venerdì 31 maggio 2013

Il generatore di insulti contro i candidati alle Quirinarie

Libero

Gli ultimi bersagli di Beppe sono Gabanelli e Rodotà. Vuoi provare l'ebrezza che prova Beppe? Ora puoi


Cattura
Lo "Psiconano" e "Gargamella" sono preistoria dell'insulto MoVimentista, sono gli albori di una vis polemica, quella di Beppe Grillo, sempre più spinta verso l'insulto becero. Nel tritacarne del "sacro" blog ci sono finiti tutti, ma proprio tutti: "Casta" e "pennivendoli" in primis. Ma i bersagli evolvono, crescono, cambiano, mutano. Gli ultimi, in mero ordine cronologico, sono i "traditori" delle Quirinarie, gli eletti in potenza, i nomi che per il popolo pentastellato della gloriosa "rete" avrebbero potuto portare il Paese fuori dal sudiciume, dalla corruzione e dal marcio che il comico genovese vede ovunque.

Già, i "quirinari", chi prima e chi poi, si sono smarcati. Le fughe che hanno fatto più rumore sono state due: quella di Milena Gabanelli prima (galeotta fu la puntata di Report) e quella, freschissima, di Stefano Rodotà, reo di lesa maesta per aver pungolato re Grillo in un'intervista al Corsera. Così, per rimanere al passo del tempo (o meglio, dell'insulto), e per non uscire - non sia mai - dalla "gloriosa2 rete, ecco che su internet ha fatto capolino il "generatore automatico di insulti a gente precedentemente candidata alle Quirinarie". L'ironica invenzione è del sito libernazione.it. Se volete estrarre dal cilindro nuove ingiurie con cui apostrofare i "quirinari"


Niente bagnine a Jesolo. Gli islamici non vogliono

Lo ha deciso il sindaco, perché bagnanti e venditori abusivi musulmani non gradivano. Così ci facciamo imporre oscurantismi medievali, e neghiamo la libertà delle donne

di Gianluca Veneziani


Cattura
Avete presente le bagnine di Baywatch che correvano sulla sabbia dorata di Malibù, esibendo le loro generosissime forme strizzate in costumi rossi? Be’, dimenticatevele. A Jesolo il sindaco Valerio Zoggia, di comune accordo con la Federconsorzi, ha deciso che nella prossima stagione balneare gli steward sulla spiaggia locale saranno soltanto uomini. Niente donne, niente hostess, niente bagnine. La ragione? Le rappresentanti del gentil sesso, nella veste di controllori da litoranea, si farebbero rispettare poco da bagnanti e venditori abusivi di religione musulmana.

Nella passata stagione addirittura alcuni immigrati islamici avrebbero offeso e sputato le ragazze del servizio d’ordine, che intimavano loro di rispettare le regole. «Ai loro occhi», ha spiegato il presidente della Federconsorzi Renato Cattai, «non godevano della necessaria autorità, perché i musulmani, per la loro cultura, non ascoltano le donne quando danno ordini o anche solo consigli. Anzi, si agitano e finiscono per offenderle». Quindi la morale è che, per tenere buoni i musulmani, tra l’altro venditori abusivi, il sindaco e la Federconsorzi hanno pensato bene di «far fuori» le donne. Un gran bell’esempio di democrazia e di rispetto. Della civiltà altrui, certo, mica della nostra.

La notizia appare ancor più irritante perché la spiaggia è uno dei luoghi dove si esprimono al meglio la civiltà di un popolo e la sua evoluzione nel tempo. Andare a mare in bikini, costume intero o velo integrale fa la differenza tra l’Occidente e molti Paesi musulmani e segna il discrimine tra il mondo contemporaneo e gli anni del Dopoguerra. L’esibizione del corpo in battigia e l’invenzione stessa del «due pezzi» sono stati un passaggio fondamentale nella crescita del nostro modo di considerare la donna, molto di più della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta.

Dove non riuscì la liberazione dei costumi, poté la libertà di indossare il costume. Tornare a impedire alle donne di frequentare la spiaggia perché malviste dai musulmani, considerarle inadeguate al servizio d’ordine perché prive di autorità, come ha fatto il sindaco di Jesolo, ci sembra una regressione delirante, un conformarsi al pregiudizio altrui, nell’incapacità di segnare la differenza tra due civiltà, la nostra e la loro, peraltro in un luogo dove in passato si sono molte spesso scontrate: il mare.

E poi, diciamola tutta, la spiaggia con bagnini soltanto uomini fa un po’ tristezza. È una discriminazione non solo verso le povere donne scartate, ma anche verso noi maschietti che magari andiamo in spiaggia apposta per godere della soave beltà di queste Veneri che vengon fuori dall’acqua in costumi risicatissimi, e apprezzare la meraviglia del mondo – tanto più in una stagione come l’estate – che ci ha donato insieme il sole, il mare e le donne. Guardare una femmina che si fa un bagno sotto il Solleone è un tributo alla bellezza, un ringraziamento al Creatore, una salvezza insieme erotica e spirituale. Insomma, sindaco di Jesolo, non ci tolga il piacere di simulare l’annegamento per venire salvati, dipoi, da una bagnina con le sue attrezzature e i suoi «gommoni».

Non ci sottragga il gusto di fare i monellacci con i racchettoni e i fischi di apprezzamento, per ricevere il dolcissimo rimbrotto di una hostess succinta. Suvvia, lei che è stato eletto prima di Letta con le larghe intese (PdL, Pd e Udc tutti insieme, come in un’ammucchiata da spiaggia), non avrà problemi ad intenderci. A buon intenditor…

Torino, il locale amato da Cavour compie 250 anni

La Stampa

Il Bicerin, locale storico torinese, compie 250 anni. Nato nel 1763 come acquacedratario di fronte all’ingresso del Santuario della Consolata, il bar che prende il nome dalla celebre bevanda composta da caffè, cioccolata e fior di latte miscelati, conserva intatto l’arredo originale: tavolini in marmo, parquet scricchiolante, bancone massiccio e candele bianche. Il locale era amato da Cavour, che spesso sedeva a uno degli otto tavolini in marmo del locale a sorseggiare l’evoluzione della settecentesca “bavareisa” mentre a lume di candela buttava giù appunti sull’indipendenza italiana.


123
456
78

Massacro di Ponticelli, rigettata di nuovo la revisione del processo ai tre «mostri»

Corriere della sera

Si sono sempre detti innocenti. Per l'omicidio di Barbara e Nunzia, seviziate trent'anni fa, hanno passato in cella 27 anni

Cattura
Prima di essere seviziate, pugnalate, legate e date alle fiamme nel greto di un fiume, Barbara e Nunzia avevano passato il pomeriggio a giocare nel cortile fra i loro palazzi, a Ponticelli. Si erano allontanate mano nella mano, con un sacchetto pieno di merendine, verso il tramonto. Era il 2 luglio di trent'anni fa. Non tornarono mai a casa. Barbara Sellini e Nunzia Munisi avevano 7 e 10 anni. I loro cadaveri semi carbonizzati vennero trovati il giorno dopo. E iniziò così, in quella lontana estate del 1983, una frenetica «caccia al mostro». Quella voglia di giustizia si concluse con la condanna all'ergastolo in via definitiva, dopo un processo pieno di colpi di scena, di tre ragazzi del quartiere. Tre operai tra i 19 e i 21 anni: Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperante. Loro si sono sempre detti innocenti, dal primo istante. E dopo 27 anni passati in carcere e tre da uomini liberi (sono usciti di galera il 28 ottobre del 2010) erano tornati speranzosi a chiedere per la terza volta la revisione del processo. Inutilmente: oggi la quarta sezione della Corte d'Appello di Roma ha respinto la loro richiesta.

IL DOSSIER DI 1.330 PAGINE - Il collegio dei giudici, presieduto da Carmelita Russo, ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione presentata dagli avvocati Ferdinando Imposimato, Eraldo Stefani e Francesco Stefani. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni. I legali dei tre operai avevano presentato, l'anno scorso, una documentazione di 1.330 pagine, frutto di una contro inchiesta lunga due anni e mezzo. Gli avvocati hanno annunciato che faranno ricorso in Cassazione. Del resto i punti messi in luce dal dossier sollevano più di una domanda sulle indagini portate avanti negli anni Ottanta.

Da sinistra: Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo il giorno dell'arresto, il 4 settembre 1983 (Ansa)
Da sinistra: Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo il giorno dell'arresto, il 4 settembre 1983 (Ansa)

IL MISTERO DELLA 500 BLU - Gli avvocati di Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca hanno presentato una denuncia contro Enrico Corrado. L'uomo, conosciuto tra i ragazzini di Ponticelli, all'epoca ammise di essere un soggetto violento e già responsabile di aggressioni a donne e bambine. Atti di violenza che si accentuavano quando per sua stessa ammissione si ubriacava. L'uomo però uscì presto di scena. Nonostante avesse una 500 blu scuro con un fanalino rotto, come quella su cui erano state viste salire Barbara e Nunzia la sera del delitto. Pochi giorni dopo il massacro delle due bambine Corrado fece rottamare la macchina. Nessuna prova. In una prima pista, che non ebbe sviluppi, si era parlato anche di «un uomo, capelli rossi e tutto lentiggini». E che oggi è ancora vivo.

