martedì 25 dicembre 2012

Il delirio del Codacons contro i nostri marò

Libero

L'associazione dei consumatori critica "lo sperpero di denaro pubblico" impiegato per riportare in Italia Latorre e Girone per le feste di Natale

di Mario Giordano


Cattura
Adesso denunciano lo Stato perché ha portato a casa i due marò. Se non fosse una notizia, sarebbe una barzelletta: il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti contro le spese sostenute per far rientrare dall’India Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i militari italiani arrestati in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori. Secondo i guru dei consumatori si tratterebbe di «sperpero di denaro pubblico», esattamente come il rimborso del mojito al Trota e del lecca lecca al suo collega in Consiglio regionale.

Anche il volo aereo di rientro, per dire, a detta dell’associazione sarebbe giustificato quanto quello di Mastella (con figlio) a Monza per il famoso Gp. Ma insomma, si chiedono: com’è possibile che ai due militari non sia stato chiesto, come minimo, il prezzo del biglietto? (...) Mario Giordano, su Libero di lunedì 24 dicembre, vi dà conto del delirio del Codacons contro i nostri marò, i militari italiani accusati in India. L'associazione dei consumatori, infatti, critica quello che definisce "lo sperpero di denaro pubblico" che è stato speso per riportare nel Belpaese per le vacanze di Natale Latorre e Girone.

Adele brevetta il suo nome

La Stampa

La decisione della cantante per proteggersi dagli abusi commerciali


Cattura
Non ne poteva più di vedere il suo nome utilizzato impropriamente per profumi, gioielli, e altri oggetti messi in vendita. La cantante Adele, all'anagrafe Adele Laurie Blue Adkins, ha così deciso di brevettare il suo nome. A darne la notizia è "The Sun". Il suo nome ora sarà tutelato dall'ufficio britannico sulla proprietà intellettuale e, di conseguenza, sarà tutelata anche la sua immagine. In questa storia c'è anche una lato paradossale.

Forse troppo presa dall'emozione della nascita del figlio, avuto dalla relazione con il fidanzato Simon Konecki, o un po' distratta dai tanti riconoscimenti che continua a ricevere (l'ultimo in ordine di tempo "Arista dell'anno 2012" dall'Associated Press Entertainer), la cantante aveva dimenticato una registrazione un po' particolare: Adele, divenuta mamma il 18 ottobre scorso, si sarebbe dimenticata di registrare il figlio all'anagrafe. Nel Regno Unito la legge prevede infatti che i nascituri vengano registrati entro 42 giorni dalla nascita, pena una multa di circa 1200 euro. Di certo non un problema per chi, come lei, nel 2012 ha collezionatoquasi 10 milioni di copie vendute  in tutto mondo, un disco “21?, rimasto ben 71 settimane consecutive nella Top Ten britannica, oltre ad essere il più venduto di sempre.

Non uccidete Babbo Natale! I bimbi scoprono da soli che non esiste

La Stampa

Secondo gli esperti l’addio alla leggenda è spontaneo tra i 5 e i 7 anni, inutile anticiparlo: «Solo verso i 9 anni diventa un segnale di educazione incompleta»

roma


Cattura
Un mito che non sbiadisce quello di Babbo Natale, e come ogni anno molti genitori si chiedono: ma è giusto dire la verità ai propri figli, relegando nella soffitta della fantasia il proprietario di renne, slitta e laboratorio di giocattoli? Un dilemma sul quale sono state condotte addirittura ricerche psicologiche approfondite. «La risposta - riassume all’Adnkronos Salute Massimo Di Giannantonio, docente di Psichiatria all’università D’Annunzio di Chieti - non è univoca.

Sicuramente una discriminante valida è l’età». In genere, secondo gli esperti, il bambino realizza da solo e senza bisogno di una chiara presa di posizione dei genitori che il leggendario Santa Claus è appunto un’illusione fantastica, che non c’è un vecchietto in Lapponia in grado di far arrivare a destinazione nel tempo record di una notte i regali chiesti da miliardi di bimbi. Un’impresa più da supereroi che da uomini panciuti e in là con l’età.

