giovedì 20 dicembre 2012

Domani finisce il mondo? Sperèm...

Vittorio Feltri - Gio, 20/12/2012 - 08:30

Secondo quei simpaticoni dei Maya il 21 dicembre, cioè domani, ci sarà la fine del mondo. Quasi ci conviene

Secondo quei simpaticoni dei Maya il 21 dicembre, cioè domani, ci sarà la fine del mondo, per altro prevista - data imprecisata - anche da Giovanni nel Nuovo Testamento (Apocalisse o Rivelazione).


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Non si sa mai, e nel dubbio facciamo la cosa più stupida: gli scongiuri. Non si capisce perché i Maya siano presi sul serio più di Giovanni, il quale - si dice erroneamente - scrisse l'Apocalisse quando era vecchio e poco lucido, mentre, in realtà, la buttò giù quasi contemporaneamente alla stesura del suo Vangelo, il quarto, sul quale nessuno trova nulla da ridire. Gli uomini sono specialisti nel fare confusione, è noto. Ecco perché non ci stupiamo che qualcuno tremi all'idea che oggi sia davvero il penultimo giorno dall'umanità. Comunque, verificheremo fra 48 ore quale sarà il nostro destino. Vada come vada, ce ne faremo una ragione.

Speriamo soltanto che, qualora dovesse accadere l'irreparabile, ci venga risparmiato un supplemento di sofferenza. Se dobbiamo morire, amen, ma che almeno non ci tocchi patire e fare fatica anche a esalare l'ultimo respiro. Parliamoci chiaro. Ignoriamo perché siamo nati: qualcuno, tirando a indovinare, dice che abbiamo una missione; altri, pure tirando a indovinare, sostengono che siamo qui per caso.

Una sola certezza: da bambini si tribola per crescere, da adulti si pena per riuscire a campare, da vecchi si è tristi perché la morte si avvicina. A volte una giornata è lunga, ma la vita è sempre troppo breve. Quando giunge il momento del trapasso ti domandi che senso ha essere stati qui 80 o 90 anni senza aver concluso nulla. E allora? Non convinti che la nostra presenza sulla terra sia stata completamente inutile, confidiamo nell'aldilà immaginando che sia migliore dell'aldiquà, dove oltretutto si paga l'Imu e bisogna sopportare la campagna elettorale. Quasi quasi, la fine del mondo è conveniente, purché l'altro mondo non sia come questo.

Vendola? Lui vive da pervertito» La «scomunica» del vescovo Fusi Pecci

Corriere del Mezzogiorno

Il monsignore di Senigallia: è contro il progetto di Dio. L'intervista su Pontifex in merito alle nozze gay


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BARI - «Vendola non è cattolico affatto e vive, secondo la nostra visione, da pervertito». Così monsignor Odo Fusi Pecci, vescovo emerito di Senigallia, commenta la situazione sentimentale del governatore della Puglia in un'intervista legata al tema dei matrimoni gay. Il vescovo è stato intervistato dal sito Pontifex e chiarisce la sua visione sull'argomento: «Le relazioni omosessuali sono contrarie al piano di Dio, in quanto sono in contrasto con quanto Dio ha deciso e chiaramente detto. Lui li ha creati donna e uomo, affinché potessero responsabilmente riprodursi. Ora dalla unione di due uomini o due donne, questo non può accadere. Tale idea, pertanto, è contrastante con le Verità e dunque con giustizia e pace».


 

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L'AMMISSIONE - Proprio a settembre scorso Vendola, alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, aveva scoperto le carte affermando di voler sposare il suo compagno (l’italo-canadese Ed Testa). «Se mi spoglio del ruolo di leader politico - aveva detto il leader di Sel - avverto una rabbia: mi trovo a vivere in un Paese il cui ritardo ha segnato la mia vita, ferito i miei desideri, diminuito i miei diritti».


Redazione online20 dicembre 2012

Contrada è definitivamente libero: no del giudice alla libertà vigilata

Maria Teresa Conti - Gio, 20/12/2012 - 16:00

L'ex 007 non avrà più alcun tipo di restrizione. Il magistrato di sorveglianza ha deciso che è troppo vecchio e malato, e che le pene accessorie sono inutili

La decisione era scontata, vista la condotta esemplare tenuta in tutti questi anni, l'età e le gravi condizioni fisiche, che nell'ultimo periodo di detenzione hanno reso necessaria la detenzione domiciliare.


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Ma adesso è ufficiale, messa nero su bianco dal giudice di sorveglianza: Bruno Contrada è un uomo libero a tutti gli effetti; all'ex funzionario del Sisde, che ha scontato in gran parte in carcere i dieci anni di reclusione che gli sono stati inflitti per concorso esterno in associazione mafiosa, non va applicata la misura accessoria della libertà vigilata, perché ormai è troppo vecchio e malato per avere contatti che esulino da quelli con i familiari stretti e con i medici.

La decisione del giudice di sorveglianza è arrivata ieri. A chiederla erano stati i legali dell'ex 007, gli avvocati Giuseppe Lipera e Grazia Coco, e anche il pm aveva espresso parere favorevole. Per l'ex funzionario del Sisde il magistrato ha disposto la «non applicazione della misura di sicurezza di tre anni di libertà vigilata» perché non può essere considerato «socialmente pericoloso, ed è oggi impegnato soltanto nella cura degli affetti familiari e delle proprie condizioni di salute».

La misura era stata disposta come pena accessoria alla condanna a 10 anni per concorso esterno all'associazione mafiosa che il super poliziotto ha finito di scontare lo scorso 11 ottobre, quando è stato scarcerato. «L'irreprensibile condotta del Contrada nel corso di oltre un anno di detenzione agli arresti domiciliari - scrive il giudice nell'ordinanza - costituisce la lente di ingrandimento di un regime stringente di prescrizioni e controlli, scrupolosamente osservati, da cui emerge la figura di una persona gravemente malata che limita la sua sfera relazionale ai rapporti con i familiari e con i medici». Il caso, dunque, è definitivamente chiuso. Anche se Contrada, che si è sempre proclamato innocente, non demorde. Il suo obiettivo, infatti, è la riapertura del processo, attraverso la revisione. Più volte l'avvocato Lipera ha presentato istanze chiedendo che si rifaccia il processo. Sinora invano. Ma la battaglia, comunque, continua.

Anche il Brasile ha il suo iPhone Ma userà il sistema Android...

Corriere della sera

L'azienda brasiliana Gradiente aveva registrato il nome prima dell'uscita dello smartphone Apple. E ora lo lancia
«Questo non è un iPhone». Potrebbe recitare così, parafrasando la celebre scritta di Magritte nel suo quadro raffigurante una pipa, il cartellino dei nuovi iPhone in vendita in Brasile. Perché a dispetto del loro nome, non sono dei melafonini. E, come se non bastasse, nascondono un’anima Android.


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PARADOSSI TECNOLOGICI - No, non sono impazziti a Cupertino: semplicemente si ritrovano nell’ennesimo pasticcio brevettuale che sempre più spesso avviluppa i brand della Mela. Perché nel più grande Paese latinoamericano, un’azienda, la Igb Eletronica Sa, nota soprattutto attraverso la sua sussidiaria Gradiente Sa, sta commercializzando un telefonino chiamato Iphone Neo One. Che ha una forma rettangolare coi bordi arrotondati, due colori (bianco o nero), uno schermo touch, proprio come l’omonimo prodotto di Cupertino. Ma monta un sistema operativo Android 2.3. E comunque non ha niente a che fare con l’originale. Il paradosso si spiega con il fatto che Gradiente avrebbe per la prima volta richiesto quel nome all’ufficio brevetti nel 2000, quando il gioiellino di Steve Jobs ancora non esisteva. E invano nel 2006 ci avrebbe provato la Apple a chiedere il riconoscimento del melafonino alle autorità brasiliane. Ora la Gradiente ha in diritto esclusivo di utilizzo del marchio fino al 2018.

CONTENZIOSO LEGALE - Certo la tempistica non depone a favore delle buone intenzioni di Gradiente: il suo telefonino è stato lanciato pochi giorni dopo il debutto sul mercato nazionale dell’iPhone 5 di Apple, e a chi gli chiede come mai non abbiano usato quel brand fino ad oggi viene risposto che la priorità era di concludere prima un processo di ristrutturazione interno. Ma che ora la società è pronta ad adottare tutte le misure per preservare i propri diritti di proprietà intellettuale. «I due marchi non possono coesistere su questo mercato», ha commentato Eugênio Staub, presidente di Gradiente. La società brasiliana aveva avuto alcuni problemi finanziari negli scorsi anni, ma ai sospetti che dietro il loro iPhone Android ci sia una strategia per rimpinguare le proprie casse a spese di Apple, Staub obietta con forza, spiegando di non aver bisogno dei soldi di Cupertino. E quindi aggiunge: «Abbiamo mostrato di voler usare il nostro brand», ma comunque «restiamo aperti al dialogo». Anche se Apple non li avrebbe mai cercati e, specifica Staub, «non ci ha trattati col rispetto che meritavamo».

MARCHI - Insomma, a parte le dichiarazioni di apertura al dialogo, le intenzioni sembrano più che bellicose nei confronti degli yankee di Cupertino. Che se la devono vedere anche con altre grane simili. In Messico ad esempio Apple è impelagata in un contenzioso legale con un’azienda di apparecchiature tlc che nel 2003 ha registrato il il proprio marchio iFone. Mentre in Cina ha un problema sul marchio iPad, rivendicato da una società del posto. Tanti grattacapi sparsi nel mondo che diventano sempre più rilevanti alla luce dei dati di mercato di Apple: il 60 per cento delle sue vendite avvengono fuori dagli Stati Uniti.