IL VALZER DELLE ACCUSE - Se i tre ragazzi furono condannati dipese soprattutto dalle dichiarazioni di un ragazzo che conoscevano, Carmine Mastrillo. Il giovane raccontò di aver incontrato i tre in una discoteca proprio la sera del duplice omicidio e che loro stessi gli avevano raccontato quello che avevano appena fatto alle due bambine. Il fratello di uno degli accusati, Salvatore La Rocca, li aveva poi aiutati a disfarsi dei cadaveri. Benché Mastrillo avesse parlato di un «ferro» come arma del delitto - non compatibile quindi con le ferite da lama riscontrate con l'autopsia -, fu ritenuto credibile.

In più anche Salvatore ammise la sua responsabilità, incastrando di fatto il fratello e gli altri due ragazzi. Subito dopo però disse di aver «confessato» solo perché sottoposto a minacce e torture in caserma. E ritrattò. Come, a sorpresa, fece anche il «super testimone» Mastrillo durante un'udienza. La cosa incredibile è che, immediatamente dopo, ritrattò la ritrattazione. Un confuso valzer di accuse e smentite che non aiutò a fare luce sulla verità. Mentre i tre ragazzi furono bollati per sempre come «i mostri di Ponticelli».

«NON VOGLIONO UN RISARCIMENTO» - Quando i tre, ormai uomini di 51 e 49 anni, oggi hanno ascoltato il terzo «no» alla loro richiesta di revisione sono rimasti senza parole. A uno di loro è scappato un amaro: «Bastardi, questa è la giustizia in Italia». Giuseppe La Rocca, Luigi Schiavo e Ciro Imperante oggi sono sposati e hanno dei figli. «Non chiedono un risarcimento - ripetono i loro avvocati - ma solo che venga accertata la verità». La stessa a cui hanno diritto Barbara e Nunzia e i loro familiari.

A.G.30 maggio 2013 | 17:23

Trovato sangue di mammut Clonazione più vicina

Corriere della sera

Si tratta di una femmina di 50-60 anni rinvenuta in un'isola dell'arcipelago Ljachov nel mar di Laptev

Cattura
Un eccezionale rinvenimento effettuato in una remota isola a nord della Siberia rende più vicina la possibilità di riportare in vita i mammut tramite clonazione. È stata trovata infatti la carcassa di un mammut dalla quale è stato possibile estrarre una discreta quantità di sangue. La scoperta è stata effettuata nel permafrost di un'isola dell'arcipelago Ljachov nel mar di Laptev, nell'Artico a nord della Siberia, da una spedizione congiunta dell'Università di Yakutsk e della sudcoreana Sooam Biotech Research Foundation, organizzazione che lo scorso marzo ha firmato un accordo con l'istituto russo per arrivare alla clonazione di un mammut, che nell'Artico si è estinto circa 4.500 anni fa.

FEMMINA DI 50-60 ANNI - La carcassa ritrovata è di un mammut femmina di circa 50-60 anni di età, in parte divorata dai predatori, risalente a circa 11 mila anni fa. La spedizione ha trovato anche una zanna di mammut. La scoperta è eccezionale non solo per il sangue rinvenuto, ma anche perché si tratta del primo cadavere di un mammut adulto in 112 anni, ha detto Semyon Grigoryev, capo del Museo dei mammut dell'Università federale nord-orientale di Yakutsk. Secondo gli studiosi il mammut è morto intrappolato in una palude. Grazie a questo fatto, la parte inferiore del corpo, la mascella inferiore e la lingua si sono conservate molto bene.

SANGUE - Quando Grigoryev e la sua squadra hanno rotto il ghiaccio che intrappolava il reperto, hanno visto una sostanza scura che colava dal corpo. Non hanno avuto alcun dubbio: era sangue. Non solo: anche la carne aveva l'aspetto rosso di carne fresca, ha detto lo scienziato all'agenzia Afp. La parte superiore del corpo e la schiena sono stati mangiati dai predatori, forse quando l'animale non era ancora morto ma solo intrappolato nel fango

Trovato sangue di mammut Trovato sangue di mammut Trovato sangue di mammut Trovato sangue di mammut Trovato sangue di mammut


CLONAZIONE - Lo scopo della Sooam Biotech Research Foundation è di arrivare alla clonazione dei mammut. Nel 2005 realizzò la prima clonaziona di un cane. Nel sangue rinvenuto i biologi sperano di trovare cellule ancora ben conservate in grado di portare alla clonazione. Nei prossimi mesi il reperto sarà analizzato da esperti russi, americani e sudcoreani. Al momento Grigoryev non ha voluto rivelare dove sarà conservato: «Ho paura che venga rubato», ha confessato.

Paolo Virtuani
30 maggio 2013 | 11:34

Rischia 10 anni di galera l’hacker di Anonymous che violò Stratfor

La Stampa

Jeremy Hammond, reo confesso, sarà condannato a settembre. Mobilitazioni online per il Robin Hood che ha “rubato” per gli altri

claudio leonardi


Cattura
Faccia d’angelo, chioma arruffata, sguardo di sfida: l’hacker Jetemy Hammond ha tutte le caratteristiche per essere il Billy the kid del nuovo millennio. Dichiarato colpevole per il furto di informazioni dalla società di intelligence Stratfor, nel 2011, rischia 10 anni di prigione. I dati rubati riguardano più di 850.000 clienti, tra cui organi governativi e giuridici. Una parte del materiale trafugato è stato successivamente pubblicato da Wikileaks, mentre i dati delle carte di credito hanno permesso di spendere più di 700.000 dollari, a favore di diverse organizzazioni tra cui la Croce Rossa e Save the Children.

Abbiamo parlato di Billy the kid, ma i sostenitori del ventottenne Hammond preferiscono il paragone con Robin Hood, l’arciere di Sherwood che rubava i ricchi per dare ai poveri. In prima linea nella difesa dell’hacker c’è il fondatore del sito spiffera segreti, Julian Assange. “Il trattamento dell’amministrazione Obama nei confronti di Jeremy Hammond è una vergogna” ha affermato dopo la confessione di colpevolezza.

In un comunicato diffuso sul sito dei suoi sostenitori, FreeJeremy.net , Hammond ha ammesso di aver partecipato alla violazione di molte imprese che collaborano con il governo, sia pure per motivi etici e non per profitto, come parte del gruppo di hacker LulzSec.

Il gruppo si separò da Anonymous nel 2011 avviando una scoppiettante estate di attentati informatici che coinvolsero la società di sicurezza HB Gary, Newscorp, Sony e molti appaltatori militari. “Ora che mi sono dichiarato colpevole, è un sollievo essere in grado di dire che ho fatto il lavoro di Anonymous di hackerare Stratfor, tra gli altri siti web” ha scritto Hammond, precisando d’averlo fatto perché crede “che le persone hanno il diritto di sapere che cosa i governi e le società stanno facendo a porte chiuse. Ho fatto quello che ritengo giusto”. 

Il giovane hacker è stato catturato in una retata dell’FBI propiziata da Hector Monsegur, detto Sabu , un coetaneo che ha permesso di penetrare tra le fila del gruppo LulzSec, e recuperare prove a loro carico. Dopo l’arresto, avvenuto un anno fa, Hammond ha dichiarato a un giudice di Manhattan di avere “preso e diffuso informazioni confidenziali memorizzate sui sistemi di computer”. Ora attende la condanna definitiva il 6 settembre. 

Altri membri del LulzSec sono stati condannati all’inizio di questo mese in un tribunale di Londra, ma hanno ricevuto condanne di 32 mesi di carcere al massimo, e 300 ore di servizio alla comunità. Una petizione inviata dal fratello di Jeremy, Jason Hammond, si chiede al giudice di condannarlo a servizi sociali, visto che ha già trascorso 15 mesi di detenzione. “Jeremy non ha fatto nulla per guadagno personale, ma tutto nella speranza di rendere il mondo un posto migliore”. 

Svelato il mistero dell’uomo senza «bocca» nella necropoli sulla Portuense

Il Messaggero

di Laura Larcan


Cattura
ROMA - Quando fu scoperto cinque anni fa nella tenuta agricola di Castel Malnome sulla via Portuense, a circa cinque chilometri dal raccordo anulare, calamitò subito l'attenzione di tutto il mondo scientifico, tra antropologi, medici e archeologi. Rappresentava un «unicum» nella storia della civiltà romana d'età imperiale: l’uomo con la mandibola fusa al cranio. Patologia rarissima che ha impedito a quest’individuo poco più che trentenne, vissuto duemila anni fa, di aprire la bocca, sigillata in un handicap fisico difficilmente riscontrabile.
Non poteva masticare, nè parlare.

Ma l’uomo di Castel Malnome torna protagonista quasi a prendersi una rivincita, alla conclusione di un sistematico programma di approfondite analisi condotte dal servizio di antropologia della Soprintendenza ai beni archeologici di Roma guidato da Paola Catalano. Un identikit patologico completo che sarà presentato oggi a palazzo Altemps in occasione del convegno internazionale «Roma, Tevere, Litorale, 300 anni di storia, le sfide del futuro». Un nome vero e proprio non ce l’ha, ma gli studiosi lo chiamano ormai il «132» dal numero della sua tomba. Lo scheletro di quest’uomo, infatti, è solo un esemplare delle 300 sepolture complete che compongono la straordinaria necropoli di Castel Malnome, riemersa dalla campagna di scavi avviata nel 2007 dalla Soprintendenza sotto la direzione scientifica di Laura Cianfriglia.

