giovedì 31 ottobre 2013

Giulia Innocenzi k.o. all’esame da giornalista Ironie e sfottò. E lei: «Mi fanno pena, poracci»

Corriere della sera

La cronista di «Servizio pubblico» non passa la prova scritta. Il web s’infiamma con le prese in giro. Ma c’è molta solidarietà

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Quel che scrive su Facebook è questo. «Ci sono persone che si alimentano solo dei misfatti degli altri. Ragionano così: a me va di m..., a te deve andare peggio. Queste persone mi fanno pena, perché sono povere. E anche con tutto l’oro del mondo non si arricchirebbero di certo. Rimarranno sempre dei poracci». Lo sfogo è quello di Giulia Innocenzi, 29 anni, riminese, giornalista di «Servizio Pubblico» e volto noto della trasmissione anche per le polemiche in diretta con direttori come Augusto Minzolini e Maurizio Belpietro. Il 15 ottobre Innocenzi non ha passato lo scritto dell’esame di Stato per l’iscrizione all’albo de i giornalisti professionisti. Prova severissima che una certa ansia la mette, figurarsi, anche alle firme eccellenti tra le quali si conteggiano, anche in tempi recenti, bocciature non pronosticabili.

LIBERO IN «TACKLE» E appunto: il kappaò di Innocenzi è stata giudicata una notizia dalquotidiano «Libero» che ne ha dato conto con una certa perfidia. «Davvero incredibile, per una ragazza che più volte aveva impartito lezioni a destra e manca». E ancora. «Ora la fidanzata di Pif, ex Iena e applauditissimo alla Leopolda durante la recente convention renziana, dovrà ripartire da capo. D’altronde, diventare professionista non è una passeggiata. Anche se ti chiami Giulia Innocenzi e frequenti “una vera scuola di giornalismo” - così ha definito la sua esperienza di lavoro la stessa Innocenzi, ndr - come quella di Santoro».

POLEMICHE SUI SOCIAL NETWORK - Apriti cielo. Su Facebook e Twitter, ironie e sfottò, ma anche difese a spada tratta, si sono moltiplicate in un istante. Invidie e gelosie professionali, rivalse. Eccone qualcosa tra i commenti più clementi: «Giulia Innocenzi go home! Dio esiste» (steph@docst). E poi altri: «Come godo», «boriosetta», «saccente». Non mancano le polemiche sul senso dell’esame di Stato. «Una sanatoria» scrive Emiliano Liuzzi, direttore dell’edizione online del Fatto Quotidiano. Michele Ruschioni, direttore di «Noiroma», sorta di Dagospia dell’Urbe, attacca tranchant la collega sul suo profilo facebook:

«Ora non è che st’esame sia indicativo di quanto uno sappia fare il mestiere. Però dal momento che è istituito tocca superarlo. Non ci vuole uno scienziato per rimediare un 36. Bisogna solo saper scrivere». Mattia Feltri, inviato della Stampa, twitta a difesa.«La bocciatura all’esame di giornalismo di @giuliainnocenzi dimostra la ridicola inutilità dell’esame medesimo ». Così anche dall’Espresso. Ecco Riccardo Bocca - «Dopo tante batoste, l’Ordine dei giornalisti recupera credibilità grazie a Giulia Innocenzi. Un gesto generoso, farsi bocciare all’esame» -e Alessandro Gilioli: «Penosi e biliosi gli attacchi a Giulia Innocenzi per l’esame non passato eh. Ripigliamoci dai. Che poi conosco colleghi “professionisti” che te li raccomando».

L’ENDORSEMENT DI IACOPINO - A difesa della Innocenzi c’è anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino. L’endorsement arrabbiato compare sulla bacheca della 115° sessione d’esame, quella sotto tiro e che ha visto una mezza falcidie: oltre il 44 per cento rispediti a casa. L’appello - in gran parte raccolto - è proprio per i candidati, invitati a «mostrare dignità». «Sapete, per averla vissuta, che prova è l’esame. Il giudizio, positivo o negativo, è falsato dalla tensione e non fotografa certamente le vostre reali capacità.

Invece perfino l’esame viene usato per delle volgarità. Mi riferisco alla campagna contro Giulia Innocenzi. Mi piacerebbe un sussulto di dignità da parte vostra - è l’esortazione -: un documento non di solidarietà (non conosco praticamente Giulia, ma credo abbia spalle larghe e forti) ma di denuncia di un modo di fare informazione che passa sopra la vita e i sentimenti delle persone». I «mi piace» sono stati moltissimi. Ma qualche intervento ha spostato il tiro: «Ricordatevi dei precari, e dello sfruttamento che c’è in tante redazioni».

31 ottobre 2013

La strega di Halloween è il doodle di Google Ma non in Italia

Quotidiano.net

Con doodle animato, con la strega dal naso lungo che crea pozioni magiche, Google celebra la festa che si celebra nella notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre con l’ormai famoso “dolcetto o scherzetto”. Il gioco Halloween Witch è apparso a molti utenti in Europa e negli Stati Uniti, ma non in Italia

Roma, 31 ottobre 2013


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Halloween Witch, la strega di Halloween. E’ il gioco che Google ha ideato per celebrare la festa pagana che si celebra nella notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre (in concomitanza con Ognissanti) e l’ormai famoso “dolcetto o scherzetto”. Un doodle animato, con la strega dal naso lungo che crea pozioni magiche, che è apparso a molti utenti in Europa e negli Stati Uniti, ma non in Italia. Il gioco consiste nel creare una pozione magica con ossa, teschi, veleno in boccetta e mele seguendo il libro degli incantesimi che la strega ha con sé. Aggiungendo due degli ingredienti appaiono diversi simboli di Halloween: la zucca, i fantasmi, le mummie o altri a seconda della combinazione.

L'antisemitismo di Vauro in tribunale non esiste. Ma ci perseguita da sempre

Fiamma Nirenstein - Gio, 31/10/2013 - 08:40

Naso a becco e stella di Davide: nella vignetta usata la simbologia dei razzisti. I giudici lo assolvono, io lo citerò alla Corte per i diritti umani

Quando guardo la vignetta di Vauro con la mia caricatura, che di nuovo un tribunale italiano ha assolto accusando invece contro ogni logica Peppino Caldarola che ne ha denunciato il significato, penso: bravo Vauro, ha saputo compendiare tutto il significato dell'antisemitismo contemporaneo in una sola immagine.

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Ambiguo, polivalente, saldamente ancorato nella tradizione antisemita classica, io col naso a becco, un mostro, un essere deumanizzato, con la stella di Davide cucita come esigevano i nazisti con gli ebrei, e moderno, consapevole del fatto che basta trovare una qualche ragione popolare per odiare gli ebrei e appicicarglielo, come quel distintivo del Pdl accanto al fascio littorio appiccicato a me. Proprio a me? Sono Fiamma? Con la mia storia di femminismo? Diritti umani? Iranianiani perseguitati? Tanti libri? Tanta storia? No, sono l'ebrea di Vauro.

L'antisemitismo all'Onu, forse non è un fatto molto noto, non si enuncia mai in quanto tale dopo la Shoah: nel '64 la parola «antisemitismo» non venne ammessa come riferimento nella «convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale», perchè, si disse, era un problema di intolleranza religiosa. Fra le intolleranze religiose, non fu ammessa perchè era un problema razziale. Non ci sono effetti o conseguenze nelle risoluzioni dell'Onu per gli antisemiti, perchè non esistono. Anche Vauro non è antisemita: non esistono.

Ovunque l'odio è seminato da vignette come quelle di Vauro, una delle tante aggressioni antisemite che ho ricevuto nella vita. Ma io posso parlare, scrivere e viaggiare, una scorta della polizia italiana mi ha protetto per tanti anni da minacce insistenti e reiterate, ma stavolta bisogna che dica a Vauro: basta con l'incitamento. Io la citerò alla Corte europea dei diritti umani, e cercherò giustizia perché come dice Shylock, mangiamo lo stesso cibo, siamo feriti dalle stesse armi e se si punge un ebreo, forse che non sanguina? Io sanguino, quel naso è mio, quello spregio al corpo femminile nella sua vignetta è al mio proprio corpo di donna, la stella di Davide è sul mio petto, quelle ferite per evocare Frankestein di fatto incosciamente lei le ha disegnate su un corpo ossuto come quelli dei morti ad Auschwitz, come quelli dei miei nonni.

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Io so cos'è l'antisemitsmo: ho scritto parecchio sull'argomento, fra cui un libro intitolato L'antisemita progressista. Non ce n'è uno che ammetta di esserlo. È dal 2008, quando Vauro stampò la vignetta sul Manifesto, che mi porto quella stella di David, la sua, e non va bene. Invece lo schiaffo è stato reiterato dalla sentenza in appello.