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Carola Frediani
20 dicembre 2012 | 14:29

Serata dedicata a Maria Callas

Corriere della sera

di Marco Lottaroli

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Maria Callas Milano: Callas & Friends – Verdi, Wagner e le eroine della grande lirica. Il titolo racchiude l’essenza della serata speciale in programma, giovedì 20 dicembre, a Palazzo Isimbardi, sede della Provincia. Un evento natalizio di beneficenza con la celebrazione della grande soprano Maria Callas: esposizione di abiti di alta moda (in mostra le creazioni realizzate dalla giovane stilista Katia Gagliardini) ispirati ai suoi personaggi Verdiani e Wagneriani, inoltre video inedito sulla sua vita, accompagnamento musicale, brindisi di Natale con panettone, lotteria di solidarietà (proventi devoluti all’Associazione Italiana Glicogenosi).

L’iniziativa (progetto di Elisabetta Invernici)  è dedicata all’incontro tra la Callas (Anna Maria Cecilia Sophia Kalogheròpoulos, nata a New York il 2/12/1923 e scomparsa a Parigi il 16/9/1977) e la città di Milano, un fatto determinante per la vita della cantante lirica piu amata e ammirata, soprannominata la Divina, una voce e un mito. Alle arie operistiche si alternerà l’esibizione canora di Daniela Ferrari (Milano Swing Italiano)”. Esaltato per l’occasione  anche il celebre binomio panettone & bollicine tanto amato dalla Callas. Sito: www.modaeventiexpo.it

I fan grillini e l'ironia perduta

Corriere della sera

Finte prime pagine di giornale pubblicate su Facebook scatenano la rabbia di alcuni sostenitori del Movimento 5 stelle

«Se vince Grillo torna il nazismo». «Grillo a 3 anni non sapeva scrivere». «Primarie Cinque Stelle: Grillo ha votato 17.321 volte». E ancora: «Beppe Grillo è sovrappeso». Sono questi i titoli — sparati sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e dei siti di informazione - che hanno fatto imbufalire alcuni degli iscritti alla pagina Facebook «Noi voteremo il Movimento Nazionale a Cinque Stelle di Beppe Grillo». Già imbufalire: nonostante quei titoli - e le prime pagine che li ospitano — siano con tutta evidenza dei falsi: creati ad arte (e con grande senso dell’umorismo), a partire dallo scorso settembre, dagli stessi gestori della pagina sul social network, che conta 42.157 «like».

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«COLPA» DEI GIORNALISTI - Alcuni dei commenti rivelano quanto tra iscritti e simpatizzanti del Movimento 5 Stelle, ideato e fondato da un comico di professione, la carica ironica corra il rischio di sfumare, a favore del rancore nei confronti dei partiti tradizionali, dei giornali e — ovviamente — dei giornalisti. Di fronte alla finta prima pagina con il titolo «Grillo choc: pena di morte per chi va in tv - e frustate in piazza per chi parla male di me e Casaleggio» — c'è chi commenta: «Di una sicuramente battuta ironica, guardate un po' cosa tirano fuori», e «non era per chi va in tv, ma per queste m.. di politici quando dovranno presentare il conto».

PRESI SUL SERIO - E lo stesso accade con la copertina di Riza Psicosomatica («Voti Grillo? Forse sei psicopatico»), commentata con uno «Speriamo in tanti psicopatici» o quella del «Corriere» con il titolo-choc «Citofonava e scappava - intervista esclusiva al compagno di quinta elementare: "Era peggio di Charles Manson"». «Paura eh giornali di partito? Forza m5s», commenta un iscritto alla pagina, seguito da chi ipotizza un complotto anti Grillo («La casta e i loro uomini faranno di tutto per screditare il loro concorrente: lo faceva la Dc, non meravigliatevi»), chi confessa («Si attaccano a tutto, anche alle ragazzate: comunque sia chi no lo ha fatto?») e chi accusa i giornalisti («Ma non hanno altro da pensare? Ma chi se ne frega cosa fa un bimbo quando poi è diventato superadulto: ma smettiamola di essere ignoranti»).

SMASCHERATO IL FAKE - Pochi i dubbi: l’utente «Il pensatore» si domanda «Maddaiiii, è un fake (finto, ndr) per ridere o davvero i giornalisti sono così idioti?». Mentre tocca a un altro lettore tentare di svelare il mistero: «La situazione è grave ma non seria. Come avete potuto credere che "Il Corriere" potesse pubblicare una roba del genere? Ma dove vivete? Avete perso non solo il senso della realtà ma anche quello dell’umorismo...».

Davide Casati
20 dicembre 2012 | 13:19

Bordon, l'altro muro di Berlino

Corriere della sera

Quasi timido, stile classico, grandi doti acrobatiche, esce dalla sua riservatezza sul campo


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MILANO - «Bordon-Mazzola, un muro a Berlino» titola Tuttosport il 2 dicembre 1971. La sera prima, nella città tedesca, non ancora capitale, si è giocata la ripetizione della famosa partita della lattina (a Boninsegna) il 7-1 cancellato dall'Uefa. Quella che era l'andata diventa il ritorno e, dopo aver battuto per 4-2 il Borussia Mönchengladbach a San Siro, ora deve difendere quel risultato. A Berlino Ovest, un'enclave occidentale oltre la Cortina di ferro, su tutti, come sintetizzato da Tuttosport, si ergono Sandro Mazzola e soprattutto un giovanotto di Marghera di vent'anni (13 aprile 1951).

Ivano Bordon para tutto, compreso un rigore. L'assedio finisce 0-0 e l'Inter passa. Nerazzurro il destino di Bordon, malgrado gli esordi nella Juventina di Marghera. Arriva nel 1969 a Milano e vi rimane fino al 1983. In prima squadra dal 1970, a poco a poco scalza Lido Vieri e raggiunge 382 presenze, di cui 281 in campionato. Quella con il Borussia M. è la partita che lo consacra. Vince due scudetti (1970-1971 e 1979-1980) e due volte la Coppa Italia (1977-1978 e 1981-1982). Riservato, quasi timido, Bordon non cerca il centro dei riflettori o della città: va da abitare a Trezzano sul Naviglio. Stile classico, grandi doti acrobatiche, esce dalla sua riservatezza sul campo.

Nel finale della sua avventura all'Inter, subisce il rampantismo del giovane Walter Zenga, come Vieri aveva subito il suo. Passa alla Sampdoria (un'altra Coppa Italia) e poi scivola verso una seconda parte di carriera sportiva piena di successi, come preparatore dei portieri di Marcello Lippi, prima alla Juve e poi in nazionale. Vince due Mondiali (1982-2006), da giocatore e da tecnico, ma il primo senza giocare e il secondo nello staff. Nelle retrovie, certo, ma in Italia è l'unico ad aver vissuto due avventure così.


Roberto Perrone
18 dicembre 2012 (modifica il 19 dicembre 2012)

Crisi, boom di case pignorate all’asta: possibili affari convenienti ma in pochi si presentano

Corriere della sera

«La morosità è all'ordine del giorno per gli immigrati come per gli italiani»


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MILANO - Perdere la casa per un debito inferiore ai 10.000 euro? Possibile, oggi a Milano, anzi: sempre più frequente: «Le procedure esecutive generate dal mancato saldo delle rate condominiali sono aumentate del 18% - dicono dal Tribunale -nel 70% dei casi l’iter sfocia nel pignoramento dell’immobile». Passaggio estremo che si tenta in ogni modo di evitare, precisa però Claudio Bianchini che amministra in tutta Milano dozzine di stabili: «La morosità è purtroppo, ormai, all’ordine del giorno, per gli immigrati come per gli italiani. In via Imbonati ad esempio un condomino ha accumulato debiti per oltre 20.000 euro. Siamo partiti dalle lettere di sollecito nostre, poi quelle del legale, fino al decreto ingiuntivo. E spesso non serve nemmeno il pignoramento mobiliare», dice.

A quel punto, se non si trova un accordo amichevole (il debitore può chiedere una istanza di conversione fino alla prima udienza che dispone la vendita versando 1/10 dei crediti e chiedendo la rateizzazione fino a 18 mesi, ndr) non si ha altra scelta: si procede alla confisca della casa e alla sua messa all’asta, nel tentativo di rifondere i creditori. Del resto, come spieghiamo sul giornale di mercoledì 19 dicembre alle pagine milanesi del Corriere-per-Voi, la riforma del Condominio incoraggerà gli amministratori a stringere ancor più le maglie della severità: ad esempio dovranno agire nei confronti dei morosi «entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio in cui il credito è compreso» e saranno passibili di accusa per «gravi irregolarità» se hanno omesso di curare «in modo diligente» l’esecuzione coattiva.

LE ASTE, CHANCE PER CHI COMPRA - Disgrazia per il proprietario dell’immobile, d’accordo. Ma anche opportunità per chi invece, dall’altra parte, abbia liquidità in banca e sappia fiutare l’occasione. «Il prezzo degli immobili pignorati è più basso di quello di mercato già in partenza, e decresce di circa un quarto a ogni passaggio successivo- spiegano ancora dal Tribunale - chi vuol comprare di solito aspetta la seconda o la terza asta con un prezzo ribassato anche del 40%». Ma la qualità? «Una volta all’incanto finivano solo case in pessime condizioni o in zone di estrema periferia ma non è più così.

Capitano spesso appartamenti di zone semi centrali tenuti benissimo (dal sito, ad esempio 100 mq in Viale Lazio a 310.000 euro, e 160 mq in Via Rembrandt, piano alto, a meno di 500.000». Prezzi di saldo. Eppure 9 aste su 10 vanno deserte. Perché?, si chiedono avvocati, commercialisti e notai delegati alla vendita? Non ci sono soldi in giro, neanche per gli affari, e questa è senz’altro la prima ragione. Poi pochi conoscono il sito tribunale.milano.it dove le aste sono pubblicizzate come in una enorme, conveniente vetrina immobiliare. Infine intimorisce il rischio che dopo l’aggiudicazione chi occupa, a quel punto abusivamente, non se ne vada: ma questo è «un pregiudizio che va smentito: una volta che la procedura di sfratto è avviata (costo indicativo di 150 euro per la notifica del precetto, ndr) di solito non ci vuole più di un anno per liberare la casa». E dunque sì, davvero, può essere una buona occasione.