INDAGINI MEDICHE
Sul suo cranio si sono concentrate, negli ultimi mesi, le indagini del reparto di chirurgia maxillo-facciale dell’università La Sapienza diretto da Giorgio Iannetti: «Come fosse un malato dei nostri tempi, è stato sottoposto ad una serie di esami specialistici, compresa la risonanza magnetica - racconta la Catalano - Sulla base dei risultati è stato ipotizzato che questo individuo di 30, 35 anni, vissuto tra il I e il II secolo d.C., ha subito in età infantile, probabilmente intorno ai 10 anni d’età, un violento trauma, che gli ha bloccato la mandibola. Tra l’altro, gli esami hanno riscontrato una frattura simultanea dell’omero, da ricondurre evidentemente allo stesso incidente. Un trauma che col tempo ha causato il blocco totale della mobilità della mandibola».

L’antropologa Paola Catalano, che oggi illustrerà per la prima volta la ricostruzione della struttura biologica della comunità del sepolcreto di Castel Malnome, ha potuto constatare che all’individuo (alto poco più di 160 centimetri) è stata volontariamente asportata la parte anteriore dei denti, in modo da permettergli di avere un «foro» per mangiare. «È stata la comunità in cui viveva, quella dei lavoratori delle saline, a prendersi cura di lui e a permettergli di sopravvivere fino ad oltre trent’anni portando avanti un duro lavoro di fatica», riflette la Catalano. Quella comunità che gli ha lasciato una moneta di bronzo accanto al torace per il pedaggio a Caronte. Non solo.

Sulla base delle analisi sugli isotopi del carbonio e dell’azoto contenuti nel collagene delle ossa, si è verificato che l’uomo ha potuto ricevere un’alimentazione mista e completa, dalle proteine ai carboidrati. «I risultati degli isotopi appaiono analoghi agli altri individui del sepolcreto, simbolo che per lui venivano preparate apposite pappe liquide». Mala mandibola serrata gli ha causato, alla lunga, grossi depositi di tartaro. Il progetto, ora, è di esporlo in autunno in una mostra sulla storia della medicina antica e sulla terapia dei traumi in antichità.


Giovedì 30 Maggio 2013 - 11:46
Ultimo aggiornamento: 11:52

Con Nearby Wikipedia diventa geolocalizzata

La Stampa

carlo lavalle


Cattura
Debutta ufficialmente Nearby , la nuova pagina di Wikipedia, accessibile sia via personal computer sia via dispositivi mobili, in grado di fornire in tempo reale informazioni su musei, edifici storici, parchi e altri temi di interesse relativi al luogo da cui un utente si connette.

Wikimedia Foundation, l’organizzazione internazionale non-profit dietro allo sviluppo dei più importanti progetti di software collaborativo, sin dal mese di gennaio ha testato le applicazioni che collegano dati di localizzazione con le varie voci ed articoli dell’enciclopedia online quando ha introdotto GeoData, una nuova estensione di MediaWiki, il motore (wiki engine) che sta alla base di Wikipedia. Nearby rappresenta il frutto di questo precedente lavoro. 

L’obiettivo dell’operazione, come spiega Jon Robson sul blog di Wikimedia Foundation, è non soltanto favorire una migliore conoscenza dei luoghi dove risiedono e che frequentano i lettori, magari durante una vacanza o un viaggio di lavoro, ma anche coinvolgere gli utenti nella redazione collaborativa in maniera da aggiornare continuamente le informazioni o aggiungere immagini pertinenti e più attuali. 

Proprio questa è l’attività principale richiesta chi accede a Nearby. Il team di Wikipedia invita l’utente ad inserire le foto mancanti di un’opera di un museo, di un teatro o di un parco segnalato nelle vicinanze del posto in cui avviene l’accesso. La funzione di inserire immagini ad articoli che ne sono privi è stata abilitata per l’utenza smartphone a partire dal mese di marzo 2013. Una volta caricato, il materiale viene automaticamente classificato senza diritti riservati in modo da poter essere condiviso e riutilizzato da chiunque, ovunque nel mondo gratuitamente.

Si tratta di un arricchimento delle possibilità di modifica e di creazione cooperativa del contenuto del sito che rientra in un’ottica di rafforzamento dell’attività utente da device mobili, la cui diffusione sta aumentando vertiginosamente su scala globale tanto da trasformare sempre più il mezzo in un importante, se non privilegiato, canale di accesso ai servizi web. 

Sotto questo aspetto, all’inizio del 2013 Wikipedia ha registrato una crescita significativa dei suoi visitatori mobili, raggiungendo in un solo mese la cifra record di tre miliardi di pagine viste tramite mobile . Secondo i dati pubblicati da Amit Kapoor, manager che lavora presso Wikimedia Foundation, nel 2012 l’incremento delle pagine viste da mobile è pari al 75% mentre il traffico da pc si attesta a poco meno del 20% con una base di utenza che si espande specialmente nei paesi più poveri, circostanza comprovata anche dalla maggiore percentuale di pagine in lingua non inglese. Considerato questo trend si comprende meglio perché Jimmy Wales e il suo staff puntino ad estendere e consolidare la loro presenza in ambito mobile.

Nearby, disponibile in versione beta e attivabile dal menu principale di Wikipedia mobile, ha del resto caratteristiche simili ad applicazioni già sperimentate e apprezzate dal pubblico come Foursquare e Yelp che mostra immediatamente negozi, caffè, teatri e altro ancora situato nell’area circostante a chi lo utilizza. Anche l’app mobile di Facebook contempla la funzionalità “nearby” che consente di visualizzare ristoranti, hotel, locali notturni nei pressi dell’utente evidenziati per di più dai vari like degli amici.

Uno stagista di 35 anni in Comune? Guadagna tre euro e 75 all'ora

Franco Grilli - Gio, 30/05/2013 - 11:46

Palazzo Marino arruola giovani tra i 18 e 35 anni per fare un tirocinio di sei mesi. Ma anche per un laureato di 35 anni la paga è un rimborso di 300 euro per ottanta ore di lavoro al mese

«Datevi una regolata». Il titolo della campagna nazionale è chiaro e rivolto in primis alle istituzione e ai governi regionali che entro il mese di luglio dovranno recepire le nuove linee guida (emesse dalla cpnferenza Stato-Regioni) in materia di tirocini.

Cattura
La Cgil ieri ha organizzato addirittura una giornata di mobilitazione per difendere gli stagisti che nel privato, ma pure negli enti pubblici, si dannano per mesi nella speranza di strappare un contrattino e quasi sempre sono sottopagati o lavorano gratis. «Il tirocinio - insiste il sindacato - è un periodo di formazione e orientamento al lavoro, un'esperienza formativa in ambiente lavorativo e non un rapporto di lavoro dipendente. Devono funzionare bene, essere ben organizzati, basarsi su regole valide per tutti».

E invece si sa bene che una volta «arruolati», gli stagisti finiscono per essere trattai come lavoratori a tempo pieno e spesso evitano il ricorso a contratti di sostituzione. Proprio in questi giorni il Comune di Milano ha lanciato il bando per reclutare giovani dai 18 ai 35 anni - neo-laureati, diplomati o in attesa di lavoro - per otto progetti della durata di sei mesi. Un'«opportunità di lavoro», ai tirocinanti (e a 35 anni ci sono precari che avranno già ampie esperienze alle spalle) sarà richiesto un impegno di venti ore settimanali. Le domande vanno presentate a Palazzo Marino entro e non oltre le ore 12 dell 4 giugno. Lo stipendio? Un rimborso da 300 euro mensili. Ottanta ore di lavoro al mese circa (forse qualcuna in più) per 300 euro di paga fanno 3 euro e 75 all'ora. Come dice la Cgil, è ora di darsi una regolata.

Tennista usa l’iPhone per contestare arbitro al Roland Garros

La Stampa

Un giocatore ucraino insiste sulla correttezza del suo colpo fotografando il segno lasciato dalla palla

claudio leonardi


Cattura
Una nuova figurina, degna dell’era Internet, si aggiunge alla storia del tennis: dopo le racchette sfasciate dal grande John McEnroe, per protesta contro decisioni arbitrali, dopo i sit-in di Jimmy Connor in polemica con i giudici di linea, ecco l’atleta ucraino Sergiy Stakhovsky che mostra la foto scattata con il suo iPhone per mostrare il punto esatto in cui una palla contestata aveva lasciato il segno.

È successo lunedì sul tappeto di terra battuta del Roland Garros, importante appuntamento tennistico parigino in corso in questi giorni. Tutto è avvenuto nel primo set di un incontro tra l’ucraino e il francese Richard Gasquet. Stakhovsky ha risposto a un colpo ributtando la palla in zona assai vicina alla linea che delimita il campo, e un giudice di linea ha stabilito che il tiro fosse fuori. Per maggiore sicurezza, l’arbitro ha abbandonato il suo trespolo per esaminare da vicino dove la palla era rimbalzata, poiché sulla terra rossa dovrebbe testare una traccia chiara e inequivocabile. Ciò fatto, ha confermato la sentenza, con grande disappunto di Stakhovsky.

La sorpresa è arrivata al momento del cambio di campo. Il professionista ucraino, ancora scontento del giudizio precedente, ha raccolto il suo iPhone e ha scattato una foto del punto contestato, sicuro di poter ribaltare il giudizio. Il pubblico ha mormorato, tra il divertito e l’infastidito, e un funzionario ha “premiato” l’iniziativa tecnologica con una sanzione per comportamento antisportivo. Il punto assegnato è rimasto tale e l’ucraino ha perso 6-1, 6-4, 6-3 e rischia di dovere pagare una multa. 
La foto è finita su Twitter (e ti pareva), ma al massimo procurerà la solidarietà di qualche tifoso. L’episodio non produrrà certo un precedente. Tra l’altro, il tennista ha dichiarato di aver compiuto un gesto identico sul campo di Monaco.

