sabato 29 dicembre 2012

Ingroia: «La rivoluzione arancione punta a Palazzo Chigi». E Attacca Pietro Grasso

Corriere della sera

Il magistrato scioglie la riserva e annuncia la sua candidatura alla presenza di De Magistris e Orlando


Cattura
PALERMO - Antonio Ingroia ha sciolto la riserva per la candidatura in Parlamento. In una conferenza stampa ha presentato il simbolo che è dominato dal colore arancione e con il suo nome in forte evidenza al centro. Nella parte sovrastante il simbolo c'è la scritta rivoluzione civile mentre in basso ci sono le sagome in rosso di cittadini e lavoratori. Nessun simbolo dei partiti che supportano Ingroia compare nel logo. Alla conferenza stampa non erano presenti i leader di Prc, Idv, Pdci che sostengono l'iniziativa politica. Tra i presenti c'erano invece Leoluca Orlando e Luigi De Magistris. «Conquisteremo Palazzo Chigi - ha detto Ingroia - e avremo milioni di consensi perchè vogliamo fare una rivoluzione pacifica dei cittadini, una rivoluzione civile».

BERSANI - «Siamo a fianco dei magistrati che hanno sollevato il conflitto di attribuzione sui provvedimenti del governo Monti riguardo l'Ilva. Rivendichiamo la politica della passione e della coerenza che il Pd sembra aver smarrito. Siamo noi a rappresentare questa storia che Bersani non ha dimostrato di voler portare avanti», ha detto Antonio Ingroia. Secondo il magistrato «Bersani si è impantanano in una linea politica ambigua e contraddittoria nei confronti del governo Monti dimenticando storie come quelle di Pio La Torre e del suo impegno contro la mafia». Ingroia ha poi polemizzato con il leader del Pd:

«Ha ignorato il mio appello a lui rivolto. Lo abbiamo cercato, non certo perchè abbiamo bisogno di lui e abbiamo ricevuto risposte stravaganti. Evidentemente si sente il Padreterno, mentre Falcone e Borsellino mi rispondevano al primo squillo. Bersani in ogni caso una risposta politica l'ha data, non vuole una politica antimafia nuova e rivoluzionaria che sarebbe in grado di eliminare la criminalità. Il silenzio di Bersani è inequivoco, perchè non vuole questa nostra scelta di eliminare mafia e corruzione». Nel suo lungo attacco al leader del Pd Ingroia è incorso in un lapsus quando invece di citare Bersani ha citato il nome del leader del Pdl, Silvio Berlusconi.

GRASSO - Ingroia ha anche attaccato il candidato del Pd ed ex collega Piero Grasso che «nel maggio 2012 voleva dare un premio al governo Berlusconi per essersi distinto nella lotta alla mafia». Divenne Procuratore nazionale antimafia, dice Ingroia, «scelto da Berlusconi in virtù di una legge con cui venne escluso Giancarlo Caselli, "colpevole" di aver fatto processi sui rapporti tra mafia e politica».



Ingroia: «Grasso? Voleva dare premio a Berlusconi» (29/12/2012)

Ingroia: «Non sono l'uomo della provvidenza» (29/12/2012)

Ingroia in politica, "Nasce un nuovo polo alternativo a Berlusconi e Monti" (21/12/2012)

Redazione online29 dicembre 2012




Pisapia e la lista arancione: «Un caso di appropriazione politicamente indebita»

Il sindaco di Milano paventa il «rischio che una nuova specie di leaderismo impoverisca quella preziosa novità»


Cattura
NAPOLI - Nel giorno in cui Antonio Ingroia scioglie la riserva e si candida premier presentando una lista il cui simbolo è dominato dal colore arancione e porta il suo nome al centro, l'Unità pubblica un lungo articolo di Giuliano Pisapia che parla, in riferimento alla scelta di quel colore associato a nuove iniziative politiche, di un caso di «appropriazione indebita». «Vedere il popolo arancione strattonato da tutte le parti, trasformato in un aspirante piccolo partito, strumentalizzato al fine di ottenere qualche deputato, plasmato per infilarlo in una lista, accodato a questo o quel candidato leader scelto dall'alto, mi preoccupa», scrive il sindaco di Milano.

«PRIMAVERE» - Nel suo articolo Pisapia non cita mai Luigi De Magistris, né Napoli, neanche quando, spiegando qual è per lui il vero senso del movimento arancione, «il fenomeno politico più interessante e originale e promettente degli ultimi anni», elenca le città italiane che sull'ondata di questa spinta dal basso al rinnovamento hanno deciso di invertire la propria rotta amministrativa: «L'arancione della primavera milanese - e poi di quella di Cagliari, Genova e di centinaia di amministrazioni in tutta Italia». Gelo politico, dunque, tra il primo cittadino di Milano e quello partenopeo, dopo le prove, fallite, di avvicinamento, degli scorsi mesi.

«APPROPRIAZIONE INDEBITA» - Ora Luigi De Magistris, con Leoluca Orlando, presenzia alla conferenza stampa di Ingroia, mentre Pisapia vede il rischio che «una nuova specie di leaderismo impoverisca, e ponga fine, alla preziosa novità che consiste nella reale partecipazione collettiva» e afferma di condividere «l'opinione di chi giudica le manovre intorno alla costituenda lista arancione "un'appropriazione politicamente indebita"e un'operazione pericolosa.

Ch. Ma. 29 dicembre 2012

Ecco come l'utilitaria ha cambiato l'Italia

Il Messaggero
di Mario Avagliano


Cattura
Gli italiani sono un popolo di santi, di navigatori, di poeti e di… guidatori. A parte il Lussemburgo, nessun Paese al mondo vanta (anche se non è esattamente un merito) un rapporto così alto tra numero degli abitanti e parco automobili, giunto a contare alla fine del 2010 quasi 37 milioni di vetture, una ogni 1,6 persone. Il desiderio irresistibile di muoversi su quattro ruote deve essere un elemento ereditario del nostro dna, se già a metà dell’Ottocento un famoso editore tedesco di guide da viaggio, Karl Baedeker, riferendosi alle carrozze scriveva: «Un Italiano non passeggia mai se può guidare, per lui è un mistero inspiegabile come il passeggio possa essere piacevole. Un appunto mi è stato mosso frequentemente: “Lei è un signore e va a piedi?”».

Ecco perché in Italia, più che altrove, rubando le parole ad un intellettuale dell’acume di Vittorio Foa, «l’auto, il motore a combustione interna, è un protagonista di questo secolo; nessun mutamento di questo secolo può essere confrontato col motore a scoppio, almeno prima del computer e della sua integrazione col telefono». Da queste considerazioni è maturata l’idea brillante di Daniele Marchesini, già docente di storia contemporanea all’Università di Parma, di ricostruire questo sogno italiano in un saggio per i tipi del Mulino, intitolato «L’Italia a quattro ruote», sottotitolo «Storia dell’utilitaria». Un libro in nove capitoli, con un interessante estratto iconografico, che in qualche modo continua un percorso già avviato dallo stesso Marchesini negli anni precedenti, con le splendide monografie su «L’Italia del Giro d’Italia», «Coppi e Bartali» e «Cuori e motori. Storia della Mille Miglia».

