domenica 31 marzo 2013

Flan di cocco

La Stampa

yoani sanchez


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Ho trovato Cuba fuori da Cuba, ho detto alcuni giorni fa a un amico. Si è messo a ridere davanti al mio gioco di parole, credeva che cercassi di fare letteratura. Ma non era così. In Brasile una settantenne emozionata mi ha regalato una medaglia con sopra impressa la Vergine della Carità del Cobre. “Non sono più tornata da quando me ne andai nel 1964”, mi ha detto consegnandomi quel piccolo gioiello appartenuto a sua madre.

Durante la mia permanenza a Praga, ho incontrato alcuni compatrioti che mi sono sembrati più al corrente di quel che accade nel nostro paese rispetto a molti che - all’interno dei suoi confini - vegetano nell’apatia. Tra gli alti edifici di New York sono stata invitata in casa da una famiglia e la nonna ha confezionato un “flan di cocco” secondo le regole della nostra cucina tradizionale, così in disarmo a Cuba per colpa di un’endemica carenza di risorse. 

La nostra diaspora, i nostri esiliati, stanno conservando Cuba fuori da Cuba. Insieme alle loro valigie e al dolore della lontananza, hanno salvaguardato pezzi della storia nazionale cancellati dai libri di testo con i quali sono state educate, o meglio indottrinare, diverse generazioni. Sto riscoprendo la mia stessa patria in ognuno di questi cubani dispersi per il mondo. Quando mi rendo conto che cosa siano realmente diventati, penso a quel che diffonde su di loro la propaganda ufficiale e finisco per provare un’enorme tristezza nei confronti del mio paese.

Per tutto quel patrimonio umano che abbiamo perduto, per quel talento che ha dovuto chiedere asilo fuori dalle nostre frontiere e per quei semi che hanno dovuto germogliare in altre terre. Come mai abbiamo permesso che un’ideologia, un partito, un uomo, si siano potuti arrogare il “divino” potere di decidere chi poteva portare o meno l’appellativo di “cubano”? 

Adesso so per certo che mi hanno ingannata, che ci hanno mentito. Nessuno ha dovuto dirmelo, me ne sono resa conto da sola, vedendo tutta quella Cuba che c’è fuori da Cuba, quel paese immenso che loro hanno conservato per noi. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Papà si separa, il figlio cambia nome

Corriere della sera

La sentenza Il Tar ha riconosciuto la validità della richiesta dopo una battaglia legale durata 12 anni


Alla base c'è la storia di due genitori che si separano, di un padre che taglia quasi del tutto i rapporti col figlio, di un ragazzo deluso dal genitore e che ritrova un punto di riferimento (e di stima) nel nuovo compagno della madre. Per questo, ha spiegato in una battaglia legale durata 12 anni, a tutti i costi ha voluto cambiare cognome. La storia però non finisce qui. Perché il signor Ciro il suo cognome non l'ha mai sopportato. Anzi, quel cognome è stato un intralcio e un fastidio. Un peso.

IL COGNOME - Questa è la storia del signor Ciro Scarico che alla fine, grazie alla decisione del Tar dello scorso 13 marzo, è riuscito a cambiare cognome.Lui stesso ha spiegato i motivi che sono riassunti nella sentenza dei giudici amministrativi. Oltre ai problemi familiari, «tale sua volontà era sorretta, peraltro, quale ulteriore giustificazione, dalla peculiarità del cognome ("Scarico") che si prestava a facili allusioni, scherzi ed ironie, che in taluni casi avevano reso veramente difficili i rapporti sociali nei vari ambienti frequentati». E così, alla fine, l'ormai ex signor Scarico ha avuto ragione contro il ministero dell'Interno e contro due Prefetture (Perugia e Milano) che in tempi diversi gli avevano negato la liberazione dal suo vecchio cognome.

Gianni Santucci
31 marzo 2013 | 11:29

Quel cadavere misterioso che adesso ha un volto

Corriere della sera

Mai identificato, la scienza ne ricostruisce i tratti. Utilizzato un software che confronta i risultati elaborati con un ampio database
Ecco il volto riprodotto da un software della vittima ritrovata in un fondo in un pozzo in Sicilia tre anni fa


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ENNA - Ci sono voluti tre anni per fare inquietare l'assassino o gli assassini di un uomo ucciso forse a bastonate, forse strangolato e poi gettato in fondo a un pozzo di venti metri, ad Agira, nelle campagne a metà fra Enna e Catania, in contrada Buzzone, a due passi dall'autostrada per Palermo. E forse non parlerebbe nessuno di questo cold case maturato fra aprile e giugno del 2009, tre stagioni prima del 12 gennaio 2010, un qualsiasi giorno di transumanza per il pastore che per caso s'affacciò al bordo del pozzo, certo d'aver scorto in fondo a quell'inferno la carogna di una bestia.

Un maiale o un cavallo, come disse a un maresciallo curioso, pronto a fare intervenire i vigili del fuoco, rimasto di sasso davanti ai resti di un uomo dal volto irriconoscibile, forse per le bastonate, forse per la devastazione di insetti e vere bestie. Ed è per questo che nessuno ne parlerebbe più. Perché le indagini s'arrestarono sin dall'inizio davanti a un cadavere senza nome e cognome, senza nazionalità e senza volto. Ma è l'assenza di quest'ultimo dato che non hanno voluto considerare un muro insormontabile il procuratore competente per territorio, Fabio Scavone, e il suo sostituto di Nicosia, Anna Granata. Convinti che si potesse ricostruire quel volto magari rivolgendosi a un antropologo di fama internazionale come Matteo Borrini, capace di miracoli tridimensionali al computer per restituire sembianze umane alla maschera di un massacro.

La chiamano «ricostruzione facciale» e, dopo mesi di esperimenti, esami, prove e interpretazioni su segmenti ossei, resti di zigomi, orbite sfumate di spoglie spesse come sfoglie, residui che sembrano reliquie, ecco venir fuori, con tutti i legittimi dubbi del caso, i tratti di un viso attribuito a un quasi sessantenne alto un metro e ottanta, asciutto, «chiaramente avvicinabile al tipo caucasico», come scrive il mago, pardon il perito iscritto al tribunale di La Spezia come «archeologo e antropologo forense». È con lui che ha lavorato il colonnello dei carabinieri di Enna Baldassare Daidone, immerso nel cold case riaperto con la speranza affidata alla traccia virtuale, diffusa come il Wanted di uno sterminato Far West.

Senza eccessive illusioni, considerato quel riferimento all'aggettivo caucasico con cui si dovrebbe cercare, stando a qualche enciclopedia, una persona d'incarnato roseo discendente dai superstiti dell'arca di Noè. Ma quella foto inquietante potrebbe provocare un segno, un dubbio, l'indicazione di qualcuno che può aver conosciuto l'uomo recuperato senza volto, «saponificato» come si annota nel macabro verdetto dei referti di medicina legale. Proprio come accadde nel famoso romanzo di Martin Cruz Smith che nel 1983 diventò un film mozzafiato, «Gorky Park». Certo, lo sfondo è una Russia ben diversa dal cuore della Sicilia. Ma anche vicino al laghetto ghiacciato del Gorky Park vengono trovati, sepolti dalla neve, i corpi di tre giovani ai quali sono stati raschiati i volti e cancellate le impronte digitali.

E se in letteratura entrano in scena l'ispettore Renko e il ricostruttore facciale professor Andreev, gli stessi ruoli nella realtà finiscono per ricoprire il colonnello Daidone e il professor Borrini. Con il primo che usa le pinze: «Ricordo le ricostruzioni al computer del volto di Bernardo Provenzano, quando era ancora latitante e non mi pare che rispondessero molto, pur partendo da alcune vecchie foto...». E con Borrini che esalta nella sua relazione il software ignorato da Martin Cruz Smith perché trent'anni dopo questa diavoleria sarebbe «in grado di elaborare, mediante funzioni discriminanti, le misure del cranio e delle ossa lunghe di un soggetto ignoto confrontandole con un ampio database comprendente diverse popolazioni e gruppi umani». Ma l'unica certezza ottenuta attraverso una Tac eseguita a Catanzaro è «la presenza di osteoartriti su alcune costole e sul femore sinistro». Quanto basta per potere sospettare che l'uomo ancora senza nome forse zoppicasse. Poco per inquietare davvero chi uccise.

Felice Cavallaro
31 marzo 2013 | 10:14

Le ultime lettere di Moro. Sui fogli i segni delle lacrime

Il Messaggero
di Laura Larcan


Le parole che appaiono ricalcate come a voler ribadire un concetto chiave, o mosse da alcune sbavature, forse per quelle lacrime che avrebbero bagnato la carta nell’atto di scrivere i suoi pensieri estremi e accorati. La grafia ordinata e perfettamente leggibile, dove a tratti fanno breccia una cancellatura o una correzione, sempre mirata a raffinare i messaggi. La leggera curva che la scrittura compie a fine riga, forse per aver scritto poggiando il foglio sulle ginocchia.


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O il tiepido nervosismo che trapela dall’andamento irregolare delle frasi. A trentacinque anni dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978), l’Archivio di Stato di Roma diretto da Eugenio Lo Sardo, offre la possibilità di «vedere» per la prima volta le lettere di Aldo Moro scritte quando fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse per 55 giorni, e che fanno parte del fascicolo delle carte giudiziarie del processo. È stato pubblicato, infatti, il volume «Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia» a cura di Michele Di Sivo, che propone eccezionalmente non solo tutte le immagini in alta risoluzione delle missive, ma anche la loro trascrizione, completa di integrazioni.