L'antisemitismo oggi è inconsapevole, e anche giustificato, Vauro di certo mi ha messo quel fascio addosso perchè decide lui se un ebreo possa scegliere di candidarsi con il Pdl. Altri decisero a suo tempo, se poteva avere un negozio, o una cameriera cristiana, o se poteva andare a scuola con gli altri studenti, o lavorare in Banca, come mio nonno che ne fu cacciato.

Anche la bambina che alle elementari mi chiese se avevo la coda non sapeva affatto di essere antisemita, lo chiedeva per curiosità. Non lo sanno quelli che mi hanno accusato di essere la capa della lobby sionista in Italia e alla Camera finché ci sono rimasta, e persino tutti quelli che mi hanno minacciato di morte. I più recenti che mi hanno preso di mira citano la mostrificazione che fa di me Vauro. Basta giuocare la battaglia sul campo contiguo, quello in cui non si parla di niente, e l'antisemitismo è un giuoco ideologico. Eppure i morti ci sono.

Sedriano, ecco come la ‘ndrangheta si era infiltrata in Comune

Corriere della sera

Consegnato l’estratto dell’atto di scioglimento del consiglio. L’ex sindaco Celeste: «Tutte congetture»


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Incarichi negli uffici tecnici affidati senza selezioni pubbliche, bensì a persone di fiducia, «vicine a ambienti controindicati». Appalti pilotati e agevolazioni ingiustificate nei confronti di società collegate a famiglie mafiose. Un diffuso ricorso ad alcuni strumenti, come le perizie suppletive e le varianti in corso d’opera «in assenza dei presupposti di legge». Per questi e altri motivi, che dimostrano un’infiltrazione della criminalità organizzata «presente e manifesta», il presidente della Repubblica ha sciolto il consiglio comunale di Sedriano. A spiegarlo è un estratto dell’atto di scioglimento, consegnato in questi giorni agli ex amministratori, che contiene un riassunto della relazione del ministro dell’Interno Angelino Alfano e della commissione prefettizia di accesso agli atti, che si era insediata in Comune il 3 aprile scorso. L’intero provvedimento è composto da oltre 300 pagine, ma non è stato ancora reso noto. Ora l’ente è affidato a una commissione straordinaria che lo guiderà per 18 mesi.

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VOTI IN CAMBIO DI FAVORI - «L’inchiesta giudiziaria ha fatto emergere l’esistenza di un’intesa tra alcuni amministratori pubblici, tra cui il sindaco Alfredo Celeste, ed esponenti delle consorterie malavitose, finalizzate ad assicurare ai primi l’appoggio elettorale , in cambio di benefici non solo economici, scrive il ministro Alfano, indicando i protagonisti di questo «intreccio politico-affaristico». A Sedriano agivano Eugenio Costantino, «elemento di spicco della ‘ndrangheta», e il medico Marco Scalambra, «elemento di collegamento tra esponenti della criminalità organizzata, politici e amministratori, interessato ad avere appalti e capace di condizionare fortemente le scelte dell’amministrazione». Per garantire favori a loro e altri imprenditori, spiega la relazione, l’amministrazione guidata da Celeste riorganizzò l’area tecnica del Comune, suddividendola in due settori per poi affidarne uno «alla responsabilità di soggetti individuati senza preventiva proceduta selettiva, ovvero vicini ad ambienti controindicati» e creando così un «generale contesto di illegalità» che non garantiva più l’imparzialità dell’ente.

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INFILTRAZIONE MAFIOSA – Ma non è stato il tentativo di corruzione del sindaco da parte di Costantino e Scalambra a far chiedere lo scioglimento del Comune. Questa, secondo gli investigatori, «può definirsi come un’infiltrazione potenziale». La criminalità organizzata è invece «già presente e manifesta» negli appalti del Comune dati a un’impresa sedrianese che si occupa di gestione e cura del verde. Impresa il cui titolare (non coinvolto nell’inchiesta) «è imparentato con una potente e storica famiglia ‘ndranghetista di Bareggio», e di questo il sindaco era «perfettamente consapevole». Inoltre, i commissari osservano che vi sono «alcuni elementi di continuità tra l’amministrazione eletta nel 2009 e quella eletta nelle consultazioni del 2004». Allora, però, Celeste era all’opposizione e al governo c’era il centrosinistra con Enrico Rigo.

LA REPLICA - Tutte congetture, secondo Alfredo Celeste, che ribadisce l’intenzione di fare ricorso al Tar contro lo scioglimento del Comune. «Se c’era un’infiltrazione allora perché il gip mi ha rimesso in libertà, restituendomi i pieni poteri? E poi come avrei fatto a nominare persone o a fare appalti senza seguire le procedure? Ogni atto è passato dall’ufficio legale e dalla segreteria. Cos’ha da dire, invece, l’ex sindaco, dato che la relazione dice che noi abbiamo portato avanti quello che loro già facevano?». Enrico Rigo (Pd) ribatte che «continuità con l’operato di Celeste non ce n’è mai stata, nel modo più assoluto, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con personaggi legati alla ‘ndrangheta che io non ho mai avuto. Quanto alla relazione, attendiamo il testo intero e leggeremo».

30 ottobre 2013

Se al cimitero si naviga online

Corriere della sera

Greco, un cartello all’ingresso del camposanto indica la «Wi-Fi area». Che funziona davvero


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I fiori, un cero e poi smartphone, Ipad e pc. Nella Milano dei 500 hot spot comunali, i punti d’accesso alla rete wi-fi, il più curioso è senza dubbio quello del cimitero di Greco. Metti che, andando a far visita ai propri cari lì sepolti, venga un’irresistibile voglia di controllare le email, consultare la propria pagina Facebook o mandare un sapido tweet, al cimitero di Greco si può (a Musocco e al Monumentale, invece no).

La targa non passa inosservata, è proprio all’ingresso del camposanto di via De Marchi. A cosa serva un punto d’accesso alla Rete in quel luogo, a parte le eventuali necessità di cui sopra, nessuno lo sa. Non certo i custodi del cimitero («È lì da tempo», bofonchiano), forse nemmeno il Comune che sul suo sito online è moderatamente prodigo di informazioni sul luogo (mq, servizi igienici, nessun telefono pubblico, un piccolo parcheggio eccetera), ma nemmeno un accenno all’hot spot cimiteriale. Il bello è che, a differenza di altri punti d’accesso cittadini parecchio tremolanti quanto a connessione, questo funziona davvero. Utile saperlo, soprattutto in vista di sabato, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. A Greco, vera commemorazione 2.0.

31 ottobre 2013

Internet in mobilità, in Italia scarichiamo a 6,3 megabit al secondo (in media)

Corriere della sera

Il risultato dell’indagine MisuraInternetMobile 2013 realizzata dall’Agcom: 6.00o km percorsi da un’auto che ha raccolto i dati

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La velocità media per scaricare dati da Internet in mobilità - smartphone, tablet o chiavette - in Italia è pari a 6,3 Megabit al secondo. Tra gli operatori i migliori si sono rivelati Vodafone (download, quando scarichiamo file) e Tim (upload, quando li carichiamo), anche se i risultati variano molto da città a città. Sono alcuni dei risultati dell’indagine ufficiale MisuraInternetMobile 2013 realizzata dall’Agcom, che ha preso in esame le reti 2G e 3G di Telecom, Vodafone, Wind e H3G di 20 città. I dati sono stati raccolti on the road da un’auto, che ha percorso quasi 6.000 km nell’arco di circa 4 mesi (dal 28 gennaio al 24 maggio 2013) spostandosi lungo tutto il territorio nazionale ed effettuando, in totale, circa 500 mila singoli test. Le città sono state scelte, di norma, con il criterio di essere le più popolose della regione di appartenenza.

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UPLOAD - Tra gli altri risultati, emerge una velocità di caricamento (upload) pari a 1,6 mega. Per visualizzare una pagina di dimensioni di circa 800 Kbyte occorrono in media 3,6 secondi. Tornando alla velocità di download, quella più importante per la maggioranza dei consumatori, si rileva una sostanziale differenza tra quanto promesso dalle pubblicità (velocità di oltre 40 Megabit al secondo) e quanto registrato sul campo. Un dato che non stupisce, visto che si tratta di velocità massime teoriche e non certo di valori effettivi, che dipendono da molti fattori, tra cui la qualità della rete, l’affollamento della cella cui si è collegati e la presenza di elementi di disturbo quali edifici.