ANTIRIVOLUZIONARI
Il primo ad intuire che nell’immaginario collettivo l’automobile non era solo un mero mezzo di trasporto, fu Benito Mussolini. «Chiunque comperi un’automobile, sia pure la più piccola vettura di serie, diventa immediatamente antirivoluzionario. Non vuol più sentir parlare di quel comunismo che gli porterebbe via, forse, la sua vettura», dichiarò il duce a un giornale francese nel 1928. Prevedendo che in America non vi sarebbe mai stato un movimento rivoluzionario «perché ogni operaio pilota la sua Ford». All’epoca dell’intervista le vetture in Italia erano circa centocinquantamila e Mussolini indicò il miraggio dell’auto popolare: «Un milione d’automobili in circolazione rappresenta una garanzia sociale». Una scommessa che non nasceva dal nulla. Lo stato maggiore della Fiat, costituito da Giovanni Agnelli, da Vittorio Valletta e dall’ingegnere Dante Giacosa, geniale disegnatore di tutti i modelli di quegli anni, puntava sull’utilitaria come mezzo di trasporto di massa e nel 1936 lanciò in pista la 500 Topolino. Ma quel sogno ducesco si scontrò con la dura realtà di un’economia fiacca, che perseguiva una politica di bassi redditi e che poi nel 1940 s’imbarcò nell’avventura disastrosa della guerra.

MITI
Fu solo a partire dal 1955, con il varo della mitica Seicento, l’auto regina del miracolo, che il progetto di una motorizzazione di massa si realizzò davvero. Il benessere derivante dal successo della politica di ricostruzione e di industrializzazione del Paese fece aumentare il potere d’acquisto degli italiani e consentì alla classe operaia di andare in Paradiso e ai signori Brambilla e ai signori Rossi di acquistare l’agognata utilitaria. Segnando l’inizio di un’era nuova per il Belpaese, con la costruzione dell’Autostrada del Sole e di una rete autostradale che ci era invidiata in tutto il mondo, la nascita degli Autogrill, le gite della domenica fuori porta e le prime code sulle strade. Curiosamente proprio nel 1955 per la prima volta la Fiom-Cgil, il sindacato degli operai social comunisti, che aveva il suo zoccolo duro alla Fiat, subì una dura sconfitta alle elezioni per le commissioni interne, venendo superata dalla Cisl. Tanto che l’Europeo titolò beffardamente: «Meglio una 600 oggi che la rivoluzione domani».

STATUS SYMBOL La storia del rapporto tra italiani e automobili continuò ad accompagnare le evoluzioni sociali e politiche del Paese. Se la Seicento era la macchina del maschio capofamiglia, la Nuova Cinquecento – più economica (costava 490 mila lire), più manovrabile e più sportiva - presentata sul mercato nel 1957, diventò anche l’automobile della moglie e della donna evoluta. E poi dei figli, che sui sedili non ribaltabili di quelle magnifiche utilitarie conobbero il rock d’oltre Oceano e sperimentarono la rivoluzione del Sessantotto, le proteste anti-Vietnam, le occupazioni delle scuole e le prime indimenticabili, anche se non comodissime, esperienze sessuali. E l’auto si trasformò definitivamente in uno status symbol, come testimonia il film «Il medico della mutua» di Luigi Zampa, del 1968, che mise in scena l’ascesa sociale e professionale del dottor Guido Tersilli (Alberto Sordi) in parallelo con i suoi mezzi di trasporto, dalla Lambretta a due ruote alla Seicento comprata a rate fino alla «fuoriserie, rossa, decappottabile, che tutti devono invidiarmi!».

Siria, ribelli all'assalto dei tesori antichi

Fausto Biloslavo - Sab, 29/12/2012 - 07:35

La Siria è ricca di musei, moschee, chiese, rovine romane, persiane e bizantine. L'Unesco protegge sei siti siriani considerati patrimonio dell'umanità ed il paese è una «miniera» archeologica ancora in gran parte da scoprire.

 

Cattura
Ventuno mesi di conflitto sono costati la vita a 40mila persone ed il patrimonio culturale della Siria rischia di andare in fumo a causa di razzie e combattimenti. I ribelli si fanno scudo dei siti protetti, i governativi li bombardano ed in tanti depredano le antichità più preziose per venderle al miglior offerente. Una storia già vista con l'apice del saccheggio in Iraq, ma pure in Libia ed in Egitto a causa della primavera araba. In Siria alcune bande ribelli contrabbandano i pezzi più pregiati razziati da siti archeologici o musei in cambio di soldi o direttamente di armi. Il museo di Hama, una delle roccaforti degli insorti, è stato saccheggiato il 14 luglio dello scorso anno. Una statua d'oro aramaica dell'VIII secolo prima di Cristo è sparita. Nell'antica Apamea sono stati portati via i mosaici romani, oltre a capitelli e parti di antiche strade con i bulldozer.

La cittadella antica di Aleppo in gran parte in legno, prima linea nei combattimenti, è stata incendiata. Anche la famosa moschea Umayyad risulta danneggiata dalla guerra civile. Aleppo, «capitale» del nord è uno dei luoghi protetti dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. In Siria ci sono oltre cento siti archeologici a rischio razzia. Anche la gente comune, con il miraggio di guadagnare qualcosa, scava e ruba. Poi ci sono gli sciacalli di professione delle opere d'arte e dei reperti storici.

Secondo il Financial Times il giro d'affari varia dalle piccole statue dal valore di 30mila dollari agli oggetti più preziosi che vengono pagati fino a 300mila dollari. Fin dal luglio dello scorso anno, il primo ministro siriano Adel Safar denunciava che «il paese è minacciato da bande criminali con apparecchiature ad alta tecnologia specializzate nel furto di manoscritti, antichità e reperti dei musei». Il bottino delle razzie viene contrabbandato attraverso il Libano e la Turchia. Talvolta sono coinvolti anche dei funzionari governativi. Per ora, però, le aree sotto il controllo di Assad, come Damasco, sembrano immuni dalle razzie.

La pagina Facebook «Il patrimonio siriano sotto minaccia» raccoglie le denunce delle ruberie. In un video, probabilmente ripreso a Palmira, si vedono fuoristrada carichi di statue dirette all'estero. In una foto un miliziano dell'Esercito libero siriano depreda la croce di processione da una chiesa di Homs. Quest'anno l'Unesco ha lanciato tre appelli per salvare il patrimonio siriano e allertato l'Interpol. «Siamo preoccupati per tutto il Mediterraneo - ha ribadito Francesco Bandarin, vice-direttore generale per la Cultura dell'Unesco - Soprattutto per la fase post-conflitto, quella più pericolosa perché scompare l'amministrazione, come accaduto in Iraq. E in questa fase agiscono con operazioni organizzate le mafie internazionali». Con la caduta di Saddam Hussein è scattato il grande saccheggio non solo nei musei di Baghdad. Nel mirino sono finite Babilonia, Ninive, Isin e decine di siti archeologici.

In Libia i salafiti fanno a pezzi gli antichi tempi sufi. Nell'Apollonia un tempo romana hanno rubato quattro anfore di grande valore. Nel sito archeologico di Umm al Shuga sono arrivati gli sciacalli. Al Cairo il museo egiziano è stato razziato durante la rivolta di piazza Tahrir. Decine di siti archeologici sono stati violati per il crollo della sicurezza. Secondo l'Unesco ci sono degli scavi pure nell'area della piramide di Giza. Ed il 28 settembre sono stati beccati con le mani nel sacco a Luxor i due figli di un importante deputato salafita, Gaber Abdel-Monem Ali, che vuole rifondare l'Egitto.

In vacanza nei rifugi alberghi d’alta quota

La Stampa

Dal Piemonte all’Alto Adigei luoghi dell’ospitalità alpina
francesco rigatelli


Cattura
Un tempo i rifugi alpini garantivano riparo ai viandanti che attraversavano le Alpi. Ancora oggi, a fianco della casa principale, spesso si trova un locale invernale dove trovare posto fuori stagione quando la struttura ospitaliera rimane chiusa. Negli ultimi decenni, con lo svilupparsi del turismo di montagna, dello sci, delle escursioni, dell’alpinismo, questi luoghi sono diventati in parecchi casi dei piccoli alberghi. 
E in materia l’Italia vanta un primato europeo: il rifugio più alto, il Regina Margherita, a 4559 metri, sulla punta Gnifetti del Monte Rosa. Una stella alpina, un santo Graal della montagna.

