venerdì 21 dicembre 2012

Lo yacht di Jobs pignorato da Philippe Starck

Corriere della sera

Venus, bloccata in Olanda perché il designer ha ricevuto solo 6 dei 9 milioni previsti per il progetto
 
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Ora dovranno per forza mettere mano al portafoglio. Venus, lo yacht di lusso commissionato dallo scomparso patron di Apple Steve Jobs, non può lasciare l'Olanda a causa di un contenzioso sui pagamenti. Il quotidiano olandese «Het Financieele Dagblad» ha riferito che il designer francese Philippe Starck, che realizzò l'imbarcazione insieme al fondatore di Apple, si è rivolto a un'agenzia di recupero crediti e le autorità hanno ordinato di bloccare la partenza dello yacht.

 Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs

Secondo il quotidiano, gli eredi di Jobs hanno pagato a Starck soltanto 6 dei 9 milioni di euro dovuti per il progetto. Il portavoce del porto di Amsterdam, Jeroen Ranzijn, ha confermato che la barca è ormeggiata dall'8 dicembre e non potrà salpare finché la disputa non sarà risolta. Venus, lungo 78,2 metri, tutto in alluminio e completamente personalizzato al suo interno (a comporre la plancia di comando con la funzione di monitor vi sono 7 iMac da 27 pollici), è costato 105 milioni di euro.



Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Steve Jobs (28/10/2012)

Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs (28/10/2012)Redazione Online21 dicembre 2012 | 18:55

Neonato muore nella comunità degli Elfi

Corriere della sera

Il piccolo aveva sette mesi, l'autopsia nei prossimi giorni. È il secondo caso di un bambino morto nella comunità

PISTOIA – Da più di trent’anni vivono lontani dal progresso, in perfetta simbiosi con la natura e seguono i principi che hanno ispirato le antiche comunità delle montagne: solidarietà, uguaglianza, rispetto del bosco e soprattutto libertà. Sono gli Elfi, una piccola società di poco più di 200 persone italiane e straniere (per lo più nordeuropee) che vivono sulle montagne pistoiesi, nei boschi di Casa Sarti tra San Pellegrino e Sambuca Pistoiese ma anche in altre zone impervie ai confini tra Toscana ed Emilia Romagna. Da due giorni la piccola comunità è stata colpita da un gravissimo lutto: un bambino di sette mesi, Karma-Nur Marchetti (padre italiano, madre tedesca) è morto nella sua culla.

AUTOPSIA - I carabinieri di San Marcello Pistoiese di Porretta e di Pavana, che hanno fatto i primi accertamenti insieme al medico legale, parlano di una possibile morte per un rigurgito ma solo l’autopsia che sarà eseguita all’ospedale Sant’Orsola di Bologna spiegherà con certezza scientifica i motivi della morte del neonato. Come racconta la Nazione è stata la mamma (che ha altri tre figli) ad accorgersi che il piccolo non respirava più. È il secondo caso di un bambino morto nella comunità. Nel marzo del 2002 a Collina di Sambuca il piccolo di una giovane coppia morì durante il parto. Fu aperta un’inchiesta ma alla fine fu accertato che la partoriente era stata accudita (c’era anche un’ostetrica) e che non ci fu alcuna negligenza, anche se forse in un ospedale qualcosa in più poteva essere fatta.

LA COMUNITA' - La storia degli Elfi della Sambuca (una piccola parte della comunità) inizia nel 1981. Allora poche coppie decisero di vivere a Pesale, un paese fantasma abbandonato da tempo, a mille metri d’altezza che fu ribattezzato Gran Burrone. Altre piccole città nacquero poi a Case Sarti e in altre località vicine. La comunità si sviluppò negli anni Novanta e non mancarono contrasti con le autorità perché a quei tempi alcuni elfi erano contrari a leggi e normative imposte dall’alto e non volevano mandare i figli a scuola. Poi la comunità si è molto integrata e oggi, come spiegano i sindaci della montagna pistoiesi, sono utili anche come presidio per tutelare l’ambiente e la salute dei boschi. Vivono di pastorizia, agricoltura e non hanno neppure l’acquedotto ma pozzi artesiani che si costruiscono da soli. L’energia elettrica non è più tabù ma la regola è che sia prodotta senza inquinare ed è così arrivata in comunità grazie a pannelli fotovoltaici.

Marco Gasperetti
21 dicembre 2012 | 13:56

Veltroni dà l'addio al Parlamento. Andrà finalmente in Africa?

Clarissa Gigante - Ven, 21/12/2012 - 17:07

È dal 2001 che l'ex sindaco di Roma promette di smettere con la politica. Stavolta lo farà?


"Non so quanto tempo mi impegnerà l’incarico di sindaco. Ma comunque a un certo punto finirà e invece di diventare uno di quei politici per i quali si cerca un posto in un consiglio di amministrazione, vorrei dedicarmi alla questione dell’Africa".

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Era il 2001 e per la prima volta Walter Veltroni faceva cenno al Continente nero. E l'anno successivo  ribadiva di avere "in testa e nel cuore" la voglia di "andare in Africa e svolgere un ruolo sociale"
Sono passati 13 anni. Forse testa e cuore sono lì, ma di certo il resto del corpo è rimasto in Italia, prima al Campidoglio, poi a Montecitorio.

Almeno fino ad oggi, quando le probabili dimissioni di Monti faranno terminare la legislatura. E mentre alcuni dei suoi colleghi democratici come Rosy Bindi e Anna Finocchiario saranno (ancora) candidate al Parlamento, Walter Veltroni dà l'addio al Parlamento. "In questi anni ho ascoltato anche le idee più lontane dalle mie perchè sono convinto che è il pensiero degli altri che salva il mondo", ha detto nel suo ultimo discorso alla Camera, applaudito a lungo dai colleghi, "Buon lavoro a voi e buon futuro all’Italia".

Ne approfitterà per coronare finalmente il suo sogno o troverà un altro escamotage per restare in politica?

Il Papa smonta la teoria del 'gender' e difende matrimonio tra uomo e donna

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa smonta la teoria del gender, e nel discorso alla curia per gli auguri di fine anno, evoca l’acceso dibattito politico e culturale in Francia sul matrimonio gay. Il pensiero di Benedetto XVI proprio mentre si affacciano legislazioni in tutta Europa che tendono a parificare le unioni tra le coppie di fatto alla famiglia tradizionale, è quello di riaffermare il valore del matrimonio tra uomo e donna. «Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all`autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda». Il rabbino ha scritto di recente un memorandum di 25 pagine indirizzandolo al Premier francese Jean-Marc Ayrault per contestare proprio il progetto di legge «Mariage pour tous» che legalizza le nozze gay.

«Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini» ha affermato il Papa davanti a cardinali, vescovi, officiali della Segreteria di Stato e delle congregazoni. «Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: Donna non si nasce, lo si diventa (On ne naît pas femme, on le devient). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma 'gender', viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi.

La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l`essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela». Infine una raccomandazione indiretta ai politici cristiani impegnati a difendere vita e famiglia in Parlamento. «Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme con le altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano». Tuttavia la Chiesa «ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica».


Venerdì 21 Dicembre 2012 - 13:31
Ultimo aggiornamento: 13:41

Apple, il brevetto «Pinch to zoom» non è valido

Corriere della sera

La decisione del Trademark Office sul software che consente di rimpicciolire o ingrandire le immagini

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Nuova grana per Apple. Il Patent and Trademark Office americano, il dipartimento incaricato dei brevetti e dei marchi depositati negli Stati Uniti, ritiene che uno dei brevetti chiave nella battaglia contro Samsung non sia valido. A finire sul banco degli imputati è il «pinch to zoom», il software sui dispositivi touchscreen che consente di rimpicciolire o ingrandire un'immagine del proprio smartphone o tablet con due dita.