La tecnologia digitale è già usata per stabilire punti sospetti, soprattutto su superfici che non restano scalfite dalla palla, e l’uso fai-da-te del cellulare rischierebbe di complicare, e non semplificare, il difficile lavoro degli arbitri. Ma, certo, è proprio un segno dei tempi che gli sportivi si portino in campo uno smartphone e, non senza un sospetto di calcolato esibizionismo, lo usino per polemizzare con i giudici. A noi piacevano di più le urlatacce di McEnroe, tra l’altro campione lunare che si faceva perdonare il caratteraccio con un agonismo che si trasformava e sublimava in colpi coraggiosi, corse sotto rete, risposte anche alle palle che parevano perse. Per ora, e pensiamo anche in futuro, una sola è la rete che decide le partite. Sta in mezzo al campo e non sui server. Se lo ricordi Stakhovsky, numero 101 della classifica mondiale dei tennisti.

Flop al mondiale di carne alla griglia Argentina, crolla il mito dell’asado

La Stampa

La competizione vinta a sorpresa dalla Danimarca. La delusione dei sudamericani: «Come essere eliminati al primo turno di Coppa del Mondo»

filippo femia


Cattura
Fenomeni con il pallone da calcio, impeccabili ballerini di tango e imbattibili nel cucinare la carne alla griglia. In queste specialità gli argentini, orgogliosi e un po’ spacconi, non tollerano rivalità. La loro supremazia, semplicemente, non è in discussione. Ma la convinzione di superiorità davanti al barbecue ha incassato un duro colpo. Negli ultimi “mondiali” di carne alla griglia hanno subìto una pesantissima sconfitta. A Saidia, in Marocco, il titolo di migliori “grigliatori” se lo sono portato a casa i danesi. Un risultato impensabile alla vigilia, dove i sudamericani partivano strafavoriti. 

Dal 1996 era la prima partecipazione degli argentini. Forse in passato non ritenevano i rivali all’altezza. Alla dodicesima edizione, contro altre 41 delegazioni, hanno finalmente deciso di buttarsi nella mischia. Sicuri di vincere. Ma è successo quello che nessuno poteva immaginare: l’Argentina è finita fuori dal podio, alle spalle addirittura di Germania e Lichtenstein. Uno smacco enorme.
Cucinare la carne alla griglia, l’asado, in Argentina è un vanto nazionale.

Un rito ereditato dai gauchos della Pampa. Ognuno ha i suoi segreti e in ogni gruppo di amici c’è sempre qualcuno convinto di essere il miglior asador del mondo. Le famiglie trascorrono intere domeniche riunite attorno alla griglia, vero e proprio rito sociale, gustando decine di tagli diversi cotti per ore. Per questo la disfatta culinaria è andata di traverso agli argentini. Sarebbe come per gli inglesi prendere lezioni di infusione di thé o per i francesi accettare suggerimenti nella preparazione della baguette. Un’umiliazione in casa.

«E’ come uscire dai Mondiali di calcio al girone eliminatorio», hanno commentato alcuni argentini sui social network. In Rete hanno cominciato a fioccare commenti di delusione: «Cosa ne sanno gli europei di come si mangia un buon asado? A loro piace la carne cruda!», attacca Esteban. Mariano rincara la dose: «Che posto è il Lichtenstein? Non si vede nemmeno sulla cartina». «L’asado è roba nostra, avremmo dovuto vincere», si sfoga Yamila.

Nella sfida mondiale le 42 squadre dovevano elaborare cinque piatti differenti: due di agnello, uno di bovino, uno di pollo e un dolce a scelta. Tutto rigorosamente alla griglia. Alimentata a gas - una blasfemia per gli argentini, che utilizzano esclusivamente la brace - o a legna. Il team sudamericano era arrivato in Marocco “armato” di tutto punto con l’attrezzatura tradizionale: dalle tipiche “croci” alle larghe padelle.

Ma la difficoltà maggiore è stata utilizzare carne (uguale per tutti i concorrenti per evitare favoritismi) a cui gli argentini non sono abituati. «Con la nostra vinceremmo a mani basse», aveva detto alla vigilia Luciano Lucchetti, capitano del team. Ma la giuria di 200 persone, tra chef in vista, critici gastronomici e giornalisti ha premiato le griglie dei danesi.

Stavolta il proverbiale ego argentino è stato ridimensionato. Ma non toccategli il tango e il calcio.
Twitter@FilippoFemia

Stop all’acquisto di 90 caccia F35” Mozione 5 Stelle-Sel, firmano 14 Pd

La Stampa

L’iniziativa alla Camera per fermare i Joint strike fighter
roma


Cattura
Il “gruppo interparlamentare per la pace” ha presentato una mozione alla Camera per impegnare il Governo a fermare l’acquisto dei 90 Joint strike fighter. Oltre 160 le firme, del Movimento 5 stelle e di Sinistra e libertà ma anche da 14 deputati del Partito democratico.  A sostenere l’iniziativa l’intergruppo parlamentare per la pace, ma fonti di Montecitorio raccontano di pesanti pressioni dai vertici del gruppo Pd che hanno reso impossibile la firma di almeno altri 20 democratici interessati. Nessuno dei firmatari Pd ha preso parte alla conferenza stampa alla Camera per la presentazione della mozione. 

«Definirli strumenti di pace, come ha fatto il ministro Mauro, mi sembra ridicolo», ha spiegato Giulio Marcon di Sel, esponente storico del mondo pacifista italiano, che ha snocciolato alcune cifre sul costo dei discussi cacciabombardieri. «Quattro miliardi sono a bilancio per il solo 2013, mentre non sappiamo ancora come sarà finanziata la cassa integrazione in deroga. La spesa complessiva è si 12,9 miliardi, sufficienti per mettere in sicurezza ottomila scuole, costruire tremila asili nido». Soldi risparmiati che potrebbero servire, ha affermato Edera Spadoni (M5S) «anche per il reddito di cittadinanza”, proposta sulla quale Marcon non ha escluso “una convergenza» tra Sel e stellati. 

La critica insita nella mozione non è solo economica: «Se si riuscissero a risolvere i numerosi problemi tecnici del progetto - ha sostenuto Luca Frusone di M5S - si tratterebbe comunque di velivoli con tecnologie per la penetrazione di profondità nei cieli più sicuri. E’ un aereo di attacco, destinato più che alla pace a rendere difficile il dialogo con altre potenze». Massimo Paolicelli, rappresentante delle associazioni riunite nella campagna «Tagliamo le ali alle armi», ha ricordato le «80mila firme raccolte contro gli F35, le oltre 600 associazioni coinvolte, gli 80 ordini del giorno approvati da enti locali che chiedono di fermare il programma». 

Agli stati maggiori che obiettano la «necessità» della partecipazione italiana al progetto Jsf, Paolicelli ha replicato sostenendo che «l’Italia ha già gli Eurofighter, caccia intercettori utilizzabili anche per l’attacco ma più rispondenti al modello di difesa indicato nell’articolo 11 della Costituzione». Ed è proprio la revisione del modello di difesa l’obiettivo ultimo dei parlamentari pacifisti: «Siamo pronti - ha detto Marcon - a discutere con il Governo e i vertici militari. Non si possono spendere decine di miliardi per una ristrtturazione dello strumento militare che non rispetta le indicazioni della Costituzione». 

Caserme dismesse: assegnarle ai padri separati e non ai rom

Corriere della sera

di Stefano Bolognini, assessore provinciale Lega Nord

Esiste un’ emergenza sociale che il Comune di Milano sembra ignorare e riguarda le condizioni drammatiche in cui vivono i padri separati. Questa amministrazione nulla ha proposto per aiutare i genitori in difficoltà dopo un doloroso divorzio.


Cattura
Sembra infatti più impegnata a cercare una sistemazione per i rom che interessata a sostenere il disagio dei milanesi. Ne è una prova il fatto che abbia chiesto di destinare le caserme dismesse ai nomadi senza considerare altre emergenze che riguardano i nostri concittadini.

Perché non trasformarle invece in alloggi per i padri separati che sono sempre più spesso costretti a dormire in auto o per strada? Queste persone soffrono il disagio di una storia finita, di figli che non riescono a vedere sempre e a volte anche di un lavoro perso.

Le cronache raccontano spesso, purtroppo, anche di casi di suicidi. Offrire loro una casa, come ha dimostrato l’esperimento realizzato dalla Provincia a Rho, potrebbe significare dar loro la spinta per andare avanti malgrado le difficoltà. Anche perché dormitori e mense dei poveri non bastano più ad accoglierli.

Se il Comune lo recepisse, un progetto di accoglienza di questo tipo potrebbe diventare un modello sperimentale di welfare con cui verrebbero aiutati i milanesi in difficoltà.In altre grandi città, anche a Roma, sono stati realizzati progetti di sostegno ai padri separati. Milano è indietro su questo punto ed è arrivato il momento che affronti il problema.

La Lega Nord ha messo per prima al centro del dibattito, anni fa, le difficoltà di tanti milanesi tra cui i padri separati e non solo degli stranieri. Un impegno che continuiamo a portare avanti, con la richiesta al Comune di mettere da parte l’assegnazione delle caserme ai rom, e di considerare invece la possibilità di creare sistemazioni per i genitori in difficoltà.