Per l’altezza e la scomodità questa meta è raggiungibile solo d’estate, anche se come dicevamo il locale invernale è sempre aperto. Però le piste della vicina Alagna restano uno dei posti più belli d’Europa per sciare (l’inverno scorso l’ha scritto anche il «Financial Times») e al Regina Margherita ci si arriva da altri due rifugi italiani: il Gnifetti, attraverso cinque ore di cammino sul ghiaccio; il Resegotti, con un itinerario alpinistico difficilissimo. Oppure dal Monte Rosa Hutte, nel territorio svizzero di Zermatt.

Per rimanere in Valle d’Aosta, più familiari possono risultare il Teodulo sopra Cervinia e il Monte Bianco del Cai vicino Courmayeur. Il primo, sulle piste, vista imparagonabile sul Cervino e sul Breithorn, si raggiunge ad alta quota con la funivia del Plateau Rosa o la seggiovia Bontadini. Il secondo, in Val Veny, sta sulle piste di Courmayeur e ci si arriva solo con gli sci. Vicino Cervinia, nella frazione incantata di Cheneil raggiungibile solo a piedi, anche se non è proprio un rifugio, va segnalato il Panorama al Bich: un alberghetto panoramico tranquillissimo.

Così pure, similmente, al bordo sud del Parco Nazionale del Gran Paradiso, in Piemonte, a Ceresole Reale, c’è lo Chalet del lago, dove in salette di legno si cucinano tra l’altro camoscio, capriolo, cinghiale e trota dell’Orco. Sempre in Piemonte vanno segnalati altri due posti. Il Rifugio Galabèrna a Ostana, verso il Monviso, una borgata ben ristrutturata, con cucina e attenzione alle attività sportive premiate da merende sinoire (a mezza via tra ora del tè e cena) e la Foresteria Massello, vicino alle piste di Prali, che fa parte della rete torinese «Rifugi amici», e ha un buon ristorante dove, anche qui, non si lesinano cervo, camoscio, cinghiale, erbe e burro d’alpeggio in tutti i piatti.

Girando l’Italia ad alta quota, tra le Dolomiti ampezzane spicca il Croda da Lago, ai piedi dell’omonimo monte. Gestione famigliare, sauna a botte in stile finnico e ottime cene. Nonché vista su tutte le montagne di Cortina: oltre alla Croda da lago, la Croda rossa, il Pomagagnon, il Cristallo, il Sorapiss. E affaccio anche sul lago Federà adiacente al rifugio. Il posto infine è amato da chi si diverte con lo slittino. A ovest di Cortina, nelle Dolomiti orientali di Badia, si trova invece il Rifugio Lagazuoi, sopra il Passo Falzarego. Panorama mozzafiato, raggiungibile in funivia, è il punto di partenza per le piste tra Veneto e Trentino e per la traversata della Val Parola-Armentarola.

E lungo la discesa con gli sci dal Falzarego, passata una cascata ghiacciata sulla sinistra, colorata come neanche nel Faust, c’è il piccolo Rifugio Scotoni, famoso per la carne alla griglia con formaggio fuso, polenta, verdure abbrustolite e patate al cartoccio. Per ritornare sulle piste, poi, ci si fa trainare con gli sci ai piedi da coppie di cavalli da tiro. Vicino a Merano, sulle piste della Val Senales, si trova il Bella Vista, il cui nome dice tutto. Panorama a 360 gradi su Latemar, Sassolungo, Col Rodella, Sella, Pordoi, Marmolada. Ristorante con teste di cervo alle pareti. I bagagli vengono tirati su con la teleferica.

twitter @rigatells

Coelho, il manoscritto ritrovato ad Accra: l'anticipazione

Il Messaggero

Mille anni fa a Gerusalemme la scoperta del segreto della vita

Luglio 1099. Mentre Gerusalemme sta per essere invasa dai crociati, un greco noto come Il Copto raduna tutti gli abitanti della città, di ogni religione ed età, nella piazza in cui Pilato consegnò Gesù alla sua fine. Ma non pronuncia un discorso di guerra... Così inizia
Il manoscritto ritrovato ad Accra, di Paulo Coelho 


di PAULO COELHO




Cattura
MI piacerebbe incominciare questo testo con le parole: «Ora che sono giunto alla fine della vita, lascio a coloro che mi succederanno tutto ciò che ho appreso mentre camminavo sulla superficie della Terra. Che ne facciano buon uso». Ma, purtroppo, questo non è possibile né vero. Ho appena ventun anni; due genitori che mi hanno dato affetto ed educazione; e una donna che amo e che ricambia il mio sentimento - eppure, un giorno, la vita si premurerà di separarci. Quando ciascuno dovrà partire in cerca del proprio cammino, del proprio destino, del proprio modo di incontrare la morte. Per la nostra famiglia oggi è il 14 luglio 1099. Per la famiglia di Yakob, l’amico d’infanzia con il quale ho giocato nelle stradine di questa città – Gerusalemme – siamo nel 4859: Yak adora affermare che la religione ebraica è assai più antica di quella praticata da noi.
 

Per il venerabile Ibn al-Athir, che ha trascorso l’esistenza sforzandosi di compendiare una storia ormai giunta all’epilogo, sta per concludersi l’anno 492. Non siamo d’accordo né sulle date né sul modo di adorare Dio ma, per quanto riguarda il resto, la convivenza può dirsi davvero buona. Una settimana fa, i comandanti militari della piazza hanno preso coscienza del fatto che le truppe francesi sono infinitamente superiori e meglio equipaggiate delle nostre armate. A tutti è stata offerta una scelta: abbandonare la città, oppure combattere fino alla morte – non esiste alcun dubbio sulla nostra sconfitta. La maggioranza della gente ha deciso di restare. In questo momento, i mussulmani si sono radunati nella moschea di Al-Aqsa; gli ebrei hanno deciso di concentrare i soldati nei pressi del Mihrab Dawud; mentre i cristiani, sparpagliati in vari quartieri, hanno avuto l’incarico di difendere il settore meridionale della città.

Oltre le mura, possiamo già scorgere le torri d’assalto, costruite con il legno di navi disarmate per questa necessità. Il movimento delle truppe nemiche, lascia intendere che l’attacco avverrà domani mattina: sarà versato sangue in nome del papa, della “liberazione” della città, dei “desideri divini”. Oggi pomeriggio, nel vestibolo prospiciente il quale un millennio or sono il prefetto romano Ponzio Pilato consegnò Gesù Cristo alla folla – e, di fatto, lo avviò alla crocifissione –, un gruppo di uomini e donne ha incontrato il Copto, un greco conosciuto con questo soprannome. Il Copto è un tipo strano. Ancora adolescente, ha deciso di lasciare Atene, la sua città natale, in cerca di ricchezze e avventure. Dopo innumerevoli peripezie, smagrito e affamato, ha bussato a una porta della nostra città, dove è stato accolto e rifocillato. Pian piano, ha abbandonato l’idea di proseguire il viaggio, decidendo di stabilirsi qui.