NUOVI PROCESSI? - È quanto emerge da alcuni documenti trasmessi da Samsung alla corte federale di San Josè. La società sudcoreana ritiene che la dichiarazione del Patent and Trademark Office dovrebbe essere tenuta in considerazione nel valutare la petizione per un nuovo processo e per rivedere eventualmente l'ammontare stabilito di danni che Samsung dovrebbe pagare. Il brevetto del «pinch to zoom» è solo uno dei sei al centro dello scontro fra Apple e Samsung, e uno di quelli che Samsung avrebbe infranto secondo la giuria che l'ha condannata a pagare 1,05 miliardi di dollari in danni.

Redazione Online 21 dicembre 2012 | 13:33

Disabile insultato in un video, assolti i manager di Google

Luca Fazzo - Ven, 21/12/2012 - 14:05

Ribaltata la sentenza di primo grado. La Corte d'appello di Milano: "Google non può essere chiamata a controllare tutto quello che viene messo sul web"


Google non può essere chiamata a controllare tutto quello che viene messo sul web. La Corte d'appello di Milano, ribaltando la sentenza di primo grado, ha assolto oggi i tre manager del colosso di Montain View che erano stati condannati per la violazione della privacy di un giovane disabile.


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Un video girato dai compagni di classe era stato diffuso sul web ed era finito tra i risultati del motore di ricerca. Dopo la segnalazione del grave episodio, Google aveva rimosso il video dai risultati. Ma il periodo in cui le immagini erano rimaste visibili costituiva, secondo la Procura, una intollerabile invasione della vita privata del ragazzo.

In primo grado il giudice Oscar Magi aveva inflitto agli imputati David Drummond, Peter Fleischer e George De Los Reyes una pena di sei mesi con la condizionale: una sentenza che aveva segnato un precedente storico nel trattamento giudiziario di Internet. Ma oggi la corte d'appello presieduta dal giudice Malacarne spazza via la sentenza del tribunale. "Siamo molto lieti - commenta la portavoce di Google - anche in questa circostanza il nostro pensiero va al ragazzo e alla sua famiglia che in questi anni hanno dovuto sopportare momenti difficili".

Lo staff difensivo composto Giulia Bongiorno, Giuseppe Vaciago, Tomaso Pisapia, Carlo Blengino e Luca Luparia incamera un successo che farà giurisprudenza. E l'unico colpevole rimane la ragazza che pubblicò il video, già condannata in un altro processo. Come spiega Giulia Bongiorno: "È una sentenza che mi aspettavo. Stiamo attenti: oggi la Corte d'appello non ha affatto stabilito che sul web possa venire pubblicato di tutto senza controllo e senza responsabilità, ma che i controlli non possono competere ai motori di ricerca. Google, insomma, non può essere equiparata al direttore responsabile di un quotidiano".

Facebook testa i «messaggi a un dollaro»

Corriere della sera

L'esperimento negli Stati Uniti con la possibilità di scrivere a pagamento anche a chi non è nostro «amico»
MILANO - Prima lo sbarco di grandi aziende che investono in ads social (vedi il caso Wal-Mart), poi l'advertising con i video in auto-play. E ora, i messaggi a pagamento: la rivoluzione «pubblicitaria» di Facebook continua.



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UN DOLLARO PER MESSAGGIO - Il social più usato al mondo ha annunciato una "messa a nuovo" del sistema di messaggistica, con un sistema di filtri più efficace. La vera novità (per il momento ancora in fase di test) è però quella dei messaggi a pagamento per contattare utenti che non sono amici e con i quali non ci sono contatti in comune. Facebook non ha ancora rivelato quanto costerà il nuovo servizio, ma secondo il sito AllThingsD si partirebbe dal prezzo base di un dollaro per messaggio. I messaggi, tra l’altro, dovrebbero finire in una speciale cartella separata da quella "inbox" tradizionale. Per il momento, il servizio è limitato alla ricezione di un messaggio a pagamento per settimana ed è rivolto solo agli utenti privati (niente aziende o brand). Ma se passerà la fase di test non ci sarà modo di non ricevere questo nuovo tipo di messaggi: non è prevista un’opzione che possa bloccarne la ricezione. Potere dei soldi.

Cattura MENO SPAM? - Finora i sistemi di messaggistica a pagamento sono stati utilizzati soprattutto nei siti di dating o nelle piattaforme professionali come LinkedIn. Il motivo di questa inversione di rotta? Facebook ha spiegato che il nuovo servizio è un modo per ridurre il rischio di spam, sottolineando anche che «molti analisti sostengono che potrebbe non essere il modo più efficace per scoraggiare l’invio di messaggi indesiderati, ma questo test servirà per trovare una soluzione nei casi in cui né le regole del social né quelle algoritmiche sono sufficienti». Ma soprattutto, il nuovo servizio servirà anche a garantire nuovi introiti al sito, che oggi conta oltre un miliardo di utenti. Sempre che superi anche le (quasi certe) proteste degli utenti. Come è successo a Instagram, il social di foto vintage che aveva previsto la cessione delle foto a terzi senza il consenso degli utenti ma ha dovuto ritirare in corsa le modifiche ai termini di servizio dopo la “rivolta” degli iscritti.

Greta Sclaunich21 dicembre 2012 | 13:37

Ora l’hamburger si mangia con la carta che lo avvolge

Corriere della sera

Per ora la trovata sembra funzionare: la carta commestibile è ricavata dal riso

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Un panino tanto irresistibile che lo si gusta tutto, carta in cui è avvolto incluso. È questo il messaggio che la più antica catena di fast food brasiliana, Bob's, ha voluto lanciare in una campagna promozionale dal contenuto eco: oltre a reclamizzare la bontà dei suoi hamburger, infatti, il packaging scelto sarebbe una trovata alternativa per risparmiare e far bene all’ambiente, proprio sul tema dello smaltimento dei rifiuti. Il cui problema viene eliminato alla radice: nessuno scarto avanza.

LA CAMPAGNA – Partita in tutto il Brasile nelle scorse settimane, la campagna della catena di tavole calde ha avuto un grande successo: gli hamburger venduti per un periodo limitato erano avvolti da un sottile film di carta di riso commestibile, su cui era stampato anche il logo del marchio e la dicitura «mi potete mangiare». Nel corso del periodo di prova, i panini con tutto il loro involucro sono stati divorati senza lasciare nemmeno una confezione sui vassoi dei ristoranti. Tanto che probabilmente l’idea, partita da una trovata commerciale, di far mangiare persino la carta potrebbe presto diventare una realtà di tutti i giorni.

PACKAGING ECO – Non è la prima volta che i gestori dei fast food si trovano a lavorare con il problema del packaging: intanto perché, come dimostrano molti studi svolti da designer e ricercatori, è proprio il pacchetto, soprattutto quello alimentare, a causare i maggiori problemi di inquinamento. E poi anche perché negli anni sono stati messi sotto accusa i materiali usati proprio per avvolgere gli hamburger: le tipiche confezioni di polistirolo espanso, per esempio, furono abbandonate da McDonald’s e gli altri già negli anni Novanta, a favore di cartoncino e carta per avvolgere i panini.

WIKICELL – Alle soluzioni in studio, come la scelta di imballaggi fatti con biopolimeri cercando di abbandonare le materie plastiche tradizionali oggi ampiamente usate (che, essendo di fattura diversa, pongono grandi difficoltà nella fase di smaltimento e riciclaggio), si aggiunge da poco anche quella delle Wikicell. Si tratta di uno speciale packaging alimentare commestibile che Time lo scorso marzo nominava tra i cinque game changer di quest’anno, dove l’involucro – un sottile film di polimero – riprende il gusto e i colori dell’alimento che contiene, per dare continuità di gusto con il prodotto alimentare stesso. Ma al momento si tratta di un progetto ancora sperimentale, che non ha avuto applicazioni su larga scala.