L’addio a Babbo Natale avviene più o meno intorno ai 5-7 anni, concordano gli scienziati, perché fino ad allora i più piccoli sono sostenuti dal pensiero magico. Il consiglio dunque, continua Di Giannantonio è «non bruciare le tappe e lasciare che il rito dei regali che si materializzano sotto l’albero si ripeta. Il dibattito sul momento più giusto e sull’opportunità di sfrattare Babbo Natale è aperto. Si può però dire con certezza che bisogna porsi il problema di rivelare la non esistenza di Babbo Natale quando il bambino ha raggiunto un’età in cui diventa difficile continuare a credere senza incorrere nello scherno o nelle critiche dei propri compagni di giochi. Il rischio è che dietro questa ostinazione nel difendere il mito di Babbo Natale ci sia la voglia di rimanere ancorati alla fantasia, rimandando il confronto con la realtà». 

L’età spartiacque? Di Giannantonio spiega che «superati i 9 anni» la persistenza della magia di Babbo Natale «diventa un segnale di infantilizzazione, immaturità, educazione incompleta». Insomma, va bene «usare simboli nella sfera affettiva, ma con un timing preciso, facendo attenzione a quando la cosa è opportuna». Lo psichiatra definisce Babbo Natale «un referente simbolico interessante e utile a rafforzare l’atmosfera emotiva del Natale per il bambino e la sua famiglia». E il consiglio per i genitori è: «evitate bruschi scontri con la realtà. Non si mandano i sogni di un bimbo in frantumi soprattutto quando, fino a quel momento, si è fatto credere con grande intensità a una fantasmagorica figura di tipo trascendentale, metafisico e metapsicologico».

In altre parole tanto più il piccolo è attaccato alla figura di Babbo Natale, «tanto più il trauma di una brusca verità causerà contraccolpi a livello emozionale». Il suggerimento è dunque di usare «prudenza e morbidezza in questi casi». Se, invece, nell’ambiente familiare si è sempre dato poco peso al mito di Santa Claus «il trauma sarà minore. È comunque importante - conclude l’esperto - che i bimbi realizzino da soli qual è la verità. Nell’attesa, meglio non creare situazioni conflittuali in cui un genitore offre una visione realistica e l’altro prolunga il sogno di un mondo abitato da elfi, renne e un caro vecchietto carico di regali». 

Addio a Nakazawa, il re dei manga che raccontò la bomba di Hiroshima

La Stampa

L’autore del fumetto “Gen a piedi scalzi” aveva 73 anni, solo oggi i media giapponesi hanno dato la notizia della sua morte, avvenuta
lo scorso 19 dicembre


tokyo


Cattura
Il fumettista giapponese Keiji Nakazawa, autore del manga autobiografico sulla guerra e la bomba atomica su Hiroshima (“Gen di Hiroshima”, tradotto in italiano con “Gen a piedi scalzi”) è morto il 19 dicembre scorso all’età di 73 anni, ma la notizia è stata data dai media giapponesi solo questa mattina. Nato a Hiroshima, Nakazawa aveva sei anni quando nell’ agosto del 1945 gli americani sganciarono la prima bomba atomica sulla sua città, uccidendo circa 140.000 persone, tra cui suo padre, suo fratello e le sorelle. Come sua madre, che morì vent’anni dopo, Keiji Nakazaw fu colpito dalle radiazioni.