MEGLIO VODAFONE E TIM - Guardando ai risultati legati agli operatori, secondo i dati AgCom è Vodafone che assicura la velocità media (su 20 città) più alta in download, con 7,26 Megabit. Seguono 3-H3G (6,66 mega), Telecom (6,45 mega) e Wind (4,69 mega).
Nella velocità di upload, invece, prima svetta Telecom (1,83), seguita a un’incollatura da Vodafone (1,82) e poi più distanziate 3-H3G (1,46) e Wind (1,16). I valori, però, variano sensibilmente da città a città. E riguardano per l’appunto i grossi centri abitati: nelle zone più rurali la situazione può essere molto diverse, come sa bene chi si sposta in aree meno abitate e sconta velocità di rete scadenti quando non addirittura l’assenza di copertura.


Obiettivo delle campagne dell’Agcom, tenuto conto della veloce crescita del mercato legato ai servizi e alle applicazioni su banda larga mobile, è quello di rendere disponibili agli utenti dei dati indicativi delle prestazioni dei quattro operatori mobili con riferimento alla qualità del servizio di trasmissione dati. Oggetto della valutazione le reti 2G e 3G (la tecnologia di rete LTE 4G, ancora in fase di parziale diffusione, non è rientrata in questa tornata di rilevazioni) con gli operatori che hanno predisposto le loro reti secondo le migliori condizioni operative e avvalendosi delle migliori tecnologie possibili dei rispettivi equipaggiamenti di rete, sia come hardware sia come software. Le campagne ufficiali sono state programmate, a partire dal 2013 e per circa 3-4 anni, al ritmo di due all’anno (una per semestre).

30 ottobre 2013

Il centro congressi del G8 è nuovo e già perde pezzi

Corriere della sera

Doveva rilanciare La Maddalena, dopo 4 anni è vuoto

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«Ah, quando s’alza il vento…». Il lamento cantato da Lucio Battisti si leva alla Maddalena a ogni folata di maestrale. Altri tetti scoperchiati, altri pannelli di vetro strappati all’avveniristico «Main Center», altri pezzi di coperture inghiottiti dal mare… Cadono a pezzi, solo quattro anni dopo, le costosissime strutture costruite per il G8 poi spostato all’Aquila. E i soldi dati ieri per finire la bonifica, potete scommetterci, non basteranno.Sono 11 milioni e rotti, i nuovi stanziamenti decisi dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Sardegna per completare il risanamento «dello specchio acqueo antistante l’ex Arsenale militare di La Maddalena».

Il guaio è che per i giudici impegnati nell’inchiesta sulla «bonifica fantasma», i quali poche settimane fa hanno inviato gli avvisi di indagini concluse a 17 indagati eccellenti, dall’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso all’ex responsabile della struttura di missione per il G8 Mauro Della Giovanpaola fino all’ex viceré del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, l’area dettata da fanghi neri impregnati di idrocarburi lasciati dai vecchi insediamenti militari non è di sei ettari ma di dodici: il doppio.

Tanto che i pessimisti sono pronti a giurare che saranno insufficienti non solo i quattrini (ne servono almeno 19, di milioni, secondo i periti della magistratura) ma anche i tre anni fissati per finire il disinquinamento. E tutto si può chiedere ai maddalenini meno che abbiano fiducia negli impegni presi. Troppe volte, in questi anni, sono stati traditi. Alla Maddalena, giurava Silvio Berlusconi nel dicembre di cinque anni fa, «è stata fatta la più grande bonifica ambientale mai fatta in Italia in modo che l’isola diverrà un’attrazione turistica assolutamente all’avanguardia».

E il governo assicurava, sfidando la Ue che avrebbe aperto una procedura d’infrazione su tutte le violazioni delle regole, che i lavori per il G8 sarebbero stati fatti «nel massimo rispetto ambientale». E ancora tre giorni prima del terremoto all’Aquila che avrebbe spinto il Cavaliere a mollare l’arcipelago, Bertolaso affermava: «Abbiamo bonificato una zona inquinata in un parco nazionale, abbiamo portato le barche dove c’erano i sommergibili e ora garantiamo l’occupazione a un migliaio di persone». Sì, ciao… Mai vista un’assunzione.

Costò una tombola, quel «lifting ambientale» per cui la Protezione civile ingaggiò anche Francesco Piermarini, il fratello della moglie di Bertolaso che lo definiva «un grande esperto di bonifiche». Trentuno milioni, pare. Ma con tutti gli annessi e connessi sarebbero stati 72. Senza che le acque fossero ripulite almeno il necessario per rimuovere, se non il divieto di balneazione, almeno quello di navigazione e di ancoraggio. Il colmo, scrisse sull’Espresso Fabrizio Gatti: «Un porto turistico costato complessivamente 377 milioni di euro pubblici nel quale yacht, barche e gommoni non possono attraccare».

E lì c’è la seconda grana. La pretesa della Mita Resort di Emma Marcegaglia che lo Stato rispetti l’accordo fatto poche settimane prima dello spostamento del G8. Quando l’allora presidente di Confindustria vinse in gara solitaria (contestatissima da due altri imprenditori turistici) l’appalto per gestire in cambio di 40 milioni, per trent’anni, le strutture costruite o ristrutturate per il summit internazionale. Un complesso che avrebbe dovuto diventare, dopo lo spot mondiale della parata con Obama, Medvedev, Merkel, Sarkozy e tutti gli altri, il cuore della nautica esclusiva dell’intero Mediterraneo.

Dicono quelli della Mita: ma come, dovevate portare i Grandi del pianeta e (con tutto il rispetto per la tragedia aquilana) così non è stato; dovevate risanare le acque e non l’avete fatto; dovevate togliere lo stradone che passa davanti all’ex ospedale militare trasformato in un hotel di lusso per farci la passeggiata a mare e non l’avete tolto; ci avete fatto spendere 9 milioni di euro di arredamenti e non possiamo affittare una camera o un posto barca… Risultato: una richiesta danni di 149 milioni. Che si aggiungerebbero al mezzo miliardo (la cifra esatta, per ora, pare non saperla nessuno) già buttato per quella costosissima giostra mai fatta girare.

«Ma come: se la Marcegaglia non ha ancora tirato fuori un centesimo dei soldi dovuti!», sbotta l’ex assessore provinciale all’ambiente Pierfranco Zanchetta, duro oppositore delle scelte sventurate fin qui commesse, «Non capisco. Già le avevano fatto lo sconto riducendo da 40 a 31 i milioni di canone e allungandole da 30 a 40 gli anni di gestione! Ha speso soldi per arredamenti o altro? Porti le ricevute ed esiga i rimborsi. Ma chiedere 149 milioni di mancato guadagno senza neppure aver tirato fuori quello che deve lei allo Stato…».

Fatto sta che, in attesa che si chiuda la rissa sulla manutenzione («Tocca allo Stato», «No, alla Regione», «No, alla Marcegaglia») le opere che solo quattro anni fa erano nuove di zecca e pronte ad accogliere il vertice planetario, sono in condizioni catastrofiche. L’area delegati che doveva diventare una struttura culturale e commerciale mostra le ferite dei pezzi di tetto strappati dal vento. Le colonne degli antichi depositi dell’arsenale costosamente restaurate sono già oscenamente arrugginite. L’albergo ricavato dall’ex ospedale con lavori abnormi per 77 milioni di euro (722 mila euro a camera) è assediato dalle erbacce che stanno mangiandosi anche il marciapiede. E ovunque degrado, degrado, degrado.

Quello che più fa salire il sangue al cervello è però l’edificio futuristico del «Main Center» che doveva ospitare le personalità più illustri del mondo e che si protende sull’acqua del bacino. Le spettacolari vetrate sui fianchi erano coperte da una specie di alveare, un grande merletto di vetro e acciaio voluto per dare insieme un po’ d’ombra e insieme trasparenza, stanno giorno dopo giorno sgretolandosi. «Uno schifo», si sfoga l’architetto Stefano Boeri, autore del progetto, «Lo vedo e sto male. Sono pazzi a lasciarlo finire così».

Non era stata una pazzia piuttosto mettere quella grata leggera esposta alla furia del maestrale? «Per niente! Non c’è posto dove il maestrale tiri quanto a Marsiglia eppure lì il Mucem, cioè il museo della civilizzazione dell’Europa e del Mediterraneo, coperto con la stessa tecnica, è stupendo e intatto. Alla Maddalena è mancata la minima manutenzione annuale. L’azienda che l’ha costruita, quella copertura, si è offerta di farla, la manutenzione. Non le hanno neanche risposto. Tanto che hanno fatto causa per la figuraccia cui sono, senza colpa, esposti».