L’IDEA CANADESE – Oltre alle confezioni commestibili, a livello locale sono nati diversi progetti per abbandonare contenitori altamente inquinanti e far bene all’ambiente. Accade per esempio in Canada, dove The Tiffin Project, in accordo con diversi ristoranti e tavole calde di Vancouver, serve il pasto per chi lo consuma a casa o in ufficio all’interno di una piccola gamella di ferro. Riutilizzabile, tutte le volte che il cliente vorrà andare ad acquistare il suo pasto take away potrà portare con sé il contenitore, lavarlo a casa e riusarlo quante volte vorrà. La pentolina si paga la prima volta, mentre da quella seguente si ottiene uno sconto sul pasto servito se la si usa, e i soldi risparmiati vengono reinvestiti per incrementtare la qualità del cibo preparato.


Eva Perasso
20 dicembre 2012 (modifica il 21 dicembre 2012)

Dopo le feste, riciclare i tappi di sughero

Corriere della sera

Il consorzio di recupero Rilegno con l'iniziativa Tappoachi? dà lavoro a persone diversamente abili nel riciclo del sughero

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Anche il brindisi di fine anno può avere un eco-risvolto. La bottiglia, che sia di champagne oppure di spumante, lo sappiamo tutti, va nel cassonetto per la raccolta del vetro. Ma anche il tappo di sughero viene raccolto e riciclato. Ci pensa Rilegno, il consorzio nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno e sughero, che dal 2009 promuove l’iniziativa Tappoachi?.

TAPPOACHI? - Ogni anno in Italia sono immessi al consumo 1 miliardo e 200 milioni di tappi di sughero, che significa 7 mila tonnellate di materiale. Oltre il 15% viene stappato proprio in questo periodo, durante le festività natalizie, e in particolare a Capodanno. Tappoachi?, è organizzata in varie regioni italiane in accordo con i gestori dei servizi ambientali per la raccolta differenziata del sughero e il suo successivo avvio a riciclo.

Il sughero, può essere facilmente riutilizzato in diversi settori, dall’edilizia al comparto calzaturiero. Il progetto si sta sviluppando in tutta Italia, ma è il Nord e il Piemonte in particolare, la regione più attiva: qui numerosi territori hanno avviato la raccolta dei tappi ed è sempre qui, nella sede della cooperativa Artimestieri di Boves (Cn) che è attivo l’unico impianto autorizzato a livello nazionale per il trattamento dei rifiuti di sughero. Si tratta di una realtà che dà lavoro a persone diversamente abili.

RISUGHERO - I tappi raccolti nei vari territori che aderiscono a Tappoachi?, sono conferiti da Rilegno alla cooperativa, che li lavora e, attraverso passaggi di pulitura, asciugatura, sminuzzatura, li trasforma in un materiale isolante per la bioedilizia totalmente naturale e rinnovabile: un sughero biondo granulare ribattezzato Risughero. «L’imballaggio di legno ha il minore impatto ambientale in termini di inquinamento», spiega il direttore di Rilegno, Marco Gasperoni. «E il sughero, la corteccia delle querce, è una materia duttile e preziosa, riciclabile al 100%. Per questo negli ultimi anni abbiamo dato vita a Tappoachi?, che ci ha consentito di incrementare il riciclo del legno. Rilegno, ogni anno su tutta la Penisola, evita a 1 milione e 800 mila tonnellate di rifiuti di legno la discarica si trasformandoli da rifiuto in risorsa».


Anna Tagliacarne
21 dicembre 2012 | 11:05

Sallusti, la procura di Milano contraria alla grazia

di Luca Fazzo


La Procura generale di Milano dice no alla grazia ad Alessandro Sallusti. Il pg Manlio Minali ha dato parere contrario, ma non vincolante, alla possibilità che Napolitano possa chiudere con un atto di clemenza la vicenda che coinvolge il direttore de il Giornale


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La Procura generale di Milano dice no alla grazia ad Alessandro Sallusti. In meno di ventiquattro ore il pg Manlio Minale ha risposto alla richiesta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, come prevede la legge, lo aveva interpellato sulla possibilità di chiudere con un atto di clemenza la vicenda del direttore del Giornale, condannato senza condizionale a quattordici mesi per diffamazione e rinchiuso dall'inizio di dicembre agli arresti domiciliari.

Il parere della procura generale non é vincolante, come pure quello del ministro della Giustizia, perché la decisione finale spetta comunque al Quirinale. Ma il "niet" di Minale costituisce comunque un consistente ingombro sulla strada della grazia chiesta da Ignazio La Russa e da un lungo elenco di parlamentari di diversi partiti. Non si conoscono le motivazioni del parere negativo del procuratore generale, ma era piuttosto prevedibile che Minale si schierasse - in una vicenda che vede la magistratura milanese nettamente divisa al suo interno - con il fronte dei duri, con in testa il pm Ferdinando Pomarici, che non vedono il motivo di trattare Sallusti diversamente da qualunque altro caso di condannato in via definitiva.

La spaccatura si era mostrata chiaramente al momento della richiesta di arresti domiciliari per Sallusti, chiesti dal procuratore Edmondo Bruti Liberati contro il parere di Pomarici e degli altri pm dell'ufficio esecuzione. La decisione di Bruti era stata pesantemente contestata dai pm, ma il procuratore era rimasto sulla sua posizione, e il giudice di sorveglianza aveva ammesso Sallusti - contro la sua stessa volontà - ai domiciliari.

E nell'impegno di Bruti verso una soluzione soft del caso Sallusti molti avevano visto le conseguenze di una garbata pressione del Quirinale, che fin dall'inizio aveva cercato di neutralizzare  il caso senza precedenti di un direttore di giornale destinato al carcere. L'iter per la grazia presidenziale, avviato ieri, sembrava destinato apportare la vicenda Sallusti verso un esito non traumatico. Oggi il procuratore generale Minale fa sapere a Napolitano che, per come la pensa lui, Sallusti può tranquillamente continuare a espiare la sua condanna.

Intercettazioni, l'allarme di Assange: «Con 10 milioni intercettano un paese»

Luca Fazzo - Dom, 09/12/2012 - 16:20

In una intervista al Guardian, rilasciata dall'ambasciata ecuadoriana a Londa dove vive rinchiuso, il fondatore di Wikileaks racconta come cambia il Grande Fratello. Fantasie? Mica tanto

É una lunga intervista, quella rilasciata da Julian Assange al giornalista del Guardian che gli ha fatto visita nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove il fondatore di Wikileaks vive rinchiuso da quasi sei mesi per evitare l'estradizione in Svezia dove è atteso da un processo per stupro.


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Una intervista tutt'altro che compiacente: Assange accusa il Guardian di averlo fregato, tradendo gli accordi presi al momento della pubblicazione dei file segreti di Wikileaks; il giornalista lo sta ad ascoltare ma ipotizza apertamente che si tratti di un paranoico; e così la parte più interessante dell'intervista rischia di restare il ritratto del fuggiasco, dell'uomo che vive chiuso in un appartamento da cui continua però a dialogare via Internet col mondo; e dove un lettino a raggi Uva prende il posto della luce del sole, che chissà quando Julian riuscirà a rivedere («non escludo di vivere qui dentro per il resto dei miei giorni»). Peccato, perchè in questo modo rischia di venire perso di vista o essere sottovalutato uno dei passaggi cruciali del racconto di Assange: quello in cui l'intervistato racconta di come sta cambiano il mondo delle intercettazioni, alzando il velo su una mutazione di cui finora si parla poco.

Ma che, come ben sanno gli addetti ai lavori, è assolutamente reale. E promette di rivoluzionare in poco tempo il nostro rapporto con la privacy, o quel poco che già oggi ne rimane. É uno scenario simile a quello che viene raccontato dal serial tv «Person of interest», che i telespettatori considerano probabilmente fantascienza. Sbagliando di brutto. Ecco cosa racconta Assange al Guardian: «Gli ultimi dieci anni hanno visto una rivoluzione nella tecnologia delle intercettazioni, dove siamo passati dalla intercettazioni tattiche alle intercettazioni strategiche. L'intercettazione tattica è quella che tutti conosciamo, dove alcuni soggetti diventano oggetto dell'interesse dello Stato o dei suoi amici: attivisti, trafficanti di droga, eccetera. I loro telefoni vengono intercettati, le loro mail vengono intercettate, i loro amici vengono intercettati, e via di questo passo.