Ha trovato lavoro presso una bottega di ciabattino e – proprio come il venerabile Ibn al-Athir – ha cominciato ad annotare tutto ciò che vedeva e udiva a futura memoria. Non si è avvicinato ad alcuna fede religiosa, e nessuno ha tentato di convincerlo a farlo. Per lui, non siamo né nel 1099 né nel 4859 né, tanto meno, alla fine dell’anno 492. Il Copto crede unicamente nel presente e in qualcosa che indentifica con il nome “Moira” – la divinità ignota, il fato, l’Energia Divina responsabile dell’unica legge che non può essere trasgredita, pena la scomparsa del mondo. Accanto al Copto c’erano i patriarchi delle tre religioni che affondano le loro radici a Gerusalemme. Sino al termine dell’incontro, tutte le autorità di governo erano irraggiungibili, impegnate negli ultimi preparativi per la difesa della città – una resistenza che la gente reputa inutile.

“Molti secoli fa, in questa piazza venne giudicato un uomo, che fu consegnato a una condanna già decisa,” ha esordito il Copto. “Nella strada che si apre sulla destra, mentre andava incontro alla morte, egli passò davanti a un gruppo di donne. Allorché si accorse che piangevano, disse: ‘Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli.’ Profetizzava quello che sta accadendo ora. A partire da domani, ciò che era armonia si trasformerà in discordia. Ciò che era gioia sarà sostituito dal lutto. Ciò che era pace diverrà una guerra che si protrarrà per un futuro così lungo che è pressoché impossibile immaginarne la fine.”

Nessuno ha replicato, giacché neppure uno dei presenti conosceva esattamente il motivo per cui quell’individuo era lì. Saremmo stati costretti ad ascoltare un altro sermone sugli invasori, su quei guerrieri che si definivano “crociati”? Il Copto ha riflettuto sullo smarrimento che si era diffuso fra la folla. Poi, dopo un lungo silenzio, ha deciso di spiegare le sue affermazioni: “Anche se distruggono la città, non possono cancellare tutto ciò che quell’uomo ci ha insegnato. Ecco perché dobbiamo agire affinché la conoscenza che ci ha trasmesso non subisca il medesimo destino delle nostre mura, delle nostre case e delle nostre strade. “Ma che cos’è la conoscenza?”

Poiché nessuna voce si era levata in risposta, ha proseguito: “Non è qualcosa che conduce alla verità assoluta sulla vita e sulla morte, bensì quello che ci aiuta ad affrontare le sfide della vita quotidiana. Non è l’erudizione che deriva dai libri, la quale fomenta unicamente vane dispute intorno a ciò che è accaduto o che accadrà, bensì la saggezza che dimora nel cuore di uomini e donne di buona volontà.” Dopo un attimo, il Copto ha aggiunto: “Io sono un erudito e ho trascorso molti anni scovando antichi reperti, classificando oggetti, annotando date e discutendo di politica, eppure non so davvero come spiegarvi cos’è la conoscenza.

In questo momento, posso soltanto chiedere all’Energia Divina di purificare il mio cuore. Voi mi porrete le domande, e io risponderò. Nella Grecia arcaica, era questo il modo nel quale i maestri apprendevano e miglioravano se stessi: i discepoli li interrogavano su un argomento che non avevano mai affrontato, e loro erano obbligati a riflettere su di esso per rispondere.” “Ma... come potremo far tesoro delle risposte e trarne degli insegnamenti?” ha domandato un uomo. “Alcuni trascriveranno le mie parole. Altri le scolpiranno nelle loro menti. Comunque, è importante che già stasera siate in grado di partire verso i quattro angoli del mondo, per divulgare ciò che avete udito. Così, Gerusalemme sarà preservata nella sua anima e nella sua essenza. E un giorno potremo ricostruirla non solo come città, ma anche come il luogo dove si concentra la saggezza universale, il luogo sul quale la pace tornerà a regnare.”

“Ma... siamo tutti a conoscenza del destino che ci attende domani,” ha commentato un altro individuo. “Non sarebbe meglio se discutessimo un modo di negoziare la pace, o se decidessimo le strategie di combattimento?” Dopo aver osservato i religiosi al suo fianco, il Copto si è rivolto di nuovo alla folla. “Nessuno può sapere davvero ciò che ci riserva il domani, giacché ogni giorno possiede una parte di male e una parte di bene. È per questo che, quando porrete le vostre domande, dovete dimenticare le truppe nemiche accampate fuori dalle mura e la paura che regna nelle vie della città. Il nostro compito non è raccontare a coloro che abiteranno la terra gli accadimenti di oggi – sarà un’incombenza della storia, questa. Noi dovremo tramandare ai posteri le ambasce della vita quotidiana, le difficoltà che siamo stati costretti ad affrontare: sono le sole informazioni degne di essere consegnate al futuro, perché non credo che molte cose cambieranno nei prossimi mille anni.”


Copyright
© 2012 Bompiani/RCS Libri SpA
© 2012 by Paulo Coelho Published by arrangements with Sant Jordi Asociados, Agencia Literaria, S.L.U., Barcelona, España.


Mercoledì 19 Settembre 2012 - 12:35
Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 Settembre - 17:14

Paola, la prima italiana comandante di un Jumbo

La Stampa

È friulana e ha 36 anni. I genitori: si è innamorata del volo guardando Top Gun
luigi grassia


Cattura
L’anno 2012 si avvia a chiudersi anche con qualche buona notizia (per fortuna). E fra queste c’è da registrare la caduta di un altro tabù femminile: per la prima volta in Italia una donna diventa comandante di un Jumbo Jet, il gigante dei cieli Boeing 747. La donna ai comandi di questo peso massimo è la trentaseienne Paola Gini, una friulana di Torviscosa (Udine), che lavora come pilota civile da dodici anni e ha raggiunto il top volando con la compagnia lussemburghese Cargolux.

Paola Gini è al momento fra le pochissime donne al mondo a comandare i Jumbo. La sua biografia registra un tranquillo diploma al liceo scientifico di Latisana (Udine), poi una progressione fenomenale: brevetto da pilota alla Scuola di volo di Sandford, in Florida, quindi la conversione dei brevetti americani in Italia, dove ha conseguito quelli per cargo e passeggeri alla Scuola di volo dell’Alitalia, oltre all’abilitazione per il Dornier 328 di Minerva, per i 320-321 di Volare, per il 747-200 Jumbo della Ocean Air Lines, per il 767 per Blu Panorama e un anno e mezzo fa per il 747-400. Recentissima (di qualche settimana fa) la promozione a comandante del Jumbo.
Il suo curriculum di pilota vanta più di 8000 ore di volo su velivoli passeggeri e merci.

Volare per la Cargolux la porta in Asia Orientale, negli Emirati Arabi e in Nord e Sud America. Perciò non è facile contattarla. Ieri al cellulare non siamo riusciti a trovarla, e a casa sua non c’era certezza su dove si trovasse: il padre Carlo diceva «è a Hong Kong», la madre Eda Nobile «è a Osaka», ma c’era consenso fra i genitori sul fatto che per oggi fosse prevista una tappa a Baku (Azerbaigian). Come è nato l’amore per gli aerei? Dice papà Carlo al telefono: «Mi ricordo che il primo interesse si è manifestato per Tom Cruise nel film Top Gun, ma io non l’avevo presa sul serio. Poi si è appassionata ancora di più quando siamo emigrati in Congo» (Carlo Gini si è spostato qua e là nel mondo con la famiglia, lavorando per varie aziende petrolifere) «dove Paola ha cominciato a fare qualche ora di volo».

