni e 3 mesi, le donne a 62 anni e 3 mesi. Si è passati al sistema contributivo puro, spariscono le pensioni di anzianità e le cosiddette «finestre». Insomma: parte la nuova previdenza. Lo ha ricordato il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, ai microfoni di «Start» su RadioRai1. «L'età pensionabile è agganciata all'aspettativa di vita - ha detto - perchè per fortuna si vive di più, quindi si lavorerà di più e si percepirà una pensione per più tempo».

PENSIONE COMPLEMENTARE - «La riforma è cominciata vent'anni fa con Amato, poi con Dini e tutti i governi che si sono susseguiti. Di fatto la riforma Monti-Fornero, chiude un ciclo di transizione molto lungo», ha aggiunto Mastrapasqua. A chi gli chiedeva se il sistema sarà sostenibile dalle singole persone ha poi risposto: «Serve la «seconda gamba» della pensione complementare, che in Europa è molto diffusa ma che in Italia stenta ancora a decollare. Su questo tutti (Inps, assicurazioni e banche) devono lavorare». Mastrapasqua ha anche ricordato un dato «allarmante»: nel Vecchio Continente, ha sottolineato, «la media di coloro che hanno la pensione complementare è di circa il 91%, in Italia è il 23%. Un differenziale troppo ampio sul quale bisogna riflettere per capire quali sono gli errori che sono stati fatti».

ABUSI - Mastrapasqua si è poi soffermato sul tema degli abusi in materia previdenziale: «Stiamo scoprendo praticamente tutti e nel 2013 completermeo il monitoraggio dei cittadini che percepiscono in maniera illegittima la pensione di un parente ormai deceduto». Mastrapasqua ha commentato così i risultati dell'indagine «post mortem» avviata dall'Istituto in collaborazione con le forze dell'ordine. «La maggior parte delle persone scoperte - ha aggiunto, ricordando che nel 2012 sono state denunciate 615 persone - ha già aderito al piano di rateizzazione, perchè pretendiamo la restituzione di quanto versato».

Redazione Online1 gennaio 2013 | 11:53

San Silvestro

La Stampa

l Santo della notte di Capodanno; Papa dal 314 al 335

Domenico Agasso jr
Roma


Cattura
Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio danno la totale libertà di culto ai cristiani; il Papa è l’africano Milziade, che muore l’anno dopo. Gli succede il sacerdote Silvestro («che vive nei boschi, selvaggio», dal latino). Al nuovo Pontefice Costanti­no dona il palazzo del Latera­no come residenza, poi affiancato dalla basilica di San Giovanni; inoltre, edifica la prima basilica di San Pietro. Dunque san Silvestro è il primo Papa eletto in una Chiesa non minacciata dalle persecuzioni.  Ma se il nuovo Capo della Chiesa ha la fortuna di essere in pace con l’autori­tà civile, nel suo pontificato lungo ventuno anni deve però gestire le «grane» e le tribolazioni dei cristiani in lite tra di loro: si tratta di contro­versie disciplinari e teologiche, aggravate dalla non ancora compiuta e chiarita auto­rità ordinaria della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese presenti intor­no al Mediterraneo.

In questo clima di tensioni e confusione, interviene nelle dispute religiose Costantino, ma non con l’intenzione di limitare il ruolo di Silvestro, bensì per creare e diffondere tranquillità nell’Impero. Ecco le iniziative imperiali: nel 314 in Gallia indice il Concilio occidentale di Arles, sulla que­stione donatista (sulla validità dei sacramenti impartiti dai Vescovi che non si erano opposti alle persecuzioni dell’imperatore Diocleziano); e undici anni dopo indice il primo Concilio ecumenico a Nicea, nel quale si approva il «Credo» che, contro le dottrine di Ario, riconferma la Divinità di Gesù Cristo («Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre»). Questi avvenimenti papa Silvestro li vive in secondo piano, nell’ombra: non ha la possibilità di interve­nire nei dibattiti, non può esserne «attore protagonista»; riceve le comunicazioni – con solenni­tà – di decisioni già prese.

Ma ciò non gli impedisce di entrare «nel cuore» della gente. Lo si capisce appena muore, perché viene immediatamente e pubblicamente or­onorato come «confessore»; è tra i primi a ricevere questo titolo, attribuito dal IV secolo in poi a chi, anche senza martirio, ha trascorso la propria esistenza sacrificandola a Cristo.
 
San Giovanni Francesco Regis
Sacerdote francese della Compagnia di Gesù, morto nel 1640. 