Siamo passati da questa situazione alla intercettazione strategica: dove qualunque cosa entra o esce da un paese, e per alcuni paesi anche le comunicazioni interne, viene intercettato e immagazzinato automaticamente e permanentemente. Permanentemente. É più efficace immagazzinare tutto che andare alla ricerca di chi vuoi intercettare». Il cambiamento è dovuto in parte alle economie di scala: i costi delle intercettazioni si sono dimezzati ogni due anni, mentre la popolazione mondale si raddoppia ogni due. «Così siamo arrivati al punto di congiunzione critico dove è possibile intercettare chiunque - ogni sms, ogni mail, ogni telefonata.

Un kit prodotto in Sudafrica può immagazzinare e indicizzare l'intero traffico annuale di comunicazione di un paese di media grandezza a meno dieci milioni di dollari all'anno». Fantasia? Niente affatto. Assange non indica singoli paesi. Ma nell'ambiente degli intercettatori si dice da tempo che Israele proceda all'immagazzinamento dei dati di cui parla il fondatore di Wikileaks. Senza contare, ricorda Assange, i danni di Facebook: «Nella Germania Est la Stasi aveva arruolato il 10 per cento della popolazione. In Islanda la penetrazione di Facebook è arrivata all'88 per cento della popolazione». Ma questo già si sapeva.

Maya, tutta la verità: la profezia fu scritta da un drogato

Libero

Il 21-12-2012 è arrivato ma stiamo tutti bene (o quasi). Errori e stranezze di un popolo che decapitava chi perdeva a pallone

di Andrea Morigi


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A chi ha creduto alle finte profezie dei Maya, e fino a oggi ce l’ha menata con la fine del mondo preannunciata entro il 2012, forse non basta scontrarsi con la realtà dello spettacolo che continua. Se dovessero continuare a dare i numeri apocalittici, si dovrebbe almeno proporre loro di riesumare per coerenza anche l’antico campionato di tlatchtli, cioè la pelota.

Da giocatori, però, se ne hanno il coraggio. Saranno utili alcune avvertenze, prima di uniformarsi al calendario sportivo della simpatica popolazione precolombiana dedita allo schiavismo e alle pratiche più disumane. Attualmente alcune comunità messicane consapevoli si limitano a praticarne una versione light, l’ulama, dove non ci si fa troppo male. Invece Oltreoceano, prima della conquista e della successiva evangelizzazione del continente iberoamericano, le gare si concludevano regolarmente con il rituale sacrificio umano degli sconfitti al dio del gioco Xoloti. Il galateo pagano imponeva di strappare loro il cuore dopo averli decapitati per bene.

Altro che calcioscommesse. Non si scherzava mica, allora, perché i Maya erano dei fanatici dell’oroscopo e il loro gioco sanguinario ripeteva simbolicamente e ossessivamente il ciclo astrale. Forse per questo motivo, invece di affidarsi alla cartomante come gli scettici più moderni, i Maya disputavano le loro partite su un terreno, a forma di H maiuscola, che rappresentava la terra. Se ne trovano ancora le vestigia, in qualche sito archeologico.

Era un campo delimitato da due muri, su ognuno dei quali vi era un anello, nel quale bisognava far passare una palla di gomma, che simboleggiava il sole. Poche regole, ma rigorose. Si poteva colpirla con la testa, i gomiti, i fianchi e le cosce, ma guai a toccarla con le mani o i piedi. Il capitano della squadra che faceva cadere la palla finiva sull’altare, con la testa staccata dal corpo e scorticato per aver impedito al sole di risorgere levandosi dalle tenebre. E i contemporanei consideravano un onore essere smembrati per ragioni di ordine superiore.

Si rievocava così, all’infinito e senza la possibilità di sfuggirvi, l’antica leggenda dei gemelli Hunahpú e Ixbalanqué, semidei il cui padre Hun Hunahpú, giocando troppo a lungo a palla con suo fratello Vucub Hunahpú, aveva fatto parecchio chiasso, infastidendo con i suoi rumori molesti gli dèi del mondo sotterraneo, lo Xibalbá, detto «pieno di grandine». Così i nove signori della Notte, che governavano la «casa del freddo» lo avevano decapitato per punizione, come se fossero dei precursori di Rosa e Olindo nell’altro emisfero. Nel mito, tramandato dal Popol Vuh, una sorta di telenovela messicana del 1544, si spiega che intanto però gli spermatozoi del cadavere di Hun erano riusciti a ingravidare una delle figlie degli dei dell’Oltretomba la quale, fuggita, riuscì a dare alla luce Hunahpú e Ixbalanqué.

I due gemelli, cresciuti nell’odio per gli assassini del padre, lo vendicarono. Dopo aver ricomposto i resti del suo cadavere seppellito fra gli spalti del terreno di gioco, avevano vinto una partita di tlachtli contro gli dei dello Xibalbá, cacciandoli per sempre dal mondo degli uomini. Fin qui, il racconto da sangue e arena, simile a una squallida vicenda di camorra. Il guaio è che il calendario maya è ciclico, cioè dura un solo anno come lo zodiaco. La storiaccia grand guignol, dunque, sarebbe destinata a ripetersi all’infinito, proprio grazie ai sacrifici umani che dovrebbero impedire l’avvento delle tenebre.

Non importa se il Popol Vuh divide il tempo in ere formate da baktun, equivalenti a 144mila giorni l’uno. Secondo i calcoli dello storico dell’arte José Argüelles, particolarmente propenso all’uso dell’acido lisergico, i baktun si limiterebbero a tredici. In realtà i Maya ne prevedevano almeno venti. Quindi anche l’era attuale, iniziata nel 3118 a. C., avrebbe dovuto concludersi il 21 dicembre del 2012, per dare inizio a un nuovo ciclo. L’unica opportunità di sfuggire all’eterno ritorno dell’uguale risiedeva nel trarre lezione dagli errori del passato. Peccato però che, secondo la narrazione della genesi maya, gli uomini siano fatti di mais. Insomma, a dar retta alle finte profezie, c’è il rischio di scoppiare come i pop corn.

Multe da 500 euro a chi fuma nei parchi

Maria Sorbi - Ven, 21/12/2012 - 08:52

La sanzione scatta per chi si accende una sigaretta all'aperto vicino alle altalene dei bambini

Per ora le sigarette non verranno messe al bando all'interno di San Siro ma, questo sì, saranno vietate nei giardinetti, su modello di Central Park.


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Da oggi scattano i divieti anti fumo vicino a tutte le 550 aree gioco per bambini. E per chi alza le spalle di fronte alle nuove regole sono in arrivo multe salate da 25 a 500 euro. L'ordinanza firmata dal sindaco Giuliano Pisapia lo scorso 20 novembre è stata pubblicata ieri sull'albo pretorio del Comune e diventa operativa da oggi. Lo stop tassativo al tabacco vicino ad altalene e scivoli arriva a sei mesi di distanza dal semplice «invito», rivolto dall'amministrazione ai fumatori milanesi, a spegnere sigarette e sigari nei parchi gioco e introduce la sanzioni previste dalla legge Sirchia sul fumo.

Ovviamente le sanzioni non scatteranno finché non si provvederà a mettere i cartelli con le nuove disposizioni. Di fatto, anche se l'ordinanza è in vigore, nei prossimi giorni chi violerà il divieto sarà semplicemente sollecitato a rispettarlo dagli agenti della polizia locale. L'amministrazione conta sul contributo di mamme, papà e tate che frequentano le aree gioco. «Al di là della presenza dei vigili - spiega l'assessore all'Ambiente Pierfrancesco Maran - contiamo su un meccanismo di autocontrollo da parte dei frequentatori dei parchi per il rispetto dei più piccoli».