Tema: ammesso che ci mettano «solo» altri tre anni per la bonifica vera (totale otto: più di quelli bastati a fare il tunnel sotto la Manica) cosa sarà di tutto quel complesso che fu bellissimo e bellissimo potrebbe tornare a essere ma è abbandonato al vento, alla polvere, agli sterpi? Beffa tra le beffe, la Regione è costretta pure a pagarci sopra quattrocento mila euro l’anno di Imu…

30 ottobre 2013

I pirati colpiscono Adobe: violati 38 milioni di account

La Stampa

Con i codici sorgenti di Photoshop spariscono nomi, numeri cifrati e scadenza delle carte di credito


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Anche Adobe finisce nel mirino dei pirati informatici: come ha confermato la stessa società, sono stati violati 38 milioni di account. Una cifra di molto superiore ai 2,9 milioni di utenti che in un primo momento si pensava fossero stati colpiti. Secondo quanto dichiarato da Adobe, gli hacker hanno rubato anche parti dei codice sorgente di Photoshop, il popolare programma utilizzato per ritoccare le immagini. 

Inoltre, sarebbero stati trafugati nomi, numeri cifrati e date di scadenza di carte di credito e debito. A questo proposito tuttavia, un portavoce dell’azienda ha precisato che tali informazioni sono state rubate «solo» ai 2,9 milioni di utenti identificati inizialmente. Mentre per quanto riguarda gli altri 35,1 milioni di account, il furto riguarda unicamente ID e password di Adobe. 

La società ha anche spiegato di aver adottato diverse misure per proteggere i dati dei clienti: per esempio resettando le password, in modo da prevenire accessi non autorizzati. 

Arriva il “Tripadvisor” degli ospedali In testa le strutture della Lombardia

La Stampa

Per partorire il Sant’Anna di Torino, per l’artroscopia Careggi di Firenze, per l’angioplastica il Policlinico Tor Vergata di Roma o il Centro cardiologico Monzino di Milano: ecco l’eccellenza votata dai pazienti


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Sono gli ospedali del Nord e in particolare della Lombardia, quelli che - in base a una serie di misure di performance e indicatori di qualità - erogano l’assistenza sanitaria migliore: infatti la Regione che vanta più ospedali nei primi posti delle classifiche delle strutture sanitarie migliori in Italia è proprio la Lombardia, classifiche che riguardano molti aspetti determinanti dell’assistenza misurati attraverso indicatori di qualità riconosciuti a livello internazionale come la mortalità a trenta giorni dal ricovero per un infarto cardiaco o per un ictus, oppure in seguito ad un intervento per rimuovere un tumore. 

Nel dettaglio, sono tre lombardi e uno laziale gli ospedali che si aggiudicano, pari merito, il “medagliere” (cioè chi sale più spesso sul podio dei primi tre classificati per 17 principali indicatori di qualità): Spedali Civili di Brescia, l’Ospedale di Magenta (Mi), il Centro Cardiologico Monzino di Milano e l’Azienda ospedaliera S. Andrea di Roma. Sono questi alcuni dei dati che emergono interrogando il portale “Dove e come mi curo”, presentato a Roma in un incontro con la stampa, un progetto di public reporting in sanità unico nel suo genere in Italia, coordinato dal Professor Walter Ricciardi, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Cattolica - Policlinico A. Gemelli di Roma. 

Frutto di oltre due anni di lavoro, il portale “Dove e come mi curo” mappa ben 1233 strutture sparse per il territorio italiano tra ospedali, case di cura accreditate e presidi ospedalieri e considera complessivamente 50 indicatori chiave per misurarne la performance. «Nelle scorse settimane si è aperta un’accesa discussione sulle modalità di comunicazione dei risultati delle attività ospedaliere al pubblico - afferma il professor Ricciardi - Non va, però, dimenticato che l’obiettivo vero di un sistema corretto di ’public reporting’, così come è già in uso in altri paesi come la Gran Bretagna, non è tanto di stilare classifiche, ma è quello di fornire ai cittadini informazioni rigorose sulla qualità delle cure e allo stesso tempo di facile comprensione da parte di tutti». 

Va ad esempio alla Lombardia la medaglia d’oro sull’appropriatezza del ricorso al taglio cesareo visto che a fare meno cesarei è l’Ospedale Vittorio Emanuele III presso Carate Brianza (4,68 %). Lombardi sono pure gli ospedali presenti sui gradini più bassi del podio per questo indicatore, Ospedale di Circolo A. Manzoni - Lecco (8,06%) e Ospedale di Magenta - Milano (8,12%). Quarto e quinto posto se li aggiudica sempre la Lombardia con Ospedale dei bambini V. Buzzi - Milano (8,15%) e Ospedale città di Sesto S. Giovanni (8,20%). Per questo dato una media nazionale è di 26,27%. 

Si trovano sempre in Lombardia i primi quattro ospedali con i valori più bassi di pazienti con frattura del collo del femore deceduti entro 30 giorni dal ricovero (indice di sicurezza e qualità dell’assistenza fornita): Ospedale CTO - Centro Traumatologico Ortopedico di Milano, l’Ospedale di Magenta (Mi), l’Ospedale Generale Provinciale - Saronno, l’Ospedale di Circolo - Abbiategrasso. 

Al quinto posto un ospedale del Piemonte: l’Azienda Ospedaliero Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano (To). «Lo scopo oveecomemicuro.it, è quello di far conoscere ai cittadini che realtà eccellenti, nonostante un evidente squilibrio geografico, vi sono in tutto il Paese e che spesso non è necessario intraprendere lunghi e costosi spostamenti per trovare servizi che magari sono molto più vicini di quanto si creda - afferma il professor Walter Ricciardi, coordinatore del comitato scientifico del motore di ricerca -. Speriamo inoltre che la nostra attività sia il primo passo verso un sistema sanitario più trasparente, che sappia comunicare meglio i propri tantissimi punti forti e correggere i propri punti deboli, anche con la collaborazione dei cittadini». 

«I dati sulla qualità dei servizi e la capacità di elaborarli in Italia ci sono forse più che in altri Paesi - conclude il professor Ricciardi -, quello che spesso manca è la capacità e, talvolta, il coraggio, di prendere decisioni difficili e spesso dolorose basate su quei dati, ma che non sono ormai più rinviabili in un Paese che deve fare i conti con risorse sempre più scarse e bisogni sempre più forti e che se non lo fa subito è destinato a esportare, non solo i bei prodotti del Made in Italy, ma anche i cittadini in cerca di cure. E questo è un tipo di export che dovremmo e vorremmo evitare». 

Pakistan, violentata, sepolta viva e abbandonata: tredicenne salva per miracolo

Il Mattino


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LEHORE (PAKISTAN) - Stuprata, sepolta viva e abbandonata. È la storia di una 13enne pakistana che si è salvata grazie alla sua forza di volontà. A Toba Tek Singh, a 200km da Lehore, la bambina è stata avvicinata da due uomini mentre si dirigeva a lezione di Corano. L'hanno portata in un posto isolato, per poi violentarla e abbandonarla sepolta nel fango a bordo strada. Probabilmente i due uomini pensavano che non ce l'avrebbe fatta ma la piccola ha iniziato a scavare ed è riuscita a liberarsi. Avvertito un passante la storia è stata denunciata dal padre Siddique Mughal. La polizia ora sta indagando sul caso per cercare di catturare i responsabili.

 
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mercoledì 30 ottobre 2013 - 16:18   Ultimo aggiornamento: 16:19

New York, giorni contati per le carrozze con cavalli a Central Park

La Stampa

Vittoria degli animalisti, ma gli equini “disoccupati” potrebbero finire al macello


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Giorni contati per una delle icone di New York, le carrozzelle con i cavalli che girano intorno e all’interno di Central Park.
Dopo le proteste degli animalisti, entrambi i candidati alla poltrona di sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio e Joe Lhota, hanno affermato all’unisono che dopo l’elezione sosterranno un disegno di legge per eliminarle.

Al loro posto, Lhota e De Blasio hanno suggerito di utilizzare delle macchine elettriche, ma non hanno precisato che fine faranno i cavalli. Invece di essere “salvati” infatti, secondo diversi esperti gli animali potrebbero finire al macello. I cavalli in pensione costano troppo - almeno 200 dollari al mese ciascuno - e non è facile trovare i fondi per prendersi cura di altri 200 animali, quanti sono quelli impiegati a Central Park.