Una donna nel sequestro di Emanuela Fu lei a scrivere le lettere da Boston

Corriere della sera

La moglie del superteste Fassoni Accetti si trasferì negli Usa nell'agosto 1983, due mesi dopo il sequestro. Perizia grafica conferma: stessa mano dei primi messaggi


Cattura
ROMA - Le quattro lettere da Boston, inviate alla Rai e al corrispondente romano della Cbs nell'autunno 1983 per confermare l'iniziale richiesta di scambio con Alì Agca, furono scritte dalla moglie di Marco Fassoni Accetti, di recente indagato per il sequestro di Emanuela Orlandi, figlia di un messo pontificio. La novità, nel giallo della quindicenne sparita il 22 giugno 1983, ha un duplice effetto: da un lato rafforza la credibilità del fotografo, che ha riferito di essere stato uno dei telefonisti che chiamarono la famiglia Orlandi e il Vaticano; e dall'altro, per la prima volta dopo otto interrogatori, tira in ballo una seconda persona nell'affaire. Una perizia grafica dell'epoca, infatti, accertò che le missive dagli States furono vergate dalla stessa mano che aveva spedito i primi messaggi da Roma, attribuibili con certezza ai sequestratori.

CONTROSPIONAGGIO - Il coinvolgimento dell'allora giovanissima moglie dell'indagato è emerso anche grazie alla trasmissione Chi l'ha visto?. In un interrogatorio successivo all'incidente che a fine '83 provocò la morte di un bambino nella pineta di Ostia, Accetti precisò che sua moglie era stata a Boston senza interruzioni dai primi di agosto a metà novembre. Una circostanza che oggi si incrocia con quanto dichiarato nella sua lunga autoaccusa in Procura, vale a dire che nell'estate di trent'anni fa una «ragazza», militante come lui nel «nucleo di controspionaggio» che avrebbe sequestrato la Orlandi, si trasferì a Boston «nell'ambito della stessa operazione». La «moglie» e la «ragazza» erano quindi la stessa persona? «Sì», risponde senza esitazioni al Corriere il supertestimone indagato.

MISSIONE SPECIALE - Un altro tassello della vicenda Orlandi sembra insomma posizionarsi. Nel «gruppo operativo» (formato da ex collegiali come Accetti, elementi dei servizi segreti, malavita romana, ecclesiastici infedeli) che dopo l'attentato a Wojtyla si sarebbe mosso per indurre Agca a ritrattare le accuse di complicità all'Est (in particolare i bulgari), ora appare anche una donna in missione speciale. Ma perché per rivendicare il rapimento fu scelta Boston, città salita nello stesso periodo alla ribalta per lo scandalo dei preti pedofili?

L'OMBRA DI MARCINKUS - Forse perché da quella postazione il «nucleo» di cui parla Accetti poteva giocare su più tavoli e innescare altri ricatti? O per mandare un segnale alla «fazione americana» insediata in Vaticano a meta' anni '80, all'ombra di monsignor Marcinkus capo dello Ior? Saranno le successive indagini, in questa fase cruciale, a chiarirlo, quando ormai mancano pochi giorni al trentennale della scomparsa della sventurata «ragazza con la fascetta».

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it30 maggio 2013 | 8:59

Gli Usa restituiscono a Napoli 8 libri rari: furono portati via sotto le bombe del 1944

Il Mattino

I volumi, entrati in possesso della fondazione «Monuments Men», sono stati riconsegnati ai carabinieri italiani


Cattura
Storia a lieto fine per otto preziosi volumi antichi ritenuti appartenere all'Università di Napoli che andarono persi con i bombardamenti del 1944. Quei volumi, entrati in possesso della Fondazione americana «Monuments Men» sono stati riconsegnati oggi, nel corso di una cerimonia ufficiale all'Ambasciata d'Italia, alla presenza del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e dei rappresentanti dell'Ufficio di Collegamento Interpol che hanno collaborato per il buon esito dell'operazione.

Una restituzione che si aggiunge alla lunga lista di opere di pregio, recuperate negli Usa e recentemente restituite all'Italia. «Il recupero di opere d'arte è una nostra priorità», ha infatti sottolineato l'Ambasciatore Claudio Bisogniero aprendo questa mattina la cerimonia. «Insieme ai Carabinieri e all'Interpol abbiamo stabilito in questo campo - ha aggiunto - un eccellente rapporto di cooperazione anche con le Autorità americane, che ha portato in questi ultimi anni al ritrovamento ed alla restituzione di numerose opere».

Il caso degli otto volumi rari, datati dal 1533 al 1789, è tuttavia destinato a fare parlare più degli altri. I libri erano stati infatti consegnati alla Fondazione - che si propone tra l'altro di promuovere la restituzione di opere d'arte sottratte in Europa durante il secondo conflitto mondiale - da Irving Tross, veterano americano di 96 anni (88esima divisione fanteria, 339esimo battaglione artiglieri da campo)

mercoledì 29 maggio 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: giovedì 30 maggio 2013 09:09

Facebook ammette: i nostri controlli non funzionano

Corriere della sera

Dal nostro inviato MASSIMO GAGGI



Cattura NEW YORK - Le immagini di una donna buttata già dalle scale. E un messaggio agghiacciante: «Cosi la prossima volta impari a non restare incinta». A fianco la pubblicità delle patatine «Pringle». Non ci vuole molto, facendo ricerche su Facebook, per imbattersi in qualche pagina che esalta la violenza contro le donne, incita alla discriminazione razziale o diffonde l'odio verso i gay.

Adesso il «social network» di Mark Zuckerberg dice basta: ammette che i suoi sistemi automatici di rimozione del materiale «proibito», efficacissimi quando si tratta di far sparire foto di un seno femminile anche se si tratta di una donna che allatta o di immagini mediche della rimozione di un cancro, servono a poco contro quello che in America viene definito hate crime , crimini basati sull'odio.

E promette di correre ai ripari. Una crisi di coscienza? Non proprio: non è da ieri che su Facebook si invita allo stupro. E da anni sull'azienda californiana piovono le proteste delle organizzazioni ebraiche, di quelle dei musulmani, delle associazioni dei gay e delle lesbiche, di migliaia di donne.

Ma non è questo che ha mosso Facebook né la denuncia del Movimento italiani genitori che ha deciso di trascinare l'azienda Usa davanti al tribunale di Roma per omesso controllo nel caso di Carolina, la ragazza che si è suicidata pochi giorni fa dopo la pubblicazione sulla rete sociale dei video girati durante una festa tra ragazzi. Fin qui Facebook, pur cercando di migliorare le sue misure di sicurezza e introducendo salvaguardie aggiuntive per i ragazzi fra i 13 e i 17 anni, ha sempre sostenuto che la sua responsabilità è limitata: i suoi pochi «moderatori» non possono tenere a bada una comunità che ormai conta più di un miliardo di utenti. Insomma, tocca a loro adottare misure di protezione, evitando di esporsi troppo e introducendo forme di autocontrollo.

La linea della società della Silicon Valley è però cambiata repentinamente l'altra sera, quando l'azienda ha ammesso che i suo sistema di sorveglianza non funziona e si è impegnata ad agire a cinque diversi livelli per migliorarlo. Più dei principi e dell'etica ha potuto il portafoglio: Facebook si è mossa quando è partita una massiccia campagna di organizzazioni femministe americane che ha spinto alcuni grandi inserzionisti a ritirare la loro pubblicità dal «social network» fino a quando non avranno la garanzia che i loro messaggi non compariranno in pagine nelle quali si incita alla violenza o alla discriminazione.

A dire «basta» a pagine dai titoli come «Violenta la tua amica solo per ridere» sono state varie organizzazioni come Wam (Women, Action and the Media) e attiviste molte seguite come Laura Bates e Soraya Chemaly. Tra le prime società a rispondere ai loro appelli ritirando la pubblicità da Facebook, la Nissan auto e Nationwide, una società inglese di costruzioni. Altri, come American Express, Dove (cosmetici) e Zappos, pur non interrompendo i rapporti col «social network», hanno avvertito che lo faranno se le cose non cambiano rapidamente. È comprensibile, visto che questa pubblicità «personalizzata», spesso indirizzata verso un target di maschi adulti, rischia di finire a fianco dei messaggi violenti. Ma, nonostante la promessa di Facebook di intervenire con un nuovo ciclo di addestramento del proprio personale, aumentando il numero di controllori e «moderatori», filtrando con più attenzione e severità le pagine che vengono immesse nel «network», non è detto che le cose cambino davvero.

I sistemi di controllo automatico faticano a fare una selezione sulla base delle immagini, se non ci sono nudità evidenti. Anche cancellare pagine sulla base del linguaggio usato è problematico: in America il diritto a esprimersi liberamente è tutelato dalla Costituzione anche i casi estremi, purché non vengano violati delle leggi. L' hate speech , la diffusione dell'odio, può quindi essere legalmente censurato, mentre molto più controversi sono gli interventi nei casi di uso di quelli che vengono definiti «linguaggi crudeli o insensibili». Coi giovani che nei sondaggi già sostegno di rimanere su Facebook solo perché ci stanno tutti, ma di essere stufi delle battaglie a colpi di « like » e dell'invasione di adulti in rete, la società, poi, probabilmente teme di perdere utenti se si spinge troppo in là nel sostituire la trasgressione col politically correct .

30 maggio 2013 | 7:42

L’automobilista ha fatto tutto il possibile per evitare il danno? Bisogna dimostrarlo

La Stampa

In materia di responsabilità da sinistro stradale, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti non libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità, che ha l’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (Cassazione, ordinanza 4646/13).


Il caso
 

CatturaGli eredi di un automobilista deceduto in un sinistro stradale chiedono il risarcimento del danno all’altro automobilista coinvolto nell’incidente. I giudici di merito, tuttavia, rigettano la domanda, escludendo la responsabilità di quest’ultimo, vista la posizione della sua auto al momento dell’impatto e la sua velocità non elevata. Anche la Cassazione è chiamata a pronunciarsi sulla vicenda e, con l’ordinanza 4646/13, afferma la corretta applicazione, da parte dei giudici di merito, del principio secondo cui «in tema di responsabilità da sinistro stradale con scontro di veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti non libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità» (art. 2054, comma 2, c.c.), «nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno».