Come annunciato alla fine di maggio, in occasione della Giornata mondiale contro il fumo, la battaglia contro le sigarette ha preso forma nel Piano di sviluppo del Welfare, il documento approvato in Consiglio comunale a settembre. «Ora l'invito a non fumare nelle aree giochi - spiega l'assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino - è diventato un vero e proprio divieto, un provvedimento con cui non vogliamo criminalizzare chi fuma, ma occuparci esclusivamente della salute dei più piccoli che nei loro spazi devono poter giocare senza essere esposti al fumo passivo». Milano «non è la prima città a introdurre questo divieto - spiega Maran - e non vogliamo penalizzare i fumatori ma porre attenzione ai più piccoli.

I nostri parchi oggi vengono valorizzati da un elemento fondamentale, il rispetto per tutti i bambini. Giocare all'aria aperta in un ambiente sano è un diritto per ogni bambino, che deve partire certo dal buon senso, ma che ora viene ulteriormente rafforzato e reso inderogabile grazie a questo divieto nelle aree gioco, che li tiene così lontani dai rischi legati al fumo passivo». I dati riportati nell'ordinanza del Comune parlano di 500 decessi in Italia per tumore al polmone e malattie alle vie respiratorie, in aumento, asma compresa. Inoltre un bambino su due è esposto al fumo passivo e il 30% degli esposti ha almeno un genitore che fuma in casa.

Quando i maestri scrivevano: "Asino"

Francesca Angeli - Ven, 21/12/2012 - 08:56

Roma - «Amo Mussolini. Possiedo la tessera della Gil. Studio e lavoro per la mia patria». Nel 1940, ai tempi della Gil, la Gioventù Italiana del Littorio, l'alunno della quarta elementare si prendeva una bella «lode» completando il suo componimento con un disegno del fascio littorio rifinito col tricolore.
 

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Ma il suo compagno pasticcione invece si guadagnava un poco decoroso «asino» scritto dal maestro sul quaderno per tre volte con tanto di punti esclamativi. Impensabile assegnare oggi un simile giudizio: come minimo i genitori farebbero ricorso al Tar. I bimbi in classe leggevano le gesta del capitan Galeazzo Ciano, comandante della squadriglia Disperata, sul libro di Letture, costo sei lire e 50, edito dalla Libreria dello Stato. Oppure recitavano a memoria la Prima marcia alpina di Piero Jahier: «Uno per uno, bastone alla mano e alla salita cantiamo». Fiorivano le scuole all'aperto nella convinzione che il sole e l'aria potessero giovare ai bambini che presentavano «pallore, esilità, magrezza, debolezza, alterazione al sistema linfatico». Gli studenti portavano il loro banco -zaino in spalla- e andavano a far lezione in mezzo alla campagna.

La Biblioteca del ministero dell'Istruzione compie 150 anni e per l'occasione nella sede di viale Trastevere a Roma si apre una mostra permanente sulla storia della scuola italiana che è poi anche la storia del Paese. «Dal libro Cuore alla lavagna digitale» è il titolo scelto per questa cavalcata attraverso i secoli dove a guidare i visitatori ci sono i registri, i quaderni, le pagelle, tante foto, i libri di testo che insieme raccontano i cambiamenti della società, le abitudini e le regole trasmesse dagli insegnanti agli alunni. La Biblioteca accoglie oltre 70.000 volumi e una documentazione ricca di pezzi «rari». La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione del ministero dell'Economia e delle Finanze e dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato oltre che degli istituti Rossellini di Roma ed E. Majorana di Brindisi. È aperta alle visite delle scuole e dei privati cittadini ma è necessario prenotare all'indirizzo biblioteca@istruzione.it.

La mostra si apre con due aule. Una allestita come quelle di fine '800 con il pallottoliere e i banchi di legno, l'altra informatizzata, niente cattedra e nessun banco, soltanto una lavagna interattiva e le sedie per gli studenti. La mostra si divide in altre quattro sezioni: La vita di classe: registri, giornali della classe e quaderni; I libri di testo: abaci, abbecedari ed altri libri di testo; Pagelle e diplomi: dal 1863 fino al primo dopo-guerra; Amministrazione scolastica: regi decreti, leggi d'Italia, libri matricolari dei regi provveditori e dei regi ispettori.

È stato aperto anche un portale sulla storia della scuola all'indirizzo www.storia150.ipzs.it. Tra i tanti documenti, un registro ritrovato a Roma nel quartiere San Lorenzo. Un «diario di guerra» dove il 10 dicembre del '44 il maestro scrive: «Non si resiste per 3 ore e mezza consecutive in un'aula gelida, ove l'aria soffia sempre da tutte le parti, dove la pioggia penetra dai soffiti». Il 16 dicembre: «I ragazzi sono malvestiti, malcalzati, malnutriti. C'è Palego, forse il più povero fra i 28 iscritti che pallido dal freddo e dalla fame mi chiede spesso se avrà la refezione».

Repubblica" ci vieta di parlare degli (orridi) calzini della Boccassini

Libero

Su "Chi" il servizio su Ilda, come ogni settimana ci sono pagine dedicate ai personaggi pubblici. Ma se tocchi la toga anti-Cav è subito scandalo...

di Filippo Facci



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Prologo. Il settimanale Chi, ogni settimana, pubblica foto di vari personaggi e ne commenta il look e i comportamenti. Tra altri, nell’ultimo numero, è toccato pure a Ilda Boccassini: si vede la pm che cammina con «calze in lana multirighe» e c’è una foto che la ritrae mentre butta una cicca di sigaretta per terra: stop, fine. Ora l’epilogo. La cosa è bastata perché Repubblica ci facesse un’intera pagina, là dove si denuncia che «i media di Berlusconi cercano di triturare, infangare, colpire qualunque persona venga considerata un pericolo».

Si cita un grave precedente: quando a Mediaset inquadrarono i calzini turchesi del giudice Raimondo Mesiano - oggettivamente inguardabili, come il servizio che li ritraeva - e venne fuori un putiferio perché lui aveva appena condannato Berlusconi. Ciò posto, quattro banali considerazioni:


1) Diteci che è vietato parlare delle calze dei magistrati e chiudiamola qui. Fate un decretino, una circolarina del Csm, ci basta saperlo.
2) Magistrati, sappiate che siete personaggi pubblici pure voi, e se camminate col look che pure preferite - soprattutto in via Montenapoleone, come la Boccassini - poi non potrete lagnarvi.
3) Buttare cicche per terra, comunque, è contro la legge: a Singapore becchi 500 dollari di multa e non c’è neanche Repubblica a difenderti; 
4) Berlusconi non è un genio: ma se i suoi nemici vanno avanti così,  significa che sono scemi loro.


Guarda la gallery di Ilda la rossa

Il poliziotto confessa: "Al 30% di noi la paga non basta. Per campare facciamo anche i muratori"

Libero

Intervistato da Libero: "Chi nelle Forze dell'ordine ha bisogno di soldi fa un doppio lavoro e così va di pattuglia sfinito"

"In caserma vige la regola della tolleranza, soprattutto al Nord. Invece al Sud si fa ma non si dice"

di Salvatore Garzillo


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«Il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nelle forze dell’ordine hanno un doppio lavoro in nero. Parliamo di finanzieri, poliziotti, carabinieri, con una media di tre persone su dieci. Un esercito». A parlare è Massimiliano Acerra, dirigente nazionale e responsabile dell’ufficio studi del sindacato di polizia Coisp, da anni attento al fenomeno che negli ultimi tempi, per colpa della crisi, sta raggiungendo dimensioni preoccupanti. «Non si arriva più a fine mese e bisogna in qualche modo arrotondare lo stipendio. Talvolta la percentuale raggiunge picchi del 50 per cento, e ci sono anche differenze tra Nord e Sud…».

Ci lasci indovinare, al Sud è più diffuso il doppio lavoro in nero. «Sbagliato, è il contrario, sebbene anche nel meridione sia un fenomeno massiccio. Sfatiamo un mito: al Sud le amministrazioni sono molto chiuse e così il dipendente è costretto a nascondere tutto, cosa che invece accade meno al Nord».