L’OPERAZIONE

Una monumentale operazione editoriale che sarà presentata ufficialmente il prossimo 8 maggio presso la Biblioteca Alessandrina dell’Archivio romano. Si tratta del corpus di undici lettere consegnato il 9 maggio del 2011 dall'Archivio della Corte d'Assise di Rebibbia all'Archivio di Stato di Roma, nell'anniversario dell'assassinio di Moro scelto come giornata della memoria delle vittime del terrorismo. Lettere che, per le gravi condizioni della carta di pessima qualità, sono state prima restaurate nei laboratori dell’Icpal, poi mostrate al pubblico nel maggio del 2012 sempre nelle sale dell’Archivio di Stato. Ma a queste, sono state aggiunte tre lettere originali, mai mostrate prime: «Le carte dei diversi procedimenti processuali sul rapimento e l’assassinio sono oggetto di studio, un lavoro appena

intrapreso che ha già dato dei risultati - avverte Michele Di Sivo - le tre lettere sono state recentemente individuate, fanno parte degli atti del processo sul sequestro, e devono essere ancora restaurate». In tutto quindi vengono presentate quattordici lettere, per cinquantuno fogli complessivi, di cui dieci scritte su fogli bianchi extra strong (la famosa lettera alla Democrazia cristiana), mentre le altre sono su fogli di pessima qualità, bassa grammatura, quadrettati. «Gli originali noti delle lettere, certamente recapitati dalle Brigate Rosse, risultano ventotto - scrive nel volume Di Sivo - Quelli qui presentati sono la metà. Il contenuto delle lettere nel loro insieme lo conosciamo grazie alla preziosa edizione di Miguel Gotor». Come sottolinea Di Sivo, il secondo gruppo di tre lettere è costituito da 15 fogli. La prima lettera è rivolta all’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo del 1978.

GLI APPELLI

Qui Aldo Moro scriveva in chiusura di lettera «Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose». Le altre due sono rivolte al segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini. Il 4 aprile, Aldo Moro ribadisce nella missiva: «Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un pò diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la D.C., avendo dato sempre con generosità». E venti giorni dopo (24 aprile) torna a scrivere sempre a Zaccagnini: «Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio». Tre lettere vergate su fogli di formato A4 a quadretti con penna blu.

La missiva indirizzata a Cossiga, la prima in odine cronologico, è, per Michele Di Sivo, un documento di eccezionale importanza: «Molto delle modalità di creazione, riproduzione, gestione degli scritti di Moro in quei giorni si può osservare addensato in questa lettera, che condizionò tutte le vicenda successive - scrive Di Sivo nel volume - la frattura sulla questione della trattativa, il pericolo di rivelazioni di segreti di stato o di notizie riservate, l’affermazione della non attribuibilità a Moro di quei testi, la tattica della svalutazione dell’ostaggio da parte del Ministero dell’Interno, l’azione dei brigatisti volta a distruggere la statura politica e la moralità personale di Moro e la loro gestione degli scritti finalizzata all’immediata destabilizzazione del quadro politico». Ed è in una delle lettere a Zaccagnini che Moro scrive l’esortazione scelta come titolo del volume «Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani».



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Le ultime lettere di Moro: sui fogli i segni delle lacrime

Questa lettera fu scritta intorno al 19 aprile 1978: è rivolta al segretario della Dc ZaccagniniQuesta fu scritta il giorno di Pasqua, il 26 marzo 1978, al Presidente della Repubblica Francesco CossigaIn questa missiva alla Dc sono state trovate tracce di lacrima


Sabato 30 Marzo 2013 - 14:54
Ultimo aggiornamento: 19:22

Viaggio a Bettola, il paese dello smacchiatore fallito. Dove ti dicono: non è il suo mestiere

l’intraprendente
di Federica Dato


Giornata Intraprendente nella terra emiliana dove è nato Bersani, tra la piazza e le osterie. «È ossessionato da Berlusconi», «non è un leader», «dovevano lanciare Renzi». E anche chi lo sostiene...



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Non tutte le strade portano a Bettola. A Bettola ci arrivi tagliando a metà i campi, tuffandoti di testa in viali incorniciati d’alberi e in quelle vie che sono semplicemente vie di asfalto, per niente buone a nascondere storie e segreti. Qui, in quest’angolo di Emilia, ci arrivi chinando il capo alla tradizione contadina e a un accento capace di non farti capire nulla di quel che ti viene detto mentre ti innamori di una cantilena. E ci arrivi, qui, mentre piove abbastanza da farti intuire che non ha intenzione di smettere, dopo trenta minuti di irresistibile viaggio in cui c’eravate tu, la tua monovolume e Dio, ammesso ce ne sia uno.

Per scoprire che lo smacchiatore fallito sta tutto nella giostra immobile, ferma, in pausa da se stessa, sistemata nella piazza del paese che gli ha dato in natali. Statica, in attesa che il cielo smetta di pianger acqua, nel fine settimana che i ristoratori aspettavano da tanto e che, invece, ha riservato loro l’amara sorpresa di incassi deboli, troppo deboli. Il meteo non li ha aiutati, dicono sospirando. Pier Luigi Bersani per il suo incasso debole, o sconfortante che dir si voglia, non può nascondersi dietro un temporale. La sua caduta libera non ha preso il via con una tempesta, bensì con piccoli e continui smottamenti iniziati una quindicina di anni fa, quelli che corrispondono alla crisi da cui la sinistra non riesce a uscire e al Pier incapace di governare (la nazione come il partito) e pure di lasciare.

Le strade sono deserte, a Bettola. Nel primo bar in cui inciampiamo la politica non è ben accetta, l’umore è fiacco e di discussioni e nostalgie non ha voglia nessuno. Nessuno tra i tre clienti aggrappati al bancone. Poco più in là è tutta un’altra storia. Un omone di quasi due metri varca la soglia all’urlo di «vuoi vedere che Napolitano si dimette». L’ha detto in dialetto, chi può immagini il suono che non sappiamo riportarvi. Eccola, la partita è sul piatto, eccoli i bettolesi intorno allo stesso tavolo eppure divisi, affettati, dalle opinioni. L’aria è quella dei villaggi antichi, quelli che il fascino è immaginare chi ci vive da sempre, che la senti quasi fosse tangibile, la conoscenza reciproca e profonda di chi popola le case.

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Uno di loro ha votato PdL, lo ha fatto perché di «sinistra non lo è buona parte del Comune. Ora poi non ha capito quali sono le priorità italiane, Bersani. Ancora a parlare di conflitto di interessi, lo sappiamo tutti che non gli piace Berlusconi. Che faccia tutte le leggi che vuole in merito, ma dopo aver affrontato i guai seri». Bettola parla e la voglia di parlare è di parecchio superiore alle aspettative: meno di dieci minuti e il nostro tavolo è diventato anche quello di un pensionato, del proprietario del locale e di due avventori. Scherzano e si rispettano. Chi ha votato lo smacchiatore c’è. Snocciola amarezza e delusione, individuando l’errore: «Non ha detto le cose giuste, neppur una.

La verità è che avrebbe dovuto tirar fuori una forza, un’aggressività, che in realtà non ha, questione di carattere». Ci tiene a sottolinearlo, che per lui «è il più onesto lì dentro, solo che non è il suo mestiere, non è un leader. Tanto che l’altro giorno suo cognato diceva che alla nuova consultazione con Napolitano non c’è mica tornato lui, ci ha mandato un altro». Al suono onestà c’è chi alza le mani. Lui, che chiarisce di non essere un «compagno», è uno di quelli grandi abbastanza da averlo visto «nascere. Io alzo le mani perché non ci giurerei, né in senso negativo né in positivo. Quando era candidato sindaco io l’ho votato. Alle primarie dovevano lanciare Matteo Renzi».

Tutti concordi su un punto: quando era al governo per Bettola non ha fatto nulla. Insomma, da queste parti, parti in cui alle ultime politiche ha trionfato il Cav., al Pier non viene perdonato quel che non gli perdona mezza Italia e pressoché tutto il Nord: l’aver avuto la possibilità di fare, di mutare se stesso, le cose e i democratici, e non averla sfruttata. Bettola è un posto carino, attraversato da un fiume. È uno di quei posti che un paio di giorni d’estate ti riprometti di tornarci, anche se poi non lo fai. Bettola è il luogo dello sconforto di chi ha smesso di credere. Ché qui allo smacchiatore (fallito) non crede più nessuno. Perché quello che ci crede di più è lo stesso che ti dice semplicemente che «non è il suo mestiere».

Non fa i saldi, ma vende stock sottocosto: è evasione

La Stampa


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Un commerciante al dettaglio riceve due avvisi di rettifica IVA con i quali il Fisco vuole recuperare a tassazione ricavi ritenuti non contabilizzati in relazione a due fatture per operazioni di vendita a stock in apparenza contrarie a “ogni principio di gestione commerciale”. Alla fine di un lungo contenzioso, l'Agenzia delle Entrate del Territorio fa ricorso in Cassazione asserendo che in mancanza di prova contraria, la Commissione tributaria aveva disatteso la presunzione di esistenza di ricavi non contabilizzati occultati mediante vendite a stock per prezzi illogicamente inferiori; la contribuente aveva venduto i beni non tramite i più remunerati “saldi” di fine stagione ma “a stock” dopo averli acquistati poco tempo prima a prezzi notevolmente superiori; le vendite in contestazione vedono come acquirente la contribuente in quanto proprietaria di un altro negozio. La Suprema Corte ritiene fondati i motivi di ricorso dell’Agenzia delle Entrate censurando la decisione dei Giudici di merito che avevano rifiutato la prova presuntiva offerta dall’Amministrazione finanziaria ancorchè dotata di precisione, gravità e concordanza in ragione dei numerosi e univoci fatti rappresentati durante il processo.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/non-fa-i-saldi-ma-vende-stock-sottocosto-evasione

sabato 30 marzo 2013

1973, rivoluzione cellulare: 40 anni fa la prima telefonata

Il Messaggero
di Mauro Anelli


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Segnatevi la data del 3 aprile e ricordate di mandare un tweet di ringraziamento dal vostro smartphone a @martymobile. È stato grazie a lui, Martin Cooper, oggi un simpatico ultraottantenne, se riuscite a tenere il mondo in palmo di mano.Il papà del telefonino fece la prima chiamata senza fili nella primavera del 1973 a passeggio lungo la Sesta Strada di New York, di fronte all'hotel Hilton. Imbracciò il prototipo, compose il numero del suo principale concorrente, Joel Engel, ricercatore di AT&T impegnato anch'egli nella corsa allo sviluppo della telefonia mobile e con un filo di cattiveria disse: «Hey Joe, indovina?, sono sotto il tuo ufficio e ti sto chiamando con un cellulare».