Che ne pensa la mamma? «È una soddisfazione meravigliosa» risponde Eda Nobile, «mia figlia fa quello che ha sempre voluto. E Paola ci ha detto: “Mamma, papà, grazie a voi guardate dove sono arrivata”». La signora Nobile è ancora più orgogliosa perché, dice, «Paola non è figlia d’arte», cioè non ha trovato una rotta già tracciata, «ha seguito la sua passione» e nient’altro che quella.
Ancora papà Carlo racconta: «Paola è molto riservata, non vorrebbe che si parlasse troppo di quello che fa. Ma ha raccolto un libro di fotografie e di ricordi, un libro in un’unica copia per me e per la mamma».

Per quanto riservata, Paola non si è tirata indietro quando, qualche giorno fa, il municipio di Torviscosa ha festeggiato la sua promozione a comandante di Jumbo. E il rilievo della notizia non è solo locale: nell’accesso alle professioni ci sono state tante prime volte per le donne, e ogni volta che una barriera è caduta il mondo è cambiato in meglio per sempre. Un ricordo personale: l’aereo atterra e la hostess, con voce maliziosamente complice, dice all’interfono «informiamo i signori passeggeri che l’aereo è stato pilotato da una donna». I passeggeri, e anche le passeggere, stanno al gioco e accolgono la notizia con un brusìo che non si sa se sia di compiacimento o di finto (o vero?) sollievo per lo scampato pericolo. Acqua passata e strapassata, scherzetti come questi sugli aerei non si fanno più.

I segreti sul nucleare passati ai cinesi” Francia, spy story all’ombra dell’Eliseo

La Stampa

Il boss di Edf finisce sotto inchiesta per un misterioso accordo firmato con Pechino per la realizzazione di reattore di «terza generazione»

alberto mattioli
corrispondente da parigi


Cattura
Gli ingredienti per una ghiotta spy story industriale ci sono tutti: le centrali nucleari «made in France» e la loro tecnologia d’avanguardia, un grande manager pubblico poco amato all’Eliseo, i giornalisti che scoprono gli altarini del potere, una sindacalista ficcanaso che viene pestata come avvertimento e naturalmente i soliti cinesi avidi dei segreti atomici francesi. Ed è subito giallo, e non solo perché c’è di mezzo Pechino. Tutto comincia dalle rivelazioni del «Canard enchaîné», il settimanale meglio informato su fatti e soprattutto misfatti della classe dirigente di Parigi.

Il «Canard» mette il becco in casa Edf, il gigante pubblico dell’elettricità (156 mila impiegati, 65,3 miliardi di fatturato) e rivela che l’Ispettorato generale delle Finanze, formato da alti funzionari del relativo ministero, sta indagando su un misterioso accordo firmato nel novembre 2011 da Henri Proglio, boss di Edf, con la Cgnpc, la China Guangdong Nuclear Power Company. Oggetto: la realizzazione in Cina di un nuovo reattore nucleare di tipo Epr.

Con due stranezze: non sono chiari i termini del trasferimento di know-how ai cinesi e, misteriosamente, all’accordo non è associato l’altro colosso del nucleare francese, Areva (47 mila dipendenti, 8,8 miliardi di fatturato), cosa tanto più strana perché è Areva che costruisce le centrali: Edf si limita a sfruttarle. Fatto sta che l’11 aprile scorso il Comitato strategico di Edf boccia l’accordo. Di più: interviene l’Agenzia delle partecipazioni di Stato e di conseguenza il 18 aprile, pochi giorni prima delle elezioni, il ministro sarkozysta dell’Economia, François Baroin, lo blocca.

Nel frattempo, Edf ridiscute con i cinesi includendo stavolta anche Areva. Il risultato è un accordo a tre, i due francesi e la Cgnpc, firmato il 19 ottobre ad Avignone, per sviluppare insieme un nuovo reattore da mille megawatt. Questo è il poco che se ne sa, perché alla firma, cui non era presente alcun ministro, non segue il rituale comunicato né alcuno spiega a quali tecnologie abbiano accesso i cinesi e in cambio di cosa.

Una sindacalista di Areva, Maureen Kearney, comincia a insistere per saperne di più. Minaccia azioni legali, contatta ministri e deputati, allerta la stampa. Il 17 dicembre, a casa sua, viene assalita, legata, minacciata e infine i misteriosi aggressori se ne vanno disegnandole addosso una «A». A come Areva? Sembra troppo facile, quasi una manipolazione. Gli inquirenti non parlano, i legali di Areva sì e minacciano querele a chiunque metta in relazione il fattaccio con il dossier cinese. Il mistero, per ora, resta.

Finché mercoledì il «Canard» fa esplodere la bomba. Di inchieste su Proglio ce ne sarebbero addirittura due: una delle Finanze, che vogliono sapere se davvero, nell’accordo originale, era previsto di consegnare ai cinesi «i codici di calcolo francesi riservati», «gli strumenti di simulazione» e l’accesso al segreto «centro di crisi di Edf» e alla sua non meno segreta «documentazione operativa». L’altra dei servizi segreti, che indagherebbero «sulla natura dei legami fra i dirigenti Edf e i loro partner cinesi».

Ieri Edf ha contrattaccato con un’intervista di Hervé Machenaud, direttore di produzione. Machenaud ha spiegato che il primo accordo a due era una semplice bozza, che nessuno ha voluto escludere Areva e che l’accordo, almeno quello nuovo, non mette in pericolo i segreti atomici francesi. Resta il fatto che l’inchista c’è e anzi al ministero dell’Economia si vuole «fare il bilancio» delle relazioni pericolose con i cinesi. Proglio, chirachiano storico folgorato sulla via di Sarkozy, non è per nulla amato da Hollande. Il suo mandato scade nel ‘14. Molti, anche all’Eliseo, dicono che sia molto improbabile che ci arrivi. 

Lance Armstrong rinuncia a difendersi Cancellati i suoi 7 Tour de France vinti

La Stampa

L’ex campione americano aveva tempo fino a ieri per cercare di contrastare in appello la durissima sentenza dell’Uci. Ora anche il Cio gli chiederà di restituire il bronzo olimpico conquistato nella crono
dei Giochi di Sydney 2000


giorgio viberti


Cattura
Lance Armstrong, ex campione statunitense di ciclismo, ha deciso di non presentare ricorso al Tas (Tribunale arbitrale dello Sport) contro la sanzione dell’Uci (Federazione ciclistica internazionale) che lo priva tra l’altro delle sette vittorie consecutive nel Tour de France (dal 1999 al 2005). Il tempo a disposizione dell’ex corridore americano - 21 giorni - è infatti scaduto. Armstrong perde così tutte le vittorie che aveva ottenuto dal 1° agosto 1998 e viene radiato a vita dallo sport mondiale. 

La pesantissima squalifica ai danni dell’ex fuoriclasse statunitense era scattata lo scorso 22 ottobre, dopo che l’Uci aveva analizzato il dossier raccolto dall’Usada, l’agenzia antidoping degli Stati Uniti, nel quale - in base a decine di testimonianze di ex gregari di Armstrong - veniva dimostrato l’uso sistematico di eritropoietina, anabolizzanti, trasfusioni di sangue e altri farmaci proibiti da parte del texano e dei suoi compagni di team, in quella che è stata definita «la più grande e sistematica truffa di squadra mai realizzata nel mondo dello sport». Il Comitato Olimpico Internazionale (Cio), dopo aver preso atto del mancato ricorso di Armstrong, gli chiederà la restituzione anche della medaglia di bronzo conquistata nella cronometro alle Olimpiadi di Sydney 2000.