D’altra parte, ribadisce la S.C., la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa «non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente» (Cass., 2550/2009). Gli Ermellini, nel caso di specie, sottolineano che il conducente (a cui è stato richiesto il risarcimento) non avrebbe comunque potuto mettere in atto una manovra di emergenza astrattamente idonea ad evitare l’evento. Ricorso rigettato quindi e niente risarcimento per gli eredi ricorrenti.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il telescopio spaziale arriva in crowdfunding

Corriere della sera

Il telescopio spaziale Arkyd sarà lanciato nel 2015 e sarà a disposizione di scuole, musei e associazioni

Cattura
Serve un milione di dollari entro il prossimo 30 giugno per contribuire a lanciare in orbita, nel 2015, il primo telescopio spaziale con schermi a uso pubblico che fornirà immagini a tutto il mondo, musei, scuole e istituti. Il novello Hubble si chiamerà Arkyd 100, in onore delle Arakyd Industries, che in Guerre Stellari-Episodio V produceva i droni Viper. E per farlo nascere e arrivare nel cielo occorre raccogliere la somma necessaria anche facendo piccole donazioni in crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter.

IL PROGETTO ARKYD – A lanciare il progetto è la società americana Planetary Resources, che già lo scorso anno fece parlare di sé per via del suo impegno futuristico nella trivellazione di asteroidi e che collabora da tempo con le sue tecnologie alle esplorazioni su Marte, in accordo con le autorità americane. Oggi ritorna agli onori di cronaca per essere la prima al mondo a lanciare con la raccolta di micro-offerte attraverso una piattaforma internet la costruzione e il lancio di un telescopio spaziale per uso pubblico. Arkyd peserà 15 chilogrammi, sarà lungo 425 millimetri, dalle dimensioni dunque più contenute rispetto al telescopio spaziale Hubble, in orbita ormai dagli anni Novanta e lungo 13,2 metri. Il suo uso sarà di raccolta di immagini, dati per fini di ricerca ed educativi, oltre che per creare interesse intorno a un tema di grande fascino come quello spaziale: Arkyd infatti verrà usato da scuole, istituti scientifici, musei, università per riproporre dall’orbita le migliori immagini della Terra.

1
CROWDFUNDING SPAZIALE – Per poter partecipare al progetto, è necessario divenirne «piccoli azionisti> attraverso una donazione sul sito Kickstarter. Si tratta di una proposta sui generis per questa tipologia di interventi: il crowdfunding viene usato solitamente per finanziamenti di qualche decina di migliaia di dollari al massimo, mentre questa volta si punta al milione di dollari entro la fine di giugno. Ma a giudicare dai vip entusiasti che hanno sponsorizzato Arkyd – si va dal patron di Virgin Richard Branson, che da tempo organizza il suo viaggio nello spazio, a Bill Nye, attore e scienziato volto tv famoso negli Usa – e dai primi successi raggiunti già in poche ore (300 mila dollari in un solo giorno), il milione di dollari potrebbe essere dietro l’angolo. Si può contribuire anche solo con un dollaro, ma salendo con la donazione si ha diritto anche a qualcosa di più: dai 25 dollari in su per esempio si potrà ricevere via mail la propria foto caricata su uno speciale schermo montato sul telescopio che avrà come sfondo proprio la Terra vista da lassù.

Eva Perasso
30 maggio 2013 | 13:11

La rivoluzione dei voti in condominio Debuttano le maggioranze variabili

Corriere della sera

Seconda convocazione valida solo con un terzo dei voti

Le maggioranze variabili erano una delle soluzioni prospettate per risolvere la crisi aperta dopo le elezioni. In condominio ci sono da sempre e anzi la riforma che entrerà in vigore il prossimo 18 giugno ne ha aggiunte. Nella tabella di questa pagina, che presenta alcuni dei casi più comuni di delibera, vediamo quali sono i quorum necessari perché il voto sia valido (vedi la tabella).

La riforma mantiene la vecchia distinzione tra assemblea in prima e in seconda convocazione, e anche il criterio della doppia maggioranza, delle quote millesimali di proprietà e dei condòmini, ma introduce una novità molto importante: perché l'assemblea sia valida anche in seconda convocazione è necessaria la presenza di almeno un terzo degli aventi diritto al voto. In seconda convocazione la riforma prevede cinque maggioranze:

1) intervenuti in assemblea e un terzo dei millesimi; si applica a tutte le delibere che riguardano lo svolgimento ordinario della vita in condominio, l'approvazione del preventivo e del consuntivo;
2) maggioranza qualificata di 500 millesimi; si applica anche a operazioni, come l'abbattimento delle barriere architettoniche o l'installazione della parabola centralizzata, per le quali prima bastava un terzo dei millesimi;
3) una maggioranza che potremmo definire qualificata e rafforzata, perché richiede due terzi dei millesimi: si applica alle innovazioni ed era già prevista dalla vecchia legge;
4) maggioranza speciale dei quattro quinti dei condòmini e dei millesimi: è una novità e si applica a tutti i casi in cui si voglia mutare la destinazione di una parte comune. La convocazione dell'assemblea ha regole speciali, la differenza con la nuova versione a prima vista non appare chiara e sicuramente farà aprire un altro contenzioso;
5) per alcuni casi rimane l'unanimità condominiale: ad esempio se si tratta di vendere una porzione di stabile come la guardiola della portineria.



Gino Pagliuca30 maggio 2013 | 11:53





Come cambia il numero legale per le riunioni

Corriere della sera
Quote per l’assemblea

Cattura
Con le nuove regole l’assemblea è validamente costituita in seconda convocazione solo se sono presenti almeno un terzo dei condòmini con almeno un terzo dei millesimi; prima per la seconda convocazione non era previsto nessuna forma di numero legale per la validità, bastava che le delibere avessero le maggioranze di legge.

Il cambio della norma ha grande importanza nei condomini di piccola entità dove a fronte di poche unità immobiliari c’è una concentrazione di millesimi in capo a uno o due condomini. Senza il “quorum costitutivo” in pratica potevano fare quello che volevano perlomeno sulle delibere ordinarie (come ad esempio la nomina dell’amministratore o l’approvazione dei bilanci preventivi o consuntivi).

Con la riforma del condominio in capo all’assemblea sono rimesse più responsabilità rispetto al vecchio ordinamento. Non solo; la partecipazione diretta all’assemblea è destinata a diventare più importante perché non si potranno più dare delega all’amministratore e comunque una persona (condòmino o meno) non potrà raccogliere deleghe che rappresentino oltre 200 millesimi od oltre un quinto.

Gino Pagliuca
30 maggio 2013 | 10:42





Sale il quorum per le antenne satellitari

Corriere della sera
Maggioranza di 500 millesimi per installare un impianto

Cattura
Diventa un po’ più difficile installare un impianto satellitare centralizzato, perché bisognerà avere una maggioranza di 500 millesimi mentre con la legge in vigore ne bastavano 334. Il paradosso della vecchia norma era che l’installazione delle “padelle” era agevolata rispetto a quello delle antenne tradizionali.

Questo succedeva perché una legge dello Stato (il dl 5/2001) aveva definito gli impianti satellitari un’’ “innovazione necessaria”e quindi l’installazione era stata di fatto equiparata a una spesa di manutenzione ordinaria, mentre l’installazione di un’antenna tradizionale è da considerare un’innovazione dalla cui spesa oltretutto i dissenzienti possono sottrarsi.

Non passa al vaglio dell’assemblea invece la decisione del singolo condòmino di installare una sua propria antenna. Rispetto alla vecchia norma però è previsto l’obbligo di avvisare l’amministratore, indicando il contenuto e la modalità di intervento, in tutti quei casi in cui i lavori coinvolgano parti comuni (ad esempio il tetto). Non si tratta di una richiesta di permesso perché se non sono pregiudicati i diritti degli altri condòmini non è possibile vietare l’installazione.

Gino Pagliuca30 maggio 2013 | 10:51

giovedì 30 maggio 2013

Windows 8.1, tutte le novità in arrivo

Corriere della sera

Accesso diretto alla modalità desktop che permette di muoversi in un ambiente più simile a quello di Windows 7

Un'ipotetica schermata di Windows 8.1
Un'ipotetica schermata di Windows 8.1

Dopo una falsa partenza, Microsoft ha pronto l'aggiornamento per Windows 8. La nuova versione, chiamata 8.1 e non Blue come annunciato in precedenza, sarà gratuita e contiene tante novità interessanti per venire incontro alle rimostranze dei numerosi utenti spaesati dalla nuova interfaccia grafica.

TORNA IL TASTO START - La prima, e più importante, è un accesso diretto alla modalità desktop che permette di muoversi in un ambiente più simile a quello di Windows 7 che non del suo successore. Il tasto Start, quello che per vent'anni era apparso in basso a sinistra ed era scomparso con la versione 8 del sistema operativo, tornerà sotto forma di un logo, sempre in basso a sinistra. Accanto ad esso si potranno visualizzare i collegamenti ai programmi preferiti come nella vecchia barra delle applicazioni.