In “Gen di Hiroshima”, un manga pubblicato in diversi volumi e tradotto in oltre venti lingue, Nakazawa racconta come ha vissuto la guerra, la bomba e le sue conseguenze. «Le armi nucleari fanno paura, devo fare assolutamente tutto ciò che posso per far sì che la terra ne sia liberata», amava ripetere. «Il tesoro più importante dell’umanità è la pace - diceva - per questo voglio che i giovani leggano “Gen di Hiroshima” e riflettano sugli orrori della guerra e della bomba atomica». Questo manga, non privo di umorismo nonostante la gravità del soggetto, in Giappone è diventato anche un film. Nakazawa, a cui nel 2010 è stato diagnosticato un tumore, aveva smesso di disegnare nel 2009 a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Il biplano di D’Annunzio torna a “volare”

La Stampa


Restaurato a Torino l’aereo utilizzato nel 1918 per il “volo su Vienna”. Sarà esposto a Gardone Riviera (Brescia)

antonio lo campo


Cattura
Uno dei più celebri aeroplani, passato alla storia come il velivolo di Gabriele D’Annunzio, torna a splendere. Come nuovo. A rimetterlo “a lucido” è un gruppo di appassionati di aeronautica, da tempo molto attivi e impegnati nel recupero e restauro di velivoli storici. E così, grazie a intere giornate di lavoro, che li hanno visti impegnati nei mesi scorsi, i soci del GAVS (Gruppo Amici Velivoli Storici) di Torino, hanno restaurato il biplano SVA 10 esposto al Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera.

A bordo di questo fragile biposto, pilotato da Natale Palli, Gabriele d’Annunzio guidò l’87ª Squadriglia nell’epico “volo su Vienna” del 9 agosto 1918 (ma lo SVA è anche famoso per lo storico raid Roma-Tokyo compiuto nel 1920 da Arturo Ferrarin e Guido Masiero). Nelle scorse settimane il velivolo, all’epoca velocissimo ricognitore da oltre 200 chilometri orari, 8 metri di lunghezza, 9 di apertura alare, peso a vuoto di circa 900 chilogrammi, è stato risollevato nella sua abituale collocazione espositiva, sospeso nella cupola dell’auditorium del Vittoriale: «Ormai più di vent’anni fa – spiega Luciano Bertolo, del GAVS Torino – la nostra associazione aveva svolto altri due cicli di attività sullo SVA 10.

Nel 1988, con la sezione di Alessandria, era stata effettuata una radicale pulizia, piccole riparazioni ed interventi rigenerativi e conservativi sulle varie parti del velivolo». Altri cimeli del Vittoriale vennero già all’epoca ripristinati e successivamente esposti al pubblico, come il mirabile restauro del motore SPA 6A dello stesso velivolo SVA 10, di un rarissimo esemplare della avveniristica telebomba alata Guidoni-Crocco del 1918 e di varie altre parti staccate di aerei della prima Guerra Mondiale.

«E in quell’occasione, fu anche identificata l’esatta versione dell’aeroplano conservato al Vittoriale, un Ansaldo SVA 10 - ricorda Bertolo –. Il GAVS Torino tornò poi a Gardone Riviera nel 1989, per installare sullo storico velivolo le repliche di alcune parti mancanti copiate da un altro SVA, della simile versione 9, che nel frattempo era stato acquisito, negli Stati Uniti, dall’allora Aeritalia, oggi Alenia Aermacchi. In particolare furono montati i tiranti dei montanti alari, restituendo così al velivolo la corretta geometria delle ali.

Inoltre, venne smontato il serbatoio supplementare di liquido refrigerante presente sopra l’ala superiore». «Il particolare in rame, danneggiato ed incompleto, fu portato a Torino per subire un impegnativo processo di ripristino alla forma originale. Proprio per reinstallare questo serbatoio, il GAVS Torino ha recentemente proposto al Vittoriale degli Italiani di effettuare un ulteriore intervento conservativo sull’aereo, sospeso da ormai 23 anni nella cupola dell’Auditorium del complesso museale. Proposta subito accettata, con entusiasmo».