Ecco l’elenco delle vittorie tolte a Lance Armstrong


1998
1a tappa Giro di Lussemburgo (Lus)
Classifica Generale Giro di Lussemburgo (Lus)
Classifica Generale Rheinland-Pfalz Rundfahrt (Ger) 
1999
4a tappa Circuit Cycliste Sarthe, Mulsanne (Fra) 
Prologo Critérium du Dauphiné, Autun (Fra) 
4a tappa Route du Sud, Plateau de Beille (Fra) 
Prologo Tour de France, Le Puy-du-Fou (Fra) 
8a tappa Tour de France, Metz (Fra) 
9a tappa Tour de France, Sestrière (Fra) 
19a tappa Tour de France, Futuroscope (Fra) 
Classifica Generale Tour de France, Paris-Champs Elysées (Fra) 
Boxmeer, Criterium (Ola) 
Profronde van Heerlen (Ola) 
Draai van de Kaai (Ola) 
2000
Gp Eddy Merckx (Bel) con Viatcheslav Ekimov (Rus) 
3a tappa Critérium du Dauphiné, Saint-Chamond (Fra) 
19a tappa Tour de France, Mulhouse (Fra) 
Classifica Generale Tour de France, Paris-Champs Elysées (Fra) 
Gp des Nations (Fra) 
2001
1a tappa Tour di Svizzera, Rust (Svi) 
8a tappa Tour di Svizzera, Crans Montana (Svi) 
Classifica Generale Tour di Svizzera (Svi) 
10a tappa Tour de France, Alpe d’Huez (Fra) 
11a tappa Tour de France, Chamrousse (Fra) 
13a tappa Tour de France, Saint Lary Soulan (Fra) 
18a tappa Tour de France, Saint Amand Montrond (Fra) 
Classifica Generale Tour de France, Parigi (Fra) 
2002
City Night Rhede (Ger) 
Classifica Generale Gp du Midi-Libre (Fra) 
6a tappa Critérium du Dauphiné, Morzine-Avoriaz (Fra) 
Classifica Generale Critérium du Dauphiné (Fra) 
Prologo Tour de France, Luxembourg (Lus) 
11a tappa Tour de France, La Mongie (Fra) 
12a tappa Tour de France, Plateau de Beille (Fra) 
19a tappa Tour de France, Macon (Fra) 
Classifica Generale Tour de France (Fra) 
Profronde van Stiphout (Ola) 
2003
Grazer Altstadt Kriterium (Aut) 
3a tappa Critérium du Dauphiné, Saint-Heand (Fra) 
Classifica Generale Critérium du Dauphiné (Fra) 
4a tappa Tour de France, cronosquadre a Saint-Dizier (Fra)
15a tappa Tour de France, Luz Ardiden (Fra) 
Classifica Generale Tour de France (Fra) 
2004
4a tappa Volta ao Algarve, Tavira (Pot) 
3a tappa Tour di Georgia, Rome (Usa) 
4a tappa Tour di Georgia, Rome (Usa) 
Classifica Generale Tour di Georgia (Usa) 
5a tappa Tour du Languedoc-Rousillon, Sète (Fra) 
4a tappa Tour de France, cronosquadre a Arras (Fra)
13a tappa Tour de France, Plateau de Beille (Fra) 
15a tappa Tour de France, Villard-de-Lans (Fra) 
16a tappa Tour de France, Alpe d’Huez (Fra) 
17a tappa Tour de France, Le Grand Bornand (Fra) 
19a tappa Tour de France, Besancon (Fra) 
Classifica Generale Tour de France (Fra) 
Profronde van Stiphout (Ola) 
Woodland Hills, ciclocross (Usa) 
2005
Classifica a punti Critérium du Dauphiné (Fra) 
1a tappa Tour de France, Noirmoutier-en-l’Ile (Fra) 
4a tappa Tour de France, cronosquadre a Blois (Fra)
20a tappa Tour de France, Saint Etienne (Fra) 
Classifica Generale Tour de France (Fra) 
2009
Nevada City Classic, Nevada City (Usa) 
4a tappa Tour de France, cronosquadre a Montpellier (Fra)

Per le persone “normali” l’assegno mensile è di 450 euro

La Stampa

La cifra dipende dal reddito di entrambi, dal tenore di vita e dalle proprietà

maria corbi
Roma


Cattura
Nel club delle prime mogli Ivana Trump spiegava come farsi una ragione della fine di un amore: «Non prendertela, prendigli tutto!». Una specie di manuale per divorzi a cinque stelle dedicato a mogli che non perdonano. Vedi Veronica Lario, balzata in un lampo in vetta alle classifiche delle consorti più remunerate dalla storia. Ed è in buona compagnia soprattutto oltreoceano, negli Stati Uniti, dove si divorzia velocemente ma a molti zeri.

Per lasciare la seconda moglie Anna Maria Torv nel 1999, dopo 32 anni di matrimonio, il tycoon Rupert Murdoch pare abbia dovuto sborsare 1,7 miliardi di dollari in assett e 110 milioni in denaro. A Michael Douglas il divorzio dalla prima moglie, Diandra, è costato 45 milioni di dollari (più di 33 milioni di euro). Michael Jordan, il più grande cestista di tutti i tempi,è stato costretto a versare a Juanita 168 milioni di dollari.

Steven Spielberg, ha dovuto pagare a Amy Irving 100 milioni di dollari. Harrison Ford ha firmato un assegno da 85 milioni di dollari a Melissa Mathison. Ma la lista è lunghissima. In europa Paul McCartney ha versato 49 milioni di euro di buonuscita a Heather Mills.In Russia Roman Abramovich si è accordato con l’ormai ex moglie Irina per 300 milioni di dollari. E quando la ricca è lei le cose non cambiano: 70 milioni di euro sono andati a Guy Richie, regista ormai ex marito della rock star Madonna. In Italia Adua Veroni, lasciata da Luciano Pavarotti per Nicoletta Mantovani, avrebbe incassato beni per circa 200 miliardi di lire.

Storie che nulla hanno a che vedere con la realtà delle persone «normali» fotografata dall’Istat dove l’assegno mensile corrisposto, in Italia, al coniuge economicamente più debole è in media di 450 euro. Cifra che sale con il crescere delle disponibilità economiche. «Laddove c’è la concorrenza di entrambi i genitori al mantenimento dei figli, si vedono provvedimenti con assegni mensili dai 1.000 ai 4.000 euro mensili, solo una percentuale del 10 per cento prevede un assegno superiore», spiega Adriana Boscagli, avvocato matrimonialista di molti vip.

«Alla cifra concorre il reddito di entrambi, il tenore di vita, la disponibilità di case o altri privilegi per vacanze, gli aspetti patrimoniali. E concorre anche la permanenza e la effettiva disponibilità di tempo dei rispettivi genitori con i figli. Nel caso di questa sentenza ha concorso evidentemente un patrimonio importante e uno stile di vita molto elevato. Ma sarei curiosa di leggere le valutazioni e considerazioni del Tribunale per arrivare alla determinazione di questo quantum. Evidentemente ha concorso il patrimonio rimasto a una sola delle parti».

Annamaria Bernardini De Pace, anche lei nella top ten delle avvocatesse divorziste, non ricorda «persone ricche come Berlusconi che siano andate avanti nella causa fino alla separazione giudiziale e, conoscendo i giudici della Nona sezione, credo che il calcolo sia stato rigoroso». 100 mila euro al giorno, 3 milioni a mese, 36 milioni l’anno. Un calcolo che fa certamente impressione. 