RICERCHE INTEGRATE - Alle ricerche pensa ovviamente Big, il motore di Microsoft, che ora ha una barra dedicata sul lato destro dello schermo che appare all'avvicinarsi del mouse. Non serve più cercare i file per tipo ma basta digitare poche parole per trovare non solo applicazioni e file installati nel computer ma anche informazioni dal web. Digitando Diablo III, per esempio, compariranno il link al gioco, notizie pescate in Rete e una selezione di foto e video. L'integrazione con il cloud invece è garantita da Sky Drive, il servizio di storage online di Microsoft che permette di accedere a foto, video, musica e documenti da diversi device tra cui l'Xbox.

ANCHE L'EDITOR FOTOGRAFICO - A livello grafico potremo scegliere le dimensioni delle tile, le mattonelle introdotte da Windows 8, a computer fermo il monitor mostrerà una selezione di foto scelte dall'utente e incluso nel programma avremo anche un editor per l'elaborazione delle immagini. Per evitare poi che gli utenti continuino a perdersi all'interno del programma, una tile ben evidente porterà la dicitura "Helps and Tips" e conterrà consigli e soluzioni per evitare di impazzire.

ARRIVA A FINE ANNO - Insomma, stando alle prime informazioni, Windows 8.1 tornerà ad avere un aspetto più da desktop che da tablet come nella versione precedente. Per uno sguardo più da vicino però non resta che aspettare la conferenza di Microsoft in programma a San Francisco il 26 giugno mentre l'aggiornamento arriverà sui PC verso la fine dell'anno.

In English FOTOSTORIA


Alessio Lana
30 maggio 2013 | 17:54

Franca Rame insultata su Facebook e Twitter: «Una di meno» Frasi choc dei militanti di estrema destra

Il Messaggero

Decine di commenti oltraggiano la sua memoria


Cattura
Gioiscono per la scomparsa di Franca Rame, offendendo la sua memoria con status e video che irridono l'attrice ed ex senatrice. Militanti di estrema destra, e persino esponenti parlamentari. Uniti in questi rigurgiti di odio postumo, dettato dalla posizione avuta dalla Rame nei confronti di Achille Lollo, responsabile del rogo in cui persero la vita i fratelli Mattei, a Primavalle. A Lollo, la Rame, esponente dell'organizzazione Soccorso Rosso militante, aveva inviato una lettera, nel 1973, garantendogli «l'appoggio dei compagni».

Le frasi contenute in quella lettera vengono copia e incollate viralmente sui profili Facebook dei militanti di destra. La vicenda viene ricordata anche da Massimo Corsaro, deputato di Fratelli d'Italia che, poco dopo la diffusione della notizia della sua morte, scrive, su Twitter: “Franca Rame chi? Quella che difendeva l'assassino dei fratelli Mattei? Io di rame conosco solo il metallo”. Giuliano Castellino, della direzione nazionale della Destra, è più duro e su Facebook arriva a scrivere: “E' morta Franca Rame. Dopo tre giornatacce migliora la giornata”. Frase “salutata” da 22 like e dal commento di una utente, che si rivolge a Castellino: “Ti stimo anche per questo”.

Un militante di Gioventù italiana (formazione giovanile della Destra), è ancora più duro: “Ha vissuto 84 anni, una vita ricca anche economicamente, di lei ricordo le parole di solidarietà agli assassini dei fratelli Mattei, di lei ricordo le dichiarazioni in cui diceva che erano stati i camerati a bruciare i fratelli Mattei per faide interne al MSI. Scusate se non provo il minimo dolore. Anzi, che sia morta non me ne frega assolutamente una sega! Franca Rame, una di meno”. Andrea Antonini, vice presidente di CasaPound, sul suo profilo pubblica un video in cui viene mostrata la fusione del rame, accompagnato dalla scritta “ciao bella...”. E sono molti i commenti offensivi all'indirizzo dela moglie di Fo: “Che Dio la maledica”, “che bruci”, e così via.


FOTOGALLERY


Sui socialnetwork insulti dell'estrema destra a Franca Rame




Mercoledì 29 Maggio 2013 - 20:00
Ultimo aggiornamento: 20:17

Fondi segreti a Cinque stelle: dieci domande per il leader

Francesco Maria Del Vigo Domenico Ferrara - Gio, 30/05/2013 - 08:10

Il movimento incassa un fiume di denaro in finanziamenti: un fiume di soldi, invisibile, non tracciato e non regolamentato. Ma dai gadget alla pubblicità, manca trasparenza sui biliancia. Ecco il più grosso scheletro nell'armadio del M5S

Pretendono trasparenza, ma sguazzano nell'opacità. Sono tanti i quesiti ai quali il Movimento 5 Stelle non ha mai voluto rispondere e molti riguardano l'ambigua contabilità di questo strano soggetto politico aperto a tutti ma, in realtà, di proprietà privata.

Cattura
Le entrate del merchandising, le donazioni in contanti o su conti correnti e carte ricaricabili intestate a privati, i proventi del blog. Ma non solo. C'è un fiume di soldi, invisibile, non tracciato e non regolamentato. È questo il più grosso scheletro nell'armadio del M5S. E sono queste le domande che rivolgiamo a Grillo, portavoce di una forza politica che rappresenta più di otto milioni di italiani.

1 Perché il M5S non ha organismi di controllo né revisori dei conti?
Il Movimento 5 Stelle è un'anomalia. Nel regolamento interno, cioè il Non statuto, non sono previsti tesoriere o gestori di fondi né strutture di controllo o segreterie. Mentre nello Statuto ufficiale, registrato il 18 dicembre del 2012, l'unico amministratore dei beni e della gestione economica del Movimento è il presidente: Beppe Grillo. Risulta molto strano che un movimento che fa della trasparenza la sua bandiera non abbia nessuna forma di controllo interno dei conti.

2 Perché nel rendiconto ufficiale viene citata la spesa del palco del comizio finale a Roma e non si parla delle altre cento tappe dello Tsunami tour? Con quali soldi sono state pagate?
Per la sua campagna elettorale Grillo ha attraversato tutto il Paese, dal Friuli alla Sicilia. Ma nelle spese ufficiali pubblicate sul blog appare solo il conto del maxipalco del comizio di chiusura in piazza San Giovanni, mentre delle spese delle altre città non c'è evidenza.

3 Perché nel rendiconto dello Tsunami tour non c'è traccia dei soldi spesi e incassati a livello locale attraverso i vari canali possibili?
Le associazioni che si richiamano al M5S e i gruppi locali pentastellati sono migliaia. Tuttavia, nel rendiconto pubblicato da Grillo, non vengono nemmeno menzionati. Mancano le spese effettuate e le entrate raccolte nei vari comuni. C'è solo una voce intitolata «Spostamenti camper» che potrebbe inglobare tutto ciò, ma l'oscurità e la mancanza di chiarezza restano.

4 Dove vanno a finire i soldi delle vendite dei gadget? Perché non vengono rendicontati?
Un cappellino, una maglietta, un libro. Tutto col marchio del M5S. Nei vari banchetti presenti nelle piazze, gli attivisti grillini vendono questo e altro. Ma nel rendiconto di Grillo non c'è evidenza di questo. Non ci sono fatture né scontrini. La vendita dei gadget non risulta.
5 Dove vanno a finire le donazioni effettuate in contanti?
I soldi vengono raccolti anche attraverso donazioni «fisiche» ai banchetti o nelle riunioni dei vari gruppi locali del Movimento. Ma le rendicontazioni pubblicate online, quando sono presenti, sono incomplete, poco aggiornate e autocertificate.

6 Il Non Statuto dice che è possibile raccogliere fondi solo attraverso il blog, ma in realtà da anni e soprattutto per le campagne elettorali locali è possibile versare denaro su conti privati. Come mai?
Lo statuto ufficiale non prevede cariche e organizzazioni locali e il Non statuto non contempla in alcun modo che si possano raccogliere fondi per conto del Movimento 5 Stelle, se non attraverso il blog ufficiale. Dunque è lecito pensare che i fondi raccolti, sia prima che dopo la registrazione dello statuto, risultino fuori da ogni tracciabilità.


7 Perché i conti Paypal, Postepay e bancari sono intestati a privati e non al M5S?
A un simpatizzante grillino che vuole sostenere i pentastellati locali viene chiesto di effettuare versamenti a conti che spesso sono intestati a privati e non sono in nessun modo riferibili al M5S. Un esempio? Se si vuol sostenere il Movimento 5 Stelle di Verona, i soldi donati vanno a un conto intestato all'Associazione Grilli Verona.


8 Come fa Grillo a garantire sull'origine e la destinazione dei soldi e su eventuali distrazioni di denaro?
A esclusione delle donazioni raccolte direttamente dal blog, tutte le altre entrate intestate a privati o ad associazioni rappresentano una sorta di «fondo nero» a disposizione del M5S. La stessa opacità vale per le uscite, perché le fatturazioni sono sempre intestate a soggetti diversi dal Movimento.


9 Perché non sono tracciati gli introiti del blog di Beppe Grillo e non c'è differenziazione tra quelli che finiscono al M5S e quelli che vanno alla Casaleggio Associati (gestore del blog)?
Come ha segnalato recentemente anche Report, nell'ultimo bilancio della società di Gianroberto Casaleggio non si parla dei guadagni derivanti dal sito dell'ex comico tramite le inserzioni pubblicitarie. E su questo punto Grillo e il suo sodale si sono sempre trincerati dietro a un no comment.

10 Perché non c'è una contabilità delle entrate derivanti dalle inserzioni pubblicitarie del blog?
Il blog, essendo l'unico organo ufficiale del movimento politico rappresentato in Parlamento, si può equiparare a un «giornale di partito» che però per legge deve redigere un bilancio e tenere una contabilità che evidenzi la tracciabilità delle entrate derivanti dalle inserzioni pubblicitarie. Contabilità e tracciabilità che invece restano ignote.