Cooper centrò il bersaglio con una operazione mediatica che ebbe grande eco, consentendo ai giornalisti di testare il funzionamento del progenitore degli smartphone tra lo stupore dei passanti. In realtà non fu la prima telefonata wireline della storia. Da tempo esistevano in commercio apparecchi portatili utilizzati in automobile, ma non avevano inquadrato quel bisogno ben chiaro nella testa di Cooper: «La gente vuole parlare con altre persone, non con una casa, o un ufficio, o una macchina. Una volta che sarà data loro la possibilità di scegliere chiederà di comunicare ovunque si trovi, libera dalla dittatura del filo di rame». Questa visione era condivisa con il vice presidente di Motorola, John Mitchell, insieme alla passione per la serie fantascientifica Star Trek, che lo spinse ad affidare a Cooper il compito di progettare un sistema di comunicazione simile a quello della fiction. Il cammino del cellulare però si arrestò per dieci anni. Problemi di concessione di frequenze più che di evoluzione tecnologica.

IL PRIMO MATTONE
Il 6 marzo 1983 fu messo in vendita il DynaTAC 8000X, soprannominato "the brick", il mattone: pesava 790 grammi, aveva ventuno tasti giganti, una antenna di gomma lunga come la coda di un bassotto, trenta minuti di autonomia e dieci ore di tempo di ricarica. Nonostante il prezzo elitario, quasi 4.000 dollari, ebbe un successo siderale, dando inizio ad una rivoluzione che avrebbe investito a largo raggio le nostre vite. A differenza della televisione o dell’automobile, per come ha cambiato le leggi che regolano le relazioni sociali ed economiche, il cellulare è più simile alla mela di Newton, caduto sulla terra per innescare mutazioni che solo in piccola parte riguardano la funzione iniziale.

TECNOLOGIA AMICA
Se non ci soffermiamo ai fenomeni social estremi, come twittare con un astronauta o controllare con una webcam se il pasto di un orso bianco è stato pesante, la comunicazione mobile ha permesso anche di modificare la condizione sociale di molte persone, come i kenioti, che utilizzano un sistema che permette di inviare e ricevere soldi tramite cellulare. Oggi i due terzi delle operazioni money-transfer si affidano ad esso. Nei primi sei mesi del 2012, sono stati trasferiti 8,6 miliardi di dollari e si sono ridotte drasticamente le rapine. In India cooperative di contadini possono trattare con uno smartphone la vendita dei cereali con prezzi di riferimento e senza spostarsi da casa, sfuggendo a intermediari e strozzini e facendo decollare l'economia. Oppure, la facilità con cui si può inviare una risonanza magnetica in 3D sullo smartphone di un medico per una diagnosi urgente. Migliaia di utilizzi diversi, funzioni multimediali e quantità di dati sempre più grandi che viaggiano in tempo reale. Una crescita verticale che ha preso il largo soprattutto con la possibilità di connettersi a internet con apparati sempre più sofisticati.

INTERNET IN TASCA
Se l’introduzione dell’idea dell’ufficio in tasca va ascritta soprattutto ai primi palmari Nokia e Blackberry, il balzo evolutivo più considerevole lo ha innescato l’iPhone, in grado di combinare l'uso del touchscreen ad una interfaccia estremamente intuitiva, veloce e - conta anche questo - con un design impeccabile come un abito di Armani. Il fenomeno non serve spiegarlo: basta che vi guardiate intorno in metropolitana e contiate quante persone di età, razza e ceto diversi hanno lo sguardo fisso sullo smartphone e le cuffiette nelle orecchie. Cosa aspettarci nel prossimo futuro? Cooper ipotizzò nel ’73 un mondo in cui si nascerà con un chip installato sottopelle che piloterà device differenti e la nostra carta d’identità sarà un numero telefonico. Per il 2013 ci dobbiamo accontentare dei Google Glass, occhiali in grado di collegarsi alla rete, scattare foto, registrare filmati utilizzando comandi vocali. E tra le tante funzioni, pensate, potrete anche telefonare alla nonna per gli auguri di Pasqua.


Sabato 30 Marzo 2013 - 12:34

Instawatch, anche l'orologio diventa social: scatti, condividi e carichi la foto sul quadrante

Il Messaggero
di Giacomo Perra


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L’immagine del fidanzato, la foto dell’ultima vacanza o della città che si sarebbe voluta visitare, lo scorcio di un tramonto particolarmente emozionante: perché si pensa ancora che tutto ciò non possa stare dentro un orologio? Da oggi, infatti, desideri, ricordi e momenti di vita sono finalmente a portata di braccio. Il miracolo - se di miracolo si può parlare quando si ha a che fare con i prodigi della tecnologia - è opera di May28th, azienda statunitense che ha sviluppato un sito web, instawatch.me, per rendere possibile l’impossibile.

PEZZI UNICI

Il nome del nuovo e portentoso orologio è Instawatch, il primo cronografo fai da te al mondo, un pezzo più unico che raro anche grazie all’ausilio di Instagram. Per averlo, il percorso da seguire non è certo dei più complicati: una volta entrati nel portale appositamente creato dalla compagnia americana, basta accedere al proprio account Instagram e scegliere, tra le tante in anteprima, la foto preferita. Effettuata la selezione, l’immagine (ingrandita, rimpicciolita o ritagliata come meglio aggrada) andrà ad occupare il quadrante di Instawatch. Ma non è tutto: May28th offre anche l’opportunità di personalizzare il cinturino con una gamma di quattordici colori che spazia dal nero al verde fosforescente.

CONDIVISIONE

E se qualcuno si pentisse della scelta fatta? Nessun problema. Il sito permette di caricare una qualsiasi immagine dal computer e di effettuare la sostituzione. Inoltre, prima di esprimere la predilezione, giusto così per avere un riscontro disinteressato, si può sempre condividere il modello su Facebook o Twitter. Il prezzo del prodotto, comunque, è di quelli per cui è davvero difficile avere rimorsi: bastano 49 dollari (44 più 5 di spese) per portarselo a casa. Che cosa sono in fondo di fronte alla bellezza di contare le ore ripensando agli attimi (o ai sogni) più entusiasmanti della vita?


Giovedì 28 Marzo 2013 - 12:56
Ultimo aggiornamento: 16:29

Spot strofinaccio con cadavere di donna: «Elimina tutte le tracce». Polemica a Napoli

Il Messaggero


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NAPOLI - Lo slogan ricorda i telefilm gialli stile "Csi": «Elimina tutte le tracce». C'è un uomo in primo piano con uno strofinaccio per la casa tra le mani: sullo sfondo, le gambe distese di un corpo inanimato femminile, che suggerisce l'idea di un delitto. È la campagna pubblicitaria della Clendy di Casoria, i cui manifesti tappezzano oggi Napoli sollevando clamore per quello che, secondo alcuni, potrebbe sembrare un richiamo al femminicidio. La stessa campagna comunque prevede anche manifesti con una donna armata di strofinacci in primo piano, e sullo sfondo il «cadavere» di un maschio.

La replica dell'azienda.
«Credo che siamo dinanzi alla classica tempesta in un bicchiere d'acqua. C'è stata una lettura distorta del messaggio. Certo è che non c'è alcuna ispirazione al femminicidio: chi lo afferma lo fa in maniera davvero impropria». Così, il consulente marketing dell'azienda, Stefano Antonelli. «La ditta - spiega - voleva far leva sull'ironia del messaggio: sul manifesto si vantano le doti del nuovo prodotto che, assicura, 'ammazza' lo sporco». «Ci dispiace che ci sia stato questo clamore mediatico - aggiunge Antonelli - è semplicemente un messaggio pubblicitario, come tanti altri, che serve a richiamare l'attenzione. Nessun intento offensivo verso le donne, come dimostra anche la doppia versione del manifesto. Anzi da ieri sera siamo noi ad essere oggetto di messaggi offensivi».


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Le immagini dello spot



Giovedì 28 Marzo 2013 - 16:46
Ultimo aggiornamento: Venerdì 29 Marzo - 11:22

Da carcere-inferno a paradiso marino: Pianosa apre ai sub

Corriere della sera

La decisione del Parco dell'Arcipelago. Da decenni erano vietate anche l'ancoraggio e la navigazione. Plauso di Legambiente

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L’Isola del Diavolo, area marina protetta e fino a pochi anni fa carcere-inferno per i mafiosi condannati al 41 bis, apre ai sub. L’annuncio, a sorpresa, arriva dal sito del Parco dell’Arcipelago Toscano. Una notizia straordinaria per gli amanti dei fondali ma destinata, forse, a provocare qualche polemica, perché da decenni nel mare dello «scoglio» a poche miglia dall’Elba, non sono vietate soltanto l’ancoraggio, la sosta e la navigazione di barche e la pesca, ma anche ogni tipo di immersione. E le visite sull’isola, la più piatta dell’arcipelago toscano, sono rigorosamente contingentate. Un «proibizionismo» criticato anche da molti ecologisti.