Significa che c’è ostentazione?  «No, ma c’è maggiore comprensione. Nelle caserme le voci girano, tutti sanno tutto ma vige la regola della tolleranza. Anche dei capi. E quando salta fuori il caso, regna l’omertà».

Gerusalemme: trovati assegni nel Muro del pianto per 375 milioni di euro

Corriere della sera

Tanti provengono dalla Nigeria: non è chiaro se siano coperti o meno

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Benedizione celeste o truffa diabolica? Tra i massi che formano il Muro del pianto a Gerusalemme, un fedele ha trovato una busta con un mazzetto di assegni per un valore di oltre mezzo miliardo di dollari, circa 375 milioni di euro. ll rabbino che sorveglia il Muro ha consegnato i 507 assegni alla polizia. Ciascuno riporta una somma pari a circa un milione di dollari. Al momento è giallo sulla provenienza, tanti provengono dalla Nigeria. Eppure, sembrerebero tutti veri.

FOGLIETTINI - Il Muro del pianto nella Città Vecchia di Gerusalemme – Kotel – è il massimo luogo di culto della religione ebraica. È visitato ogni giorno da centinaia di fedeli. Tra le sue fessure gli ebrei - ma anche persone di altre religioni - infilano fogliettini con preghiere, nella convinzione che le richieste qui depositate abbiano maggiori probabilità di essere ascoltate da Dio. Ciò nonostante, tra quei pezzetti di carta questulanti, mercoledì un uomo ha trovato anche un plico. Al suo interno? Centinaia di assegni. Sono firmati, ma senza intestatario. Gli assegni sono stati emessi da banche statunitensi, europee e asiatiche, riferisce la polizia israeliana all’agenzia Afp, mentre per la Fondazione che gestisce il luogo sacro provengono dalla Nigeria. Non è chiaro se possano essere incassati. Tuttavia, i primi rilievi indicano che non si tratta di falsi.

PRINCIPE NIGERIANO - Attualmente sono in corso le verifiche degli inquirenti per appurare l’autenticità degli assegni. Il Jerusalem Post ha una sua teoria, non confermata: dietro si potrebbe celare il famigerato «Principe nigeriano», ovvero il fastidioso raggiro informatico attraverso la posta elettronica che, a un tratto, può aver avuto un ripensamento. La pensa diversamente Shmuel Rabinovitch, il rabbino che sorveglia il Muro a Gerusalemme: «Credo che con questo gesto gli autori degli assegni vogliano offrire tutto quello che possiedono al Creatore dell'universo». Ad ogni modo, gli assegni sono stati portati all’ufficio degli oggetti smarriti della polizia, in attesa che qualcuno si presenti a richiedere la restituzione. Non è insolito trovare assegni infilati nel Muro del pianto, molti provengono dai Paesi africani, la maggior parte però sono scoperti.

Elmar Burchia
20 dicembre 2012 | 17:47

La ministra tedesca attacca le favole “Pippicalzelunghe? Razzista”

La Stampa

Kristina Schroeder in un’intervista racconta come ha deciso di leggere a sua figlia la versione politicamente corretta di alcune storie: “Voglio preservarla da espressioni razziste e da impostazioni troppo sessiste”

alessandro alviani
berlino


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Pippi Calzelunghe? Un libro a tratti razzista. Le favole dei fratelli Grimm? Troppo sessiste. Così, almeno, la pensa il ministro tedesco della Famiglia, delle donne e dei giovani, Kristina Schröder, la quale ha deciso che leggerà a sua figlia libri e favole solo in versione politicamente corretta, cioè sostituendo tutte le espressioni discriminatorie. Nei passaggi in cui, ad esempio, il padre di Pippi Calzelunghe viene definito “Negerkönig” (“re dei negri”), «farò una traduzione simultanea per preservare mia figlia dal far sue espressioni simili», ha spiegato al settimanale Die Zeit il ministro della CDU, madre di una bambina di un anno e mezzo, Lotte.

Quando crescerà le racconterò «che storia ha la parola ’negro’» e le spiegherò «che usarla è offensivo», ha chiarito. A casa Schröder “il re dei negri” diventerà “il re dei Mari del Sud”, espressione già usata in alcune versioni tedesche di Pippi Calzelunghe pubblicate dopo la morte della sua creatrice, la svedese Astrid Lindgren. Ma il ministro non si ferma qui. Le favole dei fratelli Grimm, riunite in una raccolta pubblicata per la prima volta esattamente 200 anni fa, «sono spesso sessiste» e «raramente hanno una figura di donna positiva», protesta la trentacinquenne Schröder. Niente Cenerentola, Cappuccetto rosso o Biancaneve, insomma? Non esattamente: «le favole dei Grimm fanno parte del canone culturale, per cui le leggerò a mia figlia, ma dosandole: accanto ad esse dovranno esserci anche delle storie con altri ruoli» di genere. 

Il politically correct firmato Schröder non si arresta neanche davanti a Dio: si dice “der liebe Gott” (il buon Dio), con articolo maschile, o “das liebe Gott”, con articolo neutro? La soluzione del ministro: «si potrebbe anche dire ’das liebe Gott’». La stampa tedesca ha reagito con un misto di critiche e sarcasmo: se il ministro riuscirà a riscrivere Pippi Calzelunghe sarà solo una questione di tempo finché sarà la volta di altri classici e “L’idiota” di Dostoevskij si reincarnerà in “La idiota”, ha commentato Henryk M. Broder sulla Welt.

Kristina Schröder è stata il primo ministro nella storia della Germania ad avere un bambino mentre era in carica. Schierata su posizioni conservatrici, è una delle componenti più controverse e dibattute del governo Merkel: a più riprese è stata accusata di essere la persona sbagliata per l’incarico di ministro delle donne e della famiglia. Nel 2010 è stata protagonista di un memorabile scontro con la più nota femminista in Germania, Alice Schwarzer. Schröder attaccò frontalmente le femministe (un attacco replicato in un libro - “Grazie, emancipate lo siamo da sole” - uscito nei mesi scorsi e accolto da recensioni devastanti in Germania). 

Schwarzer rispose con una lettera aperta in cui la definì “un caso disperato, semplicemente inadatta” a fare il ministro, e incalzò: “l’unica notizia emozionante da quando ha assunto il suo incarico è il fatto che ha cambiato cognome da Köhler a Schröder”, dopo aver sposato il sottosegretario agli Interni Ole Schröder. La reazione del ministro è giunta inaspettata: a febbraio di quest’anno ha promesso un contributo annuale di 150.000 euro per i prossimi quattro anni all’archivio del femminismo creato a Colonia proprio da Alice Schwarzer, salvandolo così dalla chiusura.

Le bambine "perdute" della Cina e dell'India

La Stampa
Carla Reschia


Si chiama "gendercide",  significa che se nasci femmina non hai diritto di vivere: accade ogni giorno e sta squilibrando la popolazione dei due colossi asiatici


Nell’imminenza di una nascita epocale, vera o mitica che sia, vale la pena ricordare - l’argomento non è nuovo ma purtroppo è sempre attuale - le migliaia di bambine mai nate in Cina e India. Paesi assai differenti tra loro per molti aspetti ma simili per la pratica di quello che la precisa terminologia inglese chiama “gendercide”, la soppressione miratz di un genere, quello femminile. In Cina accade per l’assai contestata politica del figlio unico, che è ora sempre più spesso contestata e derogata ma continua a imporre aborti e sterilizzaizoni forzate e ha messo radici in un paese già precedemente ostile alle figlie femmine.

Alla ricerca dell’amatissimo erede maschio le bambine che nel frattempo hanno l’improvvida idea di essere concepite vengono abortite, anche al settimo od ottavo mese della gravidanza, o nei casi peggiori date alla luce e abbandonate in fasce o tenute nascoste e - accade anche questo - vendute ai trafficanti. Il risultato è un rapporto medio di 120 maschi ogni 100 femmine (ma in otto province il rapporto è 160 a 100) con, a oggi, 37 milioni di maschi soprannumerari rispetto alle femmine: uno squilibrio che innesca a sua volta fenomeni di sfruttamento e abuso perché sono i paesi asiatici più arretrati e poveri a questo punto a fornire ai cinesi prostitute o docili “spose bambine”. 