Elisabetta Andreis
18 dicembre 2012 (modifica il 20 dicembre 2012)

Al via il grande database sulle pagelle dei nostri nonni

La Stampa

Chiunque potrà vedere pubblicati i ricordi dei propri cari sul portale www.storia150.ipzs.it creato dal Ministero dell’Istruzione

flavia amabile
roma


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Se a casa avete una pagella di un nonno, una nonna, o di chiunque di famiglia e avete voglia di condividerla con tutti, da stasera sarà possibile sul portale www.storia150.ipzs.it creato dal Ministero dell’Istruzione per mettere in mostra il materiale presente nella biblioteca storica del Miur. Accanto ai volumi antichi, ai registri dei maestri d’inizio Novecento, ai libri di testo dell’epoca fascista, quindi, chiunque potrà vedere pubblicati i ricordi dei propri cari. E’ il modo scelto dal ministero per raccontare la storia della scuola italiana. Stamattina nella sede di viale Trastevere a Roma si inaugura la mostra “Dal libro Cuore alla Lavagna Digitale”, un’idea nata per festeggiare i 150 anni della Biblioteca del Ministero che, fondata nel 1862 a Torino, ha seguito le vicende del Regno d’Italia, venendo trasferita prima a Firenze e poi a Roma nel Palazzo della Minerva. Dal 1928, la biblioteca si trova nella sede storica del Ministero, a Viale Trastevere e accoglie circa 70mila volumi e documenti di notevole importanza storica.

La mostra si divide in 5 sezioni: le aule: esposizione di due aule, una di fine ‘800 e una modernissima 2.0;

la vita di classe: Registri, giornali della classe e quaderni; i libri di testo: Abaci, abbecedari ed altri libri di testo;

pagelle e diplomi: pagelle e attestati dal 1863, comprese quelle della “propaganda”, fino al primo dopo-guerra;

l’amministrazione scolastica: Regi decreti, l’intera collezione delle leggi d’Italia fin dalla prima del 21 marzo 1861, i libri matricolari dei regi provveditori e dei regi ispettori e libri stranieri sull’istruzione dell’800 e del ‘900.

Sarà aperta a scolaresche e cittadini previa prenotazione. Si può scrivere al seguente indirizzo: biblioteca@istruzione.it, oppure chiamare lo 06-5849.2053-2806-3129. Cinque sezioni anche per il portale che sarà attivo stasera: libri di testo, documenti, scuole, ministero, leggi e riforme.

Frequenze, le «tv del cortile» costrette a chiudere annunciano battaglia

Corriere della sera

A 24 mesi dall'addio all'analogico, una mazzata sulle tv locali che si sono classificate oltre la diciassettesima posizione


MILANO - Da Telemonteneve a Lodi Crema Tv, da Teleboario a Televallassina. E' lunga la lista delle televisioni locali costrette a chiudere. E alcune, nelle ultime 48 ore, sono già sparite dal telecomando lombardo. Dalle Alpi al Po, la fine delle trasmissioni è arrivata per 15 emittenti e 33 canali. Una chiusura sancita ufficialmente da un fax del ministero dello Sviluppo economico che è giunto negli studi delle piccole tv qualche giorno fa. Un ordine di spegnere le telecamere messo nero su bianco, dopo che queste minuscole «antenne del territorio» sono state escluse dalla riassegnazione delle frequenze per il digitale terrestre.

A 24 mesi dall'addio all'analogico, una mazzata si abbatte su quelle televisioni locali che nella graduatoria del nuovo bando si sono classificate oltre la diciassettesima posizione. In sostanza, sono state bocciate perché hanno un bacino d'utenza troppo ristretto. Così nei prossimi giorni più di cento fra giornalisti e tecnici rimarranno senza lavoro: la Lombardia perde le tv che andavano in onda dal «cortile di casa».

«Quel bando è uno scandalo e una vergogna», tuona Daniele Ghillioni di Televallassina. Il responsabile dell'emittente di Como e Lecco spiega che «Il Ministero, nelle sue valutazioni, ha utilizzato un parametro quantitativo e non qualitativo». «Per questo motivo - anticipa Marco Rocca di Telemonteneve, tv che trasmette solo a Livigno e Bormio - come televisioni escluse, tutte insieme, stiamo valutando l'ipotesi di un ricorso collettivo al Tar del Lazio contro questo bando».

Una gara che il Ministero ha indetto dopo che i canali dal 61 al 69 dovranno essere ceduti alle compagnie telefoniche. Una cessione che allo Stato frutterà un introito di 4 miliardi di euro. «Ma se Roma ci guadagna, chi ci perde siamo noi delle piccolissime tv - spiega Ghillioni - . E ci perdiamo due volte: la prima, perché siamo costretti a chiudere; la seconda, perché per passare al digitale abbiamo fatto investimenti tecnologici che ormai non servono più a nulla».

Paolo Marelli
20 dicembre 2012 | 12:10

I ricordi di Toscanini resteranno a Milano

Corriere della sera

All'asta per 120 mila euro, andranno all'Archivio di Stato. Il frac battuto a 5 mila euro e acquistato a 15 mila


MILANO - È un crescendo. E anche un rito antico. «Ecco un'offerta dalla sala; al telefono propongono di più». Uno-due-tre, «aggiudicato». Asta Bolaffi, si vendono i cimeli di Arturo Toscanini, la battaglia c'è, i collezionisti agguerriti pure (solo italiani, però). Ma c'è anche lo Stato, che prima vincola i lotti (escludendo gli stranieri, appunto) e poi se ne aggiudica uno - manoscritti e fotografie del maestro - per 120 mila euro. Operazione finanziata dal pubblico per il pubblico: fotografie, lettere, telegrammi andranno ad arricchire l'Archivio di Stato di Milano. Ma alla casa d'aste non tutti sono contenti. «Pronti a rivalerci, troppi cavilli hanno scoraggiato i compratori».

 All'asta i cimeli di Toscanini All'asta i cimeli di Toscanini All'asta i cimeli di Toscanini All'asta i cimeli di Toscanini All'asta i cimeli di Toscanini

Era nell'aria. Dopo gli appelli a non disperdere il grande valore del lascito toscaniniano, il ministero per i Beni culturali ha fatto la sua mossa: proporre una dichiarazione di interesse culturale per una serie di pezzi riuniti in un lotto unico e concedere l'incanto di altri, ma assicurandosi il diritto di riacquistarli entro due mesi dall'asta e comunque vietandone il trasporto fuori dall'Italia. Insomma, a parte 13 pezzi liberi da vincoli, il resto (56 gruppi di oggetti su 69) è in qualche modo soggetto alla supervisione del ministero, Soprintendenza archivistica.

E durante l'asta di ieri si vede. «Gli americani si sono ritirati», dicono da Bolaffi, mantenendo il consueto tono signorile. La serata si accende solo per alcuni cimeli: la bacchetta del maestro, libera da vincoli, che da 500 euro viene acquistata per 5 mila, il frac conquistato dopo una lunga schermaglia da un privato per 15 mila euro (base d'asta 5 mila) anche se lo Stato potrà farlo suo (allo stesso prezzo) entro 60 giorni. Un americano al telefono protesta: «Perché non posso avere il tributo della Philarmonic Orchestra ?». Facce scure in via Manzoni.

Il tempo scorre, i pezzi «provvisori» - i 17 che il ministero potrà decidere se acquisire o no - vengono venduti per 35 mila e 400 euro (più le commissioni). Si passa al primo lotto, quello con 39 cimeli, dalla lettere al maestro autografata dal Führer, all'archivio familiare, agli spartiti, tutti oggetti «di interesse culturale». Base d'asta 120 mila euro (più il 25% di commissioni), il sovrintendente archivistico Maurizio Savoia alza la mano con nonchalance, mezzo minuto ed è tutto finito.

Nessun avversario, il ministero entra in possesso dei cimeli di Toscanini e qualcuno in Bolaffi si aspetta che farà lo stesso con gli altri 17, tra cui il frac e il manifesto di riapertura della Scala dopo la Guerra. «Grazie ai tesori acquistati dal ministero a novembre da Sotheby's - spiega soddisfatto Savoia - si potrebbe creare un fondo Toscanini nell'Archivio di Stato di Milano, a disposizione dei cittadini e di istituzioni come il Comune e la Scala».

Appello raccolto. Il ministero acquista l'eredità toscaniniana, la dona a Milano (solo Parma, forse, sarà delusa, visto che voleva arricchire la casa natale del maestro, ma il sovrintendente esclude guerre di campanile) e la città ringrazia. A partire da Stefano Boeri, che aveva insistito sulla necessità di lasciare i tesori di Toscanini in mano pubblica: «Sono felicissimo, è un bell'esempio di collaborazione tra istituzioni e potrebbe aprire la strada ad altre acquisizioni con l'impegno del Comune e della Scala». Solo alla casa d'aste sembrano poco entusiasti: «Siamo contenti per Milano - ammette Maurizio Piumatti, direttore di Bolaffi Arte -, ma la presenza dello Stato ha depresso la serata». Per questo già oggi l'amministratore delegato Filippo Bolaffi potrebbe opporsi alla procedura di vincolo avviata dal ministero sul tesoro di Toscanini. Anche se sono poche, lo sanno anche loro, le possibilità di vincere il ricorso.


Milano: cimeli di Toscanini all'asta da Bolaffi (20/12/2012)

Annachiara Sacchi
20 dicembre 2012 | 12:06

Padri separati, la protesta arriva a Montecitorio

Il Messaggero
di Maria Lombardi

Da tutta Italia domani fuori dal Parlamento vestita da Babbo Natale


Cattura ROMA - Babbo Natale urla accanto a due bambini con gli occhi bendati. È il simbolo della protesta dei papà che non riescono a vedere i propri figli. Domani saranno a Montecitorio, la marcia dei cento genitori soli venuti da tutta Italia, vestiti di rosso con la barba bianca manifesteranno dalle 10 alle 14, faranno gli auguri ai bambini «negati, sottratti o rapiti» e chiederanno che tutto questo non accada più. «Liberateli», sarà scritto in uno striscione. «Presenteremo in parlamento un documento per chiedere che sia inasprita la pena per chi sottrae un minore. Difendiamo il diritto dei figli di avere due genitori e quattro nonni», spiega Giorgio Ceccarelli, presidente dell’associazione figli negati. «Il Natale è un momento drammatico per i padri e le madri che non possono vedere i loro bambini». E’ una festa amara per tanti genitori, anche sempre di più povera.