ENTRO L'ESTATE - L’apertura ai sub di questo tratto di mare straordinariamente cristallino avverrà entro l’estate e sarà in un primo momento sperimentale. Saranno posizionate sette boe, cinque per i diving center che avranno il compito di coordinare le visite subacquee, mentre le altre due saranno dedicate alle strutture pubbliche. «Fondamentale in questa fase delicata e sperimentale il contatto con gli operatori del settore – si legge sul sito del Parco dell’Arcipelago toscano - a cui saranno richieste proposte e consigli per una proficua collaborazione».

LE REGOLE - Ma intanto le prime regole sono già pronte. Ogni gruppo di sub non potrà superare le 12 unità e i diving center potranno avvicinarsi all’isola solo con barche che rispettino le norme ambientali e anti-inquinamento e che usino carburanti ecologici. Ad ogni immersione, che avrà una durata massima di due ore, parteciperanno non più di cinque subacquei e a ciascuna boa non potranno ormeggiare più di due imbarcazioni alla volta. Ovviamente resta il divieto assoluto di pesca. «Le regole saranno rigorosissime e i controlli pure e per accompagnare i sub nel mare di Pianosa sarà necessario avere la qualifica di guide ambientali – spiega il presidente del Parco Giampiero Sammuri - e conoscere quel tipo di ecosistema. Se la sperimentazione avrà esito positivo apriremo alle immersioni anche in zone oggi proibite delle isole di Giannutri e Capraia».

LEGAMBIENTE - Anche Legambiente plaude al provvedimento. «I veri ambientalisti non sono per la chiusura a priori – spiega Umberto Mazzantini di Legambiente Arcipelago toscano –. Nel caso di Pianosa i sub diventano guardiani di un ambiente dove il bracconaggio ha provocato gravi problemi». Una certa apertura del mare di Pianosa potrebbe rilanciare l’isola che, dopo la chiusura del carcere di massima sicurezza, sta lentamente morendo. Le strutture dell’Ottocento del vecchio penitenziario, architetture importanti sotto la tutela della sovrintendenza, si sbriciolano e l’antica Planasia, l’isola del patrizio romano Postumio Agrippa, dei cristiani in fuga dalle persecuzioni, dei galeotti del Granducato, degli oppositori del fascismo (come Sandro Pertini che qui fu internato), dei terroristi e dei boss mafiosi al 41bis, si sgretola come il mondo di Fantasia divorato dal Nulla.

I PROGETTI - Il Nulla, per Pianosa, sono i mille progetti naufragati, e gli altri mille bloccati dalla burocrazia. Eppure l’isola non è solo un paradiso ambientale ma anche uno scrigno di tesori archeologici e storici. A nord di Cala Giovanna ci sono i resti di una villa romana del primo secolo dopo Cristo, luogo di soggiorno patrizio. E nelle vicinanze ci sono le catacombe abitate dai cristiani deportati sull'isola per l'estrazione del tufo. Visitarle è un’esperienza quasi mistica. Entri nei cunicoli, ancora chiusi dalle inferriate del vecchio carcere, e ti sembra di ascoltare le preghiere delle comunità paleocristiane. Una cooperativa (composta anche da ex carcerati) gestisce un ristorante e un albergo con alterne fortune. Chissà, forse le guide subacquee potranno riaccendere un po’ d’entusiasmo su un tesoro da preservare da colate di cemento e speculazioni edilizie, ma non da blindare. Pianosa non può più essere l’isola proibita.

Marco Gasperetti
30 marzo 2013 | 10:43

Papa Francesco davanti al mistero della Sindone

La Stampa

Il giorno delle riprese in mondovisione su RaiUno e in streaming sulla rete

Maria Teresa Martinengo
Torino

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L’ immagine che riassume la sofferenza di Cristo sarà svelata nella Cattedrale off limits (protetta da un ampio schieramento di forze dell’ordine) quando inizierà il lento «pellegrinaggio» dei malati, oggi pomeriggio: i soli invitati, con un gruppo di giovani, ad assistere dal vivo all’Ostensione in mondovisione su Raiuno, nella trasmissione «A sua immagine». Un’ora, forse due, il tempo che impiegheranno su carrozzine e barelle a salire con i loro accompagnatori la breve rampa di accesso. Le ambulanze e i pulmini che li porteranno occuperanno la Piazzetta Reale a partire dall’ora di pranzo. Alle 17,10, inizierà la liturgia presieduta dall’arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia. Il breve messaggio di Papa Francesco, registrato martedì, andrà in onda nella prima parte della trasmissione che durerà fino alle 18,40, la meditazione dell’arcivescovo vi farà riferimento.

La preparazione
Ieri i tecnici della Commissione Diocesana per la Sindone hanno «preparato» il Sudario per essere esposto, mentre tecnici e giornalisti della Rai lavoravano tra le navate. Per la preparazione culturale e spirituale dell’evento, «A sua immagine» propone stamane uno «speciale» dalle 11,10 alle 12. Con gli ospiti in studio, il conduttore Rosario Carello ricostruirà la storia e il significato spirituale della Sindone, definita da Benedetto XVI «Icona del Sabato Santo». Saranno mostrate le immagini dello svelamento, dell’uscita dalla teca in cui è riposta la reliquia. E si rivivranno i momenti salienti delle passate esposizioni. Si ripercorreranno le ipotesi sull’origine della misteriosa immagine, la rispondenza impressionante con il racconto della Passione di Cristo nei Vangeli: le piaghe, il sangue, le ferite della corona di spine, i colpi dei flagelli. La giornalista Francesca Fialdini, accanto al Telo, in Duomo, incontrerà monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione diocesana per la Sindone e alcuni fedeli.

Sofferenza per il lavoro «Passio Christi, passio hominis, la passione di Cristo è la passione di ogni uomo che nella propria vita prima o poi incontra l’esperienza tragica dell’abbandono e della solitudine, della prova e della sofferenza, del rifiuto da parte degli altri, del peso delle avversità che genera sconforto e disperazione». Così ieri sera l’arcivescovo ha aperto l’omelia a conclusione della Via Crucis dedicata alla sempre più vasta sofferenza per la mancanza di lavoro tra le famiglie torinesi. Nelle cinque stazioni del percorso dalla Consolata a Maria Ausiliatrice, dietro la croce portata da giovani che non trovano occupazione, si erano ascoltate le meditazioni di donne e uomini, giovani e adulti, sindacalisti e imprenditori, sul male che deriva «dal lavoro trattato sempre più come “merce”».

Un operaio aveva invece ricordato un’altra faccia di quello stesso male: chi «cade vittima sotto la croce del proprio lavoro per malattie e infortuni». Croce per le famiglie «Il lavoro da via di promozione umana e sociale indispensabile per vivere una vita faticosa ma serena e sicura è diventato per molti un incubo perché precario o addirittura assente, per cui chi ne è privato o non lo trova si sente escluso dalla società», ha detto l’arcivescovo. E ha proseguito denunciando che «innumerevoli sono i casi in cui le famiglie entrano in una grave crisi di relazioni e di vita sotto il peso della disoccupazione o di una este- Il monito

«Dove prevalgono solo la logica del mercato globalizzato e del profitto reso fine assoluto di ogni scelta economica, ignorando la benché minima regola morale, prima o poi il sistema si ritorce contro e conduce alla rovina non solo di se stesso, ma di tutto ciò che è ad esso collegato in ambito politico e sociale. Vi confesso - ha proseguito Nosiglia - che ciò che mi preoccupa di più è anche il venir meno, da parte di tanti, dell’impegno ad essere attenti e disponibili agli altri. Si stanno creando sempre più dei circoli chiusi entro cui ognuno tende a vivere come se fosse quello tutto il mondo, non aprendosi all’incontro e al coinvolgimento con altri mondi, che pure gli vivono accanto».

Al bazar di Surat dove i diamanti si vendono per strada

La Stampa

Viaggio fra i broker del Gujarat, lì passa il 90% dei brillanti del mondo. La polizia è praticamente assente: non ci sono mai stati furti e rapine

maria grazia coggiola
Surat (Gujarat)


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Alle sei del pomeriggio a Madharpura, uno dei bazar dei diamanti di Surat, c’è così tanta folla che si fa fatica a camminare tra file di motociclette parcheggiate, venditori di noccioline e piccoli templi da cui escono zaffate di incenso.
Ramesh, 55 anni, è seduto sulla sella tigrata della sua Honda e con una lente di ingrandimento sta esaminando un mucchietto di brillanti su un cartoncino blu. Con un gesto veloce ripiega il pacchetto e se lo infila in una voluminosa tasca sotto la camicia. Poi annota qualche cifra su un quadrettino di carta e lo porge al suo fornitore dopo uno sguardo di approvazione. Affare fatto. Quindi torna a masticare il suo tabacco speziato.

Ramesh è uno dei 10 mila intermediari di Surat, la seconda metropoli del Gujarat, il prosperoso stato del Mahatma Gandhi e della destra indù sulla costa occidentale dell’India. In questa caotica città da 5 milioni di abitanti e con una crescita vorticosa, il 90% dei diamanti del mondo sono selezionati, tagliati e levigati. Nelle viuzze polverose e piene di fili elettrici di Madharpura, Mini Bazar e Katargam, ogni giorno transitano 73 milioni di dollari sottoforma di queste pietre preziose attraverso una ragnatela impenetrabile di broker, società di import- export, laboratori e corrieri. Il giro d’affari dell’industria diamantifera di Surat ammonta a circa 14 miliardi di dollari annui, dà lavoro a mezzo milione di persone e 4 mila aziende piccole e grandi. Contribuisce a circa l’8% dell’export indiano diretto soprattutto negli Stati Uniti, Hong Kong e Emirati Arabi Uniti.