In India, dove la tradizionale formula di benedizione e augurio hindu in occasione delle nozze recita: “Che tu possa essere madre di un centinaio di figli maschi” e le femmine sono da sempre una scelta di serie B, a minacciarne l’esistenza è, anche, il temibile istituto della dote, che nessuna legge fin qui è riuscita a debellare e che prevede l’esporso di somme esorbitanti – fino a cinque volte il reddito familiare annuale - da parte dei genitori della futura sposa.

L’ecografia sempre più diffusa, ha un po’ ridotto il numero degli abbandoni sostituito da un pari numero di aborti, ma la dote è anche all’origine di molti “incidenti domestici” in cui incorrono giovani spose. Quando la dote è finita, il marito e i parenti cospargono di kerosene la poveretta e le danno fuoco facendo passare il tutto per una disgrazia e ricominciano il giro. Ma nell’ancora immensa zona oscura delle aree rurali può accadere anche che una bambina sia lasciata morire di fame, che sia venduta o che sia incriminata come strega. Sarebbero almeno 50 milioni le donne/bambine/ragazze “perse” nel giro di tre generazioni. Se ne parla qui

Un aspirapolvere sui vestiti dei visitatori per salvare la Sistina

Corriere della sera


CITTÀ DEL VATICANO - Aprire al pubblico la nuova fototeca con milioni di immagini dall'800 a oggi; ristrutturare gli impianti di illuminazione e di climatizzazione della Sistina; mettere a punto un sistema di aspirazione che spolveri i visitatori prima del loro ingresso nella Cappella: sono i progetti che Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, spera di realizzare entro il 2013. «I soldi ci sono, i lavori sono a buon punto», assicura. Tanto che lui è già concentrato su un nuovo obiettivo: creare un tour virtuale della Sistina. «Un discorso che prima o poi andrebbe affrontato».

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Come immagina questo tour?
«Come uno spazio dove il visitatore si siede e ascolta in tutte le lingue del mondo la spiegazione sugli affreschi di Michelangelo, mentre davanti ai suoi occhi scorrono le immagini della volta e del Giudizio Universale, ma a grandezza atlantica, come mai riuscirebbe a vederle nella Sistina vera».

Ha già individuato questo spazio?
«Si potrebbe costruire nel cosiddetto campo da tennis: un grande padiglione dove accogliere i ventimila visitatori che attualmente transitano ogni giorno all'interno della Sistina».

Il tour virtuale potrebbe alleggerire la massiccia presenza dei visitatori, raddoppiati negli ultimi vent'anni e in costante crescita?
«La visita virtuale non è pensata in sostituzione di quella reale, ma per aiutare a capire che cosa si andrà a vedere. Chi entra nella Sistina entra di fatto in una immane sciarada teologico-culturale che è arduo intuire al primo sguardo. Pur facendo parte di un percorso museale, la Sistina non è un museo. È uno spazio consacrato dove si celebrano le grandi liturgie e si eleggono i pontefici. È la sintesi della teologia cattolica. Nel padiglione virtuale il visitatore potrebbe trovare gli strumenti per comprendere le scene affrescate, per collocarle nel tempo, nella storia, nella dottrina che ha dato loro immagine e significato».

Parlava di un nuovo spazio anche per la fototeca. «È già in allestimento al primo piano dei Musei Vaticani: oltre duemila metri quadrati ricavati accanto all'ingresso».

E di un impianto per spolverare i visitatori che entrano in Sistina.
«Spolverarli, pulirli, raffreddarli».

Come?
«Coprendo i cento metri prima dell'entrata con un tappeto che pulisca le scarpe, installando bocchette aspiranti ai lati del percorso per risucchiare la polvere degli abiti, abbassando la temperatura per togliere calore e umidità dai corpi. Polvere, temperatura, umidità e anidride carbonica sono i grandi nemici dei dipinti».

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Direttore dei Musei dal dicembre 2007, Paolucci ha creato nuovi percorsi di visita, anche per i diversamente abili. Ha istituito un Ufficio della Soprintendenza e un Ufficio del Conservatore con il compito di tenere sotto controllo la manutenzione ordinaria dell'immenso patrimonio artistico, convinto che la prevenzione sia importante quanto il restauro. Ha cercato di rendere il più possibile «permeabili e trasparenti» i Musei, di «mettere in contatto tutti con tutti», aprendo le porte agli stagisti e inviando i restauratori a seguire i grandi convegni internazionali.

Ha inaugurato con grande successo le visite notturne nei venerdì estivi e autunnali. Ha posto didascalie accanto alle opere e ampliato il ventaglio delle lingue nelle guide auricolari e nelle pubblicazioni, con particolare attenzione al coreano e al cinese. Ha istituito seminari per i docenti di storia dell'arte. «Bisognerebbe insegnarla fin dalle elementari. I bambini vedono cose che agli adulti sfuggono». Iniziative diverse, ma con un unico scopo: assecondare la funzione dei musei come strumenti per incivilire i cittadini. «Lo sosteneva anche Napoleone. I musei, come le biblioteche e le scuole, nell'Ottocento dovevano servire a trasformare la plebe in cives.

Ai nostri giorni l'incivilimento è parola desueta, non interessa più. Interessa poco anche l'educazione, perché evoca la fatica, lo studio. Il nostro è il tempo del divertimento, della vacanza, dello svago. I musei sono caduti nell'equivoco che si possa capire divertendosi. Si entra per guardare le figure, come si guarderebbe un programma in televisione. Ma senza impegno, senza fatica, è inutile affrontare questa foresta di figure che chiamiamo museo. Si esce esattamente come si è entrati, senza alcun arricchimento culturale».

Lauretta Colonnelli
21 dicembre 2012 | 7:42

Milano, il Tar come Babbo Natale: maxi rimborsi per 204 magistrati

Luca Fazzo - Ven, 21/12/2012 - 08:46

La Consulta aveva bocciato il taglio degli stipendi deciso dal governo nel 2010. Ora il Tribunale amministrativo decide il risarcimento urgente (con gli interessi)


Milano - É un Babbo Natale un po' più generoso del solito quello arrivato in questi giorni per un piccolo esercito di magistrati milanesi. A una lunga lista di toghe - 204, per l'esattezza - una sentenza del Tar della Lombardia ha riconosciuto il diritto a vedersi risarcire, ovviamente «con rivalutazione ed interessi», il danno ingiustamente patito nel corso degli ultimi due anni, da quando un provvedimento del governo Berlusconi diede una sforbiciata alle loro retribuzioni e a quelle dei manager pubblici.

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Tutti stipendi, quelli dei 204 magistrati milanesi, sopra i novantamila euro all'anno, e per questo ricaduti - chi più chi meno - sotto la scure del decreto Tremonti. Dalla categoria si erano alzate proteste veementi. Tranne qualche voce isolata (una per tutti l'ex procuratore Francesco Saverio Borrelli, che aveva invitato i colleghi a fare la loro parte di sacrifici) il decreto era stato accusato dal popolo in toga di costituire un attacco alla sua indipendenza, oltre a violare l'uguaglianze dei cittadini. Il provvedimento prevedeva che tutti gli stipendi pubblici superiori ai 90mila euro vedessero un taglio del 5 per cento nella parte tra i 90mila e i 150mila euro, e del 10 per cento nella parte sopra i 150mila. Il 30 luglio 2010 il provvedimento era stato approvato dalle Camere.