Usa, addio folli inseguimenti in auto la polizia ha il proiettile con il Gps

La Stampa

Si accende attraverso un pulsante e presto sbarcherà anche in Europa


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Niente più folli inseguimenti in automobile: d’ora in poi c’è il proiettile con dispositivo di localizzazione Gps, chiamato Starchase, che permette alla polizia di controllare la posizione di un fuggitivo mentre sta comodamente nascosta in un parcheggio. Lo Starchase è già utilizzato per rendere più sicura la caccia ai delinquenti in fuga in quattro stati degli Usa - Iowa, Florida, Arizona e Colorado - e secondo quanto riferisce la Bbc potrebbe arrivare a breve anche in Europa.

Come nei migliori film polizieschi, il sistema Gps installato nel proiettile si accende attraverso un pulsante nella macchina della polizia: a quel punto gli agenti possono smettere di inseguire il fuggitivo e controllare i suoi spostamenti e la sua velocità da lontano.

Per ora l’installazione del rilevatore della traccia costa 5.000 dollari (3.633 euro) per ogni auto della polizia ed ogni proiettile 500 dollari (363 euro). Dave Allen, autore di un report sul futuro della tecnologia nella polizia inglese, ha affermato che «i costi si abbasseranno rapidamente e vedremo questi proiettili utilizzati quotidianamente in un futuro non troppo lontano».

La Boldrini si fa attendere dal premio Nobel Aung San Suu Kyi

Libero

La dissidente birmana Aung San Suu Kyi attende a lungo di ricevere Laura e consulta nervosamente l'orologio. Ma cosa aveva da fare lady Montecitorio?


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Che fretta c’è, è stata una ventina d’anni agli arresti, può aspettare qualche minuto. Forse è questo che ha pensato Laura Boldrini quando ha lasciato il premio Nobel Aung San Suu Kyi ad aspettare per vari minuti nell’anticamera del suo ufficio. Secondo la ricostruzione de L’Espresso la dissidente birmana, alla sua prima strorica visita ufficiale in Italia, ha aspettato nel salottino di Montecitorio per lunghi e interminabili minuti la presidenta dell'(anti)camera “al punto che – dice il settimanale – perfino una figura sobria ed elegante come la leader della Lega nazionale per la democrazia birmana, tra una parola e l’altra alla sua traduttrice, non ha saputo resistere alla tentazione di dare un’occhiatina all’orologio”.

Insomma anche un premio Nobel perde la pazienza. Inizialmente si pensava che la Boldrini fosse impegnata con un altro imprescindibile incontro, magari più urgente ed importante. Papa Francesco, Nelson Mandela, i parenti delle vittime di Lampedusa o magari una delegazione di ex veline pentite, ma quando si sono spalancate le porte la Boldrini è uscita accompagnata solo dai suoi stretti collaboratori. Aung San Suu Kyi non si è lamentata perché in fondo la Boldrini è pur sempre una collega, anche lei è un premio Nobel. Di maleducazione.

Google Plus crea l’archivio fotografico

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


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Ricordarsi della foto scattata sulla neve ma, al contempo, non avere idea di come cercarla. A chi non è capitato di provare a rintracciare un’immagine, ricordandosi solo dell’occasione in cui era stata scattata? Difficile riuscire a tenere il controllo sulle centinaia di scatti archiviati nello smartphone. Ma in soccorso degli utenti arriva Google, che ieri ha annunciato la messa a punto di decine di nuove funzioni dedicate a Google Plus, il social network della casa. E tra queste c’è proprio la nuova funzione di riconoscimento delle foto, che consentirà agli iscritti al social network di cercare una foto digitando semplicemente uno degli elementi contenuti al suo interno.


La tecnologia sviluppata da Google, infatti, è basata su un database da circa mille oggetti, ai quali sono stati associati i nomi con cui vengono comunemente menzionati. Per cercare la foto dell’ultimo sole calante dell’estate, così, sarà necessario digitare soltanto “tramonto”, e rintracciare l’immagine nella galleria del profilo personale su Google Plus. Ma tra le novità annunciate da Big G, non c’è solo la funzione di riconoscimento delle foto. Grazie a Composizione Automatica, infatti, si potrà dire addio a software e applicazioni esterne per il ritocco fotografico. Direttamente dall’applicazione mobile di Google Plus, e dal sito su pc, si potrà dare vita ad un film con le foto scattate e caricate sul social network, senza passare dai programmi di video e foto editing.

Come dimostra il video rilasciato da Google, infatti, al momento della condivisione dello scatto su Google Plus, all’utente sarà richiesto di apportare correzioni alle foto, o eventualmente di ricavarne un breve filmato. Ma non solo: grazie alla funzione Gomma si potrà dire addio ai disturbatori dei nostri scatti, ad esempio persone e auto di passaggio giusto un attimo prima del click. Probabilmente scattando la foto direttamente dall’applicazione del social network, Google Plus acquisirà non solo lo scatto singolo, ma una sequenza in grado di eliminare successivamente l’elemento di disturbo, e ripristinare la foto “pulita”. Sfruttando le stesse potenzialità, però, si può decidere anche di realizzare una foto in Movimento (dal titolo dell’apposita funzione), e mettere insieme più sequenze di scatti, pur senza sconfinare nel filmato vero e proprio.

L’ultimo capitolo delle novità targate Google Plus, invece, riguarda gli Hangout, ovvero la funzione di videochiamata o di trasmissione di contenuti in diretta per una cerchia di amici invitati. Nell’ottica di un’integrazione sempre più avanzata tra le classiche funzioni degli smartphone e quelle del social network di casa Google, gli Hangout supporteranno gli sms, consentendo all’utente di spedirne agli amici coinvolti nella videochiamata, senza abbandonare la piattaforma. Certamente, però, la vera svolta annunciata da Google Plus si fonda sul capitolo foto e video, dal momento che secondo i dati ufficiali ogni settimana gli oltre 500 milioni di iscritti nel mondo condividono sul social network 1,5 miliardi di scatti alla settimana. E avere a disposizione la possibilità di ricavarne direttamente un filmato, o di ricercarle con una disarmante semplicità, potrebbe fare davvero la differenza.

TWITTER: @nicoladituri

Pool di esperti cerca risposte sulla mummia trovata a Borgo

La Stampa

paola scola-matteo borgetto

La salma della “santona” è stata scoperta in una villetta. La città è sotto choc: “Sembra un film horror”


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«Si diceva che Graziella avesse le mani calde, capaci di guarire». Silvano Ferlettic, di Borgo San Dalmazzo, non ricorda di averla incontrata. Almeno non negli ultimi anni. Come lui, altri abitanti della zona dov’è la villetta in cui, domenica sera, è stato scoperto il corpo mummificato di Graziella Giraudo, 68 anni, considerata «santona» e un po’ maga.

«Pochi la conoscevano, un po’ di più Rosa», conferma l’ex parrucchiera di Rosa Giraudo, la consuocera della «guaritrice». Morta giovedì per un tumore nell’alloggio di via Pedona dove, pochi giorni dopo, è stato trovato il cadavere. In uno stanzino. Sono stati i figli a chiamare i carabinieri. Perchè è solo allora - è il loro racconto - che hanno trovato la salma. Conservata in modo inquietante. Seduta su una poltrona.

Il sindaco, Gian Paolo Beretta, è portavoce dell’incredulità che si respira in città: «Le condizioni in cui è stata ritrovata questa donna lasciano tutti sconcertati». Giuseppe Forneris, ex presidente dell’Ente Fiera: «Inimmaginabile. Sembra impossibile che la sparizione di una mamma non sia stata segnalata prima». «Un film dell’orrore», dice Livio Gribaudo, tabaccaio. Molti si fermano davanti ai tiletti che, con la foto, annunciano la morte di Rosa. E qualcuno la riconosce, ricorda di averla «vista in giro. Ma solo lei. Non la consuocera Graziella. Il parroco, don Claudio Cavallo, che sabato ha celebrato i funerali della malata: «Giovedì sono stato nell’alloggio per benedire la salma di Rosa. Allora mi sono ricordato di averla incontrata qualche volta. Di Graziella, invece, sapevo poco o nulla».

Quella mano lasciata sollevata da chi ha composto il cadavere è forse un simbolo della capacità di guarire, che Graziella Giraudo avrebbe esercitato senza chiedere denaro. Le due consuocere sarebbero state «ricompensate» con prodotti della natura: uova, galline, ortaggi. «Per ora escludiamo si tratti di una truffa per continuare a ritirare la pensione - spiega il tenente colonnello Roberto Gonella, comandante del Reparto operativo dei carabinieri -: non risulta che la signora percepisse un sussidio”.

Difficile immaginarla come la «casa dell’orrore». Perchè è popolata di pupazzetti che raffigurano folletti e fatine. Come soprammobili, sui davanzali. Figure della fantasia che, secondo la tradizione, hanno capacità magiche, come quella di predire il futuro. Forse per questo Rosa e Graziella le avevano sistemate ovunque.