Separazione “d’oro” Silvio pensa al ricorso ma solo dopo il voto

La Stampa

Il Cavaliere dovrà versare 3 milioni al mese a Veronica

paolo colonnello
milano


Cattura
Quando la mattina del 24 dicembre, vigilia di Natale, i giudici della nona sezione civile del tribunale di Milano, in gran segreto, hanno depositato in cancelleria la minuta della sentenza sulla causa di separazione tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario, per i legali del Cavaliere non si è trattato precisamente del regalo natalizio che si sarebbero aspettati. Decidendo di obbligare Berlusconi a versare un assegno (lordo) di tre milioni di euro al mese (100 mila euro al giorno, 36 milioni all’anno), i giudici hanno infatti chiuso 25 anni di matrimonio consegnando la palma della vittoria alla ex moglie Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario e alla sua legale, Maria Cristina Morelli. I giudici hanno accolto in pratica buona parte delle loro richieste. 

È vero, il contentino per Berlusconi sarà continuare a rimanere proprietario di Villa Belvedere a Macherio – valore stimato 78 milioni – e di non vedere intaccato il proprio impero societario a favore dei figli di Veronica, come invece avrebbe voluto la sua ex moglie. Inoltre, rispetto alle richieste iniziali di 43 milioni di euro all’anno più le spese per Macherio, lo sconto è pur sempre di 7 milioni. Ma si tratta di ben magre consolazioni, visto che all’ex premier rimane la prospettiva di dover staccare per anni un assegno mensile di tutto rispetto, tenendosi a carico anche il costo di mantenimento della piccola Versailles brianzola, per anni «buen ritiro» di Veronica, alla modica cifra di un milione e 800 mila euro all’anno. E poi, com’è noto, l’ex premier ha sempre preferito Arcore per gli scenari della sua carriera: imprenditoriale, politica e «sentimentale». 

Squittiscono infatti le «Olgettine» - vedi Marystelle Polanco, tra le prime a (male)interpretare la sentenza come un gesto di generosità del Cavaliere - che rivendicano la morigeratezza del loro attuale stipendio di circa 2.500 euro al mese, poco più di mezz’ora della nuova vita della signora Lario. La vera questione è proprio questa: che si tratta comunque di una separazione non consensuale, e cioè che tra le parti, rimaste in trattativa per mesi, non è stato trovato un accordo se non quello della rinuncia a chiedere «l’addebito per colpa» dell’uno nei confronti dell’altro.

Un punto a favore del Cavaliere dal sapore «politico» visto che in questo modo guadagna una sorta di «condono tombale» sui suoi comportamenti extraconiugali, utile come lasciapassare preelettorale a fianco della sua «nuova» fidanzata, Francesca Pascale. Ma non sufficiente per chiudere la partita nel migliore dei modi. Da qui, il necessario intervento dell’autorità giudiziaria, cosa che Berlusconi avrebbe preferito evitare, visto che la sentenza, di circa 20 pagine, lo penalizza costringendolo a pagare ben più dei 300 mila euro al mese oltre a 7 milioni lordi all’anno proposti l’anno scorso nell’ultima offerta conosciuta. 

Perciò, come in tutte le cause di separazione, se una delle parti gode, l’altra rosica. Tacciono quindi gli avvocati di Berlusconi, i fratelli Niccolò e Ippolita Ghedini insieme a Cristina Rossello. Tanto che ieri hanno negato qualsiasi commento: segno che forse non è finita qua e la sentenza, arrivata al termine di un contenzioso durato tre anni, essendo pur sempre di primo grado, potrebbe essere impugnata in Appello. I tempi potrebbero essere larghi e consentire lo svolgimento delle elezioni prima di arrivare a un’iniziativa che inevitabilmente creerebbe scalpore. Se una delle due parti notificherà la sentenza all’altro, l’appello andrebbe fatto entro 30 giorni. Se invece verranno attesi i depositi della cancelleria, i mesi diventerebbero 6. 

YouTube e il giallo dei click scomparsi

La Stampa

In una notte cancellate due miliardi di visualizzazioni ai «big» del pop, da Rihanna a Bieber: «Erano false» Le major del disco smentiscono, ma ora tremano anche gli italiani

giuseppe bottero
torino


Cattura
Un giallo di Natale, con tutti i protagonisti: la bella rapper, i «cattivissimi» della major, i duri e puri della Rete. Sembra la trama di un film, è la cronaca della guerra che si sta combattendo sul web tra i colossi della musica e il sito di condivisione video.

Parte tutto prima delle feste. In una notte, dai contatori di YouTube, spariscono due miliardi di visualizzazioni. Un colpo di spugna, probailmente partito dal quartier generale di San Bruno, California, che si abbatte sui filmati dei big mondiali della musica. La Universal, etichetta di Rihanna, Nicki Minaj e Justin Bieber, accusa il colpo più duro: oltre novecentomila click in meno, e tanti saluti alla corsa al primato storico di «Gangnam style», il tormentone del rapper sudcoreano Psy che, postato per la prima volta il 15 luglio scorso, ha sfondato quota un miliardo. Spariscono anche decine di video. Poi è la volta di Sony, casa di Alicia Keys, Rita Ora e Labrinth, che in un giorno vede sparire 850mila contatti. Ma dove sono finite le views? 

Secondo il «Daily Mail» i dirigenti di YouTube hanno stretto la morsa contro i «fake views», falsi utenti pagati dalle case discografiche che gonfierebbero il numero delle visualizzazioni per «spingere» i pezzi caricati sui canali ufficiali. Bugie, è la replica della major, che spiegano di aver diversificato la presenza sui social network: meno filmati sulla piattaforma di Google, più sui siti degli artisti.

A supportare la loro tesi arriva anche un report di Next Big Sound. Due milioni di filmati sono spariti perché si tratta di spamming, gli altri sarebbero video «morti», doppioni, impossibili da conteggiare. 
Ma non è finita. Sul blog di YouTube compare un comunicato duro e stringatissimo: «Nessun bug, nessuna migrazione. E’ stato un rafforzamento della nostra policy per i conteggio delle visualizzazioni». Insomma, uno «scudo anti-bot», i programmini automatici che imitano il comportamento di un utente umano falsando i numeri della Rete. Gli stessi- famigerati- tirati in ballo nel «caso Grillo». 

La mannaia ha risparmiato gli artisti italiani anche, scrive l’informatissimo «Hot mc», «diversi artisti pop di casa nostra avrebbero avuto qualche problemino». 

Le cariatidi Finocchiaro e Bindi cercano un restauro al Sud

Cristiano Gatti - Sab, 29/12/2012 - 07:40

Le due "vecchie volpi", che il Pd non vuole pensionare, in corsa alle primarie Anna a Taranto e Rosy a Reggio Calabria, feudi quasi blindati di Bersani

Le nobildonne del Pd ricominciano da capo. La Finocchiaro e la Bindi tornano a sporcarsi le mani, si rimettono in gioco come tremebonde apprendiste della politica.


Cattura
Loro, che fanno politica a tempo pieno dal Paleozoico della Repubblica, che ne hanno viste e ne hanno fatte di ogni, in senso buono, senza offesa. E chissà se è solo un caso che proprio il Paleozoico, nel frasario geologico, rappresenti l'Era Primaria. Caso o non caso, proprio da lì ripartono, dalle Primarie del Pd, sperando di non sparire una volta per tutte sotto i colpi di una nuova era. Week-end di fine anno e di fine legislatura, week-end di gara per le signore antiche del Pd: a termini di regolamento sarebbero pensionabili per sopraggiunto limite di legislature, ma Bersani le ha affettuosamente rigenerate, presentandole come nuove. Le eccezioni ci sono proprio perché la regola è ferrea, dicono, altrimenti non sarebbero eccezioni. Però c'è un però: bisogna prima passare la pre-selezione, questa consultazione della base che rischia di giocare brutti scherzi. O belli, a seconda dei punti di vista.