Grazie a bassi costi della manodopera e dell’intermediazione, l’India è diventato il polo mondiale della lavorazione dei diamanti grezzi intaccando il primato dello storico centro di Anversa, in Belgio, che per altro è dominato dai «gujarati» di fede giainista. Ma tra i vantaggi c’è anche quello della sicurezza. Il mega colpo del 19 febbraio all’aeroporto di Bruxelles quando furono trafugati 120 pacchetti di diamanti per 50 milioni di dollari «qui non potrebbe mai succedere» afferma Rohit Mehta, ex presidente della Surat Diamond Association (Sda) e ora a capo della Camera di commercio del sud del Gujarat. «Il mercato è molto parcellizzato e non ci sono mai grandi quantità di merce concentrate in un solo posto – spiega - . Dal di fuori potrebbe sembrare vulnerabile, ma in realtà tutti si conoscono e per un ladro sarebbe molto difficile farla franca». 

Tra di loro i «broker» si chiamano «Babu Bhai», «Lallu bhai», «Ganesh bhai» dove «bhai» sta per fratello. Tengono la merce in speciali canottiere con tasche che celano sotto la camicia. Se ne stanno tutto il giorno seduti sulle loro moto, con le pance «gonfie» e anonime borse piene di banconote.  La lavorazione, invece, avviene in piccole stanze di quattro o cinque operai seduti per terra, ognuno specializzato in una delle complesse operazioni che trasformano la pietra grezza in una gemma luccicante. Quasi tutti quelli con cui parliamo giurano che a Surat non c’è stato neppure un furtarello.

Nel piccolo posto di polizia a Madharpura gli agenti stanno guardando un film di Bollywood. Se si prova a spulciare le cronache locali, emerge che di recente il padrone di un laboratorio è stato pugnalato e che lo scorso anno degli intermediari sono stati rapinati da «finti clienti» in un hotel.
Ma sono bazzecole se si considera la montagna di denaro e diamanti concentrata in pochi chilometri quadrati. Per la polizia il maggior cruccio sembra essere la minaccia del terrorismo che di tanto rialza la testa in India. L’ultima grave strage a Mumbai nel 2011 ha colpito il quartiere delle gioiellerie di Opera House, dove transitano i brillanti tagliati in Gujarat. «Abbiamo installato 140 telecamere a circuito chiuso e presto ne metteremo altre 500» ci dice il vice commissario della polizia S.M.Katara precisando che «la spesa è sostenuta dalle aziende diamantifere». Ci sono 60 pattuglie della polizia che fanno la ronda di notte dove ci sono i caveaux.

Mentre i piccoli laboratori a conduzione familiare sono addirittura senza porta, la palazzina a sei piani della Sanghavi Export International Pvt, una delle più grandi aziende di Surat che esporta in tutto il mondo, ha un apparato di sicurezza simile a una banca. I visitatori sono fotografati all’ingresso. «Il colpo di Bruxelles è opera di una gang di professionisti che per fortuna non esistono qui in Gujarat dove il business dei diamanti è in mano a delle comunità ristrette di persone»’ dice dal suo ufficio con vista panoramica Aagam Sanghavi, giovane rampollo della famiglia che è anche il direttore dell’Indian Diamond Institute, una scuola professionale che sforna oltre mille studenti all’anno. 

Ma secondo un’inchiesta di un settimanale indiano, nelle mani dei «bhai» di Surat passa anche il commercio illegale dei «blood diamond», quelli provenienti di contrabbando dai conflitti africani. Sono venduti con uno sconto fino al 30% e mescolati con quelli «puliti» che hanno il certificato del Kimberley Process. «In questo mercato transita di tutto, dai diamanti della guerra, al denaro sporco frutto di evasione» sussurra un medico cristiano, Pradip Martin, che ha un ambulatorio vicino a Mini Bazar. Racconta anche dei rischi per la vista degli operai che stanno per ore chini sul tavolo a scrutare i brillanti: «A 40 anni hanno già tutti la cataratta». 

Le condizioni di lavoro sono simili a quelli della schiavitù. «Poco tempo fa - racconta - mi hanno portato un ragazzo che era stato picchiato dal padrone perché sorpreso a rubare». E poi con un pizzico di amarezza conclude: «Guadagnano montagne di soldi e poi li donano al tempio». Ma è proprio questa l’ottica degli operosi «gujarati», i «calvinisti» dell’India, strettamente vegetariani, niente alcol e fumo, ma solo diamanti e affari.



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India, il bazar dei diamanti è per strada

La nazione indipendente delle isole di spazzatura

La Stampa

È l’idea di un’italiana, sancita dall’Unesco: i rifiuti diventino uno Stato autonomo

gian antonio orighi
madrid


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il prossimo 11 aprile nascerà un nuovo Stato. Si chiamerà Garbage Patch. Pochi ne conoscono l’esistenza, benché abbia dimensioni colossali - due volte il Texas - e sia composto da cinque immensi anelli che spaziano dall’Atlantico al Pacifico. I satelliti non riescono a fotografarlo. La ragione? Semplice: sono immense isole formata da residui, fondamentalmente di plastica dispersa, gettati dall’uomo nei mari. 

La fondatrice di questa nazione non biodegradabile è Maria Cristina Finucci, lucchese di 56 anni che vive a Madrid, architetto e artista che sperimenta nuovi linguaggi che stimolano i comportamenti umani. Garbage Patch sarà riconosciuto ufficialmente, con una installazione-performance, all’Unesco di Parigi, con il patrocinio del ministero italiano dell’Ambiente e dell’università veneziana Ca’ Foscari. Come ogni Paese, la nuova nazione il suo padiglione alla Biennale di Venezia presso l’ateneo cittadino, per poi fare atto di presenza al Maxxi di Roma. Lo scopo è richiamare l’attenzione della distratta pubblica opinione su una gravissima minaccia per il Pianeta. La fondatrice presenterà la bandiera, azzurra come gli inquinati oceani. 

L’esistenza delle isole, considerate il maggiore immondezzaio del mondo, è stata scoperta per la prima volta nel 2009. Si tratta di cinque vortici di correnti marine al cui centro si trovano i residui, che però non galleggiano. A causa della fotodegradazione, infatti, il materiale non viene metabolizzato dal mare, si frantuma in pezzi sempre più piccoli fino a diventare microscopico, per finire poi mangiato dalla fauna marina, entrando così nella catena alimentare. «Anni fa venni a sapere della tragedia delle isole di plastica, presa un po’ sottogamba dalla comunità scientifica - spiega Finucci -. Visto che non ci sono foto, era necessaria un’immagine che sintetizzasse il problema. Come artista, prendendo in prestito le tecniche comunicative della pubblicità, ho creato uno Stato per sensibilizzare la gente». 

La scelta del 2013 non è casuale: l’Unesco, che si occupa pure della preservazione dei mari, l’ha dichiarato «Anno dell’acqua». Le isole di plastica avranno anche un sito (www.garbagepatchstate.org) il cui contenuto è stato elaborato dagli studenti di Ca’ Foscari. L’intenzione è ricreare una specie di mito greco con personaggi fantastici che spieghino la realtà delle isole della spazzatura. E poi ci saranno le cartoline «Greetings from the Garbage State», raffiguranti un ombrellone e una sdraio in un mare di plastica: «L’unica cosa che possiamo fare ora è evitare di far crescere Garbage Patch», sottolinea l’artista.

Il battesimo all’Unesco parigino sarà una ricreazione artistica del letamaio marino, opera dell’eco-artista: un semi-cerchio, riempito di sacchi con i tappi colorati delle bottiglie, appoggiato a un muro pieno di specchi, nuvole e il rumore della risacca. La madre di Garbage Patch vi pianterà la bandiera e pronuncerà un discorso. Olé!

Ferrara si ferma per Aldrovandi L’abbraccio alla mamma di Federico

La Stampa

Piazza piena al sit-in di solidarietà dopo la sfida del Coisp sotto l’ufficio. La donna guida il corteo con la foto del ragazzo ucciso dai poliziotti


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Questo pomeriggio Ferrara si è fermata ed è scesa in piazza Savonarola, straripante di persone, per abbracciare i genitori di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 durante un controllo di Polizia effettuato da 4 agenti condannati in via definitiva per omicidio colposo in eccesso colposo. Una manifestazione cui stanno partecipando migliaia di persone che si sono volute stringere attorno a Lino Aldrovandi e a Patrizia Moretti e rispondere così, con la solidarietà senza bandiere di sorta, al sit-in del Coisp messo in scena il 27 marzo per esprimere sostegno ai 4 agenti arrestati. 

In piazza, mamma Patrizia è scesa con una grande foto di Federico, ma questa volta è l’immagine di un bel ragazzo bruno, nel pieno dei suoi 18 anni, non quella del cadavere del figlio con la testa in una pozza di sangue che mercoledì mattina la donna ha deciso di mostrare ai sit-in del sindacato di Polizia che manifestava proprio sotto le finestre del suo ufficio, in Comune. Sulla cancellata del Castello, simbolo della città, l’associazione Amici di Federico Aldrovandi ha appeso uno striscione blu con la scritta stop al Coisp. In piazza con mamma Aldrovandi anche Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva che 4 anni fa morì in ospedale a Varese dopo essere stato fermato dai Carabinieri.

Lucia Uva è stata querelata per diffamazione dei carabinieri, dopo un’intervista televisiva. Un fatto che Patrizia Aldrovandi ha commentato oggi con amarezza. «Questo provvedimento contro la famiglia della vittima era urgente - ha scritto la madre di Federico su Facebook - invece l’indagine disposta dal giudice su quanto successo in quella caserma a Giuseppe 4 anni fa rimane chiusa nella scrivania del Pm e fra poco sarà troppo tardi e cadrà in prescrizione». In piazza Savonarola tantissii ferraresi di ogni età, ma anche persone venute da fuori, associazioni e forze politiche tra cui il Pd e la Cgil di Ferrara e dell’Emilia Romagna.