L’inchiesta dei carabinieri, diretta dalla Procura a Cuneo che ha aperto un fascicolo contro ignoti per occultamento di cadavere, ha contorni surreali. Con tanti interrogativi. Prima di tutto, a quando risalga la morte della cartomante. L’autopsia è iniziata, affidata al medico legale Mario Abrate. Un «luminare», che ha però chiesto la collaborazione di altri esperti. Perchè il caso «è molto complesso». «Antropologi e paleopatologi», ha spiegato ieri, all’uscita dall’obitorio di Cuneo. «Un cadavere di donna conservato molto bene. Molto pulito, come se qualcuno se ne fosse preso cura - ha detto il medico –.

Bisognerà capire chi, come e dove». Il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali. «Non ci sono elementi esterni che riconducano a una morte violenta causata da oggetti contundenti - conferma Abrate -. La salma è in stato di mummificazione, cioè la pelle ha colore e consistenza del cuoio. Impossibile stabilire oggi la data di morte, ma sicuramente è avvenuta da molto tempo». Graziella Giraudo non ha rinnovato la carta d’identità dal 1992. Così risulta dall’Anagrafe del Comune di Borgo. Nessun passaporto emesso dalla Questura di Cuneo. I figli, sentiti dagli inquirenti e rappresentati dall’avvocato Adalberto Pasi, avrebbero ripetuto di essere convinti che la madre fosse in viaggio. Pasi: «Attendiamo l’evoluzione delle indagini, aperte a tutto».

Ma da quanto tempo durava il silenzio della donna, che tuttavia non ha insospettito la famiglia? Non l’ex marito, che abita a qualche centinaio di metri: «Niente da dire. Non la vedevo da tempo. Viveva con l’altra donna, non so che cosa facessero». Non la figlia e il genero, che abitano nell’alloggio a fianco, nella stessa villetta. Che,con gli scuri chiusi e il giardino non molto curato, anche se fiorito, è ora sotto sequestro.
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Spiato anche il Papa”, il Vaticano frena

La Stampa

La rivelazione di Panorama: «La Nsa monitorò le chiamate al presidente dello Ior». Spunta la lista americana con l’elenco dei Paesi più affidabili



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La National security agency ha intercettato anche il Papa. Lo rivela il numero di Panorama in edicola da domani. Nei 46 milioni di telefonate tracciate dagli Usa nel nostro Paese, tra il 10 dicembre 2012 e l’8 gennaio 2013, ci sarebbero infatti anche quelle da e per il Vaticano. E si teme che il grande orecchio statunitense abbia continuato a captare le conversazioni dei prelati fin sulla soglia del Conclave, il 12 marzo 2013. Incluse quelle in entrata e in uscita dalla Domus Internationalis Paolo VI a Roma, dove risiedeva il cardinale Jorge Mario Bergoglio insieme con altri ecclesiastici. 

Secondo il settimanale, esiste il sospetto che anche le conversazioni di quello che sarebbe diventato Papa possano essere state monitorate. D’altronde Bergoglio fin dal 2005 era stato messo sotto la lente dell’intelligence Usa come svelato dai rapporti di Wikileaks. Secondo quanto risulta a Panorama, le telefonate in entrata e in uscita dal Vaticano e quelle sulle utenze italiane di vescovi e cardinali, captate e tracciate dalla Nsa sono state classificate secondo quattro categorie: «Leadership intentions», «Threats to financial system», «Foreign Policy Objectives», «Human Rights». C’è il sospetto perciò che siano state oggetto di monitoraggio anche le chiamate relative alla scelta del nuovo presidente dello Ior, il tedesco Ernst von Freyberg.

«Non ci risulta nulla su questo tema e in ogni caso non abbiamo alcuna preoccupazione in merito», taglia corto padre Federico Lombardi. Ma la bufera non si placa. A spiare gli amici non ci pensa solo la Nsa: anche i leader degli Usa e gli stessi servizi di informazione americani sono spiati dai loro alleati europei. Ad affermarlo, davanti al Congresso, è stato lo zar degli 007 Usa, James Clapper, direttore della National Intelligence degli Stati Uniti. Dopo settimane passate all’angolo a difendersi per il fiume di rivelazioni sul Datagate che hanno gelato i rapporti con l’Europa, l’America prova a contrattaccare. E assieme a Clapper, anche il capo della Nsa, Keith Alexander, ha respinto tutte le accuse apparse sulla stampa europea: «Non abbiamo raccolto noi le informazioni sui cittadini europei, questi dati - ha assicurato oggi - erano forniti dai nostri partner europei».

L’intelligence italiana - è però la reazione che arriva da Roma a stretto giro di posta - non ha mai scambiato dati relativi a cittadini italiani con gli 007 americani. Le affermazioni di Alexander sembrano comunque confermare in sostanza quanto anticipato dal Wall Street Journal, secondo cui a svolgere in Francia e Spagna la massiccia attività di spionaggio elettronico che ha scatenato l’ira di Parigi e Madrid non sarebbe stata la Nsa americana ma i servizi di intelligence dei due Paesi, che avrebbero poi passato i dati raccolti agli 007 Usa. Dunque ci sarebbe `una sinergia´, avevano affermato dei funzionari americani al giornale protetti dall’anonimato.



Intelligence elettronica telefoni controllati Roma ha la sua Nsa
La Stampa

paolo mastrolilli
inviato a new york

Antenne paraboliche di una base in Gran Bretagna. Raccoglie le notizie, ma non controlla gli italiani


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Anche l’Italia ha la sua National Security Agency. Più piccola, e con modalità operative diverse da quella americana, ma la vera sorpresa sarebbe se una struttura così non esistesse.
Le nuove tecnologie hanno reso essenziale per tutti la signal intelligence (Sigint) e lo spionaggio elettronico. Il traffico delle informazioni che passano attraverso telefoni, cellulari, smartphone e internet è tale che non seguirlo vorrebbe dire mettersi in una posizione di svantaggio in certi casi letale.
Tutti i paesi quindi hanno costruito strutture in questo settore, che fanno grosso modo lo stesso lavoro .
Quella italiana è inserita nell’organigramma dell’Aise, cioé l’Agenzia informazioni sicurezza esterna, ma per ragioni tecniche e di riservatezza operativa ha una sede diversa dal quartier generale. È guidata da un ufficiale di Marina e ha meno di cento uomini in organico. Questo già basta a spiegare la diversa portata del suo lavoro rispetto alla Nsa, che secondo stime non ufficiali ha circa 40.000 dipendenti.

I contatti fra le due agenzie omologhe sono frequenti, e infatti quando il 14 ottobre scorso il capo della National Security Agency, generale Keith Alexander, è stato in Italia, ha visitato la nostra struttura per parlare degli ultimi sviluppi del caso Snowden. Noi non facciamo parte dei «Five Eyes», ossia il nucleo originale del sistema di ascolto Echelon, Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda, che collaborano in questo settore e hanno un patto per non spiarsi a vicenda. Anche Roma, però, partecipa alla distribuzione di alcune informazioni raccolte da questa comunità, e fornisce i suoi contributi.

Le leggi del nostro paese vietano espressamente di spiare i cittadini italiani, e quindi la struttura di Sigint focalizza le sue attività all’estero. Scendere nei dettagli metterebbe a rischio tanto gli uomini, quanto le operazioni, ma per esempio non conduciamo la stessa sorveglianza degli americani sui leader stranieri, un po’ perché non ne abbiamo le capacità, e un po’ perché non abbiamo deciso di farlo. La vicenda delle chiavette russe al G20, però, dimostra che queste pratiche sono molto diffuse. Tutti i paesi spiano, e quelli fuori dalle alleanze occidentali e atlantiche lo fanno anche con più spregiudicatezza, meno regole interne da rispettare, e meno controlli istituzionali.

L’Italia invece fa uso della Sigint soprattutto nei paesi caldi dove è impegnata, con la differenza che poi la segue con un intenso lavoro sul terreno. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, dove è risultata spesso molto utile. Se abbiamo informazioni che riguardano le utenze telefoniche di persone che giudichiamo pericolose, le teniamo sotto controllo. Tutti i numeri chiamati dai sospettati a quel punto rientrano nelle verifiche, che diventano sistematiche e si allargano in base ai contatti presi.