LA CARITAS Prima erano solo i padri a rivolgersi alla Caritas perché la separazione li aveva ridotti in miseria. «Adesso c’è un fenomeno nuovo, quello delle madri che sono costrette a chiedere aiuto alle mense perché l’assegno di mantenimento non arriva più», racconta Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti italiani. «Chi ha uno stipendio medio con la separazione arriva al collasso economico. C’è chi si ritrova a vivere con 200, 300 euro: la miseria a questi livelli può portare al suicidio. Si calcola siano circa 300 l’anno i suicidi dei genitori disperati».

I padri e le madri che mangiano ogni giorno alla Caritas in tre anni sono aumentati del 5 per cento. Sempre di più sono i papà che dormono nei cartoni, accanto ai clochard, la mattina si lavano nei bagni della stazione Termini e poi vanno in ufficio. «Un esercito di disperati sempre più numeroso, vuoi per le decisioni dei giudici, vuoi per l’aggravarsi della crisi economica», l’avvocato Claudio Iovane è il vicepresidente nazionale dell’associazione padri separati.

LA LEGGE Per i papà in difficoltà ci sono le due case del Comune, una all’Infernetto e l’altra in via Torre di Prato Lungo, «ma non facciamoci illusione - aggiunge l’avvocato - i posti sono pochissimi e assolvono a una funzione limitata nel tempo». Non è solo con l’assistenza che si risolve il problema. «E’ necessaria una rivitazione del quadro normativo per tutelare la dignità dei genitori. La figura del padre non deve essere seconda a quella della madre e invece con l’affido condiviso non è cambiato nulla: un vestito nuovo su un vecchio manichino. La casa continua ad andare al genitore che vive con i figli, quasi sempre la madre. Il padre finisce per strada e continua a pagare il mutuo».


Salvatore, padre separato: «Il mio Natale da McDonald’s lontano dai figli»

Per sei mesi ha dormito in macchina: «Mi pulivo in autogrill»

di Maria Lombardi


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 ROMA - Un McChicken caldo di lacrime. Salvatore lo manda giù in macchina, da solo, anche se è la notte di Natale anche sei lui è un papà e ha promesso regali, baci, sorrisi buoni per le foto. Può buttarli via, i suoi bambini non li vedrà, una casa non ce l’ha, la festa lo ha tradito. Con qualche spicciolo in più non avrebbe preso il pollo, gli hanno insegnato che alla vigilia mangiare carne è come una colpa e non ci si può sentire tristi soli e anche colpevoli, la notte di Natale.

Ma Salvatore ha solo tre euro e allora chicken, conserva ancora lo scontrino del McDonald’s di Corso Francia: lo ringrazia tuttora quel panino umido di pianto, gli ha mostrato quanto coraggio può nascondere la disperazione, e quanta forza. Gli ha insegnato che se passa una notte così allora è fatta, non ci pensi più a farla finita. Pollo e preghiere. «Ho pregato tanto, mi ripetevo: Salvatore, ce la farai. Ma avevo anche tanti brutti pensieri. Poi in macchina sono andato sotto casa dei miei figli e ho parcheggiato lì davanti. Lì vedrò, speravo, anche dalla finestra, li saluterò da lontano. Ma in casa non c’era nessuno».

LE NOTTI
Aspetta, Salvatore Del Giudice, 32 anni, papà separato, che la sera del Natale 2011 si porti via quel senso di sconfitta, quel sentirsi povero di tutto. «Sono rimasto lì fino alle dieci e trenta, poi sono tornato al parcheggio dell’autogrill vicino alla Bufalotta». La giacca di pile con il cappuccio, il sedile giù e Salvatore si addormenta, come fa ormai da giorni e giorni. «Ho dormito nella Golf per sei mesi, ero stato cacciato di casa dalla mia ex moglie, ho trovato la serratura cambiata: per strada e senza un vestito. Un affitto non potevo permettermelo. Avevo da pagare le rate della macchina e quelle dei mobili. Dei 900 euro di stipendio mi restava troppo poco.

La mattina mi lavavo all’autogrill, i dipendenti ormai mi conoscevano e mi facevano usare il bagno privato. Poi mi presentavo al lavoro come se niente fosse, il fine settimana spendevo 60 euro e andavo in albergo per farmi una doccia. Ero arrivato a pesare 54 chili, tossivo sempre. I miei amici mi dicevano: Salvatore, così non puoi andare avanti». L’ha capito la notte di Natale, Salvatore, che in quelle notti al freddo cominciava a morire. «La Golf era diventata per me la tana, il rifugio». Ora la tana non c’è più, Salvatore, dipendente di una ditta di pulizie, ha dovuto rinunciare anche a quella, ha ridato indietro la macchina, «non potevo più pagare le rate». Ma ha una casa, la divide con una compagna, «ho ritrovato anche la mia dignità di padre, i miei figli contano su di me».

LA CAUSA
Dietro la scrivania di Salvatore, in un magazzino, ci sono le foto dei figli, 10 e 3 anni, smorfie e risate attaccate alla parete con le puntine colorate. «Non li ho visti per mesi, adesso li vado a prendere due volte a settimana». Non ha rancore, Salvatore, per i mesi in macchina, per le liti, lo scambio di denunce che l’hanno portato vicino alla fine. «Non ho chiesto aiuto al Comune perché sono abituato ai sacrifici e c’è gente che non lo è. Ho pensato: lascio questa possibilità a chi non ha la mia forza, io me la cavo e così è stato. Alla prima udienza in tribunale mi era stato chiesto un assegno di mantenimento di 800 euro, a me che ne guadagno 900. Ho detto che più di 250 non posso versarne. Darò i regali di Natale, quest’anno, ai miei figli, quello che posso permettermi».

IL PROFESSORE
La miseria non è passata, ma adesso non ha la stessa amarezza. La conoscono in tanti, padri e madri separati che si ritrovano da un giorno all’altro con esistenze dimezzate. Come un professore di latino e greco, cinquantenne, eccellente insegnante di un liceo romano, padre di due figli. Guadagna 1.560 euro al mese, deve darne 1.140 alla ex moglie tra mantenimento dei ragazzi e mutuo. Un’altra casa nemmeno a parlarne: dorme per tre mesi in auto, tra San Giovanni e piazza Re di Roma. La mattina si lava alla fontanella e poi va a scuola, nessuno sa niente delle sue notti da barbone, ma gli studenti lo scoprono e l’umiliazione per lui è doppia. Rinuncia a vedere i figli perché non ha nemmeno i soldi per pagargli un cinema. Lo salva un amico, psicoterapeuta, che lo prende in cura gratis e lo aiuta a ricomporre i brandelli di vita. Adesso ha una nuova compagna, una casa e ogni giorno una camicia pulita.



Giovedì 20 Dicembre 2012 - 11:51
Ultimo aggiornamento: 12:01

Facebook e la favola di Natale del violino rubato

La Stampa

Grazie a uno struggente annuncio sul  social network, riappare il violino rubato a una giovane artista

gianluca nicoletti


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  Una giovane musicista ritrova, grazie a Facebook, Il violino che le era stato rubato in treno. Eccola la favola di Natale 2.0, la storia di bontà che affranca il social network dall’oscuro girone delle anime dannate. D’ora in poi in Facebook transiteranno solo piccole fiammiferaie e principessine spodestate da sorellastre cattive. Facezie a parte, la nostra Gemma, eroina di questa favola di Natale, deve ringraziare la sua fede nella solidarietà del popolo del “mi piace” per il regalo  che le è arrivato   proprio quando aveva oramai perso ogni speranza di poter suonare ancora suo  violino, un Claude Lebet del 1989, modello Guadagnini. 

Il realtà era stata lei ad averlo lasciato due giorni fa nel treno regionale che da Imola, dove studia, la riportava alla casa di Firenze. Era scesa in una stazione intermedia per controllare dove fosse, ma il treno era ripartito con il suo violino, che evidentemente è stato poi rubato da qualcuno che l’ aveva visto abbandonato nello scompartimento. Fu così che la volinista derubata, oltre a denunciare tutto alla polizia, decise anche di provare con Facebook, pubblicando la foto del  violino assieme a una supplica strappacuore: "Purtroppo per me è difficile in questo momento poter acquistare un nuovo strumento, quindi sarà difficile continuare i miei studi, per comprare il violino la mia famiglia ci ha messo quattro anni".

    Un testo che avrebbe commosso Ebenezer Scrooge, una storia paragonabile alle visioni che operarono la catarsi di quel perfido pitocco nella vigilia di Natale. In poche ore la pagina Facebook ha raccolto centinaia di contatti, tra questi molti musicisti hanno inviato indirizzi e riferimenti di collezionisti e commercianti, sperando che potessero aiutarla a ritrovare il violino. Fino a che ieri una ragazza la cerca dicendole di aver trovato il suo violino nel centrale quartiere di Santo Spirito, accanto a un cassonetto. Era nella custodia, con su scritto il nome della proprietaria. La storia da Facebook era rimbalzata ai giornali locali e la refurtiva probabilmente era ormai bruciata per ogni ricettatore.

   Molto di più però ci piacerà pensare a un gesto di natalizio pentimento dello spietato ladro di violini che, dopo aver versato una lacrima sul display del suo smartphone, ha deciso di permettere alla piccola violinista disperata di riabbracciare il suo amato strumento.

Dopo Mesiano «pedinata» la Boccassini Le foto pubblicate dal settimanale «Chi»

Corriere della sera

Il settimanale della famiglia Berlusconi pubblica un servizio sul pm del caso Ruby e la critica per le calze e la cicca
Dopo Raimondo Mesiano, Ilda Boccassini. Dopo Mattino 5, «Chi», sempre di proprietà della famiglia Berlusconi. Adesso il settimanale diretto da Signorini pubblica un servizio, corredato da 5 fotografie del pm milanese.