A scanso di questi scherzi, PierBersy s'è preso qualche precauzione: va bene la gara, ma per queste dame così fedeli del suo gineceo meglio predisporre una gara poco cruenta. Eccole così catapultate verso province dell'impero altrettanto fedeli. La Bindi a Reggio Calabria, dove Bersani nel derby con Renzi ha stravinto. La Finocchiaro a Taranto, in piena area Ilva, dove Bersani è ugualmente forte, e pazienza se al suo arrivo la catapultata ha dovuto prendersi un mezzo container di fischi dall'area calda della contestazione. Per la cronaca, entrambe le damigelle di Bersani non hanno tradito imbarazzi davanti alla prova brutale delle primarie. La Finocchiaro ha tenuto a precisare di aver chiesto personalmente la verifica popolare, ponendola addirittura come condizione: «Io non devo farmi perdonare niente. Ho lavorato molto. E bene. Sono un po' irritata perché io me ne volevo stare a casa, ma il partito ha detto che ha bisogno di me. Allora ho accettato, dicendo però che mi faccio le primarie».

Non le va di passare per quella che proprio non ce la fa senza la sedia a Roma. Chiarisce che accetta per puro spirito di servizio, e solo il cielo sa quanto sia sincera. Che poi sia finita a Taranto, in bocca agli operai esasperati, è solo pane per i suoi denti: come noto, la Finocchiaro porta i pantaloni più di tanti maschi, dentro il suo partito e pure fuori. L'altra amazzone, la zia Rosy, non ci ha nemmeno pensato di starsene a casa. La sola idea l'ha mandata in bestia. Posso avere duecento legislature alle spalle, ha detto, ma mi sento ancora fresca come una novizia. Porre un tetto ai mandati dei parlamentari le sembra un'idea idiota: che discorsi sono, se un politico ha sempre fatto bene e ha ancora tanto da dare, perché lasciarlo fuori. Ovviamente ne ha fatto una questione di principio, anche se poi per inciso la sua battaglia è servita pure a lei.

Così, per non privarsi della sua esperienza entusiasta, o del suo entusiasmo esperto, Bersani l'ha inserita tra le eccezioni. Però, prima, anche per lei l'esame della base. Rispetto alla Finocchiaro, la Bindi si sarebbe verosimilmente risparmiata lo stress di questo week-end, ma alla fine qualche regola e qualche ordine li sa incassare pure lei. Oltre tutto, Bersani non l'avrà magari inserita nel listone bloccato dei candidati a prescindere, ma comunque le ha riservato la corsia preferenziale di Reggio Calabria: quella direttrice autostradale è uno strazio per tutti, non per l'area Bersani. Lì gli uomini del segretario viaggiano alla grande. E per scaldare il motore, la Bindi si è così espressa nei warm-up della vigilia: «Ho accettato volentieri Reggio Calabria perché penso davvero che sia il Mezzogiorno la priorità del governo di centrosinistra».

Gran belle parole. Anche se è certo che ne avrebbe trovate di altrettanto toccanti in caso l'avessero catapultata a Udine, a Cuneo o a Cesena. Il Nord-Est, il Nord-Ovest, l'Appennino Tosco-Emiliano: tutte priorità.

Tapparelle giù e poche carezze Come salvare gli animali dai botti

Corriere della sera

Già un migliaio di ordinanze per fermare i fuochi. Gli animalisti ai Comuni: proibite i petardi, sono un pericolo

Cattura
MILANO - Contro il rito dei botti di fine anno, oltre un migliaio di ordinanze di sindaci, tanti appelli dalle associazioni animaliste e dal comune di Torino anche un no definitivo, stabilito dal nuovo regolamento di tutela degli animali. I sindaci snocciolano i numeri di morti e feriti lasciati sul campo nei festeggiamenti degli ultimi quattro anni (7 morti, 1.600 feriti di cui 333 bambini sotto i 12 anni), invitando a salutare il 2013 senza petardi, micce e miccette e trick e track. Gli animalisti chiedono rispetto per le popolazioni di selvatici e domestici, totalmente indifese contro i botti.

L'onorevole Michela Brambilla, a nome della Federazione italiana associazioni diritti animali, lancia un ultimo accorato appello ai Comuni che ancora non si sono espressi: «Vietateli, sono un pericolo per uomini e animali». Perché non seguire l'esempio di Venezia, Torino e Bari e decine di realtà più piccole, da Vado Ligure ad Agropoli, che come lo scorso anno riprovano a limitare i giochi pirotecnici con divieti e sanzioni? A Bologna l'ordinanza anti botti è in vigore già dalla vigilia di Natale e per il veglione in piazza Maggiore è stato bandito anche l'uso di bevande in contenitori di vetro e lattine.

Perché tra i tanti riti di passaggio all'anno nuovo non accontentarsi di un bacio sotto al vischio, di vestirsi di rosso, di mangiare lenticchie e uva passa? C'è una strage che si ripete ogni anno, impossibile da quantificare ma non per questo meno reale e drammatica: è quella tra i volatili. Tra gli animali selvatici, sono gli uccelli le prime vittime del primitivo rito dei fuochi sparati nel cielo per allontanare le forze del male nella notte di San Silvestro. «Trovano riparo e ristoro dal gelo dell'inverno nei giardini e nei cortili dei palazzi e, poi, rischiano di morire schiantandosi contro pali della luce, muri, vetri», spiega Massimo Vitturi, responsabile settore caccia e fauna selvatica della Lav.

Possono morire di crepacuore, come conigli, criceti e piccoli mammiferi che non sono in letargo. «Gli uccelli diurni la notte dormono su trespoli, grondaie e svegliati dai botti si danno alla fuga, come ogni preda, e sono facili vittime, perché non hanno una vista adattata all'oscurità - aggiunge Ermanno Giudici presidente Enpa nel capoluogo lombardo -. Ma accanto al danno immediato alla fauna selvatica, esiste un danno secondario che è quello degli incendi che un fuoco d'artificio può causare se sparato in luogo aperto dove ci sia poca neve e molto secco, anche in inverno».

A chi ancora non ha fatto scorta di petardi l'ex ministro Brambilla raccomanda: «Non rischiate di rovinarvi la festa, potrete spendere i vostri soldi per una causa migliore». Poi, conclude: «Dove i botti sono ancora permessi è importante prendere qualche precauzione per tutelare gli animali domestici, in genere più sensibili di noi ai rumori. Ci sono poche ma semplici regole da seguire». Raccolte in un vademecum sul sito www.nelcuore.org. Tra gli animali domestici è il cane quello più a rischio.

Perché «qualunque emozione umana che trapela sempre e comunque nelle nostre espressioni facciali, corporee e comportamentali - spiega l'educatore cinofilo Daniele Mazzini - viene comunicata ai nostri animali, ed in particolare al cane». Una carezza, un gesto, una parola non servirà a rassicurarlo ma «a confermare quello stato d'ansia». In casa, bene ridurre l'evento acustico e luminoso causato dai fuochi. «Lasciate poi che l'animale s'infratti nei pertugi della casa. Non seguitelo né cercate di vedere cosa sta facendo. Già questo sarebbe indice della vostra ansia - conclude l'esperto -. Le nostre fobie vengono subito trasmesse e immagazzinate dall'animale come comportamento idoneo alla sopravvivenza».

Dal veterinario, infine, un consiglio: «Non lasciateli soli, neppure in casa - dice Cinzia Cortelezzi -. E se per i botti vanno letteralmente nel panico, esistono anche rimedi omeopatici, parafarmaci per cani e gatti che sono l'equivalente di una tisana calmante per noi, i fiori di Bach come antistress fino a farmaci che richiedono la ricetta dello specialista per i casi estremi».
Paola D'Amico

Paola D'Amico
29 dicembre 2012 | 8:33