Se l’utente chiama un apparecchio italiano viene seguito, e questo è l’unico caso in cui un’operazione in corso all’estero può intrecciarsi con il territorio nazionale. La differenza fondamentale rispetto agli americani, che Washington apprezza tanto di Roma, quanto di altri servizi europei, è che noi poi seguiamo molto di più il lavoro con l’intelligence umana. Gli Usa di recente hanno difficoltà a mettere le persone sul terreno, si affidano parecchio allo spionaggio elettronico, e spesso hanno bisogno di intrecciare le loro informazioni con le nostre.



Nasce il sito “Free Snowden” in difesa delle fonti giornalistiche
La Stampa

paolo mastrolilli

Tutto il Datagate raccolto in un solo portale semi-ufficiale che raccoglie fondi per sostenere le spese di difesa dell’ex-appaltatore della NSA


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Il lancio arriva durante la testimonianza dei funzionari dell’Intelligence statunitense al Congresso. Come ha riportato il Guardian, Edward Snowden ha adesso un sito che ha l’obiettivo di raccogliere fondi per far fronte ai costi della sua difesa. FreeSnowden.is è una piattaforma che si pone l’obiettivo di coprire le “spese di difesa” della gola profonda del Datagate ma non solo. Commissionato dal Fondo per la Difesa e la Protezione delle Fonti Giornalistiche (JSPDF), il sito vuole essere un’importante punto d’appoggio in favore degli informatori, statunitensi e non.

Alcune sezioni del portale sono state approvate dallo stesso Edward Snowden che ne ha curato la compilazione. Tra queste c’è “Rivelazioni” che presenta un quadro sintetico delle slide rilasciate finora dall’ex-appaltatore della NSA. Ordinate cronologicamente, le rivelazioni sono divise per paese e ognuna presenta in calce le fonti pubbliche che le hanno rese note, principalmente il Guardian e il Washington Post. Interessante analizzare le conseguenze delle informazioni rilasciate da Snowden.

Nella sezione “Impatto” si possono leggere le reazioni del pubblico e della stampa alle slide sulla NSA. Secondo Edward Snowden una delle frasi che più di altre racchiude il senso del potere sul controllo della privacy dei cittadini è quella espressa, durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, dal presidente del Brasile Dilma Rousseff: "La sovranità di un paese non può mai affermarsi a scapito della sovranità di un altro paese. Il diritto alla sicurezza dei cittadini di un paese non può mai essere garantito violando i diritti umani e civili fondamentali dei cittadini di un altro paese”.

FreeSnowden.is si pone anche come piazza virtuale di riflessione sui temi legati allo spionaggio e alla privacy in tutto il mondo. Nella sezione “Chat” è possibile collegarsi ad una stanza virtuale con il servizio IRC (Internet Relay Chat) che permette di chattare con diverse persone in una sola finestra o, se si vuole, in privato. Lo spazio non è adatto a fare rivelazioni scottanti perché non gode di forme precauzionali di difesa (l’IP è sempre visibile) ma può essere utile per scambiare opinioni con cittadini di altri paesi interessati al Datagate.

Il portale è anche un calendario delle principali iniziative, in giro per il mondo, in favore di Snowden o in generale contro le azioni di spionaggio della NSA. Il prossimo appuntamento è per il 6 novembre quando si terrà al Dana Centre del Museo della Scienza di Londra l’incontro “Il mondo dopo Snowden ” incentrato sul tema del cambiamento della gestione delle informazioni personali nell’era digitale e dei Big Data.

Mercurio: dal 2020 sarà proibito in tutto il mondo

Corriere della sera

Sono 121 le nazioni che hanno firmato la Convenzione di Minamata sull’uso e il commercio del metallo liquido

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Si chiama proprio Minamata la convenzione mondiale sull’uso e il commercio del mercurio. Non solo il luogo, che appartiene alla prefettura meridionale di Kumamoto, in cui 121 Paesi (Italia compresa) si sono ritrovati per firmare un trattato che lo metta al bando a partire dal 2020. Ma anche il nome della stessa città giapponese che, dagli anni Cinquanta in poi, fu devastata da gravi malattie a causa della tossicità del suo avvelenamento. E che ora, dopo un negoziato durato quattro anni, diventa il simbolo del suo prossimo addio sul mercato.

A sancirlo, la conferenza internazionale organizzata dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Con un migliaio di partecipanti che hanno preso parte alla storica iniziativa. Trovando un accordo sulle prossime misure (tra cui la sua scomparsa dai dispositivi medici come, ad esempio, nei termometri) per ridurre i danni alla salute umana e all’ambiente provocato da questa sostanza tossica. Anche se non tutti, ad esempio gli Stati Uniti, bloccati dal bilancio federale, lo hanno messo nero su bianco sulla carta.

IL DISASTRO DI MINAMATA - Ancora testimone di una pluridecennale epidemia da avvelenamento da mercurio, il sito industriale di Minamata, nei pressi di Kumamoto, colpito da gravi patologie dovute agli scarichi industriali versati in mare, dal 1932 al 1968, dagli stabilimenti della Chisso Corporation. Un pratica che, con il tempo, ha portato a un progressivo avvelenamento delle acque. Con il metilmercurio depositato nei fanghi sul fondo del mare (di cui si nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare) che ha innescato la strage delle popolazioni locali. Con più di 2 mila vittime e decine di migliaia di persone colpite da malattie dopo aver consumato pesce e frutti di mare altamente contaminati dal metallo. Una tragedia tale da dare, nel 1956, il nome a una sindrome neurologica riconosciuta proprio con l’appellativo di malattia di Chisso-Minamata.

LA MALATTIA - Dovuta proprio all’intossicazione acuta da mercurio, la patologia neurologica di Minamata che conta nei sintomi la perdita progressiva del coordinamento muscolare, la debolezza visiva e uditiva, oltre all’alterazione della sensibilità degli arti. Senza contare, la difficoltà ad articolare le parole, il disordine mentale, la paresi. E, nei casi più gravi, la morte. Una sindrome di cui sono stati riconosciuti più di 2.300 casi di intossicazione (trasmessa anche ai feti dalle madri gravide) e 1.800 decessi.

IL TRATTATO - La Convenzione diventerà effettiva dopo la ratifica da parte di almeno 50 nazioni ed è prevista la sua entrata in vigore soltanto nel 2016. Puntando a bandire entro il 2018 il mercurio nel processo di produzione di acetaldeide (lo stesso che ha causato il disastro di Minamata), per giungere a un bando totale della pericolosa sostanza nell’utilizzo industriale per il 2020. Uno stop non solo nell’utilizzo ma anche, entro quindici anni, nella produzione. Arrivando a non permettere nemmeno l’importazione e l’esportazione di prodotti con aggiunta di mercurio. Tra cui, ad esempio, anche le lampade fluorescenti che ne contengono una quantità non trascurabile. Potenziando, altresì, le misure per l’immagazzinamento.

METALLO PERICOLOSO - Senza sosta, del resto, i richiami e le denunce sulle proprietà devastanti del mercurio. Ad esempio, un rapporto del 2002 dell’Unep che ha portato alla luce la sua alta tossicità. Causata dal rilascio del metallo in varie forme nell’ambiente (1.960 tonnellate nel 2010). Immesso nell’atmosfera, per esempio, dai processi produttivi dell’estrazione dell’oro e dalla combustione di carbone. Una situazione che dovrebbe progredire dall’entrata in vigore del trattato, ma già diversi Stati stanno assumendo autonomi provvedimenti. Come il Giappone che ha appena stanziato 2 miliardi di dollari in tre anni per le bonifiche.

30 ottobre 2013

Giorni contati per SportItalia

La Stampa

daniele cavalla

Venerdì 1 novembre la tv smetterà di trasmettere


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Ultimi giorni di vita per SportItalia: venerdì 1 novembre alle 6 del mattino si spengono infatti i canali 60, 61 e 62 del digitale terrestre. Una brutta notizia per gli appassionati di sport, considerando i buoni ascolti (un milione di telespettatori ad esempio la vigilia di Ferragosto per Inter-Cittadella di Coppa Italia) che la rete riusciva ad ottenere nonostante una concorrenza sempre agguerrita ed economicamente assai più forte. 

SportItalia nacque il 6 febbraio 2004 su iniziativa di Tarak Ben Ammar, nel suo accidentato percorso ha conosciuto ben due fallimenti e nello scorso luglio è stata acquisita dal gruppo romano Lt Multimedia che, a causa di una controversia legata alle società di pubblicità, ora la spegne. La società è già presente nell’etere con i canali Nuvolari, Alice, Leonardo, Marcopolo e Arturo .Il futuro si delinea rassicurante per gli utenti satellitari (nasceranno Sport Lt1, Sport Lt2 e Sport Lt3, già in fase sperimentale su Tivusat), molto meno per chi la televisione la guarda sul digitale terrestre e soprattutto per i 35 giornalisti destinati a perdere il lavoro. 