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LE CALZE E LA CICCA - Il magistrato, che si occupa del sequestro di Giuseppe Spinelli (il ragioniere di Arcore) è stato seguito da un fotografo mentre fa shopping a Milano con un'amica. Così come Mesiano (il giudice della sentenza relativa al lodo Mondadori, venne criticato per il colore (turchese) dei calzini, allo stesso modo nel servizio del settimanale di gossip si parla delle calze del pm del processo Ruby, dove l'ex premier Silvio Berlusconi è imputato.

La Boccassini poi butta una cicca di sigaretta per terra sottolineandone la scarsa attenzione: mentre «depone con cura un pacchetto in un sacchetto più grande», allo stesso tempo «come si può notare, non con altrettanta cura “depone” in terra la bionda lasciata a metà». Più avanti sotto il titolino, «Questione di stile» si parla del look del magistrato: le «calze in lana multirighe, 21 euro», il cappotto, e pure la sciarpa «reinterpretazione della smorfia napoletana, in modal e seta, 300 euro».

IL CASO MESIANO - Già nel 2009, nel corso del programma Mattino Cinque, il giornalista Claudio Brachino lanciò un servizio sul giudice Mesiano (che condannò Fininvest a pagare quasi 750 milioni di euro, in appello diventatati 560, a titolo di risarcimento alla Cir di De Benedetti) sottolineandone i «comportamenti stravaganti» dello stesso. Nonostante le scuse a Mesiano, Brachino fu sospeso dall'Ordine dei giornalisti per 2 mesi.




Ilda Boccassini su 'Chi' (20/12/2012)

Redazione Online20 dicembre 2012 | 8:11

Il partigiano Ingroia strizza l'occhio ai rivoluzionari

Stefano Zurlo - Gio, 20/12/2012 - 08:06

Il simbolo di Anonymous potrebbe ispirare il Quarto Polo

Saranno pure arancioni, ma quel colore, troppo pallido, potrebbe già andare in soffitta. Quelli del Quarto polo hanno in testa una parola d'ordine che la dice lunga sulle loro intenzioni: «vendetta».


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Che è poi la variante postmoderna di un vocabolo usurato come «rivoluzione». Si discute in questi giorni, mentre Antonio Ingroia sta per sciogliere i dubbi sulla sua candidatura, sul simbolo della lista che si presenterà alle prossime elezioni. E ieri il Fatto Quotidiano ha svelato che l'icona del movimento potrebbe diventare, nientemeno, Guy Fawkes, il bombarolo inglese che nel 1605 tentò di far saltare in aria il parlamento inglese ma fu catturato e squartato. Il volto affilato e beffardo di Guy - ridisegnato negli anni Ottanta da Alan Moore e David Lloyd, autori di una celeberrima graphic novel - potrebbe diventare l'immagine vincente del Quarto polo sotto la scritta «V per vendetta».

Qualche anno fa, forse, si sarebbe puntato su un classico come Che Guevara, l'usato sicuro, ma oggi la sinistra radicale stravede per i baffi, gli zigomi rubizzi e l'espressione quasi diabolica di Fawkes. E mastica parole come «rivolta, rivoluzione, vendetta». Del resto c'è la crisi e gli scontenti, gli antagonisti, il Popolo viola soffiano sul fuoco dell'indignazione. Guy Fawkes è un passepartout universale. Piace agli indignados spagnoli, piace a Occupy Wall Street, perfino a un corsaro del web come Julian Assange. E allora potrebbe soppiantare l'arancione che ha un retrogusto pacifista e, temono evidentemente i promotori, porta in dote qualche sbadiglio. Meglio l'adrenalina, meglio il mito della lotta al potere, meglio l'attentato che fallì per un soffio perché il re Giacomo I e i parlamentari se la cavarono per miracolo.

La storia cammina e non si volta mai indietro, ma la faccia di Fawkes sembra adatta a questa stagione in cui la pancia è mezza vuota e la voglia di rottamare tutto il Palazzo con i suoi inquilini è alta. Ingroia parlerà venerdì, di ritorno dal Guatemala, al teatro Capranica di Roma e lì potrebbe ufficializzare la sua corsa per la premiership. Ieri in ogni caso, il Csm gli ha sgombrato a razzo la strada concedendogli l'ok all'aspettativa all'unanimità, con l'astensione del vicepresidente Michele Vietti. «L'autorizzazione dell'aspettativa - commenta oggi Vietti - era un atto dovuto». Meno scontato era l'altro tema riguardante il magistrato siciliano all'ordine del giorno di Palazzo dei Marescialli: l'inserire oppure no nel suo fascicolo personale la bacchettata che il Csm gli aveva assestato per la partecipazione al congresso dei Comunisti italiani. Alla fine per nove a sette ha vinto il partito pro Ingroia: la censura finirà in qualche archivio polveroso.

Dunque l'ex pm può tornare serenamente in Italia. La sua idea è appunto quella di allargare il movimento, ben oltre il recinto arancione. Il magistrato siciliano vuole di fatto creare una lista civica per la legalità, che non abbia solo un ruolo di pura testimonianza. Per ora ad attenderlo ci sono Moni Ovadia, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Gino Strada, Vauro. Le diverse anime del raggruppamento, sempre a rischio esplosione, si confronteranno, poi si vedrà. Per ora, in una nota congiunta, Ingroia e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris sottolineano l'importanza della «sfida». E spiegano che il Paese «merita una strada alternativa sia al berlusconismo che al montismo».

Ritornano i baffi irridenti, vagamente alla Dalì, di Guy Fawkes, i baffi anarchici che parlano alle nuove generazioni e ai tanti movimenti di protesta, come i No Tav, che ribollono. E aspettano un cenno, fra dialogo e protesta.

Putin: «Depardieu avrà passaporto russo»

Corriere della sera

La conferma del capo del Cremlino durante la conferenza stampa di fine anno a Mosca

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Vladimir Putin è pronto a dare un passaporto russo a Gérard Depardieu, se questo è il desiderio dell'attore francese. Lo ha dichiarato lo stesso presidente russo, davanti a una foltissima platea di giornalisti russi e internazionali, riuniti a Mosca per la conferenza stampa di fine anno.

TASSE - «Se Gérard vuole un permesso di soggiorno o un passaporto russo, la questione è già risolta, in maniera positiva», ha affermato il capo del Cremlino, rispondendo ad una domanda sulle voci di un passaporto russo già inviato da Putin all'attore francese, che dice di voler rinuciare alla cittadinanza francese dopo le critiche del premier Jean-Marc Ayrault sulla decisione di eleggere domicilio fiscale in Belgio, dove si pagano meno tasse. La notizia del passaporto russo già in mano a Depardieu non era uno scherzo, come aveva sostenuto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.

Redazione Online20 dicembre 2012 | 11:12

Le Costituzioni più libere del mondo

Matteo Sacchi - Gio, 20/12/2012 - 08:35

Dalla Magna Charta alle perle promulgate in Egitto o in Francia. Ecco le fonti del grande diritto

Ci sono frasi che van sempre bene, tipo: Parigi è sempre Parigi, il nuoto è uno sport completo, meglio un uovo oggi che una gallina domani e la costituzione italiana è la più bella del mondo.


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Perché? Non si sa, forse perché suonan bene, e in fondo fan tutti contenti. Nel caso dell'ultima frase, quella sulla costituzione italiana, però forse bisognerebbe fare qualche riflessione in più. Non che la nostra Carta fondativa non sia strumento giuridico di valore, ma assume senso solo se la si contestualizza, se la si legge come uno dei tanti passaggi dello sviluppo del diritto. Insomma non è né un unicum, né una monade, né un'idea meravigliosa magicamente generata dalla Costituente. Ha delle madri nobili, delle cugine nobili, in certi casi persino delle eredi più giovani al cui confronto rivela con precisione la sua età.

Per ragionare sul tema, e non limitarsi ai festeggiamenti televisivi, inevitabilmente un po' edulcorati e spannometrici, un buon punto di partenza potrebbe essere una collana di libri «smilzi», ma fondamentali. Nel senso che danno conto delle fondamenta del diritto e degli Stati. Si chiama «Il monitore costituzionale» ed è edita dal 2007 per i tipi di Liberilibri. Consente di leggere e di confrontare alcuni delle leggi «originarie» più importanti degli Stati moderni, dalla Magna Charta Libertarum del 1215 concessa ai suoi sudditi da Giovanni Senzaterra (è considerata la «mamma» di tutte le costituzioni moderne) sino ad arrivare alla Costituzione egiziana del 1923 (difficile tentativo di sintesi, e perciò attualissimo, tra le idee dell'Occidente liberale e il mondo musulmano). E in mezzo ci sono davvero tante cose, perle del diritto che hanno influenzato il mondo per decenni o addirittura per secoli.

Giusto per citare qualche esempio, l'idea di una fiscalità non imposta dall'alto ma condivisa ed equa che è alla base della Magna Charta Libertarum: «Nessuno scutagium o auxilium sarà imposto nel nostro regno se non per consenso generale». Oppure l'idea di un processo rapido e giusto, che non si trasformi quindi in uno stillicidio per le parti, già formulata con chiarezza nella Costituzione Corsa (secondo alcuni fece da modello anche per quella degli Stati Uniti) del 1755 in cui vengono fissati nella legge fondamentali i limiti temporali per condurre a termine qualsiasi grado di giudizio. Un qualcosa che molti italiani avrebbero probabilmente gradito avere anche nella nostra costituzione. Poi ci sono i capisaldi giuridici, figli del giusnaturalismo, quelli che ormai consideriamo diritti inalienabili: «Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo.

Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione» e «La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della Società il godimento degli stessi diritti» (articolo 2 della Costituzione Francese del 3 settembre 1791). Poche altre carte, anche posteriori, hanno insistito così con forza su questi temi soprattutto su quello del diritto di «resistenza» del cittadino, anche contro lo Stato. E c'è anche la Costituzione di Weimar del 1919, testo che ha fatto da modello ad un'intera generazione di carte seguenti alla Prima guerra mondiale e i cui echi si sentono anche nelle riflessioni della nostra Costituente. A partire da quell'articolo 1 che recita: «Il potere statale emana dal popolo». Una costituzione che pur essendo considerata un capolavoro giuridico non si è rivelata poi in grado di arginare l'ascesa del nazismo, secondo alcuni proprio perché troppo «tecnica».

Ecco che allora leggendo e contestualizzando i luoghi comuni costituzionali, le gare di «bellezza», sembrano essere sempre più prive di senso. Come spiega Aldo Canovari, fondatore di Liberilibri: «Quando assieme alla giovane studiosa Serena Sileoni e al professor Alessandro Torre abbiamo fondato il Monitore costituzionale, il nostro scopo era rendere fruibili in Italia una serie di testi che venivano letti quasi solo da specialisti, e invece sono importanti per ogni cittadino. Alcuni ci siamo accorti nemmeno erano mai stati tradotti. Stiamo facendo uno sforzo enorme. Speriamo che questi testi vengano letti sempre di più». Insomma per chi non vuole limitarsi a una prima serata e vuole un palinsesto costituzionale non manca la programmazione.

Ue, l'Italia rischia procedura infrazione «Lettori di lingua inglese discriminati»

Il Messaggero

Con la riforma Gelmini sono stati degradati a tecnici e lo stipendio dimezzato. La protesta del governo di Londra


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ROME - La Commissione europea è pronta ad aprire una procedura di infrazione contro l'Italia per discriminazione dei lettori di lingua inglese che lavorano nelle università della Penisola. Lo riporta ilsito The Italian Insider, un giornale in lingua inglese che si pubblica a Roma, citando fonti diplomatiche.

Il primo ministro britannico David Cameron ha di nuovo recentemente sollevato il problema, ma non ha ottenuto alcun impegno del governo di Roma a cancellare la norma introdotta dall'ex ministro Mariastella Gelmini e considerata dai lettori discriminatoria. In particolare, con la riforma varata nel dicembre 2010 dal governo di Silvio Berlusconi, i lettori stranieri, che già venivano pagati meno di quelli italiani, non vengono più considerati insegnanti e sono stati degradati da ricercatori a tecnici, un cambiamento di status che comporta fra l'altro il dimezzamento dello stipendio.

L'Italia e la Gran Bretagna hanno già discusso in passato il problema per rivedere la norma contestata, ma con le dimissioni del premier Mario Monti ormai vicine la questione potrebbe finire sul tavolo del nuovo governo, che non sarà in carica prima del marzo prossimo. La portavoce di Palazzo Chigi, Amelia Torres, interpellata da The Italian Insider, ha riferito che il premier ha investito della questione dei lettori il ministro dell'Istruzione per valutare il problema.

I servizi della Commissione, ha detto un funzionario di Bruxelles, Jackie Morin, a David Petrie, presidente dell'Associazione dei lettori stranieri (Allsi), che ne riunisce circa 160, «sono in contatto con le autorità italiane con l'obiettivo di chiarire l'interpretazione e le conseguenze pratiche della riforma Gelmini sulla situazione dei lettori di lingue straniere in Italia». Ma per ora nessuna soluzione è stata trovata.

La procedura di infrazione, secondo fonti europee citate sempre dal sito The Italian Insider, potrebbe essere aperta a gennaio. Roma rischia di essere condannata a pagare una multa che potrebbe arrivare a 300.000 euro al giorno. I lettori stranieri in Italia, già prima della riforma Gelmini, non avevano diritto allo stesso stipendio e agli stessi diritti pensionistici dei colleghi italiani, una situazione che la Corte europea di giustizia ha già dichiarato illegale sei volte.


Mercoledì 19 Dicembre 2012 - 16:09
Ultimo aggiornamento: 21:16

Censimento 2011 arrivano i dati

La Stampa

a cura di raffaello masci
roma


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Resi pubblici i dati definitivi del 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni effettuato dall’Istat. Che cos’è un censimento?
Si tratta della rilevazione oggettiva e diretta di tutta la popolazione residente nel nostro Paese. Un conteggio che l’Istat compie ogni dieci anni fin dall’unità d’Italia, tant’è che quello di cui sono stati diffusi i risultati è il 15° (come si ricorderà lo scorso anno è stato celebrato il 150° anniversario dell’unità nazionale).

Ci sono delle differenze tra questo censimento e i precedenti?
A parte i dati raccolti, la caratteristica principale di questa rilevazione è stata di metodo e di strumenti: per la prima volta si è fatto tutto online, i dati sono stati più precisi e la loro elaborazione più rapida. Inoltre è stato possibile rettificare anche alcuni dati che gli uffici anagrafici non avevano recepito.

Dal primo censimento all’ultimo, come è cambiata la popolazione?
Secondo il primo censimento dell’Italia Unita, svolto nel 1861, gli abitanti erano poco più di 22 milioni. Nell’arco di 150 anni la popolazione residente è quasi triplicata, arrivando a circa 59,5 milioni di persone.

Quando è avvenuto il grande incremento?
La variazione media annua della popolazione è cambiata nel tempo, registrando valori massimi fino al censimento del 1921 e valori minimi negli ultimi decenni quando l’andamento è divenuto sostanzialmente stabile. Rispetto al 2001 si manifesta un significativo incremento di popolazione: i risultati del 15° Censimento evidenziano, infatti, una variazione media annua del 4,3‰, analogamente a quanto registrato tra il 1971 e il 1981. Ma questo incremento è da ascrivere totalmente all’immigrazione.

L’incremento della popolazione è stato uniforme sul territorio nazionale?
Ovviamente no. Sono le regioni del Nord quelle che sono cresciute maggiormente, sia per l’aumento naturale della popolazione residente, sia soprattutto per il travaso da Sud a Nord avvenuto con particolare intensità negli anni tra il 1950 e il 1990.

Perché le donne sono di più?
In realtà le donne sarebbero di meno, nel senso che alla nascita sono più i maschi che le femmine, ma queste ultime vivono in media molto di più (79 i maschi, 84 le femmine) e sono quasi soltanto loro a sfondare la soglia dei 100 anni. Le ragioni di questa longevità femminile sono da rintracciare nel cambiamento della vita delle donne, nelle maggiori cure di cui sono destinatarie e in altri fattori che non sono tra quelli rilevati dal censimento dalla popolazione.

È in aumento anche la popolazione delle grandi città?
Intanto bisogna dire che, rispetto ad altri Paesi, l’Italia non ha vere megalopoli: la città più popolosa è la capitale, Roma, che conta 2.617.175, cioè pochissimo rispetto alla maggioranza delle capitali europee (per non dire di quelle americane o asiatiche e di alcune megalopoli africane). La seconda, Milano, è a 1.242.123. Le altre gradi città sono tutte sotto il milione: Napoli con 962.003 abitanti, Torino con 872.367 e Palermo che arriva a 657.561.

Sono scomparsi i piccoli centri?
Tutt’altro: dal 2001 ad oggi, in 4.867 comuni italiani (60,1%) la popolazione è aumentata. In particolare si registra un incremento di residenti nell’81% dei comuni di dimensione compresa tra i cinquemila e i 50 mila abitanti, nel 68,4% dei comuni tra 50.001 e 100.000 abitanti e nel 51,8% di quelli con meno di cinquemila abitanti.

E nei paesini?
Diciamo che è finita la moda del piccolo è bello, perché la ridotta dimensione non si sposa sempre con una efficienza e disponibilità di servizi. Comunque il censimento ha rilevato anche i comuni più piccoli, peraltro tutti nel Nord-Ovest: Pedesina (30 abitanti) e Menarola (46) in provincia di Sondrio, Monterone (34) in provincia di Lecco, Moncenisio (42) in provincia di Torino e Briga Alta (48) in provincia di Cuneo.

Quanto agli stranieri, quanti sono esattamente?
Nel corso dell’ultimo decennio la popolazione straniera residente in Italia è quasi triplicata, passando da 1.334.889 a 4.029.145, con una crescita pari al 201,8%.

E dove sono andati a vivere?
Quasi un quarto degli stranieri vive in Lombardia, circa il 23% in Veneto e in Emilia-Romagna e il 9% in Piemonte. Il Lazio e la Toscana totalizzano il 18%, la Campania il 3,7%. L’Emilia-Romagna registra l’incidenza più elevata, con 104 stranieri ogni mille censiti, seguita dall’Umbria (99,2‰), dalla Lombardia (97,6‰) e dal Veneto (94,2‰), mentre nel Sud e nelle Isole i valori dell’indicatore si riducono in misura consistente. Tra i grandi comuni, l’incidenza più elevata si registra a Brescia, con 166,1 stranieri ogni mille censiti.

Quello che non avete mai visto del Concilio

La Stampa

vatican

Immagini e interventi inediti sul Vaticano II e il docufilm delle Comunicazioni Sociali si chiude con l'appello ai giovani di Benedetto XVI


Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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Rinnovamento nella continuità, il Concilio mai visto. La prima parte del documentario con le immagine inedite della Filmoteca Vaticana è andata in onda sulla Rai e le principali tv del mondo l'11 ottobre in occasione del 50° anniversario dell'apertura dell'assise ecumenica. Vatican Insider ha visionato la seconda parte del filmato (girato in HD) prodotto dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e Micromegas Comunicazione.

La cinquantesima ricorrenza dall’apertura dei lavori conciliari offre al Segretario di Stato, Tarcisio Bertone l'occasione per mostrare in video i luoghi del Vaticano II."Quest'aula, questa basilica di San Pietro ascoltò i dibattiti più appassionati, dando così luogo ai grandi documenti che sono diventati il patrimonio della Chiesa del XX secolo e della Chiesa dei secoli a venire", racconta nel docufilm il più stretto collaboratore di Benedetto XVI.