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Caso Aldrovandi, Ferrara abbraccia la mamma

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Ferrara, sindaco litiga con il Coisp per Aldrovandi


Anonymous per Aldrovandi colpito sito Coisp

Ecco gli stipendi d'oro dei manager La classifica dell'anno nero della crisi

Corriere della sera

Le liquidazioni di Perissinotto, Peluso e degli ex vertici di Siena. Un elenco destinato ad allungarsi

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MILANO - La classifica è ancora provvisoria, ma i milioni già abbondano. In questi giorni le società quotate d'Italia stanno pubblicando le bozze del bilancio 2012 - con tanto di tabella sui compensi ai vertici aziendali - in attesa dell'approvazione delle assemblee dei soci. I numeri più grandi arrivano spesso (ma non sempre) dai presidenti e dagli amministratori delegati delle società più grandi: per questo, in alto, trovate i dati delle prime 20 aziende, o meglio di quelle che hanno già pubblicato i compensi dei piani più alti. Ma, appunto, qualche sorpresa spunta anche oltre il perimetro della «hit parade a 20» di presidenti e amministratori delegati.

Procediamo con ordine, iniziando dalla tabella. In testa nei compensi lordi 2012 c'è Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle Generali fino a giugno dell'anno scorso: forte di una liquidazione di 10,6 milioni, supera quota 11,5 milioni includendo il compenso tradizionale. Dietro di lui, il secondo e il terzo posto vanno entrambi a due nomi del gruppo Fiat: Sergio Marchionne con 7,3 milioni - come amministratore delegato del Lingotto e presidente di Fiat Industrial - e Luca Cordero di Montezemolo con 5,5 milioni, come amministratore Fiat e presidente della controllata Ferrari.
Il podio, però, non solo è provvisorio, nell'attesa dei bilanci che ancora mancano, ma è anche variabile con i dati che già sono a disposizione.

Dipende un po' dai punti di vista. Se, infatti, si considerano le stock option maturate negli anni e liquidate in queste settimane, spiccano i circa 18 milioni di Luigi Francavilla, presidente nella società operativa Luxottica Srl e braccio destro di Leonardo Del Vecchio: la plusvalenza è dovuta all'esercizio di 750 mila opzioni. Se, invece, si puntano i riflettori sugli «oneri figurativi dei compensi equity», le tabelle di Fiat e Fiat Industrial aggiungono, nella riga di Marchionne, un totale di quasi 15 milioni di euro: non ancora versati, lo potrebbero essere in futuro, in modo rateale e al verificarsi di certe condizioni.

Tornando ai compensi più tradizionali, e limitandosi alla classifica dei vertici delle più grandi aziende, dopo Montezemolo c'è Sergio Balbinot, ex amministratore delegato delle Generali (insieme a Perissinotto), con 4,2 milioni di cui una parte come indennità di fine carica. Seguono Enrico Cucchiani (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo) con 3 milioni e Franco Bernabè (presidente di Telecom) con 2,9 milioni. Dopo ci sono i vertici di Mediobanca (il cui bilancio copre gli ultimi sei mesi del 2011 e i primi sei del 2012): il presidente Renato Pagliaro con 2,5 milioni e l'amministratore delegato Alberto Nagel con 2,4 milioni.

Anche qui, però, la classifica è «ballerina». Andando infatti oltre la «top 20» dei grandi gruppi, o scendendo semplicemente un piano nella gerarchia aziendale, gli assegni tornano a salire. L'ex direttore generale di Fonsai Piergiorgio Peluso (ora chief financial officer di Telecom), figlio del ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri, è uscito lo scorso settembre dalla compagnia assicurativa con 5,01 milioni di euro, comprensivi di una buonuscita di 3,8 milioni. Passando alle banche, l'ex direttore generale del Monte dei Paschi - Antonio Vigni - ha lasciato l'istituto senese il 12 gennaio 2012 con un'indennità di 4 milioni di euro. Poi su Vigni è piovuta la famosa inchiesta Mps, che ha coinvolto anche un altro nome nella lista dei compensi milionari dell'anno scorso.

E' l'ex chief financial officer del Monte, Marco Morelli (poi diventato direttore generale vicario di Intesa Sanpaolo fino a luglio del 2012 e ora responsabile in Italia di Merrill Lynch): per il 2012 il banchiere ha ricevuto da Intesa 3,5 milioni, di cui 2,8 milioni come indennità di fine rapporto. La lista naturalmente continua. E in diversi casi bisogna aggiungere cospicue stock option, piani di incentivazione eccetera. In un anno, il 2012, che ha visto tante aziende crescere ma anche molte (di più) perdere colpi. Rimanendo in tema «classifiche», in quello stesso anno l'Italia ha segnato la recessione più forte tra i grandi Paesi del continente meno dinamico del momento. Alcuni supercompensi sono stati tagliati, altri no. Intanto, la lista delle «buste paga» milionarie è destinata a crescere con la pubblicazione, nei prossimi giorni, dei bilanci oggi mancanti.

Giovanni Stringa
Giovanni Stringa30 marzo 2013 | 9:31

Waters e quel viaggio della memoria a Cassino L'ex Pink Floyd cerca il padre, caduto di guerra

Corriere della sera

Il leggendario musicista tra le tombe dei Royal Fusiliers morti nello sbarco ad Anzio. «Qui c'è il mio passato e il mio futuro»

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Passi lenti, fermandosi spesso nel silenzio del camposanto per accarezzare a lungo il marmo delle croci di guerra. I fan sono lontani, lo guardano assiepati dal ciglio di una strada di campagna puntandolo con lo zoom della telecamerina o della digitale. Roger Waters, leggenda del rock, ex cantante e bassista dei Pink Floyd, non sembra più farci caso. Continua a camminare sul prato del cimitero inglese alla ricerca della tomba del padre, Eric Fletcher Waters, ufficiale dell'esercito di Sua Mestà morto nella carneficina dello sbarco ad Anzio, nella primavera del 1944, quando migliaia di soldati alleati furono falciati nei pressi della spiaggia da mortai e mitragliatrici della Wehrmacht.

LA TOMBA DEL PADRE - I resti del sottotenente, arruolato nei Royal Fusiliers, truppe d'elite che durante la guerra furono impegnate dal Pacifico alla Normandia, sono sepolti proprio nel cimitero di guerra di Cassino assieme a migliaia di tombe di militari tedeschi, francesi, polacchi, neozelandesi e italiani. Nel pomeriggio di venerdì 29 il Waters è andato a cercare la tomba del padre. E' la prima volta che vede Cassino, teatro durante la campagna d'Italia di una feroce battaglia che vide anche l'abbazia benedettina distrutta sotto i bombardamenti alleati. Il compositore rock non sa nemmeno dove sia la tomba di suo padre, a cui ha dedicato alcuni tra i brani più belli, in bilico tra memoria, malinconico dolore e impegno antimilitarista. Alle telecamere di TeleUniverso, emittente del litorale pontino e della Ciociaria, l'ex dei Pink Floyd racconta di aver compiuto «questo viaggio perchè il mio passato è il mio futuro». L'idea di Waters, maturata dopo aver saputo «che mio padre è sepolto con ogni probabilità in questo cimitero», è quella di girare un video che però «non è destinato alla pubblicazione».

A CASSINO IN VAN - La leggenda del rock arriva a Cassino a bordo di un van dai vetri oscurati. Quando esce qualcuno lo riconosce. E in pochi istanti si forma una folla di circa 200 persone. I dischi in vinile di «The Wall» - proprio il 33 giri che contiene uno dei brani dedicati al padre - si moltiplicano tra le mani dei fan che vogliono assolutamente un autografo. Lui, paroliere dell'intimismo e della solitudine, mai troppo a suo agio tra il pubblico, sulle prime si schermisce. Si «scioglie» solo quando qualcuno gli regala la sciarpa del Cassino calcio. Waters non è solo uno straordinario poeta del rock, è anche un tifoso sfegatato dei «Gunners», la squadra londinese dell'Arsenal. Apprezza, sorride, pronuncia un «grazie» in italiano che sembra commosso. Poi scompare nel furgoncino. Quando s'allontana volta lo sguardo verso il cimitero e la tomba del sottotenente dei Fusiliers caduto ad Anzio per liberare l'Italia gli deve sembrare vicinissima.



L'ex Pink Floyd a Cassino per cercare la tomba del padre, caduto di guerra (30/03/2013)

Alessandro Fulloni
alefulloni30 marzo 2013 | 7:41

Gli operai maratoneti di Amazon Dieci km al giorno tra gli scaffali

Corriere della sera

Il super magazzino italiano, un esercito di 30enni anche laureati «Uno scanner segnala se non rispetti i tempi»

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CASTEL SAN GIOVANNI (Piacenza) - Marco sgambetta, rallenta, alza gli occhi e sussurra qualcosa di matematico: «B189D, 114». Poi raccoglie dall'alto un pacco, pigia un bottone dello scanner e sorride. Fatto. Il pezzo è stato registrato e lui, magazziniere green badge (interinale), è in perfetta tabella di marcia, pronto a riprendere la corsa verso una nuova cella, un nuovo scaffale, un nuovo pacco. Li chiamano i maratoneti di Amazon, sono centinaia di magazzinieri che lavorano con le scarpe da tennis ai piedi e un contratto in tasca: 8 ore al giorno, cinque giorni a settimana, circa 1.050 euro al mese e quel certo numero di pacchi da spostare da una corsia all'altra, in un tempo prestabilito. Il che corrisponde, secondo il giovane magazziniere, ad almeno 10 chilometri al giorno. «Qui si fanno gambe e fiato», scherza ma fino a un certo punto.