E pensare che a fine luglio il nuovo proprietario Valter La Tona definiva SportItalia «strategica, l’obiettivo è rinforzarla».Ieri sera con la solita enfasi Michele Criscitiello ha invece minimizzato la situazione dando appuntamento ai telespettatori fin dalla prossima settimana con il programma Calcio e Mercato: lui, in effetti, con quel che ha detto in trasmissione si è meritato ampiamente la conferma da parte della sua azienda. 

Istanbul, il tunnel sul Bosforo (già) fuori uso A meno di 24 ore dall’inaugurazione

Corriere della sera

Il tunnel ferroviario è costato 3 miliardi di euro. Dopo un giorno i primi problemi

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È stato inaugurato ufficialmente martedì 29 ottobre in Turchia il tunnel ferroviario sul Bosforo che collega la zona europea di Istanbul con la parte asiatica. Dopo appena un giorno, tuttavia, ci sono già stati i primi problemi: come riferisce la stampa turca, mercoledì mattina la corrente si è improvvisamente interrotta e i passeggeri sono stati costretti a scendere dai treni e incamminarsi verso l’uscita.


TUNNEL - Il nuovo tunnel, costato più di 3 miliardi di euro, è stato progettato per resistere ai terremoti e ha una parte sommersa a 60 metri sotto il livello del mare. Dopo qualche tempo, sottolinea la stampa turca, la circolazione è nuovamente ripresa. Il tempo di percorrenza tra i due continenti è di quattro minuti.



Istanbul, il tunnel sul Bosforo già fuori uso (30/10/2013)
Ecco il tunnel sotto il Bosforo a Istanbul (29/10/2013)
Istanbul, il treno sotto il Bosforo che collega Europa e Asia (29/10/2013)

30 ottobre 2013

Alla Camera stipendi allineati. Verso l’alto

Corriere della sera

Indennità e rivalutazioni: dai 400 mila euro dei commessi ai 136 mila degli elettricisti. Diminuisce la distanza tra dirigenti e base

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I conti li ha fatti «United for a fair economy», organizzazione che da Boston si batte contro la diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Dice una loro ricerca che se nel 1940 un amministratore delegato guadagnava 14 volte un lavoratore medio, oggi la proporzione è salita a 531 contro 1. E ci sono casi dove la distanza tra la base e il vertice di un’azienda è ancora maggiore: come per la Fiat, dove Sergio Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio.

Un’esagerazione, la naturale evoluzione del capitalismo, oppure la giusta distanza? In ogni caso l’esatto opposto di quello che viene fuori sfogliando le tabelle allegate al bilancio della Camera dei deputati, in questi giorni all’esame dall’Aula. La distanza fra base e vertice è minima, la piramide delle busta paga si schiaccia come nemmeno negli Stati Uniti del 1940. E non perché la retribuzione dei vertici sia bassa, ma perché quella della base è molto elevata.

1Il vertice di Montecitorio, il segretario generale, ha stipendio e responsabilità analoghe a quelle dell’amministratore delegato di una grande azienda: entra con uno stipendio di poco superiore ai 400 mila euro lordi l’anno, ai quali si aggiunge l’indennità di funzione. Ma è scendendo verso la base nella piramide che cresce vertiginosamente la distanza delle retribuzioni dal mercato.



2Gli operatori tecnici - categoria nella quale rientrano i centralinisti, gli elettricisti e pure il barbiere di Montecitorio - vengono assunti con uno stipendio che supera di poco i 30 mila euro lordi l’anno. Ma già dopo 10 anni la loro busta paga è quasi raddoppiata, superando quota 50 mila, e a fine carriera può arrivare a 136 mila euro l’anno. Tradotto: un elettricista, un centralinista e un barbiere della Camera, anche se a fine carriera, messi insieme guadagnano quanto il segretario generale, che è pur sempre a capo di 1.500 persone.

3Una piramide schiacciata verso l’alto, appunto. E una fotografia che ha davvero poco a che fare con le busta paga del resto dei lavoratori, sia del settore privato che di quello pubblico. Per capire: il reddito medio degli italiani, al netto della nostra evasione fiscale record, si ferma di poco sotto i 20 mila euro lordi l’anno. Quasi la metà di un centralinista della Camera dei deputati ad inizio carriera. E di esempi possibili ce ne sono altri ancora. Gli oltre 400 assistenti parlamentari, cioè i commessi di Montecitorio, guadagnano in media come il direttore di una filiale di banca, eppure in generale non svolgono compiti molto diversi dagli uscieri di altri simili uffici pubblici.

4Inoltre, sono numerosissimi: 0,7 per ogni deputato, dopo il taglio voluto dall’attuale segretario generale, mentre dieci anni fa il rapporto era addirittura 1 a 1. La busta paga degli oltre 170 «consiglieri parlamentari» ha in media lo stesso peso di quella di un primario ospedaliero, ma a fine carriera supera i 350 mila euro l’anno. Mentre il primario ha la responsabilità di un reparto, i consiglieri si limitano a svolgere attività di studio e ricerca, o di assistenza giuridico legale e amministrativa. Tutto bene così?

5In realtà a complicare i conteggi c’è anche quella selva di indennità che si aggiungono allo stipendio minimo e che riguardano tutti i livelli dell’amministrazione: dai 662 euro netti mensili riservati al segretario generale giù fino ai 108,97 euro, sempre netti e al mese, per gli autisti parcheggiatori, passando per gli 85 riservati a chi lavora in cucina e per i 108 incassati dagli addetti al recapito della corrispondenza. Ma, pur con la sua piramide schiacciata verso l’alto, la Camera almeno un merito ce l’ha.

6L’approvazione del bilancio arriva dopo che già quest’estate i dati sugli stipendi dei dipendenti erano stati resi pubblici: un file scaricabile direttamente dal sito internet conferma quelli che per anni erano stati solo sussurri e pettegolezzi. Un’operazione trasparenza, che al Senato non si è ancora vista. Da settimane si dice che gli stessi dati dovrebbero essere pubblicati a breve da Palazzo Madama. Anche quella è una piramide schiacciata, anche quella verso l’alto, probabilmente un po’ più in alto rispetto alla Camera. Ma per il momento bisogna accontentarsi di qualche vecchio dato e di qualche nuovo sussurro.


31 ottobre 2013

mercoledì 30 ottobre 2013

Kyenge: "Scuole di immigrazione nei Paesi d'origine"

Libero

Il ministro vuole dei corsi, nei paesi d'origine, che spieghino come funziona l'Italia. Poi attacca: "I clandestini sono meglio degli evasori fiscali"


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"Scuole di immigrazione" per arrivare preparati in Italia. L'idea la lancia il ministro per l'integrazione Cecile Kyenge: sarebbe questa la scelta giusta per accogliere al meglio gli immigrati che sbarcano sulle coste dell'Italia. Arriverebbero pronti e in grado di incominciare fin da subito a lavorare e produrre nel Belpaese. Altro che Bossi-Fini o altre misure per contrastare l'immigrazione clandestina: la Kyenge vuole che "nei paesi di provenienza" i futuri migranti possano seguire dei corsi per prepararli allo sbarco.

Le scuole - Il compito di queste scuole sarebbe quello di spiegare il sistema-Italia, come si vive da noi e soprattutto come si può sopravvivere fino a quando non si ha il permesso di soggiorno. La Kyenge, insomma, vuole che l'integrazione sia a tutto tondo e vuole che si parta presto: prima ancora che i diretti interessati decidano, davvero, di imbarcarsi per l'Italia. Più che scuole di "immigrazione" la ministra Cecile sembra quasi incentivare gli sbarchi, raccontando a cittadini stranieri quanto possa essere semplice realizzare i propri sogni nell'Italia piagata dalla crisi.

Nemici - Intervenuta al convegno organizzato dall'ambasciata britannica a Roma dedicato a "Cittadinanza e integrazione: esperienze a confronto", il ministro ha poi detto anche che il vero nemico non è l'immigrato ma l'evasore. "Il nostro nemico - ha detto - è chi non rispetta i diritti delle persone, chi non rispetta le regole e questo non c'entra nulla con il colore e l'etnia delle persone". Italiani peggio degli immigrati? Quasi: "Bisogna spiegare alla gente - prosegue il ministro - che chi 'ruba' un posto all'asilo non è l'immigrato che paga le tasse ma l'evasore". Con buona pace di quell'eventuale "evasione di sopravvivenza" di cui ha ammesso l'esistenza anche Attilo Befera, il direttore dell'Agenzia delle Entrate.