Nell'intreccio delle testimonianze, particolarmente significativa quella del cardinale Thomas Collins, arcivescovo di Toronto."Dei Verbum è uno dei documenti più importanti sulla sacra scrittura che la Chiesa abbia mai prodotto- osserva Collins-.Si tratta di un documento che mette insieme la saggezza di epoche diverse, in particolare dei Padri della Chiesa e dei grandi maestri della fede inserendo la fede nel contesto del mondo moderno. E lo ha fatto in modi diversi. Uno di questi è il modo in cui tratta l'ispirazione della sacra scrittura". Dei Verbum, infatti,"mette in chiaro che la parola di Dio insegna fedelmente, con certezza e senza errore ciò che Dio voleva che fosse consegnato nelle sacre scritture".

Questo consente di capire che "ci sono molte cose nella vita della Chiesa che provengono da Dio in modi che non si limitano strettamente al testo scritto". Inoltre, per la prima volta nella storia dei concilii la Chiesa prende in considerazione una relazione positiva con le religioni non cristiane.
Una svolta sintetizzata così dal cardinale Camillo Ruini:"Le religioni sono molte, ma Dio è uno solo e anche l'umanità è una sola. Dio ha manifestato il suo volto in Gesù Cristo in maniera piena e definitiva, un volto e di santità senza confini, perciò chi crede nel Dio di Gesù Cristo porta dentro di sè, nel suo codice genetico la vocazione alla fraternità e alla pace".

E' questo, secondo Ruini, "ciò che ha spinto il Concilio Vaticano II a dire qualcosa di molto nuovo sul rapporto tra le religioni, invitandole al dialogo reciproco appunto per costruire insieme la pace tra gli uomini: questo è un compito che tocca tutte le religioni e in modo speciale la nostra religione cristiana". Tra i presuli intervistati: il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il cardinale Antonio Cañizares, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, il cardinale Andrè Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, monsignor Béchara Pierre Raï,

patriarca di Antiochia dei Maroniti, monsignor Loris Capovilla, già segretario particolare di papa Giovanni XXIII. L’opera è stata realizzata nell’arco di circa un anno, cui si aggiungono due mesi di post-produzione, con il contributo di un team di cinquanta persone. Il set è stato allestito ad hoc presso i Micromegas Studios di Roma, con riprese ed immagini dei luoghi più significativi del Vaticano, dall’Archivio Segreto alla Biblioteca Apostolica, dalla Basilica di San Pietro alla Cappella Sistina, dalle Stanze di Raffaello alle Grotte Vaticane.

Il docufilm viene introdotto dalla giornalista di Rainews Vania De Luca, mentre le varie sezioni di approfondimento sono affidate al teologo Marco Vergottini, professore presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. "Il documentario nasce dal desiderio di far conoscere alle nuove generazioni, alla Chiesa e al mondo di oggi la ricchezza del Vaticano II- spiega l'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali-.La Filmoteca Vaticana possiede 200 ore di filmati del Concilio Vaticano II e volevamo che questi filmati fossero un momento ispiratore, che ci aiutassero a scoprire la ricchezza del Vaticano II, in ciò che è stato, ma anche il suo valore per l’uomo e per il cristiano di oggi".

Di queste 200 ore di filmati, gran parte delle immagini sono inedite. Scorrono sullo schermo momenti storici e altri mai sconosciuti: dal primo annuncio del ’59 fatto dal Beato Giovanni XXIII, alla grande apertura dell’11 ottobre del 62. Inoltre, i lavori di preparazione, lo svolgimento delle sessioni e poi, infine, Paolo VI che, prendendo in mano la grande eredità lasciatagli da Papa Giovanni, conduce a termine il Concilio nel ’65. In archivio è stato ritrovato anche l’intervento in latino del cardinale Wojtyla, come arcivescovo di Cracovia.

Ci sono anche 14 testimonianze, 14 interviste, alcune delle quali inedite. "La prima intervista è quella di monsignor Capovilla, segretario privato di Giovanni XXIII- precisa celli- Abbiamo chiesto poi a 13 cardinali di varie parti del mondo (e quindi con una estrazione culturale, con una esperienza ecclesiale diversa) di commentare alcuni documenti del Concilio e di ciò che ha significato in quel momento un documento e come quel documento è ancora ispirazione per la Chiesa oggi e per il mondo oggi. Particolarmente rilevante è per l'appunto la testimonianza dell’allora padre Capovilla che rivela alcuni retroscena inediti.

Una particolarità, per esempio, è legata proprio alla stessa serata dell’11 ottobre, quando Giovanni XXIII, apparendo alla finestra, pronuncia quel famoso discorso, il cosiddetto “Discorso della Luna”. Rievoca monsignor Capovilla: "Non è un discorso suo, glielo ha ispirato Dio". Infatti il Papa buono quella sera pensava di apparire alla finestra, di dare una benedizione e di non parlare. Ci sono anche immagini di un giovane teologo: Joseph Ratzinger.

Il futuro Benedetto XVI in quel momento era un esperto dell’episcopato tedesco, precisa celli, ed era veramente colui che ha accompagnato la grande riflessione teologica dei Padri conciliari. mezzo secolo dopo , dal Soglio di Pietro, è lui a fare chiarezza su come leggere e come vedere il Concilio: ciò che è stato fatto, come è stato fatto, se c’è qualcosa da correggere nell’applicazione, ma soprattutto vedere ancora che cosa non ha prodotto frutto per la vita della Chiesa.Sullo schermo viene ricostruito il clima storico, teologico, culturale ed emotivo di un evento che ha segnato profondamente non solo la storia della Chiesa ma di tutto il mondo contemporaneo.

Il docufilm si chiude con l'appello ai giovani di Benedetto XVI: "I documenti del Concilio Vaticano II, contengono una ricchezza enorme per la formazione delle nuove generazioni cristiane, per la formazione della nostra coscienza». Quindi "leggeteli, leggete il catechismo della Chiesa cattolica e così riscoprite la bellezza di essere cristiani, di essere Chiesa, di vivere il grande “noi" che Gesù ha formato intorno a sé per evangelizzare il mondo: il "noi" della Chiesa, mai chiuso, ma sempre aperto e proteso all’annuncio del Vangelo».

Italiani-tedeschi, non è più tempo di pregiudizi

La Stampa

Il rapporto conclusivo della commissione di storici dei due Paesi frutto di tre anni di indagine

alessandro alviani
roma


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Creare a Berlino un memoriale per gli oltre 600.000 internati militari italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre del 1943, realizzare anche in Italia dei siti per ricordare il loro destino, istituire una fondazione sulla storia contemporanea italo-tedesca. Sono alcune delle raccomandazioni contenute nel rapporto conclusivo della commissione di storici italo-tedeschi, consegnato oggi a Roma al ministro degli Esteri Giulio Terzi e al suo collega tedesco Guido Westerwelle.

Un rapporto frutto di tre anni di indagine: decisa al vertice bilaterale di Trieste del novembre 2008, la Commissione, composta da cinque membri italiani e cinque tedeschi, ha iniziato i suoi lavori nel 2009 con lo scopo di analizzare gli avvenimenti del periodo 1943-1945 e in particolare il destino - in gran parte dimenticato fino a oggi, come si legge nella premessa - degli italiani deportati in Germania, nonché di contribuire alla creazione di una cultura comune della memoria.

Nel rapporto la Commissione suggerisce di realizzare a Berlino un memoriale per gli internati militari e propone di costruirlo presso l’ex campo di lavori forzati di Niederschöneweide, nel quale vennero rinchiusi anche italiani e che è rimasto quasi del tutto intatto. Già oggi a Niederschöneweide (nel sud-est della capitale tedesca) esiste un piccolo monumento in memoria degli internati militari italiani, che potrebbe essere allargato. Inoltre potrebbe essere creato nel cortile interno dell’ambasciata italiana a Berlino un monumento in memoria degli internati militari. Parallelamente dovrebbero essere individuati e sostenuti dei luoghi della memoria anche in Italia: il governo italiano dovrebbe trovare un sito adatto a Roma; inoltre dovrebbero essere appoggiati il Museo Nazionale dell’Internamento a Padova e iniziative simili.

Il memoriale di Niederschöneweide avrebbe due funzioni: sarebbe luogo del ricordo e assumerebbe compiti storico-didattici. La Commissione suggerisce ad esempio di creare un registro in cui elencare tutti gli internati militari morti in Germania e nei territori controllati dal Terzo Reich, che dovrebbe diventare una sorta di banca dati consultabile online e trasformarsi in un lessico biografico. Il memoriale dovrebbe inoltre ospitare una esposizione permanente, un archivio fotografico e un centro informazioni. La Commissione propone inoltre di dar vita a una fondazione sulla storia contemporanea italo-tedesca, col contributo non solo di istituzioni pubbliche dei due Paesi, ma anche di aziende e organizzazioni che impiegarono gli internati militari in Germania.

La fondazione potrebbe ad esempio sostenere un progetto scientifico per elaborare una descrizione complessiva e sistematica degli eventi bellici in Italia tra 1943 e 1945; ampliare la banca dati sui crimini commessi dai tedeschi in Italia in quel periodo e realizzare una sorta di Atlante delle violenze; concedere borse di studio e organizzare summer schools su temi attinenti la storia contemporanea italo-tedesca; appoggiare un fondo per incentivare le traduzioni di importanti pubblicazioni scientifiche in questo settore.

La Commissione, conclude il rapporto, è convinta che l’implementazione di queste raccomandazioni potrà consentire di superare in modo duraturo gli stereotipi in Italia e Germania e di giungere a un’elaborazione dei conflitti e dei traumi causati dall’occupazione tedesca e dalla deportazione degli italiani. In materia di cultura della memoria, inoltre, la Commissione sostiene che è necessario superare tanto la leggenda tedesca del corretto comportamento della Wehrmacht in Italia, tanto quella degli italiani “brava gente” durante la Seconda guerra mondiale. I tedeschi dovrebbero cioè riconoscere che gli italiani non sono stati solo complici, ma anche vittime, mentre gli italiani dovrebbero a loro volta accettare che non sono stati solo vittime, ma anche in una certa misura complici. 