San Mario
Vescovo a Losanna, in Svizzera, morto nel 594.

Santa Melania la Giovane
Sul Monte degli Ulivi in Palestina ha fondato un Monastero femminile, e alla morte del marito uno maschile. È morta nel 439.

Sante Donata, Paolina, Rogata, Dominanda, Serotina, Saturnina e Ilaria
Martirizzate a Roma in epoca incerta.

Santa Colomba
Martire di Lione, in Francia, uccisa intorno al IV secolo.

San Zotico
Sacerdote di Costantinopoli morto nel IV secolo.

San Barbaziano
Prete di Ravenna morto nel V secolo.

Santa Caterina Labourè
Suora delle Figlie della Cari­tà, morta nel 1876.


twitter@agasso_domenico

Videoadozioni LaZampa.it, quando i risultati sono un piacevole successo

La Stampa

zampa

Il programma «4 Zampe in tv» ha superato quota 500 cani adottati su circa 1500 presentati

CRISTINA INSALACO
TORINO
 

Cattura
«È stata una rivoluzione copernicana», così Davino Fazia, responsabile del rifugio di Cavour, parla di «4 Zampe in tv», il programma di videoadozioni che da aprile 2011 trovate su LaZampa.it. Ideato e condotto dal giornalista e produttore televisivo Francesco Espen (le riprese sono di Giordano Signori, la regia di Riccardo Humbert, la postproduzione di Rocco Marando), «4 Zampe il tv» ha cambiato il mondo delle adozioni piemontesi.

Ogni settimana vengono presentati decine di cani e gatti, con interviste a volontari, educatori cinofili e responsabili dei rifugi. Obiettivo: svuotare i canili. O almeno far trovare a sempre più cuccioli e anziani una casa in cui dormire. Il bilancio del programma dopo quasi due anni? Dal rifugio «Cascinotto» di Collegno alla «Lega per la difesa del cane» di Torino, la risposta è sempre la stessa: un successo. E i numeri parlano chiaro. In 113 puntate, su 1568 cani presentati ne sono stati adottati 526. «A Cavour non riuscivamo a darne in adozione più di 200 all’anno – dice Davino Fazia -, quest’anno invece 350 cani hanno abbandonato il loro box ». 

Ed ecco che volantini, locandine e lettere spedite alle famiglie per raccontare le storie di beagle e cocker, stanno sparendo per dare spazio alle adozioni 2.0. Già, perché in rete gli animali entrano con un click nelle case delle persone. Persone che magari in un canile non c’erano mai state. Di più: all’Enpa di Chieri sono arrivati addirittura dalla Francia per un’adozione. Qualcuno è partito da Alessandria, altri vengono a Torino dalle Valli di Lanzo, una famiglia di Asti sta per adottare un cucciolo al «Bau» di Alpignano. 

«Il nostro programma tv ha abbattuto il blocco psicologico che aveva la gente nel vedere gli animali in gabbia – dice Francesco Espen -, il canile è solo un momento di passaggio tra una situazione di sofferenza e la felicità di vivere in una famiglia». L’idea di «4 Zampe il tv» è nata dalla passione che Espen ha sempre avuto per gli animali: «Quando andavo all’università, aiutavo un amico volontario a far adottare i cani – racconta -, ne avevo sempre uno in macchina per qualcuno». E grazie alle videoadozioni, anche qualche cane «invisibile» o «vecchietto» ha iniziato una nuova vita lontano dal cemento e dalle sbarre. Come Timmy, un meticcio strabico e senza un dente, malato di leishmaniosi.

«Tutti al rifugio Bau pensavamo che non l’avrebbe mai adottato nessuno – confessa la responsabile Giovanna Rissone – e invece una signora ha scelto proprio lui. È stato il regalo di Natale più bello». 
E nel 2013 i progetti non si fermano. «Partirò da Torino insieme all’Associazione LiberiTutti, che salva cani e gatti abbandonati in Sardegna, – spiega Francesco Espen – e girerò sei puntate della trasmissione nell’isola. Chi volesse adottare gli animali può chiamare Anna Lia Guglielmi al 349.74.23.876». Per partecipare alla trasmissione potete invece scrivere a «adozioni.lazampa@lastampa.it». «Sono convinto che il prossimo anno - dice Davino Fazia, responsabile del rifugio di Cavour – raggiungeremo le 400 adozioni». La rivoluzione continua.

twitter@Super_Cri