L’attività di restauro ha compreso anche il controllo dello stato generale del velivolo, la pulizia completa, piccole riparazioni ai guasti del tempo e l’applicazione di prodotti specifici per la conservazione. Nell’occasione è anche stata costruita ed installata la replica di una parte mancante della carenatura laterale in alluminio che caratterizza questo velivolo rispetto a tutti gli altri SVA costruiti. «E’ certamente un significativo passo avanti nella conservazione di uno dei più importanti cimeli della storia dell’aviazione italiana – conclude Bertolo –. Ora puntiamo a realizzare a Torino un centro espositivo per i nostri velivoli, una piccolo museo aeronautico arricchito dalla nostra vasta biblioteca sulla storia dell’aeronautica, un patrimonio che vorremmo condividere con la comunità locale».

Il GAVS Torino (sito web: www.gavs-torino.it), fondato nel 1985, è un’associazione senza fini di lucro impegnata nel recupero e nella salvaguardia del patrimonio storico aeronautico italiano. Nel corso degli anni ha operato su aerei di grande interesse storico, come il caccia SPAD VII del Museo Baracca di Lugo di Romagna, il caccia Ansaldo A1 Balilla di Antonio Locatelli del Museo del Risorgimento di Bergamo (esposto al Museo del Falegname di Almenno San Bartolomeo), il caccia FIAT G 55 Centauro esposto al Museo Storico dell’Aeronautica Militare ed il ricognitore americano L-5 Sentinel dello Sbarco in Normandia.

Attualmente il team torinese, composto da oltre trenta persone, svolge programmi di restauro statico “in proprio” su cimeli della storia dell’aviazione come l’addestratore FL.3 del Pioniere piemontese Francis Lombardi, un anfibio Piaggio P.136 ed un autogiro sperimentale degli anni ’60 costruito all’Aero Club Torino con la collaborazione del Politecnico.




fotogallery

Il GAVS Torino restaura l’aereo di d’Annunzio

Anonymous smaschera i pedofili su Twitter: scovato traffico foto di minori

Il Messaggero


Cattura
ROMA - Numerosi profili Twitter sospesi e una inchiesta per pedofilia in Usa: è il risultato di una campagna del collettivo hacker Anonymous, che ha violato una trentina di account del social network, scovando un traffico di foto di abusi su minori. Lo rivela la stampa specializzata.

Gli hacker di Anonymous: vogliamo fare pulizia.
«Non siamo contro Twitter perché ci sono dei pedofili che lo usano. Ma questa è la nostra comunità, vogliamo fare un pò di pulizia», sottolineano gli hacker.


Martedì 25 Dicembre 2012 - 11:01

Addio a Klugman, star americana della tv Il successo dalla «Strana coppia» a «Quincy»

Corriere della sera

Aveva 90 anni. Recitò anche al teatro e al cinema. Accanto a Henry Fonda nel film «La parola ai giurati»

Cattura
A renderlo celebre è stato, negli anni Settanta, il personaggio di Oscar Madison, cronista sportivo - disordinato, animoso, amante del poker e delle corse dei cavalli - della serie tv «La strana coppia». Nel decennio successivo interpretò quello di Quincy, medico legale dell'omonima serie, idealista, determinato e di principi. Due caratteri opposti che misurano la versatilità dell'attore che li interpretava, Jack Klugman, una delle più famose star americane della televisione. È morto a novanta anni, nella sua casa di Northridge, Califorinia.

Da tempo le sue condizioni di salute stavano peggiorando. «Per un po' è stato in convalescenza - ha detto il figlio Adam Klugman -. Se ne è andato all'improvviso e sereno». Accanto a lui la moglie. Nonostante avesse perso una corda vocale nel 1989, per via di un tumore alla gola, Klugman continuò a recitare. Nella sua vita non c'è stata soltanto la televisione: fece anche teatro e cinema. Famosa la sua apparizione in 12 Angry Man, regia di Sidney Lumet con Henry Fonda del 1957, tradotto in Italia con il titolo «La parola ai giurati».