Ma i magistrati non si erano arresi. A Milano, una class action contro l'iniqua sanzione aveva raccolto l'adesione della maggioranza delle toghe milanesi. Nell'elenco dei 204 che firmarono il ricorso al Tar compaiono i nomi di quasi tutti i protagonisti delle cronache giudiziarie di questi anni, tanto che si fa prima probabilmente a dire chi non c'è: tra i pochi vip del Palazzaccio che non hanno firmato il ricorso ci sono il procuratore Edmondo Bruti Liberati, i suoi vice Piero Forno, Ilda Boccassini e Alfredo Robledo, la presidente del tribunale Livia Pomodoro. Per il resto ci sono quasi tutti: dal giudice del Lodo Mondadori Raimondo Mesiano al procuratore aggiunto Armando Spataro, al giudice del caso «Ruby» Giulia Turri, all'ex giudice del caso Mills Nicoletta Gandus.

E poi giudici, pubblici ministeri, presidenti di sezione, consiglieri di corte d'appello, esponenti delle correnti di sinistra, di centro e di destra del sindacalismo di categoria. Tutti concordi nel chiedere al Tar «il riconoscimento del diritto dei ricorrenti a ricevere le proprie decurtazioni di cui al comma 2 dell'articolo 9» eccetera. Investito della spinosa questione, il Tar della Lombardia aveva girato la palla alla Corte costituzionale, ventilando l'illegittimità del decreto tagliastipendi.

E il 10 ottobre scorso la Consulta ha fatto propri questi dubbi, azzerando l'articolo incriminato della legge. Il decreto Berlusconi-Tremonti viene marchiato come un sacrificio «irragionevolmente esteso nel tempo» e «irrazionalmente ripartito tra diverse categorie di cittadini» perché colpisce solo i superstipendi pubblici ma non quelli privati. Inoltre il decreto viene giudicato lesivo dell'autonomia e della indipendenza della magistratura: l'aumento automatico degli stipendi, sostiene la Corte costituzionale, è una garanzia della libertà dei magistrati: che se dovessero dipendere dalla generosità del potere politico finirebbero per essere condizionabili.

È un argomento, a ben vedere, un po' pessimista sul vigore morale dei magistrati; ma tant'è. A stretto giro di posta, dopo la sentenza della Consulta, è arrivata nei giorni scorsi la decisione del Tar della Lombardia: «Il ricorso va accolto, attesa l'illegittimità delle trattenute effettuate sugli stipendi dei ricorrenti (...) Per l'effetto, l'amministrazione va condannata alla restituzione delle predette differenze stipendiali illegittimamente non corrisposte». E insieme alle tredicesime sono arrivati gli arretrati: intorno ai seimila euro per i magistrati di media anzianità, e a salire per i colleghi più esperti. Si compiace Luca Mastrantonio dell'assoluzione di Busi querelato da Veronica Lario che avrebbe manifestato la sua insofferenza «per corna o tradimenti o minorenni ecc...» e non avrebbe mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c'era un tale Mangano.

Lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini. «Allora io mi sarei svegliata, magari vent'anni prima». Che Veronica Lario dovesse sapere che il signor Vittorio Mangano, che lavorò ad Arcore dal 1973 al 1975, fosse un pluriomicida per avere ucciso due persone nel gennaio del 1995, è una pretesa singolare di Busi che presuppone che Veronica Lario manifesti preventiva indignazione prevedendo il futuro. Ed è sorprendente che di fronte a una così evidente enormità il Tribunale di Monza assolva Busi. Luca Mastrantonio commenta, euforico: «Il diritto di critica, dunque, è salvo.

E l'ipocrisia, in Italia, ha un velo in meno». Non sta nella pelle Luca Mastrantonio a ridicolizzare «il fronte che da sinistra a destra aveva trasformato Veronica Lario, moglie tradita, madre affranta, in una eroina dell'antiberlusconismo (Walter Veltroni voleva arruolarla...). Lidia Ravera, senza tema del ridicolo, dall'Unità, invitava Veronica Lario a licenziare Berlusconi». Finalmente Busi ha ristabilito la verità! Peccato che nel '75 Veronica Lario avesse 19 anni e abbia conosciuto Berlusconi soltanto nel 1980, andando a vivere con lui in via Rovani a Milano, non ad Arcore.

Ne consegue che non abbia mai visto né conosciuto Mangano. E quindi non si possa essere lamentata, come pretende Busi, che a casa Berlusconi ci fosse lo «stalliere pluriomicida», ancora non rivelatosi tale. Né possa avergli consentito di prendere in braccio i bambini non ancora nati. La pretesa di Busi è dunque insensata, contrapponendo indignazioni impossibili a corna reali. Evidentemente, con buona pace di Luca Mastrantonio, in Italia non c'è solo il diritto di critica, ma anche il diritto di idiozia. Con questo diritto la Busi può affermare la sua superiorità morale su Veronica. Ma Mastrantonio, che l'ammira, non avendo mai letto Giambattista Vico («Verum ipsum factum») è imperdonabile.

Sempre più incredibile appare non quello che afferma Antonio Ingroia - che, prima di annunciare la sua probabile candidatura, invia dal Guatemala una lettera a Pier Luigi Bersani, augurandogli e augurandosi la vittoria per contrastare «una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istitituzionale ed etico-morale (sic) in cui è precipitato il Paese» - ma la mancanza di reazione del mondo politico che è stato ed è vicino a Silvio Berlusconi. Ingroia è lo stesso che ha dichiarato che «Forza Italia è stato un partito voluto dalla mafia». Io ho reagito e ho provocato reazioni, ma mi chiedo: il segretario del partito, che predilige attaccare Dell'Utri, e il presidente della Commissione Antimafia, possono accettare queste costruzioni senza reagire?

Non mi aspetto nulla da Alfano, ma voglio ricordare che il presidente della Commissione Antimafia è Giuseppe Pisanu, uno degli uomini più vicini a Dell'Utri e uno dei fondatori di Forza Italia. È vero che apprendiamo che Pisanu lascia Berlusconi e va con Monti, ma fino a oggi e negli anni passati può accettare, lui presidente dell'Antimafia, di esser sostanzialmente considerato colluso con la mafia? Anch'io, a maggior titolo di Ingoia, posso dire: «Io so». E so quali erano i rapporti di dipendenza di Pisanu da Berlusconi; che tutti i ruoli politici, da Pisanu pretesi, li ha ottenuti grazie a Berlusconi; che lo ho visto in numerose occasioni, soprattutto nei giorni delle candidature, in rapporti strettissimi con Dell'Utri; e che non capisco come egli possa accettare che il suo partito, per più di 18 anni, sia considerato espressione della mafia. Lui non era una comparsa, una velina, un miracolato: è stato uno dei fondatori. Oggi, se accetta il teorema di Ingroia, può assumere il ruolo di pentito. Dando senso all'organo che presiede.

Sono assolutamente certo della buona fede del grande Capitano del Palermo Calcio, Fabrizio Miccoli, ancora una volta trascinato nel maleodorante vaniloquio sulle frequentazioni, consapevoli o inconsapevoli, con parenti di mafiosi. Qualunque chiamata in responsabilità di Miccoli impone, a maggior ragione, un severo riferimento, morale e giudiziario, al non inconsapevole rapporto del dottor Antonio Ingroia e del Procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, con Michele Aiello (ritenuto dai magistrati «prestanome» di Bernardo Provenzano), dal quale entrambi hanno avuto utilità materiali in dimostrati lavori nelle loro abitazioni, senza che fino ad oggi i due magistrati abbiano chiarito, pubblicamente, perché proprio Michele Aiello fosse in rapporti di confidenza con loro.

Non soltanto è evidente lo stringente parallelo con le vicende del Capitano Miccoli (che, peraltro, non è magistrato), ma, per l'evidente anomalia, si potrebbe configurare per i due magistrati l'ipotesi di concussione. Inutile dire che nel caso del Capitano Miccoli la semplice frequentazione con il figlio di un presunto mafioso ha a che fare con il tifo, la stima (che deve essere consentito avere anche ai figli di presunti mafiosi) per un grande sportivo, il quale non ha ragione di ricusare manifestazioni di ammirazione e amicizia sportiva.

di Vittorio Sgarbi