Google, una sentenza che lascerà delusi

La Stampa

Domani arriva la decisione sul caso Vivi Down. Ecco cosa può accadere

luciano floridi *



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Ci siamo quasi: dopo sei anni di eventi e procedure, il 21 Dicembre dovremmo sapere se sarà confermata la sentenza per i tre manager di Google condannati in primo grado a sei mesi (pena sospesa) per violazione del Codice italiano della Privacy. Purtroppo, l’ultimo episodio di questo triste serial rischia di essere deludente. Per capire perché, vediamo un breve riassunto delle puntate precedenti.

Il 10 settembre 2006 alcuni studenti di una scuola di Torino si auto-filmano mentre maltrattano un compagno di classe affetto da autismo. Non soddisfatti, caricano il filmato su Google Video (una piattaforma di hosting di contenuti video di proprietà di Google, con sede negli Stati Uniti), accettando i Termini di Servizio, che contengono un riferimento specifico alla privacy policy di Google. La loro operazione conferma una cosa risaputa: non c’è limite alla stupidità umana.

Nel video, uno dei maltrattatori diffama l’associazione Vivi Down. Ulteriore conferma che stupidità, malevolenza, e ignoranza vanno spesso in cordata: la sindrome down non ha nulla a che fare con la vittima. Il 7 novembre Google provvede alla rimozione del video “tempestivamente” (così la sentenza di primo grado) nell’arco di poche ore dalla segnalazione dell’abuso, e inizia a collaborare con la Polizia per identificare i responsabili. Ben fatto. I quattro bulli responsabili sono identificati e processati. Ben fatto due.

Nel dicembre 2007, il Tribunale dei minorenni di Torino li condanna a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità. Ben fatto tre. Si spera che bastino a recuperare il deficit in stupidità, malevolenza, e ignoranza di cui sopra. Ogni tanto si può essere orgogliosi della giustizia italiana. Il processo continua con Vivi Down come parte lesa. Uno come me inizia a essere concettualmente disorientato. Arriviamo al 2009. La Procura di Milano rimanda a giudizio quattro dirigenti di Google, David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer e George Reyes, per diffamazione e violazione del Codice Italiano in materia di protezione dei dati personali. Molti, come il sottoscritto, si chiedono perché.

Il giudice di primo grado li assolve dall’accusa di diffamazione e riconosce l’assenza di un obbligo di monitoraggio preventivo da parte di Google video sui contenuti caricati dagli utenti. Ben fatto quattro. Altro momento di orgoglio. Ma David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes sono condannati per aver violato imprecisati obblighi di informativa sulla base dell’Articolo 13 del Codice italiano della Privacy, che prevede che servizi come Google Video forniscano un’adeguata informativa sui dati personali degli utenti. Momento di confusione per quanti di noi hanno seguito la vicenda conoscendo i fatti e la legislazione in materia. Google Video disponeva di tale informativa e i Termini e Condizioni rendevano chiara la necessaria condizione del previo consenso esplicito delle persone riprese nel video.

La confusione, sempre tra chi ha seguito la vicenda da vicino, diventa smarrimento quando la decisione di primo grado cita il profitto come intento criminale (non vi era nessuna pubblicità associata a Google Video all’epoca dei fatti e il servizio era gratuito) e i tre dipendenti ricevono una condanna penale, nonostante il suddetto Articolo 13 non abbia rilevanza penale. Si giunge così allo scorso 4 Dicembre, quando si apre il processo di appello presso il Tribunale di Milano in cui i giudici dovranno decidere se Google ha effettivamente violato il Codice italiano della Privacy.
Vediamo ora perché c’è il rischio di restare delusi.

Supponiamo che i giudici decidano a favore dei dipendenti Google. I fatti son presi in considerazione, le leggi applicate, e i principi etici sono rispettati. La delusione è che avremo perso anni e risorse in una discussione inutile, che si poteva evitare. Il ruolo delle piattaforme di hosting è quello di intermediazione. Esse ospitano i contenuti caricati dagli utenti, ma non esercitano alcun controllo editoriale su detti contenuti – non sono testate giornalistiche, per intenderci. Il controllo è solo a posteriori (rimozione) e non a priori (blocco) perché il primo è facile, mentre il secondo sarebbe praticante impossibile, da un punto di vista tecnico, senza correre il serio rischio di esercitare una totale censura.

Non solo, ma per legge (e-commerce Directive e Dec. Leg.70/2003) e grazie al cielo, le piattaforme in questione, e quindi la stessa Google, non sono tenute ad un monitoraggio preventivo dei contenuti caricati dagli utenti. E questo è un gran bene, perché l’ultima cosa che ci si può augurare, in una società libera e democratica, è che la legge obblighi aziende private come Google a esercitare il ruolo ufficiale di Grande Fratello (quello di Orwell, non quello di Mediaset). I tempi del MinCulPop dovrebbero essere passati.

Supponiamo invece che i giudici decidano a sfavore dei dipendenti Google. La delusione, in questo caso, sarà legata al futuro della rete in Italia, come scrissi già tre anni fa parlando della lezione etica del caso Vivi Down. Tre persone saranno condannate per la distribuzione di un video che non hanno creato, non hanno caricato online, non hanno mai approvato, e nonostante il fatto che l’azienda per cui lavorano abbia applicato la legislazione corrente, e fatto del suo meglio per riparare alla stupidità, malevolenza, e ignoranza dimostrata da alcuni bulli online.

Il costo della libertà d’informazione è il rischio che alcuni ne abusino. È un rischio che vale la pena correre. Perché può essere circoscritto, legiferando in modo chiaro e giusto su come la libertà di informazione sia resa possibile. Perché può essere ridotto, educando le persone all’esercizio responsabile della libertà d’informazione messa a loro disposizione. E perché può essere controbilanciato, punendo in modo giusto e proporzionato chi non rispetta le regole su come la libertà d’informazione sia resa possibile “a monte” o possa essere esercitata “a valle”.

Si tratta di equilibri delicati, che stiamo imparando a disegnare e gestire solo ora, in un’infosfera che stiamo capendo mentre la costruiamo. L’importanza culturale e etica della sentenza del 21 Dicembre sta nel segnale che essa darà su come si intende disegnare la cultura della rete in Italia. È su questo che vale la pena stare con il fiato sospeso.


* Esperto di etica informazionale, titolare della Cattedra UNESCO in Information and Computer Ethics, della Cattedra di Filosofia dell’Informazione presso l’Università dell’Hertfordshire, e fondatore dello IEG, il gruppo di ricerca sull’etica e la filosofia dell’informazione che dirige presso l’Università di Oxford.

I tesori delle casalinghe trovati dal cane fiuta soldi

Corriere della sera

Gli «spalloni» non professionisti tra Italia e Svizzera

COMO - Il nascondiglio classico è la cintura modificata, che all'interno contiene una fodera: è usata soprattutto per passare la frontiera a piedi o in treno. Poi ci sono le panciere, dotate di sottilissime tasche in cui i biglietti da 500 euro diventano invisibili. Le donne invece preferiscono infilare i soldi nel reggiseno o negli slip, pensando forse che nessun finanziere tasterà le parti intime. Calcolo sbagliato, però: a parte il fatto che tra i funzionari della Dogana ci sono molte donne, qui è in servizio anche Tango, il labrador fiuta-soldi cui non sfugge nulla.

Casalinghe, imprenditori, pensionati, commercianti, impiegati. Eccoli gli «spalloni» non professionisti, quelli che per portare la valuta in Svizzera, ma anche in Italia, sfidano i controlli della Guardia di Finanza senza ricorrere ai sofisticati doppi fondi della utilitarie usate dai chi il traffico lo fa di mestiere per conto terzi. Un traffico che sta assumendo proporzioni sempre più vaste. Le Fiamme gialle alla frontiera di Ponte Chiasso negli ultimi dodici mesi hanno compiuto 650 interventi, intercettando capitali per oltre 54,4 milioni di euro tra banconote (13 milioni) e titoli al portatore (41,4 milioni) e riscuotendo sanzioni immediate per 500 mila euro.

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«Nell'immaginario collettivo - spiega il tenente colonnello Alessandro Luchini, comandante del Gruppo Ponte Chiasso della Finanza - si pensa che i soldi viaggino soprattutto verso la Svizzera. Invece non è così: il 50% delle somme intercettate è in entrata nello Stato e quest'anno sul valore complessivo c'è stato anche un aumento». Nella sola giornata di martedì sono stati scovati 400 mila euro. E senza l'ausilio di Tango, che era «fuori servizio».

La prima a cadere nella rete è stata una casalinga di Siena che dopo aver ritirato 36 mila euro in una banca di Lugano, è salita in treno diretta a Milano ma alla frontiera è incappata nei finanzieri. Da un controllo sono saltate fuori le banconote, nascoste nella cintura. Sanzione immediata di 3.900 euro. Un'intera famiglia, madre e due figli, è stata intercettata poche ore dopo al valico stradale di Ponte Chiasso: i tre si erano suddivisi 30 mila euro prelevati in una banca a pochi metri dalla frontiera, convinti di farla franca perché la soglia consentita è di 9.999 euro a persona. E mentre i funzionari della Dogana verbalizzavano l'infrazione, agenti in borghese hanno fermato un grafico pubblicitario di Brescia, 45 anni, che a bordo della sua auto passava la frontiera senza dichiarare 20 mila euro nascosti nella giacca. Ha dovuto pagare subito 500 euro di sanzione.

Nel pomeriggio è toccato a una farmacista molisana di 60 anni salita sul treno a Chiasso diretta in Italia, imbottita di banconote di grosso taglio: 80.430 euro nelle tasche dei pantaloni, della giacca e nel reggiseno. «Sono soldi che mi servono per pagare le tasse in Italia», ha detto agli agenti. Infine, la sera, il «colpo» più grosso. Al valico di Brogeda è stata fermata una Giulietta con a bordo un promotore finanziario australiano residente in Danimarca. In un paio di jeans accuratamente piegati in una valigia sono saltati fuori 270.500 euro non dichiarati. Immediato il sequestro cautelativo di 130.000 euro in attesa che il ministero definisca la sanzione da applicare.

Luigi Corvi
20 dicembre 2012 | 7:51