I PERSONAGGI - Vincitore di tre Emmy e due Golden Globe, aveva dato forma, insieme a Tony Randall, a un duo tra i più memorabili della storia della televisione con «La strana coppia», la serie che lo lanciò. Basata sulla commedia teatrale di Neil Simon, e in onda negli Usa dal 1970 al 1975, racconta la vicende della coabitazione «forzata» di due uomini divorziati che condividono un appartamento, litigando praticamente su tutto.

Vinse il primo Emmy nel 1964 per un'apparizione in «The Defenders». Sia lui che Randall hanno ricevuto una nomination per ciascun anno della «Strana coppia»: Klugman ne ha vinti altri due, mel 1971 e nel 1973, Randall lo vinse nel 1975. Quattro nomination invece l'attore le ebbe per «Quincy». Il suo personaggio, che si chiamava appunto Quincy, era un medico legale che risolveva i casi più complicati e misteriosi di cui la polizia di Los Angeles non sapeva venire a capo, litigando spesso con colleghi e superiori e vedendo spesso le prove di un delitto quando gli altri vedevano solo una morte naturale.

LA VITA - Nonostante nella finzione la convivenza con Randall portasse a litigi infiniti, nella vita i due attori erano grandi amici. «Non riesco a immaginare un mondo senza di lui», disse Klugman nel 2004 quando il collega morì. Figlio di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti, con il suo personaggio Oscar Madison condivideva la passione per le corse dei cavalli. «La sola cosa veramente stupida che ho fatto nella mia vita è stata cominciare a fumare - ha detto nel 1996-. Vedere gente che fuma in televisione o nei film mi disgusta e mi fa molta rabbia: i bambini stanno guardando».

Redazione Online25 dicembre 2012 | 7:07

Tutti i miei buoni propositi dal congiuntivo al tetrapak

La Stampa

Punto per punto, Giacomo Poretti detta l’agenda per il cambiamento
giacomo poretti

Caro 2013, confesso che in questi giorni mi sono sentito molto italiano medio, io che normalmente sono un italiano piccolo, e lasciandomi trasportare dall’irrazionalità ho sognato e sperato la fine del mondo, mica una fine del mondo qualsiasi, ma una fine del mondo selettiva.


Cattura
Ho fantasticato un qualche sommovimento del pianeta che togliesse di mezzo i problemi irrisolvibili e ci lasciasse solo le cose belle, una qualche magia che eliminasse le persone insopportabili e graziato quelle intelligenti, tipo me. Mi sono immaginato un meteorite che cadendo su Palazzo Madama e Montecitorio colpisse alcuni banchi e lasciato indenni altri; oppure un’onda anomala che spazzasse via tutti vizi degli italiani, e che la risacca dopo il lavoro di pulizia, ci avesse consegnato solo persone di un alto spessore morale, tale e quale al mio per intenderci. Mi sono immaginato la fine del mondo come un drago sputa fuoco che con un’alitata incenerisse tutte le brutture del nostro Paese e lasciasse in piedi solo le cose belle: la mia casa.

Mi sono anche immaginato una fine del mondo che facesse sparire tutti gli scarpini delle squadre di calcio tranne la mia, così che l’Inter contro degli avversari costretti a giocare a piedi nudi ne avrebbe avuto giovamento.Che i Bund tedeschi avessero uno spread di 970 rispetto ai nostri titoli di Stato, così che i tedeschi dovessero pagare le tasse tutte le volte che bevevano una birra e tutte le volte che andavano in bagno a fare pipì. Mi sono immaginato che la nostra nazione non avesse un centesimo di debito e che tutte le volte che uscivi di casa ci fosse un funzionario di Equitalia davanti alla porta ad aspettarti e a dirti: «Signore torni pure a dormire, non c’è bisogno che lei oggi vada a lavorare, tenga questa busta. È per suo figlio». E che dentro ci fossero 100 euro. Un rimasuglio di diffidenza mi faceva guardare il biglietto da 100 in controluce, ma era tutto regolare.