Siamo nel Centro logistico di Amazon Italia, avveniristico capannone industriale grande come sei campi di calcio e alto come un palazzo di tre piani che spunta grigio e azzurro dalle campagne piacentine di Castel San Giovanni. All'orizzonte le dolci colline della Val Tidone, tutto intorno il reticolo di strade e autostrade che rende agevole ai tir di mezza Europa arrivare, scaricare e ripartire con i prodotti distribuiti dalla multinazionale americana del commercio online, capace di fatturare globalmente lo scorso anno 61,09 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto al 2011. Sbarcata in Italia nell'ottobre 2011,

Amazon conta di espandersi presto su altri 75 mila metri quadrati per arrivare a occupare oltre 1.000 addetti entro il 2016 (oggi sono circa 300 che lievitano a 500 nei periodi di punta come Natale). Tutti magazzinieri, di vario ordine e grado, tutti giovani, età media 30 anni. Dalla visura camerale del 2012 i dipendenti risultavano 107, gli altri erano interinali, stagionali: green badge. «Ma ora siamo all'80% di assunti», garantisce il general manager del Centro, Stefano Perego, agile e pratico quarantunenne lombardo al quale il grande capo del colosso americano dell'ecommerce, Jeff Bezos, ha affidato il timone dell'Italia, mercato che pare segua con molto interesse dal suo ufficio di Beacon Hill, Seattle.

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Dunque, mentre fuori la crisi morde Amazon va a tutto vapore. Cresce a ritmi cinesi adottando un modello industriale tipicamente americano, molto gerarchizzato, molto controllato, molto poco sindacalizzato. «Nessuna preclusione al sindacato in azienda, evidentemente i miei dipendenti non ne sentono l'esigenza», ci prova Perego. Alla Filcams di Piacenza la pensano diversamente: «La verità è un'altra: lì dentro le rappresentanze dei lavoratori non possono esistere perché molti sono precari». La produttività è sotto controllo. «Ogni magazziniere gira con uno scanner - spiega uno dei maratoneti -. I responsabili sanno quello che hai fatto e quanto ci hai messo. Se non rispetti i tempi previsti, sul display dello scanner arriva un messaggio: devi andare più veloce. Se sbagli collocazioni, dopo 5 errori vieni richiamato».

Da una parte Perego coccola i suoi uomini con cene, giochi, tornei di calcetto, di ping pong, coinvolge e partecipa e loro un po' lo amano. Dall'altra, non perde mai di vista le curve di efficienza: «La nostra è una corsa contro il tempo e io ho l'ossessione del cliente». Ossessione per il cliente e per la sicurezza, considerato che tutti i lavoratori sono controllati al metal detector da guardie armate quando escono dal capannone: «Non si può rischiare, qui ci sono dati sensibili». Ma cosa significa tutto questo per i dipendenti italiani della multinazionale americana e per gli equilibri di un paese come Castel San Giovanni, 14 mila anime che vivevano soprattutto di un'industria legata all'agricoltura? «Semplice, ci ha risolto in buona parte il problema della disoccupazione giovanile, anche se molti sono stagionali», la risolve il sindaco Carlo Capelli, centrodestra. «Non vorrei che in un momento di crisi ci si dimenticasse però del valore della persona in nome dell'efficienza», sospira il parroco, don Lino Ferrari.

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I lavoratori si dicono comunque soddisfatti. Andrea, 30 anni, faceva l'avvocato in uno studio della zona: «Non mi mantenevo più e così ho scelto Amazon. Ti assicuro che sto meglio. Ho il mio stipendio, i buoni pasto, la palestra, la piscina». Ci sono altri cinque laureati magazzinieri sotto il capannone. Paolo, invece, faceva l'idraulico a Perugia. È entrato in Amazon, si è fidanzato con una collega e ora aspettano un figlio: «Fuori era un deserto, Amazon mi ha cambiato la vita». Ma c'è anche chi ha deciso di andarsene sbattendo la porta e chi ha fatto causa alla multinazionale. Come Gianluca Barberis, ex manager: «Tempi di formazione insufficienti, finta propensione alla sicurezza, io l'ho fatto notare ed è finita».

O come Edoardo Ghezzi, ex capo dei coordinatori: «Venivo dalla Feltrinelli, dove avevo seguito un percorso da dirigente. Si erano semplicemente scordati di dirmi che si trattava di un lavoro a turni, senza ufficio, e me ne sono andato». Rimane sospeso un interrogativo: Amazon Italia paga le tasse in Lussemburgo, perché? «Mi spiace ma non è di mia competenza», allarga le braccia Perego. Comunque sia, i magazzinieri di Amazon sembrano felici e Marco ci crede davvero: «Se accelero un po' il passo, l'anno prossimo faccio la maratona di New York».

Andrea Pasqualetto
30 marzo 2013 | 9:30

I comuni italiani sono diventati social La storia del successo di Decoro Urbano

Corriere della sera

di Maria Strada


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Vandalismo, incuria, immondizia abbandonata, segnaletica stradale carente, affissioni abusive e degrado. Ne incontriamo esempi tutti i giorni, in qualsiasi contesto. Dalla buca insidiosa nell’asfalto al graffito che copre la palina della fermata dell’autobus. O, forse anche peggio, al sacchetto dei rifiuti dell’ultimo picnic ancora abbandonati sul prato del parco. Il social network Decoro urbano, creato da Maiora Labs nel 2010, permette di segnalare in tempo reale al proprio comune il disagio senza passare ore in linea con il centralino (nelle grandi città) o senza dover inseguire l’amico sindaco, magari giustamente impegnato in altre questioni importanti (piccoli centri). E, da poco, anche una metropoli si è unita all’elenco di comuni che ascoltano i cittadini.

Da quasi tre anni, infatti, esistono un social network e una app (disponibile per iPhone e Android) che fanno proprio questo: mettono in contatto cittadini, anche con fotografie e video di quello che non funziona, e pubbliche amministrazioni per risolvere i problemi. Il 7 marzo Roma si è iscritta al portale e riceve la segnalazione gratuita delle sue brutture. Promettendo di intervenire appena possibile e risolvere i danni. E finora, la Capitale, di 2708 segnalazioni ne ha risolte o prese in carico408. Latita, invece, Milano (377 segnalazioni in attesa), per esempio (sulla cartina d’Italia a lato, la mappa delle segnalazioni attualmente attive).

Non sono, però, i grandi centri quelli più attivi. Per esempio,  San Salvo è in provincia di Chieti. Il Comune deve ancora risolvere alcuni dei problemi (Domenico Scafuri segnala una panchina vandalizzata alla villa comunale), ma delle 39 segnalazioni ricevute finora, 24 sono già state risolte, 8 sono state prese in carico e le altre restano in attesa. Non male per una p.a. che si è iscritta al portale soltanto il 9 novembre scorso.

I romani, e i cittadini di San Salvo – un esempio virtuoso a caso – sono fortunati: evidentemente i loro amministratori hanno compreso cos’è l’e-government e hanno apprezzato la piattaforma di «Citizen Generated Content». Non sono in compagnia particolarmente buona, però: al momento, infatti, i «Comuni attivi», cioè quelli che hanno aderito all’iniziativa, sono poco meno di 80 (su 8.094) per circa 4,2 milioni di cittadini. Dieci mesi fa erano solo 34 (per circa 70.000 abitanti).

Nel Regno Unito e in Irlanda lo fanno da anni: FixMyStreet risolve oltre 5.000 casi al mese, e ci credono anche le grandi città (il servizio esiste dal 2007). Mi risultano iniziative analoghe solo in Norvegia, Danimarca, Olanda, Australia, Nuova Zelanda e Canada.

2In un mondo ideale un utente del sito segnala il disagio, all’insegna dello slogan we DU, e il Comune risponde. Altri utenti, con un meccanismo simile a quello del like su Facebook,  possono sottoscrivere e condividere la segnalazione con il tasto DU it!, commentare e anche stabilire delle priorità. Nel mondo pratico, però, anche i Comuni devono registrarsi a Decoro Urbano (che ora collabora con Wikitalia) e, forse, qui c’è l’ostacolo maggiore: nell’inerzia delle nostre p.a.

Alcune città, invece, hanno scelto di agire autonomamente, come ad esempio Venezia, attiva dal 2008, e Udine (che, infatti, su Decoro Urbano non registrano danni). La città friulana si affida a un altro portale analogo, ePart, che inoltra le segnalazioni all’Ufficio relazioni con il pubblico dei vari comuni. Anche in questo caso le segnalazioni riguardano svariati centri, ma quelli realmente attivi sono pochi.
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Sono, comunque, tutte iniziative di quelle che possono lasciare il segno (o nel caso dei graffiti, toglierlo): basta uno smartphone, o al limite una macchina fotografica, per partecipare al decoro della propria città, e i Comuni possono essere sollecitati. L’Italia ha la possibilità di essere all’avanguardia, o quasi, grazie ai social network, ed è un’occasione da non sprecare.

Dall'Ortica a Rogoredo, la Milano dei dimenticati di Enzo Jannacci

Corriere della sera

Nelle canzoni nebbia, fabbriche e operai. Il sindaco Pisapia: «Jannacci ha amato Milano ed è stato ricambiato»


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MILANO - Alla sua Milano, quella delle case di ringhiera, dei quartieri popolari, delle bande di ladri un po' balordi e un po' eroi. All'Ortica, a Lambrate e Rogoredo. Al bar Jamaica, al Santa Tecla, e poi al Derby, ritrovi di artisti in cerca di soldi e di un trampolino per il successo. A questa Milano, di nebbia, fabbriche e operai, Enzo Jannacci ha dedicato il primo dei suoi dischi. Canzoni in dialetto milanese: El portava i scarp del tennis , Andava a Rogoredo , T'ho compraa i calzett de seda , scritta con l'amico di una vita Dario Fo. E poi quel Ma mi di Giorgio Strehler, ballata sugli «eroi» di San Vittore. 