Mia figlia portata in Tunisia» La madre: il governo è assente

Corriere della sera

Dopo la separazione il compagno aveva falsificato il passaporto. In due anni solo quattro incontri con la bambina


Cattura
L'ultima volta che madre e figlia si son parlate, cinque mesi fa, c'è voluta un'interprete. La bambina non si esprime più in italiano, forse capisce ancora qualche parola. Sa chi è Marzia, certo, ma adesso la chiama «mama», tra il francese e l'arabo. Due anni esatti: era il 29 maggio 2011. Il padre, Hassen Abdeljelil, non aveva l'affido della piccola Martina, ma aveva diritto a vederla due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì, e poi a domeniche alterne. L'ultima mattina di festa in cui l'ha presa, però, non l'ha più riportata a casa: ha falsificato in qualche modo il passaporto, è riuscito ad imbarcarla con lui su un aereo per Tunisi, e adesso la tiene con sé nel villaggio di El Fahs, a un'ora e mezza d'auto dalla capitale.

«È un dolore così grande che non so spiegarlo - dice la madre, Marzia Tolomeo, 33 anni -, mi sveglio ogni mattina senz'aria. Vivo aspettando il momento in cui potrò riabbracciarla». Solo quattro volte in questi due anni. Perché c'è stata la primavera araba, e non è stato facile arrivare in Tunisia. E poi anche quando le condizioni politiche l'hanno permesso, la famiglia di lui non è stata, per usare un eufemismo, accogliente. «La prima volta che sono andata a vederla, subito dopo che l'ha presa, mi hanno aggredita. Sono arrivati con cinque macchine, m'hanno cacciata. Adesso quando parto, avverto con anticipo, e c'è sempre la mediazione di una assistente sociale dell'ambasciata», che aiuta anche la mamma a capirsi con la bimba.

«Porto tanti regali, giocattoli, vestitini, biancheria, perché ho visto che non gliela mettono. Martina mi guarda confusa, uno strano Babbo Natale. Io ho chiesto all'interprete di dirle che la sua mamma se potesse le regalerebbe il mondo... Voglio che sappia che non la abbandonerò mai. Loro pensano che vogliamo fare i ricchi contro i poveri, ma io vengo da una famiglia semplice, di operai», e adesso è anche disoccupata, con una borsa lavoro che la impiega poche ore in un asilo di Briosco, provincia di Monza e Brianza.

Marzia ha un'altra bimba, un compagno, ma il suo pensiero costante, è comprensibile, è per Martina, che oggi ha quattro anni: «Non sorride più, ogni volta che l'ho vista, sempre circondata dai parenti di lui, in luoghi chiusi, seduti a terra, teneva lo sguardo basso, le veniva da piangere. Io vorrei che qualcuno si occupasse del trauma che ha subito, anche un assistente sociale tunisino va bene. Perché è comunque una bimba che a due anni è stata portata via dalla mamma...». Non è facile, niente è facile nelle storie di bambini contesi da genitori di Paesi diversi.

In Italia Hassen ha perso la patria potestà ed è indagato a Monza per sottrazione di minore. In Tunisia una prima sentenza ha confermato le decisioni del Tribunale dei minorenni italiano, ma in appello è stato riscontrato un difetto di competenza territoriale e ora è tutto da rifare. Ci vorrebbe un intervento diplomatico, è la speranza di Marzia: da due anni scrive lettere ai ministri degli Esteri che si sono alternati. Prima a Franco Frattini, senza reazioni, poi a Giulio Terzi di Sant'Agata «che è stato molto gentile, mi ha mandato messaggi in posta privata, ha seguito la vicenda, ma solo a parole». Ora, più di una volta, la donna ha fatto appello alla nuova titolare della Farnesina, Emma Bonino, «ma finora non mi ha mai risposto». Nell'attesa, oggi, gli «amici» di Marzia, 11.778 nel gruppo di Facebook «Riportiamola a casa dalla sua mamma», accenderanno una candela per lei e per Martina.

Alessandra Coppola
29 maggio 2013 | 15:02

Un altro convertito ci fa la guerra santa I precedenti

Fausto Biloslavo - Gio, 30/05/2013 - 08:41

Arrestato l’uomo che voleva sgozzare un soldato a Parigi. Ha abbracciato l’islam come l’attentatore di Londra

Alexandre D., 22 anni compiuti oggi, è l'aspirante tagliagole islamico che ha cercato di sgozzare sabato scorso un soldato francese di ronda a Parigi. L'antiterrorismo lo ha arrestato ieri mattina in un sobborgo della capitale francese.

Cattura
Il suo gesto è stato ispirato dall'aggressione di tre giorni prima a un soldato inglese decapitato in mezzo alla strada a Londra. Alexandre, come i due tagliagole catturati nella capitale britannica, è un convertito all'islam radicale. Uno di noi che si è lasciato irretire dalle sirene della jihad trasformandosi in una serpe in seno. Un terrorista della porta accanto, per di più cristiano, che ha abbracciato Allah. Un lupo solitario adescato via internet, che viaggiava in paesi a rischio. E dal 2011 si è trasformato pure esteriormente indossando le lunghe tuniche islamiche e lasciando crescere la barba in nome di Allah. Un tragitto ispirato dai predicatori della jihad che lo ha portato a diventare una bomba innescata nel cuore dell'Europa.

Il ministro dell'Interno francese, Manuel Valls, ammette che «in Francia ci sono potenzialmente diverse decine, anche centinaia, di Merah». Un altro lupo solitario della guerra santa che lo scorso anno uccise 7 persone a Tolosa. Alexandre, reo confesso, è stato preso grazie ai filmati delle telecamere e al Dna su una bottiglietta d'aranciata in una sacca che aveva abbandonato. Il procuratore di stato, François Molins, ha dichiarato che «la natura dell'atto, il fatto che sia avvenuto tre giorni dopo quello di Londra e la preghiera recitata poco prima, lasciano credere che abbia agito in nome di un'ideologia religiosa». Peccato che Alexandre fosse stato segnalato dalla polizia fin dallo scorso anno per comportamenti radicali. Pure in autobus evitava con stizza la promiscuità con le donne.

Per non parlare dei viaggi sospetti all'estero in paesi islamici, nonostante fosse semi disoccupato e delle denunce per piccoli reati. Il 20 febbraio era stato segnalato ai servizi francesi con un dettagliato rapporto che lo accusava di «far parte di un movimento islamico fondamentalista». Non è servito a molto. Alexandre è solo la punta dell'iceberg dei convertiti che si trasformano in tagliagole islamici nella vecchia Europa. Gli ultimi assassini di Londra, cittadini inglesi di origine nigeriana, Michael Adebolajo e il suo omonimo Adebowale, sono pure loro ex cristiani. Finiti nelle braccia di Allah da adolescenti come Alexandre a Parigi, grazie ai sermoni di qualche imam radicale.

L'11 aprile è morto combattendo, contro le truppe di Assad in Siria, Raphael Gendron, un altro francese convertito all'islam da giovanissimo. Nel 2008 è stato arrestato a Bari con accuse di terrorismo. Nel carcere di massima sicurezza sardo di Macomer inneggiava ad Allah quando i soldati italiani morivano in Afghanistan. La scorsa estate, dopo essere stato scarcerato, è partito per la Siria. In Italia si stima che siano meno di 10mila i convertiti all'islam, soprattutto per poter sposare donne musulmane. Quanti potrebbero emulare i tagliagole di Londra e Parigi? Nella seconda metà degli anni duemila l'8% degli estremisti islamici arrestati in Europa erano convertiti. I paesi più a rischio sono Inghilterra, Francia e Germania.

Fra i terroristi che seminarono il terrore nella metropolitana di Londra nel 2005 c'era anche Jamal, al secolo Germaine Lindsay. Un giamaicano, dall'età di 2 anni in Inghilterra, che si è convertito all'islam, con la madre, nel 2000. Il più famoso convertito britannico è Richard Reid, che nel 2001 voleva fare saltare in aria un aereo in volo con dell'esplosivo nascosto nel tacco delle scarpe.
In Marocco sconta l'ergastolo il convertito francese Pierre Richard Robert, soprannominato «l'emiro dagli occhi blu».

Nel 2003 organizzò gli attentati suicidi di Casablanca che uccisero 45 persone. La prima donna kamikaze europea si chiamava Muriel Degauque. In Belgio aveva abbracciato l'islam sposando un estremista della guerra santa. Nel 2005 si fece saltare in aria in Irak. Ogni anno in Germania si convertono circa 4mila tedeschi. Uno di loro, Eric Breininger, 22 anni, è morto armi in pugno nell'area tribale fra Pakistan e Afghanistan. Altri due convertiti tedeschi, Fritz Gelowicz e Daniel Schneider, sono stati arrestati prima che attaccassero una base Usa in Germania.



Il convertito americano più famoso è Walker Lindh, il «talebano Johnny», catturato in Afghanistan dopo l'11 settembre 2001.
www.faustobiloslavo.eu

Ha ucciso un soldato inglese il 22 maggio. Proviene da una famiglia cattolica di origini nigeriane: 10 anni fa la conversione
Inglese, tentò di far detonare sul volo Parigi-Miami l'esplosivo che teneva in una scarpa. La conversione anni prima in cella
Americano, di famiglia cattolica, si converte all'islam a 16 anni. Poi diventa Johnny il talebano per l'aiuto ai guerriglieri
Viveva in Belgio e ha abbracciato l'islam sposando un estremista. Nel 2005 si fa saltare in aria in Irak ma non provoca vittime