Mi sono perfino spinto a immaginare una fine del mondo che togliesse di mezzo tutti i telefonini e computer, e così uno se voleva fare gli auguri di Natale non poteva fare invio multiplo dal suo sistema Sms, doveva prendere carta e penna o andare direttamente a casa del destinatario: non avremmo più passato le feste di Natale a rispondere a tutti i messaggi. Che risveglio faticoso. Non solo il mondo non è finito, ma si è preso gioco di noi lasciandoci qua con tutti i problemi irrisolti, perché il mondo vuole che siamo noi a risolverli, perché il mondo si aspetta da noi creatività... Insomma se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo cominciare da noi stessi. Ci toccherà ripartire più modestamente con i buoni propositi di fine anno (speravamo vigliaccamente che quelli espressi in settembre e mai messi in pratica fossero inceneriti dalla profezia Maya e invece stanno ancora lì segnati sull’agenda a ricordarci quanto poco carattere possediamo).

Alla luce degli insuccessi forse dovremo riformulare gli obbiettivi, pretendere meno da noi stessi essere più realisti insomma: «Basta carne e proteine animali», potrebbe essere trasformato in «Solo un quarto di fassone piemontese alla settimana»; oppure «Faccio gli addominali tutti i giorni» potrebbe diventare più saggiamente «Li faccio solo al cambio di stagione». Quasi impossibile da attuare invece «Da gennaio leggo tutto Dostoevskij» o «Imparo a memoria l’Inferno di Dante», per non parlare di «Entro il prossimo Natale imparo il latino»: sembra più difficile che vincere il Tour de France senza additivi chimici. Dovremmo invece gettare la spugna con «Voglio capire finalmente quando si usa il congiuntivo».

Ma l’essere umano in generale, e pur anche il medio e il piccolo italiano, sono fatti per sfide più grandi, sono fatti per qualche cosa che rasenta l’Infinito, e quando il calendario volge al termine il piccolo e medio italiano si sente in grado di promettere cose importanti. Perché da gennaio non ci proponiamo un decalogo di quelli veramente tosti? Di quelli in grado di trasformarci dentro?

Io ho osato tantissimo, eccolo:
1. Da gennaio chiunque incontro sull’ascensore lo saluto, anche se è Marchisio o Franco Fiorito.
2. Alla prossima assemblea di condominio non insulto il presidente di turno anche se mi farà rimuovere la bicicletta dal pianerottolo.
3. Cercherò di ricordarmi che i contenitori di tetrapak vanno nella carta e non nella plastica.
4. Da gennaio lascerò esporre tutto il pensiero fino in fondo e non interromperò mai il mio interlocutore, anche se è Vittorio Sgarbi; anche se è impossibile interrompere Sgarbi.
5. Da gennaio non mi incazzerò se Sgarbi mi interromperà. 
6. Forse.
7. Da gennaio voglio studiare e approfondire i punti di vista che normalmente detesto, ma solo fino a dopo l’Epifania, perchè poi dovrò iniziare a leggere Dostoevskij.
8. Da gennaio correrò almeno mezz’ora due volte alla settimana.
9. Da gennaio inventerò una storia nuova per mio figlio quando deve addormentarsi: dice che arrivati alla 457esima puntata degli squaletti balordi si annoia e non riesce a prendere sonno.
10. E per finire, come dice una canzone di Van Morrison, tutti i giorni da gennaio pensando a mia moglie mi faro questa domanda: «Have I told you lately that I love you?» (Ultimamente, t’ho detto che t’amo?).

Programma impegnativo, ambizioso, lo so, sarebbe più facile cambiare la legge elettorale o chiedere a Berlusconi di smetterla con le barzellette. Ma mi sento fiducioso e pronto per il cambiamento. Mi preoccupa solo il punto 3.



video
Gli auguri di Poretti su La Stampa