Mezzo secolo di carriera, senza mai perdere il gusto di raccontare quella città di chi sognava l'America (o il Messico) ma restava sempre qui. La Milano che lui, da via Sismondi, aveva imparato a conoscere durante la guerra. Una città con un cuore che, negli ultimi anni, era diventata «grigia e indifferente»: «Ormai si vive blindati», disse in un'intervista. E poi il suo Milan, tifoso sfegatato come gli amici Teo Teocoli e Massimo Boldi. «Ci ha lasciato un grande artista, un grande milanese. Jannacci ha amato Milano ed è stato ricambiato. Con la sua ironia e le sue canzoni ha raccontato la Milano più vera. Rimarrà nella storia della città», ricorda il sindaco Giuliano Pisapia

Enzo Jannacci è morto venerdì sera, alle 20.30 alla clinica Columbus. Era ricoverato da qualche giorno, divorato da un cancro. Lui, medico cardiologo, nato 77 anni fa a Milano. Gli anni in via Sismondi, dove ha avuto il primo studio. Poi viale Romagna e infine via Mameli, a Porta Vittoria, dove è cresciuto il figlio Paolo, anche lui musicista. Il primo lavoro, dopo la laurea in Medicina alla Statale, al pronto soccorso dell'Ospedale di Cantù. Quasi dodici anni in America come medical doctor al pronto soccorso della Columbia University di New York. Poi il ritorno in Italia, nel 1973, il concorso all'ospedale infantile Alfieri di Milano e il passaggio al Sacco. Qualche vecchio cronista lo ricorda ancora negli anni Settanta catapultato come medico reperibile dell'Ussl su un caso di cronaca nera. Un'anziana caduta dalle scale, che sembrava un omicidio.

Era già famoso, Enzo Jannacci. Perché nel frattempo c'era stata la musica. Quella di Sinatra, Tom Jones e Jerry Lewis. Il primo cachet fu alla Bussola di Forte dei Marmi dove suonava il piano per Sergio Endrigo. Ma prima c'era stata la piazza, quella piazza Beccaria dove stavano i «senza contratto», musicisti in attesa di un ingaggio. Ricorda il figlio Paolo: «Milano era il set perfetto per quelle sue storie, soprattutto la Milano degli anni Sessanta, che sarà anche stata più sporca e meno tecnologica ma era più umana».

Come l'Ortica, i suoi ladri e quel «palo» che non sentiva e non vedeva. Paolo Jannacci al padre ha dedicato un intero libro: «Aspettando al semaforo». La Milano del Derby, scomparsa insieme a tanti compagni di viaggio: Giorgio Gaber, più che un amico, Beppe Viola e Bruno Lauzi. Quella di musica e cabaret con Adriano Celentano, Cochi e Renato, Diego Abatantuono e Paolo Conte, con il quale firma uno dei suoi capolavori Messico e nuvole. Negli anni Settanta racconta così in una canzone il Duomo, il cuore della sua Milano: «È pieno di acqua piovana, ce l'han portata con gli ombrelli, ce l'han portata con i pianti per la redenzione delle puttane».



Jannacci nel 2012 a Palazzo Reale per la mostra dedicata a Fo (30/03/2013)


Musica: è morto Enzo Jannacci, aveva 77 anni (29/03/2013)


È morto Enzo Jannacci (29/03/2013)

Cesare Giuzzi
30 marzo 2013 | 10:37

Il mito

La Stampa

Yoani Sánchez


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Fa freddo a L’Aia. Dalla finestra vedo un gabbiano che ha trovato un pezzo di biscotto lanciato sul marciapiede. Nel caldo rifugio di un bar diversi attivisti parlano delle loro rispettive realtà. Da un lato del tavolino un giornalista messicano spiega quanto sia rischioso fare il reporter in una realtà dove le parole si possono pagare con la vita. Tutti ascoltiamo in silenzio, immaginando la redazione di notizie in mezzo a una sparatoria, i colleghi sequestrati o assassinati, l’impunità.

Quando interviene un giornalista del Saharawi le sue parole producono lo stesso effetto della sabbia negli occhi: diventano rossi e affiorano le lacrime. Anche gli aneddoti narrati dal nord coreano mi fanno commuovere. È nato in un campo di prigionia dal quale è riuscito a fuggire solo quando aveva 14 anni. Seguo ogni storia, vivo tutto sulla mia pelle. Nonostante le diversità culturali e geografiche, il dolore resta tale a ogni latitudine. In pochi minuti passo da una sparatoria in una manifestazione a una tenda nel deserto per finire con il corpo di un bambino imprigionato da un recinto di filo spinato. Riesco a mettermi nei panni di ognuno di loro. 

Trattengo il respiro. Adesso tocca a me parlare. Racconto gli atti di ripudio, le detenzioni arbitrarie, le pratiche diffamatorie per distruggere le reputazioni. Parlo di una nazione che sale a bordo di una zattera per attraversare lo stretto della Florida. Narro di famiglie divise, di intolleranza, di un paese dove il potere si eredita per diritto di sangue e di figli che sognano soltanto la fuga. Appena ho finito il mio discorso mi tocca sentire le solite frasi udite migliaia di volte.

Ascolto le prime parole e so già dove andranno a parare: “ma voi non potete lamentarvi, avete la migliore educazione del continente”… “sì, sarà così, ma non potete negare che Cuba da mezzo secolo tiene testa agli Stati Uniti”, “bene, non avete libertà, ma non vi manca la salute pubblica”…e via con un lungo repertorio fatto di stereotipi e di false conclusioni estrapolate dalla propaganda ufficiale. La comunicazione si interrompe, lascia il posto al mito. 

Un mito alimentato da cinque decenni di deformazione della nostra storia nazionale. Un mito irragionevole che si basa sulla cieca convinzione; che non accetta spiriti critici, pretende solo adepti. Un mito che rende impossibile che tanti ci comprendano, che si sintonizzino con i nostri problemi. Un mito che riesce a far sembrare positivo per la nostra nazione ciò che nessuno accetterebbe mai nel proprio paese. Un mito capace di far venir meno la normale simpatia che ogni essere umano prova per la vittima. Un mito che ci soffoca con una forza maggiore del totalitarismo sotto il quale viviamo. 

Il gabbiano si porta via il suo pezzo di dolce nel becco. Al tavolino si torna a parlare di Africa del Nord e Messico. Non ha più senso spiegare la mia Isola. A che serve, se tutti sembrano sapere ogni cosa di noi, anche se non hanno mai vissuto a Cuba? Mi commuovo ancora ascoltando la cruda vita dei miei colleghi attivisti, mi metto di nuovo al loro posto. Ma chi si mette nei nostri panni? Chi cerca di distruggere quel mito che ci sta soffocando? 

(da El País - http://blogs.elpais.com/cuba-libre/)
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi 

I negozi: «Audizioni? I suonatori vadano via»

Elena Gaiardoni - Sab, 30/03/2013 - 07:22


«Se il Comune istituisce una commissione per giudicare la qualità degli artisti di strada, potrei entrarci a pieno merito. Trent'anni che ascolto i peruviani con i loro pifferi!». E' lui, Giampaolo Storti della gioielleria «Il Cordusio», il portabandiera della protesta contro i pifferai assai poco magici che si esibiscono lungo il corridoio «tragico»: piazza San Babila, Duomo, Cordusio, via Dante. Se da un po' si esibisce in San Babila un giocoliere con una palla di cristallo che evoca il silenzio dei cieli, al contrario gli altri «artisti» possono essere definiti tali solo in quanto «artefici» di inquinamento acustico, rumore molesto, immagini poco gradite. «Imporrei una regola - dice Storti -. In qualsiasi zona della città, esibizione di un'ora al giorno al massimo e senza altoparlanti. Non sono un retrogrado, sono un fan di Jimi Hendrix, ma per favore, per favore, rispettiamo la qualità della nostra vita».

A niente è servita la montagna di fax inviati da Storti negli uffici comunali, la mole di telefonate con preghiera d'incontro con amministratori o funzionari, come a nessun risultato han portato le chiamate ai vigili urbani da parte del negozio «Camicissima» in corso Vittorio Emanuele. «Se l'amministrazione volesse fare una cosa giusta, dovrebbe istituire una referendum tra i commercianti - commenta Stefano Brioschi dentro lo store -.

Bisogna stabilire dei criteri affinché il nostro lavoro non venga molestato. C'è un musicista nel weekend che ci stordisce: urliamo per farci capire dai clienti. Arrivano i vigili, si sposta per un po' e poi torna. I mimi sono più discreti, hanno un solo difetto. Vanno a spogliarsi nelle viette dietro al corso e qualche volta importunano le ragazze. Mi sono chiesto: ma perché tutti cantano e ballano in questa zona?».

Tre direttive. La prima: musica ma senza alcun mezzo d'amplificazione. La seconda: tempi brevi d'esecuzione evitando la ripetizione dello stesso brano per ore e ore. La terza: individuare diverse strade e piazze della città in modo che non ci sia un solo luogo invaso dagli «artisti». Alcuni lavoratori sono più drastici, come Daniele, 21 anni, portiere a palazzo Giureconsulti, sede della Camera di Commercio.

«Li eliminerei del tutto. Perché ci devono essere gli artisti di strada? Quante, ma quante riunioni vengono interrotte in questo stabile a causa loro! L'unica regola è che vengano posizionati in aeree dove non ci siano né negozi, né uffici. Sono artisti per gente di passaggio, perché devono rovinare la pace di chi è costretto a rimanere al suo posto per guadagnarsi da vivere?». In fondo: chi ne sente il bisogno? Dello stesso parere anche Dorina, commessa nel negozio «Sport Dolomiti» al Cordusio.

«Devono andare da un'altra parte. Non qui! Noi abbiamo proprio la testa piena». Ieri le prime gocce di pioggia sono scese verso le quattro del pomeriggio. I sedicenti musicisti sono spariti tutti in un attimo. Forse abbiamo capito perché ultimamente piove così tanto a Milano. I commercianti fanno anche la danza della pioggia pur di respirare un po' di silenzio.